Tourette, solitario y final. Però lo scrittore non è Osvaldo Soriano, e nemmeno Dashiell Hammett, sebbene l’hard boiled non marchi visita: è Jonathan Lethem, quello di Motherless Brooklyn (1999). La Festa di Roma ha deciso di aprirci la quattordicesima edizione per interposto film, l’opera totale – almeno nell’impegno – di Edward Norton: regista, sceneggiatore, produttore e attore.
Dopo la rom-com Tentazione d’amore nel 2000, la sua seconda volta dietro la macchina da presa amplia scala e ambizioni: segreti e bugie, crimini e misfatti di una grande città percorsa in lungo e in largo da un investigatore affetto da sindrome di Tourette, Lionel Essrog, interpretato dallo stesso Norton. A muoverlo è l’omicidio del mentore Frank Minna (Bruce Willis), e come non andare a fondo, facendo di necessità ostinazione, di ossessività virtù: tracce e indizi disegnano una gigantesca speculazione edilizia, in cui il cemento è davvero armato, l’avidità a denti stretti, il futuro sperequato. Il cattivo, incarnato alla grande da Alec Baldwin, è il commissario ai parchi, assessore e plenipotenziario Moses Randolph – i critici statunitensi vi hanno inteso il “master builder” newyorkese Robert Moses – ma inchiodarlo alle proprie responsabilità non sarà facile. L’innamoramento per l’attivista afroamericana Laura (Gugu Mbatha-Raw) quale croce e delizia, Lionel deve raccordare gli elementi e accordarsi all’atmosfera che lo sceneggiatore Norton ha intenzionalmente retrodatato agli anni Cinquanta delegando al jazz suonato nei club di Harlem una partitura musicale e socio-antropologica insieme.
Via dalla contemporaneità del romanzo di Lethem, senza stralciarne – del tutto – il gusto postmoderno: nella magnifica colonna sonora jazz, composta da Daniel Pemberton con Wynton Marsalis alla tromba, ecco insinuarsi il canto struggente e dissonante di Thom Yorke in Daily Battles. Tra spasmi, scatti e sbotti – interiezione più frequente “If”, ovvero “Se” – Lionel trova lo squilibrato sostegno del fratello scoppiato (Willem Dafoe) di Randolph e l’ondivago sostegno dei colleghi d’agenzia (Bobby Cannavale), ma la sua è una corsa solitaria contro il sistema, a cui Norton ascrive la gentrificazione.
Ma che film è Motherless Brooklyn? Ottima ricostruzione, dallo score ai costumi, e interpreti all’altezza, non tutto però torna: i personaggi sono troppi, la durata (due ore e mezza) eccessiva, sicché compattezza e tenuta ne risentono. Ma Lionel, che disfa i maglioni e fa la detection, non è venuto invano sul grande schermo: non ha licenza di uccidere, l’avrà di farsi dimenticare?
Dal 7 novembre in sala, con ricadute politiche: “Abbiamo investito – dice Norton a Roma – nell’idea che il popolo abbia il potere. Però quella che ci sia una spinta in senso contrario è senza tempo e non riguarda solo gli Stati Uniti. In Europa, in America Latina, ancora oggi ci si innamora di personaggi potenti, loschi. Dobbiamo stare all’erta”.
@fpontiggia1