La “pausa” di 120 ore nel nord-est della Siria scattata ufficialmente ieri mattina, è stata subito violata dall’esercito turco, secondo i responsabili delle Unità curde di Protezione del Popolo (Ypg) e dai media internazionali in loco. Al telefono dalla zona di confine in territorio siriano, Nasreen Abdallah, comandante dell’ala militare femminile del Ypg, ha spiegato al Fatto: “L’artiglieria turca ha continuato a bombardare Ras al Ayn, compreso l’ospedale, durante tutta la mattinata e le milizie arabe sostenute da Ankara presenti nella zona hanno impedito alle nostre ambulanze di soccorrere i nostri compagni e i civili rimasti ed evacuare i feriti all’interno dell’ospedale. A questo punto assieme alle Forze Siriane Democratiche stiamo decidendo se sia il caso di rispettare la tregua. Ciò che posso dire è che non riteniamo di doverci ritirare dalla cosiddetta ‘fascia di sicurezza’. Significherebbe lasciare i civili ancora presenti in balia dei tagliagole islamici e dei ribelli anti-Assad cooptati dalla Turchia. Per quanto riguarda la lunghezza e profondità della zona cuscinetto Usa e Turchia non sembrano aver trovato un accordo chiaro. Pertanto noi rimaniamo dentro”. Le milizie curde hanno poi rivendicato l’abbattimento di un elicottero di Ankara.
Erdogan durante la conferenza stampa ha affermato che “in base all’accordo raggiunto Washington, le nostre truppe non lasceranno la ‘zona di sicurezza’ concordata dopo la fine delle ostilità”, ma ha anche escluso di voler rimanere per sempre allargano così de facto i confini turchi, peraltro nell’unica parte della Siria dove c’è petrolio, e di ottima qualità. La Turchia non possiede né petrolio né gas e buona parte di quello necessario lo compra dal clan curdo iracheno dei Barzani, al comando della regione autonoma del Kurdistan nel nord Iraq. “Alla fine delle 120 ore di tregua – martedì sera – la nostra operazione ‘Fonte di pace’ continuerà in modo ancora più determinato se gli Usa non manterranno le promesse” sull’evacuazione delle milizie curde dalla ‘zona di sicurezza’ della Turchia, ha aggiunto Erdogan.
La tregua, accettata l’altra sera con riserva dal Sultano dietro minaccia di nuove sanzioni da parte del vice-presidente Usa Mike Pence – e sbandierata da The Donald come un proprio grande successo diplomatico anche se condotto in “modo inusuale” – dovrebbe comunque reggere per tutta la durata prevista. Il numero delle ore decise è infatti esattamente il lasso di tempo che intercorre prima dell’incontro tra Erdogan e il presidente russo Putin che si terrà a Sochi.
Nonostante l’iniziativa della Casa Bianca, volta esclusivamente a salvare la faccia di Trump, chi decide le sorti della martoriata regione è ormai solo ed esclusivamente Zar Putin. Il Sultano deve accettare le decisioni del Cremlino se vuole davvero tentare di spacciare l’invasione di uno Stato sovrano come una scelta dettata da questioni di sicurezza e non da problemi interni. Anche il raìs siriano Assad deve seguire le istruzioni di Mosca se vuole mantenere la poltrona.
Intanto il gruppo di esperti dell’Onu ha annunciato di stare già raccogliendo informazioni dopo le notizie sul presunto uso di fosforo bianco da parte delle forze turche contro i curdi del Rojava. Anche l’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) ha reso noto che è “al corrente della situazione” e che sta “raccogliendo informazioni in merito al possibile uso di armi chimiche”. Numerose organizzazioni umanitarie, tra cui Amnesty, accusano la Turchia di avere compiuto crimini di guerra durante questi 8 giorni di bombardamenti ed esecuzioni arbitrarie. Bombardare le strutture idriche, le dighe e uccidere a sangue freddo rappresentanti politici democratici come la giovane Hevrin Khalaf, come accaduto durante questa settimana, sono atti ritenuti da tutte le convenzioni internazionali, incluse quelle ratificate da Ankara, “crimini di guerra”.
Nel confinante Kurdistan iracheno stanno arrivando ogni giorno centinaia di profughi. Finora l’Oms ne ha contati 2.396. La maggior parte si trova nel campo di Duhok.