Pestaggi coi guanti per non lasciare segni su parti del corpo dove difficilmente non sarebbero spuntati dei lividi. “Ti ammazzerei e invece devo tutelarti”, è la frase che un detenuto si è sentito dire. O ancora: “Devi suicidarti”. A un altro, invece, avrebbero detto: “Per quello che hai fatto devi morire qua”. Nel blocco C del carcere “Lorusso e Cutugno” di Torino (le “Vallette”) alcuni agenti di polizia penitenziaria si comportavano come dei “giustizieri” verso i detenuti accusati di reati sessuali o reati ai danni di minori.
Ieri i loro colleghi del Nucleo investigativo centrale li hanno arrestati: sei agenti sono ai domiciliari con l’accusa di quattro episodi di tortura, rischiano pene tra i cinque e i dodici anni perché, “con abuso dei poteri o in violazione dei doveri” avrebbero provocato “acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale”. Quattro degli arrestati hanno dai 30 anni in giù, mentre due hanno superato i 45 anni. In totale la procura di Torino indaga su 17 poliziotti per quattordici episodi di violenze, fisiche o psicologiche, denunciati da diversi reclusi.
L’indagine è cominciata meno di un anno fa (ed è ancora in corso) dalla denuncia del garante dei detenuti della Città di Torino, Monica Gallo, a cui si era rivolto un uomo che, accusato di aver abusato della figlia, stava pagando il suo conto con la giustizia. Tra l’agosto 2018 e il novembre alcuni agenti schiaffeggiano l’uomo e lo obbligano a dire “Sono un pezzo di merda”, poi lo portano anche in una stanza e lo picchiano. Parla dei dolori con un medico rinchiuso nella cella di fronte alla sua. Quest’ultimo lo invita a parlare al garante. Pian piano molti suoi compagni di sventura conoscono quello che sta subendo e anche loro decidono di parlare. Emerge il caso di un altro detenuto vessato e poi ancora altri. Il garante denuncia tutto in Procura. Il sostituto procuratore Francesco Pelosi convoca i detenuti picchiati e i testimoni.
Emergeun quadro di violenze generalizzate e perquisizioni punitive. I maltrattamenti cominciavano appena entrati dopo aver ricevuto il kit con coperta, stoviglie, carta igienica e lenzuolo. C’è “una sorta di ‘battesimo’, una volta che il detenuto arriva in carcere, perpetrato da un gruppo di agenti”, scrive il gip Sara Perlo riassumendo il racconto di alcuni, come questo: “Subito dopo avergli messo in mano il sacco nero (col kit, ndr) hanno cominciato a colpirlo con schiaffi, pugni e calci”. Quest’ultimo, accusato di violenza sessuale sulla moglie, viene lasciato nella sua cella senza materasso, costretto a dormire sulla lastra metallica della branda, ma viene anche privato dell’ora d’aria e delle visite mediche richieste. Le dichiarazioni delle vittime sono “intrinsecamente credibili” e “nessuno ha mostrato particolare acredine ma, anzi, tutti hanno evidenziato come la maggior parte degli agenti siano corretti, professionali e anche disponibili”. Tra i sindacati prevale la cautela e il Sappe ricorda che “a Palermo alcuni detenuti sono stati condannati per calunnia per le false accuse di pestaggi subiti da alcuni agenti”. L’associazione Antigone, invece, chiede chiarezza e attacca i “cattivi maestri al potere” come Matteo Salvini che ieri, al solito, ha twittato: “Se uno sbaglia in divisa – scrive l’ex ministro – sbaglia come tutti gli altri. Però che la parola di un detenuto valga gli arresti di un poliziotto a me fa girare terribilmente le palle. Solidarietà ai sei padri di famiglia”.