Renzi gioca a logorare: “Non faccio ultimatum”

Arriva dal fondo della stazione Leopolda, Matteo Renzi, percorre tutta la strada che lo porta sul palco, stringendo mani e prestandosi ai selfie. Intorno a lui è un tripudio di smartphone che lo riprendono sulle note di Natural degli Imagin Dragons. Sceglie l’ingresso da rockstar, l’ex premier. Non lo aveva mai fatto nelle precedenti nove edizioni, ma più passano le ore, più si galvanizza. Più vede la gente che entra più si entusiasma (i cancelli della vecchia stazione industriale di Firenze sono stati chiusi tre ore prima dell’inizio), più osserva le difficoltà di Giuseppe Conte e di Nicola Zingaretti, più si convince di poter giocare il ruolo di ago della bilancia.

La folla che lo sostiene per lui è benzina da usare al momento giusto. “Leopolda 10. 2029”, recita il logo. Il 10 è quello della maglia di Maradona del 1986, l’orizzonte il 2029. Che poi Renzi pensi davvero che ci vogliano 10 anni per realizzare il suo sogno di tornare a Palazzo Chigi, è un altro discorso. Ma persino lui sa che non è cosa nell’ordine delle possibilità del presente. E gioca a fare quello rassicurante, quello superiore. La scenografia scelta per la Leopolda della fondazione di Italia Viva è una casa. La minaccia sul governo è quotidiana e costante. Quella di ieri, specifica, è il no a quota 100. Però, Renzi preferisce logorare, far cuocere gli avversari a fuoco lento, provare nel frattempo a crescere e a consolidarsi, senza rompere. Anche perché andare alle elezioni ora per lui è impensabile. I sondaggi lo danno ancora molto giù, non ha sfondato neanche a livello di ceto politico. E allora, i suoi la mettono così: “Zingaretti minaccia il voto perché è lui che ha un problema. Nel Pd, mica tutti vogliono un accordo strutturale con i Cinque Stelle. Basta vedere Matteo Orfini”.

I renziani unanimi assicurano che Italia Viva la manovra la voterà. Come? Non è chiaro. Spingendosi di certo fino all’estremo. “Le elezioni saranno nel 2023. Con questo governo? Chissà”, va dicendo il fu Rottamatore ai suoi. Che poi ci si arrivi con lo stesso governo, è tutto da vedere, secondo Renzi. Per ora, può solo tirare la corda e rischiare pure che qualcuno la spezzi. L’idea fatta trapelare dal Nazareno di andare a votare con Conte candidato gli pare una pistola scarica. Chissà. Lui, intanto, preferisce giocare di lato. “Abbiamo fatto nascere il governo. Se dopo un mese lo facciamo cadere, ci ricoverano per schizofrenia”, dice sul palco. Ma “se lanciamo delle idee non potete dirci che sono ultimatum: gli ultimatum li lanciano i populisti, se non si capisce la differenza vuol dire arrendersi al populismo”. Ecco la cornice in cui tutto è consentito.

Va detto che la Leopolda numero 10 è un inno alla schizofrenia no, ma alla legittimità di cambiare idea sempre e comunque, sì. “Quelli che non ritrattano mai le proprie opinioni amano se stessi più che la verità”: il pannello sui muri della Leopolda scomoda Joseph Joubert, moralista francese di inizio Ottocento. E poi, c’è il solito Jovanotti che detta la linea: “Da oggi ogni giorno nascerò da zero”, dicono le parole di “Sul lungomare del mondo”, scelto come colonna sonora. Con tanti auguri a chi deve subire tutte queste rinascite. Non manca l’autoassoluzione. “Da oggi chiudo i conti col passato e conta solo quello che farò”. Le immagini smentiscono in parte il messaggio: il video che accompagna la sigla di apertura ha per protagonisti i tanti persi per strada, da Luca Lotti in poi. E non a caso Renzi si sbraccia a chiamare sul palco Dario Nardella, sindaco di Firenze, rimasto nel Pd, che ci mette mezza serata prima di salire. Simona Bonafè, ex fedelissima, si fa vedere tra la folla, ma ci tiene a dire a tutti che resta saldamente nei Dem. La mostra dedicata a Tiberio Barchielli, amico dei Renzi da sempre, che ha immortalato le gesta di Matteo a Palazzo Chigi fa tanta nostalgia dei tempi che furono. Le slide di Marco Fortis raccontano l’impatto economico delle riforme dei 1000 giorni. “Credo ancora che tutto un senso ha”, canta ancora Jovanotti. I muri della Leopolda riecheggiano: “Gli inizi hanno un fascino indescrivibile (Molière)”. Oggi verrà presentato il Manifesto (esordisce con una parola che va di moda, “umanesimo”), che cerca di proiettare l’attenzione nel futuro. Sarà pure il renzismo 2.0, ma a occhio e croce il suo leader è sempre lo stesso.

Contanti saluti al M5S

“RenziChiediScusa”, titolava il Blog delle Stelle il 16 settembre 2016, in cima a un lungo post di Luigi Di Maio che elencava “i 10 fallimenti del governo Renzi”. Al punto 8 (“Niente lotta alla corruzione”), c’era un duro attacco sui favori agli evasori: “Ha alzato la soglia del contante sino a 3 mila euro e ha aumentato tutte le soglie di non punibilità nella sfera della grande evasione”. Ieri, sullo stesso Blog delle Stelle, si leggeva a nome di tutto il M5S: “Di fronte alle proposte contenute in manovra, dal tetto al contante alla multa sul Pos, saremmo anche d’accordo se queste rappresentassero delle vere misure anti-evasione… Ma l’inserimento di queste misure non solo non fa recuperare risorse, ma addirittura rischia di porre questo Governo nello stesso atteggiamento di quelli del passato, che pensavano di fare la lotta all’evasione mettendo nel mirino commercianti, professionisti e imprenditori. Un segnale culturale devastante, se a maggior ragione stiamo ancora cercando l’intesa sul carcere e la confisca per i grandi evasori, cioè per coloro che evadono più di 100 mila euro. Come si può obbligare il titolare di una piccola attività familiare ad avere il Pos se poi le commissioni delle banche restano altissime? Lo stesso limite del contante non ci vede contrari, ma bisogna mettere in condizione tutti di poter usare una carta di credito”.

A parte il fatto che mai nessun governo ha “messo nel mirino commercianti, professionisti e imprenditori” evasori (semmai quelli che pagano troppe tasse anche per chi le evade), pare che i 5Stelle non parlino col premier Conte che essi stessi hanno imposto al recalcitrante Pd. E che si è impegnato, in Consiglio dei ministri e poi in un’intervista al Fatto a ridurre le commissioni sui pagamenti elettronici e a ottenere da Poste carte prepagate a costo zero: “Ho sentito gli amministratori delegati dei principali gruppi bancari e mi hanno dato ampie rassicurazioni su questo… a breve saremo in grado di definire nei dettagli la riduzione delle commissioni. Sarà coinvolto anche il circuito alternativo al sistema creditizio”. Quindi, se il problema è solo quello delle commissioni, è un non-problema. A meno che i 5Stelle non pensino che il loro premier è un millantatore. Nel qual caso, lo dicano. Così, oltre ad apparire i nuovi alleati di Renzi (e naturalmente di B. e Salvini) nella difesa dell’evasione, darebbero pure il segnale – questo sì “devastante” – di opporsi al primo premier che osa mettere il dito nella piaga purulenta dell’evasione: una razzia di 110 miliardi l’anno che cumula furti piccoli, medi e grandi.

Tutti da combattere, ovviamente con armi diverse: la piccola evasione con incentivi ai pagamenti tracciabili e deterrenti al cash; l’evasione media e grande con dissuasori più severi. A partire dallo strumento penale: indagini, intercettazioni, perquisizioni, sequestri, confische, custodia cautelare, processi e alla fine carcere per i condannati a pene superiori ai 4 anni (sotto, in Italia, si resta fuori). Dire “combattiamo i grandi evasori e lasciamo stare i piccoli” non ha senso, se non quello indecente di chiedere voti a chi incassa in contanti e in nero senza ricevuta. Certo, fra i “piccoli” c’è anche chi non paga perché non può o perché si sbaglia: ma per quelli, in sede penale, c’è l’esimente dello stato di necessità e/o della mancanza del dolo e/o della tenuità del danno. Dunque, quando si parla di evasori, grandi o medi o piccoli che siano, si tratta sempre di ladri che evadono apposta: non per sbaglio o per fame, ma per convenienza.

Chiedere il carcere per i “grandi evasori”, in polemica con Pd e Iv che recalcitrano, è sacrosanto, e non solo perché è previsto dal programma di governo sottoscritto da tutti i giallo-rosa appena un mese fa. Ma considerare “grandi evasori” solo quelli sopra i 100 mila euro di imposta evasa (pari a 200 mila di “nero”) è persino più scandaloso delle “soglie” di Renzi che il M5S contestò. Se pochissimi evasori e frodatori vengono condannati è proprio per quelle soglie di impunità extra-large (depenalizzate le omesse dichiarazioni fino a 50 mila euro, le dichiarazioni infedeli fino a 150 mila, gli omessi versamenti Iva fino a 250 mila, le frodi fino a 1,5 milioni); e anche per la prescrizione troppo breve (5 anni per l’evasione e 7 anni e mezzo per la frode dal momento del reato, non dell’accertamento, che arriva sempre 3-4 anni dopo il fatto). E se nessuno dei pochissimi condannati sconta poi la pena in carcere è perché i massimi previsti dal Codice sono troppo bassi (3 anni per l’evasione e 6 per la frode, mai inflitti per intero grazie al gioco delle attenuanti, ma anche se lo fossero scenderebbero comunque a 2 e a 4, cioè sotto il tetto-carcere, con gli sconti del patteggiamento e del rito abbreviato). Può darsi che le nuove norme facciano perdere qualche voto fra gli evasori. Ma è sicuro che ne farebbero guadagnare parecchi fra i tanti cittadini onesti che hanno smesso di votare perché stufi di pagare anche al posto di chi non paga e di ascoltare false promesse di equità fiscale. In ogni caso, i 5Stelle non sono nati per lisciare il pelo all’illegalità in cambio di voti: per questo c’erano già i partiti. Sono nati e cresciuti fino al 33% per rappresentare l’Italia pulita contro ogni illegalità, ingiustizia e privilegio. E hanno cominciato a perdere voti un anno fa, quando il patto con la Lega li trascinò nel fango della “pace fiscale” e degli scandali salviniani. Ora hanno l’occasione di riscattarsi, rivendicando con orgoglio le norme anti-evasione che il loro premier non solo annuncia, ma realizza (altro che “democristiano”). Gli italiani perbene, che le attendono da decenni, li ricompenseranno.

Davide Toffolo, difficile invecchiare quando ci si veste troppo spesso da yeti

Graphic Novel is back, a dispetto del titolo, non è un graphic novel, ma una raccolta di storie brevi che Davide Toffolo ha in parte pubblicato qua e là negli anni, mentre il suo tratto si faceva sempre più essenziale, morbido eppure sofferto. Quella che riassume il senso del libro è lunga poche pagine e muta: ci sono Toffolo e Andrea Pazienza vicini, giovani e ribelli, poi Toffolo invecchia e ingrassa di vignetta in vignetta, alla fine muore, mentre Pazienza resta sempre uguale. Perché Pazienza è morto davvero, all’apice del suo irregolare talento e scomposta genialità, a Toffolo tocca la parte più difficile: restare, resistere, anche declinare, se proprio inevitabile. Impresa difficile per tutti i personaggi pubblici, particolarmente complessa per uno come Toffolo: fumettista, certo, ma anche cantante del gruppo Tre Allegri Ragazzi Morti, con cui si esibisce sul palco vestito da yeti e con una maschera bianca. Cose difficili da fare a cinquant’anni passati senza iniziare a porsi qualche domanda esistenziale.

In Graphic Novel is Back di domande ce ne sono tante, di risposte quasi nessuna. Da qualche anno la malinconia da eterno post-adolescente che accompagna tutta la carriera di Toffolo è stata sostituita dalla amarezza di chi si trova a fare bilanci e, avendo sempre rifiutato di accettare il tempo che passa, ora si sente prigioniero di un eterno ritorno. Questo libro avrà avuto sicuramente un valore terapeutico per Toffolo, un po’ meno per il lettore costretto a due amare considerazioni. Primo: il suo meglio Toffolo lo dà (o lo ha dato) in fumetti più semplici e compatti, come Pasolini o Il Re Bianco. Secondo: togliersi il costume da yeti potrebbe essere un’utile mossa per affrontare con maggiore serenità il decennio dei cinquanta.

Graphic Novel is Back

Davide Toffolo

Pagine: 192

Prezzo: 18

Editore: Rizzoli Lizard

Violenza sulle donne: campioni in campo e fuori

Per combattere la violenza sulle donne – lo abbiamo sempre scritto – non bastano le misure repressive: bisogna ripartire dall’educazione dei più giovani. E da che mondo è mondo per comunicare con i più giovani occorre parlare la loro lingua. Esattamente quello che fa Talento e Tenacia, il rinnovato progetto a fumetti dell’Asilo Savoia – storica istituzione pubblica di assistenza e beneficenza della Capitale dedita alla prevenzione del disagio – che, da un’idea di Massimiliano Monnanni e con il sostegno della Regione Lazio, dedica l’ultimo numero a “Una partita per tutte le donne” e a Telefono Rosa. Poiché l’ambiente dello spogliatoio è terreno ultra-fertile per il maschilismo – “Non è uno sport per signorine”, ha affermato due domeniche fa il direttore sportivo della Roma, Gianluca Petrachi – i fumetti vedono protagonisti proprio i calciatori dell’Audace Savoia, impegnati a contrastare un’organizzazione criminale che sfrutta la prostituzione dell’est Europa. Con un linguaggio sufficientemente chiaro – forse un po’ edulcorato rispetto allo slang dei ragazzi – e con le belle tavole della Scuola Romana dei fumetti, i nostri campioni salveranno le ragazze e le porteranno in campo per una partita mista. Perché la violenza sulle donne non è un problema delle donne.

 

Talento e tenacia – Campioni in campo e nella vita

Massimiliano Monanni

Info: www.asilosavoia.it

Terrore e bellezza sotto il vulcano

Che cos’è un vulcano? Nulla al mondo più di esso racchiude tutto e il suo contrario, compresi i luoghi comuni che lo descrivono minaccioso, plumbeo, ferale e, al tempo stesso, vitale e magnifico. Una materia, l’eruzione, sulla quale non è poi tanto facile elaborare una mostra: le Scuderie del Quirinale lo hanno fatto bene e con cura, circumnavigando il senso, quantomai sfuggente, dell’imprevedibilità dei vulcani.

L’avvio del percorso è racchiuso nella frase di Goethe del 1786: “Molte sciagure sono avvenute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia… Difficile vedere qualcosa di più interessante”. Come il confronto inedito fra i due siti antichi di Pompei e Akrotiri, sull’isola di Santorini, accomunati da un’identica fine, seppelliti dalle eruzioni. Sala dopo sala, meravigliosi vasi di terracotta, affreschi di inestimabile bellezza, sofisticati gioielli: più di trecento oggetti fra statue, rilievi, gemme, piatti, una sorprendente cassaforte, manufatti sin dall’età del bronzo.

Mentre li si ammira si comprende anche come tutto ciò sia deflagrato e finito in un attimo, risucchiato nel buio della morte, come testimoniano i numerosi calchi delle persone di Pompei – terrorizzate e piegate dal dolore – nell’ultimo disperato tentativo di fuga. Da qui in poi l’allestimento apre un varco simbolico con la contemporaneità, con l’inserimento del celebre Vesuvius del 1985 di Andy Warhol, colorata e ottimistica sintesi pop in dimensione fumettistica. Il piano seguente è infatti un’apertura sul cortocircuito tra catastrofe e bellezza. La parte “nera”, come il Cretto di Alberto Burri, i volti liquefatti di Medardo Rosso e il fantoccio rannicchiato, assai attuale, di una giovane donna, di Jan Van Oost. E ancora la grandiosità della rappresentazione pittorica ottocentesca in due capolavori di Turner. Quando pare non esserci scampo tra un prima felice e un dopo catastrofico e mortuario è, a sorpresa, il siciliano Renato Guttuso a offrire l’unica equilibrata possibilità: godere della bellezza senza morirne. In Eruzione dell’Etna del 1983, quattro persone ammirano una sensazionale colata lavica. C’è infatti anche l’abitatissima isola di Stromboli, in una videoinstallazione di James P Graham. Che di recente ci ha scosso non poco, ricordandoci quanto tutto possa accadere. Perché decidere di vivere a Stromboli, a Catania o a Napoli? Come ha scritto l’artista napoletano Roberto Luongo: “Perché una finestra sul vulcano che parla è un lusso impagabile… Poi, è vero, si muore. Ma è un particolare irrilevante, quello che conta è la bellezza di ciò che guardiamo per tutta la vita”.

 

Pompei e Santorini

Roma, Scuderie del Quirinale, fino al 6.01

Via Montenapoleone: una “banale” rapina nasconde un mistero che porta in Belgio

Il Natale è passato da un paio di giorni e nel centro del centro di Milano, cioè in via Montenapoleone, la via del lusso e dei riccastri, si consuma una rapina rocambolesca e sanguinaria. I banditi scappano con mezzo milione di euro in gioielli e provocano incidenti e sparatorie. La notizia fa il giro dei tg e soprattutto del web mentre il vicequestore Loris Sebastiani, poliziotto maturo col fascino alla Clooney, sta per imbarcarsi a Linate alla volta del Portogallo, insieme con la sua conquista del momento, la ventenne Patty. Ovviamente il cellulare squilla e ovviamente lui risponde. Così torna indietro, lasciando da sola Patty, che si trasforma seduta stante in un rettile velenoso e vendicativo che sputa messaggi vocali di insulti.

Allo stesso tempo, Enrico Radeschi è reduce da una movimentata avventura con il suo amico criminale Chrestos detto il Danese, un tipaccio che gli ha salvato la vita in un’altra epoca. Hanno consegnato una borsa zeppa di soldi a due gemelli biondi e ucraini per farsi “restituire” il nipote di un boss mafioso e russo di stanza a Milano.

Sebastiani & Radeschi sono ormai una coppia collaudata del noir meneghino del bravo Paolo Roversi, che è anche direttore del festival Nebbiagialla di Suzzara. Radeschi è un po’ hacker e molto giornalista, che ha ripudiato il cartaceo (pure quello del Corriere della Sera) per farsi un sito tutto suo di cronaca nera: “L’adrenalina della nera ce l’ho nel sangue e una rapina nel salotto buono della città è una notizia da prima pagina!”. E stavolta quella che sembra una “banale” rapina nasconde in realtà un mistero vecchio di tre lustri che comincia in Belgio, ad Anversa.

 

Alle porte della notte

Paolo Roversi

Pagine: 246

Prezzo: 17

Editore: Marsilio

D. C. (DOPO CHRISTIE)

Murakami, la star: vende anche se scrive di Bach

Massimo Novelli

È difficile pensare che in Italia, dove chi legge è una rarità, all’improvviso sia nata una passione popolare per un libro in cui due signori giapponesi parlano per oltre trecento pagine di Brahms e di Beethoven, di Bartók e di Mahler, passando per Leonard Bernstein e Glenn Gould. Eppure stanno andando bene le vendite di Assolutamente musica di Murakami Haruki e Ozawa Seiji, appena pubblicato da Einaudi con la traduzione di Antonietta Pastore.

Si tratta di un volume che, per l’appunto, raccoglie alcune conversazioni di qualche anno fa, interamente sulla musica, fra il narratore di Kyoto e il famoso direttore d’orchestra suo compatriota, che ha guidato a lungo, tra l’altro, la Boston Symphony Orchestra. Un libro davvero di nicchia, in definitiva, che però in questi giorni si vede in mano tanto all’intellettuale quanto all’insegnante di yoga, alla studentessa che non legge mai niente e a quella che invece legge tutto.

Il merito va a Murakami, o meglio, all’effetto-Murakami, un autore tradotto e venduto alla grande a ogni tipo di pubblico, in tutto il mondo, oggetto di culto e persino di fan club in patria. L’Italia ne ha avuto una prova nel pomeriggio di venerdì 11 ottobre. Murakami ha saputo richiamare al Teatro Sociale di Alba, nelle Langhe, ben 900 persone, accorse per ascoltare in religioso silenzio la “lectio magistralis” dello scrittore giapponese, vincitore del Premio Lattes Grinzane 2019 (sezione “La Quercia”).

Tutto è durato poco più di un’ora. Molti applausi, poi tutti a casa. Anche perché questo romanziere famoso come una popstar, come tale comunque si comporta. Ad Alba, infatti, ha voluto essere ospitato in un hotel diverso da quello in cui pernottavano i finalisti delle altre sezioni del premio. E per rispetto “dei desiderata di Murakami” è stato proibito al pubblico e alla stampa di scattare fotografie in teatro, o di realizzare riprese video e audio. Il Premio Latres Grinzane ha autorizzato soltanto i due bravi fotografi albesi Bruno Murialdo e Silvia Muratore, che sono riusciti a immortalarlo più o meno sorridente anche tra i vigneti da cui nasce il Barolo, in un’impresa tutt’altro che semplice. Niente foto dai cellulari, dunque. E neppure un autografo. Al termine della lezione intitolata “Un piccolo falò nella caverna”, incentrata sull’arte del narrare e con le consuete analogie fra il ritmo musicale e quello letterario (che innervano Assolutamente musica), non era prevista la firma delle copie dei libri del Nostro. Scrittore schivo, si dirà. Come era schivo, sempre ad Alba, Beppe Fenoglio, narratore di assai più alto spessore rispetto a Murakami, anche di spessore etico, ma molto sfortunato, non popolare, e soprattutto, e purtroppo, troppo poco letto.

Assolutamente musica è uscito in Giappone nel 2011. Negli Stati Unti lo hanno pubblicato nel 2016. Qui da noi è arrivato in concomitanza con l’escursione piemontese di Murakami; in mancanza di nuovi romanzi tradotti in italiano, ha guadagnato subito il suo posto d’onore nelle librerie.

Di Murakami, perciò, non si butta via niente. Tanto che il critico Franco Cordelli, di recente, lo ha definito sulla Lettura uno “degli scrittori più furbi dei nostri anni”.

 

Assolutamente musica

Murakami Haruki e Ozawa Seiji

Pagine: 312

Prezzo: 19,50

Editore Einaudi

“Modern Love”, le storie del NY Times in video non fanno lo stesso effetto

Esistono serie tv tratte da libri, film e fumetti, da altre serie, da pièce teatrali e da storie realmente accadute. Con Modern Love, disponibile in streaming da oggi, Amazon Prime Video inaugura un nuovo filone: le serie tv tratte dai giornali. Prodotta da Amazon Studios e dal New York Times, è basata sull’omonima rubrica del quotidiano newyorchese. Si tratta di una serie antologica in cui trame e personaggi cambiano in ogni puntata: a tenere insieme il tutto ci sono l’amore, ovvio, e New York, dove sono ambientati gli otto episodi da mezz’ora l’uno. Come per quasi tutte le serie antologiche, dalla sottovalutata Easy alla molto più celebrata Black Mirror, risulta complicato dare un giudizio complessivo perché ci sono puntate riuscite e altre decisamente meno. Nella prima, una delle più azzeccate, una giovane donna alla ricerca di un fidanzato deve fare i conti con i giudizi del suo portinaio (ecco: il portinaio Guzmin è uno di quei personaggi che vorresti rivedere nell’episodio successivo, e invece no). La seconda è la storia dell’amore interrotto fra uno startupparo, interpretato da Dev Patel, e la sua anima gemella, ma non spicca per originalità. Nel terzo episodio, molto ambizioso, con citazioni dal film premio Oscar La La Land, Anne Hathaway è una ragazza bellissima che ha un difetto non trascurabile: essere molto ma molto bipolare. Il quarto parte da un altro spunto non proprio originale, quello di una coppia di mezza età in crisi che rimane insieme solo per i figli, ma si risolleva grazie alla brillante interpretazione dei due protagonisti (Tina Fey e John Slattery, che i fan Mad Men ricorderanno nei panni di Roger Sterling). E così via.

L’intento di Modern Love è trattare l’amore in tutte le sue forme prendendo spunto dalle storie raccontate sul giornale, e in effetti è difficile non immedesimarsi in almeno uno dei personaggi. Ma nonostante il cast stellare – ci sono anche Andy Garcia e Andrew Scott – l’impressione generale è un po’ da “vorrei ma non posso”. E del resto sviluppare trame complesse in appena 30 minuti è un’impresa complicata, forse impossibile.

Un “Mistero Buffo” che dura da 50 anni

A Mario Pirovano, l’attore-giullare che riporta in scena Mistero buffo 50 anni dopo la prima, arrivano applausi, messaggi, lettere. Perfino disegni, come quello di un bambino di dieci anni che appena tornato a casa con la mamma, dopo teatro, rappresenta Gesù con tanto di croce sulla spalla che sferra un calcione tremendo al papa Bonifacio VIII, “in quel posto che da allora sarà chiamato osso sacro”.

Pirovano è diventato attore quasi per caso. Assistente fac totum di Dario Fo per 15 anni, ha assorbito lo spirito del giullare giorno dopo giorno, mentre in fondo alle sale in cui Dario Fo e Franca Rame mettevano in scena i loro spettacoli vendeva libri, dischi, manifesti, audiocassette, videocassette… Ora tocca a lui dare vita ai cento personaggi che animano Mistero buffo. Santi e contadini, potenti spietati e ribelli irridenti, preti untuosi e poveracci pieni di dignità, ubriachi che si sostituiscono agli arcangeli e papi usi a far inchiodar per la lingua, alle porte delle città, i frati poveri che predicavano contro i signori. Dario ci teneva a dare ascendenze colte al suo testo, a richiamare studi dotti, testi antichi, tradizioni sapienti, vangeli apocrifi. Tutto vero, ma era poi la sua fantasia a far forma ai personaggi e corpo alle storie. E non erano il passato, l’antichità, il Medioevo a fornire la materia prima bruciante ed esilarante di quelle storie, ma il presente, l’attualità, la politica, a partire dal ’68 degli studenti e il ’69 degli operai. Fo la racconta in una lingua inventata, il grammelot, in cui s’incrociano dialetti padani, echi di linguaggi antichi, scherzi e onomatopee.

Cinquant’anni dopo la prima (il 30 maggio 1969 nell’aula magna dell’Università Statale occupata, il 1 ottobre 1969 all’Ariston di Sestri Levante), Mario Pirovano fa ridere e pensare e riesce nell’impresa impossibile di far dimenticare, almeno per due ore, che Dario Fo non c’è più. Sono le sue storie, ma anche le sue movenze, le sue inflessioni, i suoi guizzi, perfino la sua voce a rivivere sulla scena. E a far scordare che viviamo nel “tempo della povertà”, sopite le grandi passioni civili e politiche che erano le quinte del teatro di Dario Fo e Franca Rame.

Per questa ripresa, Pirovano ha scelto alcune delle tante giullarate che compongono Mistero buffo e che “a recitarle tutte non basterebbero due giorni”. Propone Resurrezione di Lazzaro; La fame dello Zanni; Bonifacio VIII; Il primo miracolo di Gesù Bambino e La nascita del giullare, che Dario non aveva più messo in scena dopo il tremendo sequestro fascista di Franca Rame, perché in quella storia si racconta lo stupro della moglie del contadino che, privato dal Principe Padrone di ogni suo bene, della terra, dei suoi figli, della moglie, del suo onore, tenta di uccidersi ma viene salvato da Gesù in persona che gli concede il dono più prezioso e potente per sopravvivere: la lingua sciolta e tagliente del giullare per irridere i potenti e seppellire, con una risata, il potere.

 

Milano, Piccolo Teatro Grassi, fino a domenica; Roma, Sala Umberto, 21 ottobre

Mistero Buffo 50

Di Dario Fo e Franca Rame

Con Mario Pirovano

L’ultima fatica di Mattia Torre nel ricordo degli amici

La prematura scomparsa a soli 47 anni di Mattia Torre – scrittore e regista di grande talento a cui si deve tra l’altro la serie tv cult Boris – aveva bruscamente fermato nello scorso luglio il suo progetto di dirigere un film ispirato al suo monologo teatrale I figli ti invecchiano, che il suo attore feticcio Valerio Mastandrea aveva recitato con grande successo in tv in una puntata di E poi c’è Cattelan. Il vero e proprio testamento artistico lasciato dall’autore romano non andrà però perduto perché Giuseppe Bonito, a lungo suo stretto collaboratore, ha iniziato da un mese a Roma le riprese di Figli, un lungometraggio interpretato da vari amici e complici di Torre in cinema, tv e teatro a partire dai protagonisti Mastandrea e Paola Cortellesi per proseguire con Stefano Fresi, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Andrea Sartoretti, Massimo de Lorenzo, Gianfelice Imparato e Carlo de Ruggeri. Prodotto da Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside e da Vision Distribution, il film vedrà in scena le vicende di Nicola e Sara, due coniugi innamorati e felici, sposati da tempo, con una figlia di sei anni e una vita senza intoppi. L’arrivo del secondo figlio li farà però scontrare con l’imprevedibile.

Prima di interpretare a fine anno il ruolo del commissario Maigret in Maigret et la Jeune Morte di Patrice Leconte l’instancabile Gerard Depardieu sta recitando con Xavier Dolan (al suo primo ruolo da attore in Francia) e Cécile de France in un adattamento de Le illusioni perdute di Balzac dal titolo Comédie humaine diretto da Xavier Giannoli e in Do you do you Saint-Tropez, un film brillante di Nicolas Beniamou ambientato in Costa Azzurra negli anni 60. Al suo fianco vari commedianti di classe come Christian Clavier, Benoît Poelvoorde, Rossy De Palma e Thierry Lhermitte.