“Perso un elettore su due: non si sa più che cosa siamo”

Il giorno dopo la grandinata, Roberta Lombardi legge rapporti e cifre. “L’analisi dell’Istituto Cattaneo dice che il Movimento in Umbria ha perso un elettore su due, persone che in gran parte sono finite nell’astensionismo. Significa che il M5S per alcuni non è più attrattivo”.

E per quale ragione? Anche perché vi siete alleati con il Pd?

Il problema principale è un altro, ovvero che non si capisce più cosa siamo, qual è la nostra identità. E su questo ha inciso anche un altro tema per noi identitario, quello del metodo. Siamo nati come un’intelligenza collettiva, ma oggi i gruppi locali sono troppo distanti dai parlamentari, i parlamentari spesso non riescono a interagire con il governo, e così via. Ma serve un collegamento, e le decisioni non possono essere calate dall’alto.

Darsi un’identità significa restare nel centrosinistra e continuare con il Pd?

Cosa siamo lo ha ribadito Beppe Grillo 15 giorni fa a Italia5Stelle: una prospettiva di futuro per il Paese.

Ha ribadito anche che bisogna andare avanti con i dem: “Basta piagnistei sul Pd”. Invece Di Maio oggi ha detto basta agli accordi con i dem a livello locale. Chi ha ragione?

Ribalterei il ragionamento, ponendo domande alle forze politiche: chi ci sta a portare avanti una transizione verde nella società e nell’economia? Chi ci sta a colpire i furbi che evadono? Chi ci sta ad approvare provvedimento come la sugar tax o la plastic tax, per redistribuire le risorse? Noi non ci sottraiamo, ma bisogna lavorare assieme con spirito di costruzione.

Lei parla di un contratto. Ed è la richiesta rilanciata in queste ore da Di Maio al Pd dopo aver dato battaglia sulla manovra, no?

Diciamo che portare avanti le nostre istanze è giusto, ma andava fatto diversamente. Parlarsi a mezzo stampa non ha aiutato, anche nell’ottica delle Regionali in Umbria. Con i litigi degli scorsi giorni sembrava di essere tornati ai tempi del governo con la Lega.

Però la domanda di partenza resta: lei, Grillo e Fico, fautori dell’accordo con il Pd, avevate torto? O meglio, siete stati sconfitti?

Io sono abituata a non arrendermi mai. Ed è un principio che Gianroberto Casaleggio ripeteva spesso.

Ergo, bisogna continuare?

Io credo che non ci si debba porre limiti. Dopodiché, la questione centrale è cosa vogliamo essere negli enti locali, se una forza di governo o invece una forza di rappresentanza, che faccia una buona opposizione.

Come? Barbara Lezzi e altri esponenti del Movimento chiedono un’assemblea nazionale.

Penso che sia opportuno valutare se la piattaforma web Rousseau basti per il confronto, o se non servano anche assemblee territoriali.

E una a livello nazionale?

Abbiamo oltre 150mila iscritti, mi pare complicato organizzarla (sorride, ndr).

Lei la foto di Narni con tutti i leader di governo in posa l’avrebbe scattata?

Questa immagine ha colpito molto voi giornalisti…

La politica è fatta anche di simboli…

Quella foto è servita a ricordare che c’è un governo, una maggioranza che sta lavorando.

Ma così hanno confermato che l’Umbria era un test nazionale.

Sapevamo dall’inizio che sarebbe stata molto difficile.

Magari sarebbe stato meglio non esordire così presto con un accordo locale.

Se non lo avessimo fatto ci avrebbero rinfacciato di non averci provato. Con il senno di poi si può dire tutto.

Comunque è stata sconfitta. Il capo politico Di Maio va messo in discussione?

È stato avviato un processo di riorganizzazione, con un team del futuro nazionale ripartito per temi, e referenti regionali. Se costruito dal basso è un nuovo modello di leadership, ed è una risposta per ripartire, anche rispetto al tema del metodo.

I (noti) legami tra Conte e Mincione sul “FT”

Retelit e Carige. I contatti tra i mondi di Raffaele Mincione e Giuseppe Conte passano attraverso queste due società e si intrecciano intorno a un nome: Guido Alpa, avvocato, professore e mentore di Conte.

Le vicende della società di telecomunicazioni e della banca ligure si incrociano nel fondo Athena di Mincione: l’unico investitore era il Vaticano. Di 200 milioni di dollari, circa 80 finirono per l’acquisto di un palazzo di Londra. Il resto andò in titoli Retelit, Tas e Carige.

La questione Retelit è stata rispolverata dal Financial Times che ha ricordato il parere che l’allora avvocato Conte emise a favore di Fiber 4.0, una cordata di azionisti di Retelit di cui Athena possedeva il 40%. A maggio 2018 Conte, spiega FT, fornì un parere sottolineando l’eventualità che il governo italiano utilizzasse il “golden power”, l’intervento che uno Stato si riserva per società strategiche. Conte evidenziò che Retelit rischiava di finire sotto il controllo di tedeschi e libici. A prevalere fu la cordata avversa a Mincione. In effetti l’esecutivo Conte, nato un mese dopo, esercitò poi il golden power. Mincione al Corriere ha riferito: “Su Retelit ci hanno suggerito il nome di un avvocato che aveva la nostra stessa scuola di pensiero”, cioè Conte. “Non l’ho mai incontrato, non gli ho mai dato un incarico, lo ha fatto uno dei miei collaboratori”, giura Mincione. Palazzo Chigi ricostruisce: “Quando fu fornito il parere nessuno poteva immaginare che, poche settimane dopo, un governo presieduto dallo stesso Conte sarebbe stato chiamato a pronunciarsi sulla questione. Per evitare ogni conflitto, Conte si è astenuto. Era in Canada”. Conte sostiene anche che l’Antitrust si è occupato della vicenda (dopo un esposto di alcuni parlamentari dem) e ha stabilito che non c’era stato conflitto di interessi. Matteo Salvini ha chiesto a Conte di riferire in Parlamento. Anche se – vista l’assenza di Conte – fu proprio lui ha presiedere il Consiglio dei ministri che votò il golden power.

Poi c’è Carige. Anche qui sono finiti nel mirino i denari riferibili al Vaticano che Athena amministrava. Il nome di Conte non compare nelle vicende della banca. Ma le cronache ricordano che nel settembre 2018 una cordata guidata da Mincione si propose di acquistare Carige disarcionando i soci di maggioranza (la famiglia Malacalza). A sostenere la lista Pop12 – quella di Mincione – fu Alpa, autore di un appassionato intervento in assemblea. Alpa che sedeva (anche ai tempi di Giovanni Berneschi) nei cda di banca, Fondazione e compagnia di assicurazione controllata. Ma soprattutto Alpa che ha lavorato con Conte.

Guida al masochismo prêt-à-porter giallorosa

Pensavamo che dopo averlo visto fare a Matteo Salvini, nel memorabile 8 di agosto, quello di spararsi sui piedi fosse stato un infortunio da ebrezza, ridicolo ma isolato. Ora però i comportamenti bislacchi di Pd-5Stelle prima, durante e dopo la catastrofe umbra ci dicono che siamo alle sventagliate di mitra sugli zebedei. Un masochismo prêt-à-porter di cui proponiamo un breve sunto.

1. Lo sapevano anche i sassi che la partita in Umbria era strapersa prima ancora di cominciare, perché dopo mezzo secolo ininterrotto al potere la parola sinistra era diventata indigesta ai più, figuriamoci dopo lo scandalo sanitario che ha estromesso la governatrice Pd, Catiuscia Marini. Soltanto i nostri eroi facevano finta di non saperlo e si dedicavano alla ricerca di un candidato comune, individuato in quel Vincenzo Bianconi a cui, oltre alla varietà dei gilet, va riconosciuto l’ardimento di un kamikaze. Meglio perdere uniti che procedere in ordine sparso verso la sconfitta, è stato spiegato con sottigliezza, ma a parte che alla luce dei risultati non si capisce quale altro peggio sia stata evitato, non si è voluto comprendere che il problema non era l’inevitabile tracollo del centrosinistra, ma come minimizzarne le conseguenze a livello politico nazionale. Visto e considerato che, ancora scosso per l’autoinfortunio del Papeete beach, Matteo Salvini si era gettato a pesce sulle elezioni umbre trasformando il voto di 700mila elettori in un giudizio universale. Una saggia comunicazione dei suoi avversari avrebbe dato al voto di domenica la sua non straordinaria dimensione politica. E invece.

2. La foto di Narni, con la festosa squadriglia kamikaze Zingaretti, Di Maio, Speranza, Conte, Bianconi, scattata un momento prima di immolarsi gridando “banzai” resta un mistero dell’autoflagellazione più insensata poiché non risulta che gli effigiati ne abbiano ricavato piacere alcuno (a parte Matteo Renzi, che infatti non c’era). Non è servito neppure che i giornali avessero provveduto a ripubblicare, come monito, un’altra foto piuttosto iettatoria: quella di Vasto del 2011 che ritrae Bersani, Vendola e Di Pietro, un patto che durò pochissimo C’era un’altra ipotesi: che i prodi di Narni avessero in realtà voluto suggellare un patto di ferro, anzi di acciaio ripromettendosi di replicare la santa alleanza contro la destra salviniana alle prossime regionali del gennaio 2020, queste sì decisive, in Emilia-Romagna e Calabria, costasse quello che costasse. E invece.

3. Invece, il giorno dopo la disfatta della foto di Narni non si parla più. O, per essere più precisi, si è in qualche modo autocancellata, come accadeva ai tempi dell’Urss agli uomini del regime caduti in disgrazia. Per ammansire la fronda interna che intende disarcionarlo dal ruolo di capo politico del Movimento, Di Maio ha proclamato ufficialmente “chiuso” l’esperimento delle alleanze locali col Pd. Annunciando nel contempo una imprecisata “terza via” del M5S, che sulla base del 7% raccolto in Umbria non sembra promettere un futuro radioso. Zingaretti scarica tutte le colpe su Renzi, che a sua volta incolpa di tutto la famosa foto (“genialata”). Mentre il premier Conte affronta l’immane compito di richiamare a un minimo di logica i partner di governo spiegando che disuniti non si va da nessuna parte. E che anzi si spiana un’autostrada a Salvini, da Perugia a Bologna e poi chissà verso Palazzo Chigi. Dio acceca chi vuole perdere dicevano gli antichi. Nel nostro caso chi vuole perdere si acceca da solo.

Un vaffa cosmico che lascia vivi i dem e “morituri” i 5S

Un vaffa cosmico, mai immaginabile. Ma Perugia è l’Italia? “Ci hanno mangiati, digeriti e anche espulsi. Eravamo il virus, e gli italiani sono corsi in bagno”, illustra con una metafora metabolica il professor Aurelio Ricci, docente di storia e filosofia al liceo: “Sono un elettore cinquestelle sconcertato e depresso. Ma lucido. Vedo la fine”, dice al bar del corso Vannucci, il locale dove andavano i dirigenti del Pd, la cui sede stamane è chiusa in luttuosa consacrazione della scandalosa e definitiva pronuncia degli umbri.

Quasi nessuno per strada, solo gli operai al lavoro per smontare i gazebo di Eurochocolate, la fiera della vanità dove si sono unti del buonissimo cacao zuccherato candidati e prestanome, leader e vice. E chi gioisce? Non certo Walter Verini il commissario del Pd fasciato a lutto di Zingaretti, chiamato a dare voce a un partito fantasma, peripatetico, quasi ininfluente: “Noi più o meno abbiamo tenuto. Loro più o meno sono scomparsi. E noi siamo però divenuti un raggruppamento di micronotabilato, come analizza bene il sociologo Mauro Calise. Nessun pathos, niente empatia. Solo colleganze strategiche, giochi di corrente. Malgrado tutto però siamo vivi. Quegli altri mi sembrano invece morituri”.

Ecco, scrive Arturo Parisi, il contanumeri di Romano Prodi, professore pure lui di Bologna che da qualche anno è in pensione ma che non smette di frustare il Pd “ogni cento elettori grillini delle elezioni politiche, settantotto hanno negato la conferma del loro voto”. L’enormità, la voragine, la disfatta porta dietro altri timori: “Senza l’argine del Movimento la destra dilagherà ancor di più, non è difficile che la troveremo al cinquanta per cento”,profetizza alla radio Massimo Cacciari.

Ma com’è possibile che tutto d’un tratto l’Umbria rossa diventi verde, i comunisti si trasformino in leghisti, o fascisti, le bandiere rosse in bandiere nere, i compagni in camerati? “È possibile eccome – dice Riccardo Marchetti, uno dei deputati umbri della Lega – La tradizione del buongoverno si è fermata al Pci. Quel partito era veramente una fucina, poi nel tempo si sono fatti prendere la mano dalle camarille e dalle clientele. La gente non ne poteva più, e si vedeva. Da noi arrivano a frotte. Certo, c’è sempre il saltimbanco, quello che corre in aiuto del vincitore. Ma la maggioranza è gente perbene, gente stufa che vuole impegnarsi con noi”.

L’Umbria non ne poteva più. Ecco il sindaco di Terni, Leonardo Latini: “Ma capisce che solo con Salvini sono tornati i comizi in piazza? Prima si era così depressi, così sistematicamente chiusi nella certezza che nulla potesse cambiare, che il potere della sinistra fosse immodificabile e immortale, che si erano azzerati gli incontri all’aperto? Con Matteo tutto il mondo è andato sottosopra. Lui ci ha portati alla vittoria, portati fisicamente, col suo corpo e le sue braccia e la sua voce. Il popolo lo ha sentito, lo ha toccato, si è fatto le foto. E lo ha votato. E adesso lo ringrazia. È rinato!”.

“La verità è che stiamo proprio sui coglioni”, aveva spiegato con enorme capacità di sintesi Stefano Bigaroni, presidente di una società regionale pubblica, Umbria digitale. Un club di antipatici era divenuto il circolo del Pd, e un club di sprovveduti i loro recenti alleati, gli antichi e acerrimi nemeci cinquestelle.

Forse, alla radice di questo voto, che sotterra il dominio rosso e lo pialla da Spello a Spoleto, da Terni a Foligno, c’è questa considerazione che fa Anna, cameriera dell’albergo Fortuna, il luogo dove Salvini ha scelto di aspettare la vittoria. Anna, immigrata dall’Ecuador con permesso regolare: “Le cose stavano troppo peggiorando, e Salvini dice giusto. Non possono venire gli africani se per noi già manca il lavoro. Dove li mettiamo?”.

Anna, immigrata regolare, fa il tifo per Salvini. Il senso comune avvicina a sé le ragioni della destra, allontana quelle della sinistra. E perché? Sentite Anna: “Io per lavorare mi sono dovuta iscrivere a una cooperativa che però non ci tratta bene. Ci paga poco, ci sfrutta”.

La cooperazione, da forza produttiva e collante della classe operaia col partito, la base col vertice, è divenuta sintesi burocratica delle camarille e degli accordi di potere. Non si coopera ma si sfrutta. Dov’è più la sinistra?

“Avevo annunciato per tempo l’arrivo della tempesta perfetta, ed eccola qui”, dice Catiuscia Marini, la governatrice incolpata dai Cinque Stelle e fatta dimettere dal Pd e ora, a braccia conserte, guarda quel che annunciava. La tempesta.

Non c’è che dire, e dove andare. Sopra o sotto? A Città di Castello o a Gubbio? A Foligno? Cos’è rimasta dell’Umbria rossa? Zero carbonella. Come d’un fuoco arde l’esperienza grillina che meno di due anni fa li lanciò in aria così in alto da non reggersi dallo spavento. Tanta roba, tanti voti. Ma così tanti da soffocarli. Diceva Thomas De Luca, candidato sindaco di Terni: “Ero certo di vincere, avevamo fatto le nostre battaglie, avevamo mandato i dirigenti del Pd a processo. Poi d’un tratto è arrivato il ciclone Salvini. La gente neanche sapeva chi fosse il candidato della Lega, gli bastava Salvini”. “Capisci che è magica questa notte? Otto consiglierio in Regione, il record dei record”, esulta Barbara Saltamartini, commissaria leghista.

In diciannove mesi i nemici dei grillini sono divenuti amici e la polvere della sconfitta ha raso al suolo il castello dei sogni.

Nemmeno l’8 per cento. Il vaffa è ritornato al mittente e Perugia già a un sindaco berlusconiano, ora si tinge di verde ma con un tocco pesante di destra nazionale, romanticamente postfascista che quella tignosa di Giorgia Meloni ha condotto oltre la soglia della doppia cifra. Meloni è l’alleata necessaria di Salvini, ma i due certo non si amano (il gossip mette in bocca a Matteo questo soprannome: “La malefica”).

Perugia, così bella e così avanti alle altre, sembra l’Italia che verrà. E succede che alcuni ragazzi, burloni di sinistra, nella notte della tremenda sconfitta, espongano la bandiera rossa comunista al suono della canzonetta di Forza Italia: “Meno male che Silvio c’è”.

È scomparso dalla scena Silvio, sembrano finiti i comunisti. Resta Matteo, quello che l’8 agosto scorso al Papeete ha chiesto elezioni e pieni poteri.

“Esperimento fallito, basta accordi”: ma i big frenano Di Maio

Giuseppe Conte lo invita a “rifletterci bene”, Roberto Fico anche: “Luigi, è andata male, però valutiamo prima di chiudere con gli accordi”. Ma il capo politico che non ci aveva mai creduto dice già basta, mai più alle Regionali con il Pd. “L’esperimento non ha funzionato, le alleanze a livello locale con altre forze politiche non sono la soluzione”, sentenzia su Facebook Luigi Di Maio dopo il 7 e qualcosa rimediato in Umbria, disfatta che fa rima con il 17 per cento delle Europee di maggio. E due catastrofi in pochi mesi sono sufficienti, per il capo politico. Anche se il Movimento tanto per cambiare si spacca sul suo no, ed emerge anche nel “caminetto” in serata con tutti i big.

Ma ora Di Maio dice di no, per sopravvivere. Visto che il Movimento è un alveare impazzito dove i gruppi parlamentari non fingono neppure di dargli retta, tanto vale cercare di ricucire con eletti e attivisti locali, promettendo di non mischiarsi più all’ex grande Satana, al Pd. “Luigi sa di essersi ulteriormente indebolito”, ammettono i suoi. Così prova a rovesciare il tavolo. Certo, il governo giallorosso va avanti, anche se ora il ministro invoca un “programma dettagliato meglio”, cioè un contratto. Ma sul resto, taglio netto. “Dobbiamo azzerare tutte le aspettative e ricominciare da zero, siamo la terza via che va oltre la destra e la sinistra” scandisce Di Maio con toni da Movimento vecchia maniera. “Parla innanzitutto a eletti e attivisti di Emilia Romagna e Calabria” traducono dai piani alti. Basi con una stessa parola d’ordine, mai con i dem.

Per questo ieri Di Maio sente parlamentari e consiglieri locali delle due regioni, per preparare riunioni apposite che si terranno oggi. “Il capo politico seguirà le indicazioni dei territori, il M5S non può spaccarsi in nome delle alleanze” è la linea. Ma l’addio ai dem varrà ovunque? “In Campania magari no” ragiona un dimaiano. Ossia, il post non è proprio una pietra tombale su intese future. Però gli assomiglia molto. Di certo in mattinata il capo anticipa le sue parole al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al presidente della Camera Fico e al segretario del Pd Nicola Zingaretti. E Conte gli chiede di pensarci, di non chiudere subito: “Però Luigi, il capo del Movimento sei tu, la decisione è tua”. Di sicuro lui e il premier hanno idee diverse al riguardo, e Conte lo conferma: “La foto di Narni (quella con Di Maio, Zingaretti e Speranza, ndr) la rifarei mille volte”. Il capo politico invece il Pd non lo avrebbe abbracciato neanche in estate. “Sia che stiamo con i dem che con Lega al governo, perdiamo consenso” teorizza. E da Sky aggiunge una frecciata per il premier: “Credo che alla gente non freghi nulla se Conte sia o meno il nuovo Prodi”. Ma il Di Maio di ieri prende le distanze anche da Beppe Grillo, il teorico di un “nuovo centrosinistra”, quello che ha imposto l’accordo di governo. Non a caso il Garante è incerto su come reagire alla mazzata. Su Twitter prima prova a scherzare: “Pensavo peggio”. Poi però cancella il tweet e rilancia postando un vecchio brano dei Soundgarden, Black Hole Sun. “Buco nero del sole, spazzerai via la pioggia?” chiedevano i quattro maestri del grunge.

Nell’attesa Di Maio l’ombrello lo ha già aperto, perché mezzo M5S gli rovescia addosso di tutto. “In Umbria siamo sfuggiti alla responsabilità politica” monita la senatrice ed ex ministra del Barbara Lezzi, che chiede “un’assemblea”. Durissimo il senatore Elio Lannutti: “Quando si tradiscono principi e valori, si cercano ancora giustificazioni alle sconfitte?”. Poi c’è l’europarlamentare siciliano Ignazio Corrao, che a Omnibus evoca l’alternativa: “Ora abbiamo bisogno di Alessandro Di Battista e di tutti quelli che ci hanno messo la faccia dal primo momento”. Simone Valente, veterano ligure, cammina per la Camera: “Il problema non sta nei numeri, ma nella rotta che va recuperata, spero che non si commettano gli stessi errori in altre Regioni”. In serata Di Maio riunisce 7-8 big: i ministri Bonafede e Fraccaro e alcuni maggiorenti.

E nel vertice con toni diversi più o meno tutti dicono che tagliare ogni ponte a livello locale con i dem ora è troppo definitivo. “Luigi, sembriamo schizofrenici, persone che cambiano idea ogni 5 minuti”. La richiesta, insomma, è di non correre, valutando ogni passo anche con i territori. E il nodo principale è l’Emilia Romagna. “Se si perde, il governo rischia di non reggere” osserva più di un big. Fuori, i parlamentari si schierano. “Sia chiaro, indietro non si torna” scandisce il deputato Giorgio Trizzino, fautore dell’apertura a sinistra. Mentre il sottosegretario lombardo Stefano Buffagni va in direzione opposta: “Meglio soli che male accompagnati”. Visioni diverse, nel M5S che sbanda.

“Test che non incide sul governo. Il patto ha bisogno di tempo”

La foto di Narni, dice, la rifarebbe “mille volte”. Ci sia concesso di dubitarne. Di certo per Giuseppe Conte ieri mattina non è stato un bel risveglio. Hai voglia a dire che l’Umbria “ha la stessa popolazione della provincia di Lecce”, come aveva dichiarato il premier a Perugia una settimana prima del voto.

Un’uscita un po’ goffa, dettata dal bisogno di minimizzare una sconfitta che sembrava probabilissima e infatti si è puntualmente verificata. Era davvero difficile pensare che potesse andare altrimenti: troppo fresco il ricordo degli scandali che hanno travolto la giunta Marini; troppo poco credibile l’improvvisata coalizione “civica” tra Pd e Movimento Cinque Stelle, messa in piedi con scarsi entusiasmi e tanta necessità. Insomma: c’erano tutte le condizioni perché finisse male, ed è finita malissimo.

Il giorno dopo la botta, a Conte non resta che provare a nascondere la delusione. Al telefono sente sia Luigi Di Maio che Nicola Zingaretti. L’analisi è in sintonia soprattutto col secondo. Nessuno mette in dubbio di andare avanti col governo, ma il capo dei Cinque Stelle già parla di “dettagliare e migliorare il programma dell’esecutivo”.

Il premier fa buon viso. Quello della Regione che pesa come la provincia di Lecce è “un test da non trascurare affatto”, ma soprattutto “un test regionale che non può incidere sul piano nazionale, noi siamo qui per governare con coraggio e determinazione”. Ma allora, a maggior ragione, perché ha voluto mettere a tutti costi la faccia su una sconfitta annunciata? Perché la visita a Perugia a 7 giorni dal voto e la chiusura della campagna elettorale a Narni, con la ormai tristemente celebre foto insieme a Zingaretti, Di Maio e Speranza? Conte – dicendo una bugia – sostiene di non esserne pentito, perché “c’era da dare un mano” e perché “la politica è coraggio, determinazione e visione strategica”. Intanto però quella foto è invecchiata precocemente, e piuttosto male. Di Maio – che avrebbe voluto addirittura una maggiore presenza di Conte in campagna elettorale, secondo fonti vicine al capo grillino – ha mostrato di avere una gran fretta di decretare la fine delle alleanze locali con il Pd. L’ha dichiarato subito: “L’esperimento non ha funzionato, è una strada non praticabile”. Zingaretti gli ha fatto il verso, ironico: “Se vuole andare da solo con l’8%, con le destre che raggiungono il 48%, cosa dirgli? Auguri!”.

Anche Conte, tra le righe, consiglia al capo politico dei Cinque Stelle un po’ di prudenza, prima di buttare via tutto: “Di certo l’esperimento non ha dato i risultati sperati, ma è stato partorito tardi e si presta a varie valutazioni. Io lascio la libertà ai leader delle varie forze di fare le loro valutazioni, ma chiedo anche di darsi del tempo, di riflettere. Se qualcosa non ha funzionato, si può anche valutare come migliorarla”.

Tra i litiganti, a godere è l’unico che dalla foto di Narni – e dall’Umbria tutta – si è tenuto saggiamente a distanza. Puntuale come una cartella di Equitalia, nel lunedì post-elettorale è arrivata la e-news di Matteo Renzi. Italia Viva non ha schierato la sua lista alle Regionali, ma il suo leader non può esimersi dal commentarle (senza particolare sofferenza per la netta vittoria di Salvini): “Una sconfitta scritta, figlia di un accordo sbagliato nei tempi e nei modi. Lo avevo detto, anche privatamente, a tutti i protagonisti. Non a caso Italia Viva è stata fuori dalla partita”. Renzi infierisce: Non ho capito la ‘genialata’ di fare una foto di gruppo all’ultimo minuto portando il premier in campagna elettorale per le Regionali”. Su una considerazione però è difficile dare torto all’ex presidente del Consiglio: “Penso che il governo debba preoccuparsi solo di governare, e di cercare di farlo bene”. Personalizzare la partita umbra – come era piuttosto semplice prevedere – non ha fatto bene a nessuno. Per Conte poi era la prima volta: è stata la sua prima campagna elettorale; il primo appuntamento da attore politico a tutti gli effetti. È vero: l’Umbria è una Regione da 880mila abitanti, i risultati valgono quello che valgono. Ma il segnale non è stato incoraggiante.

A contribuire al malumore del premier c’è pure la questione Fiber; l’articolo del Financial Times sul presunto conflitto d’interesse di Conte, il contatto con un fondo di investimento indagato in Vaticano. Il premier si è detto “tranquillissimo”, perché è una questione già chiarita: “È già stata affrontata anche dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ho fornito all’autorità tutte le informazioni richieste, l’authority ha ritenuto di non avviare alcun procedimento”. Ma insomma, quello di Conte è stato il lunedì dei lunedì. Se non altro è finito.

Perché l’Umbria non è più rossa e nemmeno grillina

Che le dimensioni della vittoria del centrodestra in Umbria siano impressionanti è un fatto, che siano una sorpresa non proprio. Lo lasciamo dire a un report pre-elettorale dell’Istituto Cattaneo: “La descrizione dell’Umbria come una regione ancora elettoralmente ‘rossa’ è il frutto di un’inerzia storica che non trova più solidi appigli nella realtà”. Effettivamente la mappa del voto in regione si era assai scolorita già da anni, fino a portare il centrosinistra ben sotto il 30% già alle Politiche del 2018 ed era “verde-Lega” fin dalle Europee di maggio, quando il partito di Salvini era risultato il più votato in 86 comuni su 92 e il centrodestra con FdI e Forza Italia assommava al 51% dei voti.

Il contesto di questo voto va tenuto da conto. Pesa, ovviamente, lo scandalo della sanità regionale che ha fatto saltare la Giunta di Catiuscia Marini, ma ancor di più un dato strutturale: l’Umbria, negli ultimi dieci anni, ha avuto una storia economica più simile al Mezzogiorno che la CentroNord. Il Pil, ad esempio, è ancora largamente inferiore al picco pre-crisi del 2008 e certo non hanno aiutato i terremoti del 2016 e la pessima gestione della ricostruzione.

In sostanza, l’elettorato del centrosinistra si assottiglia ogni anno ed è ormai una minoranza; gli altri votano contro per il regime change dopo 50 anni di “monocolore” a sinistra: come vedremo meglio, l’area del Pd più i suoi alleati ha di fatto confermato i voti delle Europee, sono i 5 Stelle che tracollano e perdono consensi verso l’astensione e gli altri partiti. L’alleanza col potere dem non è piaciuta.

I candidati. Come si sa, è finita tanto a poco a favore di Salvini e Donatella Tesei, la nuova governatrice: 255mila voti e il 57% contro 166mila e il 37% per Vincenzo Bianconi, appoggiato da Pd, M5S e cespugli vari. Non male l’affluenza: vicina al 65%, quasi dieci punti in più rispetto alle Regionali del 2015, non distante dal 67,6% delle ultime Europee, quelle del trionfo leghista. Ovviamente il voto locale non è del tutto paragonabile a quello nazionale – ci sono le civiche, c’è la forza dei candidati con consenso personale – ma gli umbri sembrano aver confermato il voto di cinque mesi fa e questo nonostante sulla scheda ci fosse anche il nome di Claudio Ricci, candidato del centrodestra nel 2015 fattosi civico oggi: solo 11.700 voti e il 2,6% per lui. Nell’altra metà del campo, invece, mancano migliaia di voti e una decina di punti percentuali rispetto a maggio: i 166mila voti di Bianconi, peraltro, sono all’ingrosso i 160mila della Marini nel 2015, quando i 5 Stelle ne presero 50mila correndo da soli.

I partiti. Volendo riassumere: vincono Salvini e Meloni, tiene a fatica il Pd, si spegne in un sussurro Forza Italia e col botto il Movimento 5 Stelle. La Lega mette assieme 154mila voti e il 36,9%: 17mila preferenze e oltre un punto percentuale in meno rispetto a maggio. È l’effetto delle civiche certo (quelle pro-Tesei valgono 25 mila voti), ma pure dell’exploit di Fratelli d’Italia: 43mila consensi (pari al 10,4%) contro i 25mila (6,5%) delle Europee. Il partito di Berlusconi, invece, è in via di consunzione: 57mila voti alle Politiche 2018, 29mila a maggio, neanche 23mila oggi (le percentuali passano dall’11,2 al 6,4 fino al 5,5% attuale). Il Pd, come detto, perde poco rispetto a maggio: 1,6 punti e 14mila voti. La vera mazzata è per Luigi Di Maio e soci: 140mila voti (27,5%) nel 2018, quasi 66mila cinque mesi fa (14,6%), 30mila (7,4%) oggi. Se questo è un trend che verrà confermato, non parleremo ancora a lungo dei 5 Stelle.

I flussi. La domanda di base è: dove sono finiti i 36mila voti persi dai 5 Stelle rispetto alle Europee? La maggior parte nell’astensione (uno su tre secondo Swg, la metà secondo il Cattaneo), gli altri sono andati principalmente verso destra (Lega e FdI), seguendo gli “emigrati” delle Europee, qualcuno persino al Pd. Anche i dem sono stati penalizzati dall’astensione: confermano il 66,7% dei consensi (Swg) e contengono le perdite verso Salvini e i grillini. Il centrodestra, invece, si tiene l’80% dei voti di maggio e pesca il resto tra astenuti ed elettori giallorosa. Meloni, l’unica ad aumentare i voti assoluti, “ruba” soprattutto a Lega e FI.

Pulvis et Umbria

Se le elezioni regionali in Umbria fossero un test nazionale – e lo sono per il 2% dell’elettorato – andrebbero confrontate con le europee del 26 maggio: si scoprirebbe che l’unico partito che guadagna voti è FdI, a spese di FI, mentre ne perde 17 mila persino la Lega trionfante, malgrado la candidata del centrodestra sia una leghista di ferro. Salvini non ha espugnato l’Umbria l’altroieri: l’aveva già conquistata a maggio, anzi addirittura nei due anni precedenti, con le vittorie in quasi tutti i comuni. E il Pd aveva perso ogni speranza, dopo 49 anni di governo ininterrotto, il 12 aprile, con la retata che s’era portata via mezza giunta e mezzo vertice locale. I 5Stelle, in quei giorni, erano ancora al governo con la Lega ed era anche grazie ai loro esposti in Regione che l’inchiesta era partita: eppure, alle Europee, avevano quasi dimezzato i voti delle Politiche di un anno prima. Già allora le dinamiche nazionali c’entravano poco: la maggioranza degli umbri, impoveriti e indignati da una lunga crisi industriale e morale, aveva già scelto di cambiare tutto dopo mezzo secolo buttandosi sul partitone che dava più garanzie di vittoria e aveva già un candidato forte, la sindaca di Montefalco Donatella Tesei. L’effetto “carro del vincitore” ha fatto il resto: lo sfondamento di domenica. Che ha penalizzato soprattutto i 5Stelle, cioè il vaso di coccio della coalizione civica giallo-rosa, e molto meno il Pd, vaso di ferro ammaccato ma ancora dotato di una sua rete di potere territoriale in grado di fargli conservare, malgrado tutto, i voti delle Europee.

Quando si perde con 20 punti di distacco, ogni recriminazione è tempo perso. Neppure candidando Napoleone si sarebbe arrestata la valanga: figurarsi con Vincenzo Bianconi, scovato all’ultimo giorno utile e costretto a rimontare in un mese il trio Salvini-Meloni-Tesei che batteva l’Umbria palmo a palmo da un pezzo. Col senno di poi, 5Stelle e Pd sono stati poco furbi: potevano dare per persa l’Umbria e andare separati al macello, per strappare ciascuno un paio di punticini in più e poi raccontare che la sconfitta è figlia della separazione e bisogna unirsi nelle regioni contendibili. Invece Di Maio, Zinga e Conte si sono pure fatti fotografare insieme e ora se lo sentono rinfacciare da Renzi, il re degli sciacalli, così esperto in vittorie da non aver neppure una lista. Sì, potevano fare i furbi come lui: fuggire dalla campagna elettorale per poi dare la colpa a qualcun altro. Ma con le furbizie si salva magari la faccia, però si perde l’anima. Ora Di Maio, con la precipitazione della paura, rinnega i patti civici dopo il primo flop, peraltro scontato e inevitabile.

E dice che “i 5Stelle da soli vanno meglio”. In Umbria, col Pd sputtanato dalle inchieste, certamente sì. Ma non tutte le regioni e i comuni sono uguali, anche perché i 5Stelle avranno pure qualche buon sindaco o governatore da proporre. In ogni caso, in dieci anni di Regionali, erano sempre andati da soli e avevano sempre perso lo stesso. Prima di tornarsene sulla torre d’avorio a gridare vaffanculo a tutti, dovrebbero forse pensare meno agli alleati e più a se stessi. Chi avrebbero candidato in Umbria senza il civico Bianconi? E su quale progetto politico? E con quali forze territoriali? Vagheggiare il “ritorno allo spirito delle origini” non ha alcun senso: l’Italia di oggi non è più quella del 2009 grazie soprattutto a loro, che hanno contaminato e migliorato tutta la politica. Inclusi se stessi. Ma, a furia di dare agli altri, si sono svuotati. La spinta dal basso dei meetup s’è esaurita perché gli attivisti sono stati eletti, lasciando il deserto sui territori: il che dovrebbe spingerli ad accelerare la mille volte annunciata e rinviata riorganizzazione, con la nomina di responsabili regionali e tematici che riprendano a pensare e a proporre e inizino a reclutare e formare una classe dirigente (gente come Bianconi andrebbe coinvolta, valorizzata, non gettata via).
L’Umbria, non essendo l’Ohio, passerà: tra due giorni nessuno si ricorderà più di quel voto. E chi oggi prevede un’imminente crisi di governo si accorgerà che il Conte 2 esce non indebolito, ma paradossalmente rafforzato: sia perché nessuno ha interesse a regalare altro spazio alla volgare arroganza di Salvini e Renzi; sia perché ci sono una manovra di Bilancio da approvare e importanti riforme da varare; e sia, soprattutto, perché il governo è nato appena 50 giorni fa, e gli esecutivi si valutano dopo anni, non dopo due mesi (così come le alleanze inedite non si giudicano da un primo, frettoloso e disperato esperimento). Poi però, oltre a fare cose utili, sarà importante raccontarle nel modo giusto, lasciando i due Mattei a latrare alla luna e mostrando ai cittadini che chi sostiene il governo lo fa con orgoglio ed entusiasmo. La tanto bistrattata “foto di Narni”, se aveva un difetto, era quello di tradire troppo imbarazzo e scarsa convinzione. Ora andrebbe replicata e riempita di contenuti. Un governo non regge se discute ogni giorno di quanto dura o di quando cade. Il Conte 2, fino a prova contraria, è il migliore possibile su piazza: ma, se non ci credono le forze che lo compongono, non possono pretendere che ci credano i cittadini.
Ps. L’altra sera, alla MaratonaMentana, il direttore del Verano Illustrato è riuscito a paragonare – restando serio – il parere pro veritate dato da Conte quand’era avvocato a una società (che poi non ebbe alcun favore dal suo governo, che decise sul punto in sua assenza) alla sceneggiata di B. che esce dal Consiglio dei ministri mentre i suoi impiegati varano il decreto salva-Rete4 per neutralizzare due sentenze della Consulta che impongono il passaggio della tv su satellite e fargli guadagnare centinaia di milioni. Ecco: in questo momento si sentiva giusto la mancanza di un po’ di salvinismo di sinistra.

“Ora raddoppiate gli sforzi”: l’ultimo messaggio del signore del Dark Web

Terrorismo senza frontiere, quello di al-Baghdani. Soprattutto le frontiere virtuali ed incontrollabili del dark web, la rete parallela di Internet dove si trova ciò che Google non raccoglie o non vuole accogliere. In questo spazio lo “sceicco invisibile” (uno dei tanti soprannomi di al-Baghdani) ha diffuso il principale strumento della propaganda Isis, la rivista telematica Dabiq, pubblicata on-line in arabo, inglese, francese, tedesco, russo, dove postare documenti, discorsi, video, reportages. Ed esaltare il più grande jihad transnazionale mai condotto. Una delle parole d’ordine veicolate su Dabiq era “raddoppiate gli sforzi”, e quest’appello è stato l’incitamento del suo ultimo messaggio audio (16 settembre scorso). Ben concepita tecnicamente, Dabiq doveva idealizzare Daesh, lo Stato islamico dotato di un’identità fantasmatica ma per il quale battersi sino all’ultimo sangue: la giustificazione della loro violenza. E dove dare spazio alle varie motivazioni per farne parte, dallo jihadismo “missionario” (provocato dall’indignazione per le sofferenze dei civili musulmani) a quello dei fanatici religiosi che sognano di entrare nel Gotha del terrorismo diventando kamikaze o partecipando alla battaglia della fine dei tempi contro i Crociati. Tra tecnologia moderna e superstizioni oscurantiste, come peraltro fa capire il nome della testata. Dabiq è infatti una località della Siria del nord, sulla strada fra Aleppo e la Turchia citata in una profezia apocalittica molto popolare tra i jihadista. Perché è il posto del confronto finale tra musulmani ed infedeli.

Fede e oro: il tiranno che ha causato 400 vittime in Europa

“Possono tagliare pure la testa dell’Isis, ma è come quella dell’Idra. Ne tagli una, ne rinascono due”: consapevole d’essere braccato, scampato alla morte più volte, Abu Bakr al-Baghdadi con queste parole lanciava un chiaro messaggio ai suoi uomini. Essere sconfitti non significa scomparire. Muoio io, non l’Isis che dovrà continuare lo Jihad. Cambiando strategia. Ritirandosi per ricominciare altrove. Così, centinaia di combattenti hanno trovato riparo in Sinai, sono ritornati nel Caucaso (il grande timore di Putin) dopo aver combattuto in Siria. Altri, dal Libano sono andati in Libia, e di qui nel Sahara algerino e mauritano (il Maghreb islamico conteso ad al-Qaeda). Altri ancora, nel nord della Nigeria, nello Yemen. In Indonesia. Quanto ai foreign fighters, l’ordine è stato quello di rientrare in Europa. E prepararsi a nuove operazioni.

Pragmatico quanto fanatico, al-Baghdadi non si è mai illuso di sfuggire alla caccia dei servizi occidentali. Ma li ha sfidati. Ha insanguinato l’Europa con attentati costati la vita a quasi 400 persone, per destabilizzare governi e radicalizzare l’opinione pubblica. Ha creato Daesh, uno stato totalitario. Più o meno grosso quanto la Gran Bretagna, popolato da otto milioni di abitanti, sottraendo territori all’Iraq e alla Siria, dove l’unica legge che vigeva era quella della Sharia. Basava la sua autorità sull’esercizio “educativo” della crudeltà integrale. Ma sapeva manipolare la comunicazione digitale, reclutando massicciamente nuovi adepti. Ha contrabbandato petrolio e droga per finanziare l’acquisto di armi e mettere in piedi un sistema sanitario e scolastico permeati dei suoi principii (rigetto della democrazia e della laicità).

Un despota visionario che di orrore in orrore è diventato il grande babau dell’Occidente, ma anche di gran parte del mondo musulmano. Un profeta dell’odio, covato all’ombra di al-Qaeda e poi estremizzato con l’adrenalina di una fanatismo anacronistico. Ma come si è sviluppata la sua crociata contro gli infedeli?

Al-Baghdani nasce nel 1971 col nome di Ibrahim Awad Ibrahim al-Badri, in una località del governatorato di Diyala, al confine con l’Iran, una regione abitata da una forte minoranza curda. Di famiglia sunnita, la sua tribù, quella dei Samarrai, è originaria di Samarra, città a un’ora d’auto da Bagdad. Per decifrare il percorso esistenziale del più pericoloso terrorista dopo Obama bin Laden, è importante conoscerne le radici identitarie. Samarra ha sempre esercitato su al-Baghdadi un’influenza quasi mistica e ne ha forgiato il temperamento tirannico. Nella cultura religiosa musulmana, Samarra ha infatti un posto molto particolare. Ed un orgoglioso passato. Capitale califfale nel nono secolo, è stata una delle più grandi metropoli mondiali. Famosa per lo stupendo minareto a spirale, ispirato alle ziggurat mesopotamiche (gli abitanti la chiamano anche torre di Babele) che svettava sulla Grande Moschea del Venerdì, la più vasta che il mondo islamico abbia mai conosciuto, questa antichissima città lambita dal Tigri protegge uno dei mausolei più simbolici dello sciismo, oggetto delle mire sunnite. Ed è stato il luogo dove il 22 febbraio 2006 c’è stato un attentato che ha rilanciato la guerra confessionale tra sunniti e sciiti, le due anime dell’Islam.

Ben prima dell’intervento Usa in Iraq, Ibrahim predicava nella moschea sunnita Ibn Hanbal di Samarra. I suoi sermoni erano pieni di ammirazione per al-Qaeda. Dopo il 20 marzo 2003, quando gli Stati Uniti cominciano a bombardare l’Iraq, si unisce agli insorti. Si fa chiamare al-Baghdadi, il nome ispirato alla capitale “martire” irachena, dove viveva con due moglie e sei figli e dove si era laureato. E’ allora che crea il movimento Jais al-Sunna, l’esercito della Sunna, ossia della tradizione islamica. Assume il titolo di leader del Consiglio della sharia”. Sorta di giudice la cui funzione religiosa ha una duplice funzione: di autorità coranica e, in prospettiva, politica. Non nasconde di apprezzare Abu Mussa al-Zarkauwi, il terrorista giordano specialista delle prime raccapriccianti decapitazioni (gli americani lo uccideranno nel 2006). Viene arrestato dagli “invasori” Usa nel 2004. Quanto resti in prigione è un mistero. Chi dice qualche mese, chi un paio d’anni. Il mistero è, d’altra parte, un brand di al-Baghdadi. Che ha sempre precisato d’essere più integralista degli integralisti. È tetragono, in questo. Troppo, per le altre formazioni jihadiste con le quali rompe, compreso al-Qaeda, che tanto l’aveva affascinato. Al punto che il “dibattito” con Ayman al-Zawahiri detto “il Dottore” tracima nella “finta”, la guerra in seno all’Islam tra sciiti e sunniti. Il “Dottore” non era d’accordo con le carneficine di al-Baghdadi che vuole sterminare i seguaci di Ali, simbolo degli sciiti. Nel giro di tre anni, al-Baghdadi liquida pure i rivali sunniti, o li assorbe. Predica la nascita di uno Stato Islamico, e il 29 giugno del 2014 si autoproclama Califfo di “tutti i musulmani” dal pulpito della moschea al-Nouri di Mosul, in Iraq: il mondo lo scopre con il copricapo nero, la bandana coi versetti del Corano. Ma anche con un grosso orologio d’oro.