Salvini lo voleva direttore Rai. È in carcere per corruzione

Fine settembre 2018: nei giorni in cui sembrava in predicato di assumere la direzione di Rai1 in quota Salvini, l’autore televisivo irpino Casimiro Lieto telefona al giudice tributario di Roma, Antonio Mauriello, e commenta felice una sentenza fresca di inchiostro che gli cancella definitivamente un contenzioso da quasi 230.000 euro a Salerno: “Grandissimo presidente, un gol, un gol da campionato del mondo, ma io lo sapevo che lo poteva fare solo un presidente ’sto gol… è arrivato il dispositivo (…) e quindi un gollone, un gollone, un gollone, e io mi sono incontrato ieri sera e abbiamo parlato un po’ di lei vi racconto più tardi che sto facendo una riunione di redazione”. Evviva, evviva, il Fisco ha perso, abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene, infatti anche Mauriello appare contento (“lo so, lo so…”).

E chi è questo magistrato presidente? Membro del Consiglio nazionale della Giustizia tributaria, Mauriello “in virtù dei suoi più volte ostentati rapporti con esponenti apicali della Lega Nord”, scrive il Gip di Salerno Pietro Indinnimeo, era in grado di esercitare un sentimento “per così dire di reverenza” nei confronti del giudice tributario di Salerno Fernando Spanò, il magistrato onorario che avrebbe spianato la strada a Lieto con la sua sentenza favorevole dell’anno prima.

Da ieri Lieto è in carcere per corruzione in atti giudiziari insieme ad altre sei persone, tra cui Antonio Mauriello. Costui è anche il papà del presidente dell’Avellino Calcio Claudio Mauriello, avvocato di Gianandrea De Cesare, patron del colosso Sidigas, che gestisce la distribuzione del gas naturale in oltre cento comuni campani. E tra le accuse che hanno condotto in carcere Antonio Mauriello, oltre ai favori all’autore Rai, c’è anche quella di aver corrotto Spanò in cambio di provvedimenti tributari ad hoc per Enerimpianti, che detiene il 76,6% di Sidigas.

Spanò non è tra gli arrestati di ieri perché lui il sole a strisce lo ha visto già a maggio insieme ad altre 13 persone con le stesse accuse. A Salerno sarebbe esistito un radicato sistema di compravendite di sentenze tributarie raccontato in un’inchiesta dal nome apocalittico, “Ground Zero”.

Ascoltato dalla Finanza, dal pm di Salerno Elena Guarino e dal procuratore aggiunto Luigi Alberto Cannavale, Spanò ha subito vuotato il sacco e si è cantato complici e compari. Ha spiegato che Mauriello era una sorta di faro per i giudici tributari, e in particolare per i non togati come loro, perché proprio per le sue simpatie leghiste era una sorta di tramite – legittimo – con la politica per avanzare proposte legislative di interesse per la categoria.

È il leghista Mauriello che presenta a Spanò l’uomo Rai della Lega Lieto. E tra uomini di mondo si trova un terreno comune: Lieto parla dei suoi problemi tributari, promette a Spanò di trovare un posto di lavoro per il figlio e Spanò nel luglio 2017 emette la sentenza che gli dà ragione in secondo grado, confermando l’accoglimento in primo grado di un ricorso per un contenzioso del 2009. La promessa rimarrà una promessa, consisteva in un impiego da guardiano notturno, e il figlio di Spanò non andrà neanche a vedere di che si tratta. Il padre se ne rammarica, e spiega che il figlio disoccupato è la ragione principale “per la quale mi sono coinvolto in tale vicenda illecita. Pertanto proprio attraverso i legami politici di Mauriello contavo di trovare una sistemazione per mio figlio”.

L’indagine racconta un quadro da far rabbrividire: secondo il giudice, l’interesse pubblico della lotta all’evasione fiscale viene calpestato dagli indagati e dal loro “individualismo forsennato, capace con il denaro di travolgere anche le garanzie minime di uno Stato democratico”. Fino a definirli “portatori di una rara delinquenza certamente da arginare con l’applicazione di misure cautelari”.

Gonfia, triangola, fingi e occulta. Tutti i metodi d’oro dell’evasione

Dalla più diffusa e povera evasione “di strada”, praticata dal popolo minuto del piccolo commerciante che batte uno scontrino su tre e dall’artigiano che promette sconti a tutti basta che non si parli di fattura, alle società-schermo che nascono e spariscono nell’arco di una giornata, fino alle triangolazioni con i Paesi a fiscalità agevolata. Nel Paese dove spesso una mano lava l’altra e tutte e due fregano lo Stato, le vie per sottrarre i redditi alla tassazione (per l’Istat sono 211 miliardi l’anno) sono infinite. “I normali cittadini, i normali imprenditori questi flussi finanziari non li vedono proprio, ci sono società specializzate nell’occultamento di profitti in nero che guadagnano in percentuale” ci spiega, tra lo sfogo e la denuncia, un esperto di fiscalità internazionale. L’evasione fiscale si può dividere in due grandi categorie: quella realizzata occultando i ricavi e quella praticata gonfiando i costi.

Scontrini e fatture.La prima è una prerogativa dei commercianti e dei prestatori d’opera più piccoli. Si incassa dal cliente in contanti senza battere lo scontrino, emettere la ricevuta fiscale o la fattura. Si acquista dai fornitori in contanti senza chiedere la fattura per rifornire il magazzino e il cerchio si chiude, lasciando fuori l’Agenzia delle Entrate. Per le grandi imprese e per quelle categorie professionali che possono scaricare quote consistenti di costi la strada da battere più conveniente per abbattere l’imponibile e magari scaricarsi pure l’Iva è portarsi in detrazione nella dichiarazione dei redditi i consumi privati, fino ad arrivare alla falsa fatturazione in acquisto. Mano a mano che la dimensione d’impresa, e di conseguenza i volumi finanziari aumentano, l’attività di elusione e di evasione si fa più sofisticata, soprattutto sul versante dei costi. Le imprese che vincono appalti pubblici o nella grande distribuzione dove la contabilità e gli incassi sono automatizzati e certificati non è possibile nascondere quote di ricavi. Nel settore delle grandi imprese, acquisti e fatture falsificati servono a creare fondi neri che vengono utilizzate per pagare tangenti o prendono la strada dei paradisi fiscali. Il settore dei servizi è quello che si presta con maggiore facilità a fare da sponda per la falsa fatturazione, in particolare le consulenze.

Schermi. Un’altra pratica diffusa a questi livelli è la creazione di società-schermo e “cartiere” che producono solo documentazione fasulla per documentare costi inesistenti e abbattere il debito Iva. “Siamo pieni di scatole vuote che nascono e chiudono nello spazio del mattino e che quando le becchi non trovi più niente” spiega sconsolato un ex ispettore dell’Agenzia delle entrate. “Tutte società di capitali, il turn over è micidiale” aggiunge il funzionario che preferisce rimanere anonimo. I settori più interessati? “La ristorazione ma anche, l’edilizia, i costruttori creano una società per cantiere”.

TriangolazioneMa l’evasione fiscale, che sottrae allo stato italiano miliardi di euro è fatta dalle grosse aziende sia italiane che estere che triangolano oltreconfine, come ci spiega il nostro esperto di fiscalità internazionale. Qualche esempio. Un metodo classico è quello di collegare una società italiana con una avente sede fiscale in paesi a fiscalità agevolata. In questo caso le società che producono in Italia e vendono all’estero fatturano non direttamente al cliente finale ma alla loro società estera creata ad hoc e successivamente quest’ultima fattura alla società finale. La società italiana che produce un prodotto al costo di 1.000 vende alla collegata estera il prodotto a 1.100 , la collegata estera venderà a 2.000 al cliente finale. Cosa avviene? La società italiana verrà tassata soltanto per 100 mentre i restanti 900 non verranno tassati proprio in Italia e lasciati all’estero.

Contanti e oro. Un’altra forma di evasione è quella frequentemente usata dai cinesi in Italia, i quali accumulano grandi somme di denaro in contanti non fatturando e dovendo loro inviare nei loro paesi di origine il denaro, trasformano il denaro contanti in oro. Il metallo prezioso viene fuso negli oggetti più strani e viene imbarcato sui container diretti in Cina, una volta arrivato viene venduto e il ricavato depositato in banca.

Dazi e Iva.Un’altra forma molto redditizia di evasione è quella sui dazi doganali e l’Iva. Una società italiana che deve importare un prodotto dall’estero del valore di 1.000 dovrebbe versare i dazi e Iva su 1.000, ma se l’importazione diretta viene trasformata in triangolazione il fornitore vende a 1.000 ad una società collocata in un paradiso fiscale e la stessa società del paradiso fiscale fatturerà sottocosto 500 alla società italiana. La società italiana avrà un risparmio del 50 per cento su dazi e Iva.

Esonero e scomparsa.Un altro sistema di evasione consolidato è emerso nel settore delle bevande. Una società italiana che deve vendere bibite in Italia acquista da fornitori italiani con società estera creata appositamente, la quale non è soggetta a imposta sul valore aggiunto secondo la direttiva Cee. La società estera creata ad hoc come scatola vuota avrà solamente il compito di acquistare le bibite per non pagare l’aliquota Iva il 22% . La merce che non si sposta dal territorio italiano successivamente verrà fatturata da un’altra società italiana con una testa di legno che incasserà oltre all’imponibile anche l’Iva che non verserà mai. Dopo un anno scompaiono sia la società italiana che quella estera, in barba alla fatturazione elettronica e alla tracciabilità.

Grillo provoca: togliere il voto agli anziani?

“Se un 15enne non può prendere una decisione per il proprio futuro, perché può farlo chi questo futuro non lo vedrà?”: è il succo della provocazione lanciata ieri da Beppe Grillo dal blog, che ha generato un acceso dibattito nel governo e nell’opinione pubblica. Dichiarazioni che arrivano dopo le riflessioni, nelle scorse settimane, sull’estendere il voto ai 16enni. “La prima opposizione – dice Grillo, che cita anche l’economista belga, Philippe van Parijs, sostenitore del reddito universale – sarebbe quella della discriminazione, fondata sull’età. Ma è falso… poiché tutti, alla fine, diventiamo anziani. Quindi non c’è ingiustizia”. Ma è davvero così?

 

Martina D’Arco

“Anche noi saremo nonni e vorremo ancora scegliere”

Togliere il voto alle persone anziane partendo dal presupposto che una volta raggiunta una certa età, i cittadini saranno “meno preoccupati del futuro sociale, politico ed economico, rispetto alle generazioni più giovani”, e molto meno “propensi a sopportare le conseguenze a lungo termine delle decisioni politiche”. Verrebbe naturale pensare che i giovani, soprattutto i più attivi, siano d’accordo. Così come che lo siano nel premettere ai minorenni di votare. Non la pensa così, però, Martina D’Arco, 18enne e volto romano della campagna Fridays for Future, il movimento nato dalla protesta della giovane svedese Greta Thunberg per contrastare il cambiamento climatico.

Martina, che ne pensi del dibattito che è nato in queste ore? È giusto non far votare gli anziani?

Per rispondere, mi baso sulle mie esperienze personali, su ciò che ho visto e sentito. Ebbene, non credo sia giusto perché nella maggior parte dei casi, quando si parla e si pensa a scelte future, è fondamentale che ci sia una continuità temporale, una continuità con il passato. Posta così, la questione, può anche sembrare giusta. Ma poi mi accorgo che quasi sempre noi ragazzi per le nostre scelte e le nostre decisioni ci basiamo sia sulle opinioni degli anziani, su quello che hanno fatto, sulle loro scelte. La continuità è importante, sia politica, culturale che sociale, per il nostro sviluppo. Per contrasto o per analogia.

Si potrebbe allora estendere il voto ai minorenni?

Credo sia altrettanto sbagliato. Anche in questo caso mi guardo intorno e penso che nel nostro Paese neanche i ragazzi diciottenni siano ancora in grado di fare scelte importanti, giuste, anche politiche. Sono poco informati a scuola, ancora meno nella società. Io per prima mi sento poco pronta quando si tratta di fare delle scelte importanti: ecco perché temo che per i 16enni sia ancora più complicato. Certo, esistono ragazzi attivi e consapevoli anche da piccoli, così come ci sono 18enni impreparati e poco informati. Quindi non farei di tutta l’erba un fascio.

Su queste basi, però, si potrebbe dire che allora non conti l’età.

Be’, in realtà è importante. I 18 anni non segnano solo il tempo, ma anche una maggiore responsabilizzazione. Ci sono tante altre cose che cambiano, in quel momento: si prende la patente, si inizia muoversi da soli con maggiore frequenza, ci si considera adulti, si finisce la scuola, si pensa all’università e al lavoro. Insomma, c’è un automatismo, si tende all’età adulta pur non volendo. A 16 anni, invece, si è ancora nell’ambiente scolastico, protetti e senza una reale consapevolezza del mondo e della società con le sue dinamiche. Se si lascia ai 16enni la possibilità di votare, finirebbero solo per farsi trascinare da una tendenza. Ci sono altre soluzioni, secondo me.

Quali?

Maggiore attenzione all’informazione e alla formazione dei 18enni ma, anche dei più piccoli, trovare un modo per riuscire a includerli nella società e nel dibattito politico. In questo modo, quando voteranno, faranno scelte più consapevoli.

Eppure, il mondo in cui viviamo oggi è quello che è stato lasciato dai nostri genitori e dai nostri nonni, proprio quello che sta morendo…

Privarli della libertà di votare non è certo la soluzione. Punirli per quello che hanno fatto in maniera errata nel passato, o per quello su cui non sono in grado di riflettere oggi, significa non considerare storia e memoria. Anche perché si rischierebbe di togliere il diritto di voto, in futuro, ai ragazzi che oggi cercano di fare la differenza. Perché non dovrebbero volerla e poterla fare anche da anziani?

 

Domenico De Masi

“Ogni progresso dipende da chi è vissuto prima”

Beppe Grillo è nato il 21 luglio 1948, dunque ha 71 anni e vuole togliere il diritto di voto agli anziani. Io sono nato il primo febbraio 1938, dunque ho 81 anni e sono fermamente contrario a togliere questo diritto. Dunque Grillo ha il vantaggio di apparire un generoso altruista verso i giovani e io lo svantaggio di apparire in conflitto di interessi con me stesso.
Beppe basa la sua tesi sul presupposto che siamo tutti miopi, dunque incapaci di prevedere il futuro oltre la nostra morte e siamo tutti egoisti, dunque incapaci di prendere decisioni per il bene di chi ci sopravviverà, fossero anche i nostri figli e nipoti. Dunque ognuno ha il diritto di prendere decisioni solo se le conseguenze si manifestano nell’arco della sua vita e ricadono su di lui.
L’idea che gli esseri umani siano egoisti non è nuova e molti filosofi ci avevano lavorato prima ancora dei Douglas J. Stewart e dei Philippe van Parijs citati da Grillo. Secondo Hobbes, ad esempio, siamo tutti egoisti perché homo homini lupus; secondo Marx sono egoisti soprattutto i borghesi delle società capitaliste; secondo Rousseau lo sono solo gli individui educati in una società snaturata. Il fatto è che la maggior parte delle decisioni sono prese da persone che non ne subiranno le conseguenze: un albero sopravvive a chi l’ha piantato; un edificio sopravvive all’architetto che l’ha progettato; una legge sopravvive al legislatore che l’ha promulgata. Ogni generazione vive in contesti ideali, materiali e sociali predisposti dalle generazioni precedenti e non ci sarebbe stato progresso umano se le generazioni precedenti non avessero inventato e deciso cose favorevoli alle generazioni successive. Questo in cui viviamo non è il migliore dei mondi possibili ma è certamente il migliore dei mondi esistiti fino ad oggi. E lo è perché in ogni epoca i nonni e i genitori hanno progettato il futuro non solo in vista del proprio benessere ma anche in funzione del benessere dei loro discendenti. Per votare in modo vantaggioso a sé e alla società, non basta essere così giovani da poter vedere, godere e subire i risultati di quel voto. Per votare con cognizione di causa occorre senso della collettività e del bene comune, esperienza, maturità, cultura, visione e capacità previsionale. Più si è adulti, più è probabile che si posseggano queste doti, tanto è vero che il tasso di conflittualità e di criminalità scende sensibilmente col crescere dell’età. Comunque, l’esperienza storica ci insegna che il progresso avanza quando le idee contrastanti hanno piena legittimità di esprimersi e contrapporsi in modo da confluire in una sintesi equilibrata. Se fosse vero che i giovani sono tendenzialmente progressisti e i vecchi tendenzialmente conservatori, a maggior ragione sarebbe bene che votassero entrambi perché lo Stato democratico può progredire solo grazie a una sintesi degli opposti.
C’è poi da chiedersi a quale età dovrebbe scattare il divieto di voto auspicato da Beppe Grillo. Nulla è soggettivo quanto la vecchiaia. Ci sono persone reazionarie, fisicamente e psichicamente decrepite a sessant’anni e persone lucide, attive e progressiste a ottanta. L’unico indicatore di qualche validità statistica per giudicare vecchia una persona pare che consista nelle spese farmaceutiche. Mediamente, infatti, ognuno di noi negli ultimi due anni della propria vita spende per acquisto di farmaci una cifra pari a quella che ha speso in tutti gli anni precedenti. Dunque, in base a questo indicatore, si è vecchi negli ultimi due anni. Siccome in Italia le donne vivono 86 anni e gli uomini 80, occorrerebbe inibire il voto a 78 anni per i maschi e a 84 anni per le donne. Ma anche un livellamento di questo genere risulterebbe approssimativo e ridicolo. A questo punto forse è meglio affidarsi a Beaudelaire secondo cui “non si è vecchi fin quando si desidera sedurre ed essere sedotti”. Nel qual caso Beppe e io avremmo il voto assicurato a vita.

“La laurea, una rivincita per giocare ad armi pari”

Messaggi di complimenti, fiori, sorrisi. In una mattinata di sole, Paola Taverna ne fa incetta, perché si è appena laureata con 108 su 110 nel corso triennale di Scienze Politiche all’università Sapienza di Roma, con una tesi sul Reddito di cittadinanza. “È l’unico ateneo che mi ha permesso di dare gli esami senza frequentare, non potevo proprio andare alle lezioni” spiega la vicepresidente del Senato, veterana del M5S per cui la laurea è molto di più un pezzo di carta: “Questa è una rivincita”.

Perché una rivincita?

In questi anni mi hanno spesso indicata come quella che parlava romano, mi guardavano e ci guardavano come i Cinque Stelle impreparati, ignoranti. Me ne hanno dette di tutti i colori. Ora però ho imparato cosa sono l’Europa, il diritto, le Scienze dell’amministrazione. Adesso posso giocare ad armi pari.

Si sentiva sfavorita?

La vita mi ha messo spesso di fronte a situazioni che non dipendevano da me. Ho perso mio padre a 17 anni e ho dovuto mettermi a lavorare. Ma potendo avrei continuato a studiare, mi sono diplomata con 50/60 in Perito aziendale e corrispondenza in lingue estere.

Così ha ripreso.

Sì, nel 2015. Ho pensato: ‘Perché non coronare questo sogno?’. E mi ci sono messa d’impegno. Ogni materia per me era come acqua per un assetato, erano tutte nozioni preziose.

Lo ammetta, i professori l’hanno trattata con riguardo. La senatrice, il volto noto che si vede in tv…

Ma figuriamoci, alcuni non mi hanno neppure riconosciuta. Un docente è anche un ex parlamentare, ma quando sono andata a fare l’esame non aveva idea di chi fossi. Tanto che mi ha chiesto spiegazioni sulla carta d’identità, perché come mestiere c’era scritto impiegato privato. ‘Che lavoro è? Cosa fa nella vita?’, mi ha chiesto. E io: ‘Sono una senatrice’.

Lui?

Molto sorpreso, non mi inquadrava. Ma l’esame è andato bene. Poi ha capito chi fossi.

E gli altri professori? Mai sentite battute o notate facce poco convinte verso “la grillina”?

Gli insegnanti sono stati tutti molto rispettosi.

Nel luglio scorso polemizzò duramente con Maria Elena Boschi sui rispettivi titoli di studio…

Sì, io risposi a un suo tweet in cui attaccava il Reddito di cittadinanza, invitandola ad andare a fare il saldatore. E lei replicò che poteva tornare a fare anche l’avvocato, mentre io un mestiere non ce l’avevo.

Un duello come tanti, no?

Quelle della Boschi sono state le tipiche parole della radical chic, un po’ da figlia di papà. Peccato, perché penso che tra donne ci si debba sostenere.

Ora anche lei ha la sua laurea. Per fare cosa, dopo la politica?

Non lo so, non ci penso. Ho 50 anni, sono vecchia (sorride, ndr). Vedremo, ma adesso sono concentrata sul mio impegno politico.

Intanto potrà festeggiare. Beppe Grillo l’ha chiamata?

Mi ha mandato uno di quei messaggi tipici tra noi: ‘A ‘nfame, ce l’hai fatta’.

E dagli altri partiti?

Tanti messaggi, glielo assicuro. E mi ha colpito particolarmente quella della senatrice del Pd, Simona Malpezzi: ‘Non ci conosciamo, ma so riconoscere la tenacia e la forza di una donna, quindi complimenti’.

“Ora la presenza di CasaPound infastidisce pure molti leghisti”

Il 23 novembre 1993, in piena Tangentopoli, Silvio Berlusconi “sdoganava” per la prima volta i neo-fascisti. L’espressione si riferiva al clamoroso annuncio del Cavaliere: al ballottaggio per il sindaco di Roma avrebbe votato per il missino Gianfranco Fini, in corsa contro Francesco Rutelli. Il precedente torna buono oggi, ché Forza Italia litiga attorno all’opportunità di scendere in piazza al fianco di CasaPound contro il governo. Berlusconi alza le spalle e dice “nessun problema”, Mara Carfagna sbuffa e non nasconde un certo prurito nei confronti dei neo-fascisti. Che però, proprio nel centrodestra, possono vantare venticinque anni di storia, come ricorda il professor Alessandro Campi, docente di Scienze Politiche all’Università di Perugia.

Professor Campi, Mara Carfagna si rifiuta di scendere in piazza insieme a CasaPound.

La Carfagna, non si offenda, avrà pure un disagio reale, ma mi sembra in cerca di facile visibilità. La regola base della politica, quando non si inclina al masochismo o al protagonismo, è non fare polemiche che possano favorire gli avversari. Se è in viaggio verso Renzi, insomma, lo dica in altro modo.

La presenza dei neofascisti, però, è scomoda per molti.

Che ci sia un malcontento è un fatto reale, oltretutto oggi andare in piazza con 300 militanti di CasaPound rischia solo di rovinarti una grossa manifestazione di protesta. Serve però un modo credibile per contrastare questa deriva.

Tenendo conto che lo “sdoganamento” parte da lontano.

Sì, ma il Msi era radicato in tutto il Paese e aveva una lunga presenza nelle istituzioni, mentre l’odierno radicalismo di destra mobilita poche migliaia di militanti.

Ma Berlusconi ha qualche affinità ideologica con l’estrema destra?

A Berlusconi tutto si può dire meno che abbia mai avuto simpatie fascistizzanti. È sempre stato un democristiano di destra, avvicinatosi a Craxi per interesse e poi messosi in proprio quando si sfasciò il sistema dei partiti. Semmai può essere accusato di aver coltivato del fascismo un’immagine edulcorata, banalizzante e anti-tragica dura a morire ancora oggi.

Solo convenienza, dunque.

Gli ammiccamenti con l’estrema destra sono stati sempre strumentali e occasionali. Nella logica del maggioritario tutto faceva brodo, a condizione che servisse a raccogliere voti e ad alimentare il culto del capo.

Berlusconi ha rivendicato come un merito l’aver normalizzato i neofascisti.

Questa sortita m’è parsa segnata dal nervosismo e dalla rassegnazione. All’epoca della dichiarazione a sostegno di Fini, quest’ultimo era già al ballottaggio. A Napoli, la Mussolini era al ballottaggio contro Bassolino. Lo sdoganamento dei missini lo avevano fatto gli elettori. Come sempre, Berlusconi fu il più svelto a capire il cambiamento dell’umore popolare, normalizzando il neofascismo, portandolo al potere, nella stanza dei bottoni.

Ora però l’uscita della Carfagna marca una distanza dalla spinta sovranista.

Pur comprendendone il disagio, mi è poco chiara la categoria del “moderatismo”, che tanti invocano come alternativa all’estremismo populista. Si ha l’impressione che significhi in realtà non prendere mai posizioni nette o essere disposti a tutto pur di stare al centro della scena. Ma questa è furbizia di marca democristiana, non moderatismo. Salvini è un brutale semplificatore, ma almeno si sa quello che vuole.

Dopo l’iniziale apertura a CasaPound, anche molti leghisti si sono agitati.

Salvini ha certamente dei punti d’incrocio ideologici con l’estrema destra, ma credo abbia compreso lo svantaggio politico e d’immagine che gli deriva da certe frequentazioni. CasaPound oggi in piazza non dà fastidio solo a Carfagna, ma anche a molti leghisti. Certe leggerezze sono pericolose: va bene dare una carezza sotto elezioni, come faceva Silvio, ma in altri casi c’è molto da perdere.

L’uomo che perse varie volte: un sottosegretario #senzadime

Ivan entra nei Democratici di Sinistra nel 2007 su espresso invito di Piero Fassino – il che come vedremo imporrà alla sua carriera un indirizzo fatale – e subito si candida alle Politiche del 2008: non viene eletto. Indi si candida alle Europee del 2009, e non viene eletto. Ma “l’impegno diretto in politica di Ivan”, come recita la bio ufficiale e presumibilmente autografa, era cominciato già “nell’estate del 2005 quando, spinto da un manipolo di italiani del gruppo londinese di ‘Libertà e Giustizia’ e armato solo del proprio blog, ha deciso di correre per le primarie dell’Unione.

Sfiderà Prodi, Bertinotti, Di Pietro, Mastella, Pecoraro Scanio e Simona Panzino arrivando sesto con 26.912 voti, pari allo 0,6%”. Poteva andare peggio: poteva arrivare settimo. Per manifesti meriti, nel 2009 viene nominato vicepresidente del Pd. Alle primarie del 2012 appoggia Renzi: “Matteo rappresenta plasticamente in questo momento quella proposta di innovazione per la quale ho lavorato, insieme a tanti altri, per molti anni”. Vince Bersani.

Eletto finalmente nel 2013 grazie al premio di maggioranza del Porcellum, comincia la sua vita da sottosegretario, prima ai Rapporti con il Parlamento, poi allo Sviluppo Economico. Nel 2016 si fa conoscere presso il pubblico generalista grazie alla regia di una serie Tv sul suo blog fatta di video-pillole a favore del referendum di Renzi, sotto l’insegna di “Mi hai convinto. Voto Sì. Le obiezioni del No smontate una per una”. Vince il No. Nel 2018 viene rieletto, beneficiando delle pluricandidature rosa del Rosatellum, la legge elettorale ideata dal Pd per vincere seggi laddove li perdeva ed eleggere molti maschi fingendo di candidare molte donne.

Al Congresso del 2019 appoggia la mozione Giachetti-Ascani, che alle primarie arrivano terzi su tre. A ottobre lascia il Pd, alla cui crescita tanto aveva contribuito, e aderisce alla scissione di Renzi. La bio, rigorosamente in terza persona, recita: “Ha lavorato per più di 20 anni per importanti banche italiane ed internazionali come Direttore delle Risorse Umane vivendo per sette anni all’estero, tra Londra e Mosca”. Dalle banche, quasi naturaliter, gli è arrivato l’afflato per la cosa pubblica. Famoso il suo grido per la libertà nel 2015: “Il Jobs Act è una cosa di sinistra”. Svolgimento: “Tutto si può dire, insomma, tranne che si tratti di una manovra contro i lavoratori o contro la dignità del lavoro”. I lavoratori ancora lo ringraziano; in alcune fabbriche, all’entrata, c’è un busto di Scalfarotto.

Anche Ivan, come tutti gli smagati post-ideologici fulminati dalla disintermediazione, passa molte ore sui social. Quando a Renzi arrestarono il babbo e la mamma, guardò il fattaccio alla luce dell’eternità: “Gli storici scriveranno brutte cose sul nostro presente”, a meno che non si facciano bastare la cronaca nera.

Già coordinatore dei fiabeschi “Comitati di Azione Civile Ritorno al Futuro” (forse con Rosato, non si capisce bene) costituiti per raccogliere fondi per il nuovo partito, è stato un #senzadime irremovibile fino a un secondo prima di firmare da sottosegretario: “Il M5S è il partito che lavora per smantellare la democrazia rappresentativa, i diritti e il garantismo. Il partito amico di Farage, di Putin e di Maduro. Un partito a vocazione totalitaria”, tutti motivi che l’hanno indotto ad accettare senza indugi di far parte di un governo col M5S.

Ha legato il suo nome allo sciopero della fame per le unioni civili (due cappuccini al giorno, come Pannella), riforma a costo zero che il signorotto di Pontassieve ha poi concesso sbandierandola in ogni dove (“Ivan, magna”, lo carezzò graziosamente via social); per una strana aporia, a bloccare il ddl Cirinnà in Parlamento era però l’ingorgo causato dalla riforma costituzionale sostenuta da Ivan (a saperlo, sarebbe bastata una dieta detox). Sempre dalla bio: “Nel 2015 e nel 2016, Ivan è stato nominato nella Global Diversity List tra le 50 personalità che a livello mondiale si distinguono per la diffusione della cultura della diversity e delle pari opportunità. Tra gli altri nominati, Barack e Michelle Obama, il Dalai Lama, la regina Noor di Giordania, Bill Gates, Hillary Clinton, José Luis Zapatero, il Principe Henry del Galles, Angelina Jolie, Mohammed Yunus, Christiane Amanpour e Malala Yousufzai”. Non c’è che da attendere il Nobel.

Ha aderito a Italia Viva perché “il Pd diventa il partito che alle feste dell’Unità canta Bandiera Rossa” e “tornano i D’Alema e i Bersani”, mentre Ivan stava comodissimo, nel pieno comfort mentale dei listini bloccati, quando il Pd governava con Berlusconi, Alfano e Verdini. Coi voti del Pd, quindi, e in ottemperanza alla legge dei contrari che domina la sua carriera, oggi Scalfarotto milita nel partito anti-Pd fondato da Renzi. Ma una ragione di entusiasmo aurorale muove il grande passo: “Dal palco della Leopolda avevamo visto un futuro che si candidava entusiasticamente a diventare classe dirigente… Aderisco a Italia Viva perché ho bisogno, perché c’è bisogno, di radicalità. Perché ho visto il programma di innovazione cui avevo aderito avvolto da una ragnatela e poi da un bozzolo che lo ha lentamente ma inesorabilmente depotenziato e neutralizzato”.

Sprecando una penna tanto garbata – Ivan deve conoscere quei personaggi di Dostoevskij nei quali l’incoerenza sfocia impercettibilmente nella coerenza – Scalfarotto ha trasformato la voluttà di sconfitta nel mestiere di sottosegretario. Solo due mesi fa incideva: “Costretto ahimè a ribadire che dove c’è il #M5S – quelli dell’antipolitica, della demagogia, delle espulsioni, delle fake news e delle aggressioni sulla rete, di Maduro, dei gilet gialli, dei no vax, della decrescita, della galera facile, dei tagli alla stampa – non ci sono io”. Ivan c’è. Ma forse è un altro, come Rimbaud.

La sindaca con Matteo: “Solo lui mi ha sostenuta”

Vestitino nero con richiami colorati, scarpe basse, capelli castani lunghi sciolti, occhi azzurri e occhiali bianchi, Isabella Conti, la sindaca di San Lazzaro di Savena, che domani annuncerà che lascia il Pd per entrare in Italia Viva, arriva alla Leopolda verso le 18. Da sola. Pure se ogni tanto, qualcuno la riconosce e si ferma per salutarla. “La nuova Boschi? Sono Isabella Conti”, ci tiene a dire, visto che da giorni viene definita così. Senza particolari polemiche, ma con fermezza. In effetti, nell’approccio e nei modi, ricorda più le donne del Pci di una volta che la “giaguara” che fu la madrina delle Leopolde degli inizi. Di certo, però, la sindaca di San Lazzaro, rieletta con l’80 per cento dei voti, per Matteo Renzi è uno di quegli esempi positivi da esibire tipo fiore all’occhiello. Pure perché in Italia Viva di gente così per ora non se n’è vista molta. “Sono qui per i temi, per le idee, per il fatto che mi sono sentita sostenuta”, dice lei.

La sua storia divenne nota nel 2015, quando decise di bloccare un mega progetto edilizio, la cosiddetta “colata di Idice” (un affare da 290 milioni di euro) che prevedeva la costruzione a San Lazzaro di 582 nuovi appartamenti, una new town che sarebbe dovuta sorgere sopra una zona verde. Quando fu eletta sindaca per la prima volta mancava solo una cosa, la fideiussione bancaria da 13 milioni di euro che il consorzio doveva versare per garantire la costruzione della scuola. Non fu depositata nemmeno dopo una proroga. A quel punto decise di bloccare tutto il piano edilizio. “Ricevetti pressioni su pressioni. Io, i miei assessori, i dirigenti del Comune. Il Pd mi lasciò completamente sola. Perché in quel progetto c’era una grande partecipazione di Lega Coop”. Quindi, una delle basi del potere del Pd in Emilia Romagna. Ed è allora che entra in campo Renzi. “Io non l’avevo mai votato. Una volta ho scelto Civati, una volta Bersani. Ero per la parte più di sinistra del Pd. Neanche lo conoscevo. Poi, il 3 gennaio del 2015, quando lui era premier e segretario e io ero in piena crisi, mi arrivò una telefonata. Era lui. Mi ascoltò. E mi disse ‘vai avanti’”.

Non se l’è scordata la Conti quella telefonata. “Quando sono stata rieletta, invece dal Pd non mi è arrivata neanche una telefonata. E io mi sono iscritta alla Fgci quando avevo 14 anni. I miei nonni erano partigiani. Al partito avevo dato tutto. Perché ci credevo”. I contatti con Renzi sono andati avanti negli anni, in maniera sporadica. Poi lui l’ha invitata ad agosto al Ciocco, la sua scuola politica. “Non sapevo volesse fondare un partito. Però, in quell’occasione gli ho raccontato il mio progetto degli asili nido, la scelta di farli gratis. ‘Lo porteremo a Mattarella e tra i contenuti del nuovo governo’, mi ha detto lui”.

Tutto il resto, a questo punto, era già scritto: domani la Conti salirà sul palco e annuncerà il suo passaggio a Italia Viva, in un intervento sulla sua esperienza da sindaco. E sugli asili nido. Per inciso, la prima misura annunciata da Conte durante la richiesta di fiducia alle Camere. A proposito di competizione. E di certo, se Iv avrà un futuro, per lei ci sarà un posto di primo piano.

La famiglia Verdini e Silvio benedicono (Forza) Italia Viva

Tra Perugia e Firenze ci sono 150 chilometri, ma ieri sembravano molti meno. Due mondi che apparentemente si fanno la guerra, ma che si annusano da tempo, si corteggiano: da una parte c’era Silvio Berlusconi, arrivato nel capoluogo umbro per sostenere Donatella Tesei alle Regionali del 27 ottobre; dall’altra Matteo Renzi, che nella ottocentesca stazione fiorentina era pronto a dare il via alle danze della Leopolda numero 10, quella della nascita del nuovo partito “Italia Viva”. A unire i due, non solo la stima reciproca, ma soprattutto le poche parole pronunciate dall’ex Cavaliere durante la sua passeggiata nel centro di Perugia: “Tanti auguri a Renzi che la sua Leopolda si svolga bene – dice accerchiato dai cronisti – auguri al suo nuovo partito che possa avere successo”. Poi la precisazione, che suona quasi forzata: “Ma rimane nell’altra metà campo dove noi non giocheremo mai”.

Ci credono in pochi perché, perso quel poco che restava di sinistra, la Leopolda numero dieci si è aperta ieri nel segno dell’apertura al centrodestra. Il messaggio in bottiglia viene spedito ieri mattina con un retroscena pubblicato dal Foglio, giornale non certo ostile all’ex premier, che rilancia il corteggiamento di Renzi nei confronti di Mara Carfagna, in rotta da tempo con Berlusconi: “La vorrei in una prossima Leopolda e le vorrei dare nel partito un ruolo da assoluta protagonista”. Lei però, nonostante l’ex Cav. l’abbia messa all’angolo (“Non sono soddisfatto di lei” ha ribadito ieri), continua a respingere le sirene renziane: al momento non ci pensa proprio a fare il grande passo visto che le posizioni di potere all’interno del partito sono già state affidate a un’altra donna, Maria Elena Boschi. Sono altri però gli ex berlusconiani che, delusi dall’alleanza con la coppia sovranista Salvini-Meloni, hanno deciso di approfittare della kermesse renziana per entrare in “Italia Viva”. Con una benedizione speciale: quella della famiglia Verdini. Secondo fonti vicine all’ex premier infatti, nonostante il ritiro a vita privata dell’ex sherpa di Berlusconi, durante l’estate i contatti tra Renzi e Verdini sarebbero andati avanti, in nome di quella vecchia amicizia che perdurava dai tempi in cui Matteo era presidente della Provincia e sindaco di Firenze (fu proprio Verdini a portarlo alla corte di Arcore nel 2010): “Rompi, così puoi contare nel governo” sarebbe stato il senso del messaggio fatto recapitare dall’ex macellaio di Fivizzano al nuovo leader di Italia Viva. Non solo, ieri i due si sarebbero sentiti al telefono: Denis ha fatto gli auguri a Renzi per la tre giorni ed era anche indeciso se passare a “fare una scappata”. Poi ha rinunciato per evitare i riflettori delle telecamere e ulteriori polemiche. Con ogni probabilità però manderà un ambasciatore speciale: il figlio maggiore Tommaso che risulta ancora iscritto al Pd (da almeno cinque anni) nonostante sia un renziano della prima ora. Non solo: nella stazione fiorentina oggi dovrebbe arrivare anche Rodolfo Salemi, consigliere comunale a Viareggio eletto con Forza Italia (oggi nel gruppo Misto) e conosciuto al grande pubblico soprattutto per il presunto flirt estivo con Francesca Verdini, già compagna del leader della Lega. Entrambi rientrano in quella schiera di amministratori e militanti politici che arriveranno alla Leopolda per capire se fare o meno il grande salto e passare con Renzi.

Ieri, nell’inner circle dei renziani, si era sparsa la voce della possibilità di una visita a sorpresa da parte di parlamentari di Forza Italia che, vista la sovrapposizione di orari, avrebbero disertato la manifestazione del centrodestra in Piazza San Giovanni per sbarcare alla Leopolda. E uno dei nomi che girava di bocca in bocca era quello dell’ex sindaco di Pietrasanta e oggi senatore di Forza Italia, Massimo Mallegni, che da settembre è stato più volte accostato a “Italia Viva”. Lui però al Fatto smentisce tutto: “Al momento sono all’estero – racconta – ma non andrei nemmeno con la febbre”. Alla fine a Firenze difficilmente arriverà qualche deputato o senatore azzurro, quanto meno per evitare a Renzi polemiche che sposterebbero l’attenzione dal suo nuovo partito. Eppure non mancheranno nomi di peso del centrodestra toscano: ieri sera, già per l’apertura, è arrivato l’ex parlamentare di Forza Italia, Ncd e vicino a Cl Gabriele Toccafondi e con lui anche Francesco Grazzini, figlio del simbolo di Forza Italia a Firenze, Graziano. A loro si aggiungeranno gli ex consiglieri del Pdl a Livorno, Roberta Naldini e Antonio Palmerini, il consigliere comunale viareggino eletto con Forza Italia, Domenico Trombi, e l’ex vicecoordinatore regionale del Pdl, Marco Baldinotti.

Il limite dell’asse tra Matteo e Luigi è la grande paura del voto anticipato

La situazione è instabile, ma non troppo grave o seria, forse. Le scosse di Matteo Renzi in cerca di visibilità e soprattutto di improbabili consensi per costruire il suo partitino Italia Viva stanno tratteggiando l’immagine di un governo litigioso ad alta tensione. Tale e quale al caro vecchio centrosinistra di una volta, quando c’erano sigle e siglette a tenere sotto scacco Romano Prodi. E così, almeno ieri, il quadro della giornata offre finanche una plastica convergenza tattica tra le istanze della Leopolda e le richieste dei Cinque Stelle. Ergo, fino a che punto questi continui esercizi muscolari rappresentano un vero pericolo per l’esecutivo?

Il tweet di Dario Franceschini sugli ultimatum quotidiani è il segno preoccupante che la situazione potrebbe anche sfuggire di mano. In politica c’è sempre una percentuale di irrazionalità mista a casualità che si sottrae alla logica delle cose. Non a caso, il panico che si sta spargendo tra gli irriducibili delle poltrone in Parlamento riferisce di nuove manovre per creare Responsabili in luogo dei malpancisti italoviventi.

Tornando allora alla domanda decisiva: fino a che punto? Fino a un minuto prima delle elezioni, per quanto riguarda gli stessi Renzi e Di Maio. In caso di voto, il primo sarebbe condannato all’oblio perpetuo o quasi, mentre il secondo brucerebbe tutte la sua residua dose di leadership del Movimento dopo il ritorno di Beppe Grillo e l’esplosione del fenomeno Conte. È probabile quindi che i “rumori” di questi giorni servano per piantare bandierine e anche, nel caso di Renzi, per capire eventuali margini per una nuova operazione di Palazzo (Di Maio al posto di Conte) che accrediti definitivamente la ritrovata centralità dell’ex Rottamatore.

In ogni caso gli unici a non avere nulla da perdere sono Nicola Zingaretti e il premier. Il segretario del Pd questo governo l’ha subìto e le urne gli consentirebbero di ridisegnare una volta per tutte il nuovo corso del partito. Senza dimenticare, poi, che tra una settimana le elezioni in Umbria ci diranno che la strada di questo governo è ancora in forte salita per recuperare sulla destra di Salvini, destinata pare a vincere la regione “rossa”. E proprio questa sconfitta dovrebbe far comprendere a tutti che scontri e toni di queste ore non portano da nessuna parte. È un film già visto, basta fare il conto dei governi di centrosinistra nell’ultimo ventennio.

La guerra di Di Maio: “Dove va Conte senza i nostri voti?”

Niente più schermaglie, niente più mezze frasi. Luigi Di Maio si mette l’elmetto e dichiara guerra: a Giuseppe Conte e al Pd. “Siete con me?” chiede di mattina a un pugno di fedelissimi dentro di Palazzo Chigi. Quelli fanno sì con la testa. E allora di pomeriggio sul Blog delle Stelle arriva il post che cancella ogni cautela, uno scritto che è innanzitutto un avvertimento: “Senza i voti del M5S non si va da nessuna parte”.

Nel testo, i paletti del Movimento: “Con il tetto al contante e le misure sui Pos si dà un messaggio culturale devastante”. Ed è la sconfessione delle misure care a Conte. Ma c’è anche altro, c’è il muro sulla flat tax per le partite Iva: “La flat tax sotto i 65 mila euro l’abbiamo introdotta noi lo scorso anno, colpire due milioni di giovani professionisti per finanziare altri provvedimenti significa alimentare una guerra tra poveri. Noi non ci stiamo”. Righe con cui Di Maio traccia una faglia. Da una parte restano lui, i pretoriani e incredibilmente Matteo Renzi: l’ex arcinemico di cui diffida come prima, ma con cui condivide la linea su contanti e partite Iva e soprattutto su Conte, il presidente del Consiglio troppo forte e soprattutto “schiacciato sul Pd”, ringhiano i vertici a 5Stelle. Così il premier viene respinto sull’altra riva del fiume. Assieme ai dem che twittano di preoccupazione, con Dario Franceschini che si autocita: “Un ultimatum al giorno toglie il governo di torno”. E viene subito rilanciato da Nicola Zingaretti, che su La Stampa lo ha già fatto trapelare: in caso di guai grossi, si può tornare alle elezioni con Conte candidato premier.

E chissà come sogghigna il Renzi, chissà cosa vorrebbe dire davvero Maria Elena Boschi che a L’Aria che tira infierisce: “Sul no alle tasse siamo davvero in sintonia con Di Maio”. Un bacio al curaro, ed è un altro segnale della battaglia dentro i giallorossi per presidiare e prendere l’elettorato di centro. Per questo in mattinata Conte fa trapelare di pensare a un riforma dell’Irpef, e i 5Stelle storcono subito il naso: “Non ce l’aveva detto”. Poco dopo Di Maio raduna un gabinetto bellico a Palazzo Chigi. Le agenzie della sera prima, con virgolettati delle solite “fonti”, parlavano di una riunione con tutti i ministri a 5Stelle. Ma molti sono in giro per l’Italia, e nessuno ha detto loro alcunché. “Della riunione abbiamo letto sui giornali” sibila un big. Invece il capo politico è già in riunione con il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, la viceministra all’Economia Laura Castelli e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro. Collegato da Firenze, il Guardasigilli Alfonso Bonafede. A loro Di Maio indica la rotta: “Alle partite Iva abbiamo fatto delle promesse, loro ci votano e dobbiamo mantenerle”. Quindi la flat tax non si può toccare, “tanto più che su questo non c’è ancora nulla di scritto”, mentre serve un taglio “più deciso” del cuneo fiscale. Ma non piacciono neppure l’abbassamento della soglia per l’uso del contante e le multe a chi non accetta pagamenti con carta elettronica.

Lo scrivono (in modo involuto) nel post: “Non solo non fanno recuperare risorse, ma rischiano di porre questo governo nello stesso atteggiamento di quelli del passato, che hanno messo nel mirino commercianti, professionisti e imprenditori”. È un altro affondo contro Conte. Poche ore prima, da Bruxelles, aveva garantito: “Andremo ad azzerare o ridurre sensibilmente le commissioni bancarie sui pagamenti digitali”. Ma sul resto non molla di un passo: “Chi userà il contante non avrà alcuna conseguenza, non credo sia un modo di criminalizzare gli altri”. È frattura. E ai piani alti del M5S confermano: “Nel vertice sulla manovra Conte si rivolgeva di continuo solo a Franceschini. ‘Dario, che ne pensi?’”. Tanto che un ministro grillino gli aveva urlato contro: “Quando consulti anche noi?”. Soprattutto, accusano, “il premier ha portato il dl fiscale in Cdm senza dirci nulla prima”. Così il Movimento invoca un vertice di maggioranza, e fa sondare i parlamentari.

Si pensa a un documento di sostegno a Di Maio, per poter dire che il capo politico manifesta il disagio dei gruppi parlamentari. Ma dal Parlamento fanno capire che la maggioranza degli eletti sta con Conte, e non da oggi. Non ha i gruppi con sè, Di Maio, e il caos sull’Ilva in Senato mercoledì lo ha confermato. Renzi invece cannoneggia ancora contro quella Quota 100 che per il premier “è un pilastro”. Un altro nodo, in vista del Cdm di lunedì. Nell’attesa, il M5S giura: “Nessun ultimatum, Conte ha la nostra fiducia”. Lo dice anche Renzi: “Esprimere idee non significa lanciare ultimatum”. Stesse parole, dallo stesso fronte.