La tregua traballa, ma regge in attesa della legge di Putin

La “pausa” di 120 ore nel nord-est della Siria scattata ufficialmente ieri mattina, è stata subito violata dall’esercito turco, secondo i responsabili delle Unità curde di Protezione del Popolo (Ypg) e dai media internazionali in loco. Al telefono dalla zona di confine in territorio siriano, Nasreen Abdallah, comandante dell’ala militare femminile del Ypg, ha spiegato al Fatto: “L’artiglieria turca ha continuato a bombardare Ras al Ayn, compreso l’ospedale, durante tutta la mattinata e le milizie arabe sostenute da Ankara presenti nella zona hanno impedito alle nostre ambulanze di soccorrere i nostri compagni e i civili rimasti ed evacuare i feriti all’interno dell’ospedale. A questo punto assieme alle Forze Siriane Democratiche stiamo decidendo se sia il caso di rispettare la tregua. Ciò che posso dire è che non riteniamo di doverci ritirare dalla cosiddetta ‘fascia di sicurezza’. Significherebbe lasciare i civili ancora presenti in balia dei tagliagole islamici e dei ribelli anti-Assad cooptati dalla Turchia. Per quanto riguarda la lunghezza e profondità della zona cuscinetto Usa e Turchia non sembrano aver trovato un accordo chiaro. Pertanto noi rimaniamo dentro”. Le milizie curde hanno poi rivendicato l’abbattimento di un elicottero di Ankara.

Erdogan durante la conferenza stampa ha affermato che “in base all’accordo raggiunto Washington, le nostre truppe non lasceranno la ‘zona di sicurezza’ concordata dopo la fine delle ostilità”, ma ha anche escluso di voler rimanere per sempre allargano così de facto i confini turchi, peraltro nell’unica parte della Siria dove c’è petrolio, e di ottima qualità. La Turchia non possiede né petrolio né gas e buona parte di quello necessario lo compra dal clan curdo iracheno dei Barzani, al comando della regione autonoma del Kurdistan nel nord Iraq. “Alla fine delle 120 ore di tregua – martedì sera – la nostra operazione ‘Fonte di pace’ continuerà in modo ancora più determinato se gli Usa non manterranno le promesse” sull’evacuazione delle milizie curde dalla ‘zona di sicurezza’ della Turchia, ha aggiunto Erdogan.

La tregua, accettata l’altra sera con riserva dal Sultano dietro minaccia di nuove sanzioni da parte del vice-presidente Usa Mike Pence – e sbandierata da The Donald come un proprio grande successo diplomatico anche se condotto in “modo inusuale” – dovrebbe comunque reggere per tutta la durata prevista. Il numero delle ore decise è infatti esattamente il lasso di tempo che intercorre prima dell’incontro tra Erdogan e il presidente russo Putin che si terrà a Sochi.

Nonostante l’iniziativa della Casa Bianca, volta esclusivamente a salvare la faccia di Trump, chi decide le sorti della martoriata regione è ormai solo ed esclusivamente Zar Putin. Il Sultano deve accettare le decisioni del Cremlino se vuole davvero tentare di spacciare l’invasione di uno Stato sovrano come una scelta dettata da questioni di sicurezza e non da problemi interni. Anche il raìs siriano Assad deve seguire le istruzioni di Mosca se vuole mantenere la poltrona.

Intanto il gruppo di esperti dell’Onu ha annunciato di stare già raccogliendo informazioni dopo le notizie sul presunto uso di fosforo bianco da parte delle forze turche contro i curdi del Rojava. Anche l’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) ha reso noto che è “al corrente della situazione” e che sta “raccogliendo informazioni in merito al possibile uso di armi chimiche”. Numerose organizzazioni umanitarie, tra cui Amnesty, accusano la Turchia di avere compiuto crimini di guerra durante questi 8 giorni di bombardamenti ed esecuzioni arbitrarie. Bombardare le strutture idriche, le dighe e uccidere a sangue freddo rappresentanti politici democratici come la giovane Hevrin Khalaf, come accaduto durante questa settimana, sono atti ritenuti da tutte le convenzioni internazionali, incluse quelle ratificate da Ankara, “crimini di guerra”.

Nel confinante Kurdistan iracheno stanno arrivando ogni giorno centinaia di profughi. Finora l’Oms ne ha contati 2.396. La maggior parte si trova nel campo di Duhok.

La compravendita di BoJo per il sì al “deal”

Il nuovo accordo di divorzio raggiunto a sorpresa, giovedì mattina, fra il governo Johnson e le istituzioni europee arriva oggi a Westminster per un voto decisivo ancora una volta sul filo di lana. Nella migliore tradizione parlamentare, i partiti hanno passato le ultime ore a convincere i parlamentari indecisi. Per l’approvazione Johnson ha bisogno di 320 yes. I calcoli variano, ma secondo il Financial Times ne ha, sicuri, solo 283, fra cui almeno 6 laburisti leavers duri e puri. I noes sarebbero 299: quasi tutta l’opposizione. Lib-Dem, Verdi, Indipendentisti scozzesi e gallesi, 217 laburisti, i 10 unionisti irlandesi del Dup che, dopo essere stati scaricati dal governo di cui in teoria sono alleati gli hanno giurato guerra. Resta un bacino di 57 indecisi a cui attingere, ed è lì che si scatena la caccia, fra minacce, promesse e moine. I falchi Conservatori sono 22, che nelle votazioni precedenti si erano allineati al Dup. La minaccia è la deselezione, ovvero la fine della carriera politica, ma non è ancora chiaro se Johnson vi ricorrerà. Più probabile una abile opera di persuasione. Poi ci sono i 19 laburisti, rappresentanti di circoscrizioni elettorali euroscettiche, che la scorsa settimana avevano scritto al Presidente della Commissione europea Juncker e quello del Consiglio europeo Tusk chiedendo loro di negoziare un nuovo accordo “per onorare il risultato del referendum senza ulteriori ritardi”. Emissari del governo ieri cercavano di assicurarsene il voto promettendo garanzie su protezioni ambientali e diritti dei lavoratori, impegni che nel piano May erano blindati e in quello Johnson sono presenti ma non legalmente vincolanti. Voteranno a favore, correndo il rischio di non venire più ricandidati? La coscienza o la carriera?

Va notato che i parlamentari non hanno avuto modo di valutare l’impatto economico della loro scelta: il governo ha rifiutato di divulgare le proprie proiezioni. Quelle che circolano sono uniformi nel valutare questo accordo come peggiore, almeno dal punto di vista economico, di quello concluso da Theresa May e respinto tre volte da questo stesso parlamento. Decisivo potrebbe essere l’emendamento a firma dell’ex conservatore Remainer Oliver Letwin, che depotenzierebbe il voto di oggi rimandando la scelta decisiva alla fine del processo di approvazione della legislazione collegata: uno stratagemma per far scattare il Benn Act, che obbliga il premier a chiedere una estensione all’Ue se il parlamento non approva il suo deal entro le 23 di oggi. È una polizza assicurativa che ha ampio sostegno, fra cui quello del Labour: anche in caso di sì di Westminster i passaggi necessari per rendere l’accordo operativo potrebbero andare oltre la scadenza del 31 ottobre e il Regno Unito finire fuori dall’Ue senza un deal “per errore”. Su una ulteriore estensione dai paesi europei arrivano messaggi contraddittori: il Presidente francese Macron si è detto contrario, la Cancelliera tedesca Angela Merkel l’ha definita “Inevitabile” se Westminster voterà no. Quanto all’opinione pubblica, la saturazione da Brexit è tale che nell’ultimo anno ha provocato un calo dell’11% nel consumo di news: questa settimana Sky ha lanciato un canale Youtube di notizie Brexit free.

Ma oggi a Londra attende mezzo milione di manifestanti per il People’s Vote, un secondo referendum che restituisca la decisione al popolo. Quindi: la coscienza o la carriera?

Mentre Barcellona marcia, Puigdemont sogna il Canada

Quinto giorno di proteste ieri a Barcellona contro la decisione del Tribunale supremo di condannare con pene dai 9 ai 13 anni i leader indipendentisti che misero in atto il referendum illegale del 1° ottobre 2017. A incontrarsi, in un’unica colonna che ha attraversato la città, sono state le cinque “marce per la libertà” partite mercoledì da diverse città catalane. A queste si è unito anche lo sciopero generale a cui ha aderito il 30% del pubblico impiego. Come nei giorni scorsi, non sono mancati scontri e cariche della polizia: 26 feriti e 11 arresti.

E mentre il premier Pedro Sanchez chiamava alla “moderazione” e il giudice del Tribunale nazionale ordinava la chiusura dell’App creata per organizzare la protesta dal movimento Tsunami Democratic, sotto inchiesta per terrorismo, a Bruxelles faceva la sua comparsa davanti alle telecamere l’ex presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, in autoesilio in Belgio, sulla cui testa pende un ordine di cattura europeo. Puigdemont è libero e nelle mani della giustizia belga. L’ex presidente ha detto ai giornalisti che giovedì sera si è presentato di sua volontà alla procura di Bruxelles. Qui gli è stato notificato il nuovo mandato di arresto, il terzo da quando ha lasciato la Spagna, è stato interrogato, ha passato la notte in una cella e ne è uscito libero, in mattinata, senza pagare alcuna cauzione, ma a una condizione: restare a disposizione “in qualsiasi momento”. Ora ha almeno una decina di giorni davanti, il tempo necessario perché i giudici esaminino la nuova domanda di estradizione. La prima udienza è fissata per il 29 ottobre, ciò che è chiaro è che l’ex presidente “si è opposto all’estradizione in Spagna”, secondo i suoi legali.

Puigdemont ha dalla sua una serie di lungaggini amministrative. Bruxelles, che ha ricevuto il mandato di arresto in spagnolo, ha chiesto a Madrid di rinviare il documento in una delle tre lingue ufficiali del Belgio, come previsto dalla legge belga, o in inglese. Ci vorrà una settimana. “Data la complessità del caso e i due mandati già emessi in precedenza, è necessaria un’analisi giuridica approfondita”, ha spiegato la procura. Due i capi di accusa, “sedizione” e “malversazione”. Non figurerebbe la “ribellione”, che era presente nel primo mandato, respinto poi dalla Germania ed escluso lunedì anche dal Supremo spagnolo per gli altri leader. Puigdemont non può contare invece sulla sua immunità di parlamentare europeo.

La sua elezione di fatto non è mai stata validata dal governo spagnolo: per questo, sarebbe dovuto rientrare a Madrid. E “dopo verifiche”, il giudice belga gliel’ha rifiutata. È invece libero di “lasciare il Belgio su autorizzazione”. Per questo sono cinque mesi che il leader catalano attende di prendere un volo per il Canada, dove è stato invitato dall’associazione Saint-Jean- Baptiste di Montreal, in Quebec, a tenere una serie di conferenze. Si tratterebbe di un soggiorno “di meno di una settimana”. Ma, come fa notare la stampa canadese, le autorità, che hanno già respinto in passato la richiesta, esitano di nuovo a concedere l’Ave, l’Autorizzazione elettronica di viaggio, necessaria per chiunque viaggi dall’Europa in Canada. “Un documento che in genere viene consegnato in tre giorni”, ha detto il legale. Puidgemont ha dato tre giorni dunque a Ottawa, minacciando di avviare una procedura in giustizia se la situazione non si sblocca. E il tempo sta scadendo.

Germania, grosso guaio Airbus

Airbus continua a seminare preoccupazione. E non solo per i dazi introdotti dal presidente americano Donald Trump per gli “aiuti di Stato” che avrebbe ricevuto il gruppo europeo dell’aerospazio. Stavolta lo scandalo è tutto tedesco e riguarda i rapporti “illeciti” tra la sede di Airbus di Ottobrunn, vicino Monaco, e la Bundeswehr, le forze armate tedesche. Rapporti che potrebbero mettere in seria difficoltà l’azienda per la violazione delle regole sulla libera concorrenza negli appalti.

E così, mentre martedì in Francia la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron sedevano insieme a un tavolo apparecchiato nella pancia di un veivolo Airbus A350 in allestimento nello stabilimento di Tolosa, per sostenere simbolicamente una tra le principali aziende europee finite nel mirino degli Usa, in Germania quella stessa azienda planava sulle pagine delle cronache giudiziarie.

Tutto nasce il 19 settembre scorso, quando l’Airbus tedesca si auto-denuncia alla procura di Monaco I per il possesso di alcuni documenti classificati come riservati, il cui accesso è permesso solo a persone autorizzate, e finiti – chissà come – nelle mani di 17 suoi dipendenti. Si tratta per lo più di documenti interni al ministero della Difesa che riguardano progetti e pianificazioni future delle Forze armate. Oro, per un’azienda appaltante come Airbus. A un mese di distanza, pochi giorni fa, la nuova scoperta: sono almeno un centinaio i documenti riservati finiti nelle mani dei manager del comparto Comunicazione, intelligence e sicurezza di Airbus.

In particolare i dossier ritrovati riguardano il progetto del programma satellitare Satcombw Livello 3 e un nuovo sistema di comunicazione per le Forze armate, di cui si parla da anni. Su entrambi i progetti Airbus era una possibile azienda appaltante.

Da qui la scelta di salvarsi tentando un auto-denuncia in extremis, sostiene Der Spiegel, che per primo ha riferito degli sviluppi della vicenda. L’azienda dell’aerospazio avrebbe scelto la via della trasparenza per non rischiare di essere esclusa dalle gare d’appalto di progetti milionari, ipotizza il settimanale di Amburgo. Avere accesso a quel tipo di informazioni riservate gli avrebbe consentito di avere un vantaggio illecito rispetto alla concorrenza. La Procura indaga al momento per “trasmissione di documenti riservati”, mentre i dipendenti – allontanati dal posto di lavoro – sono indagati per “tradimento di segreti commerciali e aziendali”. Secondo la responsabile delle indagini della procura, Hildegar Baeumler-Hoesl, “è lecito supporre che queste informazioni provenissero da diverse fonti all’interno del ministero della Difesa e da uffici sottoposti alla sua autorità”.

Il sospetto insinuato da Der Spiegel è che tra chi pianificava i progetti della Difesa e Airbus ci fosse un sistema “di amicizia” collaudato da anni. In questo senso il ritrovamento da parte degli investigatori di una simile mole di documenti riservati potrebbe contribuire a sostenere questa ipotesi. La domanda davvero imbarazzante per la Difesa tedesca è pensare che Airbus, una società privata, avesse accesso a uno sguardo complessivo sulla pianificazione della Bundeswehr. Sarebbe un rischio estremamente grave per un ministero che ha nella “difesa” il suo core-business. “Al momento non è ancora chiaro come questi documenti siano entrati in possesso dei dipendenti Airbus” ha detto una portavoce del ministero, mentre da Berlino il dicastero ha fatto partire una propria indagine.

Esperti informatici in forza alla Difesa ricordano che in una falla del sistema registrata anni fa, i tecnici di Airbus lavoravano spalla a spalla con i dipendenti dell’ufficio Acquisti delle Forze armate. Peggio: secondo il resoconto fornito da Spiegel i dipendenti Airbus in questione avevano pieno accesso ai documenti classificati.

Impedirglielo sarebbe stato troppo complicato e per questo non se ne fece nulla. Per la stessa ragione ora l’Ufficio acquisti delle Forze armate (Baain-Bw) a Coblenza e i suoi circa 10.000 dipendenti sono nel mirino della giustizia tedesca, riferisce la Frankfurter Allgemeine Zeitung. È lì che si immagina di individuare la talpa. Per il momento la Procura non ha disposto alcuna perquisizione, ma il caso è finito sotto la lente della Commissione Difesa del Bundestag, il parlamento tedesco, che dovrà rispondere alle domande delle opposizioni. Tutto sembra davvero soltanto all’inizio.

Mail Box

 

“Unionisti di Dublino”: la fretta è cattiva consigliera

Ma come potete scrivere “Gli unionisti di Dublino” (!) sulla prima pagine nel numero del 18 ottobre! Avete dimenticato 100 anni terribili di storia irlandese. So che non vi interessano le notizie dall’estero (quante volte per esempio attribuite nazionalità americana a scienziati/attori/politici britannici ed irlandesi) ma cercate di essere almeno precisi.

Deryck Rhodes

 

Non possiamo che scusarci: a volte la fretta e l’ora tarda accecano anche noi. Un caro saluto.

FQ

 

Qui si continua a evadere perché non si rischia nulla

Confesso che anche a me girano molto le scatole quando penso agli evasori seriali. Come potrei pensarla altrimenti, facendo parte della nutrita schiera di coloro che hanno pagato e pagano da una vita fino all’ultimo centesimo le tasse? Mi si obietterà che non ho alcun merito, perché nolente o volente sono stato costretto e lo sono tuttora in quanto ex impiegato nel settore industriale privato. Chi solleva di solito questa obiezione ha solo parzialmente ragione, non potendo sapere a priori se mi sarei comportato come chi evade, nel caso fossi stato nella condizione di poterlo fare. E di queste condizioni approfitta la stragrande maggioranza di coloro che si autotassano.

Non voglio stilare classifiche, ma c’è da chiedersi il motivo per cui si evade. Sono da lustri convinto che in Italia si evade perché non si rischia alcuna pena né pecuniaria né di detenzione nella stragrande maggioranza dei casi. Strano che si faccia tanto ricorso al garantismo (o buonismo) verso gli evasori anche da chi si dichiara di sinistra. Alcuni esponenti di quest’area insistono da decenni sulla utilità del fattore educativo, dimenticandosi che l’esperienza storica indica come necessari sia modalità di premio per chi è meritevole ma anche di punizione per chi trasgredisce.

Alfredo Scialdone

 

L’Ue aprirebbe le braccia alla Turchia senza Erdogan

Mi sembra che l’area mediorientale sia in eterna ebollizione e che solo Usa e Russia possano far calmare le acque. L’Europa è troppo divisa all’interno. Inoltre, i grandi interessi legati al petrolio ostacolano seriamente interventi più persuasivi: meglio, per i profittatori a vario titolo, che la povera gente muoia e che i governi traballino. Laggiù il Medioevo è ancora in corso. Il signore di turno fa il bello e cattivo tempo. Più il secondo, per le porcherie create a suo tempo dalla dominazione inglese e francese, sostituita dalle “carezze” statunitensi. La Turchia di Erdogan non favorisce sonni tranquilli. Ma è Erdogan il problema, non certo la Turchia. Bisognerebbe dire a chiare lettere che mai la Turchia entrerà a far parte dell’Europa finché ci sarà un sultano. A braccia aperte l’aspettiamo se si darà finalmente una mossa democratica.

Dario Lodi

 

Il taglio dei parlamentari è già un grande passo avanti

Non capisco questo accanirsi contro una legge sacrosanta che taglia nettamente il numero dei parlamentari. Diverse volte vi avevo scritto in proposito e io avrei aggiunto anche una postilla importante: cioè di pagarli a gettone di presenza, in modo che ogni tanto vadano a lavorare. Comunque quello fatto è già un bel passo.

Gabriele Napoletano

 

Le norme contro i mafiosi sono a tutela dei magistrati

A proposito della decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo si trascura il fatto che le norme che pongono presunzioni assolute di pericolosità per i mafiosi che non collaborano, fra queste anche quella che impone il carcere in fase cautelare per gli indiziati di affiliazione a cosche mafiose, furono introdotte negli anni 90 per evitare la sovraesposizione dei magistrati di volta in volta chiamati a decidere. Visti i tempi, un’assicurazione sulla vita.

Vincenzo Alabiso

 

Carta al posto dei contanti: un Paese in via di sviluppo

Vedo che siamo al patetico di premiare l’uso della carta al posto del contante. Una misura che non si sognerebbero neppure in un Paese in via di sviluppo.

A mio modesto avviso farebbe più consapevolezza informare i cittadini che, per esempio, si recassero negli Stati Uniti, che molti ristoranti, negozi e caffè non accettano denaro contante, ma solo carte di credito.

Antonio Profico

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo di ieri dal titolo “Seminario sul giusto processo: in cattedra vanno gli imputati” ho erroneamente scritto che la presidente della Scuola di Giurisprudenza Paola Lucarelli e il professore ordinario di Diritto costituzionale Andrea Simoncini avrebbero disertato il seminario “in polemica con la partecipazione dei colleghi imputati a Firenze”. In realtà, entrambi i docenti avevano già comunicato agli organizzatori la loro indisponibilità a partecipare. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.

Giacomo Salvini

 

Nell’articolo del 17 ottobre a pagina 6 dal titolo “Per la Leopolda lo stesso software di Donald Trump” abbiamo scritto che la Nation Builder aveva creato il sito e che aveva venduto il software alla kermesse renziana. In realtà, la società con sede a Los Angeles ha soltanto venduto il software. Abbiamo chiesto chiarimenti alla Nation Builder che ci ha risposto solo ieri: “Vendiamo software ai nostri clienti – hanno spiegato –. Non vendiamo dati e non costruiamo né progettiamo i siti web per i nostri clienti”.

Valeria Pacelli

Facebook. Libra non sarà la moneta privata di Zuckerberg, ma aumenterà il suo potere

 

Egr. Dott. Robecchi, mi permetto di sottolineare un errore di fondo nel suo articolo di mercoledì scorso dal titolo “Con Libra Facebook sarà un grande potenza”. Ebbene, a differenza di quanto da lei sostenuto, Libra non è (e non sarà) la valuta di Facebook. Libra sarà gestita da una associazione a cui partecipano, con pari dignità e poteri, oltre 20 soggetti tra cui enti non profit e istituzioni accademiche di primario livello. Peraltro, l’ingresso all’associazione è aperto a chiunque possieda determinati requisiti di onorabilità e solidità economica stabiliti dall’associazione stessa.

Aggiungo che, nel progetto dei suoi ideatori, l’associazione diventerà nel medio periodo (cinque anni dal lancio di Libra) un ente a partecipazione libera, cioè senza alcuna limitazione all’ingresso. Anche io e lei potremo farne parte. Certo, il peso economico avrà ancora un rilievo centrale, ma la fiducia di una valuta, e lo sa bene Zuckerberg, è garantita in questo caso dalla più larga partecipazione paritaria degli stessi utenti.

Concludendo, Libra non sarà la valuta di Facebook, non sarà privata, ma distribuita. Sarà la valuta di tutti noi (e lo scrivo senza alcun entusiasmo).

Francesco Rampone

 

Gentile Rampone, certo, non sarebbe esattamente la valuta del sig. Zuckerberg. Ma senza un operatore privato con tre miliardi di contatti, che diventeranno quattro, e poi cinque (cioè senza di lui), non se ne parlerebbe nemmeno. Potremo farne parte anche io e lei, esattamente come facciamo parte di Facebook quando mettiamo un like. Ma non credo che questo aumenterebbe il nostro potere, mentre il suo potere di pressione (quando le transazioni nella nuova moneta saranno milioni e milioni ogni giorno) aumenterà a dismisura, e questo, di un’azienda privata, può non piacere.

Alessandro Robecchi

L’uovo di Fazio, la gallina di Daria e la gara a chi si intervista di più

Daria Bignardi è tornata in video dopo avere diretto Rai3, e si vede. Deve essere stata un’esperienza che l’ha cambiata nel profondo, le ha fatto voltare pagina. Dieci anni fa si era congedata con un programma di interviste; ora conduce sul Nove un programma di interviste. Il programma precedente si intitolava L’era glaciale; quello attuale si intitola L’Assedio. Non paga, Bignardi ha cambiato tavolo, scenografia (action painting) pettinatura (il debutto dello chignon), abbigliamento (kimono nero da judogi). Qualcuno magari storcerà la bocca, si sarebbe aspettato qualcosa di meno internazionale, di meno trasgressivo, ma così fan tutti, in tv fanno a chi si intervista di più. Il gioco più divertente che si può fare assistendo all’Assedio è “trova le differenze”. Difficile dire se sia nato prima l’uovo di Fabio Fazio o la gallina di Daria Bignardi. È vero, lei tende a variare di più ospiti e temperature, lavora sulle modulazioni del talk, ma il modello è il medesimo, wellness televisivo dove ha addirittura alzato la posta, aggiungendo all’intervista manicure l’arrivo in diretta di Federico Fashion Style, “il parrucchiere dei Vip”. La differenza più grossa però sta in Luciana Littizzetto, che da sempre tiene a battesimo i programmi dell’amica. A Che tempo che fa finge di spararle grosse con Fabietto preda di un finto terrore; mentre all’Assedio, sottoposta alle dolci pungolature della conduttrice, pareva ritrosa a sbottonarsi. Pensandoci bene, deve essere nato prima l’uovo.

L’Italia in agonia tra cinema vuoti e telemorenti

In questi giorni, alla Sapienza, si dibatte sull’agonia del cinema e sul trionfo delle serie americane. Ecco i primi dati. Le sale versano in condizioni pietose se è vero che da agosto a oggi ben 94 titoli non hanno raggiunto il milione di euro al botteghino. Di questi solo un pugno di pellicole italiane l’ha superato. La verità è che produciamo circa 200 film all’anno, ma a stento solo una ventina portano i soldi a casa. Non sta meglio la fiction, la cui produzione Rai e Mediaset sembra appartenere al secolo scorso. Infatti raramente si vende sul mercato estero. Fanno eccezione Montalbano, la criminalità napoletana e le trasposizioni di Elena Ferrante. Per il resto, calma piatta.

Docenti, studenti, registi e produttori che si sono alternati ai microfoni di Radio Sapienza si sono interrogati sul perché i film italiani siano disertati. Sono i giovani a mancare all’appello. Se vanno al cinema è per i titoli stranieri, vedi il successo di Joker. Degli italiani salvano qualche commedia più per disperazione che per convinzione, come dice lo stesso Enrico Vanzina. E se sentono parlare di cinema d’autore voltano l’angolo. Di che stupirsi? Nutriti dalla televisione, che ha confuso il cinema con la superficialità, pochi dei nostri ragazzi hanno visto un film di Fellini. E non hanno mai sentito nominare Visconti o Antonioni. Ricordo qualche anno fa quando ho invitato Francesco Rosi all’università e solo 4 dei 300 studenti in aula avevano visto un suo film. Non rimase scandalizzato perché da saggio qual era conosceva il degrado culturale di un Paese chino sugli ultimi gradini del consumo culturale. Il nostro tasso di istruzione universitaria langue attorno al 45,3 per cento, contro il 64 della Francia. Soltanto la Turchia del guerrafondaio Erdogan si trova sotto di noi.

Del resto, di che lamentarsi se il 38 per cento dei nostri dirigenti, imprenditori e liberi professionisti si vanta di non aver letto neppure un libro nell’ultimo anno? Lo certifica un Rapporto annuale dell’Associazione Italiana Editori. Perché i figli di padri tanto illuminati dovrebbero comportarsi diversamente? Le madri per fortuna sono meglio e infatti se fate attenzione noterete che la presenza femminile ai film più interessanti è parecchio superiore di quella maschile.

Se dunque lo spettacolo cinematografico qui da noi è malconcio (in Francia si stacca il doppio di biglietti) proprio perché manca la linfa vitale del pubblico giovanile, lo stesso non si può dire della serialità. I nostri ragazzi sono infatti tra i più avidi consumatori di fiction, che vedono sia a casa che sui telefonini. A patto però che non sia di origine italiana. Quella la vedono i nonni e i genitori, i cosiddetti telemorenti, come li chiamava la buonanima di Gianni Boncompagni, forse dimentico di aver contribuito in parte anche lui.

Se mettiamo a confronto la nostra fiction con quelle inglesi o americane c’è da mettersi le mani nei capelli. Prendiamo per esempio City on a Hill, andata in onda di recente su Sky. Lì il protagonista, interpretato da un perverso Kevin Bacon, è un dirigente dell’Fbi, che tira di coca e si vanta di essere corrotto. Mentre conduce una delicata indagine, lo vediamo andare a puttane, vessare la povera moglie, sperperare il denaro che gli affidano, frequentare i bassifondi. Al pubblico dei giovani tutto ciò piace, tant’è vero che è in progetto una seconda serie. Avete mai visto la fiction italiana mettere a nudo un poliziotto e raccontarne la depravazione? Qui preferiamo raccontare le gesta benefattrici dei vari Don Matteo e infatti i nostri ragazzi guardano altrove. Una luce però si vede: a forza di appassionarsi al meglio che si produce nel mondo qualcosa si impara. La speranza è che le nuove leve di autori e produttori si scrollino dalle spalle il passato e guardino verso il futuro.

“Repubblica”, tradita due volte dal padre-padrone

 

“Quando i giornali perdono l’anima”

(titolo di un editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica, 18 gennaio 1998)

 

Non dev’essere indolore, per un padre ormai ultraottuagenario, dichiarare pubblicamente che i propri figli sono incapaci e incompetenti, come ha detto nei giorni scorsi Carlo De Benedetti del suo primogenito Rodolfo e del secondogenito Marco. In qualche misura, è anche un’ammissione di colpevolezza. Tanto più doloroso infatti dev’essere per un padre se è stato lui stesso a insediare gli eredi sulle poltrone e negli incarichi in cui hanno dimostrato – a suo giudizio – incapacità e incompetenza: l’uno al vertice della Cir (l’holding finanziaria di famiglia) e l’altro alla presidenza del gruppo editoriale Gedi che controlla due testate storiche come il settimanale L’Espresso e il quotidiano Repubblica, oltre a La Stampa di Torino, Il Secolo XIX di Genova e una costellazione di altri quotidiani locali.

Ora è vero che la propria capacità o incapacità ognuno la dimostra nei fatti, quando viene messo alla prova. Ma l’incompetenza no, quella risulta già dal curriculum vitae, dalla formazione e dalla preparazione ricevute, dalle esperienze maturate. Né si può aspettare che i figli combinino danni, come il padre-padrone denuncia, per accorgersi che non hanno passione per l’editoria. O meglio, aggiungiamo noi, passione “civile”, quella dote fondamentale per fare informazione al servizio dei cittadini.

Per la verità, il primo tradimento a danno del gruppo Editoriale L’Espresso fondato da Caracciolo e Scalfari l’aveva consumato proprio l’Ingegnere, avallando la maxi-fusione con le testate della Fiat denominata comunemente “Stampubblica”. Un’operazione che ha trasformato una struttura d’opinione in un gruppo di potere, alterandone il codice genetico e snaturandone l’identità. Ne è scaturito un ircocervo editoriale, un mostro a due teste. E quanto ai danni prodotti, la nomina di Mario Calabresi nel gennaio 2016 alla direzione di Repubblica, all’insaputa di Scalfari, ha contribuito a ridurre il peso e l’autorevolezza della testata, alimentando un’erosione diffusionale già in atto da anni.

La verità, a proposito di passione civile, è che l’Ingegnere – da quando è entrato nel gruppo L’Espresso – ha continuato a fare tranquillamente i suoi affari: dalla licenza telefonica Omnitel (che poi vendette ai tedeschi della Mannesmann per una cifra astronomica) ai cospicui finanziamenti ottenuti dal Monte dei Paschi per la società Sorgenia che produce energia elettrica, fino alle speculazioni di Borsa sulle Banche popolari in base alle informazioni confidenziali ricevute dall’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi. A prova di smentite, si può dire che nel corso degli anni, De Benedetti ha ricavato attraverso il suo potere editoriale ben più di quanto abbia investito nei giornali di cui era azionista.

Il secondo tradimento il padre-padrone lo consuma adesso inscenando un coup de théâtre che rischia di danneggiare ulteriormente la credibilità e l’immagine di Repubblica, delegittimando i vertici dell’azienda. Se non provenisse da lui, potrebbe essere una buona idea quella di affidare il giornale a una Fondazione, per restituirgli piena autonomia e indipendenza. Ma basta pensare che anche questa volta l’Ingegnere non ha ritenuto di consultare il fondatore, e neppure di informarlo, per valutare l’autenticità e la trasparenza della mossa con cui punta a rilevare il 29,9 per cento del gruppo Gedi al prezzo stracciato di 25 centesimi ad azione. A lui, come al dio Saturno della mitologia greco-romana, preme innanzitutto divorare i figli.

Evasione, i garantisti dello status quo

La lotta all’evasione fiscale? Come la battaglia sul clima: fa fico e non impegna. Tutti a riempirsi la bocca con buone intenzioni generiche – “bisogna fare qualcosa”, “ora basta” – ma quando si può fare sul serio, eccoli a tirare il freno a mano: “non si può”, è “barbarie”, “Stato di polizia tributaria”.

Poco tempo fa ho pubblicato sui social la lettera al direttore del Corriere della Sera del figlio di un ex funzionario del ministero delle Finanze, mandato nel ’52 negli Usa a studiare il sistema tributario americano e rientrato con due regolette semplici semplici: “1) l’evasione fiscale è considerata furto allo Stato e per gli evasori c’è il carcere; 2) tutto è deducibile per cui nessuno si fa sfuggire una ricevuta”. Apriti cielo, si è scatenata nei miei confronti una shitstorm (in inglese fa fico e non impegna) di esperti o sedicenti tali pronti a salire in cattedra senza capire che, al di là del dato specifico (discutibile), nella lettera c’erano soprattutto principi di buonsenso: l’evasione è un furto ai danni di tutti i cittadini (in Italia vale 109 miliardi l’anno, l’intera Sanità) e per combatterla ci vogliono punizioni severe per i trasgressori e incentivi per gli onesti. Buonsenso. Ma certo rivoluzionario in un paese che ha (troppo) spesso tirato il famoso freno a mano, facendo testacoda: premi agli evasori con condoni, scudi, voluntary disclosure, paci fiscali, aumento delle soglie di non punibilità per dichiarazioni infedeli, omessi pagamenti, largo uso del contante e via ad accarezzare i furbi con la mano dei grulli che le tasse le pagano tutte.

Stessa accoglienza rabbiosa per il direttore Travaglio, reo di aver osato mettere in prima pagina del Fatto le temute (da chi?) manette dando conto dell’ipotesi di inasprimento delle pene per i grandi evasori, in discussione nel governo. Riapriti cielo: un’altra ondata, questa volta di garantisti o sedicenti tali, quelli che ti aspetteresti impegnati in difesa degli ultimi e che invece spuntano fuori solo quando a finire nei guai sono/possono essere i primi (che già si difendono da soli). Eccoli di nuovo col ditino alzato a evocare strumentalmente la presunzione d’innocenza e le distinzioni tra giustizia e giustizialismo, tribunali e gogne mediatiche.

Pensare che i fatti parlano chiaro: secondo la Relazione sui reati finanziari, evasione ed elusione fiscale approvata a marzo dal Parlamento europeo, l’Italia è al primo posto nell’Ue, sia in valori assoluti che pro capite (3.156 euro evasi per abitante). Quanto al presunto giustizialismo imperante, nel 2017 i condannati definitivi per evasione sono stati poco più di 3.000, appena l’1,5% dei condannati totali. E pochissimi finiscono in carcere: secondo gli ultimi dati disponibili il rapporto del numero di detenuti per reati fiscali tra Italia e Germania è di uno a 55 e gli evasori solo lo 0,4% della nostra popolazione carceraria contro una media europea del 4,1%. Per non parlare della “gogna fiscale” a cui vengono sottoposti in altri paesi, con pubblicazione sui giornali di nome, professione, reddito, imposta evasa e pena comminata. Non sarà piacevole, ma a mali estremi anche la condanna sociale può agire da deterrente.

Ora che, finalmente, anche da noi si comincia a parlare di premi per i virtuosi e sanzioni per i ladri, è subito Stato di polizia tributaria? Noi i feroci giustizialisti? Non è che i (presunti) garantisti vogliono solo garantire che resti tutto com’è?