Crisi delle edicole Servono azioni concrete e giornali mai banali. Non solo fondi pubblici

 

Gentile redazione de Il Fatto, sono un vostro lettore e vi scrivo perché l’altro giorno l’edicolante mi ha proposto di firmare un appello – che vi copio qui sotto – rivolto al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio dei ministri. Prima di appoggiare o meno l’iniziativa mi piacerebbe saperne di più e, visto che non sono proprio del mestiere, chiedo a voi che cosa ne pensate. Grazie.

Simone Perboni

 

APPELLO: La categoria dei giornalai si trova in una crisi profondissima da cui sembra non poter esserci alcuna via d’uscita. Eppure l’edicola è un luogo di incontro quotidiano, da sempre rappresenta una lanterna accesa sulle città, grandi e piccole, nei centri storici e nelle periferie, fino ai luoghi più remoti e del territorio nazionale, e rappresenta un baluardo insostituibile per una stampa libera e accessibile a tutti i cittadini. L’edicola dovrebbe essere il soggetto a cui l’intera editoria dovrebbe guardare con un occhio di riguardo, visto che l’80% del fatturato del settore passa da qui, attraverso un lavoro quotidiano che inizia anche prima dell’alba, tutti i giorni dell’anno. Al contrario l’editoria, grazie a finanziamenti pubblici e con politiche assurde sui prezzi di copertina, sta accelerando il momento di arrivo al punto di non ritorno. Col presente appello, chiediamo al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio dei ministri di destinare alle edicole una parte consistente del finanziamento pubblico rivolto fino a oggi alle case editrici, e di farsi parte attiva nei confronti degli editori per la definizione di un nuovo accordo nazionale con gli edicolanti che stabilisca regole operative e corrispettivi economici in grado di stabilizzare il settore.

Caro Simone, noi non possiamo che condividere questo appello. Da tempo siamo fermamente convinti del ruolo importantissimo delle edicole, che per noi costituiscono l’accesso al mondo dei lettori. L’editoria è in una condizione di difficoltà evidente, ma questa situazione è stata finora gestita tramite accorati appelli a cui non seguono soluzioni concrete. L’appello propone finanziamenti pubblici alle edicole: non siamo contrari, ma noi, come lei sa bene, siamo nati per non avere finanziamenti pubblici. Però si può agire per rendere le edicole luoghi di servizio pubblico, fare convenzioni con le amministrazioni comunali, costruire collegamenti con le biblioteche, le scuole, le università, lavorare per avere nelle edicole piccoli avamposti culturali. Servirebbe una visione e la voglia di lavorarci. Noi giornali, poi, dobbiamo metterci il nostro, cercando di essere interessanti, non banali, fuori dalle logiche di potere e sempre dalla parte dei lettori.

Cordialmente.

Salvatore Cannavò

Mail Box

 

Evasione, quella dei servizi inefficienti è una scusa pietosa

Caro Direttore, quando salgo sull’autobus a Milano pago il biglietto perché ricevo un buon servizio e mi sentirei un verme se non pagassi. Se considerassi solo la probabilità di prendere una multa converrebbe non pagare mai il biglietto. Dove il trasporto pubblico è scadente si paga per paura delle multe e l’evasione è alta. Non mettiamo in discussione il dovere di pagare il biglietto/le tasse comunque, anche se il servizio è scadente, ma puntare solo sull’aumento delle penalità dimenticando la qualità del servizio è poco efficace per ridurre l’evasione e sembra che ci si consideri più sudditi che cittadini.

Giorgio Ragazzi

 

Non credo ci sia nessun reale dissenso. Le tasse sono un patto sociale implicito nella Costituzione: i bravi cittadini le devono comunque pagare per avere il diritto di lamentarsi. Ma se lo Stato, parte forte del patto perché ha potere sanzionatorio e i cittadini no, si comporta male, non esonera certo dal dovere di pagarle, ma oggettivamente crea un disincentivo a farlo. Anche gli incentivi pesano, e vanno adeguatamente analizzati, non meno dei doveri delle parti.

Marco Ponti

 

Cari Giorgio e Marco, nessun evasore evade o froda il fisco perché i servizi pubblici sono inefficienti. Quella è la pietosa scusa che racconta alla propria coscienza, ove mai ne abbia una.

M.Trav.

 

Grazie al “Fatto Quotidiano” di essere libero e vigile

Carissima Redazione, i migliori auguri da tutta la mia famiglia, nonna compresa, per l’impagabile lavoro. Vi seguiamo dal numero 1 e siamo soggetti a una vera e propria dipendenza. Grazie di essere liberi e vigili e darci ancora la fiducia necessaria pel credere in questo nostro sciagurato, Paese. Unico problema: non riusciamo più a leggere gli altri giornali! Grazie di cuore.

Alessandra Chelli

 

Ergastolo ostativo, l’indulgenza è solo ipocrisia

Ho letto l’editoriale di qualche giorno fa “Fine pena vediamo” di Marco Travaglio e lo sottoscrivo dalla prima all’ultima riga.

Manca, tuttavia, un accenno ai motivi che inducono tanti a sostenere una certa indulgenza, perché di indulgenza si tratta. Ebbene, io credo che non si tratti di indulgenza ma solo di ipocrisia, che nasce dalla consapevolezza di non poter essere troppo severi a fronte di un proprio comportamento non sempre cristallino, ipocrisia che è riconducibile a quell’ammonimento “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

Se quell’ammonimento è pur eticamente corretto, alla fine si traduce in un reale impedimento di poter dar seguito a ciò che si è stabilito di fare. Così, in nome di quell’ammonimento, le organizzazioni criminali e in generale coloro che violano le leggi riusciranno vincitori. È il trionfo, ipocrita, dell’ “io speriamo che me la cavo” ovvero “Falcone e Borsellino non sono parenti miei e quindi, dopo essere andato al loro funerale battendomi il petto, torno sereno e giulivo alla mia vita di tutti i giorni ma con la coscienza a posto”.

Marcello Scalzo

 

Meglio 100.000 morti curdi che 3 milioni di migranti?

“Mourir pour Dantzig ?” si chiedeva 80 anni fa Marcel Déat, deputato parigino simpatizzante di Hitler, difendendo l’idea che non valesse la pena morire per salvare Danzica dalle mire del dittatore nazista, che si sarebbe accontentato di conquistare la città rinunciando ad altre pretese. Una forma di pacifismo imbelle che aveva consentito ad Hitler di impadronirsi dell’Austria e della Boemia senza colpo ferire. La stessa cosa oggi: la domanda “Morire per Kobane?” trova risposte vaghe da parte di politici terrorizzati da Erdogan, sempre più minaccioso. Pazienza per i curdi e per i principi della democrazia. Meglio 100.000 cadaveri abbandonati che 3 milioni di migranti spinti verso le nostre sponde. Ma si ricordino i nostri governanti la profezia di Churchill di fronte all’arrendismo dell’allora 1° ministro Chamberlain: “Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra”.

Armando Parodi

 

Catalogna, tutti solidali contro il pugno duro del governo

Perché Barcellona e la Catalogna vogliono l’indipendenza? Barcellona vive da sempre un dinamismo di scambi, che l’entroterra agricolo non ha. Questo ha portato apertura culturale e prosperità, e la convinzione che staccati dal governo centrale, tutta la ricchezza prodotta rimarrebbe nel territorio. Interessi e identità si sono saldati e hanno sfidato lo Stato, invocando il principio di autodeterminazione, che l’interpretazione più accreditata riconosce nell’emancipazione da occupanti stranieri o coloniali, non al separatismo anticostituzionale. A portare la solidarietà verso i catalani è stato il pugno troppo duro del Governo. Tutti sanno che le pene inflitte sono tanto severe, quanto già tacitamente predisposte a concessioni di grazia. Ma l’umiliazione rimane. E potrà essere nascosta ma mai trasformarsi in vera riappacificazione.

Massimo Marnetto

“Corbyn ha pronto l’emendamento per atterrare Boris”

Paul Mason è un giornalista e intellettuale di sinistra fra i più vicini al segretario laburista Jeremy Corbyn. In questa intervista ci rivela la possibile, strategia ‘corbynista’ per depotenziare la vittoria politica ottenuta da Boris Johnson.

Qual è la sua analisi politica degli ultimi sviluppi?

Johnson si è rimangiato tutte le sue minacce. Di fatto ha recuperato il piano di Theresa May, aggiungendoci ulteriori concessioni a Bruxelles. Il motivo per cui il Dup non può accettare questo accordo è che non solo tiene l’Irlanda del Nord di fatto nell’unione doganale europea, ma sottrae agli unionisti il potere di veto sui futuri assetti. In pratica, Johnson ha scaricato il suo alleato chiave. Quanto alle forze politiche di sinistra, l’accordo è inaccettabile perché peggiora le condizioni della classe lavoratrice e le garanzie ambientali e per i consumatori, con il rischio che il paese diventi una economia di lavoratori a basso costo per il resto del mondo.

Johnson intende sottoporre questo accordo al Parlamento sabato. Cosa farà il Labour?

Imporrà una three whip line, cioè l’obbligo per tutti i parlamentari di votare secondo le indicazioni del partito. Che sono: o votare contro, o a favore esclusivamente a condizione che il piano sia vincolato a un secondo referendum. Il voto in Parlamento sabato ha tre possibili esiti: o passa, ed è Brexit; o passa con il nostro emendamento, e quindi lunga estensione e secondo referendum; oppure il Parlamento lo boccia, e in quel caso Boris Johnson è obbligato dal Benn Act a chiedere un’estensione.

Johnson insiste che non la chiederà mai e il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ieri ha dichiarato che non ci sono margini per una estensione: o questo accordo o no deal. In quel caso si fanno più vicine le elezioni anticipate.

Se il Parlamento approva l’accordo penso che Johnson cercherà di andare a elezioni per capitalizzare questa fasulla “vittoria politica”. Noi al contrario vogliamo fermare il piano di Boris negoziando una estensione lunga, fino per esempio alla primavera del 2020, e sconfiggendolo in un secondo referendum.

Ma quindi la linea precedente, far cadere il governo, andare a Downing Street e negoziare un nuovo accordo, non è più valida?

Realisticamente è molto improbabile che abbia successo. Vorremmo un compromesso migliore, ma siamo disposti a far passare provvisoriamente questo a patto per ottenere un secondo referendum con la scelta fra restare in Europa e questo deal.

Questa è la nuova linea di Corbyn?

Sì, e deve essere chiaro: tutti quelli che accusano Corbyn di lavorare segretamente per promuovere la Brexit dovranno rimangiarsi le loro accuse. Corbyn sta facendo tutto il possibile in Parlamento per fermare questo accordo e imporre un secondo referendum. Può fallire, ma ricordatevi che sabato, in contemporanea con il voto, per le strade di Londra avremo la marcia del People’s Vote, mezzo milione di persone a favore di una nuova consultazione popolare.

Quali sono le possibilità che il Parlamento approvi?

Non si può escludere: ci sono fra i 9 e i 15 deputati laburisti a favore della Brexit, perché lo è il loro elettorato e perché sono stremati dal conflitto sociale che la Brexit ha scatenato, per cui potrebbero ribellarsi alle indicazioni del partito. Ma restano comunque indispensabili i voti del Dup. Johnson può provare a comprarli con un mucchio di soldi, ma io dubito che cederanno.

E cosa faranno i 21 conservatori purgati dal governo per avere votato per il Benn Act?

Sono spaccati. Alcuni si sono ribellati solo per evitare una uscita senza accordo, ma potrebbero decidere di sostenere il nuovo compromesso. Per altri, la rottura con Johnson è insanabile e ci aspettiamo che votino con il Labour.

Sanità, passaporti, dogane e commercio: come sopravvivere alla “perfida Albione”

Scongiurata l’uscita del Regno Unito dall’Ue senza accordo che da tre anni terrorizza i mercati finanziari, i cittadini europei continuano a interrogarsi sui cambiamenti che la Brexit causerà nel quotidiano. Incertezze e confusioni che rendono già difficile la vita della comunità dei 700 mila italiani, tra imprenditori, lavoratori e studenti, che vivono in Gran Bretagna. Intanto di certo c’è che l’addio britannico non sarà più quel colpo mortale che si temeva con il rifiuto iniziale di Johnson di pagare 39 miliardi di sterline all’Europa e che avrebbe costretto gli altri 27 Paesi a sobbarcarsi il buco lasciato in eredità da Londra. La sola Italia, secondo una stima del Jacques Delors Institute, avrebbe sborsato fino a un miliardo di euro in più.

Ma, anche se lo strappo non sarà più così doloroso, le incognite non si sono diradate. Quello che è raggiunto si fino a oggi è raggiunto è cercare di offrire la massima tutela – soprattutto nel in caso di recesso senza accordo – rendendo il più morbido possibile questo passaggio per cittadini e imprese, ma rimandando in sostanza l’addio vero e proprio a dicembre 2020, quando scadrà il periodo transitorio dell’intesa sottoscritta nel novembre 2018 dal Consiglio europeo. Insomma, una situazione di incertezza.

Documenti e lavoro Gli europei potranno continuare a viaggiare utilizzando la carta d’identità almeno fino al 2021. Chi vuole restare nel Paese per più di tre mesi è già obbligato a richiedere il Temporary leave to remain che ha una durata massima di 36 mesi e non sarà estensibile. I lavoratori che vogliono risiedere nel Paese, invece, devono richiedere il Settled status . Può farlo chi ha iniziato a vivere nel Regno Unito entro il 31 dicembre e ha vissuto in Uk per un periodo continuo di 5 anni. Il termine ultimo per presentare la domanda è il 30 giugno 2021.

Assicurazione sanitaria Al termine del periodo di transizione del 2020 verrà meno la copertura assicurativa che garantisce la tessera sanitaria (il lato b del codice fiscale) non potendo più ricevere cure gratuite negli ospedali pubblici.

Fondo monetario Nonostante l’accordo, per il Fondo monetario la Brexit potrebbe pesare sull’economia britannica per circa il 2% del Pil e sull’economia europea per circa lo 0,5%.

Studenti Fino a fine 2020 non cambierà nulla per chi si iscriverà in un’università britannica. Dopo saranno dolori. Il governo britannico intende aumentare le tasse per gli studenti dei Paesi Ue facendole passare dalle attuali 9.250 sterline l’anno a circa 25 mila sterline annue, al pari della retta pagata dagli studenti extracomunitari. Sul fronte Erasmus l’Ue ha già spiegato che ricercatori e studenti vincitori di bandi continueranno a ricevere i fondi.

Dogane e dazi Come previsto, il Regno Unito resterà membro dell’unione doganale e del mercato unico per tutto il periodo di transizione o massimo fino al 2022. Nel frattempo sarà negoziato un accordo di libero scambio senza dazi né quote. L’Irlanda del Nord resterà assoggettata al regime britannico ma, per proteggere l’integrità del mercato unico, sulle merci continuerà ad applicare le regole Ue. Salvo il Made in Italy visto che secondo la Coldiretti nel corso del 2018 le esportazioni verso la Gran Bretagna hanno fruttato 3,4 miliardi di euro. Il solo settore vinicolo vale 827 milioni.

Roaming Nessun problema sul fronte della costi extra per chiamare o inviare sms se ci si troverà in Gran Bretagna: restano salvi gli accordi comunitari che prevedono le stesse tariffe in vigore in patria.

Brexit: accordo con l’Ue, ma non con gli unionisti

Boris Johnson ha raggiunto il suo obiettivo: chiudere un accordo sulla Brexit con l’Ue in tempo per sottoporlo al Consiglio europeo, in corso ieri e oggi a Bruxelles. Ieri è volato nella capitale belga per capitalizzare la vittoria, a favor di telecamere, in conferenza congiunta con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che è apparso sollevato nel dichiarare: “Questo accordo da certezze, mentre Brexit crea incertezza”.

E l’Euco ieri sera ha dato il semaforo verde al nuovo contratto di divorzio fra Londra e Bruxelles. Non sorprende. Non è che una riproposizione di quello già concordato con Theresa May, con l’aggiunta di un gioco di prestigio: il nodo gordiano del confine irlandese risolto facendo uscire l’Irlanda del Nord dall’Unione doganale solo da un punto di vista legale, tenendola di fatto ancora nell’Ue dal punto di vista regolatorio. Soluzione creativa che ha il merito di evitare il temuto confine fisico fra le due Irlande, disastroso per la sicurezza e l’economia dei due paesi. Tutto risolto? Non è così semplice. Boris si è venduto la pelle del leone prima di ucciderlo, assicurando istituzioni europee e capi di stati membri di aver i voti per far passare il suo accordo al parlamento britannico. Ma di questo non c’è alcuna certezza: per il momento si oppongono gli unionisti del Dup, che considerano questo accordo un tradimento delle loro richieste di unità territoriale, economica e legislativa con la Gran Bretagna; il grosso del Labour, con la possibile eccezione di un pungo di deputati leaver; il resto dell’opposizione e almeno una parte dei 21 ribelli conservatori espulsi dal partito per avere votato il Benn Act, che obbliga Boris a chiedere una estensione all’Ue se un accordo non è approvato entro la mezzanotte di sabato. Déjà vu: anche Theresa May aveva un accordo, che il Parlamento ha bocciato tre volte.

Come Theresa, Boris ha fatto sapere che sabato la scelta è fra questo deal o no deal: lui non chiederà nessuna estensione, e Juncker gli ha dato manforte, aggiungendo che, raggiunto l’accordo, non c’è più bisogno di estensioni o ulteriori ritardi, e che le trattative per la seconda fase dei negoziati, quelle relative al futuro accordo commerciale, possono cominciare il 1 novembre: che, insomma, Boris può mantenere la sua promessa di far uscire il suo paese dall’Europa entro il 31 ottobre.

Ma è un bluff: la legge Benn è chiara, il Parlamento britannico è sovrano sul governo, e in ogni caso la decisione se concedere un ulteriore estensione non spetta alla Commissione ma al Consiglio europeo, che aspetta di capire cosa succederà a Westminster, ma certo non ha interesse a forzare un no deal.

E quindi, di nuovo, occhi sul Parlamento britannico, convocato sabato in seduta straordinaria per l’ennesimo voto decisivo su questa nuova versione dell’accordo di divorzio. Il leader del Labour Jeremy Corbyn ha respinto Il piano Johnson perché “crea un confine nel mare d’Irlanda, provoca una corsa al ribasso per diritti e garanzie dei cittadini britannici e favorisce il rischio di una svendita dei nostri beni nazionali a società americane”. Non è ancora chiaro quale sarà la strategia laburista sabato: puntare alla bocciatura o vincolare un voto favorevole a un secondo referendum con l’opzione Remain, da tenersi entro 6- 9 mesi, quindi necessariamente dopo aver ottenuto una estensione.

Ma insomma, dopo averli scaricati pare difficile che Johnson convinca gli unionisti a sostenerlo, e senza di loro questo accordo non passa nemmeno stavolta. Scenario probabile: sue dimissioni ed elezioni anticipate. Dunque, ulteriore incertezza.

Rimpianto e sollievo: ai 27 questa intesa sta bene

Dispiacere, un po’ dispiace, che i britannici se ne vadano: oltre mezzo secolo insieme, certo sempre a fare distinguo e a spaccare il capello (e la sterlina) in quattro, loro spesso a stare a guardare, come a Maastricht, e sempre a strizzare l’occhio all’America, con cui si vantano d’una relazione speciale. Ma sul rammarico prevale la soddisfazione d’avere forse chiuso una trattativa sfiancante: ai 27, l’intesa sta bene; il problema è di vedere se starà bene a Londra, quando i Comuni, domani, la voteranno. Il sentimento europeo è ben espresso dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, al passo dell’addio: “Sono felice per questo accordo, ma sono triste per la Brexit”, dice, avendo accanto il premier britannico Boris Johnson, che invece gongola per l’uno e per l’altra.

Questo mix di rimpianto e di sollievo si riflette nella rapidità con cui il Vertice europeo concorda l’avallo dell’accordo di recesso del Regno Unito: “Il Consiglio europeo sollecita le Istituzioni dell’Ue a fare i passi necessari per assicurare che l’intesa possa entrare in vigore il primo novembre, in modo da garantire un ritiro ordinato” della Gran Bretagna dall’Unione europea. Un ritiro ordinato che sta a cuore più a Londra che a Bruxelles: lo spiega bene Kristalina Georgieva, alla guida del Fmi: il no deal potrebbe costare tra il 3,5 e il 5% del Pil alla Gran Bretagna, lo 0,5% all’Ue. È anche per questo che l’Unione ha sempre trattato in scioltezza, unita e coesa come raramente avviene, mentre i britannici arrivano divisi alla meta, ammesso che ci arrivino. La sala del Vertice dei 27 decorata con zucche da Halloween evoca spettri e paure che l’accordo dissipa. Leo Varadkar (nella foto), premier irlandese, figura chiave di questa intesa, parla di “un buon accordo per l’Eire come per l’Ulster”.

Conte a Erdogan: “Basta alla sofferenza dei civili; devi ritirare il tuo esercito”

Sarebbe eccessivo attribuire al governo italiano parte del risultato ottenuto oggi dagli americani ad Ankara, con la tregua di cinque giorni per permettere ai curdi di evacuare il nord della Siria. Di certo poche ore prima dello scambio di vedute fra Pence ed Erdogan, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte aveva avuto una lunga conversazione telefonica con il presidente della Repubblica turca, esortandolo a comportarsi da alleato Nato e non da aggressore di una comunità che è stata protagonista della sconfitta in quell’area dell’Isis.

Il premier aveva invitato in modo esplicito il leader turco ad interrompere l’incursione militare e a ritirare immediatamente le truppe. Inoltre, recitava la nota “aveva richiamato l’attenzione di Erdogan sugli effetti negativi e controproducenti che questa iniziativa unilaterale sta producendo in termini di crisi umanitaria, sofferenza delle popolazioni locali e relativo esodo e lo ha invitato fermamente a ritirare le truppe dall’area, per evitare un ulteriore peggioramento della crisi umanitaria, la compromissione della comune lotta contro Daesh e grave pregiudizio agli sforzi delle Nazioni Unite in vista di una soluzione politica” .

Il colloquio è stato precedente a quello che Erdogan ha avuto con gli americani, e il risultato ottenuto non è quello auspicato da Conte, ma sta a metà strada: cosa che, considerate le premesse di sterminio dei curdi da parte del governo turco, appare come un risultato positivo in termini di salvezza di vite umane. Meno positivo è il risultato in termini di confronto politico: sarebbe stata una vittoria totale se Erdogan avesse accettato di fare marcia indietro ed uscire dalla Siria. Invece, il Sultano accetta di sospendere le ostilità ma solo dopo aver ottenuto quello che voleva, ovvero una fascia di 30 chilometri per avere 1) la sicurezza che i curdi dell’Ypg non gli stiano con il fiato sul collo al confine; bisogna ricordare infatti che nonostante i miliziani curdi si siano battuti con coraggio contro gli estremisti islamici – in questo appoggiati dalle forze Usa – per il governo turco restano sempre “terroristi” in quanto legati al Pkk di Ocalan, il leader che si trova nelle carceri turche. 2) In quella fascia di 30 chilometri. Erdogan intende spostare i due milioni di profughi siriani che si era preso ottenendo i fondi dall’Europa; i fondi li terrà ma i profughi li manderà oltre confine. Insomma, dal punto di vista politico, la pressione dell’Italia sembra aver ottenuto un risultato positivo. Ma la partita con la strategia aggressiva del Sultano è ancora tutta da giocare.

Siria, Pence va dal Sultano e ricava un cessate il fuoco

“Milioni di vite saranno salvate, grandi novità dalla Turchia, grazie Erdogan”. Con un tweet ieri il presidente Usa Donald Trump ha twittato l’accordo con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan: un cessate il fuoco di 120 ore. L’annuncio ufficiale era arrivato dal vicepresidente Mike Pence parlando da Ankara dopo i colloqui al palazzo presidenziale con la leadership turca, durati un’ora e 40 minuti. Una volta ritirati i curdi – ha fatto sapere Pence – gli Usa revocheranno le sanzioni alla Turchia, che otterrà anche la zona di sicurezza concordata di circa 30 chilometri oltre in confine siriano.

L’annuncio è arrivato alla fine di un’ennesima giornata di attacchi dell’artiglieria su Ras al-Ayn e altre città siriane di confine. Erdogan, infatti non sembrava intenzionato a spostarsi dalle proprie posizioni, avendo incaricando nel frattempo i propri funzionari di far trapelare che la lettera inviatagli da Trump il 9 ottobre scorso, giorno dell’inizio dell’offensiva “Fonte di pace”, non “era appropriata sotto l’aspetto diplomatico ed è stata trattata di conseguenza”. Ovvero gettata nella spazzatura con il suo contenuto di intimazioni nel gergo da bar che piace a The Donald: “Erdogan non fare il duro”… “evita di finire nella lista dei presidenti che massacrano la gente”… Vince Erdogan, anche grazie alla notizia, arrivata in mattinata di un altro incontro, quello che si sarebbe dovuto tenere il prossimo martedì in Russia, a Sochi, tra Erdogan e il presidente Putin. A conferma dell’intesa raggiunta tra i due presidenti sul passaggio di mano dei territori curdo-siriani ai soldati di Assad e alle squadre di supporto russe, il ministro degli Esteri turco Cavusoglu aveva dichiarato che se la Russia assieme all’esercito di Damasco avesse tolto alle Unità curde di protezione del popolo (Ypg) l’amministrazione dalla regione insieme” loro non si sarebbero opposti”. Washington, a quel punto si è sentita esclusa dai giochi non solo per scelta di Trump che però ci aveva tenuto a ribadire via tweet come la propria scelta di far uscire i militari americani dal nord-est della Siria a maggioranza curda sia “strategicamente brillante”. Non la pensano così le Forze Democratiche Siriane (Sdf) guidate dai guerriglieri curdi dell’Ypg che hanno accusato la Turchia di usare armi chimiche, “fosforo bianco e napalm”, dopo aver incontrato un’inaspettata resistenza in particolare a Ras al Ayn. Una denuncia molto pesante, suffragata, secondo i curdi, dal tipo di ferite riscontrate sui corpi devastati dei civili. Le milizie curde avevano chiesto la creazione di corridoi umanitari per evacuare i civili da Ras al Ayn, dopo che un ospedale della città è stato colpito, lasciando in trappola al suo interno pazienti e personale sanitario. Ankara, come previsto, ha respinto le accuse al mittente. La denuncia è stata accompagnata da un servizio video dell’agenzia Hawar, organo dell’amministrazione curda in Siria, da un ospedale della zona in cui compaiono alcuni bambini ricoverati con gravi ferite da ustioni. Il portavoce curdo Bali ha quindi invitato “le organizzazioni internazionali a inviare le loro squadre per investigare”. Anche Israele intanto aveva iniziato a diffidare seriamente dell’amico americano che ha riconosciuto a Gerusalemme l’annessione unilaterale del Golan, conteso da decenni alla Siria. Indipendentemente dal lungo sostegno materiale e sentimentale alla causa curda dei governi sionisti, Israele non ha digerito l’indiretto appoggio all’espansionismo di Teheran scaturito dalla decisione di Trump di lasciare la Siria, amico intimo dell’Iran. Pence oggi sarà a Gerusalemme per discutere del ribaltamento geopolitico innescato da The Donald. Confermato anche l’incontro Trump-Erdogan alla Casa Bianca il 13 novembre.

Figli “furbetti”: timbravano per papà

Dipendenti che strisciano il badge per i colleghi assenti, ma anche ragazzini che lo fanno per i loro familiari, addirittura davanti ai vigili urbani: sono alcune delle irregolarità registrate dalle telecamere nascoste dei carabinieri del comando provinciale di Catania che dal maggio a luglio del 2015 hanno monitorato il “segna orario” dei dipendenti del Comune di Piedimonte Etneo.

Per 48 di loro la Procura ha emesso un avviso di conclusione indagini che ipotizza il reato di truffa aggravata, 23 avevano un contratto a tempo determinato. Dalle immagini è emerso che gli “impiegati sistematicamente, dopo aver timbrato il proprio badge, si assentavano dal posto di lavoro per dedicarsi alle attività più disparate, dal fare la spesa, distribuire quotidiani, al curare i propri interessi nelle loro abitazioni private o nelle seconde case di campagna”. Anche utilizzando gli strumenti del comune. E c’era anche chi, rientrato dalla malattia, non era però rientrato al lavoro pur risultando presente. Registrati anche i movimenti di una “furbetta” quotidiana del cartellino: durante le indagini ha sempre violato orario e presenze, tutti i giorni, tranne quando era in ferie.

E ancora, colleghi compiacenti che strisciavano i badge degli altri, scambi di cortesia ma anche minacce come quelle di una dirigente che, secondo la ricostruzione dei carabinieri, ha imposto a due dipendenti di alterare manualmente il software che registra le presenze. “Appare oltremodo significativo, ai fini della comprensione dell’elevata percezione d’impunità da parte degli indagati – osserva la Procura di Catania – il fatto che siano stati talvolta utilizzati anche dei minorenni per la vidimazione dei badge, commessa, addirittura, in una occasione, alla presenza di una ispettrice della polizia municipale”.

Per la Procura di Catania la circostanza “da sé assolutamente disdicevole”, ha “connotati allo stesso tempo ‘evidenti’ se contestualizzata in un gruppo di dipendenti comunali infedeli vincolati, in molti casi, da rapporti di parentela e, quindi reciprocamente animati da una eccessiva ‘comprensione’ anche di fronte a plateali violazioni di legge”. Il sindaco Ignazio Puglisi ha annunciato che il Comune si costituirà parte civile in un “eventuale processo”.

L’operaio e l’Avvocato, il ’69 torinese diventa subito caldo

Dopo cinquant’anni, domandarsi “que reste-t-il de nos amours” come fanno Ettore Boffano, Salvatore Tropea e Mauro Vallinotto, alla fine del libro Torino ’69, dedicato all’Autunno caldo, è giusto. Perché quell’evento è parte integrante della nostra storia politica e sociale.

“Un secondo biennio rosso” lo definì l’allora segretario della Fiom, Bruno Trentin, paragonabile al 1919-1920 (un altro anniversario) in cui le fabbriche italiane furono messe sottosopra e le occupazioni si contavano a migliaia.

Nel 1969 non ci fu alcuna rivoluzione, anche se dal binomio 1968-69, nacquero sogni poderosi di trasformazione sociale, che poi verranno risucchiati e strozzati dalla spirale terroristica. Boffano e Tropea accompagnano un libro che è soprattutto di immagini, le foto in bianco e nero di Vallinotto e l’impronta di chi Torino la conosce bene si appiccica addosso dopo ogni riga. “Torino, Torino, che bella città: si mangia, si beve e bene si sta!”: la filastrocca dei bambini pugliesi prima di emigrare al Nord, “era la sintesi di tutte le speranze e di tutte le contraddizioni della grande immigrazione meridionale”.

Quegli immigrati, diventati improvvisamente e con orgoglio “classe operaia”, vivevano accompagnati da una “colonna sonora fatta del rumore delle macchine, del ritmo delle operazioni, possibilmente senza distrazioni”.

Venivano così disattese le promesse e si facevano largo le premesse di rivolta, con gli echi del “maggio francese”, le lotte degli studenti di palazzo Campana, fino alla giornata caotica, inaspettata e “afosa” del 3 luglio 1969, la manifestazione, e gli scontri di corso Traiano, con gli “operai-massa” che si mettono in mostra: “Cronisti e fotografi capirono subito che non sarebbe stato come le altre volte”. Dopo, infatti, sarà l’Autunno caldo

Da Corso Traiano in poi è un fiume incontrollabile che segnerà lotte durissime nel corso degli anni 70 fino a quando la “marcia dei 40mila” nel 1980, ancora a Torino, chiude un ciclo. Il lungo Autunno caldo, nel frattempo, ha seminato un decennio di conquiste irripetibili, che il libro rievoca puntualmente: “Lo statuto dei lavoratori, il divorzio, i nidi pubblici, il divieto del licenziamento in gravidanza, l’obiezione di coscienza e il servizio civile, i consultori, la riforma penitenziaria, la legge Basaglia, il Servizio sanitario nazionale” e altro ancora. “Poi sarebbero arrivati i giorni feroci dei morti ammazzati, delle gambizzazioni e degli omicidi”. Ma questa, dicono Boffano, Tropea e Vallinotto, “è davvero un’altra storia”.

Di quella vicenda, dunque, per stare alla citazione di Trenet, “resta molto”. Una forza mai vista del movimento operaio, un “momento magico e irripetibile” della storia di Torino che, tra l’altro, nel 1975, permetterà la vittoria di Diego Novelli a Palazzo di Città. E resta un’immagine sopra tutte, a raffigurare lo scontro che si svolgeva allora, scattata il 29 ottobre al parco del Valentino. Da una parte l’Avvocato in doppiopetto scuro, la faccia padronale che lo rappresenta. Dall’altra, “seduto per terra, accanto alla spazzatura, un operaio addetto all’allestimento del Salone, che indossa una tuta blu: il “toni”, come si dice nel dialetto piemontese”. Due uomini, due destini che interpretano i simboli di un’epoca.