“Premiano un imputato e penalizzano chi parla”

Ilaria Cucchi ha saputo ieri, leggendo il Fatto, del nuovo incarico del generale dei carabinieri Alessandro Casarsa, imputato di falso nel processo, il terzo, quello per i cosiddetti depistaggi sulle condizioni di salute di suo fratello nella caserma in cui, secondo l’accusa, fu picchiato nell’ottobre 2009. Proprio ieri era in tribunale per il processo ai carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale, il secondo dell’infinita vicenda giudiziaria, che si avvia alla conclusione: il pm Giovanni Musarò ha chiesto 18 anni. Il generale Casarsa, costretto nel gennaio scorso a lasciare il comando dei Corazzieri del Quirinale, ora è capo di stato maggiore del Comando unità mobili e specializzate dell’Arma, un incarico non operativo, che non comporta né facilita promozioni e tuttavia nel cuore della struttura che sovrintende all’organizzazione dei reparti speciali dei carabinieri, dal Ros al Ris e ai battaglioni, ai paracadutisti, agli elicotteristi.

Che effetto le ha fatto?

Oggi (ieri, ndr) per noi è una giornata significativa. Eravamo in aula al processo a i carabinieri a dieci anni esatti dalla convalida dell’arresto di mio fratello, nello stesso tribunale in cui Stefano ha iniziato a morire di giustizia. E proprio oggi apprendo che Casarsa, imputato per il depistaggio, ha avuto, se non una promozione, un nuovo incarico. Il mio pensiero va a Riccardo Casamassima e a Maria Rosati, i carabinieri che hanno parlato. A Casamassima è stata resa la vita difficile e oggi è parte civile insieme a noi (contro un collega che lo accusò di aver detto, nel 2015, che alcuni carabinieri avevano preso a “schiaffi” Stefano Cucchi, ma non era stato “un pestaggio”, che il giovane aveva compiuto “gesti di autolesionismo” e che lui aveva “chiesto denaro” proprio a Ilaria Cucchi per fare “dichiarazioni gradite”, ndr).

Però anche l’Arma si è costituita parte civile contro Casarsa e i suoi coimputati.

Sì, non sono avvocato ma tutto questo mi sembra paradossale. L’Arma è parte civile, ma Casarsa comanderà altre persone.

È un generale, i magistrati non l’hanno sospeso dal servizio, il comando non può certo metterlo a fare il carabiniere semplice…

Non sono nessuno per stabilire cosa sia giusto e cosa no, ma come cittadina e come sorella di Stefano sono perplessa, disorientata, anche perché, sarà un caso, ma ho visto che da quando Casamassima ha raccontato quello che sapeva è stato penalizzato.

L’Arma ha fatto rilievi disciplinari a Casamassima

Non sono io a giudicare, ma un imputato di falso è un’altra cosa.

Lei è stata ricevuta dal comandante generale, Giovanni Nistri. Non è cambiato l’atteggiamento dell’Arma?

Sarà che per noi sono giornate molto difficili, ma tutto questo mi fa uno strano effetto.

Link, Scotti e l’editore del Foglio litigano per non pagare l’affitto

Affitti arretrati per oltre 400mila euro e lavori di riqualificazione da 16 milioni previsti dal contratto e non ancora eseguiti. Il tutto a comporre un contenzioso milionario aperto su uno dei più importanti complessi edilizi di pregio di Roma. È guerra aperta fra la Sorgente Sgr – attualmente commissariata dalla Banca d’Italia – ramo del Sorgente Group che fa capo all’imprenditore romano Valter Mainetti e la Link Campus University, l’università privata fondata a Malta da Vincenzo Scotti, 86enne storico dirigente della Dc e sottosegretario dell’ultimo governo Berlusconi. Oggetto del contendere, il prestigioso Casale San Pio V, tenuta cinquecentesca del quartiere Gregorio VII, a due passi del Vaticano, passata di mano nei secoli dai Ghisleri ai Chigi per finire in tempi recenti nel patrimonio pubblico.

Oggi, l’edificio realizzato dall’architetto fiorentino Nanni di Baccio Bigio è di proprietà dell’Ipab Sant’Alessio, organismo indipendente della Regione Lazio che si occupa di progetti di assistenza sanitaria a ciechi e ipovedenti, attraverso la valorizzazione del patrimonio pubblico di valore storico e culturale. Mission che negli anni ha avuto luci ed ombre, tanto da spingere la Regione Lazio, nel 2017, a “consigliare” il conferimento di gran parte di questi edifici – 528 immobili per un valore di 222 milioni di euro – a un fondo esterno. Questo doveva essere il fondo I3 già aperto dalla Regione presso Invimit, ma l’allora dg dell’Ipab, Antonio Organtini, preferì varare un avviso pubblico in seguito al quale venne incaricata il Sorgente Group.

Poco prima però, il 23 dicembre 2015 – su manifestazione d’interesse – era stata firmata una convenzione fra la Sant’Alessio e la Link Campus, che aveva permesso a Scotti di trovare una sede romana alla sua università per i successivi 25 anni. In cambio, la Link avrebbe dovuto corrispondere 2,5 milioni totali per i primi tre anni (in rate mensili da 70mila euro) e 1,2 milioni l’anno (100mila al mese) per i successivi. Soprattutto, l’università si era impegnata ad effettuare una “complessiva ristrutturazione dell’intero complesso immobiliare” per poco più di 16,5 milioni di euro.

Un rapporto estremamente lineare, che però si è complicato negli anni a venire, a cavallo del passaggio dal bene dalla Ipab al fondo Sorgente Sgr. Nel programmare i lavori, l’ateneo fondato da Scotti ha rilevato delle irregolarità catastali in alcuni dei padiglioni più recenti – costruiti negli anni ’50 del ’900 – ed ha ottenuto dal fondo la sospensione del 10% del canone. Nel 2019 i rapporti s’inaspriscono. A gennaio la Banca d’Italia scioglie il cda di Sorgente Sgr e la sottopone ad amministrazione controllata, nominando come commissario straordinario l’architetto Elisabetta Spitz (ex ad di Invimit).

La nuova gestione dispone verifiche approfondite su tutti i fondi presenti nella Sgr, iniziando una “caccia ai morosi” con contenziosi che spesso finiscono anche in tribunale. Fra le decine di pratiche avviate, c’è quella del fondo Ipab Sant’Alessio, con Link Campus che risulta indietro con i pagamenti del canone per una cifra che si aggira intorno ai 400mila euro; dagli stessi controlli, l’ateneo risulterebbe non aver ancora ottemperato ai lavori di “valorizzazione” per 16,6 milioni previsti nella convenzione.

Le accuse hanno scatenato la reazione della Link Campus, che dice a sua volta di valutare lei “se attivare immediatamente il contenzioso col fondo S. Alessio gestito da Sorgente”. Link denuncia “irregolarità catastali e urbanistiche tali da non rendere disponibili parti molto rilevanti del complesso immobiliare” che secondo l’ateneo è “stimato ad oggi in un importo superiore ai 6 milioni di euro”, per i quali potrebbe addirittura esserci “il recupero dei danni patiti senza attendere la sanatoria”.

Per quanto riguarda i lavori di riqualificazione, invece, Link rivendica che “è stato già completato il 50% dei lavori previsti nel piano allegato all’atto di concessione” nonostante, recita la nota dell’università “i pregiudizi arrecati dalla presenza delle predette irregolarità”. Sorgente Sgr aveva aperto nelle scorse settimane un tavolo di lavoro per la gestione del contenzioso con Link, che con le dichiarazioni arrivate ieri potrebbe però essersi rotto.

Nelle ultime settimane, la Link University è già balzata alle cronache per diverse vicende. Innanzitutto, il presunto coinvolgimento nel Russiagate americano di un suo docente maltese, Joseph Mifsud, che nel 2016 avrebbe consegnato informazioni sensibili su Hillary Clinton a George Papadopoulos, all’epoca consigliere della campagna elettorale di Donald Trump; e poi per il presunto debito da 1,2 milioni di euro con Agenzia delle Entrate, mai saldato, che secondo il quotidiano La Verità avrebbe spinto lo stesso Scotti a presentare istanza di concordato preventivo. Nel corso degli ultimi anni l’ateneo privato – che oggi, in Italia, ha sede a Roma e a Napoli – ha ospitato gli studi di specializzazione di alcuni esponenti di primo piano del M5s, fra cui Luigi Di Maio e l’ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta.

“I documenti dei report a casa dei dirigenti”

“Materiale molto interessante”. La Guardia di Finanza di Genova l’ha trovato nelle case di alcuni degli indagati di Spea, la società del gruppo di Autostrade che si occupa dei controlli alla sicurezza dei viadotti. Ieri mattina le fiamme gialle genovesi coordinate dal colonnello Ivan Bixio hanno suonato alle abitazioni di Antonino Galatà, già numero uno di Spea (il 17 settembre è stato sostituito da Guglielmo Bove), ma anche di tre dirigenti: Serena Alemanni, Antonino Valenti e Marco Vezil (responsabile delle verifiche tecniche di transitabilità e dei trasporti eccezionali). Nei pc di quest’ultimo gli investigatori avevano trovato le registrazioni di riunioni del 2017 con il responsabile manutenzioni di Autostrade, Michele Donferri Mitelli. La Finanza ha perquisito anche altri collaboratori di Vezil: Carlo Boccone, Carlo Alioto Grazioso, Giorgio Melandri.

Nei giorni scorsi gli investigatori che hanno in mano il fascicolo sul crollo del ponte Morandi avevano già perquisito gli uffici di Spea. Ma dalle intercettazioni e dalle confidenze di alcune delle persone sentite avevano ipotizzato che parte del materiale riguardante i controlli potesse essere altrove. Dove? Nelle case dei dirigenti della società. Un’operazione che segna un cambio di velocità dell’indagine e, secondo fonti qualificate, avrebbe consentito di trovare “materiale interessante”. Stiamo parlando della costola di inchiesta nata, appunto, da quella sulla tragedia del 14 agosto 2018. Il secondo fascicolo ipotizza il reato di falso e riguarda i report sulla sicurezza che – secondo gli inquirenti Walter Cotugno e Massimo Terrile – potrebbero essere stati ‘taroccati’. Già a settembre il castello investigativo era apparso chiaro nell’ordinanza che aveva portato misure cautelari o interdittive nei confronti di altri dieci dirigenti e dipendenti (di Spea e Autostrade) non toccati dalle perquisizioni di ieri. L’accusa è falso ideologico. In tutto cento pagine piene di intercettazioni e registrazioni ambientali. Ma gli interrogatori che ne erano seguiti avevano fornito ulteriori spunti. Mancavano tasselli che gli inquirenti non avevano trovato negli uffici di Spea. Gli investigatori sono allora andati a cercarli dove nessuno finora aveva pensato di trovarli: nelle case.

E a fine giornata gli uomini della Finanza sono usciti con scatoloni di carte, hard disk, telefonini e computer portatili. “Materiale di un certo peso investigativo”, si sostiene. Secondo gli investigatori i falsi sarebbero andati avanti almeno dal 2014 e sarebbero continuati anche dopo la tragedia del Morandi. Le perquisizioni di oggi riguardano, tra l’altro, le mancate ispezioni dei cassoni, la parte sottostante il manto stradale. Un’inchiesta che allarga il proprio raggio di interesse. I viadotti sotto esame ormai sono oltre dieci, in diverse regioni d’Italia.

Ilva, l’immunità spacca i 5Stelle. “La toglieremo”

Quella ferita non era guarita, si erano limitati a far finta che non esistesse, a prendere tempo. Ma il caso Ilva stilla ancora guai e paure per il Movimento, quindi per tutto il governo. Perché nel mercoledì in cui i giallorossi si sfiancano fino all’alba con il Consiglio dei ministri sulla manovra, la sveglia nel pomeriggio gliela dà l’assemblea dei Cinque Stelle in Senato, quasi due ore di contesa in cui i parlamentari pugliesi, e non solo, alzano le barricate contro il ripristino di una parziale immunità per Arcelor Mittal, l’azienda che ha rilevato l’acciaieria di Taranto.

E accade proprio mentre l’ex ad della filiale italiana del colosso siderurgico, Matthieu Jehl, viene ascoltato in commissione Attività produttive alla Camera, dove giura: “L’immunità non c’è, non esiste. Tutti noi imprenditori e manager siamo responsabili di quello che facciamo”. Però avverte: “Le regole del gioco che fanno parte della trattativa dall’inizio, dal 2014, non si possono cambiare a metà partita. Serve una norma chiara che dica in quale quadro possiamo gestire l’azienda”. Tradotto, Arcelor potrebbe usare la revoca dell’immunità come motivo per lasciare Taranto. Ma tanti grillini tirano ugualmente dritto. E ieri riescono a far saltare l’inizio dei lavori in Aula sul decreto imprese, che contiene la norma, e a far rinviare tutto a martedì prossimo.

Soprattutto, in serata ottengono quello che volevano, ossia promesse sullo stralcio dell’immunità dal decreto da parte del ministro dei Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, e dal capogruppo Gianluca Perilli. Forse l’unico punto di caduta possibile, perché il Senato a 5Stelle sembra una santabarbara pronta a detonare. E anche l’opzione di blindare il provvedimento con il voto di fiducia, messa sul tavolo ieri da D’Incà, non ha fermato gli eletti in assetto di guerra. Non ha placato l’ex ministra del Sud Barbara Lezzi, prima firmataria di un emendamento che vuole sopprimere l’immunità dal testo. Una contromossa sottoscritta da altri 16 senatori. “Ma altri erano e sono pronti a firmarlo” dice Lezzi al Fatto in serata. Ovvero, non è certo solo un affare dei pugliesi, perché l’Ilva raggruma il malumore di tanti altri senatori per la gestione delle partite in Puglia, a partire dal Tap. Lo confermano i numeri dell’assemblea di martedì, in cui la stragrande maggioranza dei 5Stelle presenti aveva votato per lo stralcio della norma, 46 su 55. E ovviamente è stato anche un siluro al capo politico Luigi Di Maio, in visita ufficiale a Washington.

Il giorno dopo, il nodo viene tutto al pettine. “Ci hanno chiesto di esprimere il nostro parere e oggi di fatto ci hanno detto che non contava, così non si può fare” ringhia un senatore nel cortile interno ad assemblea in corso. Nella sala attigua D’Incà insiste sulla necessità di mantenere rapporti e patti con gli altri partiti di maggioranza, quindi di tenere quella norma nel decreto. Garantisce che la norma verrà ritoccata, “ammorbidita”. Ma in molti non vogliono sentire ragioni. Nella sala riempita anche da deputati pugliesi glielo promettono, dritto: “Se insistete ci rivediamo alla Camera, e lì saremo anche di più”. Invocano lo stralcio, e Lezzi rivendica: “Io quella norma non l’avevo votata in Consiglio dei ministri, mi ero alzata ed ero uscita”. E Danilo Toninelli conferma: “È vero, ero lì”. In cortile appare Nicola Morra, mangia in fretta un panino come pranzo: “Io osservo in silenzio”. Ma anche lui è contrarissimo alla norma, mentre nella sala il clima deflagra, tra urla e accuse: “I bambini di Taranto muoiono”.

Alle 17 la seduta viene sospesa, e ne escono senatori segnati in volto dal mare grosso. È evidente che così il Movimento non regge. Il capogruppo Perilli la mette così: “C’è ancora da dibattere”. Per questo il relatore del provvedimento, il 5Stelle Gianni Girotto, chiede tempo in Aula: “Ci sono questioni da discutere, serve il rinvio dell’esame del testo”. Così i lavori vengono sospesi per convocare la riunione dei capigruppo. Pd e Italia Viva comprendono che rinviare è una necessità, perché il M5S balla, pericolosamente. D’Incà e Perilli (riconfermato capogruppo in serata) sentono più volte il ministro allo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, e gli altri partiti di maggioranza.

Poco dopo i grillini tornano a riunirsi, e ministro e capugruppo aprono allo stralcio dell’immunità. “A questo punto è quasi sicuro” dicono fonti di governo. Ma la norma potrebbe riapparire altrove? “Non lo permetteremo” assicura Lezzi, che chiosa: “Il Movimento non può votare immunità penali”. Però fino a martedì può ancora succedere parecchio. Con un occhio al calendario, perché il decreto va convertito in legge entro il 3 novembre. Nell’attesa un senatore si trascina in un corridoio e sillaba: “Ci stiamo sfarinando, ha visto?”.

Bloom, la letteratura senza quote non muore mai

Si chiamava come Molly e a modo suo era altrettanto perentorio. Se si potesse scegliere il giorno della propria morte – cosa da non escludersi al cento per cento – Harold Bloom avrebbe scelto di alzare i tacchi il giorno dopo l’assegnazione del Nobel, con quell’Accademia intesa a lanciare messaggi e prendere cantonate, magari due in un colpo solo. Era il più illustre rappresentante di una specie in estinzione, di chi nonostante l’evidenza contraria è convinto della supremazia dell’umanesimo, che nessun dato ha profondità senza un pensiero (big data uguale big idiota), di chi è convinto che la Letteratura e l’Occidente si siano fondati a vicenda, e senza la prima non ci sarebbe il secondo. È morto il romanzo, si sente ripetere qua è là, e invece no, il romanzo non è mai stato tanto vivo; un blog e una narrazione non si negano a nessuno, infatti è la letteratura ad avere un piede nella fossa. La provocazione del canone, dove non ci sono quote, né rosa, né latte, si legge anche così: 26 classici in tutto, da Dante in poi (mentre in Italia escono 178 libri al giorno) perché il classico, sempre, è quello che resta (mentre le novità restano in libreria 15 giorni). Per questa livella perpetua, per questo rosario di capolavori annunciati – ma se sono annunciati non sono capolavori – c’è un solo antidoto, il magistero della critica e la formazione di un gusto, impresa sempre più disperata, dunque più nobile. Tutti scrittori, pochi lettori, nessun critico: così muore la letteratura.

La pietas per Penati è d’obbligo, l’Ambrogino no

L’Ambrogino d’oro è un premio a cui i milanesi sono affezionati. Viene assegnato ogni anno il 7 dicembre, festa di Sant’Ambrogio, ai cittadini che si sono distinti per le loro attività. Ogni volta, è vero, si scatena la lottizzazione politica attorno alle medaglie d’oro e agli attestati di benemerenza civica da assegnare. Ma quest’anno sta accadendo anche di peggio: arriva l’Ambrogino “risarcitorio”. Il sindaco Giuseppe Sala vorrebbe darlo alla memoria di Filippo Penati, l’ex sindaco di Sesto San Giovanni ed ex presidente della Provincia di Milano scomparso il 9 ottobre. Chi muore merita sempre la pietas dei vivi. Ma non sempre merita il premio che lo addita ai vivi come esempio virtuoso. “Sono totalmente favorevole all’Ambrogino d’oro a Penati”, ha dichiarato Sala, “sarebbe un giusto risarcimento”. Per che cosa? Per la “persecuzione giudiziaria” che ha subito negli anni? Avremmo preferito non tornare sulla storia processuale di Penati e lasciare che i morti riposino in pace. Ma lo impediscono i vivi. È giusto dare un premio di benemerenza civica a chi ha avuto una storia perlomeno controversa?

Nel 2011 Penati schiva l’arresto, chiesto dal pubblico ministero Walter Mapelli, anch’egli recentemente scomparso, soltanto perché il gip non lo concede, pur riconoscendo “gravi indizi di reato”. È accusato di aver intascato una supertangente di 5 miliardi e 750 milioni di lire, come anticipo di una mazzetta complessiva di 20 miliardi di lire, per ottenere di poter costruire sull’area dove sorgevano le acciaierie Falck, a Sesto San Giovanni. Ad accusarlo è l’imprenditore Giuseppe Pasini, che non è mai stato per questo condannato per calunnia. Segue una lunga inchiesta e un processo per un reato gravissimo, concussione, che si ferma soltanto perché scatta la prescrizione. Penati aveva giurato che ci avrebbe rinunciato, ma la sua assenza dall’aula nel momento cruciale la fa scattare comunque. Non sapremo mai, dunque, se le accuse di Pasini erano false, nessun giudice ha potuto valutare le prove dell’accusa e gli argomenti della difesa.

Per altre imputazioni minori è stato invece celebrato un processo che si è concluso con assoluzioni. Per i 2 milioni che Penati avrebbe ricevuto dal gruppo Gavio, attraverso una triangolazione con l’imprenditore Piero Di Caterina, viene assolto perché la prova è ritenuta insufficiente. Per i finanziamenti alla sua associazione Fare Metropoli è assolto perché “il fatto non costituisce reato”: i contributi elettorali non erano registrati dagli imprenditori che li versavano, dunque erano finanziamenti irregolari, ma i giudici hanno assolto perché Penati poteva pensare che i suoi sostenitori li avrebbero poi messi regolarmente a bilancio.

La sentenza, benché assolutoria, afferma comunque che il “Sistema Sesto” esisteva: come “luogo di incontro tra gli interessi di imprenditori spregiudicati e le esigenze di finanziamento della politica” e, in particolare, “degli eredi del Pci, che da sempre amministravano Sesto San Giovanni”.

Per ultimo, Penati è stato accusato di aver comprato, da presidente della Provincia, un pacchetto di azioni dell’autostrada Milano-Serravalle, facendo realizzare al gruppo Gavio una plusvalenza di 176 milioni. La Corte dei conti nel luglio 2019 lo ha condannato a risarcire, insieme ai suoi undici coimputati, un danno di 44,5 milioni di euro. E ora? L’Ambrogino? Penati è stato l’ultimo vero leader della “ditta” a Milano, dopo i capi forgiati nel vecchio Pci e affondati da Mani Pulite; e prima dei ragazzi del Pd, che sono suoi figli e che oggi hanno affidato la guida del loro schieramento all’“alieno” Giuseppe Sala. Lasciamolo riposare in pace. Ma l’Ambrogino d’oro come risarcimento, forse anche no.

Un esperimento che vada oltre i colori

C’è una riflessione che all’epoca del governo gialloverde fece Pier Luigi Bersani, ma sulla quale i commentatori e gli stessi politici si soffermarono poco: il fatto che la combinazione di governo non si fosse replicata in nessun contesto locale. La mancata reiterazione cromatica denunciava già in corso d’opera l’anomalia e la predominante fortuita dell’accostamento grillo-leghista.

A tenere sotto traccia questo significativo elemento di valutazione ha indubbiamente contribuito l’esistenza di una coalizione di centrodestra, già vidimata a livello locale, acquisita come premessa indiscutibile, “rien ne va plus les jeux sont faits”, tanto dagli attori quanto dagli spettatori delle partite elettorali. Una classe dirigente sui territori rodata e smaliziata, che in origine nella matrice localistica trovò addirittura la propria ragione identitaria, nel caso della Lega, contrapposta alla nota fragilità dei Cinque Stelle nell’ambito dell’organizzazione territoriale, cruccio infatti di buona parte della dirigenza pentastellata, hanno fatto il resto. Eppure, se una volta superate queste due evidenze, ci si fosse soffermati ulteriormente sulla questione, vi si sarebbe potuto leggere, come nei fondi di caffè, il destino già scritto di un governo nato e cresciuto in un limbo politico-valoriale, oggettivamente impossibilitato a trovare una sintesi omogenea che andasse oltre la mera somma di istanze distinte quando non contrarie.

Non sorprende dunque che in questa seconda esperienza di governo, i due nuovi contraenti si accingano a misurare la “nobilitate” della nuova alleanza proprio sulla capacità di trovare quell’incontro a livello locale che nella parentesi gialloverde non ci si azzardò nemmeno a ipotizzare.

Quelli che hanno teorizzato con convinzione il patto giallorosso, a partire da Grillo passando per Franceschini e Zingaretti, hanno infatti identificato nella lunga gittata il principale segnale della tanto evocata discontinuità. Un mero collage programmatico che non ambisca a sfociare in un amalgama, più che una moderna declinazione della politica, rischia di essere solo un escamotage, neanche troppo sofisticato, di sopravvivenza personale. E questo Beppe Grillo l’ha capito talmente bene da ritenere necessario correre ai ripari, precipitandosi dai vecchi grillini, evolutisi poi con il benestare del Garante in pentastellati, per ritrasformarli in fretta e furia nei grillini che furono, prima che le ostinazioni post ideologiche (dogmi più astratti che concreti) li impicchino a un’estemporaneità tattica priva di prospettive. Del resto qual è il compito di un “Elevato” se non quello d’infondere una visione nei propri discepoli che permetta loro di accostarsi al futuro con intenzione e non con casualità?

La semplice giustapposizione del giallo al rosso, anche se più organica di quella al verde, rischia di rimanere muta di fronte alle sfide politico-culturali che il Terzo millennio pone davanti a chi si candida a guidare l’evoluzione involuta della specie umana. Serve il coraggio di abbandonare la rigidità dei propri stilemi, di rinunciare al suono rassicurante dei soliti borbottii, in funzione di un progetto più ambizioso: quello di svestire i panni dell’anti-sistema per accingersi a sistemarlo, disposti a mescolarsi con coloro che si riconosce come i più simili.

Si tratta di scoprire che colore vien fuori dall’unione del giallo col rosso.

E non è affatto detto che sarà arancione.

Pd, le opportunità del dopo-Renzi

In verità era già tutto chiaro, a smentita di chi giudicò inspiegabile la scissione di Renzi. Compresa la sequenza: prima la clamorosa giravolta con la quale egli ha dato il via libera al governo Pd-5 Stelle, immediatamente dopo la rottura, infine i suoi sistematici smarcamenti dalla maggioranza di governo della quale formalmente fa parte. Obiettivo manifesto: fare male al governo e, segnatamente, al Pd per ritagliare al suo “partito” – al momento tutto e solo espressione di una transumanza parlamentare – uno spazio politico, una visibilità e, nei suoi auspici, una presa elettorale.

Una operazione machiavellica (suo il copyright), una politica corsara, una tecnica guerrigliera. Del resto – merita rammentarlo – la sua estemporanea e disinvolta apertura agli arcinemici pentastellati aveva natura dichiaratamente tattica, prospettava un governo a termine di pochi mesi, che si accollasse una Finanziaria di sicuro impopolare, per poi andare a elezioni. Un suicidio per il Pd. Ma il tempo necessario per mettere su il partito renziano.

Merito di Zingaretti, sulle prime comprensibilmente diffidente, ma saggiamente consigliato da Franceschini e Bettini, avere reinterpretato quella svolta dentro un orizzonte di respiro, scommettendo politicamente su un’alleanza strategica Pd-M5S. Pur consapevole delle difficoltà e delle riserve dei suoi interlocutori e, segnatamente, di Di Maio. Sarebbe improprio sostenere che la scissione renziana non rappresenti un problema per il Pd (“big problem”, secondo Franceschini) e tuttavia, essendo la fuoriuscita di Renzi nell’aria da tempo e avendo egli tenuto in ostaggio il partito troppo a lungo, ora che lo strappo si è consumato, se ne scorgono anche le opportunità. Esso giova a un chiarimento politico a lungo rinviato. Mi spiego. Nella direzione del Pd, il pur cauto Zingaretti è stato franco ed esplicito, ha finalmente fissato una linea che potrebbe propiziare una ripartenza, un nuovo inizio. Nell’ordine. Primo. Fuor di ipocrisia, il governo Conte 2 è sortito da uno stato di necessità: scongiurare elezioni che plausibilmente avrebbero consegnato il Paese a Salvini. Non il massimo, oggettivamente. Ha ragione Zingaretti: su queste basi non si va lontano. Neppure l’esecutivo. L’operazione governo ha senso se e solo se concepita come laboratorio politico; se si situa dentro una prospettiva politica di lungo respiro. Secondo. Essa si concreta nell’ambizione di scongiurare due derive: quella di rassegnarsi alla egemonia di una destra a trazione leghista priva di competitor adeguati qualitativamente e quantitativamente o quella della ulteriore frammentazione del sistema politico, complice il varo di una legge elettorale integralmente proporzionale. In positivo, è l’idea di ripristinare un sano bipolarismo competitivo tra una destra oggi maggioritaria e un centrosinistra inesorabilmente imperniato sull’asse Pd-M5S. Terzo: una tale prospettiva strategica, che dal centro si estenda anche ai territori (pur con rispetto per la loro autonomia politica), rappresenta una sfida per entrambi i protagonisti. Per i 5 Stelle, stimolati ad accelerare la loro maturazione sia come “partito democratico” con cultura (e personale) di governo, sia ponendo fine alla opportunistica retorica secondo la quale destra e sinistra pari sono. Un punto sul quale Grillo è stato il più chiaro e risoluto. Per il Pd, il cui nuovo inizio presuppone un’autocritica sin qui omessa circa gli errori e le sconfitte della stagione renziana. Nella politica (velleità da “partito della nazione”) e nelle politiche (al plurale) subalterne a un paradigma blairiano fuori corso.

Ora è tutto più chiaro. Renzi lamenta di essere stato vissuto nel Pd come un intruso. Curioso: essendo stato per quattro anni padrone assoluto del Pd. Ma soprattutto oggi il suo approdo e la traiettoria di Italia Viva – partito minoritario di centro che occhieggia a destra – semmai avvalorano la tesi di chi giudicava il renzismo come una distorsione/snaturamento del Pd così come fu concepito nel solco dell’Ulivo. Esattamente l’opposto: partito a vocazione maggioritaria di centrosinistra nitidamente alternativo al centrodestra. Non ha torto chi sostiene che la vera domanda non sia perché Renzi sia uscito dal Pd, ma semmai quella del perché ci sia entrato.

Mail box

 

Auguri a tutta la redazione del “Fatto Quotidiano”

Caro direttore, sono Vittorio Damiano, da Torino (non so se si ricorda ancora di me, sono quello dei dvd di ogni incontro tenuto a Torino) e volevo fare, insieme a mia moglie Giancarla, i più cari e affettuosi auguri. (Naturalmente noi abbiamo continuato a essere, e lo siamo sempre, vicini, tramite il Fatto Quotidiano). Con l’occasione auguri a tutta la redazione.

Vittorio Damiano

 

Un giornale polifonico stimola la riflessione del lettore

Ho molto apprezzato la pubblicazione dell’articolo di Furio Colombo circa la riduzione dei parlamentari, benché in dissenso con la linea del Fatto. Spesso vedo articoli di contrapposizione e apprezzo questa libertà, perché il confronto tra posizioni diverse anima le pagine del giornale, stimolando la riflessione del lettore. Questa dialettica è segno di salute e antidoto all’arroganza del pensiero unico. Penso che solo un giornale sicuro di sé possa permettersi di essere polifonico. Complimenti per questo vostro pregio, difficile da trovare in altre testate.

Massimo Marnetto

 

Questa Europa non può permettersi di darci lezioni

Non ce la faccio più a sentire questa Europa che ci tratta sempre da paria, ci dà degli incivili perché diamo l’ergastolo ostativo a degli assassini stragisti che sciolgono nell’acido bambini per vendetta, che ci dà lezioni di civiltà non accettando le quote di migranti che sbarcano da noi.

Leggevo nell’articolo del 9 ottobre di Palombi che la candida e civilissima Olanda può permettersi di fare una legislazione finanziaria che danneggi i sodali europei come l’Italia (mi sembra che in questo giochino ci sia pure l’Irlanda) e noi che siamo pieni di debiti consentiamo ai grossi gruppi industriali e finanziari di emigrare per non pagare qui le tasse dopo aver ricevuto grossi aiuti statali e senza fargli pagare una adeguata penale. Ma questo è il Paese di Bengodi. Ad esempio, vediamo la classe medica. Si dicono obiettori (e io rispetto tutte le opinioni degli altri) però perché mantengono saldamente il loro posto in ospedali pubblici, creando problemi di gestione alle strutture, come nel caso dell’aborto? Bene, io ti consento di essere obiettore però ti pratico una riduzione sullo stipendio in proporzione al danno gestionale che mi crei nella struttura. Chiedo scusa a Travaglio per questo sfogo, ma a 80 anni ne ho piene le scatole di questo andazzo, e spero che gli attuali governanti sappiano tenere la schiena dritta quando vanno a trattare con i partner europei.

Sergio Stentella Liberati

 

Il saluto della Nazionale turca è un sintomo di paura

La Nazionale di calcio turca che mima il saluto militare in onore di Erdogan è un chiaro sintomo della paura. Dell’assecondare chi ha potere sulla nostra vita per non vedere svanire tutto ciò che si possiede. Dai soldi, alla libertà (ma non di pensiero) alla vita. Hakan Sukur, ex attaccante del Galatasaray ma anche di Inter e Parma, si schiera nuovamente contro Erdogan. E per questo ha perso tutto. Anche il cestista dell’Nba Enes Kanter, giocatore di basket dei Boston Celtics, che vive in America, ha rischiato più volte di essere arrestato. Il suo passaporto è stato revocato. Il padre è finito in prigione e i fratelli non trovano lavoro. Anche queste persone meriterebbero il Nobel per la Pace. Perché lottano per i propri ideali rinunciando a tantissimo. Sia dal punto di vista materiale che emotivo. Ci sono regimi dittatoriali che rappresentano l’orrore puro. Dinanzi ai quali la maggior parte del mondo tiene gli occhi chiusi. Spesso in favore dei rapporti commerciali. La vicenda del povero Giulio Regeni nell’Egitto del dittatore Al-Sisi ribadisce questo terribile concetto. Altro dittatore che come Erdogan perpetra crimini contro l’umanità. Non mi dispiacerebbe vederli giudicati dal Tribunale dell’Aia.

Cristian Carbognani

 

Morti bianche, “sicurezza” vuol dire “seccatura”

I numeri fanno impressione, siamo al cospetto di una vera e propria mattanza. Nel 2018 in Italia sono stati 1.133 i morti sul lavoro, una media di 3 al giorno: nei primi 6 mesi del 2019 il bilancio è spaventoso con 482 infortuni mortali, 13 in più dell’anno scorso nello stesso periodo. Destino, fatalità, parole colme di ipocrisia che coprono una vergogna nazionale a cui la politica e l’informazione dedicano poco spazio con frasi di circostanza per poi parlare d’altro.

Da anni si fa finta di niente, intanto si muore: i crimini e gli omicidi diminuiscono, tutti tranne quelli che si compiono sui posti di lavoro, un contesto dove la parola “sicurezza” a volte diventa sinonimo di seccatura. È come se il termine “sicurezza” fosse adatto per contrastare la criminalità e non per il mondo del lavoro, si dibatte tanto su come dare un lavoro a chi non ce l’ha ma non su come attuare la prevenzione per salvare la vita al lavoratore stesso. I freddi numeri delle statistiche sono utili a dare le dimensioni del tragico fenomeno e quando un’altra luttuosa storia balza in primo piano, tutto si ripete come in cinico copione già visto: parole, solo le solite inutili parole. È un dramma sociale assurdo, un’offesa al nostro vivere civile.

Silvano Lorenzon

Asili nido gratis. L’equità è lontana, ma il problema non sono i disoccupati

Mi sfugge un concetto estremamente semplice. Asili in base al reddito secondo la nuova manovra finanziaria. Ovvero chi guadagna di più pagherà la retta più alta perché ovviamente occorre tutelare i più deboli. Quindi i disoccupati, quelli che hanno reddito pari a zero avranno l’asilo gratis. Ma se sono disoccupati hanno tutto il tempo di badare alla propria prole senza dover ricorrere alle strutture pubbliche. Non basta. Si tratta di un altro immenso favore a chi lavora in nero, a tutti coloro che non hanno dichiarazioni da esibire, o se le hanno, sono ridotte ai minimi termini. Alla fine si traduce nell’ennesima mazzata al ceto medio, la classica famigliola dove lavorano entrambi e che devono rassegnarsi a sacrificare uno stipendio per almeno un paio di anni per il nido che a questo punto può solo essere privato. La famiglia del ceto medio non ha accesso a quelli pubblici per come sono congegnate le liste d’attesa.
Phil Morror

 

Gentile Morror, iniziamo dalle certezze: nella legge di Bilancio e nel collegato dl Fiscale approvato dal Consiglio dei ministri, sono stati previsti 600 mila euro che saranno spesi per una serie di aiuti in favore delle famiglie anche tramite l’assegno di natalità e contributi per gli asili nido. Ovviamente il riferimento è alla promessa fatta dal premier Giuseppe Conte nel suo discorso di fiducia, quando ha indicato come prioritario l’abbassamento delle rette dell’asilo nido, fino all’azzeramento totale delle rette per tutti, e l’incremento dell’offerta dei posti disponibili, così da permettere a più famiglie di iscrivere i propri figli agli asili nido pubblici. Questo perché, ad oggi, le famiglie meno abbienti già pagano l’asilo pubblico in modo proporzionale al reddito familiare, ma i posti comunque non ci sono per nessuno, visto che in Italia solo 1 bimbo su 10 riesce ad accedere al nido pubblico. Tanto che, secondo le stime della Cgil, circa 1 milione di bambini da 0 a 3 anni non usufruiscono dell’asilo nido. La dimostrazione che il welfare italiano non è mai stato così attento né alle famiglie più povere né a quelle del ceto medio. La misura ha però un altro nobile intento che lei non ha colto: deprecando i finti poveri che falsificano l’Isee, ora si potrà consentire di eliminare le disuguaglianze che si formano già nei primissimi anni di vita causate dal perverso meccanismo che chi è senza lavoro non può restare a casa a prendersi cura dei figli, ma deve uscire per cercarsene uno. Mentre i genitori che lavorano possono (potrebbero) permettersi di pagare un asilo privato.
Patrizia De Rubertis