Arriva dal fondo della stazione Leopolda, Matteo Renzi, percorre tutta la strada che lo porta sul palco, stringendo mani e prestandosi ai selfie. Intorno a lui è un tripudio di smartphone che lo riprendono sulle note di Natural degli Imagin Dragons. Sceglie l’ingresso da rockstar, l’ex premier. Non lo aveva mai fatto nelle precedenti nove edizioni, ma più passano le ore, più si galvanizza. Più vede la gente che entra più si entusiasma (i cancelli della vecchia stazione industriale di Firenze sono stati chiusi tre ore prima dell’inizio), più osserva le difficoltà di Giuseppe Conte e di Nicola Zingaretti, più si convince di poter giocare il ruolo di ago della bilancia.
La folla che lo sostiene per lui è benzina da usare al momento giusto. “Leopolda 10. 2029”, recita il logo. Il 10 è quello della maglia di Maradona del 1986, l’orizzonte il 2029. Che poi Renzi pensi davvero che ci vogliano 10 anni per realizzare il suo sogno di tornare a Palazzo Chigi, è un altro discorso. Ma persino lui sa che non è cosa nell’ordine delle possibilità del presente. E gioca a fare quello rassicurante, quello superiore. La scenografia scelta per la Leopolda della fondazione di Italia Viva è una casa. La minaccia sul governo è quotidiana e costante. Quella di ieri, specifica, è il no a quota 100. Però, Renzi preferisce logorare, far cuocere gli avversari a fuoco lento, provare nel frattempo a crescere e a consolidarsi, senza rompere. Anche perché andare alle elezioni ora per lui è impensabile. I sondaggi lo danno ancora molto giù, non ha sfondato neanche a livello di ceto politico. E allora, i suoi la mettono così: “Zingaretti minaccia il voto perché è lui che ha un problema. Nel Pd, mica tutti vogliono un accordo strutturale con i Cinque Stelle. Basta vedere Matteo Orfini”.
I renziani unanimi assicurano che Italia Viva la manovra la voterà. Come? Non è chiaro. Spingendosi di certo fino all’estremo. “Le elezioni saranno nel 2023. Con questo governo? Chissà”, va dicendo il fu Rottamatore ai suoi. Che poi ci si arrivi con lo stesso governo, è tutto da vedere, secondo Renzi. Per ora, può solo tirare la corda e rischiare pure che qualcuno la spezzi. L’idea fatta trapelare dal Nazareno di andare a votare con Conte candidato gli pare una pistola scarica. Chissà. Lui, intanto, preferisce giocare di lato. “Abbiamo fatto nascere il governo. Se dopo un mese lo facciamo cadere, ci ricoverano per schizofrenia”, dice sul palco. Ma “se lanciamo delle idee non potete dirci che sono ultimatum: gli ultimatum li lanciano i populisti, se non si capisce la differenza vuol dire arrendersi al populismo”. Ecco la cornice in cui tutto è consentito.
Va detto che la Leopolda numero 10 è un inno alla schizofrenia no, ma alla legittimità di cambiare idea sempre e comunque, sì. “Quelli che non ritrattano mai le proprie opinioni amano se stessi più che la verità”: il pannello sui muri della Leopolda scomoda Joseph Joubert, moralista francese di inizio Ottocento. E poi, c’è il solito Jovanotti che detta la linea: “Da oggi ogni giorno nascerò da zero”, dicono le parole di “Sul lungomare del mondo”, scelto come colonna sonora. Con tanti auguri a chi deve subire tutte queste rinascite. Non manca l’autoassoluzione. “Da oggi chiudo i conti col passato e conta solo quello che farò”. Le immagini smentiscono in parte il messaggio: il video che accompagna la sigla di apertura ha per protagonisti i tanti persi per strada, da Luca Lotti in poi. E non a caso Renzi si sbraccia a chiamare sul palco Dario Nardella, sindaco di Firenze, rimasto nel Pd, che ci mette mezza serata prima di salire. Simona Bonafè, ex fedelissima, si fa vedere tra la folla, ma ci tiene a dire a tutti che resta saldamente nei Dem. La mostra dedicata a Tiberio Barchielli, amico dei Renzi da sempre, che ha immortalato le gesta di Matteo a Palazzo Chigi fa tanta nostalgia dei tempi che furono. Le slide di Marco Fortis raccontano l’impatto economico delle riforme dei 1000 giorni. “Credo ancora che tutto un senso ha”, canta ancora Jovanotti. I muri della Leopolda riecheggiano: “Gli inizi hanno un fascino indescrivibile (Molière)”. Oggi verrà presentato il Manifesto (esordisce con una parola che va di moda, “umanesimo”), che cerca di proiettare l’attenzione nel futuro. Sarà pure il renzismo 2.0, ma a occhio e croce il suo leader è sempre lo stesso.