“Vogliamo che non ci siano equivoci sulla nostra volontà di far finalmente passare il provvedimento sulle ‘manette agli evasori’, vogliamo che i nostri voti non si possano confondere nel segreto dell’urna con quelli degli avversari di queste norme, con quelli dei ‘franchi tiratori’ democristiani e con quelli dell’estrema destra: perciò ci asterremo dal voto”.
Le parole con cui Giorgio Napolitano, allora presidente del gruppo Pci alla Camera, presenta il 30 luglio 1982 l’appoggio al provvedimento del governo Spadolini, voluto dal ministro socialista delle Finanze, Rino Formica, non lascia spazio a dubbi.
Ancora più chiare, se possibile, sono le parole con cui l’Unità, organo del partito e in quel periodo diretta da Emanuele Macaluso, di Napolitano grande amico, dà notizia dell’approvazione della legge: “Dopo anni di battaglie del Pci e del movimento democratico, si apre finalmente la possibilità concreta di mettere le manette agli evasori e cioè di colpire davvero sul piano penale (anche, appunto, con l’arresto fino a cinque anni) i responsabili di frode al fisco”.
Solo i progressisti dalla memoria corta del nostro tempo possono dimenticare, o far finta di dimenticare, che quella richiesta costituisse una bandiera del Pci, agitata istintivamente da lavoratori e pensionati che mai avrebbero potuto, così come non possono oggi, evadere un centesimo.
Si collocava, del resto, nel solco della centralità della “questione morale” indicata da Enrico Berlinguer nell’intervista del 1981 a Eugenio Scalfari – “La questione morale è il centro del problema italiano” – dopo lo scandalo della P2 da cui nasce il primo esecutivo diretto dall’esponente di un partito che non solo non era il primo della coalizione, ma che rappresentava meno del 3%.
Quella decisione, nel dibattito alla Camera che l’accompagna, si fa piena di rimandi a un’intesa sempre più forte “tra le sinistre”, immaginando possibili rapporti tra il Pci e il Psi che, invece, non ci saranno mai. Si aprivano fessure nel grigiore democristiano degli anni 70 e sembrava si potesse intraprendere una strada nuova. Basta leggere il dibattito tra lo stesso Napolitano e Scalfari sulla politica economica del governo con il direttore di Repubblica che rimprovera al Pci un’eccessiva distanza.
È in nome dell’anima progressista del Paese che quella misura viene approvata. “Questo delle manette agli evasori è l’elemento caratterizzante e profondamente innovativo del provvedimento”, scrive Giorgio Frasca Polara sull’Unità, “tant’è che, proprio su di esso, Dc e pentapartito (la formula di governo che comprendeva Dc, Psi, Pri, Pli, Psdi, ndr) si sono ripetutamente e anche clamorosamente spaccati”. Nel voto finale avvenuto a scrutinio segreto (prima della riforma dei regolamenti della Camera che lo ha di fatto abolito) i favorevoli sono 195, i contrari 33 e gli astenuti 154: gli ultimi due sommati avrebbero fatto 187 voti con molte possibilità di affossare il provvedimento.
Anche nel suo intervento in aula, Rino Formica sottolineava che “da tutte le parti politiche, ma anche da quelle sociali, dal mondo del lavoro e della produzione, danneggiata dai comportamenti fiscali disonesti, si richiedeva da tempo una nuova ed efficace struttura di sanzioni penali per gli evasori. Il momento atteso – come si dice – è giunto”.
Quel provvedimento prevedeva pene dai 6 mesi ai 5 anni di arresto e reclusione, per redditi non dichiarati sopra i 25 milioni di lire. Per la Dc di allora, che sull’evasione fiscale ha costruito un “patto sociale” implicito con larghi settori del Paese, si trattava di una misura difficile da digerire, tanto che la legge conteneva anche un discusso “condono”.
Quanto al condono, definito da molti come “una resa nei confronti dell’evasione”, Formica invitava a considerare come integrate e collegate le “norme del condono fiscale e quelle delle “manette agli evasori. Ma invitando a uno spirito pragmatico, chiedeva ai deputati che ascoltavano la sua replica da ministro se quella non fosse l’occasione “certo per un colpo di spugna, ma che sia almeno efficace e utile per lo Stato”.