Cemento armato a New York: Norton indaga

Tourette, solitario y final. Però lo scrittore non è Osvaldo Soriano, e nemmeno Dashiell Hammett, sebbene l’hard boiled non marchi visita: è Jonathan Lethem, quello di Motherless Brooklyn (1999). La Festa di Roma ha deciso di aprirci la quattordicesima edizione per interposto film, l’opera totale – almeno nell’impegno – di Edward Norton: regista, sceneggiatore, produttore e attore.

Dopo la rom-com Tentazione d’amore nel 2000, la sua seconda volta dietro la macchina da presa amplia scala e ambizioni: segreti e bugie, crimini e misfatti di una grande città percorsa in lungo e in largo da un investigatore affetto da sindrome di Tourette, Lionel Essrog, interpretato dallo stesso Norton. A muoverlo è l’omicidio del mentore Frank Minna (Bruce Willis), e come non andare a fondo, facendo di necessità ostinazione, di ossessività virtù: tracce e indizi disegnano una gigantesca speculazione edilizia, in cui il cemento è davvero armato, l’avidità a denti stretti, il futuro sperequato. Il cattivo, incarnato alla grande da Alec Baldwin, è il commissario ai parchi, assessore e plenipotenziario Moses Randolph – i critici statunitensi vi hanno inteso il “master builder” newyorkese Robert Moses – ma inchiodarlo alle proprie responsabilità non sarà facile. L’innamoramento per l’attivista afroamericana Laura (Gugu Mbatha-Raw) quale croce e delizia, Lionel deve raccordare gli elementi e accordarsi all’atmosfera che lo sceneggiatore Norton ha intenzionalmente retrodatato agli anni Cinquanta delegando al jazz suonato nei club di Harlem una partitura musicale e socio-antropologica insieme.

Via dalla contemporaneità del romanzo di Lethem, senza stralciarne – del tutto – il gusto postmoderno: nella magnifica colonna sonora jazz, composta da Daniel Pemberton con Wynton Marsalis alla tromba, ecco insinuarsi il canto struggente e dissonante di Thom Yorke in Daily Battles. Tra spasmi, scatti e sbotti – interiezione più frequente “If”, ovvero “Se” – Lionel trova lo squilibrato sostegno del fratello scoppiato (Willem Dafoe) di Randolph e l’ondivago sostegno dei colleghi d’agenzia (Bobby Cannavale), ma la sua è una corsa solitaria contro il sistema, a cui Norton ascrive la gentrificazione.

Ma che film è Motherless Brooklyn? Ottima ricostruzione, dallo score ai costumi, e interpreti all’altezza, non tutto però torna: i personaggi sono troppi, la durata (due ore e mezza) eccessiva, sicché compattezza e tenuta ne risentono. Ma Lionel, che disfa i maglioni e fa la detection, non è venuto invano sul grande schermo: non ha licenza di uccidere, l’avrà di farsi dimenticare?

Dal 7 novembre in sala, con ricadute politiche: “Abbiamo investito – dice Norton a Roma – nell’idea che il popolo abbia il potere. Però quella che ci sia una spinta in senso contrario è senza tempo e non riguarda solo gli Stati Uniti. In Europa, in America Latina, ancora oggi ci si innamora di personaggi potenti, loschi. Dobbiamo stare all’erta”.

@fpontiggia1

“Maleficent 2”, altro che fiaba: più che il danno tra le due donne vince la noia

Maleficio è letteralmente “pratica magica diretta a ottenere il danno di una persona o di una comunità”. E Maleficent? Parlare di danno è eccessivo, ma che cosa può arrecare a uno spettatore o a un pubblico? In principio fu il tradimento, poi la vendetta, quindi l’amore: “mamma” Malefica (Angelina Jolie) e “figlia” Aurora (Elle Fanning) sono tornate, problema, siamo sicuri sia una lieta novella? Cinque anni dopo il primo capitolo (2014), Maleficent 2 ha la regia inane di Joachim Rønning e un sottotitolo vago come stelle dell’Orsa, Signora del male. Chi è questa cattivona, Malefica o la regina Ingrid, a cui provvede anima e corpicino la new entry Michelle Pfeiffer?

Due donne a guerreggiare, noi spettatori a far da vittima. Disney già aveva svilito l’idea sulla carta non peregrina di ri-raccontare se stessa (La bella addormentata nel bosco, 1959) facendo di Malefica non più l’originaria malvagia villain ma una antieroina annacquata, in questo seguito mena ancor di più Perrault per l’aia, cantando il girl power, la diversità, l’ambiente e la tolleranza come nemmeno le campagne promozionali delle Nazioni Unite oserebbero fare. La ragion di Stato di Ingrid tiene fino a un certo punto, le nozze possono attendere, la noia no: la correttezza politica fa scempio di fiabe e derivati, il volemose bene impera. Solo una curiosità rimane: ma era davvero necessario infliggere alla povera Jolie quegli zigomi mostruosi? Cioè, non bastavano gli, ehm, originali?

Il senso di Bologna per Sinisa – “Il suo coraggio ha contagiato il nostro strano popolo”

Noi bolognesi ci siamo ritrovati dentro a una storia. Una storia che mai avremmo voluto vivere. Ma che ora ci sta emozionando. Perché è una storia bella, con un protagonista appassionante. Un personaggio vero, genuino, forte, di quelli che, anche quando tutto sembra perduto e l’epilogo scontato, poi ce la fanno sempre.

Questa è la storia di Sinisa Mihajlovic, allenatore della nostra squadra di Serie A, che in un giorno di una calda estate come tante, ha deciso di rompere qualsiasi indugio, raccontando la sua malattia. È una storia che ci sta offrendo una morale straordinaria, che fuoriesce dalla profonda umanità della persona coinvolta. Ecco, umanità credo sia proprio la parola chiave. Perché in questo grande occhio di bue che è la nostra vita, in cui ogni cosa è filtrata, truccata in maniera da farci apparire sempre felici e spensieratamente social, Mihajlovic ci sta dando la possibilità di capire che ci può essere spazio anche per la normalità. E la normalità è anche malattia. È paura, difficoltà, sincerità.

Lo sappiamo nostro malgrado: la quotidianità è piena di persone che si ritrovano a combattere. Ogni giorno, in silenzio. Senza riflettori puntati addosso. Mihajlovic li ha. Ma li ha usati a fin di bene. Senza secondi fini, anzi. Ha parlato di prevenzione. Si è aperto. E lo ha fatto picconando il muro di gomma di un ambiente impenetrabile, dove nessuno ti perdona niente. Nel calcio, sport maschilista nella sua accezione più cupa, il termine outing è il grande sconosciuto. Nel calcio contano solo i forti. Le debolezze vanno sotterrate, nascoste come struzzi che, nella sabbia, non ci infilano solo la testa, ma anche il lungo collo fino alle zampe. Dal giorno della sua conferenza stampa, a Bologna sono successe cose speciali, in un crescendo di climax e colpi di scena che, se davvero fosse stata la sceneggiatura di un film, avrebbero emozionato tutta la sala. Sinisa che lascia il reparto dove è sottoposto al primo ciclo di cure e si presenta a sorpresa in panchina a Verona, la prima di campionato, è un ricordo che, qui in città, ci siamo già appiccicati addosso, come una piccola foto calamitata al frigo, che magari sbiadisce col tempo, ma non si stacca. O come la serenata dei giocatori sotto le finestre dell’ospedale dopo la clamorosa rimonta di Brescia, le processioni dei tifosi alla Madonna di San Luca, e pure la solidarietà degli altri stadi, in un mondo in cui troppo spesso la rivalità riesce a dare il peggio di sé.

Bologna è una città strana, ambigua. È aperta e solidale, ma anche un po’ snob. Ti accoglie, ti spalanca le braccia, ma le sa richiudere prima di averti afferrato del tutto. È autoironica, ma permalosa. È calorosa e algida al tempo stesso. Ma da questa vicenda si è lasciata travolgere. E ora i sentimenti dei bolognesi rotolano via come perle sfuggite da mani maldestre, palline lucenti e preziose che contengono parole importanti: orgoglio, amore, coraggio. Il coraggio contagioso di Mihajlovic che si insinua nei vicoli del centro, viaggia veloce sotto i portici, avvolge i tetti rossi e ordinati e arriva fin su, a toccare la cima delle torri. Bologna grazie a lui dà e riceve energia positiva. Piange e ride. Vive. Si tiene per mano con squadra e società e fa il girotondo intorno al suo mister. Non lo lascia solo.

Questa è una storia di sport, è vero. E lo sport ha delle regole. Il calcio snocciola eroi ed esempi con eccessiva facilità, a causa di questa sua necessità impellente di proclamare vincitori e vinti. Ti convince addirittura che tu, tifoso, possa sentirti vincente o perdente nella vita a seconda dei risultati della tua squadra del cuore. Noi a Bologna, che non vinciamo sul campo da quando i nostri nonni portavano i braghini corti, grazie a lui ci sentiamo in vetta. Noi non sappiamo come finirà questa stagione e dopo tutto ce ne freghiamo. Perché noi un vincitore lo abbiamo già. Si chiama Sinisa Mihajlovic. Cuciamogli lo scudetto in bella vista sul petto. Lui sarà il nostro campione per sempre.

Caso Carige, Berneschi ora marcia verso la prescrizione

Processo Carige: tutto da rifare. E la prescrizione incombe. La Cassazione ha annullato le condanne nei confronti di Giovanni Berneschi e altri manager della banca ligure. La Corte d’appello di Genova aveva condannato l’ex padre-padrone della banca a 8 anni e 5 mesi. Secondo la Cassazione, la competenza non era di Genova, ma di Milano. La Suprema Corte non fa sconti ai giudici genovesi. E afferma di aver “ritenuto la competenza territoriale di Milano, in adesione all’orientamento espresso dalla sentenza del 26 ottobre 2017 delle Sezioni unite penali, intervenuta, prima della sentenza impugnata, a dirimere un annoso contrasto giurisprudenziale… L’eccezione di incompetenza era stata tempestivamente sollevata dalle difese nei giudizi di merito”. Le accuse principali nei confronti di Berneschi erano associazione a delinquere e riciclaggio. Il primo reato sarebbe stato compiuto a Genova, il secondo a Milano. Competente dovrebbe essere il giudice del luogo dove è avvenuto il reato più grave. Per i magistrati genovesi era l’associazione, mentre per la Cassazione sarebbe il riciclaggio (con aggravanti). Risultato: tutto da rifare, prescrizione quasi certa nel 2023. Berneschi esulta: “Chiederò i danni”. Così Genova rischia di restare ancora una volta senza verità giudiziaria. Accade per Carige, una banca che era tra le maggiori d’Italia e ha rischiato di finire a gambe all’aria dopo aver concesso prestiti da centinaia di milioni a imprenditori che non sono riusciti a restituirli. Era già successo per Festival, il crac più colossale della storia della marineria italiana: centinaia di persone a spasso, un buco da 273 milioni e una verità mai arrivata.

C’era una volta (e ancora c’è) la Toscana

“Se non formiamo un po’ di spirito critico nei ragazzi di 18 anni non lo avranno mai ed è questo che oggi manca, è una delle ragioni del relativo, e speriamo che non cresca, degrado della politica: è anche la mancanza di spirito critico rispetto a quello che ci accade intorno”. Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, parla nella solenne Sala Azzurra della Scuola Normale di Pisa (che ha diretto per 11 anni) dell’importanza della cultura umanistica, di cui la Toscana è un po’ la capitale.

È l’inizio del documentario #Toscana, il terzo della serie Italia.doc (dopo #Sardegna e #Lombardia), i video reportage sulle regioni italiane realizzati dai giornalisti del Fatto Quotidiano con Loft Produzioni, il ramo di produzione televisiva della Società Editoriale Il Fatto. Il docu-reportage, realizzato da Matteo Billi e Giorgio Meletti con la collaborazione di Francesco Selvi e grazie alle immagini di Stefano Dell’Aquila e Ram Pace, sarà disponibile in esclusiva su www.iloft.it e su app Loft a partire da oggi.

Mescolandosi alla folla dei visitatori in piazza dei Miracoli, Settis ragiona su opportunità e rischi del turismo usa e getta: “Il turismo di per sé non è nemico dei beni culturali, non è nemico della tutela, bisogna però che sia regolato. Non possiamo immaginare che le città turistiche siano abitante da un esercito di cuochi, camerieri, portieri d’albergo. L’Italia non è questa”.

Sicuramente a Prato c’è l’Italia di Marco Wong, imprenditore cinese di seconda generazione. La sua famiglia ha aperto il primo ristorante cinese a Prato. Oggi è consigliere comunale ed è un esempio di integrazione: “Mi sono laureato in Ingegneria a Milano, ma poi ho deciso di proseguire l’attività di famiglia a Prato. I cinesi possono e devono integrarsi rispettando le leggi e le regole di chi li ospita. Per questo Prato è un laboratorio a cielo aperto”.

A Piombino sono arrivati invece gli indiani della Jindal, toccherebbe a loro provare a far ripartire la storica acciaieria dove lavorava il nonno di Fabio Mussi. Cresciuto vicino al recinto della fabbrica, laureato alla Normale, enfant prodige dell’intellettualità comunista e politico di lungo corso, Mussi osserva il rovesciamento della storia: “A Piombino se me l’avessero detto tempo fa avrei risposto che c’era la stessa probabilità che mi colpisse un meteorite. Ma alle ultime elezioni amministrative ha vinto un sindaco di Fratelli d’Italia”.

È cambiato tutto: “Andavi nei bar, per strada, c’era la politica, tutti parlavano di ciò che succedeva nel mondo. L’avvento dei social network è come la peste di Boccaccio, bisogna ritirarsi e raccontarsi favole per un po’ e poi passa. Un disastro. È per individui totalmente de-socializzati”.

A Carrara, Gualtiero Vanelli, imprenditore-artista del marmo, racconta una storia inversa, il lento cammino dei cavatori dall’istinto anarchico alla cooperazione. E nel delicato equilibrio tra economia, paesaggio e politica si è calata Anna Marson, docente di urbanistica all’Università di Venezia, dal 2010 al 2015 assessore regionale e artefice di un controverso piano paesaggistico regionale. Per lei il paesaggio toscano è un capitale prezioso ma anche in pericolo: “Il fatto che si facciano i piani paesaggistici significa che c’è la percezione che non basta più la sensibilità del proprietario dei terreni”, e però “credo anche che la cosa più importante sia davvero la consapevolezza diffusa”.

Per Ettore Ciancico, piccolo viticoltore artigianale del Valdarno di Sopra, il tema centrale del settore è l’innovazione: “Il mondo è pieno di vini ottimi, cioè non pensiamo al nostro mercato, alla nostra Italia e alla nostra Toscana come se fossimo gli unici. Se noi continuiamo a offrire lo stesso prodotto da 40 anni, il mercato invece cambia. E quando un sistema comincia a essere logoro devi innovare”.

Seminario sul giusto processo: in cattedra vanno gli imputati

Il prossimo 15 novembre arriveranno in tanti a Villa Ruspoli, l’edificio trecentesco di Firenze che ospita il centro studi per la Storia del pensiero giuridico. Nell’elegante palazzina si terrà un seminario. promosso dal Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria per l’aggiornamento dei giudici tributari (ma aperto anche a commercialisti e avvocati), sul “Giusto Procedimento e il Giusto Processo Tributario”. Con un paradosso: alcuni dei relatori delle tavole rotonde che dureranno tutta la giornata sono imputati nell’inchiesta della Procura di Firenze che nel settembre 2017 aveva decapitato l’intero dipartimento di Diritto Tributario fiorentino.

Saranno gli stessi professori, imputati per reati che vanno dal concorso in corruzione all’induzione indebita fino alla frode in pubbliche forniture e alla truffa, che terranno corsi anche a magistrati provenienti da tutta Italia. Non solo: nella bozza del programma dell’evento è previsto il saluto istituzionale del rettore Luigi Dei, la cui università è stata fortemente danneggiata a livello di immagine dai comportamenti dei Professori imputati. Proprio lo stesso rettore all’indomani dell’indagine aveva annunciato che l’Università di Firenze si sarebbe costituita parte civile a processo ma nel primo giorno di udienza preliminare (l’11 settembre scorso) né l’ateneo fiorentino né il Miur si sono costituiti parte offesa, anche se c’è ancora tempo fino al 25 ottobre. La bozza del programma della giornata, di cui il Fatto Quotidiano è entrato in possesso, è densa e i seminari sono sugli argomenti più svariati. Ad aprire la giornata sarà Eugenio Della Valle, professore Ordinario alla Sapienza di Roma accusato dai pm fiorentini di concorso in corruzione: terrà un seminario sull’affidamento del contribuente. Poi ci sarà il professore dell’Università di Firenze Stefano Dorigo (accusato di frode in pubbliche forniture e truffa) che parlerà della “Partecipazione del contribuente all’accertamento e la tutela dei diritti” e il Prof. Roberto Cordeiro Guerra (accusato di corruzione, truffa, frode e turbativa d’asta) che nel primo pomeriggio istruirà i magistrati sulle sanzioni e il giusto processo. Poi da Chieti verrà il professor Lorenzo Del Federico (corruzione anche lui) che discetterà di “Giusto processo tributario e interesse fiscale”. Infine, l’ultimo docente imputato che farà anche da relatore ai giuristi è Alessandro Giovannini dell’Università di Siena che, nonostante l’accusa di corruzione, terrà un seminario sulla “Tutela dei beni della vita e oggetto del processo tributario”. Tra i saluti istituzionali alle 9.30 del mattino, oltre alla presenza del rettore Luigi Dei, sono anche previsti gli interventi del Presidente del Dipartimento di Giurisprudenza di Firenze, Andrea Simoncini, e della Presidente della Scuola per le Professioni Legali, Paola Lucarelli. Non è escluso che possano disertare l’evento in polemica con la partecipazione dei colleghi imputati a Firenze.

L’inchiesta della Procura era partita dall’esposto del professore italo/inglese Philip Laroma Jezzi che aveva denunciato i concorsi truccati di Diritto Tributario sul- l’asse Firenze-Pisa-Roma: tutto è emerso il 25 settembre 2017 con 59 professori coinvolti, 7 arresti e 22 interdetti dalla professione. I pm avevano parlato di concorsi “truccati”, una fitta rete di relazione tra gli atenei di Pisa, Firenze e della Capitale ma soprattutto una “vera spartizione di potere nelle università toscane”. L’indagine si era conclusa lo scorso 21 febbraio e l’udienza preliminare si chiuderà il prossimo 25 ottobre quando il giudice deciderà se rinviare a giudizio o meno i 45 professori coinvolti.

I prestigiosi economisti, quei tirchi dei cinesi e un battito d’ali…

Come quasi tutti sanno, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sono due prestigiosi economisti che, a intervalli pressappoco regolari, spiegano ai lettori come va il mondo dalla prima pagina del CorSera. Cose imprescindibili tipo: Il crac Lehman? Una crisetta passeggera. In generale i due appartengono alla scuola religiosa che ha come dogma primario il fatto che la spesa pubblica è il male. Se tu gli chiedi: e la spesa pubblica? Loro: Male. Ieri, ribadendo che “spesa pubblica = male”, hanno però scritto una cosa che ci ha colpito: “La scarsità di domanda a livello globale dipende in gran parte dalla straordinaria quantità di risparmio delle famiglie cinesi”. Dice: il resto del mondo risparmia molto meno, mica gli si può chiedere di spendersi tutto. Basterebbe dare a tutti ’sti cinesi sanità e pensioni pubbliche (sic) e quelli, felici, spenderebbero come pazzi portandoci fuori dalla recessione. Curioso perché proprio Giavazzi il 17 marzo sempre sul Corriere scriveva un editoriale contro il memorandum Italia-Cina per dire che “l’Italia nel 2018 ha un ‘eccesso di risparmio’ di 45 miliardi di euro l’anno”: “Insomma, il nostro problema è che investiamo troppo poco”, mica ci servono i cinesi. Non è chiaro come si concilino queste due affermazioni, né se sia necessario che lo facciano in quello che un ottimista chiamerebbe il pensiero del duo: a nostro parere, però, il combinato disposto delle due tesi conferma almeno quel vecchio adagio secondo cui il battito d’ali d’una cazzata in Asia può creare una tempesta in un bicchier d’acqua a Milano.

Manbij, città sacra contesa da secoli: dai Greci a Erdogan

“In Siria c’è una città non lontana dal fiume Eufrate: si chiama Sacra”. Questa città – descritta in greco dal prosatore Luciano di Samosata nel II secolo d.C. – oggi si chiama Manbij, e dei due obiettivi dichiarati della campagna d’autunno della Turchia rischia di essere quello strategicamente più importante, anche più della stessa Kobane.

Liberata nel 2016 dopo un’aspra lotta contro l’Isis, e oggetto nell’estate del 2018 di un controverso accordo turco-americano (molto strombazzato ad Ankara, ma mai davvero applicato) per la bonifica dalle milizie curde dell’Ypg (Unità di Protezione Popolare, ndr), Manbij vive da molti mesi una situazione di stallo, schiacciata fra le postazioni turche e quelle dell’esercito regolare siriano (che già a fine 2018 era “entrato” in città, e ora pare ci rientri). La conquista di Manbij è fondamentale per chiudere una via d’accesso allo stato curdo del Rojava, e per perfezionare il controllo turco della regione, saldandosi con la regione di Afrin, invasa da Erdogan con ben minore scandalo internazionale un anno e mezzo fa.

La storia, come spesso, ama ripetersi. Manbij è infatti un’antichissima città che i Greci chiamavano Bambyke o Hierapolis, una “città sacra” in quanto sede del più importante e ricco santuario della dea Atargatis (una dea-sirena assimilata ad Afrodite): così ricco da attirare l’avido triumviro romano Crasso che, nella sua demenziale spedizione contro i Parti del 54-53 a.C., ne saccheggiò i tesori poche settimane prima di trovare un’ingloriosa morte a Carre (Harran), pochi chilometri al di là dell’odierno confine turco.

Dell’antico tempio – cui è interamente dedicata la più esoterica delle opere di Luciano, Sulla dea di Siria – non rimaneva quasi nulla già nell’Ottocento, cosicché i Turchi non potranno bombardare rovine millenarie come già fecero per il santuario della stessa Ishtar ad Ain Dara nel marzo 2018; e al posto del grande lago in cui nuotavano i pesci sacri si stende ora un desolato campo di calcio. Ma rimangono ancora (i Turchi se le troveranno di fronte, con tanto di nuovissime trincee e passaggi sotterranei) le mura erette dall’imperatore Giustiniano per fortificare la città contro i Persiani: perché tra IV e VI secolo, dopo il declino di Palmira, fu proprio Hierapolis – a un passo dal punto migliore per attraversare l’Eufrate – a diventare il passaggio obbligato della strada (oggi l’autostrada M4 che è la linea del fronte) che portava dal Mediterraneo fino alla Cina.

Centro religioso, strategico e commerciale di prima grandezza, allora come oggi Manbij/Hierapolis era un luogo di confine: il confine tra l’Occidente (il regno seleucide, e poi l’Impero romano nelle sue varie declinazioni, da Augusto a Giuliano l’Apostata a Giustiniano) e l’Oriente (i Parti, i Persiani, infine gli Arabi). Ironie e ipocrisie della storia: se l’operazione odierna, che travolge il lago sacro di Atargatis, si chiama “Sorgente di pace”, proprio a Manbij fu trovata l’epigrafe della “Pace perpetua” stipulata tra Giustiniano e Cosroe I nel 532, che durò in realtà pochi anni: tra inni in esametri e proclami, l’imperatore romano d’Oriente si impegnava in realtà a sborsare 11.000 libbre d’oro al re Persiano per assicurarsi una fragile tregua. L’Occidente che paga, insomma, allora come oggi (ma cent’anni dopo, tutto d’un colpo, arrivò la mezzaluna, per non andarsene più).

L’Occidente muore di suicidi e denatalità

Sul Corriere di martedì Antonio Scurati, Premio Strega di quest’anno, affronta il problema della denatalità in Italia: nella classifica del tasso di fertilità, 1,3 figli per donna, siamo il penultimo Paese al mondo, al 192° posto, seguiti solo dal Giappone. Di conseguenza siamo, proprio come il Giappone, uno dei Paesi più vecchi. Il problema non è nuovo e riguarda l’intero Occidente. Nei Paesi mediorientali il tasso di fertilità è mediamente del 2,5 per donna, nell’Africa Nera del 5 e anche oltre.

Scurati affronta questo complesso problema restringendolo alla sua generazione, cioè degli individui che hanno fra i 40 e i 60 anni, la cosiddetta “generazione X”, e cerca di darsi delle risposte. Lo scrittore nega che le origini di questo fenomeno siano materiali, ma le individua in ragioni culturali e spirituali, soprattutto nell’edonismo e nell’individualismo. Su Libero di mercoledì, Vittorio Feltri liquida la questione con la brutalità e la superficialità che gli sono da tempo consuete: “Ma chi se ne frega se la società invecchia e se gli asili sono meno affollati rispetto ai tempi andati. Dov’è il dramma?”. È vero che oggi i giovani, ma non solo loro, non sono più disposti a sacrificarsi per i figli e il loro futuro. Ma Feltri non sembra rendersi conto che questa abissale differenza di fertilità, in Italia e in Occidente rispetto alle popolazioni mediorientali e africane, condurrà fatalmente a un’invasione e alla perdita di quell’identità, italiana, europea, occidentale, per la difesa della quale lo stesso Feltri, e ovviamente non solo lui, si è in altri momenti schierato.

Non si può ridurre tutto alla materia e al Dio Quattrino dal quale Feltri sembra ossessionato. Scurati ha ragione quando, come il Papa (si veda il suo libro Nostra Madre Terra), vede nell’individualismo una delle tare principali, se non addirittura la principale, della nostra società.

L’individualismo nasce dall’Illuminismo che nel giro di un paio di secoli ha finito per distruggere il senso della comunità e, al suo interno, la famiglia che da che mondo è mondo è il nucleo centrale e primigenio di ogni società. È una perdita affettiva decisiva che ha portato, fra le altre cose, grandi difficoltà nel rapporto fra i sessi (ce lo dice l’aumento vertiginoso dell’omosessualità maschile e, più nascosta, come più nascosto è il loro sesso, femminile, mentre i figli, a parte qualche marginale marchingegno tecnologico, si han da fare come si sono sempre fatti) e ha un altrettale aumento dei suicidi dei giovani nel mondo occidentale e nei Paesi che hanno adottato il suo modello. Il suicidio, nel mondo, è la seconda causa di morte tra giovani e giovanissimi (età 15-29 anni). Mentre, fenomeno nuovo, assistiamo anche al suicidio dei vecchi, quasi sempre abbandonati a se stessi. In Cina, da quando in quel Paese è iniziato il boom economico, il suicidio è la prima causa di morte fra i giovani e la terza fra gli adulti. Il Giappone ha il poco invidiabile record mondiale. In quel Paese si sono dovute transennare non solo le stazioni, ma molti chilometri di ferrovia perché il modo più facile per togliersi la vita è gettarsi sotto un treno. Anna Karenina non è più quindi solo un fatto letterario partorito dalla fantasia di Tolstoj, ma un fenomeno sociale.

C’è del marcio nel regno di Danimarca. E sono proprio il materialismo e il razionalismo laico ammantato di pragmatismo ad averci infettato. Tutti.

Contro i nazionalisti torniamo patrioti

Pubblichiamo un estratto del nuovo libro di Maurizio Viroli, “Nazionalisti e patrioti”, in uscita oggi per Laterza.

Perché il nazionalismo è pericoloso e va combattuto con assoluta intransigenza? Perché non nasce come un linguaggio che esalta la libertà, ma come un linguaggio che esalta l’omogeneità culturale o etnica: non insegna il rispetto per la persona umana, ma giustifica il disprezzo per chi non appartiene alla nostra nazione. I crimini contro l’umanità perpetrati in nome del nazionalismo non sono stati errori, ma logiche conseguenze dei princìpi di quella dottrina. […]

Chi ha vissuto gli inizi dell’offensiva nazionalista nei primi decenni del Novecento non immaginava certo l’orrore dei lager. Mai mettere limiti alla malvagità e alla crudeltà degli esseri umani intossicati dalle ideologie dell’odio e della paura. Quel che è certo è che se continuerà a vincere, il nazionalismo ci porterà a una democrazia intollerante e barbara. Sulla sua bandiera ci sarà scritto: “Prima gli italiani!”. Ma quali italiani? Gli italiani come Mussolini o come Carlo Rosselli? Come Salvatore Riina o come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? Come Silvio Berlusconi o come Stefano Rodotà? Gli italiani corrotti o gli italiani onesti? Prima la dignità delle persone, questo deve essere il principio della nostra Repubblica: tutte le persone, gli italiani e i non italiani che vivono con noi. La dignità della persona si difende proteggendo con severa intransigenza la sicurezza e la libertà di tutti. La legge deve valere per gli italiani e per gli immigrati, di qualunque colore sia la loro pelle, senza eccezioni. La nostra Costituzione, vale la pena ricordarlo agli smemorati e a chi non l’ha mai capito, afferma che “L’Italia è una repubblica democratica”, non che “L’Italia è la repubblica degli italiani”. La storia insegna che contro il nazionalismo serve poco alzare la bandiera del cosmopolitismo, un ideale nobile che convince la ragione ma non tocca le passioni ed è sempre stato, e sarà sempre, principio di ristrette élites intellettuali. Poco giova, anzi nuoce, esaltare la visione della patria europea separata dalla patria italiana. Nata all’indomani della guerra contro i totalitarismi figli del nazionalismo, l’Europa è un ideale che appartiene a un tempo lontano e ormai dimenticato. Molti cittadini degli Stati europei vedono ormai l’Unione europea come l’espressione di un potere lontano e oppressivo. Secondo i partiti nazionalisti, la cosiddetta “globalizzazione” è andata a beneficio solo di una élite tecnocratica che professa un cosmopolitismo del privilegio. Se vogliamo contrastare il nazionalismo che fa leva sugli interessi locali, sul linguaggio, sulla cultura, sulle memorie e sull’etnia dobbiamo usare il linguaggio del patriottismo repubblicano che apprezza la cultura nazionale e i legittimi interessi, ma vuole elevare l’una e gli altri agli ideali del vivere libero e civile. La retorica nazionalistica è sempre stata ed è tuttora particolarmente efficace sui poveri, sui disoccupati, sugli intellettuali frustrati e sulla classe media in declino. Le persone socialmente umiliate e scontente trovano nell’appartenenza alla nazione un nuovo senso di dignità e di orgoglio: “Sono povero, ma almeno sono americano (o tedesco, o italiano)”. In questo modo forze sociali importanti che potrebbero contribuire alla causa della sinistra democratica sono spesso passate – e ancora passano – nel campo della destra. Per questa ragione, oltre alle ragioni ideali, la sinistra avrebbe dovuto contrastare il nazionalismo con il linguaggio del patriottismo. Invece la sinistra ha quasi sempre lasciato alla destra il monopolio di questo linguaggio. È stata internazionalista e ha coltivato un patriottismo basato sulla lealtà al partito o al sindacato. Tranne poche lodevoli eccezioni, gli intellettuali di sinistra non si sono impegnati per costruire un linguaggio del patriottismo capace di sconfiggere il nazionalismo. Bisogna porre urgentemente rimedio a questa debolezza intellettuale e politica.

La sinistra democratica deve affrontare il nazionalismo sul suo medesimo terreno; deve rispondere al bisogno di identità nazionale, ma la sua risposta deve essere diversa da quella del nazionalismo. […] Se usato come si deve, il patriottismo può sostenere anche oggi diverse forme di lotta per l’emancipazione e il riconoscimento. Può aiutarci ancora a riscoprire e a vivere l’impegno politico nel suo significato più alto e genuino di arte della repubblica. Abbiamo bisogno di un patriottismo che tenga unite patria e umanità; nazione, libertà politica e giustizia sociale. Vorrei sbagliare, ma mi pare proprio che ancora pochi comprendano questa lezione così semplice della storia. La capiremo, forse, quando sarà troppo tardi.