Il ritorno di Cristina “la strega”

Dieci giorni per andare a trovare sua figlia Florencia a Cuba. È questa la prima richiesta della nuova vicepresidente dell’Argentina al Tribunale federale. Sì, perché sulla testa di Cristina Fernández de Kirchner, già presidente dal 2007 al 2015 – tornata al potere dopo 4 anni di “neoliberismo” di Mauricio Macri – pendono 13 capi d’accusa per corruzione e sette richieste di detenzione preventiva per cui ogni suo viaggio deve essere vidimato dai giudici. E sì, la sua secondogenita è ricoverata dalla passata primavera all’Avana, ufficialmente per un linfedema, ufficiosamente per una depressione cronica. I “cattivi” legano la permanenza fuori dal Paese della 29enne alle due cause che la vedono coinvolta – i “cattivissimi” sospettano a sua insaputa – in una presunta associazione illecita volta ad arricchire l’ex famiglia presidenziale.

Quale miglior primo atto per la vicepresidenta peronista che tornare a indossare i panni della madre coraggio rievocando la figlia malata con un primo viaggio post-elettorale? “Se la prendono con lei perché è l’anello debole. Chiedo a chi ci odia e chi ci vede con nemici, di prendersela con me, per favore, ma non più con lei”, aveva supplicato Cristina in un video di marzo. “Grazie a nome di Maximo”, (erede della fortuna e dei traffici di suo padre Nestor, ex presidente dell’Argentina dal 2003 al 2007, ndr e di Florencia”, ha chiosato nel suo discorso strappalacrime sul palco della vittoria di Alberto Fernandez, l’antico rivale di partito a cui ha ricordato in tono minaccioso che “mai più bisogna dividersi”. “Cristina, la stronza arrogante, la populista autoritaria”, come si autodefiniva in un libro di memorie, la “psicopatica” affiancata da un “cinico”, secondo il sociologo Juan José Sebreli, è tornata per la terza volta e promette di “rimettere in piedi l’Argentina”. Non prima che sia il presidente Macri, in carica fino al 10 dicembre – ha chiesto la vedova Kirchner dal palco – “a gestire come feci io, fino all’ultimo, la crisi in cui ha gettato il paese”. Crisi che ieri ha portato la Banca centrale a imporre un limite agli acquisti mensili di dollari Usa da 10mila a 200, la Borsa di Buenos Aires a crollare di quasi tre punti, eppure il peso è aumentato di oltre il 3% rispetto al dollaro. “Contraddizioni di un paese che è in rivolta contro il neoliberismo, ma che come gli altri della Regione non ha trovato un nuovo modello”, ha spiegato Sebreli. Un Paese che sembra voltarsi indietro in un eterno ritorno senza chiudere mai con il passato.

Accanto a Cristina vestita di una tunica rosso porpora come le nuances dei suoi capelli, non a caso, c’erano le madri e le nonne di Plaza de Mayo, simboli dei desaparecidos della dittatura, quella con cui la vicepresidenta ha ammonito gli argentini: “Ricordatevi com’era”. Così mentre Fernandez prendeva un tè con Macri alla Casa Rosada per dare avvio “al processo di transizione” al contrario del 2015, quando Cristina negò il passaggio di consegne al successore, lei si dedica a mettere ordine nelle vicende giudiziarie che sarà più difficile che si concludano. Come vicepresidente, infatti, la sua libertà è assicurata fintanto che il peronismo mantiene la maggioranza al Congresso, organo che vota il procedimento di accusa, cosa che dalla democrazia non è mai successo. Intanto Fernandez programma di chiedere la scarcerazione dell’ex presidente del Brasile Lula da Silva e Bolsonaro gliela giura: non parteciperà all’insediamento e chiede all’Europa di lasciar fuori l’Argentina dal patto con il Mercosur. Ad attendere il nuovo corso Fernandez-Kirchner ci pensa il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva: “Congratulazioni al presidente eletto Alberto Fernandez! Siamo impazienti di lavorare con la sua nuova Amministrazione per affrontare le sfide economiche dell’Argentina”.

“ha vinto Draghi”, però i sovranisti son più forti

Ieri a Francoforte è stata festa grande per l’addio di Mario Draghi alla Bce. Colui che è stato chiamato il “salvatore dell’euro” ha ricevuto il plauso anche dei “falchi” tedeschi, sostenitori del rigore più assoluto.

E qui c’è un primo paradosso: la “vittoria” di Draghi, infatti, ha esaltato al massimo livello un intervento “pubblico” di natura nuova: l’acquisto da parte della Bce di titoli pubblici per evitare la disfatta monetaria. Anche Draghi, insomma, è stato vittima del “momento Polanyi”, tanto caro ai sovranisti, che si verifica quando il mercato in difficoltà chiede aiuto allo Stato. Curioso paradosso che sia toccato alla Banca centrale europea svolgere il compito di uno Stato che a livello europeo ancora non c’è.

Il problema è che il sovranismo-nazionalismo è tutt’altro che sconfitto, come in molti hanno sostenuto dopo le elezioni europee di maggio. La pressione della destra all’Europarlamento si è fatta sentire solo qualche giorno fa nella bocciatura, per soli 2 voti, della mozione che proponeva di aprire i porti alle Ong. La Germania descritta in queste pagine lo dimostra chiaramente, come anche l’esito probabile di una Brexit guidata dall’ala dura dei Tories o le recenti elezioni polacche. Lo dimostra, in particolare, la grande difficoltà che Ursula von der Leyen sta incontrando per formare la sua Commissione. Quella stessa Von der Leyen che è stata confermata dall’Europarlamento con soli 9 voti di scarto. Senza contare il lavoro che si sta svolgendo in Francia per saldare il lepenismo al vecchio gollismo.

L’ondata nazionalista-sovranista è tutt’altro che scomparsa. Pensare di fare spallucce solo perché il suo esponente italiano ha confuso il Papeete con il governo è illusorio. E le forze politiche europee finora non sono state in grado minimamente di fronteggiare la sfida se non arroccandosi dentro le loro cittadelle. Il problema di fondo rimane questo.

Brexit, BoJo battuto anche sul voto del 12 dicembre

La conferma è arrivata ieri mattina con un tweet del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk: l’Unione europea concede al Regno Unito la proroga di tre mesi, fino al 31 gennaio 2020, voluta dalla maggioranza del Parlamento britannico. Ecco le condizioni, che nel fine settimana hanno convinto anche il riluttante presidente francese Emmanuel Macron: 1) è una flexestension: il Regno Unito può uscire dall’Ue anche prima, ovvero “il primo giorno del mese dopo la ratifica dell’accordo di recesso”.

2) L’accordo non verrà rinegoziato in nessun caso; intransigenza già sentita e invece, quando Johnson ha sostituito Theresa May, il negoziato si è riaperto.

3) Il Regno Unito deve nominare un candidato per la Commissione Europea: requisito legale finché è fra gli Stati membri. La speranza è che Londra esca prima che la Commissione si insedi, dopo gennaio.

Infine, due raccomandazioni che la dicono lunga sul livello di fiducia istituzionale: nero su bianco, i governi europei raccomandano al Regno Unito di non sabotare il blocco europeo durante la proroga. E ricordano che può sempre revocare l’art. 50 e non uscire per niente.

Tutto già visto. Del resto, siamo alla terza estensione. Che Boris Johnson ieri ha accettato definendola “proroga non voluta, imposta al governo contro la sua volontà” e pregando Bruxelles di non concederne altre. Per lui è veleno politico: non ha mantenuto la sua promessa di portare il Paese fuori dall’Ue entro il 31 ottobre o, parole sue, “finire morto in un fosso”. O comincia a scavare o deve puntare a elezioni al più presto, prima cioè che questo fallimento comprometta il vantaggio del partito conservatore, che malgrado tutto è circa 15 punti sopra il Labour.

E dunque ieri il governo ha tentato di nuovo di ottenere una elezione per il 12 dicembre con una mozione parlamentare che, per le regole di Westminster, doveva essere approvata con i 2/3 dei voti. Scommessa fallita grazie all’astensione del Labour, la cui linea ufficiale è “niente elezioni finché non è scongiurato il rischio di no deal”. Ora, per scongiurare il no deal bisognerebbe proprio che il Parlamento approvasse il deal disponibile, senza emendamenti che rendano necessaria una riapertura dei negoziati con Bruxelles. Ma su questo non pare esserci una maggioranza. Come se ne esce?

Oggi Lib-Dem e Indipendentisti scozzesi dovrebbero proporre ai Comuni elezioni non il 12, ma il 9 dicembre: tempi più stretti per impedire un nuovo voto sul deal, a cui sono contrari. Se Boris si allinea, il Parlamento può approvare il voto anticipato a maggioranza semplice, basta una aggiunta di una riga alla procedura parlamentare in vigore. Ieri Corbyn ha accennato che potrebbe dare il suo sostegno, ma solo con sostanziali emendamenti: e visto che fra scioglimento delle Camere ed elezioni devono passare almeno 25 giorni, si rischia di non fare in tempo per la prima metà di dicembre.

Dopo è quasi Natale e, come ha chiarito un deputato conservatore: “Chi lascia il letto in una gelida mattina di dicembre per votare per il governo?”.

“Noi siamo il popolo”: da inno comunista a urlo arrabbiato dei nazionalisti violenti

Le elezioni della Turingia, con l’avanzata dell’AfD di Bjorn Höcke, fiancheggiatore dei raduni estremisti di Pegida e dei violenti di Chemnitz e ideologo della destra radicale tedesca (è tra i protagonisti dell’inchiesta di C. Fuchs e P. Middelhof, La rete delle nuove destre, Rowohlt 2019), cadono giusto a trent’anni di distanza dalla “caduta del muro”. L’anniversario non è casuale, ma si tratta di una vera e propria questione di eredità culturale, se è vero che la vicenda della “svolta pacifica” del 1989 rimane ad oggi un campo di battaglia, e fatica a generare autocritica nei grandi partiti ormai in crisi di consenso (la Cdu perde in Turingia l’11%, la Spd ottiene l’8). Alcuni storici contestano il carattere di vera “rivoluzione” di quella stagione (pochi furono i partecipanti attivi; molti gli opportunisti; si formò un’élite di scarsa fortuna, presto soppiantata dalle leve immesse dall’Ovest); le sinistre (anzitutto la Linke, che in Turingia diventa il primo partito col 31%) chiedono, tra gli imbarazzi della maggioranza che governa a Berlino, di avviare una seria inchiesta parlamentare sulla “Treuhand”, l’istituto che tra 1990 e ‘94 privatizzò selvaggiamente, svendette e liquidò il patrimonio e le attività produttive “non competitive” della Ddr; perfino l’antica presidente della Treuhand, Birgit Breuel (subentrata al suo predecessore Rohwedder assassinato dalla Raf), pur difendendo il proprio operato, è costretta ad ammettere gli errori e a riconoscere che i tedeschi dell’ovest non avrebbero mai tollerato un trattamento come quello inflitto all’economia e alla dignità degli “Ossis”.

Non è difficile comprendere come in una società che fino all’89, per ragioni ideologiche, era tutta imperniata sull’etica e la retorica comunista del lavoro, lo scacco della disoccupazione e del fallimento abbia assunto negli anni i contorni di un’umiliazione esistenziale. Chi ascolta il popolo ogni giorno, come il teologo, educatore e agitatore culturale Frank Richter, in un lucidissimo pamphlet scritto all’indomani della sconfitta nella corsa a sindaco di Meissen, la città delle porcellane (La Sassonia appartiene ancora alla Germania?, Ullstein 2019), denuncia la fondamentale incomprensione del disagio profondo di queste terre, nonché le ambiguità e le irresolutezze dell’opposizione alla nuova destra radicale che avanza (ora la nuova composizione del governo in Turingia sarà un buon banco di prova per verificare il “cordone sanitario” attorno all’AfD, che a livello locale ha già più volte ceduto). Richter deplora soprattutto che solo il discorso xenofobo e violento di quella nuova destra sia in grado di offrire riconoscimento, stima e appartenenza alla gente che trent’anni fa gridava nelle piazze Wir sind das Volk (“Noi siamo il popolo”) per recuperare una genuina identità popolare aperta al mondo, e ora scandisce quello stesso slogan per sbandierare un’identità chiusa, diffidente, a tratti violenta, che vuole seppellire il senso di colpa per il decennio nazista sotto il vento dell’orgoglio nazionale, il vento di coloro che si propongono (così Höcke) di “salvare la patria”, di “tirar fuori dalla bottiglia lo spirito buono dell’89”. Bjorn Höcke, vincitore in un’elezione che ha registrato un’impennata dei votanti (altro che “disaffezione dell’elettorato”!), nel 2016 considerava i giornalisti “scribacchini moralmente e intellettualmente castrati”, e voleva vedere la Merkel “portata via dal cancellierato in camicia di forza”. Tramite il lessico e la storia passa qui un corso accelerato di “populismo”: secondo Richter, che propone di rinverdire la memoria di un popolo distratto spostando la festa nazionale tedesca dal 3 ottobre (giorno dell’entrata in vigore del trattato di unificazione, 1990) al 9 novembre (notte della caduta del Muro, 1989, ma anche notte dei cristalli, 1938), “i democratici che pensano di poter superare il pericolo riflettendo e teorizzando nei loro circoli accademici, non hanno capito la gravità del momento”.

L’incubo Merkel: governare con un partito di estremisti

Un incubo peggiore di questo la Cdu non poteva immaginarlo. Se vuole tornare a governare in Turingia, dopo i disastrosi risultati elettorali che domenica le hanno fatto perdere 11,7 punti percentuali, il partito cristiano-democratico tedesco dovrà scegliere il male minore, ingoiare il rospo e stringere un alleanza con la sinistra della Linke o con la destra dell’AfD. Ed è molto probabile che non sarà questa l’ultima volta. La Grosse Koalition con i socialdemocratici, infatti, si conferma al capolinea anche in questa terza elezione dei Laender orientali, raggiungendo uno stiracchiato 30%, insufficiente per governare. Il dibattito che ora assilla il partito della cancelliera Angela Merkel è il seguente: fare cadere il tabù delle alleanze a sinistra o a destra?

Per anni il mantra della Cdu è stato: ci alleiamo con tutti, eccetto che con le ali estreme dell’arco costituzionale. Niente Linke e niente AfD. In Turingia però le elezioni hanno dato alla luce un panorama politico del tutto unico in Germania, anche se non inaspettato: la Linke, grazie al popolare ministro-presidente del Land Bodo Ramelow, ha raggiunto il 31% dei consensi (era al 28,2 nel 2014), Alternative fuer Deutschland è al 23,4% (più 12 punti rispetto al 10,6% del 2014), la Cdu scivola al 21,8% (era al 33,5% nel 2014), la Spd arretra ancora un po’ attestandosi al 8,2% (era al 12,4% nel 2014), mentre Verdi e Liberali sono intorno al 5%. Èchiaro che con risultati come questi, con i due ex Volkspartei diventati il terzo e il quarto partito, per i mantra non c’è più spazio.

Il candidato della Cdu, domenica sera a caldo Mike Mohring ripeteva la solita formula, niente alleanze con la destra dell’Afd o con la sinistra della Linke. La notte deve aver portato consiglio, perché la mattina seguente, in un’intervista al Morgen Magazin dell’Ard, il candidato della Cdu cambia versione, lasciando intendere di non escludere coalizioni con la Linke, il partito vincitore. Una decisione senza precedenti. I cristiano-democratici non vogliono “mettersi all’angolo” dice Mohring, ma “siamo pronti ad assumerci la responsabilità” perché i “rapporti stabili in Turingia sono più importanti degli interessi di partito”. L’apertura a sinistra viene poi comunicata a Berlino ai vertici del partito cristiano-democratico. La patata bollente delle alleanze passa ora nelle mani di una già indebolita leader della Cdu, Annegret Kramp-Karrembauer. La Linke risponde all’offerta prendendo tempo, lasciando intendere che preferirebbe continuare l’esperienza di un governo rosso-rosso-verde (Linke-Spd-verde) per cui non ha più una maggioranza nel parlamento regionale, ma che “è aperta a tutte le forze democratiche”, dice il ministro-presidente Ramelow. Il punto è un altro: l’apertura della Cdu di Mohring alla Linke apre di fatto il vaso di Pandora delle alleanze, sdoganando anche la possibilità di una coalizione con le ali estreme, destra compresa. La Cdu “classica” e pre-Merkel è culturalmente più vicina all’AfD di quanto non sia alla Linke. E non è un caso che poche ore dopo l’apertura di Mohring, un deputato Cdu del parlamento regionale della Turingia, Michael Heym, renda noto che un’alleanza con AfD e Fdp (liberali) “non dovrebbe essere esclusa da subito” e che “non si fa un favore alla democrazia alienando un quarto del suo elettorato”. Gli fa eco il leader dell’AfD, Alexander Gauland – ex membro della Cdu : “C’è una maggioranza borghese in Turingia ed è composta dal partito liberale, dalla Cdu e dall’Afd” ma “la Cdu vuole prendere un’altra strada”. La domanda ora è: per quanto ancora la Cdu rimarrà indifferente alle sirene dell’Afd?

E il leghista ora trasloca in Emilia-Romagna

“La partita vera si gioca in Emilia-Romagna. In Umbria la vittoria era più facile. Ma è a Bologna che si gioca la madre di tutte le sfide. Anche perché, se i 5 Stelle sceglieranno di andare da soli, allora la regione diventa contendibile…”. Matteo Salvini, secondo il ragionamento che ha fatto ieri con più di un interlocutore, adesso ci crede. Il colpaccio può riuscire. “Segnatevi questa data: il 26 gennaio faremo la storia!”, ha scritto su Twitter. Ieri l’ha ammesso lo stesso governatore dem Stefano Bonaccini: “La partita è apertissima”.

Per questo l’ex ministro dell’Interno si metterà a lavorare pancia a terra: l’appuntamento è fissato per giovedì 14 novembre al PalaDozza di Bologna, quando verrà presentata ufficialmente la candidatura di Lucia Borgonzoni, la donna cui il leader leghista ha affidato il compito di essere “il nuovo Guazzaloca”, il macellaio bolognese che, giusto 20 anni fa (era il 1999), per la prima volta nella storia strappò Bologna alla sinistra. Qui si tratta invece della regione, che mai è caduta in mani destrorse. Alle ultime regionali, nel 2014, in piena epoca renziana, Bonaccini ha vinto con 20 punti di distacco proprio su un candidato leghista, Alan Fabbri (49% contro 29,8). Ma cinque anni in politica sono un’era geologica. Alle Europee di maggio primo partito è risultato la Lega, con il 33,7%, seguita dal Pd, col 31,2, e dal Movimento 5 Stelle al 12,8. “Bonaccini è un candidato ostico, non ha governato male e ha molto consenso, ma dopo il flop umbro l’M5S potrebbe presentarsi da solo, senza fare cartello col centrosinistra. Se così fosse, i giochi si riapriranno…”, ragionano nel Carroccio.

Occhi puntati sul PalaDozza, dunque: la kermesse sarà targata Lega, ma naturalmente è aperta a tutti. Con l’obbiettivo di replicare, in salsa bolognese, la manifestazione di San Giovanni. Cosa però non facile, perché FdI scalpita ancora su Borgonzoni. “La partita non è chiusa”, dicono dal partito di Giorgia Meloni, dove si continua a spingere per Galeazzo Bignami. Anche se forse è solo un modo per alzare la posta sulle altre regioni al voto: Calabria, Campania, Marche, Puglia. Mentre ieri Borgonzoni ha ricevuto la benedizione di Berlusconi: “È un’ottima candidata, con lei possiamo vincere”. Il trionfo della “sua” Donatella Tesei in Umbria dà però a Salvini molta più forza per imporre la propria candidata pure qui, l’agguerrita senatrice con il padre di sinistra con cui è in rotta e secondo cui “l’Emilia confina col Trentino”.

“L’Umbria è una premessa: si è liberata di anni di malgoverno Pd e dell’alleanza delle poltrone col M5S. Vogliamo che il 26 gennaio possa essere un giorno di festa e di speranza anche per gli emiliano-romagnoli”, ha detto ieri Borgonzoni. “Dobbiamo puntare in alto: possiamo essere la Baviera d’Italia”, ha aggiunto. Con Bonaccini sarà sfida vera. La Lega può puntare su territori dove da sempre le percentuali le sorridono: il piacentino, alcuni pezzi di ferrarese, certe zone della Romagna, dando magari per perse le zone più rosse come Reggio Emilia e Modena. A Bologna, invece, sarà derby vero e il capoluogo potrebbe risultare decisivo. Sempre se Pd e Leu si presenteranno senza M5S. Se invece l’alleanza umbra dovesse essere replicata, allora il centrodestra avrebbe davvero poche chance di vittoria.

Il Capitano, però, non mollerà facilmente. “Sarà un Salvini dai toni più soft, più inclusivo nei confronti degli alleati, meno estremista”, dicono dalla Lega. Magari sarà Borgonzoni, sussurra qualcuno, che dovrà esser tenuta un po’ a freno.

Meloni si esalta per l’Umbria: “Ora Salvini non ci fagocita più”

Sarà Giorgia Meloni e non più Silvio Berlusconi la spina nel fianco di Matteo Salvini nella competizione interna al centrodestra. Il risultato a due cifre di Fratelli d’Italia è la seconda grande sorpresa del voto in Umbria. La prima è l’affluenza e i 20 punti di distacco tra Donatella Tesei e Vincenzo Bianconi, divario che nessuno si aspettava.

“Siamo sempre stati in testa, secondo i nostri sondaggi, al massimo di una decina di punti. Il risultato ha del clamoroso”, rivelano da FdI. E nessuno prevedeva una Meloni a due cifre: 10,4% contro il 6,5% delle Europee di maggio e il 6,2% delle Regionali 2015, quando vinse il centrosinistra con Catiuscia Marini. Con la Lega che trionfa, ma perde un punto rispetto alle Europee di maggio: 36,9% contro 38,1. Anche se da parte leghista si rivendicano i voti della Lista Civica Tesei, quasi il 4%. Ma quei consensi li rivendica pure Forza Italia. “Arrivano da un elettorato moderato più vicino a noi che alla Lega”, dicono dal partito azzurro. Schermaglie.

Il voto in Umbria ridisegna la geografia del centrodestra, con una Lega in posizione dominante, capace di attirare una valanga di voti, e il partito di Giorgia Meloni che rincorre e si affranca dalle percentuali su cui finora ha viaggiato, avvicinandosi a quelle che un tempo raccoglieva Alleanza nazionale (tra il 12 e il 14%). Mentre Forza Italia è costretta a lottare per la sopravvivenza. Da Arcore provano a raccontare una versione meno tragica: “FI ha tenuto. Alcuni sondaggi ci davano addirittura al 2,8%. Il 5,5% è stato il frutto dell’impegno di Silvio Berlusconi che nelle ultime due settimane ha battuto la regione palmo a palmo…”. I meloniani invece sono entusiasti. Come Fabio Rampelli: “Il primo dato politico del voto è che gli elettori vogliono un centrodestra unito. Quindi la stagione dei dissidi e delle incomprensioni va lasciata alle spalle. Il secondo è che FdI è più viva che mai e se qualcuno (Salvini, ndr) nei suoi piani aveva quello di fagocitarci, dovrà modificarli. La storia della destra italiana non può essere terreno di conquista per nessuno”.

Unità, dunque. Ma con i dovuti distinguo. E altolà alle tentazioni egemoniche. Le frizioni tra gli alleati restano tutte e se n’è avuta dimostrazione plastica la sera della vittoria, con i tre leader a festeggiare divisi, ognun per sé, nel proprio quartier generale, mettendo pure in imbarazzo la neo governatrice, che non sapeva dove andare. E tra i leghisti non è poca l’insofferenza per la doppia cifra di FdI: va bene fare gioco di squadra, ma ormai tra Matteo e Giorgia è vera competizione, su tutto, a partire dal candidato in Emilia Romagna.

Ieri mattina, però, i tre si sono sentiti al telefono, facendosi i complimenti a vicenda. E Salvini è apparso più inclusivo. “Non sto divorando FI, conta il lavoro di squadra. Sono contento del centrodestra”, ha detto il leader leghista, che almeno formalmente ha inaugurato una nuova stagione nata con il palco di San Giovanni. “Berlusconi è il valore aggiunto di questa coalizione. Noi però siamo stati decisivi per questo risultato”, gli ha fatto eco la Meloni. Parole che difficilmente si sarebbero potute ascoltare fino a qualche settimana fa, quando i tre quasi s’insultavano. “Forza Italia resta il collante della coalizione e l’unica forza dei tre capace di parlare a un certo mondo moderato: arriviamo dove gli altri non arrivano”, prova a consolarsi Berlusconi.

Detto questo, Salvini dell’ex Cavaliere non si preoccupa più: tutti i voti che gli doveva prendere se li è già presi e il fatto che FI non scompaia del tutto gli fa pure gioco. Semmai B. deve guardarsi le spalle da Matteo Renzi, in grado di intercettare parte di quel che resta del suo elettorato. Il vero competitor della Lega ora è Meloni, molto alta anche negli indici di gradimento individuale. Un Salvini “moderato” come quello delle ultime settimane (che ha addirittura abiurato gli anti-euro), potrebbe cedere consensi a destra. A tutto vantaggio di Giorgia. Che invece, come si è visto a San Giovanni, picchia duro.

Per la Toscana è già guerra tra Pd e Renzi

Il messaggio è chiaro e viene fatto recapitare già in mattinata ai vertici del Pd toscano: “Avete visto cos’è successo in Umbria? Adesso non ripetiamo l’errore anche qui e rompiamo con i 5 Stelle sui territori”. E a dirlo chiaro e dritto ci pensa prima Gabriele Toccafondi, ex parlamentare di Forza Italia e Ncd oggi in Italia Viva, e poi lo stesso Matteo Renzi nella sua e-news settimanale: “È stato un errore rivendicare l’alleanza strategica Pd e Cinque Stelle” scrive l’ex premier.

A porre l’aut aut più netto al Pd toscano ci pensa Toccafondi, diventato nelle ultime settimane uno dei maggiorenti di Italia Viva in Toscana: “Dopo il voto umbro, noi al Pd diciamo chiaramente: o con noi o con i 5 Stelle” dice l’ex sottosegretario all’Istruzione al Fatto, “la nostra posizione è nettamente diversa rispetto a quella di Franceschini: l’alleanza coi 5 Stelle è stata fatta per un’emergenza ma non può essere duratura e l’Umbria ci ha dimostrato che non funziona. Tra noi e il M5S non c’è alcun elemento in comune, basta guardare i programmi: su vaccini, grandi opere, alta velocità e scuola i punti in comune sono pochissimi. Non possiamo più correre con loro alle regionali”.

Che la posizione di Toccafondi sia quella di Renzi e di Italia Viva lo confermano due esponenti renziani della prima ora. Uno di questi, va oltre: “Se il Pd continua ad andare dietro a Di Maio e Di Battista, e quindi alla sconfitta certa, noi a maggio andiamo da soli”. Una mossa del genere, va da sé, rischierebbe di dare in mano la Toscana al centrodestra di Matteo Salvini e della sua zarina Susanna Ceccardi. La strategia di Renzi & C. infatti è nota da tempo: la Toscana sarà la prima regione dove correrà anche una lista di “Italia Viva” e se in origine doveva servire a puntellare e allargare la coalizione col Pd, dopo il risultato umbro l’alleanza non è più così scontata. I renziani infatti si stanno convincendo di poter fare la voce grossa con gli (ex) amici dem in base a due elementi: alcuni sondaggi che qui attribuiscono a “Italia Viva” un risultato tra 8 e 10% e il numero di iscritti: 4.500 in poco più di un mese sui 25 mila di tutta Italia.

Dal Pd respingono il diktat, provocando l’ennesimo scontro interno al centrosinistra: “Eviterei aut aut di questo genere – risponde l’ex renziano Andrea Romano – Se Renzi vuole correre con noi alle regionali deve abbassare i toni e fare meno furbate, come quella di non farsi vedere in Umbria e di giocare sempre su più forni”.

Dopo la batosta umbra, però, capire la linea del Pd toscano è impresa ardua: Enrico Rossi un minuto dopo la chiusura delle urne ha sparato a zero contro l’alleanza Pd-M5S (“Non funziona”), gli ex fedelissimi di Renzi tipo Nardella chiedono il reset totale del Pd (“Cambiare nome”) mentre gli zingarettiani provano con difficoltà a tenere il punto: “Per fermare l’onda nera anche in Toscana bisogna unire tutte le forze disponibili a partire proprio da Pd e M5S – dice Valerio Fabiani – Semmai dopo l’Umbria c’è un motivo in più per insistere su questa strada. Ma a una condizione: rinnovare noi stessi e rappresentare il rinnovamento, non il sistema”.

Per salvare il “patto civico” in Emilia via i due simboli

Il governo non è in crisi, ma potrebbe esserlo rapidamente. Subito dopo le elezioni in Emilia-Romagna di gennaio, in caso di sconfitta. Ma l’idea di una coalizione organica tra Cinque Stelle e Pd da ripresentare in ogni tornata amministrativa pare già quasi tramontata, nonostante le dichiarazioni dei piani alti del Nazareno e delle intenzioni annunciate. D’altra parte, la leadership di Nicola Zingaretti non gode di ottima salute: a chiedere un congresso urgente sono amici e nemici. E si sa come si inizia, non come si finisce.

“Verifichiamo sui territori le convergenze con i Cinque Stelle, senza imporre nulla”, dice Zingaretti, nella tarda mattinata di ieri. Tradotto: si valuterà caso per caso. Poi, nel primo pomeriggio parla al telefono con Giuseppe Conte. “Vediamo come va. Ci sentiamo nei prossimi giorni”, gli dice. Le alleanze alle elezioni per lui sono ancora prioritarie. Ma quando sente Luigi Di Maio dare per morto questo progetto politico, paragonare i Dem alla Lega e di fatto evocare un contratto di governo, la rabbia aumenta, i toni si fanno più accesi. “È inaccettabile. Che alleanza è, se serve a governare, ma non si può pensare di presentarsi alle elezioni insieme?”, ragiona il segretario del Pd, dopo una riunione della segreteria, nei corridoi del partito. A sera, dunque, quello che si va sviluppando suona tanto come un ultimatum: se il governo deve andare avanti, bisogna almeno verificare la possibilità di alleanze. Che poi non si riescano a fare in tutte le Regioni, è un altro discorso.

La madre di tutte le battaglie è l’Emilia-Romagna, che va insieme alla Calabria. La ricandidatura di Stefano Bonaccini continua a non essere in discussione. Ma l’appoggio dei Cinque Stelle, che pure pareva possibile fino a prima della débacle umbra, a questo punto si fa molto complicato. Si ragiona su varie forme di desistenza, a partire dal fatto che M5s potrebbe non presentare né una lista, né un candidato Governatore. Ieri Di Maio sul tema avrebbe cambiato idea più volte. Si lavora per una eventuale rinuncia al simbolo, da parte di entrambe le forze politiche coinvolte, anche del Pd. Non è facile, tanto è vero che a livello locale in Emilia-Romagna ci avrebbero voluto addirittura mettere il nome di Bonaccini nel simbolo. Ma d’altra parte, era lo schema iniziale dell’Umbria, che avrebbe fatto dire di sì pure a Brunello Cucinelli. E la cosa potrebbe aiutare anche a chiudere l’accordo con Italia Viva. Bonaccini e Matteo Renzi si sono incontrati. Le voci che corrono vogliono che l’ex premier abbia chiesto al Presidente di scegliere tra lui e M5s. Bonaccini nega che sia andata così. Ma se andrà a finire con i candidati delle diverse forze politiche (compresa Italia Viva) in tante liste in appoggio al candidato Presidente, il problema sarà di fatto superato.

Specularmente, dovrebbe funzionare nello stesso modo in Calabria, con un candidato civico (magari lo stesso Callipo di cui si parla da settimane) scelto dal Movimento. E le liste in appoggio senza simboli. Si vedrà.

Al Nazareno, gli umori sono piuttosto altalenanti, le idee vagamente confuse e le prospettive incerte. Però si comincia dalle abitudini antiche. Ovvero, addolcire la sconfitta. Il mezzo è una nota di Stefano Vaccari della segreteria nazionale: “Bianconi perde nettamente ma ottiene 166.179 voti, mentre nel 2015 la Marini vinse con 159.869 voti. Si tratta di 9 mila voti assoluti in meno rispetto a quelli ottenuti da Bianconi”. E via di questo passo, a dire che la scissione di Renzi ha portato via un solo punto e che il Pd ha tenuto rispetto alle Europee. Il resto è in fieri. Che si fa con il governo? E che si fa con quell’ “amalgama” tra Pd e Cinque Stelle, che Goffredo Bettini va teorizzando da mesi? La prima prova è stata decisamente fallimentare. E il sogno Dem di “prendersi” gli elettori dei Cinque Stelle potrebbe rapidamente trasformarsi in un incubo: ovvero perderli gli elettori, a favore di Renzi, grazie a un’erosione continua, a un logorio annunciato. In mattinata, Bettini enuncia: “L’alleanza ha senso solo ed esclusivamente se vive in questo comune sentire delle forze politiche che ne fanno parte, altrimenti la sua esistenza è inutile e sarà meglio trarne le conseguenze”.

Il Pd comincia a ragionare sull’ipotesi voto: potrebbe essere l’unico modo tagliare le gambe a Renzi ed evitare un progressivo ridimensionamento. Dice il vicesegretario, Andrea Orlando: “Se si va avanti così, inevitabile staccare la spina”. E poi, chiede un “congresso urgente”. La coabitazione con Dario Franceschini, che fa lo scudiero del governo e prende potere al partito, per lui è sempre più difficile. Matteo Orfini è ufficialmente sul piede di guerra.

Renzi, nel frattempo, si produce nel più classico del “ve l’avevo detto”: “La foto di Narni è stata una genialata”. E rimanda al mittente le accuse di Zingaretti sul fatto che il trend negativo in Umbria è iniziato con la sua gestione: “Quando ho lasciato la guida del Pd governavamo 17 regioni su 21. Adesso il PD governa in 7 regioni su 21”. Lui la coalizione con M5s non l’ha mai voluta. A questo punto, rema contro con la corrente dalla sua.

“Basta guerriglie nel governo: intese locali caso per caso”

Cuperlo, qual è la sua analisi della sconfitta?

L’analisi la fanno i numeri e la forbice tra noi e la destra. Sapevamo che era complicato, per le vicende locali e perché da tempo non esistono più elezioni scontate. Il Pd ha confermato il dato delle Europee, i 5 Stelle non sanno arginare un’emorragia che viene da prima. In valore assoluto, Bianconi ha preso più voti rispetto all’ultima volta, quando avevamo vinto per un’incollatura, ora guiderà l’opposizione in una regione che ha le risorse per rialzarsi.

Che succede dopo questa batosta in Umbria? Zingaretti evoca il voto…

Zingaretti ha speso parole di lealtà e chiarezza, non si è nascosto il problema che abbiamo davanti. Se il governo non offre segni marcati della svolta che ne ha giustificato la nascita e se ogni giorno alimenta una guerriglia dentro la maggioranza continuare non ha senso. Magari in Umbria avremmo perso lo stesso ma aver trascorso le ultime settimane a disinnescare le critiche di chi il governo dovrebbe sostenerlo non ha reso la strada più sgombra.

C’è ancora margine per ripresentare l’alleanza Pd-M5S nelle altre regioni?

Penso che gli accordi reggono quando si fondano su un impianto e traguardi condivisi. Non sono scelte che si improvvisano con un tweet o un’intervista. Un’alleanza diviene strategica quando è frutto di un processo anche faticoso. Se ragioniamo così è evidente che ogni realtà valuterà le forme più adatte per sé, nessuna formula calata dall’alto può funzionare.

La soluzione è in un rapporto più forte con Iv?

Sa cosa c’è di più triste del giorno della sconfitta? Ascoltare le sentenze di quelli che “noi avevamo capito tutto, avete perso voi!”. È in quei momenti che uno, anche senza la meditazione zen, scopre il valore della pazienza.

Bonaccini in Emilia-Romagna è in discussione?

La nuova presidente dell’Umbria da sindaco di un piccolo comune avrebbe lasciato un buco di bilancio che le opposizioni quantificano in due milioni di euro. Bonaccini ha governato benissimo la sua regione e le cifre lo attestano. Si può capire in nome di cosa dovremmo spiegare agli emiliani che non è la persona giusta a completare il lavoro che ha iniziato?

Ha ragione Renzi che la foto di Narni è stata un errore?

Quella foto l’avrei fatta un mese prima, ma non è questo il tema. Potrei dire che rompere il partito maggiore del campo fa più male di un flash. Il dramma è una politica dove ciascuno è ostaggio del proprio interesse. La destra oggi appare molto più unita di noi e il fatto che per la prima volta un incremento dei votanti porti consenso a quella parte dovrebbe farci capire parecchie cose del mondo fuori.

Ci vuole un congresso straordinario?

Mi accontenterei anche di un congresso ordinario, ma un congresso vero. Una discussione che muova dalla politica e dal bisogno di ripensare il progetto del Pd dopo 12 anni di vita. Abbiamo vissuto due scissioni capitanate dai due segretari più longevi. Attorno a noi è cambiato tutto. Pensare di stare dentro questa sfida con un partito balcanizzato in correnti è da irresponsabili. Zingaretti questi problemi li ha posti con forza ancora all’ultima assemblea nazionale. Ora è bene dare gambe all’idea di una riforma e di una riorganizzazione profonde.

Che accade a Bologna a metà novembre?

Da venerdì 15 a domenica 17 rifletteremo sugli anni 20 del nostro secolo. L’abbiamo chiamata “Tutta un’altra storia” a segnare il bisogno di nuove categorie per un cambio d’epoca radicale. Rivoluzione digitale e crisi della classe media tracciano conflitti e disuguaglianze che aggrediscono la tenuta stessa della democrazia. Bologna sarà una tribuna dove ascoltare voci anche distanti da noi perché questo è il tempo dove solo cambiando noi stessi riusciremo a battere la destra peggiore.