Obiettivo 10%: l’ex Pd vuole fare il pieno di ex forzisti

Buio in sala, musica assordante, bandierine che si agitano, smartphone che riprendono. E la gigantografia del simbolo che scende dall’alto. Sul palco in prima fila Matteo Renzi, jeans e camicia bianca, espressione vagamente inebriata. Accanto a lui, Teresa Bellanova, che di Italia Viva sarà il segretario (il Capo prende la “tessera numero 1”, ma muove tutti i fili senza incarichi) e Ettore Rosato, che magnifica il partito del leader (“Sapete a chi non piace? A chi il leader non ce l’ha”) mentre la platea si spella le mani. E poi, Maria Elena Boschi, Gennaro Migliore e Lisa Noja (che hanno stilato il programma), Luigi Marattin.

Parte così, con una cerimonia all’americana e poi un notaio a certificare la nascita del partito, la nuova avventura del fu Rottamatore: nel simbolo vincitore della competizione online (il numero 2, come si vociferava da giorni), le ali da gabbiano che ricalcano la doppia spunta, una sorta di legame tra passato e futuro. Parte evocando le convention di partiti che sono più che altro comitati di voti. E tutto sta a vedere se la neonata creatura, arrivata dopo una riflessione durata 10 anni e il crollo rovinoso di una carriera che pareva trionfale, i voti li prenderà.

Per adesso, nei sondaggi Italia Viva sta – nella migliore delle ipotesi – al 5%. “Ma il trend può rapidamente salire, arrivando a una doppia cifra”, è quello che raccontano tra le arcate della vecchia stazione industriale.

Obiettivo 10%. Come? La strategia è in varie fasi. La prima è stata quella di prendere i parlamentari più vicini per formare i gruppi. Adesso, è il momento di attrarre la gente. L’identikit del simpatizzante tipo è quello che arriva da Forza Italia, visto che non può più guardare a Berlusconi e vuole una destra più tradizionale e meno estrema di quella di Matteo Salvini. Ma poi c’è il moderato del Pd, che arriva soprattutto dal Sud. L’allargamento del ceto politico continuerà cercando di pescare soprattutto tra le fila degli azzurri: Renzi punta a Mara Carfagna e i suoi, prima di tutto. Per adesso, lei resiste. Nel frattempo, Iv inizia a fare le liste. Si parte dall’Emilia Romagna: lì Renzi farà entrare i suoi a sostegno di Stefano Bonaccini, puntando a far eleggere Stefano Mazzetti, sindaco di Sasso Marconi. Liste sue certe in Toscana, dove si cerca un candidato il più possibile unitario. Nelle altre Regionali si vedrà: dove non ci sarà un candidato civico, frutto dell’ accordo Pd – M5s, Renzi si presenterà. Ancora una volta, l’idea è quella di fare l’ago della bilancia.

A un certo punto di questo percorso, una parte degli amici rimasti nel Pd potrebbe spostarsi: Base Riformista è già in via di dissoluzione, tra i seguaci di Luca Lotti e quelli di Lorenzo Guerini.

Ieri dalla Leopolda l’attacco è partito soprattutto verso il Nazareno. “Il Pd sta diventando il partito delle tasse”, dice la Boschi in mattinata. Rincara la Bellanova: “Noi siamo quelli contro le tasse”. Tanto per strizzare l’occhio pure agli evasori.

Evidente che il bersaglio preferito del nuovo partito è l’asse Zingaretti – Conte. Il premier in Umbria ieri ci va giù duro (“Chi non fa squadra, fuori dal governo”). La dirigenza del Pd tradisce qualche nervosismo. Il tempo gioca a favore di Renzi, che logora l’ex quartier generale e il governo. Il modo più semplice per fermarlo sarebbero le elezioni subito dopo la manovra. Ma Zingaretti non sembra uomo pronto a prendere queste decisioni. Il fu Rottamatore deve dunque mantenere la calma e aspettare il momento di rovesciare Conte, magari a favore di un governo Di Maio (uno degli obiettivi prioritari, ma non immediati). Ce la farà? In realtà è questo l’interrogativo principale degli affezionati riuniti alla Leopolda. Per lui, partire per la tangente del delirio di onnipotenza e fare la mossa avventata che fa crollare la casa, è un attimo.

La Leopolda l’abbraccia: “Di Maio è come Renzi”

C’era un tempo in cui Giuseppe Conte era considerato un renziano. Almeno è la leggenda che proprio i renziani tramandano e propalano nei giorni della Leopolda. È un espediente, tra i più ricercati, per giustificare l’inedita sintonia tra Italia Viva e Luigi Di Maio e il pezzo di Cinque Stelle che gli appartiene: “Il tema del taglio delle tasse ci ha unito”, ammettono, con un po’ di pudore, i vari Maria Elena Boschi, Teresa Bellanova, Ettore Rosato. Unione con Di Maio, divisione dal premier Conte e i carissimi ex amici Dem.

È vero che la politica è il luogo in cui non vale né quanto si è creduto né quanto si è credibili, però disorienta riscontrare punti di contatto tra il pensiero (la strategia) di Renzi e di Di Maio. L’ex premier rende il Pd ancora più afono, il ministro sottrae all’avvocato Conte la protezione dei Cinque Stelle: emblematiche le posizioni mediatiche sul limite al contante. E il Nazareno di Nicola Zingaretti, o di Dario Franceschini per dirla meglio, è costretto a soccorrere l’inquilino di Palazzo Chigi per ridurre un pericoloso isolamento politico. Congetture? Chissà. Il nome dei Cinque Stelle a una platea di renziani di strettissima osservanza, in un raduno annuale dal sapore ascetico, non fa più spavento. Ivan Scalfarotto cassa l’ipotesi di un repentino ribaltone di governo con una legislatura che, ovvio, sopravvive e si trascina fino al cambio di guardia al Quirinale, cioè nei primi mesi del 2022: “Il caso spinge noi e Di Maio nella stessa direzione. È come un orologio rotto che due volte al giorno segna l’ora giusta. A chi governa, però, spetta il compito di recepire le indicazioni di tutti i partiti di maggioranza”. E allora il Pd? “Noi abbiamo lasciato il Nazareno perché eravamo a disagio e oggi, sembra strano, parliamo con più facilità con i Cinque Stelle che con i nostri vecchi colleghi”. Scalfarotto fa un passo in avanti e poi rallenta: “Il patto di governo, vi assicuro, regge a lungo”. E il premier Conte? “Mi scusi?”. Renzi tiene in bilico la coalizione di maggioranza o il presidente del Consiglio? Scalfarotto sorride.

Davide Faraone, capogruppo di Italia Viva in Senato, prende il discorso dai titoli di coda: “Vi posso fare un elenco degli argomenti – come quota cento per le pensioni o il reddito di cittadinanza – che ci tengono distanti da una sincera armonia con i Cinque Stelle”. Bene, e il resto? “Non fatico a dire che il Pd è la conservazione, mentre sulle tasse c’è un buon dialogo con Di Maio”.

L’ex sottosegretario Cosimo Ferri ha abbandonato il Nazareno dopo un paio di anni e lì ha abbandonato l’amico Luca Lotti, che prima di ogni cosa era (era?) il principale collaboratore di Renzi. Ferri è un uomo di spirito, ma ha attraversato un periodo complesso. C’era pure il deputato (e magistrato) Ferri con Lotti e il pm Luca Palamara a parlare di procure e nomine del Consiglio superiore della magistratura. Alla Leopolda va in scena la fondazione di Italia Viva e dunque il toscano di Pontremoli, figlio dell’ex ministro Enrico, è un fondatore a pieno titolo: “Se Di Maio scava dentro di sé, ci trova un Renzi. Lui non lo sa – ribatte Ferri – ma è renziano: giovane, veloce, rapace. Con un parametro del genere, può essere un prototipo di Berlusconi? Perché ha uno stile sempre azzimato? No, ragazzi, Di Maio è un altro Renzi”.

Oltre la tattica politica, a che serve il mulinare di messaggi affettuosi ai Cinque Stelle? In assoluto: a far sentire agli elettori vicini e lontani che c’è Italia Viva, ma anche Renzi è assai vivo. E poi a marcare la bozza di uno schema: Di Maio e Renzi contro Conte e Zingaretti (Franceschini). Uno schema che stressa l’esecutivo e riporta in Di Maio il controllo totale dei Cinque Stelle. È un gioco un po’ rischioso che potrebbe causare incidenti non previsti. Per adesso ci si diverte. E tre strati di telecamere assediano Maria Elena Boschi. Come quand’era pura gloria. Durò poco.

M5S: “Stupiti e addolorati” Le liti dietro lo scontro

Leggono quelle agenzie che sono cazzotti, e quasi non ci credono. “Siamo stupiti” dicono dal circolo ristretto di Luigi Di Maio quando Giuseppe Conte comincia a picchiare da Perugia, dicendo no a tutte le richieste 5 Stelle. Poi rincarano: “Ci addolora”. “È incredibile” commentano, mentre Di Maio, appena arrivato a Matera per un’iniziativa sull’Expo, cerca di mordersi la lingua. La linea è non rispondere al presidente del Consiglio, almeno per adesso. Ma è una ferita, il Conte che ricorda: “Ho iniziato con il M5S che gridava onestà, onestà”. Un graffio che cerca la carne viva.

Perché l’avvocato sa che alludere all’identità perduta è forse l’accusa peggiore al capo politico del Movimento, benzina per il malcontento dei gruppi parlamentari dove solo una minoranza è rimasta con Di Maio. Per questo anche quell’avvertimento, “chi non fa squadra è fuori dal governo”, può essere letto come un occhiolino ai tanti col mal di pancia, come un invito a stare comunque dalla parte del governo, a prescindere dal capo politico.

Non è un caso che Conte e il suo staff si affrettino a correggere: “Il M5S gridava onestà e continuerà a farlo”. Per poi sostenere fuori microfono che le stilettate “erano risposte a Matteo Renzi”. Ma non ci crede ovviamente nessuno. E l’aria resta irrespirabile, al punto che nel Pd si preoccupano, molto. Così il vicesegretario Andrea Orlando, lo dice a L’Intervista su SkyTg24: “Se per qualche alleato la fiducia è venuta meno è meglio che lo si dica”. Ma in giornata piovono anche telefonate dai dem ai 5Stelle di governo: “Cosa sta succedendo tra Di Maio e Conte? Quanto è grave?”.

Le risposte sono interlocutorie, ma la verità che il ministro non si fida più del premier e che Conte non sopporta le posizioni di Di Maio. La verità è che i sospetti sono già esplosi e ora è tempo di schegge. “Conte non fa altro che parlare con Dario Franceschini, si incontrano di continuo in via riservata. E si sta facendo imporre le modifiche alla flat tax per le partite Iva dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri” accusano dai piani alti del M5S.

Chiara l’imputazione: il premier considera solo i dem. E gli esempi si sprecano, assicurano: “Due giorni fa Conte ha annunciato una riforma dell’Irpef, ma è un progetto a cui stava lavorando innanzitutto la viceministra Laura Castelli, e che doveva essere presentato in settimana, assieme”. Ma c’è anche il rapporto da subito complicato con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro. Il premier, lo sanno tutti, avrebbe voluto in quel ruolo un tecnico di sua fiducia, Roberto Chieppa. Invece ha dovuto deglutire un dimaiano di ferro come Fraccaro. Però il rapporto non è mai decollato. “Conte sta togliendo deleghe e spazio a Riccardo, giorno dopo giorno” accusano dal M5S. Tanto che un paio di giorni fa tra i due c’è stata anche una lite su vecchie e nuove incomprensioni. D’altronde Conte aveva discusso forte nell’ultimo Cdm anche con un altro dimaiano, il ministro allo Sport Vincenzo Spadafora, che gli aveva rimproverato di rivolgersi solo a Franceschini.

Scene diverse per uno stesso film, lo scontro tra il capo del Movimento e Palazzo Chigi. Alimentato anche ieri da grillini lealisti come il sottosegretario al Tesoro Alessio Villarosa, in picchiata contro l’abbassamento della soglia del contante voluto dal presidente del Consigli: “Oggi i tecnici del ministero dell’Economia, Ragioneria dello Stato compresa, stimano un recupero di evasione pari a zero nel caso in cui il ‘tetto’ al contante passasse da 3mila a mille euro”.

Invece nel pomeriggio sul blog delle Stelle esce un post che, come è prassi in tutte le fasi difficili dei 5Stelle, accusa i giornali cattivi. “Oggi leggiamo di un Movimento contro il presidente Conte, di attacchi, minacce e ultimatum. Niente di più falso”. Parole surreali, a rileggere le frasi da Perugia di Conte. Ma al netto dei social, il succo è che Di Maio vuole e deve difendere il suo ruolo di capo politico del Movimento, spingere Conte a “fare qualche passo indietro” come sussurrano dal M5S. E la leva è il muro su contanti, pagamenti elettronici e partite Iva, “persone che ci votano” è convinto il leader, anche se molti dei suoi non la pensano così. Di Maio chiede un vertice prima del Cdm di domani sera, lo ottiene. Anticipa via blog una lista di “legittime richieste”. E ricorda ancora una volta che i voti in Parlamento, li hanno loro.

Manovra, ora è Conte che scarica i 5 Stelle: “Chi non ci sta è fuori”

Sempre con un sorriso bonario e impassibile stampato sulle labbra, sempre col ciuffo in piega impeccabile, senza scomporsi o tradire alcuna forma di alterazione, il premier Giuseppe Conte pronuncia da Perugia un anatema violento nei confronti del partito che l’ha portato a Palazzo Chigi: “Ho iniziato con un Movimento che gridava ‘onestà, onestà’. Il piano anti-evasione non può essere né smantellato né toccato. Nessuno può tirarsi indietro. Dobbiamo fare squadra, chi non ci sta è fuori dal governo”. È il culmine dello scontro con i Cinque Stelle e con il loro capo politico, Luigi Di Maio, che sul blog ha definito “un segnale culturale devastante” le norme di Conte per scoraggiare il denaro contante e obbligare i pagamenti elettronici. Da venerdì, tra i due, nemmeno una telefonata. “Chi non ci sta è fuori”, fa sapere dalla trasferta, ricordando pure che lui un lavoro ce l’ha, se non fosse chiaro a tutti. E che sul carcere agli evasori andrà “fino in fondo”, a costo di mettere la fiducia sul maxi emendamento al dl fiscale che è allo studio del governo. Ma è certo che non ce ne sarà bisogno: “In Cdm hanno tutti detto che sono d’accordo”. L’escalation della tensione tra “l’avvocato del popolo” e il suo ex vicepremier è stata incredibilmente rapida. Talmente tanto che, qualche ora dopo, forse consapevole della portata di queste dichiarazioni, Palazzo Chigi prova a ridimensionarle: M5S “continuerà” a gridare ‘onestà’, “il premier non ha inteso far riferimento a singoli ministri o forze politiche, ma ha fatto un discorso più generale”. Il senso però era chiarissimo.

Conte è a Perugia per uno dei primi veri comizi elettorali da quando il professore di diritto privato si è fatto uomo politico e si è messo in proprio. La settimana prossima in Umbria si vota per le Regionali: Pd e Cinque Stelle hanno scelto un candidato comune, Vincenzo Bianconi, per evitare la probabile vittoria di Salvini con Donatella Tesei: sarebbe la prima affermazione della destra in una Regione “rossa” da sempre. Conte tira la volata a Bianconi, che lo accompagna nella lunghissima passeggiata tra gli stand dell’Eurochocolate, la festa del cioccolato che trascina a Perugia orde di turisti famelici. Il riflesso delle elezioni umbre sarà inevitabilmente nazionale: il “patto civico” tra Pd e M5S nasce nel nome del Conte bis. Il premier è molto consapevole delle insidie di questo voto, e infatti minimizza: “L’esito non può influenzare il governo. Con tutto il rispetto dei cittadini umbri, in questa Regione vive la stessa popolazione della provincia di Lecce, non può essere un test per il governo”. Sa bene che da lunedì 28 ottobre, se vincesse il centrodestra, inizierebbero processi e rese dei conti nella maggioranza.

Il Conte di Perugia, in ogni caso, è un animale da comizio che pare avere imparato in fretta un mestiere tutto nuovo. Arriva verso le 16 e si trattiene per oltre due ore tra gli stand della festa del cioccolato. Centinaia e centinaia di mani strette, vagonate di selfie sorridenti: sembra quasi Salvini. Consola Lorena, bidella bresciana di 63 anni che vuole andare in pensione e “non ce la fa più”. Risponde alle osservazioni di Marco Marcucci, piccolo imprenditore di Deruta (15 chilometri da Perugia) che porta le lamentazioni delle partite Iva. “Guardi che io sono il presidente del Consiglio che ha portato al 15% l’aliquota per chi è sotto ai 65mila euro di reddito. Voi ci dovete aiutare, con un aliquota al 15% non avete nulla da temere. Vogliamo recuperare risorse per abbassare le tasse fino ai 100mila euro. Non sono qui a chiederle voti, il mio programma è questo, faccia come crede”. Marcucci dopo il colloquio col presidente del Consiglio non sembra persuaso. “Vediamo se è davvero così. Io ho fatto politica a sinistra da quando ho 16 anni, poi hanno distrutto tutto. Ora sono indeciso tra Salvini e Conte”.

Il premier prosegue. Si fa una foto pure con un artista di strada vestito da Pulcinella. Si ferma ai gazebo di Pernigotti, Perugina, Eraclea, Pan di Stelle, alla pasticceria Sandri sul corso: quasi ovunque mangia o beve qualcosa al cioccolato; la maratona glicemica stenderebbe un elefante, ma l’avvocato resiste. Alla fine gli mettono un grembiule e gli fanno preparare dei cioccolatini. Si presta: “A me piace imparare cose nuove”. In uno degli ultimi stand gli regalano una dozzina di tavolette di cioccolata con le foto dei ministri sopra, una per ognuno di loro. “Le porterò in consiglio dei ministri lunedì”. A Di Maio darà quella amara? Ride: “Bisogna vedere per chi ci sarà il cioccolato al latte, fondente, extra fondente o amaro…”. Poco più tardi, quando parla con i giornalisti del prossimo cdm, è molto più serio: “Vorrei ricordare che la manovra è stata già discussa e valutata salvo intese. È stata approvata da ministri, anche del M5S, e comunicata a Bruxelles. Non c’è da approvare una manovra”. Il fronte con il Movimento e il suo capo ormai è aperto. Spalancato.

La ministra eversiva

Ci mancava giusto il partito No Tax, ma ora ce l’abbiamo. Lo annunciano festose alla Leopolda le due punte di diamante di ciò che resta del renzismo: la cosiddetta ministra Teresa Bellanova e l’ex-tutto Maria Elena Boschi. La seconda accusa il Pd di essere “il partito delle tasse”, come se ci fosse qualcosa di male. La prima chiosa: “Il Pd partito delle tasse? Non lo so, io dico che Italia Viva è no tasse”. Si potrebbe domandarle da dove arrivi il budget del suo ministero. O come pensa che si finanzino le strade che percorre sull’autoblu, gli ospedali dove si cura, gli agenti della scorta, le scuole dove ha studiato suo figlio. O chi crede che le paghi lo stipendio di parlamentare e ministra, se non i contribuenti onesti che, diversamente da lei e dal suo partito, non vogliono o non possono essere “no tasse”. Ma soprattutto su quale Costituzione abbia giurato il mese scorso: non certo quella della Repubblica italiana, che all’art. 53 recita “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. La Dc e gli alleati mettevano tasse, poi condonavano chi non le pagava, e così centrodestra e centrosinistra, per tenersi stretti i voti degli evasori.

B. alzò l’asticella della vergogna, rivendicando e proclamando il diritto, addirittura “naturale” o “morale”, di evadere le tasse troppo alte (non per sé, naturalmente: per chi le paga). Ma neppure lui si era mai sognato di dirsi “no tasse” tout court: lo faceva capire, ma persino lui sapeva che esplicitarlo significa porsi al di fuori della Costituzione. In piena eversione. Oggi siamo pronti all’ultimo salto, con una ministra in carica e un partito di maggioranza dichiaratamente eversivi: perchè non si limitano a contestare l’aumento delle tasse e la lotta all’evasione, ma addirittura le imposte in sé. Facendo sentire ancor più fesso chi le paga e ancor più impunito chi non le paga. Il premier Conte ha già le sue belle rogne, fra i renziani che disfano di giorno ciò che approvano di notte in Cdm, il Pd che traccheggia sul carcere agli evasori previsto dal programma di governo sottoscritto un mese fa, e i 5Stelle che si scordano gli inni all’”onestà” per attaccare i limiti al contante. Ma dovrebbe trovare il tempo di riunirli attorno a un tavolo e precisare che le tasse sono un dovere civico per tutti (“una cosa bellissima”, le definì Tommaso Padoa Schioppa), dunque non possono esistere partiti o ministri “no tasse” che ne accusano altri di essere “sì tasse”. I “no tasse”, se stanno al governo, sono più pericolosi dei brigatisti. Quindi la Bellanova deve dimettersi seduta stante: non per come veste o per quanto pesa, ma per quello che pensa e che dice.

L’ineffabile Pavarotti nel doc di Howard: un bel “boh” di petto

Di certo a Ron Howard, regista premio Oscar per A Beautiful Mind e indimenticato Richie di Happy Days, non difetta la sincerità. Di più, il candore. Sul palco dell’Auditorium di Roma, dove è in Festa il suo Pavarotti, candidamente confessa che alle due interviste cardine del documentario lui non c’era.

Un film a sua insaputa? Non scherziamo, eppure, a sentire il frontman degli U2 Bono Vox, che ricorda fuor di metafora come “il braccio di ferro emotivo” di Big Luciano ti lasciasse con l’arto spezzato, e la prima moglie Adua Veroni, che mastica amaro, Ron non c’era. Alla prima non ha partecipato “perché Bono lo conosce il produttore Nigel Sinclair, ci ha pensato lui” e/o per impegni concomitanti, alla seconda “perché non parlo italiano”: forse è la giusta distanza poetica, chissà. Forse, non è – letteralmente – aria, ché di musica nella famiglia Howard se ne sentiva poca né lui collezionava dischi: vai a sapere, è al terzo doc musicale, dopo The Beatles: Eight Days a Week – The Touring Years (2016) e Made in America (2013) su Jay-Z.

Comunque, i problemi del film, che la Festa pare accogliere più per catalizzare l’odierno incontro col pubblico di Howard che per indiscussi meriti artistici, sono talmente evidenti da sconfessare dietrologie: agiografico sempre, oleografico a tratti, nondimeno, riesce a rendere il celeberrimo tenore elusivo, sfuggente, meglio, insondabile. L’eterno sorriso incastonato da barba e capelli corvini come una maschera teatrale: chi c’è dietro? Qualche dubbio lo confessano gli stessi autori: “Ci siamo avvicinati all’uomo, ma qualcosa lo ha tenuto per sé”, Sinclair; “Rimane ancora un’aura di mistero”, Howard.

Insomma, la domanda è la solita, chi era costui?, la risposta un “boh di petto”, e trattandosi del re dei Do di petto – nove quelli messi in fila nella Fille du régiment di Donizetti – qualcosa non torna. La camera non affonda mai, cincischia, suggerisce, svicola: così nel “passaggio” da Adua alla seconda moglie Nicoletta Mantovani; così nel rapporto tra il tenore e la soprano Madelyn Renee; così nelle critiche dei puristi, e non solo quelli, per le contaminazioni lirica-rock e lirica-pop dei concerti Pavarotti & Friends.

Il resto è missing: stornato al montaggio, come i fischi alla Scala per il Don Carlo del 7 dicembre 1992 di cui Luciano sportivamente ammise “due e mezzo, anzi tre” errori, o nemmeno contemplato, come il patteggiamento col fisco di 25 miliardi di lire in diretta tv del 28 luglio 2000.

Ecco, se l’intenzione era di offrire un ritratto a tutto tondo, che peraltro gli sarebbe calzato a pennello, questi, ehm, dettagli avrebbero potuto giovare, avrebbero detto qualcosa di più, di meglio, di quegli “occhi da cui traspariva la gioia di vivere, ma anche il rimpianto, l’abbandono e una follia che poteva ferire”. Pur from womb to tomb, dal grembo alla tomba, a questo viaggio manca se non qualche tappa tout court – dai Tre Tenori a Lady D, dai Friends alla beneficenza globale, ce n’è – qualche stazione di Via Crucis, di quel contadino che volle farsi tenore del popolo. Nessun dorma, cantava, eppure qualcuno dietro la macchina da presa dell’eponimo Pavarotti (dal 28 al 30 ottobre in sala) l’ha fatto, volente o – il condizionamento delle famiglie: Adua, con le figlie Lorenza, Alice e Giovanna, e Nicoletta – nolente.

C’è però un momento da pelle d’oca: il Nessun dorma a Caracalla in occasione dei Mondiali di calcio del 1990. Con lui si unirono, la prima di un tour senza eguali, i colleghi Placido Domingo e José Carreras, e dinnanzi a un pubblico di un miliardo e quattrocentomila di persone entrarono nella leggenda. Era grande Pavarotti, ma chi era?

“Ma non trattate il passato con la testa al presente”

“La stragrande maggioranza dei romanzi storici è illeggibile”. Sentenzia così Alessandro Barbero, docente universitario, storico (per l’appunto), scrittore a sua volta di romanzi storici acclamati (il suo Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo ha vinto il Premio Strega nel 1996), quando gli chiediamo cosa pensa del successo che stanno riscontrando libri come M di Antonio Scurati, Il rumore del mondo di Benedetta Cibrario o Madrigale senza suono di Andrea Tarabbia. Oltre che chiaro accademico, Barbero è divenuto negli ultimi anni anche un influencer (così si direbbe) suo malgrado, stando almeno alle visualizzazioni che registrano i video delle sue lezioni e conferenze su Youtube e il seguito che hanno le lectio magistralis che tiene (pochi giorni fa, per esempio, c’erano oltre mille persone al Teatro Nazionale di Genova). “Il mio punto di vista – prosegue Barbero – è quello dello storico, e non posso non registrare che non c’è sempre una consapevolezza”.

Dunque i romanzi storici non le piacciono?

Il problema è che lo storico non riesce a fare a meno di chiedersi se il libro e il suo autore sono stati fedeli all’epoca che stanno narrando. Non sono gli errori tecnici, oggetti inesistenti o date sbagliate, l’operazione letteraria ha senso quando attraverso le possibilità del romanzo – cioè entrare nel privato, nella mente dei personaggi – si riesce a dare l’idea di cos’era davvero quel mondo. Dipende tutto da cosa si cerca: I tre moschettieri, per esempio, non spiega affatto cos’è la Francia del ’600, ma è un romanzo grandioso, che sceglie quel periodo storico come una sontuosa ambientazione. Il nome della Rosa è un romanzo riuscito perché è scritto da un uomo che conosceva il Medioevo come la punta delle sue dita, un libro che non solo restituisce le idee di un’epoca diversa dalla nostra, ma contiene anche la scommessa del romanzo post-moderno, dato che con i francescani estremisti del Trecento si allude ai brigatisti degli anni ’80. Oggi, la verità è che siamo al disastro quasi generale. Gli autori non hanno la minima idea che si sta parlando di gente completamente diversa da noi, che pensava in modo completamente diverso. E non capiscono che al passato il presente non interessa, e attualizzare il passato è fargli violenza.

Il ritorno alla Storia nella letteratura potrebbe essere un residuo del borghese bisogno d’evasione?

Io non parlerei di ritorno. In ogni epoca si ha paura del futuro e ci si sente smarriti. La condizione umana è quella di illudersi di essersi sempre come persi qualcosa da recuperare in qualche modo. Basta pensare a Dante, che criticava la Firenze dei suoi tempi, dicendola diversa da quella di cinquant’anni prima. E ogni epoca cerca delle fughe e delle evasioni. Oggi, per esempio, ci sono le serie televisive, che sono una poderosa forma d’evasione. C’è più arte in esse che in molti libri. Per esempio, The Crown mi è piaciuta moltissimo. Meno Downton Abbey, che già conteneva degli anacronismi.

E Il nome della rosa?

Da mettersi le mani nei capelli. L’ho guardata per dovere professionale. Ma viene fuori la crassa ignoranza, l’analfabetismo, il pregiudizio di chi ha scritto quelle cose lì. Almeno Il trono di spade, che è vagamente medievaleggiante, non fa finta che sia esistita davvero, è un mondo inventato. E la Storia ha il dovere di capire cosa è successo davvero. Non d’inventare. Farlo è un crimine.

Gli italiani quanto conoscono la Storia?

Poco. Il problema è che siamo talmente circondati da essa da darla per scontata come un elemento del paesaggio.

E i nostri politici?

L’ignoranza della storia non è il lato peggiore della classe politica italiana, piuttosto ignorante in tutto. Posto che la cultura storica può aiutare. Quello che è scandaloso e pericoloso, è che un politico che prende delle decisioni sia un ignorante.

“La Storia è il trucco per vendere i romanzi”

Matteo Strukul, in libreria con la sua ultima saga “Le sette dinastie” (Newton Compton), ci spiega perché la Storia è ancora l’ingrediente principale – e di successo – dei romanzi.

 

Quest’anno romanzi come M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati e Madrigale senza suono di Andrea Tarabbia hanno vinto, rispettivamente, il Premio Strega e il Premio Campiello. La misura dell’uomo di Marco Malvaldi, L’enigma dell’abate nero di Marcello Simoni e I leoni di Sicilia di Stefania Auci hanno dominato o stanno tuttora dominando le classifiche di vendita. Ma cosa unisce questi e altri titoli che si sono rivelati indubbi protagonisti dell’ultima stagione editoriale? La risposta è semplice: la Storia. Quella con la esse maiuscola e che appartiene al nostro Paese. Quella amata da lettrici e lettori. Capace di conciliare critica e pubblico.

La ragione di un tale innegabile successo è duplice: da una parte, lettrici e lettori chiedono agli scrittori romanzi che abbiano il coraggio di guardare nel ventre molle del nostro passato, portandoci a fare i conti con la memoria, i drammi, gli orrori commessi; dall’altra, il desiderio è quello di comprendere le diverse culture che compongono l’Italia. Risulta evidente, del resto, che attraverso questo tipo di letteratura arriviamo a comprendere e scoprire la Sicilia ottocentesca dei Florio, la Firenze medicea del Quattrocento, la Milano di Leonardo da Vinci e Ludovico il Moro, l’Italia uscita dalla prima guerra mondiale, preda delle mire d’un uomo spietato, capace di alimentare l’odio e la paura, cavalcandoli.

E grazie alle specificità di quelle diverse culture e fasi, figlie di dominazioni, di ribellioni, di rivoluzioni scientifiche e riforme agrarie, di grandi emigrazioni, di paure mai sopite, i lettori riscoprono non solo gli errori compiuti ma anche un’infinita eredità di bellezza, arte e cultura e un’epopea di sentimenti, tradizioni e costumi, siano essi partenopei, veneziani o siciliani.

Questa letteratura aiuta quindi a riscoprire la molteplicità culturale dell’Italia. Non fa eccezione Le sette dinastie, una saga che prova a mettere in luce i diversi centri di potere del Quattrocento, avendo cura di narrarne origini e storia: quelle di Venezia, regina del Mediterraneo, del suo rapporto con Costantinopoli e dell’oligarchia illuminata ma rapace delle sue famiglie patrizie; e poi la bellezza di Napoli, imprendibile, bramata dagli Aragonesi di Alfonso il Magnanimo, e destinata a scintillare magnifica nel golfo; quindi Roma, nelle mani dei Colonna e di un papato fragile, appena rientrato da Avignone; o ancora la Firenze rinascimentale dei Medici; per concludere con Milano, conquistata da un capitano di ventura senza scrupoli che prende sulle sue spalle la dinastia dei Visconti.

La Storia è allora memoria, lente privilegiata per la comprensione del presente, conoscenza stratificata di generazioni che può essere riletta attraverso lo strumento della trama avvincente, dell’intrigo, dei fatti di sangue e meraviglia che donne e uomini hanno compiuto nel passato, esaltati dall’afflato romanzesco.

Per fare questo, come un restauratore, il romanziere deve da un lato riportare alla luce i fatti quasi fossero fregi e decorazioni su cui si sia depositata la polvere del tempo; dall’altro evocare i fantasmi, gli spiriti di personaggi storicamente esistiti e attimi di tempi che furono. Dopo esservi riuscito, scaraventerà il lettore in questo mondo, che è stato in grado di richiamare grazie alla potente visione della letteratura, per farlo stare al fianco di Filippo Maria Visconti, di Caterina Sforza, di Alfonso d’Aragona.

Ecco dunque il motivo per cui questa particolare letteratura scala le classifiche e vince premi importanti. Lo stesso, in fin dei conti, sta accadendo a una trasmissione come Ulisse di Alberto Angela, che indagando i segreti e le scoperte di Leonardo da Vinci, riscoprendo la Sicilia del Gattopardo, stravince il prime time del sabato sera.

Perché l’Italia non è solo terra di investigatori e commissari e, da sempre, i romanzi capaci di raccontarla anche nel suo splendore e nelle sue pulsioni e tensioni artistiche, nelle imprese dell’ingegno e nelle passioni più vere e infuocate piacciono a un pubblico che, oggi più che mai, ha bisogno di capire e riscoprire le proprie origini.

La rivolta dei diplomatici rivela i complotti di Trump

La procedura di impeachment contro Donald Trump è una guerra istituzionale a tratti incomprensibile, ma ha già prodotto conseguenze politiche. La prima: Joe Biden non è più il favorito tra i Democratici per sfidare Trump nel 2020.

Tutto l’impeachment ruota intorno alle pressioni di Trump sull’Ucraina per ottenere elementi contro Biden da usare in campagna elettorale: nel 2015 l’allora vicepresidente di Barack Obama, contribuì a far licenziare un contestato procuratore anticorruzione ucraino che, tra l’altro, stava indagando la società di un oligarca che aveva arruolato nel cda Hunter Biden, figlio di Joe. Trump sognava una nuova inchiesta di Kiev per corruzione, che non ci sarà, ma l’inevitabile attenzione sulle disinvolture della famiglia Biden ha comunque azzoppato la corsa di Joe: Hunter ha dovuto fare una imbarazzata intervista tv promettendo di non accettare incarichi all’estero se il padre andrà alla Casa Bianca e ha annunciato le dimissioni dal consiglio di un fondo di investimento cinese. Nel dibattito tv tra i Democratici di martedì, Joe Biden se l’è cavata con una domanda morbida sull’Ucraina. Ma intanto Elizabeth Warren ora lo supera nei sondaggi.

Il secondo risultato del- l’impeachment è aver scoperchiato la ribellione di tutto il deep state di Washington, dai servizi segreti alla burocrazia ai diplomatici, agli abusi di potere di Trump. Non si tratta più soltanto dell’anonimo funzionario della Cia che ha denunciato la telefonata del 25 luglio di Trump al neo presidente ucraino Volodymyr Zelensky (con la richiesta di indagare su Biden). Perfino Mick Mulvaney, il capo dello staff del presidente, ha in sostanza confermato le accuse: c’è stato il quid pro quo, come lo chiamano gli americani, cioè il ricatto. Su richiesta del presidente, il governo ha congelato 400 milioni di aiuti militari all’Ucraina per costringere Kiev a indagare su Biden, “è questa la ragione per cui abbiamo fermato i soldi”, ha ammesso Mulvaney ad Abc News.

Anche la diplomazia è stata travolta dall’impeachment e dalla politica estera parallela che Trump aveva affidato ai suoi due uomini di fiducia: Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York e legale personale del presidente, e il ministro della Giustizia William Barr (quello che prima ha cercato di fermare l’esposto anonimo sull’Ucraina e poi è venuto in Italia a cercare prove di un complotto dei Democratici nel 2016). Giuliani è da anni un politico fallito (voleva fare il presidente) e un uomo d’affari spregiudicato. Tre uomini legati alla sua società di consulenza, attiva intorno all’opaco settore ucraino dell’energia, sono stati arrestati negli Usa nell’ambito di un’inchiesta federale che si intreccia con l’impeachment.

Il procuratore anticorruzione ucraino Yuri Lutsenko, nominato dal precedente governo filo-democratico, quando capisce di essere prossimo al licenziamento cerca la sponda di Trump, tramite Giuliani. Per salvare la poltrona inizia a far uscire sui giornali Usa notizie sui Biden, Giuliani è molto interessato e perfino Trump, nella famosa telefonata con Zelensky, chiede che Lutsenko resti al suo posto. In Ucraina, però, Lutsenko va allo scontro con l’ambasciatrice americana Marie Yovanovitch (nominata dalla Amministrazione Obama). Lutsenko dice che l’ambasciatrice gli aveva sottoposto una lista di “intoccabili” da non perseguire, l’ambasciata sostiene che voleva solo evitare che il procuratore, sospettato di essere a sua volta corrotto, se la prendesse con gli attivisti anti-corruzione.

I soci di Giuliani (per conto di politici ucraini o per conto della Casa Bianca?) nel 2018 violano le leggi federali sul finanziamento elettorale e sostengono l’ex deputato del Texas, Pete Sessions, che in cambio avvia la campagna per silurare l’ambasciatrice Yovanovitch. Sessions, che ha perso poi il posto alle elezioni del novembre 2018, ha confermato di aver chiesto la testa della diplomatica perché invisa al presidente. La colpa della Yovanovitch, per la Casa Bianca, è aver osteggiato le richieste di scavare nel passato dei Biden.

A inizio ottobre, con l’impeachment già avviato, Trump ha richiamato a Washington la Yovanovitch. Anche l’ambasciatore degli Usa presso l’Unione europea, l’amico e finanziatore di Trump, Gordon Sondland, si è occupato di perorare le esigenze del presidente con Kiev, senza averne titolo.

Tutto questo inizia a diventare imbarazzante per Mike Pompeo, l’ex capo della Cia oggi Segretario di Stato: ora si trova coinvolto nell’impeachment, visto che tutto si è svolto sotto i suoi occhi.

La politica estera degli Stati Uniti sta sprofondando nel caos anche per effetto della rottura con John Bolton a settembre: l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale se n’è andato (o è stato licenziato) dopo il pasticcio sull’Afghanistan, quando Trump prima ha accettato di organizzare un vertice segreto a Camp David con i talebani per trattare la pace, poi lo ha cancellato via Twitter. Guarda caso, l’uscita di Bolton, uno degli ultimi del vecchio establishment Repubblicano a stare con Trump, ha coinciso con l’inizio della slavina. Dalle udienze al Congresso sull’impeachment si è ora scoperto che una delle ragioni della rottura è stata proprio la diplomazia parallela di Giuliani sull’Ucraina. Bolton considerava le operazioni ucraine un drug deal (un’operazione di droga) cui non voleva prendere parte, come ha rivelato l’ex funzionaria della Casa Bianca, Fiona Hill.

The Donald è sempre più isolato: ha deciso di sfidare i pesi e i contrappesi che regolano le istituzioni americane e per ora sta perdendo, e sta perdendo male. Mark Zuckerberg, il gran capo di Facebook che teme la vittoria di Elizabeth Warren e il suo piano per smantellare i giganti del web a colpi di antitrust, ha iniziato a incontrare senatori Repubblicani a Washington, in cene riservate, ma scoperte dai giornali. Normali interlocuzioni o anche a destra si stanno preparando alla caduta di Trump? I tempi sono stretti, ma qualcuno potrebbe essere tentato dal costruire una candidatura alternativa a Trump al centro per fermare la Warren.

“Danneggiate le relazioni tra Italia e Turchia”

L’Italia non è stata condiscendente con la Turchia dopo l’invasione del Nord-Est della Siria, ma non è stata certo il Paese dell’Ue più critico: almeno otto Stati europei, fra cui Germania, Francia, Spagna, hanno bloccato le loro vendite di armi ad Ankara prima di noi; e quanto alle pretese turche di trivellare in acque cipriote l’Italia e l’Eni si sono mosse – e continuano a farlo – con molta cautela nonostante ci siano in gioco interessi dell’Eni. In passato, poi, l’Italia di Berlusconi premier si proclamava grande amica della Turchia e dell’allora premier Erdogan, al punto da attribuirsi un ruolo di mediatore tra Bruxelles e Ankara. E l’Italia di Renzi premier accolse con favore l’accordo tra Ue e Turchia del 2016, che barattava con 6 miliardi di euro la permanenza sul territorio turco di due milioni di profughi siriani, che non sarebbero così partiti verso l’Unione europea. Ma tutto ciò non basta a garantire all’Italia la moderazione della Turchia nei suoi confronti. Meglio così, verrebbe da pensare, viste l’arroganza, le violenze, le soperchierie turche. L’ambasciatore di Ankara a Roma Murat Salim Esenli dice che le posizioni del governo sull’aggressione della Turchia ai curdi del Rojava hanno provocato “un danno alle relazioni diplomatiche” tra i due Paesi: “Spero che possa essere riparato velocemente”, perché, altrimenti, “potrebbe avere conseguenze negative”. Esenli denuncia che “alcuni leader politici italiani della maggioranza” hanno usato la foto di una bambina “vittima d’un attacco chimico del regime siriano” per “criticare la Turchia”; e, parlando alla Stampa estera, mostra l’immagine circolata su alcuni media e rilanciata sui social. Senza citare i politici in questione, Esenli ne bolla l’atteggiamento “incauto” rispetto a un’accusa che “non ha nulla a che fare con la verità”. L’ambasciatore fa pure riferimento a una manifestazione al Pantheon, nella quale sono stati esibiti “simboli del Pkk”, una “organizzazione terroristica”, come la considera Ankara.

Accanto alle proteste, l’elogio della qualità e della profondità delle relazioni italo-turche: loro ci guardano con attese particolari, che noi non abbiamo in questa circostanza corrisposto. Il diplomatico sostiene che l’Italia era informata delle intenzioni turche (e non avrebbe dunque motivo di stupirsene) e assicura che “due milioni di rifugiati siriani torneranno nella zona sicura”, che la Turchia intende creare nel Nord-Est della Siria, “su base volontaria”. Prima però “dobbiamo concludere l’operazione” militare lanciata il 9 ottobre e “ripulire la zona dai terroristi delle Ypg”. Poi “bisogna creare le infrastrutture per migliorare le condizioni di vita. Dopo, chi vorrà, potrà andare a vivere lì, senza imposizioni”. Su operazioni militari e cessate-il-fuoco, l’ambasciatore recita le frasi fatte dell’ufficialità turca. E tace sugli sbarchi dei migranti curdi sulle coste italiane – giovedì ne sono arrivati 34 a Otranto, e nella notte altri assieme a pakistani e afghani, in tutto 47 persone, a Santa Maria di Leuca – e sul contenzioso petrolifero nel Mar di Levante.