Buio in sala, musica assordante, bandierine che si agitano, smartphone che riprendono. E la gigantografia del simbolo che scende dall’alto. Sul palco in prima fila Matteo Renzi, jeans e camicia bianca, espressione vagamente inebriata. Accanto a lui, Teresa Bellanova, che di Italia Viva sarà il segretario (il Capo prende la “tessera numero 1”, ma muove tutti i fili senza incarichi) e Ettore Rosato, che magnifica il partito del leader (“Sapete a chi non piace? A chi il leader non ce l’ha”) mentre la platea si spella le mani. E poi, Maria Elena Boschi, Gennaro Migliore e Lisa Noja (che hanno stilato il programma), Luigi Marattin.
Parte così, con una cerimonia all’americana e poi un notaio a certificare la nascita del partito, la nuova avventura del fu Rottamatore: nel simbolo vincitore della competizione online (il numero 2, come si vociferava da giorni), le ali da gabbiano che ricalcano la doppia spunta, una sorta di legame tra passato e futuro. Parte evocando le convention di partiti che sono più che altro comitati di voti. E tutto sta a vedere se la neonata creatura, arrivata dopo una riflessione durata 10 anni e il crollo rovinoso di una carriera che pareva trionfale, i voti li prenderà.
Per adesso, nei sondaggi Italia Viva sta – nella migliore delle ipotesi – al 5%. “Ma il trend può rapidamente salire, arrivando a una doppia cifra”, è quello che raccontano tra le arcate della vecchia stazione industriale.
Obiettivo 10%. Come? La strategia è in varie fasi. La prima è stata quella di prendere i parlamentari più vicini per formare i gruppi. Adesso, è il momento di attrarre la gente. L’identikit del simpatizzante tipo è quello che arriva da Forza Italia, visto che non può più guardare a Berlusconi e vuole una destra più tradizionale e meno estrema di quella di Matteo Salvini. Ma poi c’è il moderato del Pd, che arriva soprattutto dal Sud. L’allargamento del ceto politico continuerà cercando di pescare soprattutto tra le fila degli azzurri: Renzi punta a Mara Carfagna e i suoi, prima di tutto. Per adesso, lei resiste. Nel frattempo, Iv inizia a fare le liste. Si parte dall’Emilia Romagna: lì Renzi farà entrare i suoi a sostegno di Stefano Bonaccini, puntando a far eleggere Stefano Mazzetti, sindaco di Sasso Marconi. Liste sue certe in Toscana, dove si cerca un candidato il più possibile unitario. Nelle altre Regionali si vedrà: dove non ci sarà un candidato civico, frutto dell’ accordo Pd – M5s, Renzi si presenterà. Ancora una volta, l’idea è quella di fare l’ago della bilancia.
A un certo punto di questo percorso, una parte degli amici rimasti nel Pd potrebbe spostarsi: Base Riformista è già in via di dissoluzione, tra i seguaci di Luca Lotti e quelli di Lorenzo Guerini.
Ieri dalla Leopolda l’attacco è partito soprattutto verso il Nazareno. “Il Pd sta diventando il partito delle tasse”, dice la Boschi in mattinata. Rincara la Bellanova: “Noi siamo quelli contro le tasse”. Tanto per strizzare l’occhio pure agli evasori.
Evidente che il bersaglio preferito del nuovo partito è l’asse Zingaretti – Conte. Il premier in Umbria ieri ci va giù duro (“Chi non fa squadra, fuori dal governo”). La dirigenza del Pd tradisce qualche nervosismo. Il tempo gioca a favore di Renzi, che logora l’ex quartier generale e il governo. Il modo più semplice per fermarlo sarebbero le elezioni subito dopo la manovra. Ma Zingaretti non sembra uomo pronto a prendere queste decisioni. Il fu Rottamatore deve dunque mantenere la calma e aspettare il momento di rovesciare Conte, magari a favore di un governo Di Maio (uno degli obiettivi prioritari, ma non immediati). Ce la farà? In realtà è questo l’interrogativo principale degli affezionati riuniti alla Leopolda. Per lui, partire per la tangente del delirio di onnipotenza e fare la mossa avventata che fa crollare la casa, è un attimo.