Clima, Gasparri guida i negazionisti

Il dubbio che forse era meglio abolire il Senato, è forte. Già, perché la povera istituzione, che in aprile aveva assistito al lungo, articolato e commovente discorso di Maria Elisabetta Casellati in onore di Greta Thunberg, ieri ha dovuto digerire la presentazione di un documento intitolato European Declaration: There is no Climate Emergency.

L’iniziativa è stata presa da due senatori dalla mente lunga e visionaria, Maurizio Gasparri di Forza Italia e Vito Comencini della Lega.

La petizione del Global Climate Intelligence group vede al suo interno, per la sezione italiana, anche geologi che lavorano per l’Agip-Eni, vari pensionati, un dottore commercialista, due “lettori”, un sommelier professionale, nonché il fondatore del gruppo Facebook “Falsi allarmismi sul riscaldamento globale”. Ma tant’è. Alla destra italiana semi-moribonda, o comunque sempre più fagocitata da Salvini, non pare vero di trovare visibilità, visto che il No vax non tira più e il terrapiattismo neanche.

Sgomento tra i poveri Fridays for Future, che erano fuori al freddo, anzi al caldo, a scioperare. Forse è il caso che la Casellati si chiarisca le idee.

Via ai primi fondi sfilati al Coni (e a Malagò)

Il progetto sulla scuola è quello degli anni precedenti, le cifre per le Federazioni simili al passato, persino l’algoritmo per assegnarle non è cambiato. La prima tornata di finanziamenti pubblici della nuova era di Sport e salute (cioè il governo) assomiglia alla vecchia distribuzione Coni. Con una differenza, però: non esiste più la parte discrezionale, il “tesoretto” nelle mani di Giovanni Malagò, con cui il presidente del Comitato olimpico aiutava i presidenti delle Federazioni (gli stessi che poi votano alle elezioni Coni). Per alcuni un conflitto d’interessi, che poi è la principale ragione della riforma dello sport che fa discutere da un anno. Adesso se ne vedono i primi effetti.

Segnali, più che altro. L’occasione era l’assegnazione di 64 milioni di euro “extra” sul 2019, generati dall’ultima manovra (che destina allo sport il 32% del gettito fiscale del settore); una cifra ulteriore ai soliti 410 milioni annui, di cui 250 a Federazioni e organismi. Niente rivoluzioni, come anticipato dal Fatto Quotidiano. La novità principale è un fondo per il sociale da 7 milioni, per permettere a under 18 e over 64 con reddito basso di fare attività fisica 2 volte a settimana per 6 mesi in strutture di associazioni e società dilettantistiche: circa 50 mila beneficiari. Sulla scuola, invece, confermato il vecchio progetto Coni “Sport di classe” (laureati di scienze motorie come tutor in quarta e quinta elementare), che ora sarà gestito dalle Federazioni.

Il grosso dei soldi (44,5 milioni) va proprio alle Federazioni. Qui Sport e salute (la società governativa diretta dal manager Rocco Sabelli) si è affidata al vecchio algoritmo Coni, applicato in maniera più fedele (prima c’erano accorgimenti più o meno discrezionali). Qualche correttivo però è rimasto (non si può crescere o scendere oltre il 20%) per non creare eccessivi stravolgimenti, specie alla vigilia delle Olimpiadi. Tradotto in cifre: 6,3 milioni in più alla FederCalcio, 2,4 a nuoto e pallavolo, 2,1 a sport invernali, 2 all’atletica, e così via. In percentuale, però, fra le grandi a guadagnarci sono soprattutto FederBasket e FederTennis (dal 2,9% a oltre il 4% del totale), mentre a perderci è quasi solo il calcio, che scende dal 20 al 14%. Oggi sono soldi “extra” e sono tutti contenti, quando si tratterà di tagliare arriveranno le proteste. La sfida è applicare l’algoritmo in maniera trasparente, tenendo dentro il pallone senza penalizzarlo. Magari rivitalizzando la scuola e il sociale. E sforbiciando gli sprechi dei carrozzoni federali, che al momento bruciano in personale e funzionamento oltre il 30% delle risorse, una cifra enorme: 4 milioni sono destinati come “premio” a chi taglierà spese fisse, è una delle novità più interessanti. Se ci riuscirà, la riforma di Sport e salute potrà dirsi positiva. Altrimenti avrà solo sfilato la cassa dalle mani del Coni (e di Malagò).

Con la cultura non mangiano e metà di loro non ha contratto

“Una galleria d’arte privata mi ha proposto un impiego full time che prevede organizzazione di mostre, gestione della contabilità e, visto che ho anche un master in social media marketing, della comunicazione e della pagina Facebook. Stipendio: 250 euro al mese, in nero, senza contratto”. A ricevere questa offerta indecente è stata una donna che lavora nel settore della cultura. Ma non è un caso isolato: in tanti nelle scorse settimane hanno raccontato le loro esperienze rispondendo all’indagine lanciata dall’associazione “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”. Il report completo sarà presentato il 30 ottobre alla Camera dei deputati. Il Fatto, però, può anticipare parte dei risultati. Che sono drammatici. Su 1.546 partecipanti, poco meno di metà, il 46%, ha detto di non avere alcun tipo di contratto: è in nero o al massimo con un rapporto di collaborazione, a partita Iva, con una borsa di studio o con il servizio civile.

Insomma, è venuto fuori un mondo fatto di lavoro malpagato e spesso irregolare, tutto a danno di persone che hanno alle spalle un lungo e faticoso percorso di studi. Per chi opera tra le mura di un museo, di una chiesa, tra i monumenti o nello staff di un evento, il solo fatto di essere retribuito è già una conquista. L’abuso del volontariato è una pratica molto diffusa. Ricevere il giusto stipendio, cioè quello previsto dal contratto collettivo appropriato, è poi un privilegio che spetta a pochissimi. Del 54% che un contratto ce l’ha, solo il 23,8% ha quello adeguato. Gli unici a formare la platea dei regolari sono quindi il 16,6% che ha la fortuna di lavorare direttamente per la Pubblica amministrazione più un altro 7,2% al quale, nel privato, viene applicato l’accordo della Federculture. Per tutti gli altri, i datori danno libero sfogo alla fantasia: c’è un 23% con il contratto multiservizi, quello per le pulizie e le mense scolastiche, un 18,5% con quello del commercio e un 14,7% che usa quello delle cooperative sociali. I pochi che restano fuori da questi casi sono divisi tra turismo, edilizia, lavoratori del legno e persino metalmeccanici. Solo due persone hanno detto di avere un contratto da restauratore. Spesso le norme sono del tutto violate e in altri casi aggirate per risparmiare. Il risultato sono stipendi ridicoli: il 12% degli intervistati ha addirittura affermato di prendere meno di 4 euro all’ora, un altro 37% non riesce a superare gli 8 euro. Complice tanto part time involontario, a fine anno ne risentono i redditi: il 38% ha dichiarato meno di 5 mila euro annui, quelli che non arrivano a 10 mila euro sono il 63%.

Le imprese che impiegano queste persone sono sì private, ma spesso lavorano per il pubblico. “Mi hanno assunto in un museo con il contratto delle cooperative sociali – dice un intervistato –. Le ore retribuite sono meno di quelle effettive e di quelle dichiarate. Quando ho chiesto di essere regolarizzato, mi è stato risposto che l’ente pubblico non dà abbastanza finanziamenti e quindi posso andare via e assumeranno un tirocinante”. Tra le testimonianze c’è quella di un curatore museale con quasi vent’anni di esperienza che dal 2007 è inquadrato come “capo-magazziniere” e chi parla di “contratti a chiamata anche con orario fisso” e di “ore fuori contratto che sono la regola”. Scenari che nessuno immaginava prima di affacciarsi nel mondo del lavoro, specialmente quelli che vantano master e dottorati. “Nel mio contesto lavorativo – racconta un lavoratore – siamo tutti laureati e con titoli di studio post-laurea, ma il sistema delle cooperative prevede l’assunzione con un contratto multi-servizi e una paga oraria netta intorno ai 6 euro”.

Qualcuno riesce a ottenere giustizia: l’associazione Napoli Sotterranea è stata condannata dal Tribunale a risarcire 81 mila euro in favore di una guida, poiché i giudici hanno riconosciuto il lavoro subordinato non contrattualizzato. Ma spesso la paura di ritorsioni scoraggia le cause.

“Con questa inchiesta vogliamo svelare una realtà a noi ben nota ma troppo ignorata”, spiegano Leonardo Bison e Daniela Pietrangelo del collettivo “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”. “Trent’anni di esternalizzazioni continue, deregolamentate, obbligate – aggiungono – unite a leggi che incentivano l’uso del volontariato come sostitutivo del lavoro pagato hanno dato i loro frutti avvelenati. Va rivisto il sistema delle esternalizzazioni, serve una legge che vieti abusi del lavoro gratuito, e una norma che obblighi i privati che gestiscono patrimonio culturale pubblico a ad applicare il contratto di Federculture”.

Il misterioso Mifsud “ricercato” anche dalla Regione Sicilia

“Abbiamo scelto il meglio che si potesse trovare”. Così parlava di Joseph Mifsud Eugenio D’Orsi, l’ex presidente (dal 2008 al 2013) di centrodestra della Provincia di Agrigento, che nel 2009 aveva puntato proprio sull’uomo oggi al centro del Russiagate per risollevare – invano – le sorti del Cupa, il consorzio universitario di Agrigento ora fallito. L’uomo – di cui non si hanno notizie da mesi, amico del consigliere di Donald Trump George Papadopoulos, indicato come pedina centrale dell’intrigo russo-americano-italiano – da più di un anno ha alle calcagna anche la Corte dei Conti siciliana. La magistratura contabile lo ha infatti condannato nel settembre 2018 per danno erariale.

I giudici hanno tentato di contattarlo in tutti gli indirizzi delle università italiane in cui il professore sosteneva di aver prestato servizio, senza tuttavia ottenere alcun risultato. Mifsud, alla fine, è stato condannato in contumacia a restituire 49 mila euro al consorzio per aver affidato un incarico “senza considerare le fondamentali norme di legge”, come si legge nella sentenza. Mifsud, all’epoca presidente, avrebbe infatti cucito su misura per Giuseppe Vella il posto da segretario generale, stabilendo altresì una retribuzione di 3.500 euro al mese, pari a 49.300 euro all’anno: “Un compenso – scriveva la Procura – non ancorato ad alcun parametro di riferimento e notevolmente superiore a quanto corrisposto al suo predecessore”. L’incarico del segretario generale avrebbe dovuto avere un tetto massimo annuale di 15 mila euro, tetto più che raddoppiato da Mifsud e poi confermato dal suo successore Maria Immordino (assolta in primo grado nello stesso procedimento). Il denaro è stato chiesto indietro, ma data l’irreperibilità di Mifsud, nulla è stato recuperato.

Mifsud era una figura di rilievo nella politica agrigentina, almeno fino alla scomparsa della provincia e all’addio alla politica dell’ultimo presidente Eugenio D’Orsi, suo grande sponsor. Fu proprio D’Orsi, più volte imputato ma sempre assolto per presunti abusi nelle sue vesti di amministratore pubblico, a portare ad Agrigento il professore Mifsud come una sorta di salvatore dell’università. La sua gestione, tuttavia, è passata alla storia per i risultati fallimentari che hanno poi condotto il Cupa al fallimento: uno dopo l’altro, hanno chiuso i vari corsi universitari, fino all’epilogo del fallimento (con un debito di oltre 10 milioni di euro) nel 2018.

Di Mifsud rimarrà però negli annali, oltre all’incarico senza criterio ed esoso per Giuseppe Vella, un altro coupe de théâtre sempre in compagnia di Eugenio D’Orsi. Alla scadenza del contratto, D’Orsi nominò il docente commissario del Cupe fino a nuova elezione: in pratica Mifsud sostituiva se stesso, fatto che scatenò le ire della Cgil. D’Orsi tentò di puntare ancora su di lui, ma il suo nome provocò divisioni all’interno del cda dell’ente (poi sciolto), sancendo la fine dei rapporti di Mifsud con Agrigento.

Ma non è tutto. Del professor Joseph Misfud conservano un nitido ricordo anche in patria, a Malta. Matthew Caruana Galizia, figlio della giornalista investigativa Daphne Caruana uccisa il 16 ottobre del 2017 da una bomba messa nella sua auto, conosceva Mifsud. Nell’estate del 2006, infatti, fu uno dei 15 partecipanti a un corso estivo universitario tenuto dal misterioso professore. Un’esperienza negativa. Mifsud si comportò da incompetente: “Non aveva idea di che cosa stesse parlando”, ha dichiarato tempo fa Caruana al giornalista Raphael Satter (Associated Press) che ha svolto un’accurata indagine sul profilo del misterioso professore, indagando sulla sua bizzarra carriera accademica, “ha trascorso tutto il tempo cercando di impressionarci, ma si comportava come un vero e proprio ciarlatano”. Mifsud era stato nominato nel 2000 direttore generale della sezione europea dell’Università di Malta e si destreggiava tra sovvenzioni e programmi di scambio, ma nel 2006 fu al centro di un’indagine interna per il disinvolto uso delle risorse.

Interista ucciso, la Digos batte l’omertà

“Ma quale omicidio, quello si è lanciato lui davanti alla macchina!”. È il 6 aprile scorso e questa frase intercettata, per gli investigatori, conferma l’ipotesi su cui la Digos di Milano lavora dalla mattina del 27 dicembre 2018, il giorno dopo gli scontri tra ultras di Inter e Napoli, durante i quali Dede Belardinelli è stato travolto e ucciso da un’auto in corsa. Alla guida della Renault Kadjar c’era Franco Manduca, napoletano di 39 anni, arrestato ieri con l’accusa di omicidio volontario.

Guidava lui e lui, secondo la Procura di Milano, ha investito il capo degli ultras del Varese che era con gli interisti. Indagine lunga e complicata quella della Digos guidata dal dottor Claudio Cicimarra, poliziotto esperto e ostinato. Tutto si ricostruisce con una minuziosa analisi di orari e immagini. Nessuna collaborazione da parte degli ultras dell’Inter presenti quella sera. Tanti hanno visto e nessuno ha parlato, un dato che sia Cicimarra sia il giudice Guido Salvini hanno sottolineato in tutti questi mesi. Omertà, dunque, e opposizione dura allo Stato. Per questo le indagini hanno certificato l’investimento, ma non il secondo passaggio dell’auto a bassa velocità sul corpo di Dede come raccontato da Marco Piovella, uno dei capi dei Boys arrestato e già condannato per rissa assieme ad altri quattro ragazzi. A quasi un anno dai fatti, resta una certezza per il giudice: a uccidere Belardinelli è stato Manduca. Sul quale pesano precedenti penali e un legame forte con il gruppo ultras dei Mastiff, il più violento della curva A del Napoli, “lo stesso gruppo – scrive il giudice – che riveste un ruolo nel sistema di spaccio di cui era a capo Gennaro De Tommaso (il noto Genny ’a Carogna, oggi pentito), predecessore del Franco (Vincenzo, ndr) alla guida degli ultras e la cui famiglia è legata a quella del clan Giuliano di Forcella”. Altri rapporti con i clan vengono rilevati dalla Digos in un’annotazione del luglio scorso, che segnala come l’impresa di pompe funebri riferibile ai fratelli Manduca sia finita in un’indagine sulla famiglia Cesarano, vicina “ai clan camorristici dei Nuvoletta e dei Polverino di Marano”.

Si torna così sul luogo dell’omicidio, dove la piccola via Fratelli Zoia incrocia via Novara sulla carreggiata che porta verso lo stadio Meazza. Qui la ricostruzione procede secondo dopo secondo. Alle 19,23 viene lanciato un petardo. È il segnale per attaccare. Gli interisti escono in due gruppi. Il primo, dove sta Dede, gira su via Novara direzione stadio. In questo momento la carovana dei napoletani è divisa in due tronconi. La Renault riesce, però, a passare. Davanti sfila la volante Meazza. Sono le 19,33. La Renault supera un’Audi3, accelera e cinque secondi dopo colpisce Belardinelli. Dopo un minuto l’auto si ferma, le persone scendono e controllano eventuali danni. Prova, secondo l’accusa, che erano consapevoli dell’accaduto. Poi il gruppo va a vedere la partita. Iniziano le indagini. Da un lato gli orari e i video, dall’altro le intercettazioni che mostrano come Manduca e il gruppo dei Mastiff abbia fatto pressioni sui vari testimoni, quelli a bordo della Renault e quelli sull’A3. Questi ultimi intercettati diranno: “Hai visto quel Kadjar come corre!”.

“A Milano nomine politiche anche per i primari ospedalieri”

Non solo nomine politiche in cambio di mazzette, ora l’inchiesta sul tangentificio Lombardia si allarga al ricchissimo settore della sanità. Sul piatto della Procura ci sono minacce, conflitti d’interessi e nomine politiche che non riguardano, come da copione, i direttori generali, ma addirittura i capi dei vari dipartimenti, cioè i primari. Il quadro viene raccontato ai magistrati da Paola Lattuada attuale direttore generale dell’Istituto neurologico Carlo Besta di Milano, uno dei riferimenti a livello mondiale per quanto riguarda la ricerca e la cura delle malattie neurologiche. Allo stato, va detto, i personaggi nominati nel verbale non risultano indagati.

Il 31 maggio scorso, e dunque 24 giorni dopo gli arresti dell’inchiesta Mensa dei poveri, la dottoressa Lattuada si presenta in Procura. Chiede di essere sentita. Davanti al pm Adriano Scudieri e agli investigatori della Guardia di finanza illustra la sua carriera, spinta anche dalle nomine di governatori leghisti, prima con Bobo Maroni all’Azienda sanitaria di Varese e poi, al Besta con Attilio Fontana, oggi indagato per abuso d’ufficio nell’inchiesta dell’antimafia sulle tangenti. “In ragione dei miei incarichi – spiega al pm – ho avuto rapporti con numerosi esponenti politici, tra cui Maroni che conosco da molti anni”.

Quindi entra nel vivo della vicenda di un conflitto d’interessi che allarma lo stesso presidente del Besta, il leghista Andrea Gambini, diploma in Odontoiatria e laurea in Farmacia. Pietra dello scandalo è l’imprenditore Francesco Bombelli nominato da Fontana nel Consiglio di amministrazione del Besta. Classe 1970, alle spalle ha una carriera decennale come infermiere, professione che per lui è diventata un vero business. Bombelli, infatti, ha creato il consorzio Hcm attivo in ambito sanitario e infermieristico. È questa sua attività, segnalata prima dalla stessa Regione e poi dalla Lattuada, che fa ipotizzare un conflitto d’interessi. Che poi Bombelli sia anche persona molto vicina a Mariastella Gelmini, parlamentare di Forza Italia ed ex coordinatrice regionale del partito di Berlusconi, è un elemento che la Procura non considera solo di contorno.

Lattuada affida a un legale esterno la relazione di un parere sul caso. A marzo il parere viene inviato in Regione. Pochi giorni dopo, Lattuada viene convocata nell’ufficio del presidente del Besta. “Era presente anche Bombelli – dirà ai pm –, il quale ha detto di essere molto amareggiato per non essere stato informato di quanto la fondazione aveva messo in atto per la verifica del suo eventuale conflitto (…). Da quel momento, Bombelli ha iniziato ad avere nei miei confronti un atteggiamento sprezzante”, nello stesso tempo “il presidente ha manifestato un atteggiamento di intolleranza nei miei confronti e di familiarità con Bombelli”.

Gambini a quel punto annuncia la presenza nel successivo consiglio di amministrazione dell’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, di Forza Italia. Presenza definita “inusuale” da Lattuada che aggiunge: “Gallera ha partecipato e si è limitato a dire di non litigare”. Dopo la riunione, la dottoressa Lattuada riceve un messaggio da Gambini: “Pensavo di averti trasmesso un messaggio molto chiaro, ma oggi ho capito che non è servito. Davanti a questo nessuna pietà”. Il tono è chiaramente “minaccioso” ed è legato a una polemica su una campagna pubblicitaria per il 5×1000 promossa da Gambini. La vicenda del conflitto d’interessi inizia a gennaio, ma solo a fine luglio Bombelli lascia il Cda del consorzio Hcm, anche se mantiene la carica all’interno di una delle maggiori consorziate: la cooperativa Educazione e progetti. Al momento né Gambini né Bombelli sono indagati. Il verbale prosegue: “Il presidente mi vede ostile per alcuni scopi che non mi sono chiari (…). Temo in particolare che si vogliano condizionare per ragioni politiche le scelte dei capi dipartimento, ruolo essenziale nella ricerca e nella cura”. E ancora: “Il regolamento prevede l’affidamento con procedura di selezione in relazione ad acquisiti inferiori ai 40.000 euro (…). Gambini” invece “voleva procedere con l’affidamento diretto”.

Poi aggiunge un particolare su una fuga di notizie rispetto agli arresti del 7 maggio. “In primavera a dire di Gambini, Bombelli e Gallera sarebbero stati a breve arrestati”. La circostanza non si è verificata. L’assessore Gallera non è indagato. Di lui parla spesso Nino Caianiello, il presunto burattinaio delle tangenti. A colloquio con il consigliere regionale Angelo Palumbo spiega: “È giusto riequilibrare con Gallera, perché lui fa l’assessore alla Sanità e a noi interessano alcune cose”. Tra le varie, emerse dall’indagine, le opere da costruire attorno al nuovo ospedale di Busto Arsizio. “Caianiello – conclude Lattuada – l’ho visto in occasione di un incontro sull’ospedale Unico di Busto”. A quei tavoli, dove era presente anche Gallera, Caianiello partecipava da condannato per corruzione.

Mafia Capitale, il legale Naso ribadisce: “Solo un processetto”

Al processo Mafia Capitale in Cassazione ieri giornata conclusiva delle arringhe tutte incentrate sulla presunta inesistenza, per 18 imputati su 35, del 416 bis. A sorpresa, per la prima parte, ha assistito la sindaca Virginia Raggi, il Comune infatti è tra le parti civili. Con il suo stile spesso sprezzante l’ex avvocato storico di Massimo Carminati, Giosuè Naso ha ribadito, ieri, quanto già detto su Mafia Capitale davanti ai giudici del tribunale: “In piena coscienza e responsabilità confermo che questo è stato un processetto di modestissimo livello giuridico e professionale”. Fino all’appello difensore di Carminati, ieri Naso ha rappresentato Riccardo Brugia, considerato il braccio destro dell’ex Nar. Entrambi, in secondo grado, sono stati condannati per associazione mafiosa così come l’ex ras delle coop rosse a Roma Salvatore Buzzi e come Luca Gramazio, ex capogruppo alla Regione di Forza Italia. L’avvocato ha parlato di ragioni extragiudiziali che avrebbero portato a questo processo, come se non ci fossero montagne di intercettazioni sul cosiddetto “Mondo di mezzo”: “Siamo davanti a una colossale manipolazione, non sono investigati i fatti ma i soggetti alla luce di un pregiudizio ideologico”.

L’arringa è proseguita con un attacco all’ex procuratore Giuseppe Pignatone, ora presidente del tribunale Vaticano: “Il processo lo ha voluto Pignatone per incidere sotto il profilo della politica giudiziaria e della politica tout court”. Fuori dall’aula, la sindaca Raggi, circondata dai giornalisti ha ribadito che resta in Campidoglio e si è sfogata: “Non faccio nessun passo indietro. Tutta la gestione degli appalti è stata molto allegra, ricucire i fili non è stato molto facile. Siamo qui a rappresentare i cittadini onesti che sono stati spolpati per 10 anni”. I giudici non si sono riuniti in camera di consiglio, il presidente Fidelbo ha spiegato che sarà “differita” e ha annunciato la sentenza per martedì.

Via D’Amelio, ora un poliziotto parla: “Dissero di non registrare Scarantino”

La rivelazione arriva improvvisa, dopo altri due interrogatori in cui non ne aveva fatto cenno: “Mi ordinarono di staccare la registrazione di Vincenzo Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati”. E chi fu a ordinarglielo?. “Fu Di Ganci (suo diretto superiore, ndr), mi disse di riattivarla dopo che Scarantino aveva finito di parlare con i magistrati”. Visibilmente scosso, davanti ai giudici del processo nisseno sul depistaggio, l’ispettore della Mobile, Giampiero Valenti, apre per la prima volta uno spiraglio nel muro compatto dell’omertà investigativa sulla gestione delle indagini su via D’Amelio, chiamando in causa il responsabile delle intercettazioni del gruppo Falcone-Borsellino, Giuseppe Di Ganci. E se è destinato a restare un mistero il contenuto di quelle telefonate non registrate tra il pentito farlocco e i magistrati, oggi con le sue parole Valenti oltre a rilanciare sospetti sui pm di allora, rischia di mettere nei guai anche se stesso, costringendo gli inquirenti di Caltanissetta a valutare eventuali profili penali nei labirinti degli obblighi di polizia giudiziaria: le indagini, infatti, non possono essere interrotte a discrezione di chi le conduce.

“Perché non fece una relazione di servizio di quella richiesta illecita?”, gli hanno chiesto le parti civili, gli avvocati Pino Scozzola e Rosalba Di Gregorio.

“All’epoca, non mi sembrò una cosa illecita – ha risposto Valenti – a chi dovevo fare una relazione di servizio? Al mio ufficio, che mi aveva chiesto di staccare quella intercettazione?”. E quando il procuratore Paci gli ha mostrato un “brogliaccio” , l’ispettore ha replicato: “Riconosco la mia firma, ma nego di conoscere qual era l’attività di intercettazione. Sono stato uno stupido, perchè non avevo alcuna esperienza, ero giovane. Non capisco perchè questo verbale non lo firmò chi gestiva l’attività e lo hanno fatto firmare all’ultima ruota del carro”.

Il verbale d’udienza sarà trasmesso adesso alla Procura di Messina guidata da Maurizio De Lucia che indaga sul periodo tra l’ottobre del ’94 e il luglio del ’95, quando Scarantino era detenuto ai domiciliari in un appartamento di San Bartolomeo al Mare (Imperia), sotto la strettissima sorveglianza dei poliziotti di Arnaldo La Barbera. Da quell’appartamento il balordo della Guadagna, attraverso un telefono fisso, comunicava con i familiari a Palermo, ma anche con poliziotti e magistrati. Proprio quelle conversazioni, contenute in 19 bobine ritrovate nei mesi scorsi dai pm nisseni, sono state trasmesse per competenza ai colleghi di Messina dove il capo dell’ufficio, dopo averle ascoltate, ha indagato gli ex magistrati Anna Palma e Carmelo Petralia, titolari della prima indagine deviata su via D’Amelio, ipotizzando l’accusa di concorso in calunnia. Stesso reato per il quale sono oggi processati a Caltanissetta i tre poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei.

Dell’Utri, fine della pena. Natale da uomo libero

Marcello Dell’Utri potrà trascorrere il prossimo Natale da uomo libero. Nei primi giorni di dicembre, infatti, l’ex senatore potrebbe aver finito di scontare i sette anni inflitti per l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Con gli sconti di pena per buona condotta accumulati, per Dell’Utri è arrivata quasi la fine della detenzione.

È l’aprile del 2014 quando il co-fondatore di Forza Italia viene arrestato dopo che la sentenza emessa nei suoi confronti diventa definitiva: in quel momento a Beirut, viene fermato dall’intelligence libanese. Portato in Italia, passerà poco più di quattro anni in carcere, prima a Parma e poi a Rebibbia (Roma).

In cella, l’ex senatore ha affrontato diversi problemi di salute – cardiopatia, diabete e un tumore alla prostata – e a luglio del 2018 i giudici del Tribunale di sorveglianza gli hanno concesso i domiciliari. Prima a Roma e poi a Milano. Nel frattempo Dell’Utri viene operato più volte, gli vengono impiantati degli stent e inizia anche la radioterapia.

Dai domiciliari poi gli viene concesso di trascorrere quattro ore al giorno fuori casa: la biblioteca – racconta chi lo sente – è uno dei luoghi che frequenta e dove va per studiare in vista degli esami da sostenere all’Università di Bologna, dove si è iscritto durante la detenzione.

Adesso per lui la libertà, quindi, non è lontana. Alla fine con gli sconti di pena per buona condotta (45 giorni in meno di detenzione ogni tre mesi), l’ex senatore ha passato tra carcere e domiciliari circa cinque anni e otto mesi.

Mentre era detenuto, però, per Dell’Utri è arrivata una anche nuova condanna (non definitiva): imputato nel processo sulla Trattativa Stato-mafia gli è stata inflitta in primo grado una pena a 12 anni di reclusione.

Il processo si sta discutendo ora in Appello ed è stata proprio la difesa dell’ex senatore forzista a chiedere di interrogare (come testimone) il suo vecchio amico Silvio Berlusconi a proposito delle minacce mafiose subìte dal governo da lui presieduto nel 1994. Secondo le accuse, infatti, Dell’Utri avrebbe trasmesso quella minaccia all’imprenditore Berlusconi che nel frattempo era sceso in campo in vista delle elezioni politiche del 1994. L’audizione dell’ex premier era fissata in aula per lo scorso 3 ottobre, ma i legali Niccolò Ghedini e Franco Coppi hanno inviato una nota alla Corte d’Assise d’Appello per far sapere che Berlusconi aveva un impegno istituzionale connesso con la sua carica di eurodeputato.

Nella nota, però, si chiedeva ai giudici anche di chiarire preliminarmente in quale veste sarebbe stato sentito. Il punto infatti è che l’ex presidente del Consiglio è indagato a Firenze come ipotetico mandante esterno delle stragi avvenute e tentate nel 1993 e 1994, come l’attentato fallito contro Maurizio Costanzo e Maria De Filippi il 14 maggio 1993. Accuse queste che in passato sono state archiviate già due volte.

Nel processo sulla Trattativa la Corte ha deciso di voler sentire comunque Berlusconi, ma come teste assistito, ossia con la presenza di un legale e la possibilità di non rispondere a eventuali domande che comporterebbero dichiarazioni auto-indizianti. La data della prossima udienza è fissata per l’11 novembre: Dell’Utri quel giorno sarà ai domiciliari. Ma ancora per poco.

E ora c’è chi teme le chat nel suo telefonino

“Pensate se fosse riuscito a diventare direttore di Raiuno. Oggi ci troveremmo con il direttore della prima rete in galera…!”. Queste, tra le tante voci registrate ieri in Rai, sono le parole che più si ripetono davanti alla notizia dell’arresto di Casimiro Lieto per corruzione in atti giudiziari. Davvero dalle stelle alle stalle la storia di questo autore televisivo che un anno e mezzo fa sembrava essere il vero padrone della tv pubblica. Quando, da capo autore de “La prova del cuoco” e molto amico di Elisa Isoardi allora in coppia con Matteo Salvini, sembrava che le leve del comando di Viale Mazzini stessero nelle sue mani. Quando addirittura, dopo l’insediamento del nuovo vertice con Fabrizio Salini amministratore delegato e Marcello Foa presidente, il suo nome circola insistentemente come possibile direttore di Raiuno. “Casimiro chi?”, ci si chiede tra gli addetti ai lavori. “Lieto! Ma come non lo conosci? È l’uomo più vicino a Salvini dentro mamma Rai”.

Casimiro Lieto, secondo diverse fonti, è stato per diverso tempo l’uomo di fiducia del leader leghista a Viale Mazzini, il suo orecchio, colui che tutto sa e tutto riferisce al grande capo. Ci si stupisce molto, però, in azienda, che un autore esterno sia addirittura in ballo per diventare direttore di rete. E poi addirittura di Raiuno, il canale più importante, quello da cui dipende il grosso degli introiti pubblicitari. Salvini però sembra non sentirci: vuole Lieto alla guida della rete ammiraglia.

Poi però qualcosa s’incrina. Innanzitutto il gran colpo di Raiuno fallisce, grazie all’opposizione di Salini, che s’impunta. “O me o lui”, dirà l’ad in un aut aut che sbarra definitivamente la strada all’autore della Isoardi.

Così a dirigere Raiuno andrà, un anno fa, Teresa De Santis, sempre in quota Lega, ma almeno è un’interna Rai con un curriculum più sostanzioso. Poi la storia Salvini-Isoardi finisce e qualche tempo dopo pure Lieto abbandona Elisa, colei che gli confidava tutto, pene d’amore comprese, lasciandola da sola a spadellare. Che non sia più nelle grazie del potere lo s’intuisce dal nuovo palinsesto, dove lo ritroviamo defilato, autore di “Domenica Ventura”, nuovo programma di Simona Ventura la domenica su Raidue. E ora, dopo l’arresto, la Rai fa sapere “è stato avviato l’iter per la risoluzione del contratto che – si tiene a precisare – era solo di collaborazione”.

Inutile dire che l’arresto di Casimiro Lieto viene vissuto con profondo imbarazzo a Viale Mazzini. Anche perché Lieto lavora in Rai da molti anni, ha partecipato a tante trasmissioni, tra cui anche il Festival di Sanremo. E in Rai era anche stimato. Qui ha costruito carriera e rapporti ed è considerato vicino a molte persone, tra cui pure Teresa De Santis, che in questo periodo ha già abbastanza guai con gli ascolti di Raiuno. Ma Lieto, dicevamo, parlava e chattava con tutti. E magari qualcuno ora teme possa uscire qualcosa di compromettente dal suo telefono sotto sequestro. La parabola di Casimiro Lieto, però, sembra segnare la fine del salvinismo spinto a Viale Mazzini, un anno e mezzo vissuto pericolosamente in cui il leader leghista sembrava il dominus assoluto. Soprattutto perché moltissimi erano saltati sul carro del vincitore. Molti, come sempre in Rai, sono stati pure veloci a scendere.