“Shoah Party”, quanta perversione

Ricordate il coro dei bambini nella Carmen di Bizet? “Noi marciam come i soldati”, cantano dopo il passaggio di uno squadrone di Dragoni, per il cambio della guardia e, improvvisando per imitazione, fanno il passo marziale e imbracciano bastoni come fucili. Può servire a capire qualcosa della lugubre storia dei ragazzini crudeli e orgogliosi di mostrare in rete il male che fanno, raccontata nei giorni scorsi, in rete e da molti giornali, mentre continuano le indagini, fonte la Polizia di Stato.

Sto parlando di “Shoah Party”, che già dal titolo racconta un progetto di festa della violenza e della morte. È cascame fascista, più o meno conscio, però imitato da fatti della vita italiana di adesso. Un gruppo di ragazzini (non si sa ancora quanto esteso: cinquanta, mille?) — secondo le indagini — si è associato per realizzare, con fantasia e perversione, e diffondere su WhatsApp, un programma di eventi in cui i più deboli sono le vittime (per esempio umiliare e spintonare un ragazzino malato di leucemia, per esempio mostrare come si insulta e si circonda un immigrato in un supermercato o in autobus). Non si tratta di macabre sceneggiate. I fatti accadono realmente e i ragazzi orgogliosamente li documentano, in un universo nazista e fascista che fingiamo di non conoscere, che cerchiamo di escludere con noia dai dibattiti e di non vedere nelle scuole. Non è nostalgia o rimpianto di ragazzini per Mussolini e per Salò (a cui comunque viene dedicato un ricorrente applauso), è la persuasione, acquisita dagli eventi (i leghisti di Taranto tre giorni fa insultavano ferocemente allo sbarco decine di sopravvissuti appena scampati alle prigioni libiche e al mare), che puoi fare il male e poi ridere e far ridere gli altri che ci stanno, come modo per celebrare davvero il fascismo, sperimentando il senso e il gusto dei suoi ingredienti: disprezzo, odio, aggressione e perversione.

Su denuncia di una madre che ha visto “immagini intollerabili” sul telefonino del figlio, adesso è in corso una inchiesta in varie città italiane, annunciata da pochi giorni: ragazzini fra i 13 e i 19 anni sarebbero i costruttori in rete di un universo uguale al fascismo, dunque la sopraffazione di chi non può difendersi, includendo, “risata” e “ironia” come celebrazione della sopraffazione e dei frammenti di barbarie che riescono a fare e mostrare. So che le indagini sono appena iniziate. Ma ciò che ci hanno detto fino a ora dello “Shoah Party” ci rivela che è in corso (non sappiamo quanto estesa) una ammirata imitazione (vera, vissuta, filmata) del peggio di ciò che avviene tra i ranghi del populismo e sovranismo italiano, dal filo spinato ai corpi di donne e bambini annegati (“i terroristi”) che anche in questi giorni si tenta di recuperare dal fondo del mare.

L’esempio, a questi ragazzi, lo dà chi ha cacciato famiglie di rom da case legittimamente assegnate e ha calpestato a lungo nella fanghiglia della periferia romana il pane fresco mandato per i bambini rom dalla Caritas, tra gli applausi di padri e madri di famiglie di razza pura italiana, che, come si sa, vengono prima…

Ma se volete la prova del tipo di vita e di Italia in cui i ragazzi dello “Shoah Party” trovano guida e maestri, cercate una notizia pubblicata dalle agenzie e dai giornali il 18 ottobre. Racconta che, su denuncia del Garante dei detenuti di Torino, sono stati arrestati o incriminati alcuni agenti carcerari che avevano come pratica la tortura sistematica e ripetuta di detenuti. “Lo spaccato che emerge è una narrazione di crudeltà e sadismo. I detenuti venivano portati in aree senza telecamere, costretti a denudarsi e colpiti nelle parti intime e nel costato (…)”. Scrive il Gip: “Gli indagati si sono comportati con spudorato menefreghismo e senso di superiorità alle regole del loro pubblico ufficio, dimostrando di non credere alla istituzione di cui fanno parte”. (Corriere della Sera, 18 ottobre). Lo stesso giornale riporta il commento, volontario e pubblico, dell’ex vice primo ministro e ministro dell’Interno di un recente governo italiano: “Che la parola di un detenuto valga gli arresti di un poliziotto mi fa girare le palle terribilmente. La mia massima solidarietà a quei sei padri di famiglia” (i carcerieri torturatori, ndr).

L’inchiesta sulle torture in carcere, per caso resa pubblica negli stessi giorni, oltre a eventi quasi quotidiani del “governo Salvini”, rivela dove i ragazzi di “Shoah Party” hanno trovato il modello morale e pratico per pensare, realizzare e vantare le nefandezze che hanno voluto far circolare in rete “allo scopo di riderne” (dicono, credendo che possa essere una giustificazione). Siamo il Paese che ha nelle sue leggi due “decreti Sicurezza” fatti per colpire profughi e migranti che sono sempre “stupratori o terroristi”. Perché ci meravigliamo se si scopre che in rete circola, anche fra giovanissimi, disumanità e crudeltà?

Mail box

Per sconfiggere l’evasione occorrono pene più severe

Vorrei spezzare una lancia a favore del direttore Travaglio, che in questi giorni viene osteggiato su molti media per i titoli del Fatto sulle manette agli evasori. Se evadere è previsto come reato, e non è stato depenalizzato, è giusto che gli evasori vadano in carcere. Però vorrei anche dare un suggerimento, e cioè che per battere l’evasione ci sono solo 3 misure: 1°) pene severe e certe, come dice Travaglio, per chi evade dai 1.000 euro all’anno in su (non come qui, dove non c’è neppure un evasore milionario in galera), 2°) possibilità di scaricare una grande parte di quanto acquistato in fattura per tutti i prodotti e servizi, esclusi beni di lusso (non come qui, dove il ricco scarica la Ferrari se è intestata alla ditta e il poveraccio neppure la Panda), in modo da incentivare la fatturazione, 3°) fissare aliquote fiscali umane che, anche senza scendere al 12% dell’Irlanda, non superino il 30% per non incentivare l’evasione (non come qui, che sfiorano il 50%). Il resto è fuffa.

Enrico Costantini

 

L’aumento di prezzo è giusto perché il “Fatto” è speciale

Carissima redazione, voglio comunicarvi che sono al vostro fianco e molto contenta della decisione di aumentare il Fatto, nonostante le mie difficoltà economiche da precaria a vita. L’avevo suggerito tempo addietro poiché mi è parsa la soluzione più immediata e concreta per sostenere la libertà di stampa e di pensiero. Pagherei anche 3 euro per quanto ci offrite, che è impagabile. Non posso rinunciare al Fatto. Purtroppo nella mia edicola sono, ho scoperto amaramente, l’unica a leggerlo. Al massimo siamo in due, e conosco l’altra persona. Le edicole continuano a scomparire, inclusa quella della stazione ferroviaria di Venezia Santa Lucia. Incredibile ma vero. Trovi le cose più banali e inutili, ma non i quotidiani. Grazie di cuore a voi, siete ultra speciali.

Nancy Schilirò

 

In Europa serve una voce sola, cioè una vera unione politica

La visita del presidente Mattarella a Washington allo scopo di mediare sui dazi e sui dossier caldi con gli Usa è un fallimento. Trump fa il suo comodo senza degnarsi neanche di inzuccherarlo, e di ciò non c’è nulla di cui dobbiamo stupirci, poiché l’Italia potrà anche essere una delle prime economie industriali del mondo, ma in confronto a Cina o Usa è niente. Anche la Gran Bretagna, mentre si ostina su una scelta democratica ma pur sempre sbagliata come la Brexit, non se ne rende conto: le isole inglesi, prese nella loro interezza, contano infatti quanto la California, ovvero un cinquantesimo dei loro cugini d’oltreoceano. Con i trattati che firmeranno una volta usciti dalla sfera europea si relegheranno a essere nient’altro che la cinquantunesima stella degli Usa: il Commonwealth è una facciata per coprire la fine di un Impero alla cui mancanza ha sopperito l’Ue e nessun altro.

In campo militare, invece, nella vicenda turco-siriana, la nostra impotenza di fronte alle ingiustizie che il popolo curdo sta soffrendo ci mette di fronte all’evidenza di come avere solo potere economico serve a nulla se non si può fare anche pressione militare, ed entrambi sono incompleti senza un forte potere diplomatico proveniente da un’Europa con una voce sola. Prese insieme, l’opzione militare, quella economica o quella diplomatica fanno di una potenza una superpotenza.

Al cospetto di queste verità non possiamo far finta di nulla e dobbiamo accettare che l’unica soluzione è l’Unione Europea politica. Ma di certo, assolutamente, non quella che abbiamo oggi.

G.C.

 

È più che urgente passare a un sistema ecosostenibile

Mi domando dove sia la sapienza degli uomini che, pur davanti all’evidenza dei guasti disastrosi che procurano all’ecosistema, bruciano carbone, petrolio, gas, continuano addirittura a fare guerre, colpi di stato, esercitano la corruzione pur di continuare a procurarli e venderli. Anche se oggi abbiamo a disposizione tecnologie pulite e rinnovabili. I danni procurati alla salute umana dal contatto con i residui della combustione dei fossili in Italia sono quantificati, dall’Agenzia Ue per l’ambiente, nel numero impressionante di 80.000 morti l’anno, praticamente una Chernobyl. Aggiungiamo le piogge acide, e quindi le acque marine che si stanno progressivamente acidificando, mettendo in pericolo la formazione del primo anello della vita marina, il Fitoplancton, il produttore vegetale del 50% dell’ossigeno globale. Come se ciò non bastasse per prendere drastiche decisioni, un effetto collaterale dell’uso del petrolio è la fabbricazione della plastica che dispersa in mare ha formato 6 isole.

Se aggiungiamo l’aumento della temperatura che sta determinando lo scioglimento di ghiacciai antartici, la siccità, uragani e alluvioni, non si capisce proprio perché dalla politica e dall’ economia non vi sia una risposta urgentissima che programmi il passaggio da un sistema insostenibile a uno sostenibile, prima che sia troppo tardi.

Paolo De Gregorio

La triste fine di B: da leader a solo gregario (di Salvini)

“ Berlusconi arriva per primo e tiene banco in un capannello con la sconcia barzelletta tormentone dell’asino che fa sesso”.

Campagna elettorale della destra a Perugia
“La Repubblica”

 

Lo ammettiamo, non senza imbarazzo: poco tempo fa, mentre Matteo Salvini, impazzava al Viminale avevamo sperato, perfino, nel rinsavimento di Silvio Berlusconi. Ci sembrava che l’implacabile trascorrere del tempo lo avesse trasformato in un nonnino mite e assennato, come capita a certi incalliti viveur che stanchi di frequentare tabarin e postriboli si dedicano sereni alla pesca con la mosca con un morbido plaid sulle ginocchia. Avevamo l’impressione che disapprovasse le intemperanze xenofobe e filorazziste del suo arrembante alleato leghista. Che per ciò fosse disposto a punirlo, a sottrargli il gruzzolo di voti della derelitta Forza Italia, per impedirgli l’assalto finale al palazzo Chigi. Ma ecco poi la delusione cocente (e la giusta punizione per la nostra ingenuità) con l’imprevisto ritorno del propalatore di barzellette sporche, perdipiù invecchiato male. Che imbarazzo osservarlo , ieri in piazza San Giovanni fare comunella con i fascistoni di CasaPound. Che pena vederlo ridotto a fare da comprimario a un tipo che oggi si fa altezzosamente chiamare capitano e che soltanto l’altro ieri faceva anticamera ad Arcore, con il cappello in mano. Sì, dobbiamo farcene tutti una ragione, noi che lo abbiamo fieramente avversato e coloro che hanno accumulato carriere e prebende lucidandogli gli stivali: Forza Italia è ai titoli di coda, superata in tromba nei sondaggi dai Fratelli della Meloni, impegnata con Salvini a dividersi le spoglie del partito che in un’epoca non lontana dominava in lungo e in largo. Lo scriviamo onorando la memoria di un galantuomo, il generale Luigi Caligaris, scomparso giovedì scorso a Roma, nelle stesse ore di Paolo Bonaiuti, che diventò portavoce del Berlusconi premier trionfante. Mentre pochi ricordano che Caligaris è stato uno dei soci fondatori del partito azzurro. Tessera numero tre. In quell’alba per così dire radiosa di molti lustri fa nello studio del notaio c’erano il futuro ministro degli Esteri Antonio Martino, il portavoce del capo Antonio Tajani e, naturalmente lui, Silvio allora soltanto un miliardario con l’incubo di finire in galera. Luigi era lì perché è stato un autentico liberale di stampo piemontese, e il liberalismo è stato il primo taxi su cui Berlusconi salì e da cui scese in corsa quando comprese che per salvarsi sarebbe stato più utile circondarsi degli uomini di Publitalia e ascoltare i consigli, davvero poco liberali, di certi ceffi chiamati uomini d’onore. Finché un giorno, come Caligaris ebbe a raccontarmi, chiese a Martino cosa stesse succedendo nel partito dove giravano quegli strani personaggi e troppi soldi. Quindi snocciolò nomi, fatti, circostanze ma l’altro ebbe un comportamento stupefacente: con le mani sulle orecchie per non ascoltare ciò che non poteva essere ascoltato, cominciò recitare in inglese i celebri versi di Rudyard Kipling: “Se tu puoi mantenere la calma quando tutti intorno a te la perdono…”. Nel gennaio ’97, insofferente ai collari, Caligaris abbandonò il gruppo di FI a Strasburgo. Il destino ha voluto che il generale dalla schiena dritta chiudesse gli occhi prima di assistere al definitivo tramonto politico, piuttosto umiliante, dell’uomo in cui aveva creduto. E che ieri abbiamo visto tirare la volata a Salvini, come un gregario qualsiasi.

Permessi ai detenuti: lei vuole lasciarlo e tenta di sgozzarla

Ha cercato di sgozzare la compagna, 44 anni, che voleva lasciarlo. Safi Mohamed, 36 anni, è stato arrestato ieri a Torino per tentato omicidio. La donna, sfregiata al volto, è ricoverata in gravi condizioni all’ospedale Maria Vittoria. L’aggressione la notte tra venerdì e sabato in strada. L’uomo ha colpito con una bottiglia di vetro la compagna, che voleva lasciarlo dopo avere scoperto che nel 2008 aveva ucciso a Bergamo la fidanzata 21enne. Detenuto alle Vallette, usufruiva di un permesso di lavoro da due anni. È solo l’ultimo caso che riguarda detenuti che, fuori dal carcere per premio o in attesa di sentenza, tornano a delinquere o scappano. Ecco l’elenco del 2019. 4 ottobre. Campobasso. Un detenuto fa perdere le sue tracce evadendo dalla semi-libertà usufruita per un permesso di lavoro.

9 settembre. Ragusa. Il caso di Sergio Palumbo ha destato scalpore e indignazione. L’uomo, 26 anni, viene arrestato per aver violentato una donna nella notte del 2 settembre: avvicinata e fermata mentre rientrava a casa da una festa di compleanno dal delinquente che implorava aiuto, perché “mia moglie sta male”. Impietosita la donna ha dato ascolto al criminale che l’ha violentata, rapinata e minacciata di morte. Palumbo era già stato condannato per un episodio analogo solo un anno prima, ma doveva solo rispettare l’obbligo di firma.

8 settembre. Torino. Un quarantenne in carcere per vari reati, tra cui furto e rapina, è evaso dalle Vallette. In regime di semilibertà l’uomo, con fine pena nel 2021, non ha fatto rientro dal lavoro, facendo perdere le sue tracce.

7 agosto. Genova. Gli agenti delle volanti della polizia hanno arrestato Fabio Colonna, il detenuto evaso ieri pomeriggio durante un permesso premio. L’uomo ha compiuto due rapine in farmacie del centro armato di coltello.

31 luglio. Palermo. È durata 18 giorni la fuga di Alessandro Cannizzo, 44 anni, il detenuto messinese evaso un paio di settimane fa a Palermo durante la preparazione del carro di Santa Rosalia, affidata quest’anno ai detenuti dell’Ucciardone. Cannizzo si è costituito nel carcere milanese di Bollate. Scelto tra gli esecutori del carro in onore della patrona di Palermo, Cannizzo era ritenuto un detenuto modello e aveva seguito i corsi teatrali condotti dall’attore e regista Lollo Franco.

14 aprile. Foggia. Il maresciallo Vincenzo Carlo di Gennaro è stato ucciso a Cagnano Varano da Giuseppe Papantuono, 66 anni con precedenti per droga, avvicinatosi con una pistola alla pattuglia dell’Arma iniziando a sparare senza motivo. Papantuono era stato arrestato in flagranza nel febbraio del 2017 per porto e detenzione di coltello dopo aver accoltellato in un bar un 44enne che riportò una lesione alla schiena giudicata guaribile in 20 giorni. È stato processato e condannato alla pena di un anno di carcere per lesioni. Ma era libero in attesa dell’appello, nonostante qualche giorno prima avesse anche minacciato i carabinieri entrati in casa sua per una perquisizione.

30 aprile. Massa. Scontava una pena ai domiciliari l’uomo, arrestato, che con l’aiuto della moglie riusciva comunque a reperire la droga destinata al carcere e a consegnarlo all’interno dell’istituto di Massa grazie a un complice.

23 marzo. Volterra. Si è costituito a Rebibbia, Roma, Gesualdo Sapienza, il detenuto siciliano di 58 anni evaso nei giorni scorsi dal carcere di Volterra (Pisa) approfittando di un permesso. Detenuto per omicidio, sarebbe dovuto rientrare a Volterra il 21 marzo scorso, invece aveva fatto perdere le proprie tracce.

19 marzo. Roma. Aggiornava il profilo social, anche se sotto falso nome, postando video e foto. È stato questo a tradire G.B., un detenuto di Rebibbia che il 18 dicembre era evaso da un permesso premio e ora è stato catturato.

27 febbraio. Trapani. Al ritorno in cella da un permesso premio ha tentato di fare passare inosservati ai controlli quattro micro-cellulari. Il detenuto di Agrigento di 50 anni, S.G li ha ingoiati prima di rientrare in carcere a Trapani.

16 gennaio. Biella. È evaso durante un permesso: un detenuto non si è presentato in carcere nei tempi dovuti. Rintracciato e arrestato dalla penitenziaria.

Alfa, Beta e la mafia all’origine del tabù di B.

La storia delle indagini sulle stragi era un tabù già 21 anni fa. A beneficio di chi ha scoperto ora l’esistenza dell’indagine fiorentina per le stragi del 1993 a carico di Silvio Berlusconi e Marcello dell’Utri tornano utili due verbali di Luca Tescaroli del 2001 e 2002 che ricostruiscono la genesi della prima indagine della Procura di Caltanissetta sul ruolo presunto di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi. Firenze e Caltanissetta, hanno viaggiato con tempi diversi su due binari paralleli. Due volte ciascuna le due procure hanno indagato Berlusconi e Dell’Utri per strage in relazione ai fatti del 1992 e del 1993 e hanno sempre chiuso con richieste di archiviazione accolte dal gip. Il terzo giro è partito con le intercettazioni delle conversazioni in carcere del 2016-17 del boss Giuseppe Graviano (condannato per le stragi del 92-93) che parla di Berlusconi e Dell’Utri. Stavolta solo Firenze ha iscritto e Caltanissetta no.

Tescaroli nei suoi verbali del 2001-2002, resi a Catania in un’indagine su una presunta fuga di notizie, ci offre la sua versione di quel che accadde nel 1997, quando l’inchiesta sulle stragi del 1992 partì. Racconta che il procuratore capo di allora a Caltanissetta, Giovanni Tinebra, scomparso nel 2017, non voleva iscrivere Berlusconi e Dell’Utri dopo le dichiarazioni del pentito Salvatore Cancemi e manifestò disappunto e l’intenzione addirittura di denunciarlo per calunnia. Per queste e altre affermazioni di Tescaroli, Tinebra fu iscritto per favoreggiamento di Berlusconi e Dell’Utri ma la Procura di Catania chiese l’archiviazione e il gip la concesse il 23 luglio 2006, perché Tinebra tra l’altro “non ha voluto favorire Berlusconi e Dell’Utri ma ha agito con la dovuta prudenza e attenzione al fine di non arrecare inutili danni e provocare situazioni meramente scandalistiche e strumentalizzazioni politiche”. Rileggere oggi quella vicenda aiuta a capire l’atteggiamento di molti magistrati, giornalisti e politici rispetto al tema. Quell’inchiesta, come le consecutive a Firenze e Caltanissetta, non fu inutile. Le dichiarazioni dei pentiti o le intercettazioni dei mafiosi andrebbero sempre riscontrate velocemente (anche per escludere responsabilità inesistenti) soprattutto quando i collaboratori tirano in ballo personaggi di primo livello. Invece scatta una sorta di tabù che impedisce di indagare sulle storie più gravi.

Tescaroli ha raccontato ai pm di Catania che solo dopo un lungo braccio di ferro, Tinebra accettò l’iscrizione con un accorgimento: Dell’Utri e Berlusconi furono iscritti come Alfa e Beta (a Firenze Autore 1 e 2). Infine quando, nel marzo del 2001, furono archiviati, Tinebra fece consegnare la richiesta alle difese un giorno prima del decreto del gip. Tutto giusto secondo il gip di Catania: Tinebra è stato “magistrato da sempre impegnato con successo nella lotta alla mafia”.

Il pm Luca Tescaroli ricostruisce così quella che, per i giudici, è una dialettica fisiologica nell’ufficio: “Era stato il collaborante Tullio Cannella nel 1997 il primo a muovere delle accuse contro imprenditori milanesi, identificati in Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi”. Poi, prosegue Tescaroli, “nel gennaio del 1998, il collaborante Salvatore Cancemi rese ulteriori dichiarazioni accusatorie”. Nino Di Matteo allora era pm con Tescaroli in quella trincea e nel 2017, audito dalla commissione parlamentare antimafia, ha ricordato: “Cancemi in quattro udienze affermò che nel contesto temporale del giugno ’92, Riina si assunse la responsabilità di uccidere Paolo Borsellino, che in quel momento citava Berlusconi e Dell’Utri come soggetti da appoggiare ora e in futuro e rassicurava che fare quella strage sarebbe stato un bene per tutta Cosa nostra… a seguito di queste dichiarazioni io e il pm Tescaroli chiedemmo al procuratore Tinebra che venissero iscritti per concorso in strage Berlusconi e Dell’Utri”.

Tescaroli ricorda che anche il procuratore aggiunto Carmelo Petralia “segnalava l’opportunità di iscrivere al registro notizie di reato i nominativi di Dell’Utri e Berlusconi”. Il procuratore capo Tinebra – poi nominato dal governo Berlusconi capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria – però non voleva saperne. Anche perché Cancemi ha ricordato solo in ritardo molte cose importanti come il suo ruolo nella strage di via D’Amelio. All’inizio Tinebra frena poi, “solo dopo numerose riunioni (…) si dispose l’iscrizione del Dell’Utri e del Berlusconi a modello 21, il 22 luglio del 1998”. Nel 2002, Tescaroli dettaglia così le divergenze interne: “Il 29 gennaio 1998 il procuratore Tinebra mi aveva addirittura prospettato la possibilità di iscrivere per calunnia Cancemi per le dichiarazioni accusatorie che lo stesso aveva reso nella stessa data nei confronti dei predetti Berlusconi e Dell’Utri”.

Ci vollero mesi per far cambiare atteggiamento a Tinebra. Cancemi fu risentito ad aprile, poi il procuratore aggiunto Petralia il 3 luglio 1998, ricorda Tescaroli “mi consegnò una copia della relazione conclusiva del lavoro” nella quale si diceva favorevole all’iscrizione per proseguire l’inchiesta. Alla fine Alfa e Beta furono iscritti. Nel luglio 2000 Tescaroli incontra Tinebra che gli chiede di scrivere la bozza della richiesta di archiviazione. Lui concorda. Non ci sono elementi per sostenere l’accusa in giudizio. “Nella circostanza – spiega Tescaroli nel 2002 ai pm di Catania – gli feci presente l’opportunità di effettuare uno stralcio per meglio approfondire le vicende relative alle ipotesi di trattative che si diceva essere intercorse tra i vertici di Cosa nostra e rappresentanti delle istituzioni”. Proprio così. Tescaroli voleva indagare sulla Trattativa, addirittura nel 1998: “Era necessario valutare se i comportamenti posti in essere erano idonei ad integrare il delitto di cui all’art. 338 Codice Penale”. La sentenza di condanna in primo grado per quel reato è arrivata 20 anni dopo.

Forum Franceschini-Settis – “Non ho svenduto i nostri beni” “Lo dimostri sulle Grandi Navi”

Sulle pagine del Fatto , Salvatore Settis – archeologo, storico dell’arte e già direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa – ha in più occasioni criticato la riforma firmata dall’allora ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini. Ora che l’esponente Pd è tornato alla guida del Mibact, abbiamo chiesto loro di confrontarsi sulle diverse visioni del nostro patrimonio artistico, culturale e paesaggistico. Ecco una sintesi della discussione che si è tenuta nella nostra redazione insieme al direttore Marco Travaglio e a Fabrizio d’Esposito, Silvia D’Onghia e Paola Zanca.

 

Salvatore Settis: La riforma del 2014 ha cose buone e cose da buttare. Ne cito due positive: la scelta di dare maggiore autonomia ai musei e quella di permettere a un tedesco o a un australiano di diventare direttore di un museo italiano. Ne cito altre su cui non sono mai stato d’accordo. Primo, non era necessario creare una Direzione generale dei musei, che si occupa più di valorizzazione che di tutela: si poteva dare maggiore autonomia ai musei anche tenendoli all’interno del sistema territoriale di tutela. Secondo, bisognava mantenere la direzione generale dell’Archeologia, non accorparla alle Belle Arti e al Paesaggio, perché è una specificità da salvaguardare. Terzo: non può essere una sola commissione di cinque persone a scegliere simultaneamente i direttori di venti musei.

 

Dario Franceschini: Ho sempre accettato le critiche, meno le semplificazioni: si è detto che io avrei consegnato il patrimonio ai privati e smontato il sistema di tutela. La rappresentazione per cui o si tutela o si valorizza, è una sciocchezza. Sono due facce della stessa medaglia, non capisco perchè contrapporre due cose che si possono fare bene contemporaneamente. Finora la Soprintendenza doveva occuparsi di entrambe le cose: impossibile. Motivo per cui i nostri musei, rispetto agli altri grandi musei del mondo, avevano sì collezioni straordinarie ma erano senza autonomia, senza comitato scientifico, senza identità. I musei – anche importanti come Brera o Capodimonte – prima della riforma erano uffici diretti da un funzionario, agli ordini gerarchici del soprintendente. Abbiamo fatto una divisione funzionale: le Soprintendenze si occupano di tutela del patrimonio e del paesaggio, la direzione generale si occupa dei musei. Non è che ho messo a dirigere i musei degli ingegneri meccanici o degli imprenditori dei tondini di ferro. Ci sono storici dell’arte, architetti, archeologi. Non capisco perché si debba dire che ho smontato il sistema di tutela. C’è una legislazione che funziona e le Soprintendenza hanno salvato il nostro territorio: la battaglia per tutelare i centri storici, per dire, è una battaglia complessivamente vinta.

 

Settis: Io sono assolutamente convinto che tutela e valorizzazione non siano conflittuali. Ma la riforma ha di fatto indebolito il sistema della tutela: non avendo risorse sufficienti, si è spostato personale dalle Soprintendenze territoriali, senza fare sufficienti assunzioni. La conseguenza è stata un indebolimento del numero di addetti alla tutela dei beni “minori”. Abbiamo continuato a spingere i giovani a iscriversi alle facoltà di Beni Culturali per poi condannarli a una disoccupazione a vita. Servono massicce assunzioni e bisogna puntare di più sulla formazione del personale.

 

Franceschini: Il tema del personale esiste e quota 100 ha aggravato la situazione. Io avevo assunto mille persone, l’ex ministro Alberto Bonisoli ha fatto un altro concorso: 3 mila posti, 200 mila domande. Ma non c’è nessun atto che ha trasferito il personale dalle Soprintendenze ai musei, tant’è vero che i musei si lamentano come gli altri. Io ho detto in Parlamento che la priorità di questo mio mandato è il personale. Non solo le assunzioni ma anche la formazione post-universitaria. Ho chiesto più dirigenti, in modo da disegnare sovrintendenze più piccole e quindi più funzionali.

 

Settis: La maggioranza dei funzionari sono a sei mesi dalla pensione. Se va avanti così si chiude bottega. Spero proprio che le sue perorazioni perché assumano 5 mila persone (tante ne servirebbero) abbiano successo. Purtroppo la cultura è la prima cosa che si tocca, quando c’è da tagliare: lo hanno fatto di più i governi di centrodestra, ma solo poco meno quelli di centrosinistra.

 

Franceschini: In questa manovra non c’è nessun taglio alla cultura. Io ho chiesto risorse in più per le parti più deboli: gli archivi, le biblioteche, gli istituti di cultura. E ho chiesto impegno massimo per assunzioni e miglioramenti contrattuali per il personale esistente. Sicuramente Settis ha ragione: in Italia ci si è seduti sugli allori pensando che il nostro patrimonio fosse talmente unico e attrattivo che avremmo potuto continuare a vivere di rendita. Non è così: la manutenzione richiede risorse enormi, serve il contributo dei privati. Con l’art bonus stiamo raggiungendo 400 milioni di donazioni: poco, ma prima non c’era nulla. Ma serve anche una capacità di spesa che le pubbliche amministrazioni non hanno: buona parte dei 4 miliardi messi negli ultimi anni sul patrimonio sono fermi.

 

Settis: Torno sui centri storici. Lei dice che è una battaglia complessivamente vinta. Ma non si è mai fatta una vera analisi dei danni venuti dal Piano Casa di Berlusconi e dai permessi edilizi che ne sono conseguiti. Non ci vorrebbe più sorveglianza? I nostri centri storici li consideriamo salvi perché abbiamo chinato la testa di fronte a cose inaccettabili anche solo vent’anni fa.

 

Franceschini: È un bel tema di analisi per il futuro. Io credo che la priorità sia evitare nuovo consumo di suolo e che la l’obiettivo sia la rigenerazione del patrimonio esistente. Ma andrebbe affrontato anche il tema degli innesti di architettura contemporanea nei centri storici. Li abbiamo salvaguardati, ma siamo arrivati all’eccesso opposto: oggi, nemmeno in un vuoto urbano, puoi costruire architettura contemporanea, ovviamente di alta qualità. La forza del nostro Paese è che le varie epoche si sono stratificate una sull’altra, poi improvvisamente ci siamo fermati: è un tabù dire che l’architettura contemporanea di qualità può trovare spazio anche nei centri storici? Si potrà mai fare la piramide del Louvre in una piazza italiana?

 

Settis: A me la piramide del Louvre non è mai piaciuta. Ma in linea di principio sono d’accordo. Un esempio che ha funzionato è il Mart di Mario Botta a Rovereto. Purtroppo però, nella maggior parte dei casi, quasi sempre si costruisce male. E questo ha a che fare col fatto che nelle facoltà di Architettura si fa sempre meno Storia dell’architettura. Uno si può laureare senza sapere cos’è un tempio greco, una cattedrale gotica o una chiesa rinascimentale.

La discussione passa ai casi in cui beni artistici vengono usati per iniziative private o commerciali. Nel 2013 fece scandalo la chiusura di Ponte Vecchio a Firenze, affittato per una cena della Ferrari

 

Franceschini: È chiaro che devono essere iniziative di livello altissimo, altrimenti non si possono fare. Prendiamo il cibo, che è l’argomento più scomodo. Se fai una cena di matrimonio, no. Se organizzi un evento legato alle eccellenze del territorio, ci può anche stare. A me per esempio piacerebbe che i nostri musei avessero ristoranti di qualità, come accade in tutti i musei del mondo. Certo non si possono aprire i fast food. È difficile trovare un criterio oggettivo, bisogna affidarsi al buon senso del direttore del singolo museo.

 

Settis: Il punto è che non vanno concessi spazi solo per avere quattrini. Oltre al rischio di involgarirsi ad un livello insopportabile – in un museo fu fatto un addio al celibato – c’è anche quello di mostrare il privilegio dei ricchi su quelli che non lo sono: noi vi chiudiamo questo museo perché abbiamo pagato.

 

Franceschini: Io ho introdotto le domeniche gratuite nei musei proprio per aprire a chi non può permettersi il biglietto per tutta la famiglia. È una cosa popolare. Il fatto che sia stata criticata da sinistra, mi fa dubitare di un certo modo di ragionare della sinistra.

Franceschini ha riportato al ministero anche la delega al Turismo che nella stagione gialloverde era finita all’Agricoltura. Si ragiona sul rapporto tra turismo e cultura.

 

Settis: I danni da eccesso di turismo, in tutto il mondo, cresceranno sempre di più col crescere del turismo cinese. Il fatto di accorpare le deleghe può essere positivo, dipende da come le si gestisce.

Franceschini: Ho deciso di riportare la delega del Turismo al Mibac, il primo fu Bray, per due motivi. Primo perché la cultura è ciò che rende davvero competitiva la nostra offerta turistica nazionale, che non è solo balneare o montana. Ma accorpare le deleghe è anche un modo di controllare, perché ti permette di indirizzare le politiche culturali del Paese e di intervenire sui flussi. Noi abbiamo un problema che è già urgentissimo: ci sono delle piazze di Venezia, di Firenze, di Roma e ora anche di Napoli, che non possono contenere un numero illimitato di persone. Davanti alla Fontana di Trevi non ci possono stare 50 mila persone, bisogna che ci sia una regolamentazione perchè c’è un problema di fragilità del patrimonio. Sono contrario al ticket a pagamento, esistono strumenti tecnologici meno invasivi. Ma quel che serve è soprattutto strategia. Ovvero moltiplicare i luoghi che attraggono visitatori e puntare su un turismo intelligente. Sia per quanto riguarda l’impatto che ha sul territorio: ci sono centri storici completamente desertificati, anonimi. Nelle vie in cui il turismo cresce, crescono anche gli affitti: spariscono i negozi con un’identità locale e diventano tutti souvenir e maglie di calciatori. Io tre anni fa ho fatto una norma che permette ai sindaci di vietare l’apertura di determinate attività commerciali in alcune aree di particolare prestigio storico culturale. Finora però l’ha usata solo Firenze. Ma quando parlo di turismo di qualità penso anche alla Grandi Navi: scendono in sei mila tutti insieme, vanno in piazza San Marco e risalgono sulla nave senza aver preso neanche un caffè: è un tipo di turismo che non è la nostra priorità.

 

Settis: Ecco, per mostrare che davvero il turismo è compatibile con i beni culturali, risolva il problema delle Grandi Navi.

 

Franceschini: È un impegno che ho preso, anche se non è una competenza solo mia: c’è il Comune di Venezia, l’autorità portuale… Tutti dicono no, poi propongono soluzioni diverse. Io ricordo che a Dubrovnik, le navi fermano al largo e poi portano i turisti in centro con i barchini.

 

Settis: Le faccio un’altra domanda. Si è interrotto il percorso dell’autonomia differenziata in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, come ha intenzione di proseguirlo?

 

Franceschini: La trattativa era ad un punto abbastanza avanzato. Io sono disponibile a discutere con le Regioni sull’autonomia per quanto riguarda le attività culturali e i fondi, ma sono assolutamente indisponibile a discutere di patrimonio, di tutela del paesaggio e della proprietà dei beni. Per quale motivo lo Stato dovrebbe trasferire immobili alle Regioni?

 

Il Forum si chiude con alcune domande sull’attualità. Il controverso prestito del Vitruviano al Louvre (“Non posso decidere io se un quadro è trasportabile o no”, dice Franceschini), la revoca della concessione della Certosa di Trisulti all’associazione di Steve Bannon (“Gli uffici hanno riscontrato irregolarità, Bonisoli ha avviato procedura, io l’ho solo conclusa firmando la revoca”) e infine un impegno a proposito della legge sull’editoria: “Dobbiamo aiutare l’intera filiera, come accade per il cinema: dalle librerie agli autori ai distributori”.

Matteo il padrone, Giorgia baby Trump e nonno Silvio

Enorme. “Tra un po’ finiremo tutti col bancomat che ci chiede: e che te ne devi fare di questi cento euro? Ma i soldi sono miei, tu zitto, guardone!”. È lei, è Giorgia Meloni la nostra nuova baby Trump.

Matteo Salvini voleva fregarla, imponendole i simboli della Lega sul palco, e lei per vendetta ha cosparso la piazza delle bandiere della sua fratellanza italiana: “Noi siamo per Dio, Patria e famiglia”. Il santo trittico, immerso nella contemporaneità (“Tu islamico vattene a casa, io mi tengo la badante ucraina”), ritmato sulle note del momento, “Grillo, Grillo vaffanculo”, col quale i festanti hanno liberato entusiasmo verso la giovane donna del trio ricomposto.

Piazza San Giovanni piena ma non zeppa, un’organizzazione che è stata curata e finanziata soprattutto dal movimento leghista che ha dato fondo a ogni energia per rendere l’appuntamento “storico”. “Guardi, siamo riusciti a far muovere anche i veneti, 45 pullman, settemila persone – resoconta Giampietro, un dirigente delle officine leghiste bresciane. Riuscirne a portare più qui che a Pontida è stato il segno che la battaglia era vinta”.

Infatti di Salvini è questa giornata, e di Salvini è questa piazza, e di Salvini anche la colonna sonora che precede l’avvento: “Prendimi la mano zingara”, si canta “C’era un popolo di negri che ballava l’alligalli”. “Lei dice che la canzone suona come autocritica? Sarà mica un baluba?”, chiede irato per la provocazione Piero, milanese, metalmeccanico, ex comunista, “anzi marxista” oggi leghista, anzi salviniano. Carla, lombarda della bassa: “Dobbiamo tutto a Salvini, ci ha anche svecchiato il movimento, che con Bossi stava venendo troppo su con gli anni”. Infatti Giulia, napoletana: “Sono solo un po’ preoccupata della sua salute. Se sta bene lui stiamo bene noi. Ma se si ammala lui, la Lega sparisce”. Giulia è una conquista dell’ultima ora: “Vengo da Casoria, ero con Forza Italia ma lì il clima è moscio”.

Infatti, e purtroppo, il grande Silvio ieri ha fatto proprio la figura del nonno un po’ logorroico. Parlava dei comunisti al governo, che adesso sarebbero distribuiti in cinque ceppi, e di comunismo nel mondo. “E dai, finiscila”, dicevano da sotto il palco. Il timbro vocale più affievolito fa retrocedere Silvio al secolo scorso: “Tante ne ha fatte e tante ne farà”, dice di lui, piuttosto sbrigativo, Matteo, in veste di nipote con in tasca già l’eredità.

Troppo poco, e troppo lontano dal cuore pulsante, troppo diversi i forzisti costretti ai margini, e troppo rude Giorgia, la baby Trump, affamata di voti, e Matteo che esibisce i miti d’oggi: i nostri fratelli e le nostre sorelle della polizia. Erdogan, è il nuovo nemico dell’Occidente e della cristianità, l’islamico che affama e invade. “Io non voglio trattare con gli islamici”, dice Matteo. “Io voglio difendere la cristianità”, aggiunge Giorgia. Dimenticando che il sultano turco è stato riverito da Silvio, ai bei tempi che furono. Straordinari quei minuti in cui Berlusconi, incurante dell’attesa della signora Merkel, si concesse al telefono con il dittatore del Bosforo.

I tempi sono cambiati e i forzisti, da prima scelta del centrodestra, oggi sono ridotti al lumicino: terzi di tre. E ricompaiono a piazza San Giovanni 13 anni dopo, incanutiti e anche storditi dalla forza d’urto dei barbari lumbard, oggi vero fronte nazionale.

Mancava da tredici anni il centrodestra in piazza. Era il 2006, Berlusconi, con Fini e Bossi, diede la prova solenne della sua centralità portando in questa piazza, come si disse, un milione di persone. Non erano un milione allora e non sono i duecentomila di ieri. Ma certo si notano i vuoti che nell’altra prova erano invece pieni, e si avverte che i voti del centrodestra, sempre tanti, fluttuano però all’interno della stessa casa. Ora vanno in una stanza, ora in un’altra.

Adesso comanda Salvini. Patriottico Matteo? E Giorgia allora di più. Fascista Salvini? Lei iper. Demagogo lui, lei formidabile: “Sono donna, mamma, lavoratrice. Abbiamo degli angeli che ci guardano, e sono le nostre forze di sicurezza”. Dentro il gran calderone della destra italiana, dove ieri è stata cucinata e digerita Casa Pound, il tortiglione ortodosso ed estremo della nuova pietanza politica, nessuna novità di rilievo. Qualche reflusso cinquestelle (“Perdonatemi, ho votato due volte Grillo”, recitava un cartello di un milite umiliato e remissivo), qualche aquila di troppo nella bandiera italiana (il vessillo della Repubblica sociale), e poco altro.

Tante famiglie, molto ceto medio, non troppi giovani, ma tanto tricolore. “Sono pronto a dare la vita per voi”, ha detto Matteo esagerando. Tutto è finito presto e bene, con il sottofondo di “Notti magiche”, l’inno dell’Italia mundial. E la folla, “inseguendo un gol”, se n’è tornata a casa.

Salvini incoronato a Roma sovrano del centrodestra

Per un giorno il centrodestra sembra dimenticare tensioni e litigi e torna miracolosamente unito nella piazza storica della sinistra italiana. La macchina organizzativa leghista ha funzionato: 500 pullman e 8 treni speciali hanno riempito San Giovanni regalando il colpo d’occhio di una piazza piena.

Duecentomila secondo la Lega, 70mila secondo la questura nel solito balletto di cifre, ma poco importa. Per Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi la manifestazione è un successo. Quasi incredibile, viste le tensioni fino a poco prima. Il fatto che in piazza ci fossero le bandiere della Lega aveva fatto andare su tutte le furie FdI, che pensava di trovare solo tricolori. E così all’ultimo sono spuntate le bandiere con la fiamma tricolore e qualcuna pure di Forza Italia, unite a quelle della Lega, senza dimenticare i vessilli tartarugati di CasaPound, la cui presenza ha provocato la diserzione di Carfagna e Brunetta.

“Altro che estremisti e razzisti, è un’emozione guardare questa piazza fatta di facce pulite, di mamme, di papà e di nonni. Noi siamo il popolo contro le élite. Il palazzo se ne sta rinchiuso a Chigi, alla Leopolda o sulla piattaforma Rousseau, noi siamo tutti qui per chiedere al governo di andare a casa”, afferma dal palco Matteo Salvini, in camicia bianca come il suo alter ego a sinistra, Matteo Renzi. “Se volevo essere cattivo, da Vespa avrei parlato dei miei genitori incensurati…”, butta lì, prima di attaccare sull’immigrazione. “Al governo c’è gente con le mani sporche di sangue, perché da quando sono riprese le partenze e gli sbarchi di migranti sono ricominciate le morti in mare”, sostiene Salvini: “Ci riprenderemo questo splendido Paese senza aspettare gli ordini da Bruxelles”. Il leader leghista ieri ha visto la sua definitiva incoronazione come leader del centrodestra. Lo scettro è saldamente nelle sue mani e questo gli consente pure di essere garbato con B. dopo averlo snobbato per mesi. L’ex Cavaliere recita il suo copione rispolverando vecchi cavalli di battaglia. “Da qui parte un avviso di sfratto al governo delle tasse e delle manette. Un governo delle 5 sinistre, di cui 4 stanno in Parlamento e una sta fuori: la magistratura!”.

Prima dei big parlano solo i governatori più qualche sortita a sorpresa, come la giornalista Maria Giovanna Maglie. Mentre dalla piazza partono i “vaffa” verso Grillo e nei gazebo si raccolgono firme contro Virginia Raggi.

Poi c’è Giorgia Meloni, che ripropone agli alleati il patto anti-inciucio: mai con Pd e 5 Stelle. “Ormai in questo Paese funziona così: o voti come dicono loro oppure non si vota. Ma la sovranità appartiene al popolo! Serve un governo di patrioti per fermare l’immigrazione. Se servono muri, li costruiremo…”, si scatena. Gran finale con tutti e tre sul palco sulle note del Nessun dorma. Vedremo quanto durerà: tra una settimana si vota in Umbria.

I “gemelli” dell’Air Force Renzi rottamati nel cimitero spagnolo

A Teruel, nella regione spagnola di Aragona, c’è un aeroporto che è un cimitero degli aerei. In quella landa una società specializzata, la Tarmac Aragon, cannibalizza jet che non valgono nulla se non il prezzo dei singoli pezzi smontati. Tra questi velivoli defunti ci sono anche i gemelli dell’Airbus 340-500, l’Air Force di Matteo Renzi. Per capire in che condizioni si trovano quelle macchine basta guardare le foto che pubblichiamo: grattate via le scintillanti insegne, smontati i carrelli, la carlinga rattoppata, i motori tenuti insieme con enormi cerotti. Gli Airbus di Teruel sono quelli che per un decennio, tra il 2006 e il 2015, hanno fatto parte della flotta di Etihad, la compagnia di proprietà dell’Emiro di Abu Dhabi. Poi quei jet sono stati dismessi dagli emiratini perché considerati dei bidoni. Proprio nello stesso momento (anno 2016) Renzi si è però intestardito per averne uno tutto per sé.

Al Fatto risulta che tra gli Airbus di Teruel c’è anche il jet nella versione Vip identico a quello renziano, messo in vendita nello stesso periodo dell’aereo di Renzi dalla società inglese EAL a 7 milioni di dollari, 6,4 milioni di euro, un prezzo circa 26 volte inferiore a quello che lo Stato italiano con un contratto si era impegnato a pagare per l’Air Force Renzi. Ma mentre gli Airbus gemelli dell’Air Force vengono prudentemente rottamati perché considerati non più idonei a solcare i cieli, per il moribondo Air Force renziano confinato in un hangar di Fiumicino, si sta facendo sotto Etihad per essere pagata a suon di decine di milioni di euro. E ad essa si stanno aggiungendo i creditori di Alitalia rappresentati da un Comitato di Sorveglianza costituito dopo il fallimento della ex compagnia di bandiera il 2 maggio di due anni fa.

Partita da un capriccio di Renzi che voleva a tutti i costi un aereo appariscente come quelli dei Grandi della terra, proseguita con un contratto capestro che Il Fatto ha illustrato più volte, ora la vicenda dell’Air Force è in picchiata verso l’assurdo. Tra l’estate e l’autunno di un anno fa il contratto fu disdettato dal governo italiano per iniziativa di Luigi Di Maio, allora vice capo del governo, e Danilo Toninelli, ministro dei Trasporti, entrambi messi sull’avviso da Gaetano Intrieri, manager aeronautico a quel tempo nello staff di Toninelli. Alcuni giorni fa, però, un portavoce di Etihad ha ribadito che la compagnia araba considera tuttora valido quel contratto e quindi non intende rinunciare alla sua parte che sarebbe di 75 milioni di euro per un affitto (leasing) di 8 anni, comprensivo di uno strano “pagamento di preleasing” di 25 milioni di dollari sborsati da Alitalia per conto dello Stato italiano.

Nel corso di un incontro riservato a Roma con i rappresentanti del ministero dei Trasporti di Toninelli di cui Il Fatto ha parlato più volte, il capo della flotta Etihad, Andrew Fisher, aveva sostenuto che quei 25 milioni di dollari erano serviti a Etihad per riscattare il leasing dell’Airbus, cioè per assumerne la proprietà e per darlo poi in affitto allo Stato italiano. I soldi sarebbero finiti a una società misteriosa che si chiama Uthl che, in quanto beneficiaria di un riscatto aereo, dovrebbe essere una società di lessor, ma di cui negli elenchi internazionali dei lessor non c’è traccia. Al Fatto risulta che Uthl potrebbe essere un trust creato dalla Bank of Utah, uno strumento che di solito serve per camuffare la proprietà delle società. Se così fosse a maggior ragione è lecito chiedersi chi ci sia dietro Uthl.

I 75 milioni di euro pretesi da Etihad sono parte di un accordo più ampio (secretato dal governo di Renzi, ma di cui Il Fatto ha una copia), del valore di 168 milioni. Secondo la versione di Etihad i contratti erano due: uno legava Etihad e Alitalia. Etihad a quel tempo era socia al 49 per cento di Alitalia e quest’ultima in questa storia svolgeva il ruolo di mediatore interessato ai vantaggi dell’affare. L’altro contratto era tra Alitalia e lo Stato italiano rappresentato dal ministero della Difesa, il Segretariato generale della Difesa, la Direzione degli Armamenti e la Direzione degli Armamenti Aeronautici (Armaereo). Alitalia si impegnava a fornire per l’aereo di Renzi servizi di ingegneria e di training che in realtà non era in grado di fornire essendo priva delle certificazioni necessarie. Quei servizi nei fatti sarebbero stati forniti da Etihad e poi pagati da Alitalia a sua volta pagata dalla Difesa italiana.

Anche i creditori di Alitalia fallita, tra cui spiccano le banche, da Unicredit a Banca Intesa, vorrebbero che il contratto dell’aereo di Renzi fosse rispettato perché vantaggiosissimo per Alitalia, in grado di portare soldi freschi (pagati dal ministero della Difesa, cioè in ultima istanza dai contribuenti), manna per i creditori. Ma una domanda è inevitabile: perché i contribuenti italiani dovrebbero continuare a pagare Etihad e i creditori di Alitalia per un aereo pagato 26 volte il suo prezzo e uguale a quelli che la stessa compagnia di Abu Dhabi sta rottamando a Teruel ritendoli senza valore?

Bellanova come B.: “Italia Viva è No tasse”

“Noi di Italia Viva siamo No tasse”. Il ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova alza il tiro. Chiedendo, anzi pretendendo dal premier Giuseppe Conte la convocazione di un incontro urgente dell’esecutivo sulle misure appena varate dal governo di cui pure fa parte e che ora i renziani chiedono di cancellare, minacciando sfaceli. E mai si era visto nulla del genere, fatta eccezione per quella volta che Silvio Berlusconi, nel 2013, con la scusa di un possibile aumento dell’Iva annunciò il ritiro dei ministri del Pdl dal governo Letta.

Come allora, anche i renziani mitragliano l’attuale esecutivo come pazzi. Marcando le distanze dalla manovra e già che ci sono pure dal Pd. L’altra pasionaria renziana Maria Elena Boschi picchia duro contro i suoi ex compagni di partito. “Il Pd è il partito delle tasse, e noi non siamo il partito delle tasse”, dice trovando pieno sostegno da Ettore Rosato. La Leopolda riparte da qui e se non fosse per la sgrammaticatura istituzionale del ministro Bellanova, sarebbe solo un film già visto.

Già nel 2017 Renzi all’indomani della batosta del referendum costituzionale che gli era costato Palazzo Chigi aveva tentato di rimontare nei sondaggi tuonando contro il fisco vampiro. “Alcuni nostri dirigenti del passato si sono presentati come campioni della lotta all’evasione attraverso un metodo assurdo: controlli a tappeto, la logica della punizione prima di tutto. Una scelta sbagliata e devastante”. Ma da premier aveva addirittura fatto meglio.

Alla fine del 2014 nella foga di intervenire sulle soglie minime di punibilità per il reato di frode fiscale aveva incidentalmente inserito in un provvedimento una norma che avrebbero potuto far recuperare l’agibilità politica persa da Berlusconi a causa della legge Severino. Poi il dietrofront, dopo le polemiche. Mai sopite nei due anni di Renzi a Palazzo Chigi. Tanto che a un certo punto l’ex ministro Vincenzo Visco, accusato di essere tra quei dirigenti vampiri messi sulla graticola dal rottamatore, gli aveva presentato il conto elencando uno per uno tutti gli orrori. “Il sistema sanzionatorio è stato modificato innalzando le soglie di punibilità penale e restringendo le fattispecie incriminatrici; l’abuso del diritto (elusione) è stato depenalizzato e ridotto ad una fattispecie residuale. È stato abolito il termine lungo di accertamento amministrativo per le condotte penalmente rilevanti. La riscossione dei tributi è stata fortemente indebolita prevedendo la possibilità di rateazioni fino a 72 rate per i debitori decaduti negli ultimi due anni da un precedente piano di dilazione”.

E ancora. Visco, e non solo lui, aveva rinfacciato a Renzi un “condono (rottamazione) delle cartelle esattoriali, relative a evasori conclamati”. Ma anche sgravi, detassazioni, decontribuzioni a pioggia per le imprese, premiate pure dal rinvio della revisione delle tax expenditures. Per non parlare delle due voluntary disclosures che il forzista Renato Brunetta aveva così liquidato: “È una cosa pericolosissima, un riciclaggio di Stato”.

E che dire dell’aumento del limite del contante a 3.000 euro? “Un modo per aiutare i consumi e dire basta al terrore”, aveva chiosato Renzi, benedetto dal suo alleato del tempo Angelino Alfano visibilmente soddisfatto: “Da anni chiedo l’innalzamento del limite all’uso del contante perché credo che uno Stato liberale debba consentire il libero uso del proprio lecito guadagno. E adesso noi vigileremo perché non ci sia nessuna marcia indietro in ossequio alla vecchia sinistra”. Aveva voglia Pier Luigi Bersani a dire che era invece una misura a favore del nero e dell’evasione.