“Devi morire”: la banda delle torture in carcere

Pestaggi coi guanti per non lasciare segni su parti del corpo dove difficilmente non sarebbero spuntati dei lividi. “Ti ammazzerei e invece devo tutelarti”, è la frase che un detenuto si è sentito dire. O ancora: “Devi suicidarti”. A un altro, invece, avrebbero detto: “Per quello che hai fatto devi morire qua”. Nel blocco C del carcere “Lorusso e Cutugno” di Torino (le “Vallette”) alcuni agenti di polizia penitenziaria si comportavano come dei “giustizieri” verso i detenuti accusati di reati sessuali o reati ai danni di minori.

Ieri i loro colleghi del Nucleo investigativo centrale li hanno arrestati: sei agenti sono ai domiciliari con l’accusa di quattro episodi di tortura, rischiano pene tra i cinque e i dodici anni perché, “con abuso dei poteri o in violazione dei doveri” avrebbero provocato “acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale”. Quattro degli arrestati hanno dai 30 anni in giù, mentre due hanno superato i 45 anni. In totale la procura di Torino indaga su 17 poliziotti per quattordici episodi di violenze, fisiche o psicologiche, denunciati da diversi reclusi.

L’indagine è cominciata meno di un anno fa (ed è ancora in corso) dalla denuncia del garante dei detenuti della Città di Torino, Monica Gallo, a cui si era rivolto un uomo che, accusato di aver abusato della figlia, stava pagando il suo conto con la giustizia. Tra l’agosto 2018 e il novembre alcuni agenti schiaffeggiano l’uomo e lo obbligano a dire “Sono un pezzo di merda”, poi lo portano anche in una stanza e lo picchiano. Parla dei dolori con un medico rinchiuso nella cella di fronte alla sua. Quest’ultimo lo invita a parlare al garante. Pian piano molti suoi compagni di sventura conoscono quello che sta subendo e anche loro decidono di parlare. Emerge il caso di un altro detenuto vessato e poi ancora altri. Il garante denuncia tutto in Procura. Il sostituto procuratore Francesco Pelosi convoca i detenuti picchiati e i testimoni.

Emergeun quadro di violenze generalizzate e perquisizioni punitive. I maltrattamenti cominciavano appena entrati dopo aver ricevuto il kit con coperta, stoviglie, carta igienica e lenzuolo. C’è “una sorta di ‘battesimo’, una volta che il detenuto arriva in carcere, perpetrato da un gruppo di agenti”, scrive il gip Sara Perlo riassumendo il racconto di alcuni, come questo: “Subito dopo avergli messo in mano il sacco nero (col kit, ndr) hanno cominciato a colpirlo con schiaffi, pugni e calci”. Quest’ultimo, accusato di violenza sessuale sulla moglie, viene lasciato nella sua cella senza materasso, costretto a dormire sulla lastra metallica della branda, ma viene anche privato dell’ora d’aria e delle visite mediche richieste. Le dichiarazioni delle vittime sono “intrinsecamente credibili” e “nessuno ha mostrato particolare acredine ma, anzi, tutti hanno evidenziato come la maggior parte degli agenti siano corretti, professionali e anche disponibili”. Tra i sindacati prevale la cautela e il Sappe ricorda che “a Palermo alcuni detenuti sono stati condannati per calunnia per le false accuse di pestaggi subiti da alcuni agenti”. L’associazione Antigone, invece, chiede chiarezza e attacca i “cattivi maestri al potere” come Matteo Salvini che ieri, al solito, ha twittato: “Se uno sbaglia in divisa – scrive l’ex ministro – sbaglia come tutti gli altri. Però che la parola di un detenuto valga gli arresti di un poliziotto a me fa girare terribilmente le palle. Solidarietà ai sei padri di famiglia”.

I misteri irrisolti: la famiglia di Imane contro la Procura

La famiglia non accetta di chiudere per sempre la vicenda della morte di Imane Fadil. E fa opposizione alla Procura di Milano che il 18 settembre ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta aperta dopo che la ragazza si era spenta, per motivi non chiari, il 1 marzo 2019 all’ospedale Humanitas di Rozzano. L’indagine, per omicidio, aveva ipotizzato anche un avvelenamento, ma dopo una perizia tecnica medico-legale aveva concluso che la morte fosse sopraggiunta per una malattia rara, l’aplasia midollare, di cui restano però sconosciute le cause.

Alla Procura che sostiene che non c’è stato il tempo affinché “le cure appropriate potessero funzionare”, gli avvocati della famiglia, Mirko Mazzali e Nicola Quatrano, con il loro consulente medico Michelangelo Casati, chiedono perché la diagnosi sia arrivata così tardi: una terapia immunosoppressiva, infatti, se fatta per tempo, avrebbe potuto salvare Imane, come salva l’80 per cento dei malati giovani di aplasia midollare.

La richiesta di archiviazione della Procura esclude l’avvelenamento, ma anche la “colpa medica” da parte dei sanitari che hanno avuto in cura Imane: “La morte è dovuta a cause naturali”, per un male “la cui causa non risulta in alcun modo riferibile a comportamenti dolosi o colposi altrui”, né del “personale medico e paramedico dell’Humanitas” per cure sbagliate o insufficienti. La famiglia ritiene invece che ci siano tante domande rimaste senza risposta. La morte è arrivata relativamente improvvisa e inaspettata. Alla 4 di notte del 1 marzo, l’infermiera di turno, Francesca Napoleone, è stata chiamata da Imane, che ha poi detto di sentirsi meglio. Ma dopo circa un’ora e mezzo, la stessa infermiera è tornata dalla paziente per prelievi di routine e ne ha constatato la morte. Imane era completamente girata nel letto, come se avesse avuto una crisi convulsiva, e si era morsa la lingua, con un abbondante sanguinamento. La morte improvvisa e non prevista potrebbe essere segno di scarsa diligenza e perizia da parte dei medici. La “emorragia gastroesofagea in aplasia midollare” avrebbe potuto forse essere prevista ed evitata.

Negli organi, nel sangue e nell’urina della ragazza sono state trovare tracce di piridina, una sostanza altamente tossica. I pm la spiegano come residuo di un farmaco. Ma non hanno verificato se potesse essere invece l’effetto di un farmaco degradato. I periti della Procura hanno esaminato la presenza di metalli pesanti nel corpo della ragazza: tramadolo, nichel, cromo e altri. Hanno concluso che nessuno di essi, da solo, avrebbe potuto provocare l’avvelenamento mortale. Ma non hanno valutato gli effetti della presenza contemporanea di tante sostanze anomale, comunque in quantità non proprio irrilevanti.

E che fine hanno fatto i raggi alpha e gamma trovati nei campioni di sangue e urina il 12 febbraio 2019 dal dipartimento di Fisica dell’Università di Milano? Solo molto più tardi – il 15 marzo 2019 – sono state effettuate altre rilevazioni nell’abitazione e sugli effetti personali di Imane, che hanno escluso la presenza di radioattività. I periti della Procura hanno affermato che esistono “decine di migliaia” di elementi tossici che possono portare alla morte: ma poi ne hanno esaminato solo una piccolissima parte. E non hanno neppure posto il problema di una possibile colpa professionale dei medici che hanno visitato Imane a casa sua il 24 gennaio 2019, senza ordinare il ricovero.

Per questo la famiglia chiede l’accertamento dell’effettiva presenza di piridina in uno dei farmaci somministrato a Imane; la verifica dell’ipotesi che quella sostanza sia stata rilasciata per degradazione del farmaco; la valutazione del perché tanti elementi tossici, e in dosi così elevate, fossero presenti nella ragazza; l’allargamento della ricerca ad altre possibili cause di avvelenamento, anche in centri esteri specializzati; l’accertamento se fosse prevedibile ed evitabile l’emorragia che ha determinato la morte. E domanda: perché la diagnosi non è arrivata prima, quando le cure avrebbero potuto salvare Imane?

Csm, slitta voto sulla Dna dopo proposta Ardita e Di Matteo

Lo scandalo nomine sembra non aver insegnato granché al Csm: mercoledì c’è stato un plenum con tanto di rinvio della nomina di tre pm della Dna al 6 novembre. Sono stati i consiglieri Ardita e Di Matteo a mettersi di traverso e a far saltare il voto. Hanno aggiunto una loro proposta rispetto a quella votata a fine luglio dalla maggioranza della Terza commissione. Cinque consiglieri su 6 (Ciambellini, Zaccaro, Pepe, Benedetti e Cerabona) avevano indicato Catello Maresca, il pm napoletano per cui faceva il tifo Cesare Sirignano, pm della Dna che parlava, senza alcun titolo, di varie nomine con Luca Palamara, intercettato. Unanimità per Roberto Sparagna, pm di Torino e Giuseppe Gatti, pm barese. La consigliera Braggion, di MI, invece di Maresca aveva, però, votato per Roberto Piscitello, pm di Palermo e fino a tre mesi fa, per 8 anni, direttore dell’ufficio detenuti del Dap. Cioè un esperto di ordinamento penitenziario e 41 bis, come chiesto dal bando e come richiesto pure dal procuratore Cafiero de Raho, ascoltato dal Csm sui profili di cui avrebbe bisogno la Dna.

Ma già l’estate scorsa fu evidente l’esclusione più clamorosa che ora ha fatto riaprire la partita: quella dell’attuale sostituto pg di Palermo Nico Gozzo, ex aggiunto a Caltanissetta. Sembra proprio che siano state ignorate dalla Commissione, che lo ha piazzato quarto, elementi fondamentali, che si leggono nella proposta di Ardita-Di Matteo: “Valenza eccezionale assume nella funzione di coordinamento della Dda nissena il contributo del dott. Gozzo all’approfondimento investigativo delle stragi del ’92 con importanti acquisizioni probatorie che hanno portato al completamento del percorso di verità sulle stragi e a una parziale rivisitazione di alcune precedenti pronunce giudiziarie (depistaggio Scarantino, ndr)”. Se passerà questa proposta sarebbe fuori dai giochi Maresca, più giovane di Sparagna e Gatti.

Russiagate, la strana guerra di Trump ai nostri Servizi

Tra due settimane sapremo se i dati contenuti nei cellulari del professor Joseph Mifsud, compresi eventuali contatti con i servizi segreti italiani, saranno divulgati o no.

Per ora sappiamo solo che gli apparecchi del personaggio chiave del caso Russia-Gate sono nelle mani del Dipartimento di Giustizia americano. Sappiamo anche che sono due Blackberry (un vecchio Bold 9900 e un più recente SQC 100-1) attivati con schede sim inglesi Vodafone. Il 7 novembre la District Court di Washington D.C. potrebbe consegnare i dati e i metadati (tabulati, messaggi whatsapp, signal, mail, registrazioni, video ecc..) ai legali del generale Michael T. Flynn che ne hanno fatto richiesta. Notizia non indifferente per il Governo e le nostre Agenzie se si considera che:

1) Flynn ha interesse a dimostrare la teoria del complotto dei servizi occidentali, anche italiani, contro Trump nel 2016;

2) il ministro della giustizia William Barr sta cercando di dimostrare quel complotto e ha già acquisito i dati dei due cellulari;

3) il professor Mifsud gravitava in un ambiente in cui personaggi legati o inseriti nelle agenzie di sicurezza italiane non mancano;

4) Mifsud ha dichiarato agli autori di un libro (The faking of Russia-Gate, scritto dal suo legale tedesco, Stephan Roh e dal consulente francese Thierry Pastor) che: nell’ottobre 2017 “Il capo dei servizi segreti italiani ha contattato il presidente della Link Campus University, Vincenzo Scotti (ex ministro dell’Interno), e ha raccomandato che il Professore dovesse sparire e stare in qualche località sicura”. Scotti nega. I servizi italiani (ufficiosamente) anche;

5) Barr presto depositerà il suo rapporto e Giuseppe Conte sarà audito la prossima settimana dal Copasir.

Ci sono tutti gli ingredienti per creare attesa sui dati dei cellulari del misterioso professore maltese sparito dalla circolazione da un anno e mezzo.

Joseph Mifsud, 59 anni, in ottimi rapporti con il presidente della Link Campus University di Roma, Vincenzo Scotti, è diventato famoso perché – secondo la testimonianza dell’ex collaboratore della campagna elettorale di Donald Trump, George Papadopoulos – avrebbe svelato nel 2016 allo stesso Papadopoulos l’esistenza di mail imbarazzanti per Hillary Clinton in possesso dei russi.

Mifsud ha sempre negato e ora è diventato popolare dalle parti di Trump. Soprattutto dopo che il suo avvocato ha spedito al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti una registrazione nella quale il professore rivelerebbe la vera storia dei suoi rapporti con soggetti occidentali legati ai servizi segreti.

Ecco perché Mifsud è e sarà sempre più il fulcro del ‘Russia-Gate 2 la vendetta’. Trump e i media a lui vicini contrabbandano l’attività di inchiesta condotta dal team guidato dall’attorney General William Barr su Mifsud come un’operazione verità, il disvelamento di un’operazione di ‘corruzione’ della precedente campagna elettorale come ha scandito davanti a un attonito Sergio Mattarella a Washington, lo stesso Trump tirando in ballo pure Barack Obama.

Ogni giorno su siti, quotidiani e tv americani circolano nuovi colpi di scena veicolati sempre con uno spin, cioé una ‘stortura a effetto’, in danno dei nostri servizi segreti.

La registrazione di Mifsud? Era stata consegnata ai segugi guidati da Barr durante l’incontro con il ministro americano e il procuratore Duhram, dai nostri 007. Bullshit, come dicono a Washington. La registrazione è stata spedita dall’avvocato Roh.

Stesso schema per i telefonini. Consegnati – scrivevano ieri anche in Italia – dagli investigatori italiani alla delegazione di Barr. Doppia bullshit che ha costretti i nostri servizi a fare una smentita ufficiosa all’Adn Kronos. I telefonini non vengono stavolta dall’avvocato Roh ma probabilmente da persone vicine a Mifsud.

Come stanno i fatti? Il 15 ottobre scorso il collegio difensivo del generale Flynn ha presentato la mozione alla Corte per vedere i dati dei due telefonini, svelando che esistono e che sarebbero in possesso del Department of Justice. Flynn vuole usarli per dimostrare che un complotto lo ha costretto alle dimissioni. Flynn è a processo non tanto per il suo colloquio con l’ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, il 29 dicembre 2015, ma perché l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump (come Papadopoulos per la questione Mifsud) avrebbe mentito all’FBI.

Il Fatto ha contattato nel suo ufficio in Florida uno dei tre legali di Flynn, l’avvocato William Hodes per chiedergli chi avesse consegnato i telefoni di Mifsud al Dipartimento di Giustizia e come facessero i legali a sapere dell’esistenza dei Blackberry. “Non abbiamo inserito nel ricorso questi dati e non possiamo rivelarli. Noi crediamo che il Governo – spiega Hodes – abbia questi due apparecchi e l’avvocatessa texana Sidney Powell che guida il collegio di difesa ha deciso di fare ricorso perché siamo interessati alle informazioni contenute in questi apparecchi”. Nel ricorso i legali scrivono “è materiale a discarico attinente alla difesa di Mr. Flynn”. I legali vogliono svelare “gli agenti dell’intelligence occidentale” che avrebbero “probabilmente già dal 2014 organizzato- a insaputa sua – ‘connessioni’ con alcuni russi che avrebbero poi usato contro Flynn”. Come finirà? “Il 7 novembre – spiega Hodes – nella pubblica udienza davanti alla District Court di Washington D.C spiegheremo le nostre ragioni e il giudice Emmet Sullivan dovrebbe decidere il giorno stesso”.

Per blindare Bonaccini, il Pd offre la Campania

Il Pd emiliano sta lavorando per mettere il nome di Stefano Bonaccini nel simbolo del Pd per le prossime Regionali. Una scelta più eloquente di tante dichiarazioni per capire quanto è forte la blindatura del governatore uscente. Il quale, nel frattempo, sta costruendo anche una sua lista.

Al Nazareno rimandano ufficialmente ogni valutazione a dopo le elezioni in Umbria, il 27 ottobre, quando si sperimenterà l’alleanza tra Pd e M5S sul nome di Vincenzo Bianconi.

L’idea resta quella di provare a replicare lo schema della scelta di un candidato civico in tutte le regioni, ma il governatore uscente dell’Emilia-Romagna non appare in discussione. “Bonaccini ha governato molto bene, non vedo ragioni per cambiare candidato. Ma sono per fare un passo alla volta”, ha detto Dario Franceschini. Non solo. Duecentosei sindaci della Regione (quindi 2 su 3) hanno firmato un appello per sostenere la candidatura di Bonaccini.

Il documento è stato siglato, tra gli altri, dai primi cittadini dei capoluoghi governati dal centrosinistra (Bologna, Modena, Reggio Emilia, Ravenna, Rimini, Cesena) e dal sindaco di Parma, Federico Pizzarotti. Nell’elenco compaiono anche 24 primi cittadini civici. Un segnale che lo stesso Bonaccini ha evidenziato come particolarmente significativo.

Il punto è: qual è la contropartita che verrà data ai Cinque Stelle, che a livello nazionale si dicono ancora contrari per provare a convincerli ad appoggiare il presidente?

Bonaccini di suo sta cercando di costruire un dialogo con il M5S a livello nazionale. E a livello locale, il veto è meno netto di quello che dovrebbe sembrare. Appena un paio di giorni fa, Maria Edera Spadoni, vicepresidente della Camera, in un’intervista al Corriere di Bologna ribadiva il no al governatore. Subito smentita da Andrea Bertani, capogruppo dei pentastellati in Emilia Romagna, che parlava di un accordo “complicato” (quindi non impossibile) e, affidandolo alla “discontinuità” sui temi, indicava un possibile percorso.

La trattativa non è ancora entrata nel vivo, ma il Pd potrebbe cedere non solo sulla Calabria, ma anche sulla Campania, le due Regioni alle quali Di Maio tiene di più. In Calabria, il Pd è già pronto ad accettare il civico indicato dal Movimento, che sarà con ogni probabilità Pippo Callipo. Un modo anche per evitare un bis di Mario Oliverio.

In Campania, togliere dal tavolo Vincenzo De Luca è un po’ più difficile. Il governatore uscente sta cercando di convincere il Movimento a sostenerlo. Per ora non c’è riuscito. E potrebbe valere per lui lo stesso ragionamento fatto per Oliverio.

Ma comunque il Pd è pronto a rendere contendibili pure le candidature alle altre Regioni, a partire dalla Toscana. Un modo per arginare il peso di Matteo Renzi?

Quello che per ora al Nazareno ci tengono a chiarire è che mai e poi mai il Pd appoggerà un’eventuale ricandidatura di Virginia Raggi e Chiara Appendino, rispettivamente a Roma e a Torino, nel 2021. In mezzo, ci stanno ben 8 Regioni su cui discutere.

Per la Leopolda lo stesso software di Donald Trump

In casa Renzi c’è sempre uno sguardo rivolto verso gli States. E dopo l’esperienza con il consulente politico statunitense Jim Messina – che nel 2012 è stato capo della campagna elettorale di Barack Obama per poi essere assoldato dall’ex premier per la sfida (persa) del referendum 2016 – anche Italia Viva si rivolge a un’azienda americana. In particolare, per creare il sito della Leopolda – la kermesse renziana al via da oggi – il neo partito si è affidato alla Nation Builder, società che ha sviluppato software di raccolta dati per le principali campagne elettorali del mondo. Compresa quella di Donald Trump nel 2016.

Lavoro che ha costretto l’azienda a sottolineare la propria natura apolitica: “La nostra missione – è scritto sul sito – è servire chiunque, comprese campagne in competizione tra loro”. Ed è vero che negli Usa hanno lavorato con più parti politiche, gestendo le campagne di altri tre candidati alle presidenziali (oltre Trump). Periodo fruttuoso, tanto che – stando ai dati riportati da un sito americano – l’azienda avrebbe ricevuto oltre un milione di dollari nel 2018 da forze politiche, The Donald compreso. Non solo: la Nation Builder ha seguito nel 2017 anche sette candidati in Francia e hanno usufruito del software pure entrambi gli schieramenti del referendum sulla Brexit.

In Italia la Nation Builder è stata scelta per creare il sito della Leopolda alla sua decima elezione. “È una società leader al mondo dei software di mobilitazione politica con centinaia di clienti sparsi nel mondo – spiega Ettore Rosato, vicepresidente della Camera e coordinatore nazionale di Italia Viva – Ci serviamo dei loro servizi”.

Come descritto in un articolo di Forbes, la Nation Builder è un fornitore di software che rende i dati degli elettori facilmente accessibili alle numerose campagne. “Le basi – è spiegato nell’articolo – come i nomi degli elettori registrati, indirizzi e documenti su chi ha votato e in quali elezioni, sono informazioni pubbliche. Ma il processo per trovare la fonte giusta, richiedere dati, organizzarli e usarli, non è semplice”.

La società Usa comincia a prendere forma nel 2009 quando Jim Gilliam ne scrive le prime linee guida. Nel 2010 ne diventa Ceo, autofinanziandosi con 250 mila dollari. Due anni dopo, nel marzo del 2012 si unisce come cofondatore e presidente Joe Green, che lascerà questo ruolo dopo undici mesi. Green non è un nome qualsiasi: compagno di stanza ad Harvard di Mark Zuckerberg, insieme ideano il sito Facemash, precursore di Facebook.

Il 19 settembre scorso, poi della Nation Builder si è occupato anche il Telegraph. Secondo un articolo pubblicato sul sito, la start up avrebbe “acquistato dati sugli elettori britannici da una società” a sua volta “accusata da Facebook di violare la privacy dei suoi utenti”. Non si conoscono i risvolti della vicenda, se quindi queste accuse – non dirette alla Nation ma a una società che con lei avrebbe lavorato – siano fondate o meno.

Gli americani comunque devono continuare a piacere particolarmente a Matteo Renzi, più volte in trasferta negli States sia per appuntamenti istituzionali sia poi per conferenze. Ora si “ricomincia” con Nation Builder. Lo “spettro” di Jim Messina e della sconfitta del 4 dicembre 2016 evidentemente non pesano più. Da allora tante cose sono cambiate. Le passioni a stelle e strisce sembrano restare.

Il “gancio” per alzare le pene. Prove di accordo in maggioranza

Una riunione a Palazzo Chigi sul carcere agli evasori. L’ha convocata ieri il premier Giuseppe Conte, riunendo il ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede, assieme a Michele Bordo per il Pd, Giuseppe Cucca per Italia Viva, la sottosegretaria al Mef Cecilia Guerra e Pietro Grasso di Leu. Spetta a Bonafede, “padre” delle norme, spiegarle. Grasso insiste sull’importanza di “recuperare le risorse”. Mentre tutti i partiti chiedono che le norme con cui si inaspriscono le pene per gli evasori e si abbassano le soglie per la punibilità siano inserite in un emendamento al decreto Fiscale e non nel testo. Bonafede però vuole garanzie tecniche e politiche. Teme che l’emendamento possa incontrare problemi in sede di conversione. Il punto di caduta potrebbe essere un “gancio” normativo, ossia inserire nel testo un riferimento alle norme (o a parte di esse). Nei prossimi due giorni i partiti manderanno le loro proposte a Bonafede.

Che ipocrisia sui reati fiscali

L’icastica apposizione delle manette in prima pagina su questo quotidiano a illustrazione di un articolo riguardo alle pene da comminare a evasori, elusori e frodatori fiscali, ha scatenato un prevedibile putiferio. Anche il celebre giornalista e conduttore televisivo Gad Lerner, mio grande amico, ha stigmatizzato la scelta del direttore come infausta e deprecabile.

Ora, non è mia intenzione perorare una difesa d’ufficio di Marco Travaglio, che è il giornalista che meno ne avrebbe bisogno in questo disastrato Paese. Vorrei solo invitare i suoi critici a ponderare le serie, meditate e fondate ragioni che ne hanno motivato la scelta.

Da decenni evasori, elusori e frodatori, esclusi beninteso coloro che lo fanno per provata necessità, sottraggono soldi al fisco, rendendo notevolmente più gravose le tasse dei cittadini leali alla Costituzione che pagano onestamente le imposte. Costoro non pagano ciò che devono, bensì versano sistematicamente più danaro di quello che dovrebbero a causa dei cittadini infedeli che non sono solo evasori, ma anche ladri in quanto derubano le persone perbene, millantando di opporsi allo Stato vorace.

Il furto, fino a prova contraria, è passibile di arresto e di pena detentiva e il furto fiscale dovrebbe rientrare nella fattispecie, con l’aggravante perché mostra la viltà di chi ruba impunemente, protetto dalla lobby degli evasori che, alla luce dell’evidenza, deve aver goduto di grande influenza nei governi.

C’è di più: evasione, elusione e frode, in sinergia con la corruzione, lo spreco e la peste della malavita organizzata nelle sue varie forme, sottraggono all’economia del Paese immense risorse che potrebbero fare dell’Italia un paese straordinariamente prospero e giusto. L’Italia gode di una grande ricchezza fatta del risparmio privato e di quella ancor più opulenta del patrimonio immobiliare. Se tutto ciò è vero, come è vero, Marco Travaglio ha avuto pieno titolo a licenziare la prima pagina “incriminata”.

In base a queste riflessioni, mi permetto di avanzare una proposta: che i cittadini onesti si autoriducano di concerto le proprie tasse, dichiarando che sono felici di pagare quelle che spettano loro, ma rifiutando di pagare per quelle altrui. Gli uomini del governo e delle istituzioni responsabili le scovino e le esigano e, qualora siano incapaci di farlo, lo riconoscano e si dimettano.

“Il lavoro è la mazzetta”: un corrotto a settimana

Rispetto al passato la corruzione è diventata pervasiva, “pulviscolare” e i pubblici ufficiali si vendono per una manciata di soldi. Negli ultimi tre anni c’è stato, di media, un arresto ogni settimana per corruzione. È il quadro che emerge dalla relazione dell’Anac, l’Autorità anticorruzione, che vede per l’ultima volta la firma del presidente Raffaele Cantone, dalla settimana prossima di nuovo con la toga addosso, al Massimario della Cassazione.

Gli appalti pubblici continuano a essere quelli in cui si riscontrano di più casi di corruzione, ma i tempi cambiano e pure il tipo di tangente che adesso in diversi casi è “smaterializzata”. È diventata un posto di lavoro a parenti o consulenze “clientelari”, specie tra agosto 2016-agosto 2019, il triennio analizzato. Sindaci e amministratori locali in genere i più corrotti fra i politici. E Cantone ribadisce: “Sono preoccupato dell’abbassamento di una serie di regole di cautela nel sistema appalti. Il tema della corruzione sembra scomparso dai riflettori”. Il presidente uscente si è pure tolto un pugno di sassolini dalle scarpe, rispetto all’ex governo giallo-verde. Riferendosi alla Spazzacorrotti, ha detto: “Certamente in un dato momento si è spostata l’attenzione sulla corruzione ritenendo si potesse risolvere tutto con le manette” e quando l’Anac ha denunciato l’abbassamento delle “logiche per i controlli sugli appalti, ci è stato detto: ‘Sì, ma ci sono gli agenti infiltrati, come se gli agenti infiltrati andassero a tutti gli appalti…”. Quanto all’ipotesi attuale delle manette per gli evasori, invece, è possibilista: “Credo sia giusto un inasprimento di sanzioni, con riferimento ai fatti più gravi di evasione. Con le manette non si risolvono i problemi ma l’evasione è un reato grave ed è giusto che sia punito”.

Venendo al merito del rapporto Anac, ci sono state 117 arresti per corruzione “correlati al settore degli appalti: sono stati eseguiti arresti ogni 10 giorni circa”. Ma il dato peggiora se ci si riferisce a tutti i provvedimenti della magistratura contro la corruzione: “152, uno a settimana, solo a considerare quelli scoperti”.

La corruzione “pulviscolare” di oggi, precisa l’Anac, non significa che “non sia pericolosa: spesso la funzione è svenduta per poche centinaia di euro e ciò, unitamente alla facilità con cui ci si mette a disposizione, consente una forte capacità di penetrazione al malaffare”. Sono oltre 40 i politici arrestati, ma il grosso dei provvedimenti riguarda i burocrati: “Sono stati 207 i pubblici ufficiali/incaricati di pubblico servizio indagati per corruzione”. Rispetto alla Prima Repubblica “ancillare risulta il ruolo dell’organo politico. I numeri appaiono comunque tutt’altro che trascurabili, dato che sono stati 47 i politici indagati (23% del totale). Di questi, 43 sono stati arrestati: 20 sindaci, 6 vice-sindaci, 10 assessori e 7 consiglieri ( più altri 4 indagati a piede libero)”. La mazzetta continua “a rappresentare il principale strumento dell’accordo illecito, tanto da ricorrere nel 48% delle vicende esaminate, sovente per importi esigui (2.000-3.000 euro ma in alcuni casi anche 50-100 euro appena) e talvolta quale percentuale fissa sul valore degli appalti”. Ma a fronte di questa “ritirata del contante si manifestano nuove e più pragmatiche forme di corruzione. In particolare, il posto di lavoro si configura come la nuova frontiera del pactum sceleris: soprattutto al Sud l’assunzione di coniugi, congiunti o soggetti comunque legati al corrotto è stata riscontrata nel 13% dei casi. A seguire, l’assegnazione di prestazioni professionali (11%). Le regalie sono presenti invece nel 7% degli episodi.

Nessun equivoco, le sosteniamo

Signor Presidente, onorevoli colleghi, quel che è accaduto stamattina in quest’aula ha confermato quanto siano dure a morire le resistenze politiche a ogni misura di lotta contro l’evasione fiscale. Non è una novità: queste resistenze si sono opposte per mesi e per anni al superamento della pregiudiziale tributaria e alle nuove previsioni penali, alle cosiddette “manette per gli evasori”, così come all’introduzione dei registratori di cassa, alla riforma del contenzioso, a una seria e profonda riorganizzazione e riforma dell’amministrazione finanziaria.

Queste resistenze sono venute soprattutto da precisi settori della Democrazia cristiana. Ricostruiremo, onorevoli colleghi, e renderemo pubblica la storia di queste vicende; presenteremo un “libro bianco” sull’interminabile iter di questi provvedimenti di lotta contro l’evasione; documenteremo come si sia voluto con tutti i mezzi – il rinvio, l’insabbiamento, la continua revisione dei progetti da un ministro delle Finanze all’altro – difendere uno degli elementi peggiori di arretratezza e di iniquità del sistema economico, sociale e politico italiano.

Ebbene, oggi registriamo un risultato parziale, ma significativo: stanno per passare misure per la persecuzione penale dell’evasione; e a questo risultato si giunge grazie alla tenacia del nostro impegno e della nostra battaglia di tutti questi anni.

Noi avremmo, signor ministro, motivi politici generali e motivi specifici, relativi a una parte di questo provvedimento, per esprimere voto contrario, ma vogliamo che non ci siano equivoci sulla nostra volontà di far finalmente passare il provvedimento sulle “manette agli evasori”, vogliamo che i nostri voti non si possano confondere nel segreto dell’urna con quelli degli avversari di queste norme, con quelli dei “franchi tiratori” democristiani e con quelli dell’estrema destra: perciò ci asterremo dal voto.

(…) E, per andare avanti su questa via, essenziale si dimostra, ogni volta, lo stimolo, la lotta, il contributo dei comunisti; è un’intesa tra le forze di sinistra, quale in questa occasione si è spesso realizzata; è essenziale una convergenza fra le forze responsabili, sensibili a esigenze generali di moralità e di progresso, che sono presenti in tutti i partiti democratici. (…).

La nostra astensione dal voto è dunque legata anche alle modifiche che, attraverso un aspro scontro politico, si è riusciti a introdurre nel testo del governo e della Commissione. Nutriamo riserve serie, che non abbiamo mancato di esprimere, per quanto riguarda la seconda parte di questo provvedimento, per quanto riguarda, cioè, gli articoli relativi al condono e all’amnistia.

*Intervento alla Camera dei deputati del 30 luglio 1982