Brexit, due ostacoli per chiudere la trattativa

Regno Unito e Unione Europea sarebbero a un passo dall’accordo su Brexit. Ieri sera è arrivato il sostegno sia della cancelliera tedesca Angela Merkel che del presidente francese Emmanuel Macron, ma a impedire la chiusura dei negoziati sarebbero un ostacolo tecnico e uno politico. Il primo, come trattare le differenze di Iva sui prodotti in transito fra le due Irlande. Il secondo: ottenere il semaforo verde definitivo dagli unionisti irlandesi del Dup, che con soli 10 voti in parlamento tengono ostaggio Regno Unito e blocco europeo. Avrebbero accettato la proposta Johnson sull’unione doganale, con l’Irlanda del Nord che ne uscirebbe insieme alla Gran Bretagna ma resterebbe allineata all’Unione Europea sul piano regolatorio. Ma vorrebbero subordinare l’allineamento economico con l’UE all’approvazione del Parlamento Nord-irlandese, sospeso da due anni e mezzo: inaccettabile per Bruxelles, che vuole certezze prima di firmare un trattato. A convincere il Dup potrebbe essere la promessa di congrui finanziamenti straordinari.

Ammesso che l’ostacolo venga rimosso, resta pochissimo tempo per finalizzare un testo legalmente blindato. È quindi possibile che al Consiglio europeo che si apre oggi venga presentato un accordo politico: se otterrà l’ok degli stati membri potrebbe essere sottoposto al parlamento britannico per un voto indicativo nella seduta straordinaria di sabato prossimo. Inevitabile quindi una estensione: che potrebbe essere breve, intorno ai due mesi, i tempi tecnici per la stesura di un trattato internazionale. E resta l’incognita politica interna. Non c’è alcuna certezza che il governo ottenga i 320 voti necessari ad approvare questo nuovo accordo, che molti parlamentari, compresi i 21 ribelli conservatori, considerano peggiore di quello della May respinto tre volte. Se così fosse, resta la strada più incerta: elezioni anticipate.

Giuliani, Ankara e l’“affare Gülen”

Rudy Giuliani è una mina vagante alla Casa Bianca: dove fa, sbaglia e – quel che è peggio – mette nei guai il suo capo, Donald Trump. L’avvocato personale del magnate presidente, ex sceriffo e sindaco di New York, cercò a più riprese di indurre Trump a consegnare alla Turchia Fethullah Gülen, il predicatore turco che il presidente Recep Tayyip Erdogan considera il suo peggior nemico e l’ispiratore del presunto colpo di stato sventato nel luglio 2016.

Nell’estate 2018, Trump e Erdogan giunsero ai ferri corti perché la Turchia teneva agli arresti, prima in carcere e poi ai domiciliari, un missionario evangelico, il pastore Andrew Craig Brunson, con l’accusa di essere coinvolto nel golpe del 2016. Erdogan voleva ‘scambiarlo’ con Gulen, che vive in Pennsylvania, in volontario esilio. Alla fine, Brunson poté tornare a casa e Gülen restò dove tuttora è. Di lì a qualche tempo, Giuliani progettò un altro scambio: Gülen in cambio d’un suo cliente, Reza Zarrab, un uomo d’affari turco-iraniano, accusato di maneggi per aggirare le sanzioni contro l’Iran. Nel ricostruire la vicenda, il Washington Post e il New York Times raccontano che Giuliani definiva Gülen “un estremista violento”, che avrebbe dovuto affrontare la giustizia nel suo Paese.

La definizione di Gülen data da Giuliani richiama il linguaggio del generale Michael Flynn, quando faceva di nascosto il lobbista per Erdogan mentre partecipava alla campagna di Trump nel 2016, prima di divenirne il primo consigliere per la Sicurezza nazionale; durò solo tre settimane, travolto dal Russiagate. Contattato dal NYT, Giuliani ha detto: “Che c’entro io con Gülen? Cercavo solo una via d’uscita per il mio cliente! C’è gente che cerca di screditarmi”. E, infatti, alla Casa Bianca, qualcuno sospettò che lui fosse sul libro paga del governo turco, vedendolo così ansioso di ottenere l’estradizione del predicatore. Le rivelazioni indeboliscono ulteriormente la posizione di Giuliani, che si rifiuta di testimoniare nell’istruttoria per l’impeachment di Trump condotta dalla Camera e che non intende consegnare nessun documento alle commissioni inquirenti. Anche la via delle dimissioni, evocata per togliere d’imbarazzo l’Amministrazione, è difficile da percorrere, perché Giuliani, da privato cittadino, avrebbe meno possibilità di evitare le audizioni.

Proprio ieri, è stato arrestato un terzo cliente dell’avvocato Giuliani, David Correia, bloccato all’aeroporto JFK di New York. Una settimana fa, erano stati arrestati altri due clienti di Giuliani, Lev Parnas e Igor Fruman: tutti e tre sono sospettati di avere violato le regole sui finanziamenti delle campagne elettorali, a favore di Trump e dei repubblicani. Ma Parnas, Fruman e Correia avrebbero pure aiutato Giuliani a esercitare pressioni sull’Ucraina per la riapertura di un’inchiesta su Hunter Biden, il figlio dell’ex vice di Barack Obama, Joe, candidato alla nomination democratica per Usa 2020. S’è intanto saputo che John Bolton, un ex consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, silurato da Trump a settembre – o dimessosi, le versioni divergono – manifestò con veemenza disagio per l’attivismo di Giuliani nel fare pressioni sull’Ucraina. Bolton ne parlò con l’allora consigliere per gli Affari europei e russi del presidente, Fiona Hill, suggerendole di allertare i legali della Casa Bianca, e disse che Giuliani era “una bomba a mano” che, esplodendo, avrebbe fatto saltare tutti in aria.

La protesta catalana e il lato oscuro dell’app

Notte di caos, cariche della polizia e incendi a Barcellona: la mobilitazione di martedì contro le pesanti condanne ai leader indipendentisti catalani ha superato ogni previsione. “Passate queste prime ore, bisognerà riannodare il filo del dialogo”, aveva dichiarato sicuro il premier uscente Pedro Sánchez appena resa pubblica la sentenza. “Non escludiamo nessuna misura in Catalogna”, si è trovato a dover rettificare ieri mattina dopo aver cancellato gli impegni politici esteri e aver convocato i leader degli altri partiti per discutere della situazione. Mentre dai Popolari è arrivata la richiesta che il governo seppur ad interim applichi l’articolo 155 della Costituzione tornando a commissariare il governo catalano, il leader dell’ultradestra Vox, Santiago Abascal ha invocato lo stato d’emergenza che limiterebbe il diritto a manifestare, di franchista memoria, tanto per calmare gli animi.

Ad abbassare i toni sono stati invece i leader indipendentisti dal carcere stigmatizzando la violenza di martedì, convinti che questa dia solo adito al governo centrale per attuare il 155. Tutti tranne uno: il presidente del governo catalano Quim Torra, il quale non ha condannato le violenze – “sembra più un attivista che un presidente”, ha affondato la sindaca di Barcellona, Ada Colau – e ha reiterato il suo appoggio al movimento unendosi a una delle cinque “marce per la libertà” partite da altrettante città catalane all’alba di ieri e che hanno bloccato le maggiori arterie stradali e quattro autostrade. Le cinque carovane si incontreranno domani a Barcellona e a loro si unirà una sesta, quella organizzata dai Comitati per la difesa della Repubblica, l’organizzazione già sorvegliata dal ministero dell’Interno dopo gli arresti di alcuni suoi membri trovati in possesso di armi e ordigni con cui preparavano attentati in vista della sentenza. Niente in confronto alla grande manifestazione annunciata, ma ancora in forse, dalla piattaforma Tsunami Democratic per il 26 ottobre, giorno in cui si disputa il clasico tra Barça e Real Madrid al Camp Nou, coincidenza che ha portato la Lega calcio spagnola a chiedere alla Federazione – per paura di altri disordini in una città, si suppone, già al limite della tensione per le proteste – che la partita venga spostata a Madrid e che a Barcellona si giochi quella di ritorno del 1° marzo. La decisione ora è in mano ai due club, uno dei quali, cioè il Barça ha già fatto sapere cosa pensa della sentenza del “proces” twittando dal proprio profilo lunedì: “La prigione non è la soluzione”. Intanto il governo Sánchez si prepara per un fine settimana bollente inviando in Catalogna altri 200 agenti antisommossa e avviando le indagini sullo Tsunami, dopo il blocco dell’aeroporto de El Prat. Passato dall’organizzazione su Telegram a un’app simile a quella creata dagli attivisti di Hong Kong, i media spagnoli riportano che il movimento sarebbe nato da un incontro a Ginevra tra l’autoesiliatosi ex presidente della Generalitat Carles Puigdemont, l’attuale Torra e altri dirigenti indipendentisti.

Il giorno dopo, sui social avrebbe fatto irruzione la piattaforma ora pubblicizzata in video anche dall’ex allenatore del Barça, Pep Guardiola, che ha come hashtag “la forza della gente”: ora conta 280 mila membri e funziona solo grazie al passaparola. Secondo lo schema della blockchain, ognuno porta a termine un compito senza conoscere né quello degli altri né il disegno finale. Nessuno può accedere all’app se non attraverso conoscenze. Una volta scaricata l’app – che serve per coordinare le manifestazioni e scappare dalla polizia – perché funzioni c’è bisogno di un codice che solo “un convalidatore di tsunami” può fornire. Solo una volta entrati e inserite disponibilità di tempo e risorse, si riceve il proprio compito. Una app esclusiva che funziona solo su dispositivi Android, onde evitare, come nel caso di Hong Kong, che Apple, più sensibile alle richieste dei governi, la rimuova.

“Traditori!”. In carcere chi la chiama guerra

Dal giorno successivo all’inizio dell’operazione militare “Fonte di pace”, lo scorso 9 ottobre, centinaia di cittadini turchi – di etnia turca, non curda – sono stati messi sotto indagine e decine sono finiti agli arresti. La loro colpa è aver scritto e condiviso tweet e post critici definendo “guerra” quella che il presidente Erdogan chiama “intervento”. Per il ministro dell’Interno, “chi chiama questo intervento guerra è un traditore”.

I numeri di questa ennesima caccia alle streghe si trovano anche sul sito Turkish purge.com, creato da giornalisti anonimi all’indomani del fallito golpe del 2015 per informare circa la grande purga ordinata dal Sultano per sostituire all’interno delle istituzioni, così come nel mondo accademico, quanti più oppositori e sospetti “infedeli”. Secondo il sito, 500 persone sono indagate e almeno 150 sono state arrestate. In questa ultima settimana inoltre sono finiti agli arresti anche decine di cittadini turchi di etnia curda per aver protestato davanti al palazzo regionale di Diyarbakir. È la città principale del sud-est della Turchia, l’area che i curdi chiamano per l’appunto Kurdistan e che Ocalan, dal carcere di Imrali, vorrebbe guadagnasse una reale autonomia da Ankara. Due giorni fa la polizia ha impedito inoltre a decine di giovani di commemorare il quarto anniversario dell’attentato kamikaze che fece più di cento vittime in una piazza della capitale. La strage diede la scusa al Sultano per indire nuove elezioni, dato che quelle avvenute pochi mesi prima gli erano risultate sgradite essendosi concluse con l’ingresso per la prima volta in parlamento di un partito filo curdo. Il partito democratico dei popoli, Hdp, da allora votato anche da molti turchi laici e progressisti. Ed è proprio il partito filo-curdo il più colpito tra quelli all’opposizione non solo in questa settimana di guerra. Una decina di giorni fa, i due segretari dell’Hdp, Sezai Temelli e Pervin Buldan e altri 3 parlamentari dello stesso partito, sono finiti nel registro degli indagati della procura di Ankara con l’accusa di “propaganda a favore di organizzazione terroristica”, sempre a causa di post sui social che tuttavia non riguardavano l’intervento militare, per il semplice fatto che non era ancora iniziato. Non va dimenticato che il fondatore dell’Hdp, l’avvocato turco di etnia curda Selahattin Demirtas, è in carcerazione preventiva dal 4 novembre del 2016. L’anno scorso la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva intimato alla magistratura turca di rilasciarlo e risarcirlo dei danni della detenzione illegale. Nulla si è mosso però e Demirtas sta per iniziare il quarto anno dietro le sbarre. Anche il maggior partito del fronte rivale al partito di Erdogan, il repubblicano Chp, che nelle elezioni municipali dello scorso marzo, in alleanza con i filo-curdi e i nazionalisti moderati, si era aggiudicato tutte le principali città turche strappandole al partito del capo dello Stato, è di fatto ostaggio della retorica nazionalista diffusa dai media filo-governativi, ossia tutti. Solo ieri il leader dei repubblicani, Kemal Kılıçdaroglu, ha osato affermare pubblicamente che “se non si rispetta l’integrità territoriale di un altro paese (la Siria), si viene visti all’estero come nemici.

Oggi abbiamo reso tutto il mondo nostro nemico”. Kılıçdaroglu, in un secondo momento, davanti alle telecamere ha sottolineato che: “Il governo appoggia i jihadisti e mercenari islamici presenti in Siria che tutto il mondo considera terroristi. I terroristi islamici che sono stati feriti sono stati portati in Turchia per essere curati segretamente e, una volta guariti, sono tornati nuovamente in Siria”. Il segreto di Pulcinella che Erdogan tenta ancora di nascondere.

L’aggressione turca secondo Trump: “Curdi pericolosi”

Le truppe siriane di Bashar al Assad hanno fatto il loro ingresso a Kobane, bastione curdo nel nord della Siria. I media siriani pubblicano immagini di blindati che entrano in città: a questo punto, è certo che lì i turchi non ci arriveranno, perché il prezzo sarebbe una guerra aperta tra Paesi vicini. A una settimana dall’inizio dell’operazione ‘Fonte di pace’, il conflitto sembra mettersi in stallo e l’avanzata dei turchi appare frenata, anche se combattimenti e bombardamenti continuano a fare vittime e profughi. Nei bollettini del ministero della Difesa di Ankara, il bilancio dei “terroristi neutralizzati”, e cioè dei curdi uccisi, feriti o catturati, è salito a 653. Non ci sono dati sulle perdite turche.

Gli Stati Uniti premono sul presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che non cede, perché fermi l’offensiva. Erdogan s’appresta a ricevere il vice di Donald Trump, Mike Pence, inviato ad Ankara dal presidente e giunto ieri, insieme al segretario di Stato Mike Pompeo e al consigliere per la Sicurezza nazionale Robert O’Brien. Erdogan li accoglie con un diktat: “I terroristi s’arrendano e l’operazione cesserà”. In tweet e in dichiarazioni, Trump difende la decisione di rimuovere dal Nord-Est della Siria circa un migliaio di militari americani, che potevano costituire una sorta di cuscinetto tra turchi e curdi e le cui postazioni sono già state prese da truppe russe. Incontrando i giornalisti nello Studio Ovale, insieme al presidente della Repubblica italiano Sergio Mattarella, Trump dice: “Le sanzioni sono più efficaci della presenza di militari americani” e poi aggiunge “Il Pkk è più pericoloso dell’Isis”. E a chi paventa l’ipotesi di un risorgere proprio dell’Isis, il magnate replica: “Siria e Russia odiano l’Isis più di noi … Troveranno modo di continuare a combatterlo … Noi lo abbiamo fatto per molto tempo”. In realtà, la lotta all’Isis in Siria sul terreno è stata essenzialmente condotta dai curdi, con l’appoggio aereo Usa e della coalizione occidentale e russa, a sostegno del regime di al Assad. Trump s’innervosisce quando un giornalista lo accusa di avere dato via libera all’invasione turca: “È una domanda fuorviante… Erdogan voleva attaccare i curdi da anni … Io non gli ho dato alcun benestare, anzi ho fatto l’opposto, gli ho scritto una lettera molto dura …”.

Accanto a Trump, il presidente Mattarella ha ricordato che “l’Italia ha condannato e condanna l’operazione in corso da parte della Turchia” in Siria: “Il nostro obiettivo non è rompere le relazioni con la Turchia, che è un membro della Nato con cui condividiamo interessi di sicurezza importanti, ma negare ad Ankara la capacità di continuare l’offensiva in Siria”. Il blocco della vendita di armi alla Turchia deciso dall’Italia e da molti altri Paesi Ue sta divenendo operativo. La questione siriana terrà banco anche al Vertice europeo, oggi e domani a Bruxelles. Ma non è scontato che s’arrivi a decisioni definitive: Erdogan ha uno strumento di pressione, l’accordo del 2016 con cui il Sultano baratta la custodia di due milioni di profughi siriani, cui impedisce di prendere la strada dell’Europa, con sei miliardi di euro.

Raqqa due anni dopo. Al calare del sole torna l’incubo dell’Isis

Quando apre il piccolo sudario, grande quanto un asciugamano, il dottor Mahmoud H. Hassan si copre la faccia con le mani, poi le sbatte sulle ginocchia, in un moto misto di rabbia e rassegnazione, e le porta ancora al viso: “È un neonato, un neonato. Ha solo sette giorni, un neonato”. Non è il primo cadavere che vede. Lui è uno dei medici forensi del Raqqa Civil Council che dall’inizio del 2018 recupera e cerca di identificare le vittime dell’occupazione dello Stato Islamico, in quella che fu la capitale del Califfato, e degli scontri successivi con la coalizione occidentale a guida americana.

A due anni esatti dalla liberazione della città dal controllo dei terroristi, la ripresa delle ostilità tra l’esercito turco, supportato da gruppi del Free Syrian Army, e le Syrian Democratic Forces (Sdf) a prevalenza curda, ha rivitalizzato le cellule terroristiche nascoste in città. Tanto che anche l’esercito governativo di Damasco, ieri, è entrato a Raqqa per frenare l’avanzata dei soldati di Erdogan.

Il dottor Hassan racconta che la squadra ha già rinvenuto oltre 5.200 cadaveri all’interno delle decine di fosse comuni sparse dentro e nei dintorni della città: “Li abbiamo recuperati ovunque – ci racconta mentre è impegnato insieme a un gruppo di colleghi nella riesumazione di cinque corpi in una delle aree di sepoltura improvvisate che sono riusciti a individuare – in fosse comuni come questa o sotto le macerie. Ancora oggi ritroviamo alcuni resti sugli alberi e sui cavi elettrici. Nei primi giorni dopo la liberazione, i cadaveri li recuperavamo in mezzo alla strada”.

Il 17 ottobre 2017, le forze della coalizione hanno ripreso il controllo della città. Ma mentre le prime attività, con le loro insegne colorate, risorgono ai piani terra dei palazzi collassati su loro stessi a causa dei bombardamenti, riportando un po’ di colore e di vita nel cimitero di cemento che è ancora oggi Raqqa, l’incubo del Califfato si ripresenta ogni giorno. Lo fa al calare del sole, quando le cellule dell’Isis sfruttano le tenebre per sferrare nuovi attacchi contro la popolazione e le postazioni militari delle Sdf. Oppure riportando alla memoria i massacri dei jihadisti, quando la città dalle proprie viscere espelle i cadaveri dei suoi abitanti, vittime di due anni di guerra e violenze.

Di corpi innocenti il dottor Hassan ne ha visti a migliaia. Ma a quelli dei bambini, ci dice, non riesce ad abituarsi. Pochi centimetri di fianco alla fossa in cui è stato ritrovato il neonato, spuntano anche quelle della madre e della sorellina: “È una femmina – ci dice aprendo il sudario con i resti della piccola –, si vede dai vestiti. Aveva circa un anno e mezzo, due al massimo”. Indosso porta ancora il pannolino e un vestitino consumato dal tempo passato nella terra nuda. I corpi si trovano ovunque. Come questi, che sono stati interrati sul bordo della strada. Le persone passano a bordo delle proprie motociclette e si fermano ad assistere al recupero delle ennesime vittime della guerra. Hanno il cranio e le ossa fratturate: “Vuol dire che sono morti a causa di un trauma alla testa. Una bomba, un colpo di mortaio o un’auto dello Stato Islamico imbottita di esplosivo”.

Poco distante da qui, il dottore ci porta in una delle più grandi fosse comuni tra le sedici scoperte fino a questo momento, la seconda dopo quella allo stadio cittadino, luogo di torture, esecuzioni e crocifissioni per mano degli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi. “Guardate qua – ci dice – questa zona si chiama al-Fikhekha, qui abbiamo ritrovato 815 corpi. Ci abbiamo lavorato per sei mesi e l’abbiamo definitivamente ripulita solo ieri. Qui c’era di tutto. Bambini, donne, combattenti e civili. C’è stata un’esecuzione di massa dello Stato Islamico. Non ci sono solo vittime dei terroristi, però, ma anche civili morti per altre cause, come bombardamenti, mine e altro”. I corpi rimasti per strada sono stati sotterrati in un secondo momento dai chi è sopravvissuto per evitare il diffondersi di epidemie.

Nonostante le migliaia di cadaveri riportati alla luce, le segnalazioni di nuovi ritrovamenti sono continue: “Ci chiamano e ci aspettiamo di trovare 4-5 corpi. Poi ci mettiamo a scavare e scopriamo delle fosse comuni, con decine e decine di cadaveri. Abbiamo già individuato altri luoghi di sepoltura, ma non possiamo ancora accedervi perché non sono stati bonificati dalle mine sparse da Daesh”.

Usciamo dalla città nel primo pomeriggio. Il sole inizia a calare presto e all’imbrunire le cellule di Isis si risvegliano per tornare a seminare il terrore, oggi galvanizzate anche dai nuovi scontri a nord. Attraversando il centro ci chiediamo se sotto quei cumuli di macerie si trovino ancora dei cadaveri, intrappolati da anni sotto il cemento, e se torneranno mai ai loro cari. Un privilegio di cui possono godere solo poche famiglie: “È molto difficile arrivare a un riconoscimento. Ci basiamo soprattutto sugli indumenti, oppure sugli oggetti particolari indossati dalle vittime e che ci vengono descritti dai parenti. Ma la maggior parte di questi cadaveri rimane senza un nome”.

L’eccellenza contro il tumore al seno a rischio chiusura. Il Comitato protesta

Svegliarsi, accorgersi di un nodulo al seno, correre al 244 di Corso Vittorio Emanuele II per una diagnosi in mattinata. Decine di migliaia di donne hanno fatto i controlli lì dal 2013, anno di attivazione del centro senologico di Palazzo Baleani, sede distaccata del Policlinico Umberto I di Roma. Il centro, integrato nel percorso Breast Unit del Policlinico, è diretto dalla Professoressa Maria Luisa Basile e assicura un accesso diretto – cioè senza prenotazione e anche senza impegnativa nei casi più urgenti – a ecografia, mammografia e quindi a una diagnosi. Tutto in poche ore, basta pagare il ticket. Bypassando gli estenuanti tempi di attesa delle strutture pubbliche e gli esborsi considerevoli di quelle private.

Palazzo Baleani non compare nel nuovo piano aziendale dell’Umberto I. Per Antonella Saliva, presidente del Comitato “Palazzo Baleani” nato un mese fa, c’è una sola interpretazione possibile: “Palazzo Baleani sta per chiudere, Zingaretti ha tagliato la sanità con l’accetta”. Elenca anche una sequela di incontri mancati: “Non si è mai degnato di risponderci. Né si sono spesi il direttore sanitario Ferdinando Romano e il direttore generale Vincenzo Panella. La chiusura è stata censurata della commissione Sanità del consiglio regionale, il cui parere però è solo consultivo. Panella, convocato, non si è presentato”.

L’assessore alla Sanità Alessio D’Amato è intervenuto sulla vicenda in circostanze diverse, apportando “ritocchi” strada facendo. La prima volta, in risposta a un’interrogazione del 22 luglio scorso, ha confermato la chiusura ma l’ha definita temporanea, dovuta a improrogabili lavori di messa in sicurezza dell’edificio. Senza indicare tempi di ripresa dell’attività. Poi una nota ufficiale: “Quelle sulla chiusura sono fake news. Non solo non ci sarà una chiusura, ma la struttura ospiterà un Centro Salute Donna di altissimo livello gestito dall’Istituto Tumori Regina Elena di Roma”. Al Regina Elena confermano solo che se ne sta discutendo. Il direttore generale Francesco Ripa Di Meana dichiara: “C’è una discussione che sta maturando tra Regione e Università, non so esattamente a che punto siamo”. Per il professor Francesco Cognetti, primario di Oncologia Medica, sarebbe “un’ottima iniziativa. Ancora non ci sono state riunioni operative – spiega – ma è un progetto che rilancia e non deprime l’attività del centro. Le donne devono stare tranquille”. Le donne del Comitato, invece, manifesteranno oggi al Nazareno, sotto la sede del Pd del segretario-governatore Nicola Zingaretti, per avere una risposta più concreta di quelle che definiscono “chiacchiere politiche diffuse solo dopo la nostra mobilitazione”. “Siamo 2.000 – continua Saliva – e la maggior parte di queste donne è stata salvata da Palazzo Baleani. Non ci fermeremo finché non vedremo modificato l’atto aziendale, devono mettere per iscritto che il centro continuerà a vivere”. Al Fatto ieri la Regione Lazio non ha risposto.

I ragazzini di “The Shoah party”: chat nazi e pedo-pornografica

I messaggi scorrono veloci. Un flusso incontrollato che non conosce fine né vergogna. E visualizzano in tanti, forse troppi. Poi ad un certo punto i partecipanti alla chat dell’orrore, tutti ragazzini tra i 15 e i 19 anni, alzano il tiro: compare una foto in bianco e nero di Benito Mussolini che fa il saluto fascista. Primo commento: “W il Duce”. Risate. Ma a un altro adolescente non basta: butta lì un’immagine di Adolf Hitler, in tenuta militare e con i baffetti ben sistemati. Altre risate. Poi quella frase che nemmeno i più ostinati nostalgici osano pronunciare: “Speriamo che tornino loro”. Il titolo della chat d’altronde diceva già tutto in partenza: “The Shoah Party”. Perché non potevano certo mancare gli insulti agli ebrei che “devono tornare nei forni” o a migranti, omosessuali e disabili, fino alle prese in giro nei confronti di Anna Frank.

Un flusso continuo di messaggi, foto e video continuato per mesi (forse anni), esteso in tutta Italia e interrotto solo martedì all’alba quando i carabinieri del comando provinciale di Siena, coordinati dalla Procura per i minori e dalla direzione distrettuale di Firenze, hanno effettuato le perquisizioni in Toscana, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Calabria e Puglia. Risultato: 25 ragazzini indagati di età compresa tra i 15 e i 19 anni con l’accusa di detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico e istigazione all’apologia di reato avente per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali. Per altri sei i pm non potranno procedere perché di età inferiore ai 14 anni. Gli amministratori della chat erano due giovani di 15 e 16 anni residenti a Rivoli, nel Torinese, dove martedì mattina si sono presentati i carabinieri per sequestrare i telefoni.

Tutto era partito da una denuncia, a gennaio scorso, di una mamma di Siena che aveva deciso di squarciare il muro del silenzio e raccontare la storia ai carabinieri, comprese le malefatte del figlio 13enne. La donna, moralmente abbattuta, durante la deposizione a carabinieri e pm ha raccontato che la chat della vergogna era conosciuta anche da altre madri: “Sapevano perché ci ho parlato, ma loro hanno solo fatto uscire i propri figli dalla chat senza denunciare. Perché mi devo prendere io tutta la responsabilità?”. Poi la delusione di una madre che ha visto il proprio figlio “perdersi” in un flusso di messaggi agghiaccianti: “Sono scioccata – ha continuato parlando con il pm Sandro Cutrignelli – una roba del genere non potevo neanche immaginarmela. Sono molto preoccupata per mio figlio perché noi gli abbiamo dato tutta un’altra educazione. E mi dispiace che sia successo anche ad altri ragazzi”.

Dopo il racconto della madre, partono le indagini: i carabinieri, autorizzati dai pm fiorentini, si inseriscono nella chat della vergogna con un trucchetto da hacker, dopo essersi fatti accreditare dai due gestori. Da quel momento in poi per i mesi successivi, hanno potuto ricostruire contenuto e autori dei messaggi violenti. Un museo dell’orrore inneggiante alla violenza: alle foto e video d’epoca che richiamano il nazifascismo, si aggiunge l’elogio di Osama bin Laden e dell’Isis, con qualcuno che arriva a pubblicare il video dei due aerei che vanno a schiantarsi contro le Torri Gemelle di New York.

E l’odio e quelle scene da “violenza inaudita” e “brutalità inenarrabile”, come le chiamano gli investigatori, non finiscono qui. Basta poco e si arriva al sesso: c’è chi pubblica un video in cui si vede una bambina di 11 anni che fa sesso con due coetanei, con tanto di inquadrature sul viso di lei che nel frattempo ride, forse non rendendosi conto di quello che sta succedendo. I commenti dicono tutto: “Eppoi dicono che i preti non devono stuprare i bambini”, oppure: “Sei solo una puttana”. E poi: ci sono video di bambine tra i sei mesi e i due anni abusate da uomini adulti, foto di ragazzine minorenni completamente nude e sevizie su cani e galline. “Un esperimento da ripetere”, commenta uno dei partecipanti alla chat. Poi non può mancare la blasfemia con fotomontaggi di Gesù crocifisso su una svastica o intento a fare sesso con donne e animali.

La caratteristica della chat è la violenza nei confronti dei più deboli: bambini, poveri, disabili e malati. A un certo punto, uno di questi manda un video con alcuni bambini africani che non possono far altro che bere acqua sporca, di color marrone, in assenza di altro. La prima reazione: “Minchia, il Nesquik”. Le offese e lo scherno però non si ferma di fronte a niente, nemmeno davanti a un bambino malato di leucemia, troppo magro e troppo calvo per meritare la loro pietà. E giù sghignazzi.

Nei prossimi giorni saranno sentiti anche i genitori dei ragazzini indagati e non è escluso che vengano affiancati agli assistenti sociali. Adesso gli atti verranno trasmessi alle procure locali – da Aosta a Catanzaro, passando per Torino, Siena e Foggia – ma l’indagine non finisce qui: il materiale della chat è stato affidato a un consulente della Procura di Firenze per capire l’origine di quei video dell’orrore.

Cassazione, il Pg: “Quella Capitale era mafia”

Mafia Capitale è esistita e ha potuto agire grazie alla compiacenza di politici di destra e di sinistra che si sono fatti corrompere. È questa l’essenza della motivazione con la quale ieri i tre pg della Cassazione che si sono alternati a parlare, Luigi Birritteri, Luigi Orsi e Mariella de Masellis hanno chiesto la conferma delle condanne emesse dalla Corte d’appello di Roma quando, a settembre 2018, ha ribaltato il verdetto di primo grado e ha riconosciuto l’associazione mafiosa e “dintorni” a 18 degli oltre 35 imputati del cosiddetto “mondo di mezzo”, come lo chiamava l’ex Nar ed ex boss della Banda della Magliana, Massimo Carminati, protagonista, con l’ex ras delle coop rosse Salvatore Buzzi, dell’associazione criminale. Tra i condannati per mafia anche un politico, Luca Gramazio, ex capogruppo del Pdl in Regione (8 anni e 8 mesi). Il verdetto è atteso tra venerdì e sabato. Ieri, a parlare dell’aspetto giuridico, per così dire, strettamente mafioso, è stato il pg Birritteri: “L’associazione di Buzzi e Carminati ha tutte le caratteristiche dell’associazione mafiosa, così come nel paradigma del 416 bis”. Il pg ha pure sostenuto che la Corte dovrebbe aggravare la posizione di Franco Panzironi, uomo dell’ex sindaco di An Gianni Alemanno ed ex Ad di Ama (l’azienda che si occupa dei rifiuti) condannato già per concorso esterno in associazione mafiosa a 8 anni e 4 mesi: “Senza di lui sarebbe venuto meno l’accesso all’amministrazione Alemanno”. Inoltre, alla luce della Spazzacorrotti, che non prevede misure alternative per i condannati a pene sopra i due anni per reati contro la Pubblica amministrazione, alcuni imputati ora o ai domiciliari o liberi, condannati in appello, a vario titolo, per corruzione e turbativa d’asta, se avranno la pena confermata, potrebbero finire direttamente in carcere. Fra loro, l’ex presidente del Consiglio comunale, Mirko Coratti, del Pd (4 anni e sei mesi).

Caso Marco Vannini, tutte le telefonate dei protagonisti fatte dopo la sua morte

Ci sono migliaia di conversazioni telefoniche che non sono state usate nel processo sull’omicidio di Marco Vannini, ucciso a 20 anni da uno sparo nella notte del 17-18 maggio 2015 a casa del suocero, Antonio Ciontoli, condannato per omicidio colposo in appello.

Le telefonate sono state intercettate sulle utenze dei protagonisti subito dopo la morte di Marco. La difesa della famiglia Vannini, parte civile, ha ottenuto copia degli audio dalla Procura da pochi mesi. Le telefonate, ritenute non rilevanti ai fini processuali, sono state ascoltate durante la lavorazione del documentario Il caso Vannini prodotto da “Stand by me”, in onda stasera alle ore 21 e 25 su NOVE. Su ilfattoquotidiano.it sono online tre conversazioni inedite. Nella prima del 20 maggio 2015 il padre e il fratello di Antonio Ciontoli discutono delle modalità dello sparo.

Il 22 maggio 2015, Viola Giorgini, fidanzata di Federico, assolta da tutte le accuse, parla con un’amica delle modalità della morte di Marco. Infine il 19 maggio alle 22.42, Federico Ciontoli chiede allo zio di rimuovere dal salone un deodorante che “richiama i ricordi”. Ma ci sono altri elementi che emergono dall’ascolto. Il 1 giugno 2015 Antonio Ciontoli dice al suo avvocato Andrea Miroli di aver ricevuto un messaggio dal maresciallo Izzo per una comunicazione di rito, che però non risulta dai brogliacci dei carabinieri. L’ex comandante della stazione di Ladispoli oggi ci spiega il mistero: “Qualche volta io e Antonio Ciontoli ci scambiavamo messaggi via whatsapp.”

Izzo è stato indagato per favoreggiamento nei confronti di Ciontoli ma la Procura di Civitavecchia ha chiesto l’archiviazione e il GIP lo ha prosciolto. “In quell’indagine – ci spiega – sono stati sequestrati i miei due telefonini e il pc. E poiché i messaggi whatsapp non si cancellano e ho lo stesso telefono di allora la Procura ha verificato tutto.” Izzo scorre i messaggi e ci dice: “Non c’è nessun messaggio o telefonata via whatsapp con Ciontoli la sera della morte di Marco, non scherziamo. Invece trovo un messaggio che corrisponde all’argomento di cui mi dice”. In questo caso il controllo ex post è stato possibile grazie ad una indagine successiva. Non risulta, almeno alla famiglia Vannini e all’avvocato Celestino Gnazi, che sia stato effettuato invece il sequestro dei telefonini degli indagati subito dopo la morte di Marco Vannini.

Per esempio il 23 maggio 2015, 5 giorni la morte di Marco, Maria Pezzillo, moglie di Antonio Ciontoli, chiama il medico con il telefono del marito. Il cellulare è intercettato e la signora legge alcuni messaggi (che non ci interessano per il loro contenuto) che ha scambiato con il marito. Messaggi che però nei brogliacci delle utenze intercettate non risultano. Il consulente della famiglia Vannini, l’ex comandante dei Ris di Parma Luciano Garofano dice: “Sono molto sorpreso. Se è vero che non hanno sequestrato i telefoni questo è un grave errore di una indagine che a mio avviso è stata troppo superficiale”.