Quando Napolitano disse sì alle manette agli evasori

“Vogliamo che non ci siano equivoci sulla nostra volontà di far finalmente passare il provvedimento sulle ‘manette agli evasori’, vogliamo che i nostri voti non si possano confondere nel segreto dell’urna con quelli degli avversari di queste norme, con quelli dei ‘franchi tiratori’ democristiani e con quelli dell’estrema destra: perciò ci asterremo dal voto”.

Le parole con cui Giorgio Napolitano, allora presidente del gruppo Pci alla Camera, presenta il 30 luglio 1982 l’appoggio al provvedimento del governo Spadolini, voluto dal ministro socialista delle Finanze, Rino Formica, non lascia spazio a dubbi.

Ancora più chiare, se possibile, sono le parole con cui l’Unità, organo del partito e in quel periodo diretta da Emanuele Macaluso, di Napolitano grande amico, dà notizia dell’approvazione della legge: “Dopo anni di battaglie del Pci e del movimento democratico, si apre finalmente la possibilità concreta di mettere le manette agli evasori e cioè di colpire davvero sul piano penale (anche, appunto, con l’arresto fino a cinque anni) i responsabili di frode al fisco”.

Solo i progressisti dalla memoria corta del nostro tempo possono dimenticare, o far finta di dimenticare, che quella richiesta costituisse una bandiera del Pci, agitata istintivamente da lavoratori e pensionati che mai avrebbero potuto, così come non possono oggi, evadere un centesimo.

Si collocava, del resto, nel solco della centralità della “questione morale” indicata da Enrico Berlinguer nell’intervista del 1981 a Eugenio Scalfari – “La questione morale è il centro del problema italiano” – dopo lo scandalo della P2 da cui nasce il primo esecutivo diretto dall’esponente di un partito che non solo non era il primo della coalizione, ma che rappresentava meno del 3%.

Quella decisione, nel dibattito alla Camera che l’accompagna, si fa piena di rimandi a un’intesa sempre più forte “tra le sinistre”, immaginando possibili rapporti tra il Pci e il Psi che, invece, non ci saranno mai. Si aprivano fessure nel grigiore democristiano degli anni 70 e sembrava si potesse intraprendere una strada nuova. Basta leggere il dibattito tra lo stesso Napolitano e Scalfari sulla politica economica del governo con il direttore di Repubblica che rimprovera al Pci un’eccessiva distanza.

È in nome dell’anima progressista del Paese che quella misura viene approvata. “Questo delle manette agli evasori è l’elemento caratterizzante e profondamente innovativo del provvedimento”, scrive Giorgio Frasca Polara sull’Unità, “tant’è che, proprio su di esso, Dc e pentapartito (la formula di governo che comprendeva Dc, Psi, Pri, Pli, Psdi, ndr) si sono ripetutamente e anche clamorosamente spaccati”. Nel voto finale avvenuto a scrutinio segreto (prima della riforma dei regolamenti della Camera che lo ha di fatto abolito) i favorevoli sono 195, i contrari 33 e gli astenuti 154: gli ultimi due sommati avrebbero fatto 187 voti con molte possibilità di affossare il provvedimento.

Anche nel suo intervento in aula, Rino Formica sottolineava che “da tutte le parti politiche, ma anche da quelle sociali, dal mondo del lavoro e della produzione, danneggiata dai comportamenti fiscali disonesti, si richiedeva da tempo una nuova ed efficace struttura di sanzioni penali per gli evasori. Il momento atteso – come si dice – è giunto”.

Quel provvedimento prevedeva pene dai 6 mesi ai 5 anni di arresto e reclusione, per redditi non dichiarati sopra i 25 milioni di lire. Per la Dc di allora, che sull’evasione fiscale ha costruito un “patto sociale” implicito con larghi settori del Paese, si trattava di una misura difficile da digerire, tanto che la legge conteneva anche un discusso “condono”.

Quanto al condono, definito da molti come “una resa nei confronti dell’evasione”, Formica invitava a considerare come integrate e collegate le “norme del condono fiscale e quelle delle “manette agli evasori. Ma invitando a uno spirito pragmatico, chiedeva ai deputati che ascoltavano la sua replica da ministro se quella non fosse l’occasione “certo per un colpo di spugna, ma che sia almeno efficace e utile per lo Stato”.

Alitalia, proroga e altri 350 milioni

Il salvataggio di Alitalia, se ci si passa il gioco di parole, non decolla ancora. E così arriva un nuovo slittamento dei tempi e un nuovo prestito statale “ponte”. Nella bozza del decreto Fiscale, il governo concede alla compagnia – da due anni in amministrazione straordinaria – altri 350 milioni per sei mesi per “indilazionabili esigenze gestionali”.

Solo pochi giorni fa il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli (M5S), aveva escluso entrambe le ipotesi, ma si è dovuto rimangiare la promessa visto che le Ferrovie dello Stato e Atlantia hanno chiesto altre “otto settimane” per definire l’offerta finale. Il primo guaio riguarda la tenuta finanziaria di Alitalia, le perdite viaggiano intorno ai 750 mila euro al giorno e in cassa sono rimasti 310 milioni dei 900 di prestito concesso ad aprile 2017, peraltro oggetto di un’indagine Ue per aiuti di Stato. Con l’inizio della bassa stagione, che significa meno biglietti venduti, la liquidità è destinata a prosciugarsi. Ecco spiegato il perché dei nuovi 350 milioni, che difficilmente verranno restituiti, anche perché il governo gialloverde ad aprile scorso ha eliminato la scadenza per rimborsare le cifre. Con questa ultima iniezione di capitale, l’apporto pubblico ad Alitalia negli ultimi decenni è salito a oltre nove miliardi di euro.

Le nuove risorse permetteranno di guadagnare altro tempo. Non però le 8 settimane richieste da Fs e Delta. Oggi – risulta al Fatto – i commissari Enrico Laghi, Stefano Paleari e Daniele Discepolo invieranno al ministero dei Trasporti la lettera per chiedere più tempo. Sarebbe la settima proroga e ormai la vicenda sta diventando ridicola. Per questo la lettera non fissa una nuova scadenza ma chiede al ministro di poter verificare la reale e concreta intenzione della cordata, anche convocando le diverse parti. Se non verrà formalizzata l’offerta, procederanno a mettere la società in liquidazione. Questa verifica potrebbe richiedere un mese o anche meno. In caso di esito positivo, va detto, serviranno almeno altri 4-5 mesi per chiudere l’intera partita.

Al momento le trattative sono bloccate. Altantia finora ha cercato di prendere tempo per mettere pressione al governo che deve decidere sulla revoca della concessione alla contrallata Autostrade dopo il disastro del ponte Morandi di Genova. Sia la società dei Benetton che le Fs vuole esse azionista di minoranza della newco e chiede un partner industriale con una quota significativa. Delta – chiede Atlantia – dovrebbe aumentare la quota dal 10 al 15%, permettendo ad Alitalia un ruolo in prima fila nello Sky Team e un’implementazione delle rotte in Nord America. Il piano industriale è ancora da chiudere e conta già 2mila esuberi. Nelle ultime settimana si è riaffacciata Lufthansa, che però non vuole mettere soldi, ma propone solo una partnership industriale.

Dai grandi ai (tanti) piccoli: la mappa dell’evasione fiscale

Chi sono e quanti sono gli evasori grandi e piccoli in Italia? Mentre si discute ancora se aggirare il fisco sia un peccato veniale o un reato da punire, perlomeno come un furto con destrezza qualsiasi, le statistiche ufficiali ci forniscono una fotografia abbastanza nitida di un fenomeno di massa che interroga la cultura giuridica del Paese. Come certifica l’annuale rapporto allegato alla Nota di aggiustamento del documento di economia e finanza sui risultati conseguiti dallo Stato in materia di misure di contrasto all’evasione fiscale e contributiva, in media la stima dell’evasione tributaria per il triennio 2014-2016 – calcolata come il divario tra gettito teorico e gettito effettivo – è pari a circa 109,7 miliardi di euro, di cui 98,3 miliardi di mancate entrate tributarie e 11,4 miliardi di non-entrate contributive. Il tax gap dell’Irpef da lavoro autonomo e da impresa, Ires, Iva e Irap ammonta a 84 miliardi di euro. A questa stima occorre aggiungere circa 6,1 miliardi di euro dell’Irpef per il lavoro dipendente irregolare, comprese le addizionali regionali e comunali, circa 5,1 miliardi di euro dell’Imu per gli immobili diversi dall’abitazione principale, circa 944 milioni di euro per la cedolare secca e 741 milioni per il canone Rai.

Si osserva, in particolare, una propensione media al gap Irpef per i lavoratori autonomi e le imprese pari al 68,3% che sottrae in media all’erario 33,3 miliardi l’anno, contro il 3,7% del lavoro dipendente (5,3 miliardi). Lo scarto tra gettito realizzato e atteso si attesta al 27,1% per l’Iva (35,8 miliardi), al 23,6% per l’Ires (8,2 miliardi) e al 21,5% per l’Irap (6,5 miliardi). L’Imu sconta un coefficiente di inattendibilità del 26,6%. L’11,2% delle locazioni sfugge alla tassazione (944 milioni), come il 27,4% del canone Rai, nonostante il prelievo forzoso sulle bollette elettriche. Da sottolineare che la quota di imposte per le quali è stato stimato il tax gap si ferma all’87,5%.

Secondo l’ultimo Rapporto Istat pubblicato due giorni fa l’economia “non osservata”, che sfugge cioè alla contabilità nazionale e quindi anche ai pochi controlli dell’Agenzia delle Entrate ammonta a 211 miliardi di euro nel solo 2017: il 12,1% del Pil. Al sommerso economico (valore aggiunto occultato), che vale poco meno di 192 miliardi di euro, si sommano le attività illegali pari a circa 19 miliardi. Il 41,7% del sommerso si concentra nel settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti e magazzinaggio, attività di alloggio e ristorazione, dove si genera il 21,4% del valore aggiunto totale. I lavoratori irregolari nel 2017 erano 3 milioni 700 mila, in crescita di 25 mila unità rispetto al 2016. Nella media del triennio 2014-2016 risultano mancate entrate contributive pari a circa 11,4 miliardi di euro l’anno, di cui 8,6 miliardi circa a carico dei datori di lavoro e 2,7 miliardi a carico dei lavoratori dipendenti. Dalla rilevazione annuale dei risultati dell’azione ispettiva svolta dall’Ispettorato del lavoro emerge una positività dei controlli effettuati in rapporto al numero di aziende elevatissima. Nel 2016 a fronte di 144.163 ispezioni e 166.280 verifiche ispettive sono stati accertati 162.932 lavoratori irregolari, di cui 42.306 completamente in nero.

Dall’Europa arriva un dato eclatante sulla prima industria italiana: la fuga di capitali in nero. L’ultimo rapporto del Dipartimento per la fiscalità generale e l’unione doganale della Commissione europea, diffuso venerdì scorso, mostra che l’Italia è al quarto posto nell’Unione per la quantità di patrimoni esportati nei paradisi fiscali. Nel 2016 sono stati 142 miliardi di euro, pari all’8,1% del Pil. La tendenza a omettere redditi e tesoretti vari nella dichiarazione all’Agenzia delle Entrate si è ridotta negli anni. Nel 2001 erano stati portati fuori dai confini 216, 9 miliardi di dollari, nel 2015 “solo” 163,4. Per di più avvertono alla Commissione europea, questi calcoli della ricchezza offshore comprendono solo i depositi bancari (25%) e le attività di portafoglio (75%). Sfuggono dalle maglie della statistica assicurazioni sulla vita, contanti, criptovalute, gioielli, metalli preziosi e opere d’arte. Chi ha la possibilità di aprire una residenza in un Paese offshore non è un mancato contribuente qualsiasi. La ricchezza detenuta indirettamente da cittadini europei nei paradisi fiscali tramite soprattutto società di comodo ammontava a circa il 44% del totale di questo immenso tesoro, sperduto tra isolette tropicali e forzieri olandesi e lussemburghesi veri o virtuali.

Crollo degli ascolti a Raiuno: il cda discute del flop dell’intervista al premier

Il calo di ascolti della Rai è stato oggetto, ieri, di un cda straordinario convocato ad hoc. Qualche numero: nel mese di settembre (rispetto allo stesso mese 2018) sull’intera giornata la tv pubblica ha perso il 2,3% di share (-1,4 Raiuno, -1,2 Raidue, -0,1 Raitre). Peggio va la prima serata, dove il totale perso è del 3,9% (-2,4 Raiuno, -1,5 Raidue, -0,3 Raitre). Meglio il day time, dove da gennaio a maggio mamma Rai tiene. Raiuno e Raidue, dunque, sono i malati della tv pubblica, con i rispettivi Tg: da inizio settembre a metà ottobre il Tg1 delle ore 20 ha registrato un -2%, il Tg2 delle 13 un -1,7%, stabile invece il Tg3 delle 19. Il cda ha chiesto all’ad Fabrizio Salini di intervenire prima che la situazione precipiti. “La leadership Rai si sta velocemente erodendo, va migliorata la qualità del prodotto”, dice Borioni. Nel frattempo è scoppiato il caso Conte. L’intervista di mercoledì sera del premier (sollecitata da Palazzo Chigi) in prima serata su Raiuno ha fatto solo il 7%, un notevole flop soprattutto se paragonato al 25% realizzato la sera prima dal duello Renzi-Salvini da Bruno Vespa.

L’assalto della lobby dei commercialisti

In principio fu Giulio Tremonti, ora non più in Parlamento, che rimane la rock star della categoria. Ma pure il bocconiano Giancarlo Giorgetti, il cardinale Mazzarino della Lega, non scherza: oltre a lui ci sono 25 commercialisti eletti nella XVIII legislatura.

Il partito dei professionisti più grande in Parlamento è quello degli avvocati: ben 134 tra Camera e Senato. Ma i commercialisti sembrano meglio organizzati: su iniziativa del senatore Andrea de Bertoldi di Fratelli d’Italia è addirittura stata fondata una loro Consulta a cui hanno aderito da tutti i gruppi politici. “Abbiamo presentato un primo disegno di legge bipartisan sugli infortuni dei professionisti”, dice De Bertoldi che già affila le armi in vista della legge di Bilancio e del decreto Fiscale. Anche alla luce del subbuglio che c’è nella categoria dei commercialisti che denuncia l’esclusione dai tavoli di confronto con il governo e nei giorni scorsi ha fatto il primo sciopero in 120 anni di storia.

E i parlamentari commercialisti che fanno? Si preparano alla battaglia. “Con gli altri colleghi della Consulta dei parlamentari commercialisti – spiega De Bertoldi – ci rivedremo a breve non appena saranno ufficializzate le misure del pacchetto Fisco e Finanziaria. Da quel che si annuncia parrebbe un disastro per noi professionisti, se è vero che ogni errore su un F24 ci costerà una sanzione di 1.000 euro. In più per la nostra categoria è pure sfumata l’estensione della flat tax fino a 100 mila euro. Fortuna che il daspo per i commercialisti è stato smentito. O almeno così ci ha detto il ministro dell’Economia Gualtieri: pare sia una fake news dei giornali. Vedremo”. Insomma i parlamentari commercialisti tengono alta la guardia. Ma chi sono? Tra i deputati commercialisti pentastellati spicca il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Buffagni, poi ci sono Nunzio Angila, Nadia Aprile, Giovanni Currò, l’aspirante capogruppo Raffaele Trano. Un gruppetto nutrito dove non figura neppure la sottosegretaria al Mef Laura Castelli, che la laurea in economia ce l’ha e ha lavorato come assistente fiscale.

Al Senato i commercialisti a 5 Stelle sono Gianmauro Dell’Olio, Emiliano Fenu, Felicia Gaudiano, Vincenzo Presutto. Completa la lista Mario Turco, promosso sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Conte II.

Dei commercialisti eletti nel Pd sono rimasti Umberto Buratti (Camera), Bruno Astorre e Francesco Giacobbe (Senato), dopo che Camillo D’Alessandro e Donatella Conzatti sono passati con Italia Viva. Per la Lega, oltre a Giorgetti, l’ex sottosegretario al Mef Massimo Bitonci e il tesoriere del partito Giulio Centemero, ma anche i deputati Alberto Ribolla, Alessandro Pagano e Alberto Gusmeroli e il senatore Stefano Borghesi. Forza Italia conta invece su Ugo Cappellacci e Claudia Porchietto alla Camera e Gilberto Pichetto Fratin al Senato. Forse non molti, sicuramente ben attrezzati.

Di Maio avvisa Conte e Pd: conclave 5S alla Farnesina

La distanza sta diventando un crepaccio. “Voglio vederci chiaro” avverte all’ora di cena Luigi Di Maio, ed è un bello sgarbo, innanzitutto verso Giuseppe Conte: il premier che vuole abbassare la soglia per l’uso del contante, multare i commercianti senza Pos, insomma combattere l’evasione (anche) puntando sui pagamenti elettronici. Invece Di Maio no, proprio no, lui “non ci sta a scatenare una guerra tra poveri”, non vuole che “l’idraulico, l’elettricista o il tassista siano considerati il simbolo dell’evasione”.

Così con un pugno di righe il capo politico del M5S convoca per questa mattina tutti i ministri a 5Stelle alla Farnesina, il suo ministero, per discutere della manovra che, è evidente, non gli piace. “Tutto è stato approvato salvo intese perché non c’è ancora un accordo su tante cose e come prima forza politica del Parlamento dobbiamo fare le cose perbene” fa sapere con la consueta, obliqua formula “Di Maio ai suoi”, E il capo che in realtà vuole parlare a tutti spiega che “i principali problemi sono sulle partite Iva colpite dalla riduzione della flat tax” e sul pacchetto anti-evasione “che finisce per colpire di nuovo i commercianti”.

Avvisa il Pd, ma soprattutto morde Conte, il presidente “terzo” con cui sabato scorso aveva condiviso un palco a Napoli, e la folla l’aveva scaldata più lui, l’avvocato. E già il giorno dopo, nel comizio conclusivo, Di Maio gli aveva presentato dei paletti. “I piccoli commercianti e gli artigiani non possono essere penalizzati” aveva teorizzato. Nel frattempo ci sono stati un vertice di maggioranza e un accordo politico. Perché Conte ha ottenuto il compromesso che voleva, ossia l’abbassamento della soglia per il contante da 3 mila a 2 mila euro fino al 2021, e a mille nel 2022. La vuole nel decreto Fiscale, assieme a multe per i commercianti che non si siano dotati di Pos, il dispositivo tramite cui pagare con carta elettronica. È la via obbligata per azzannare l’evasione fiscale, secondo il presidente del Consiglio. Di Maio, invece, non dice nulla dritto sul contante, ufficialmente condivide la nuova soglia. Però ha tanto da obiettare. “Non ci sto a scatenare una guerra tra poveri” avverte di buon mattino in una diretta Facebook da Washington. “Luigi si esprime da rappresentante dei parlamentari, su questo tema porta la voce di tutto il Movimento” assicurano dal suo staff, mentre i siti raccontano di “rivolta” tra i parlamentari delle commissioni Finanze e Bilancio per le norme su contanti e carte elettroniche. Per carità, nel discorsetto da Oltreoceano il ministro degli Esteri lo precisa subito: “Il carcere per i grandi evasori va inserito nel dl Fiscale”. E su questo c’è allineamento completo con Palazzo Chigi, “anche perché i dem su quelle norme continuano ad avere tentennamenti, non le vogliono nel decreto” dice una fonte a lui vicina. Però, sul resto, Di Maio si smarca, pone condizioni. “Sul Pos e la multa da 30 euro per chi non accetta i pagamenti con carta di credito rischiamo di avere commercianti che preferiscono pagare la multa che le commissioni” argomenta. Ergo, “serve un accordo con le banche per abbassare i costi dei pagamenti, sia dal lato dell’utente che dell’esercente”. E l’obiettivo è ergersi a protettore di parte del ceto medio per tenere politicamente al centro, così da non farsi sommergere da Conte e da Matteo Renzi, che al centro deve trovare voti per sopravvivere. Così i dimaiani ripetono che nel Consiglio dei ministri di lunedì bisognerà rimettere mano alla manovra. Ma il come è tutto da vedere. “Si sta sempre più allineando a Renzi” soffiano nell’attesa voci critiche del M5S, che ricordano l’asse di qualche giorno fa contro gli aumenti selettivi dell’Iva. Mentre fonti di governo pungono: “Convocando i ministri sminuisce il lavoro dei suoi nel Cdm”. Da Palazzo Chigi invece ostentano tranquillità. “Il video di Di Maio? Il presidente lo condivide, tutto. Abbassare le commissioni è giusto”. Conte e i suoi vogliono tenere bassa la temperatura, ci provano da giorni.

Ma nel M5S il clima è sempre torrido. E Di Maio non può essere “il portavoce di tutti” perché nel corpaccione per tanti il riferimento ormai è Conte. E l’assetto è instabile. Lo conferma l’ennesima votazione a vuoto per il capogruppo alla Camera, mercoledì, in cui sono spuntate 19 schede bianche e ben 24 nulle. “Un numero che basta e avanza per costruire un gruppo parlamentare” osserva un veterano. Tradotto, un po’ di malpancisti si sono contati e hanno recapitato ai vertici un altro brutto segnale.

Tutti fuori

Anche Raffaele Cantone, presidente uscente dell’Anac, paga il suo tributo al mantra del momento: “Non è con le manette che si vince l’evasione, così come la corruzione”. Se fosse vero, saremmo a cavallo: abbiamo il record negativo di detenuti per corruzione ed evasione. Secondo un report del Consiglio d’Europa del 2018, i colletti bianchi detenuti in Italia per reati finanziari e contro la PA sono 363, contro i 1.971 della Spagna, i 2.268 della Francia, i 6.511 della Germania, gli 11.091 della Gran Bretagna. Se il carcere non serve a combattere la corruzione e l’evasione, siamo il paese che le combatte meglio. Resta da spiegare perché abbiamo il record europeo della corruzione e dell’evasione, ma queste sono quisquilie. Prendiamo dunque per buono l’assunto che le manette non servono: perché nessuno lo applica mai ai reati di strada? Eppure, se è vero che tangentisti e grandi evasori (esponenti dell’upper class) non temono la galera, dovrebbe essere ancor più vero che non la temono ladri, rapinatori, spacciatori, sequestratori e assassini (quasi sempre appartenenti alle classi subalterne): al carcere sono abituati perché ci entrano e ne escono di continuo; e hanno molto meno da perdere in termini di reputazione e disagio.

Ora, avete mai sentito un politico, un commentatore, un Cantone sostenere che “il carcere contro l’omicidio, il sequestro, lo spaccio, la rapina, il furto non serve”? Eppure, usando le statistiche a cazzo come per la corruzione e l’evasione, si riuscirebbe persino a dimostrarlo: le carceri sono piene di condannati per reati di strada, che però continuano a essere commessi, spesso da chi è appena uscito di galera. Perché non depenalizzare pure quelli, come l’evasione? Se volessero essere coerenti, quelli del “no al carcere per gli evasori” dovrebbero proporlo. Ma non lo faranno mai. Sarebbero linciati. Dovrebbero spiegare come pensano di punire e neutralizzare quei gentiluomini. E soprattutto sono imbevuti della più cancerogena delle “culture” italiane: il finto garantismo riservato ai ricchi e ai potenti che – come il patriottismo per Samuel Johnson – è l’ultimo rifugio dei farabutti. Quell’incultura, dal berlusconismo al salvinismo, è consustanziale alla cosiddetta “destra”; ma negli ultimi anni ha infestato anche larga parte della sinistra. A pag. 4 trovate un illuminante intervento di Giorgio Napolitano, che elogiava in Parlamento le manette agli evasori per conto del Pci senza che nessuno strillasse all’abominio. Bei tempi, quando la sinistra sapeva ancora cos’è la sinistra, prima di adottare il motto di Trilussa: “La serva è ladra, la padrona è cleptomane”.

I “generi” sono le gabbie della letteratura

Esce oggi, per Sem, il nuovo romanzo di Antonio Moresco, questa volta un poliziesco. È lo stesso autore a spiegarci il perché della “svolta”.

Canto di D’Arco è un romanzo di “genere poliziesco”, un “thriller”, verrebbe da dire, ma dove il “genere” viene forzato e portato a esiti estremi, come accadeva prima che si affermassero le imprigionanti divisioni concettuali tra narrativa di genere e letteratura ridotta a sua volta a genere, il “genere letteratura”. Mentre della letteratura non si butta via niente, la si oltrepassa, come è sempre successo anche nel passato, quando scrittori di invenzione e pensiero mettevano al mondo romanzi che oggi verrebbero etichettati come “gialli” o “noir”, oppure appartenenti al genere “sentimentale”, “sociale”, “d’avventura” o di “fantascienza”…

Perché ho scritto questo libro? Cosa mi è saltato in mente? Perché, a questo punto della mia vita di scrittore e di uomo, ho scritto un libro così, di combattimento e d’amore, e perché l’ho scritto passando attraverso la cruna della letteratura cosiddetta di genere? L’ho scritto perché avevo bisogno di sparigliare ancora una volta i giochi chiusi, e nello stesso tempo di non accettare l’abbassamento della letteratura e della parola scritta in voga nell’orizzonte culturale chiuso di questa epoca. Perché, mai come adesso, bisogna prendersi dei rischi, perché bisogna rischiare persino di rompersi l’osso del collo. Perché, mai come adesso, bisogna chiedere molto ai lettori. Perché se ai lettori chiediamo poco non ci danno niente. Perché se gli chiediamo molto ci danno molto e ci danno tutto. Perché se gli chiediamo molto vuol dire che li rispettiamo, che li crediamo capaci di dare molto e di dare tutto. Perché è questo l’unico modo di rispettare i lettori, e anche noi stessi.

Ho cominciato a scrivere Canto di D’Arco quasi cinque anni fa. La sua prima parte, che credevo fosse l’intero romanzo e addirittura il mio ultimo, era allora intitolata L’addio. (Il romanzo, presentato – per mia stupidità e ingenuità – al Premio Strega, era stato buttato fuori persino dalla cinquina dei finalisti.) Questo romanzo, ora rivisto, è diventato la prima parte di un romanzo molto più vasto e finalmente concluso. Perché la vicenda che vi è narrata e i suoi personaggi mi continuavano a chiamare chiedendomi di essere portati a uno sviluppo ulteriore e impensato. E allora è successo che le duecento pagine della sua prima versione diventassero le settecento della sua versione finale. Così è nato questo romanzo avventuroso ed estremo, nel quale mi sono abbandonato, entrando con tutto me stesso nel suo protagonista combattente come si entra dentro un avatar.

Contrordine, Leonardo: l’Uomo Vitruviano va al Louvre

Chiunque può farsi un’idea della serietà della sentenza del Tar che fa partire per la Francia l’Uomo Vitruviano anche solo da un dettaglio: confrontandone, cioè, un passaggio con l’evidenza di uno dei documenti presentato da Italia Nostra in allegato al suo ricorso. Il Tribunale scrive che il Memorandum firmato da Franceschini e dal suo omologo francese il 24 settembre scorso (in cui ci si obbligava a prestare una lista di opere tra cui l’Uomo Vitruviano), non avrebbe condizionato le decisioni degli organi tecnici del Mibact, perché ormai erano già state prese (il ministro “non sembra aver esercitato funzioni di amministrazione attiva spettanti ai dirigenti, ma sembra essere intervenuto nell’esercizio delle proprie funzioni di rappresentanza del ministero nella stipula dell’accordo di collaborazione interministeriale in un momento in cui le attività istruttorie, concernenti l’individuazione dell’opera oggetto del prestito da parte degli organi competenti, si erano già concluse”). Ebbene, solo il giorno prima del Memorandum politico, il Direttore generale dei Musei scriveva al Direttore dell’Accademia di Venezia: “Il prestito sarebbe da negare, poiché il seppur ridotto rischio descritto nell’ultimo dei pareri rilasciato dall’Istituto Centrale per il Restauro non pare corrisposto da un sufficiente vantaggio per le Gallerie dell’Accademia di Venezia. Tuttavia, vanno considerate le predette ragioni di diplomazia culturale e qualora venisse sottoscritto dai competenti ministri un Memorandum d’intesa ed esso abbia dettagliate indicazioni della rilevante contropartita per iniziative italiane di alto livello, la Signoria Vostra potrà giustificare l’eventuale assenso al prestito”. Il giorno dopo, Franceschini firma il Memorandum: e di conseguenza l’Accademia presta. Questo documento, tra tanti altri, dimostra che i tecnici aspettavano, indecorosamente prostrati, le decisioni del ministro: come si possa sostenere il contrario è un mistero della fede nel Tar del Veneto. Fede che ne esce un po’ scossa, e fa sperare che Italia Nostra ricorra subito al Consiglio di Stato.

Su un piano generale, il passaggio più inquietante della sentenza del Tar è quello in cui si dice che il Direttore delle Gallerie dell’Accademia non ha mai ufficialmente individuato le opere “che costituiscono il fondo principale di una determinata e organica sezione” del suo museo e che dunque per l’Accademia non si applica un articolo di legge (il 66 comma e lettera b) del Codice dei Beni Culturali che prescrive che quelle opere “non possono comunque uscire” dal territorio della Repubblica. Semplice e geniale: per non rispettare la legge basta non dichiarare esplicitamente di essere nella condizione di doverla rispettare. Un via libera pagato a caro prezzo: perché espone il Direttore e il comitato scientifico dell’Accademia al ridicolo che deriva dall’esser corsi in tribunale a dichiarare che il disegno più famoso di Leonardo non appartiene al fondo principale del loro museo. Tutti sappiamo che è vero il contrario, tutti i direttori e gli addetti ai lavori lo dicono privatamente: ma in pubblico no, pur di eludere le prescrizioni della legge e assecondare il potere politico bisogna dire che, ci spiace, ma nei nostri musei non c’è più nulla di così prezioso e unico da doverlo tutelare con rigore. La solita farsa della patria del dottor Azzecagarbugli: che – come sintetizza la Treccani –, “ossequiente dei potenti, è tutto dalla parte del soverchiatore”.

Bere fa male, soprattutto se sei vestito da water

Nell’epoca delle fake news, si dubita invece che certe storie siano vere. Cristiana Minelli ha raccolto i fatti più assurdi (ma realmente accaduti) in un libro, “Questa non me la bevo”, che arriva in libreria il 24 ottobre. Ne pubblichiamo un estratto.

Se ti fermano alla guida e risulti positivo all’alcol test non è bello. Se il tasso alcolemico rilevato è sei volte superiore al consentito ti ritirano la patente. Se però mentre tutto questo accade sei anche vestito da water con tanto di carta igienica diventi una notizia, un caso battuto dalle agenzie, uno zimbello planetario.

Hai voglia a dar la colpa al carnevale. Sessantacinque anni suonati non sono bastati a un carpigiano per evitare la gogna mediatica e, possiamo immaginare, quella di paese.

Ma a sua moglie, se ce l’ha, cos’avrà detto? Scusa, avrei potuto scegliere un costume da mostro, da supereroe, da principe indiano? Potevo essere un pirata, agitare la spada di Zorro, sfoderare i canini di Dracula, zampettare travestito da Belzebù, indossare i panni di un prete, un dottore, un gladiatore, o di uno dei nani di Biancaneve…

Se questa moglie esiste è probabile che abbia risposto potevi bere meno e comunque adesso il vestito te lo regala lo Stato. Che ti piaccia o no è quello da carcerato.

La voglia di travestirsi è grande. Ce lo dicono migliaia di appassionati che si ritrovano ai raduni, alle fiere, ai casting. I cosplayers. Che indossano costume, e relativi accessori, per interpretare a dovere un personaggio. Ma, dico io, se ti travesti da water (gli accessori si possono reperire facilmente d’accordo, anche se carta igienica e spazzolone esibiti in pubblico mi metterebbero un po’ in difficoltà) ma per quanto riguarda la recitazione? Comportarsi da water?

Se qualcuno crede che questa notizia sia un fake può telefonare ai carabinieri di pattuglia un certo mese di febbraio su via Roosevelt, l’arteria che porta dal centro di Carpi, nel modenese, al quartiere di Cibeno. Ridono ancora, ma rispondono comunque al telefono.

La notte bianca è un’invenzione del consumismo che lascia briglia sciolta a chiunque per un anno intero sia stato costretto nel morso della monotonia. Regala un momento di libertà affollato di spettacoli di burattini, dj set, artisti di strada, mangiafuoco, trampolieri e negozi a porta spalancata desiderosi di risultare finalmente vincenti nell’esercizio del commercio.

“Posso resistere a tutto, tranne che alle tentazioni”, diceva Oscar Wilde e chissà come si lascerebbe andare fosse ancora fra noi il maestro irlandese del bon mot la cui omosessualità, oggi, non desterebbe affatto scalpore, come del resto la bizzarra abitudine di vestirsi a lutto a ogni genetliaco per piangere la morte di un altro dei suoi anni. Ora, s’è detto che a Carpi un uomo di sessantacinque anni è stato fermato ubriaco alla guida, per giunta vestito da water. Cosa per la quale era lecito pensare che la città emiliana avesse già espresso, in quanto a creatività applicata al codice della strada, un momento di particolare vivacità. Anche se sembra incredibile è accaduto un episodio capace di andare oltre.

Una barista di trentacinque anni, fermata da una pattuglia armata di etilometro, ha accusato i militari di averle rubato il volante. Durante il turno di lavoro, dietro il bancone di una notte bianca un po’ fiacca, senza volere, forse, ha alzato un po’ il gomito. Risalita in macchina dalla parte del passeggero, la donna non ritrovava né il cruscotto dove infilare la chiave per ripartire, né il volante per condurre la macchina.

Sono seguiti: sequestro dell’auto, ritiro della patente, titolo sui giornali.

Al comando provinciale di Carpi potrebbe aggiungersi un nuovo requisito per chiunque fosse interessato a entrare nell’arma: uno spiccato senso dell’umorismo, senza il quale, almeno da quelle parti, diventa difficile passare la notte.

Subito dopo questi due episodi, sempre a Carpi, una donna ubriaca sottoposta a controlli ha ingoiato lo scontrino dell’etilometro e un uomo, il cui tasso alcolemico era di gran lunga superiore a quello consentito a chi si mette alla guida, ha dichiarato di aver mangiato troppi babà al rum.

Un venticinquenne è stato ritrovato all’alba in piazza Ramazzini abbracciato a un nano da giardino di cui non ha saputo spiegare la provenienza.

Un automobilista partito da Bari e diretto a Savona è stato fermato all’uscita del casello di Carpi sulla A22 perché trasportava sul tetto della macchina una camera da letto completa di armadio, quattro biciclette, pensili da cucina, pneumatici, abiti, pentolame. Aveva fatto sosta per rifocillarsi quando una pattuglia di carabinieri di Carpi l’ha pizzicato.

Un indiano quarantaduenne ha disconosciuto i suoi figli (che si trovavano a bordo dell’auto che stava guidando, nel piazzale delle piscine dove li stava accompagnando), per scongiurare il ritiro della patente (scaduta).

Ai carabinieri ha fornito la patente di un amico, prontamente estratta dal cruscotto, convinto di farla franca. Il documento presentato ai militari di Carpi apparteneva a un uomo biondo.

Oltre al ritiro della patente ha dovuto rispondere di falsa attestazione di fronte a un pubblico ufficiale circa identità e qualità personali.

Più che un caso territoriale quello di questa città sembra un caso di studio*.

*Secondo qualcuno, buona parte del caso potrebbe essere dovuta alla creatività delle note stampa che si accompagnano ai fatti. Fosse vero, complimenti all’autore.

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