Una volta la vita imitava l’arte, adesso ha gusti più casalinghi, preferisce imitare le serie-tv. Non sappiamo se l’ingegner Carlo Debenedetti, nella sua intenzione di sfilare il gruppo Gedi ai figli, si sia fatto ispirare dalla serie HBO Succession in onda su Sky Atlantic, ma le analogie sono innegabili. Anche qui c’è un impero mediatico che potrebbe passare di mano. Anche qui c’è un patriarca da cui tutto è cominciato ma ormai avanti negli anni; e c’è la classica dynasty familiare (non dimentichiamo che le serie sono le soap-opera in carriera). Dopodiché, alcune cose sono uguali e contrarie; in Succession Logan è considerato superato dai tempi e lui stesso nutre -o finge di nutrire-questo sospetto; nella versione gerontocratica di casa nostra il patriarca è invece certo dell’inadeguatezza delle nuove generazioni (“La gestione di Rodolfo e di Marco ha determinato il crollo del valore dell’azienda proprio perché si è concentrata sulla ricerca di un compratore”).Capovolti di conseguenza anche i magheggi di alta finanza. RoyLogan vuol vendere al miglior offerente (così non pensa più all’azienda, ma soprattutto non pensa più ai figli); Carlo De Benedetti vuol ricomprare lui, e comprare in offerta speciale, magari usando i punti della Fidaty Card. “Un giorno tutto questo risarà mio”: dopodiché, anche lui avrà smesso di preoccuparsi dei figli, e qui con Logan si intendono. Ma come andrà a finire? Per la serie a stelle e strisce il vento è in poppa, ascolti in salita costante, cinque Emmy appena vinti e una terza stagione già in cantiere, lunga vita agli intrighi di sangue e di potere. Insomma, la successione è un successone. Se il buongiorno si vede dal mattino, consiglieremmo anche alla famiglia De Benedetti di registrare i diritti d’autore. Potrebbero tornare buoni.
Scontro in casa De Benedetti: ci sono 200 milioni di ragioni
Non si può scrutare Gedi senza alzare lo sguardo verso l’alto, verso la controllante Cir. È ai piani alti che si capisce la sostanza della violenta e inusitata querelle familiare che vede opposti il patriarca Carlo De Benedetti e i figli Rodolfo e Marco. Entrambi i duellanti sanno perfettamente che per Cir esiste una soglia limite che è stata sfondata pesantemente al ribasso ormai da quasi 5 anni, dalla primavera del 2015 quando il titolo Gedi (l’ex Espresso) lasciò per sempre quota 1,23 euro, senza riacciuffarla. Ma cosa rappresenta? È il valore per azione di carico della partecipazione di Gedi nella holding di famiglia, la Cir appunto, che ne detiene oggi il 43,7%.
Per Cir, ancora alla fine del 2018, il gruppo editoriale continua a prezzare 1,23 euro per azione, per un valore della quota di ben 273 milioni. Ma la realtà dovrebbe riportare la famiglia con i piedi per terra. Gedi, che prima dell’offerta di Carlo De Benedetti valeva solo 25 centesimi, dovrebbe fare un balzo avanti in Borsa di quasi il 400 per cento per ridare vita a quella quota che oggi, stando al verdetto della Borsa, vale sul mercato poco più di 55 milioni. Lo scatto in avanti dopo il coup de théâtre dell’Ingegnere di qualche giorno fa (ovvero l’offerta d’acquisto, rifiutata, del 29,9 per cento di Gedi dai figli) non colma e non potrà mai colmare il fossato abissale.
Cir, di cuiCarlo Del Benedetti è presidente onorario con Rodolfo presidente, ha sul gobbone ormai da troppi anni una minusvalenza potenziale che supera i 200 milioni e non sarà mai colmabile del tutto, né con un rilancio di Gedi, come sostiene l’ingegner De Benedetti, né con una vendita come da tempo cercano di fare i figli. Il nervosismo in famiglia, tale da rendersi pubblico in forme così esplicite, si spiega solo così. Ma Gedi come Cir sono di fatto in un cul de sac, in un angolo. Da un lato, tenerla vorrebbe dire non affrontare il tema della svalutazione nella casa madre e contare su un recupero che l’andamento sempre meno redditizio dei conti non fa intravedere. Dall’altro, però, vendere significherebbe smettere di puntare su un business calante con la consapevolezza però che nessuno arriverà mai a offrire quei soldi. Un premio per il controllo, infatti, in genere è del 30% sui prezzi di Borsa. Un premio per il controllo, infatti, in genere è del 30% sui prezzi di Borsa. Fosse anche il 50%, non si andrebbe oltre i 37 centesimi, la cifra che avevano in mente Cattaneo e Marsaglia prima che tutto naufragasse, non si sa se per volontà dei compratori o per diniego dei fratelli De Benedetti. Vendere, inoltre, vuol dire anche far emergere il buco nascosto nei conti e ferire la Cir. Perciò tutto sembra senza via d’uscita. Tra l’altro, tutto avviene nel momento congiunturale più difficile per Gedi.
Nel 2017 c’è stata la prima perdita da 123 milioni (dovuta, a dir il vero, all’onere da 140 milioni della conclusione della lunghissima lite fiscale del ’91); nel 2018 la seconda perdita, questa sì legata solo al business, per 32 milioni. Soprattutto, per il mercato conta la caduta sia dei ricavi sia, più grave, della marginalità del gruppo.
Il fatturato del semestre 2019 è sotto del 6 per cento sui dodici mesi, a quota 302 milioni; il margine lordo è precipitato a 13 milioni dai 22 milioni di un anno prima e vale poco meno del 5% dei ricavi. L’utile operativo è sceso a 4,3 milioni da 12,6 dei primi sei mesi del 2018. E questo pur con l’incorporazione – a metà del 2017 – de La Stampa e del Secolo XIX. Nel 2018 il fatturato è sì aumentato ma i costi di più, tanto che è calata la redditività. E adesso anche i ricavi cominciano a flettere nonostante l’operazione di fusione.
Ed è proprio la corazzata di casa, con l’Espresso a trascinare al ribasso la profittabilità del gruppo. Nel 2018 il margine lordo della divisione Repubblica è diventato negativo per 7 milioni su 253 milioni di fatturato. Si perdono soldi già a livello operativo. Un tracollo che neanche i gioielli della Corona, le radio, riescono a compensare: qui la marginalità arriva al 30 per cento dei ricavi, ma il fatturato pesa solo per il 10 per cento del totale del gruppo. Altra divisione che mantiene buoni numeri è quella dei giornali locali, affiancati ora proprio dalle due testate storiche del Nord-Ovest. Fanno 250 milioni di ricavi, come Repubblica e l’Espresso, ma hanno un Mol, un margine operativo lordo, al 10 per cento. Vista così, la soluzione più logica sarebbe scorporare in una bad company l’ex regina simbolica del gruppo, proprio La Repubblica con L’Espresso, così che la parte buona (radio e testate locali) possa valorizzarsi. Ma impossibile a farsi. Troppo alto il valore simbolico di Repubblica per privarsene. Ma così Gedi continuerà nel suo lento declino, con buona pace di De Benedetti il cui piano proposto è quello di far confluire Repubblica sotto una fondazione, a cui parteciperebbero “rappresentanti dei giornalisti, dirigenti del gruppo, personalità della cultura che sostenga la libera informazione” ha detto al Corriere.
Gioco, navi e tabacco: le lobby anti-5S ingaggiano Casaleggio
Durante il primo anno dei Cinque Stelle al governo, la Casaleggio Associati ha guadagnato centinaia di migliaia di euro da contratti con aziende leader di settori da sempre contestati dal Movimento, le lobby del tabacco, delle scommesse, dei trasporti.
Nel tripudio di Napoli per il decimo compleanno dei Cinque Stelle, Davide Casaleggio ha ritagliato uno spazio per se stesso, per difendere l’azienda di famiglia che presiede dai sospetti di conflitto di interessi con l’incarico di capo dell’Associazione Rousseau, la piattaforma che gestisce finanze e politiche del Movimento: “A volte paragonano anche la mia piccola srl – ha detto il figlio di Gianroberto, il fondatore – ai grandi colossi delle concessionarie di Stato giusto per fare un titolo di un giornale. Dite loro: andate a controllare nei bilanci”. Più che controllare i bilanci, vanno controllati i rapporti professionali tra la Casaleggio Associati e Lottomatica, Philip Morris, Moby Lines del gruppo Onorato, aziende di caratura internazionale che investono in Italia o proprio concessionarie di Stato che hanno ingaggiato la “piccola srl” di Davide a ridosso delle elezioni del 4 marzo 2018, alla vigilia del voto che ha sospinto i Cinque Stelle al potere con il 32 per cento dei consensi.
L’altro sito di Davide
Lottomatica è un operatore di scommesse, per lo Stato organizza il gioco del Lotto e, due anni e mezzo fa, ha affidato ai tecnici di Casaleggio il portale di “Generazione Cultura”, un concorso che mette in palio stage retribuiti per giovani laureati in collaborazione con la Luiss, l’università di Confindustria. S’è appena conclusa la quarta edizione, la terza con il supporto della Casaleggio Associati.
Philip Morris è un gigante del tabacco, fattura 80 miliardi di dollari, e ha reclutato gli esperti di Casaleggio per una consulenza sulla comunicazione digitale in Italia, che ha coinciso con l’apertura di un canale Twitter nel novembre 2017 e che oggi conta 912 follower. Moby Lines è un frammento del patrimonio di Vincenzo Onorato, armatore napoletano, patron pure di Tirrenia e Toremar. Tra l’autunno 2017 e la primavera 2018, Onorato ha lanciato la campagna “naviga italiano” per spingere la politica a intervenire sulle norme per i marittimi comunitari e i relativi vantaggi fiscali, la diffusione su Internet l’hanno curata Davide e colleghi. I tre contratti valgono gran parte dei bilanci della Casaleggio Associati, che ha dichiarato 1,17 milioni di euro di ricavi nel 2017 e 2,04 nel 2018 con un aumento del 60 per cento, confermati i tredici dipendenti e utili di esercizio in risalita da 20.000 a 180.000 euro.
Lottomatica paga circa 110.000 euro annui per “Generazione Cultura”, il compenso di Philip Morris – secondo informazioni non smentite di più fonti qualificate – è di oltre 500.000, stessa cifra per “naviga italiano” di Moby Lines.
Sempre a Napoli, nel passaggio più delicato, Casaleggio ha affermato: “Una qualunque delle centinaia di nomine che fa il Movimento oggi al governo probabilmente prevede uno stipendio maggiore degli utili della mia società. In questi anni ho imparato a fidarmi di chi fa le cose non per soldi. Normalmente ha una motivazione più interessante”.
Quali motivazioni, commerciali o politiche, hanno indotto Lottomatica, Philip Morris, Moby Lines a richiedere i servizi di una “piccola srl” che si occupa di strategie su Internet?
Philip Morris ha aperto a Bologna la fabbrica che produce un composto di tabacco per le sigarette elettroniche che non bruciano, lo stabilimento fu inaugurato con entusiasmo dall’allora premier Matteo Renzi. Già nel giugno del 2016, l’anno che si chiuse per Renzi con il fallimento al referendum e le dimissioni da Palazzo Chigi, i lobbisti di Philip Morris hanno cercato e trovato un contatto con Luigi Di Maio.
Il regalo di Stato al fumo
A ogni legge di Bilancio, per incastrare incassi e uscite, il governo studia tasse sulle sigarette. Quelle tradizionali patiscono ormai rincari frequenti e di centesimi, quelle elettroniche – su cui le multinazionali hanno orientato i nuovi consumi – oscillano tra stangata e tutela. Il governo Gentiloni impose gabelle severe ai liquidi con o senza nicotina e limitò la vendita su Internet.
Il 27 novembre 2017, il Blog delle Stelle, voce ufficiale del Movimento, ospitò un articolo di Laura Castelli e Alessio Villarosa, adesso viceministro e sottosegretario all’Economia, in cui si denunciava un danno “alle nostre aziende” e un “regalo ai big del tabacco” per le tasse sulle sigarette elettroniche, come se i “big del tabacco” fossero fuggiti dal mercato. In perfetta sintonia con gli alleati leghisti, nel dicembre 2018 con il decreto Fiscale, il governo Conte I ha quasi eliminato le tasse sui liquidi con o senza nicotina e ridotto dal 50 al 25 per cento la misura per il calcolo delle accise per le sigarette senza combustione. Una norma con un costo per l’Erario di 70 milioni di euro all’anno.
Il Fatto ha chiesto spiegazioni sull’accordo con la Casaleggio Associati e l’ingente compenso pattuito, ma Philip Morris Italia ha risposto che non intende commentare.
Lottomatica teme l’ostilità sulle scommesse e non ha tratto benefici dall’ascesa al potere dei Cinque Stelle. Il decreto Dignità, per esempio, seppur un po’ pasticciato da chi l’ha scritto e arenato dalle prescrizioni dell’Autorità di garanzia, ha vietato la pubblicità del gioco sui media. Sulla Casaleggio Associati, invece, Lottomatica fa sapere: “Come fornitore del progetto Generazione Cultura ci siamo rivolti alla Casaleggio Associati poiché quest’ultima ha implementato una piattaforma digitale che ha garantito (e garantisce) la gestione di tutti gli aspetti operativi del progetto. I costi risultano del tutto in linea con i valori di mercato”.
Al fianco dell’armatore
Vincenzo Onorato pretende da tempo l’applicazione di una vecchia legge del ’98, che attribuisce agli armatori privilegi fiscali se assumono personale di nazionalità italiana o europea, imputa ai rivali come i Grimaldi – che battono anche rotte internazionali – una concorrenza sleale perché “sfruttano” marittimi non comunitari, poco qualificati e poco onerosi. Il patron di Moby Lines e Tirrenia, i cui destini dipendono pure dal rinnovo della convenzione pubblica da 72 milioni di euro per i collegamenti con le isole (soprattutto la Sardegna) in scadenza nel luglio 2020, è in perenne contrasto con la Confederazione di categoria e, nella primavera del 2018, ha invaso giornali e social con i ritratti di soli addetti italiani sulle navi del gruppo. Non ha funzionato. Accusato di discriminazione, Onorato è stato costretto a giustificarsi. In quel momento di massimo impegno per la Casaleggio Associati nell’operazione di Onorato, a pochi giorni dalle urne, il 12 febbraio 2018, Beppe Grillo e Luigi Di Maio hanno tenuto un comizio a Torre Annunziata, in provincia di Napoli, sul palco dell’associazione marittimi per il futuro, strettamente legata alle battaglie di Onorato.
Una volta era Leopolda
Il blog di Grillo, che ha il logo di Moby in prima pagina, l’8 maggio 2018 ha informato i lettori del pericolo dei disoccupati marittimi e ribadito il convinto appoggio a Onorato. Qualche mese più tardi, in giugno, è entrata in vigore la legge Cociancich, dal nome del senatore renziano che ha emendato gli articoli del ’98 e così aiutato la causa di Onorato, in passato anch’egli renziano e finanziatore della fondazione Open con 50.000 euro a titolo personale e 100.000 versati da Moby. Onorato non si esprime sull’importo corrisposto alla Casaleggio Associati, illustra le ragioni del sodalizio: “Da anni la nostra Compagnia si batte per l’occupazione dei marittimi italiani-comunitari e contro le vergognose speculazioni salariali tra comunitari ed extracomunitari, sulle navi di bandiera italiana. Al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica su questi temi, ci avvaliamo delle migliori consulenze esterne al gruppo, per la diffusione di questa denuncia”. E tra le migliori c’è la “piccola srl” di Davide.
È morto Paolo Bonaiuti, per 18 anni l’ombra di B.
Di lui si ricordano pure i calci che, sotto il tavolo, tirava a Silvio Berlusconi quando intuiva che stava per spararla grossa. Perché poi sarebbe toccato a lui smussare, addolcire, rabbonire, addirittura smentire, le parole del leader di Forza Italia.
Paolo Bonaiuti, per 18 anni portavoce di Berlusconi, è morto ieri a 79 anni dopo una lunga malattia. Giornalista di successo, prima al Giorno e poi al Messaggero (dove nel 1994 non risparmiò critiche alla “discesa in campo”), è nel 1996 che scocca la scintilla con Silvio, che lo vuole con sé per gestire i rapporti coi giornalisti. E Bonaiuti la categoria la conosce bene, tanto che alle conferenze stampa chiama i colleghi per nome, dispensa sorrisi, chiede di figli e famiglie. Sempre con uno stile da gentiluomo british nella campagna toscana (era fiorentino).
Eletto quattro volte alla Camera e una al Senato, è stato anche sottosegretario alla presidenza del consiglio nei governi Berlusconi del 2001 e del 2008. L’ex Cav di lui si fidava ciecamente, forse solo con Gianni Letta ha avuto un rapporto più profondo. Ma “Paolino” è stato davvero la sua ombra per 18 anni, senza mai staccare mezza giornata. In molti lo ricordano con le braccia ingessate dopo una rovinosa caduta sulla Nave Azzurra nel 2000. Nemmeno allora mollò.
L’ha fatto, invece, nel 2014, andandosene con Alfano. Ormai Berlusconi l’aveva messo da parte, fatto fuori dal cerchio magico, non lo chiamavano nemmeno più alle riunioni. “Me ne vado perché di questo partito non condivido più gestione, toni, parole d’ordine…”, disse a B. “Je ne regrette rien, vorrei dire con la Piaf… Non mi sei venuto nemmeno a trovare in ospedale quando stavo male…”, aggiunse. Nemmeno un (gelido) pranzo di tre ore tra i due servì a evitare l’inimmaginabile divorzio. “Piango un amico che mi è mancato molto in questi anni”, è stato il commento, ieri, di Silvio Berlusconi.
“Da studente era meglio, ora è arruffone e indisciplinato”
Matteo Salvini non studia, non si prepara, non approfondisce i dossier. È il giudizio unanime dei commentatori, un’opinione diffusa e ormai resistente. Ma Matteo da studente era lo scansafatiche che conosciamo oggi? Lo abbiamo chiesto a due sue insegnanti del liceo classico Manzoni di Milano: Maria Adele Bertoli, docente di storia e filosofia (martedì da Vespa, nel confronto con Renzi, Salvini l’ha ricordata in tv con queste parole: “Conte mi ha insultato più della mia prof di filosofia”) e Silvana Sacerdoti, prof di matematica e fisica.
Bertoli: Noto una involuzione del linguaggio, un’esuberanza che negli anni giovanili non vedevo.
Sacerdoti: Lo guardo e percepisco questa sua inclinazione a fare il gradasso.
Bertoli: Il gradasso, sì. L’ho visto in tv nel confronto con l’altro Matteo e mi è parso come impedito in quella che era la sua disciplina prediletta: la propaganda. Ha dovuto utilizzare toni più morigerati e, naturalmente, la ridotta verve ha compromesso l’esito finale.
Sacerdoti: Politicamente è quello. Molto oltre l’esuberanza.
Bertoli: Devo dire invece che da studente era più disciplinato, più curioso, più pronto a dialogare e a contrastare, con la ricerca delle fonti, l’altrui opinione. Non ha mai avuto giudizi severi da me. Maltrattato? Non direi proprio.
Sacerdoti:Io in classe parlavo solo di equazioni e di assi. Nulla di politico. Ricordo uno studente normale, non bravissimo ma non pessimo. Ecco, riprendo in mano il giudizio col quale l’ho mandato alla maturità.
Bertoli: Prese 48 su sessanta, credo che se ne sia anche dispiaciuto un po’. Ma portava matematica e greco, materie che non erano le sue favorite.
Sacerdoti: Io qui ho segnato: ‘Responsabile, corretto. Con buone capacità, ha studiato le due discipline senza particolare entusiasmo rivolgendo l’attenzione ad altre materie’. Gli davo 6 e mezzo, che poi portavo a sette.
Bertoli: Anch’io non ho mai peccato di ingenerosità nei voti. Era da sei, anche qualcosina in più.
Sacerdoti: Era diverso da ragazzo.
Bertoli: Meno arruffone, più disposto al sacrificio.
Sacerdoti:Ora sbruffoneggia troppo, e poi…
Bertoli: E poi è ripetitivo… sempre la stessa solfa.
Sacerdoti: Io non condivido le sue idee, mai votato Lega ma in classe mai avanzato di un centimetro un’opinione. Come detto non andavo oltre l’equazione.
Bertoli: Io invece illustravo le mie idee, la mia visione del mondo. E lo facevo proprio per dare modo agli studenti di potersi confrontare e contrastare persino dialetticamente.
Sacerdoti: Sono nata nel ’32 ho una certa età.
Bertoli: Ho 75 anni, ormai da tempo in pensione. Ho conosciuto tante scuole milanesi.
Sacerdoti: Lei mi dice che la propaganda è una porzione irrinunciabile dell’attività politica. Mi viene lo scoramento così.
Bertoli: Salvini deve ragionare di più, usare di più il metodo della logica, approfondire i processi storici, avere riguardo per le differenze. Si ricordi che io gli feci studiare il libro di Antonio Gramsci sulla questione meridionale. Deve trovare giovamento dagli intellettuali che con più acume illustrano la complessità della storia d’Italia.
Sacerdoti: Meno sbruffone.
Bertoli: Alla maturità aveva già la testa nella politica, era candidato al consiglio comunale di Milano. La sua attitudine agli studi è andata riducendosi con l’aumentare della passione politica.
Sacerdoti: Era meglio da ragazzo. Più disciplinato.
Bertoli: Sì, concordo. Spesso con le colleghe ci ritroviamo e valutiamo quel che era ieri e quel che vediamo oggi. Il confronto con i suoi compagni di classe non è sempre positivo, ed è un gran dispiacere. Ricordo che aveva anche un buon grado di responsabilità nei confronti della famiglia, e alcune volte è persino andato ad approfondire questioni culturali ampie. Si è documentato.
Sacerdoti: Poi vedi che… puf… tutto finisce in quel modo.
Bertoli: Non argomenta, estremizza.
Sacerdoti: Non estremizza, banalizza.
Bertoli: La filosofia insegna a dare un senso alle cose, alla vita. A conoscere la complessità del mondo e anche saperla leggere. Salvini dia un senso ai suoi studi.
Sacerdoti: I politici sono sempre così gradassi?
Bertoli: Li rovina la propaganda.
Sacerdoti:“Il potere”.
Bertoli: Salvini non veleggiava nelle prime file ma nemmeno era nelle ultime. Con gli anni lo studio si è andato però appannando.
Sacerdoti: Ha partecipato anche alle gare di matematica, quelle interne al liceo. Con buon profitto, devo dire.
Bertoli: Peccato.
La Leopolda e la firma del contratto “stile Vespa”
Matteo Renzi sul palco, che firma il “Manifesto” (ovvero il programma) e lo Statuto di Italia Viva, mentre presenta il simbolo uscito vincitore dalla competizione online di sabato scorso, alla presenza di un notaio. È questa l’idea che circola nel comitato organizzatore della Leopolda numero 10 (comitato informale, come a ogni edizione della kermesse fondativa del renzismo).
L’idea del notaio evoca per associazione la firma del contratto con gli italiani di Silvio Berlusconi nello studio di Bruno Vespa. Ma è soprattutto uno dei tanti colpi di teatro che l’ex premier sta studiando per ravvivare la sua manifestazione.
Tutto questo dovrebbe accadere sabato pomeriggio (condizionale d’obbligo, visto che tra le caratteristiche della Leopolda ci sono i cambiamenti di programma dell’ultimo secondo). Quando Italia Viva diventerà a tutti gli effetti un partito. Nel frattempo, fervono i preparativi, palco, logo e format compresi (a cura di Lucio Presta): sul pavimento della vecchia stazione industriale di Firenze sta apparendo il numero 10, più volte replicato. Numero tondo, che marca la discontinuità delle origini: la prima era una sorta di manifestazione ribelle, condotta con Pippo Civati. Negli anni è successo di tutto.
Per ora, dunque, la tre giorni dovrebbe essere così scandita: l’apertura di Renzi venerdì sera alle 19, i tavoli (organizzati da Maria Elena Boschi) sabato mattina, la grande trovata scenica di sabato pomeriggio, la chiusura di Renzi con Teresa Bellanova domenica. Un duetto inedito, tanto per chiarire che uno è il capo e l’altra quella che ha l’onere e l’onore di rappresentarlo nelle sedi ufficiali.
La tre giorni sarà poi animata da interventi di gente comune, musica, spezzoni di video. E qualche vip a sorpresa (ammesso che si trovi).
Al Manifesto (che qualcuno chiama programma e qualcuno Carta dei Valori) stanno lavorando Gennaro Migliore e Lisa Noja. Con il contribuito ideativo di chi ne ha voglia. Embargo fino a sabato, anche se i due capisaldi dovrebbero essere il Family act e il Green act, due proposte di provvedimenti “femminista” e “ambientalista”. Di destra o di sinistra? La domanda, se si prova a porla, viene derubricata come “non pertinente”. Perché quello che sta nascendo più che un partito “tradizionale” vuole essere un Movimento per temi. Un modo per giustificare l’attitudine renziana a cercare di sostenere tutte le posizioni possibili. “Costruiamo una nuova Casa: giovane, innovativa, femminista, dove si lancino idee per l’Italia e l’Europa”, la mission sul sito dei Comitati azione civile. Lo Statuto è nelle mani di Ettore Rosato, in primis, ma poi ovviamente anche di Renzi e Boschi e potrebbe anche divenire parte del Manifesto. I Comitati peraltro hanno anche incominciato a fare un’altra attività: “Segui ora la diretta di Porta a Porta, dalle 22.50 su Rai 1: il confronto tra Matteo Renzi e Matteo Salvini. Sostieni il dibattito usando gli hashtag ufficiali della serata: #RenziSalvini e #49milioni. A presto!”, era la mail personalizzata che martedì sera veniva mandata a presunti simpatizzanti renziani con l’invito a seguire il dibattito a Porta a Porta.
Perché magari ci saranno pure i fuochi d’artificio alla kermesse che si apre domani, ma resta un problema. Facendo la media dei sondaggi, la popolarità di Renzi resta massimo intorno al 10% (meno di Carlo Calenda, per dire). Un po’ poco per uno che – nonostante tutto – sogna ancora un ritorno a Palazzo Chigi.
Salvini ha bisogno di Renzi (e per questo lo sfida in tv)
Non occorreva certo un genio della comunicazione per capire che a Matteo Salvini non conveniva affatto accettare la sfida tv di Matteo Renzi. Che infatti è apparso scenicamente più vispo, e più efficace nell’arte dialettica del cazzeggio, della battutaccia, del dire tutto senza dire niente. E allora perché mai Salvini si è sottoposto a un confronto che in termini di voti non sposta nulla, e perdipiù contro un avversario che, stando ai sondaggi, conta dieci volte meno di lui? Bisogno di visibilità? Ma se entrambi bivaccano negli studi televisivi. Un altro mojito di troppo? O forse semplicemente perché all’ex Capitano interessa dare tutta la corda possibile all’ex statista di Rignano, nella speranza che un giorno Giuseppe Conte e Luigi Di Maio ci s’impicchino?
Infatti, da Italia Viva, cavallino di Troia nel campo giallorosso, potrebbero scaturire cavoli amari già dalle elezioni in Umbria di domenica 27 ottobre, nel caso il centrodestra dovesse vincere ai danni dell’inedita alleanza Pd-M5S. Un’evenienza che soltanto tre mesi fa, con la vecchia maggioranza gialloverde, sarebbe apparsa come la naturale conseguenza dell’irresistibile avanzata salvinista, dopo i blitz in Abruzzo, Basilicata, Sardegna e Piemonte.
In quel caso, il capo leghista avrebbe sicuramente evitato di infierire sull’alleato di governo, e i grillini se ne sarebbero fatta una (altra) ragione. Oggi, invece, con uno scenario completamente mutato, l’Umbria alle destre (dopo mezzo secolo di dominio incontrastato della sinistra) per Salvini potrebbe significare la prima sonora rivincita sul Conte due. Ma soprattutto una formidabile grancassa mediatica, un successo da propagandare come la risposta degli italiani ai voltagabbana affamati di poltrone, eccetera. Mentre per i renziani un’eventuale sconfitta del candidato giallorosso sarebbe una ghiotta occasione per mettere sulla graticola il Pd di Nicola Zingaretti, oltre che naturalmente il premier Conte.
Se non è un’altra battaglia del Trasimeno, poco ci manca. Senza contare che un rovescio del centrosinistra a Perugia e dintorni potrebbe mettere subito in crisi il progetto di uno stabile patto elettorale giallorosso, avanzato giorni fa dal segretario del Pd. Ipotesi che già in Emilia Romagna e Calabria, dove si vota l’anno prossimo, già vacilla di suo.
Insomma, l’unica speranza di elezioni anticipate che resta a Salvini è legata alla possibilità che l’attuale maggioranza si trasformi presto in un rissoso campo di Agramante. E anche se Renzi ha bisogno di tempo per radicare il suo partitino, nel suo ruolo di guastafeste di governo si sta dando già da fare. Il personaggio, per la sua smania di mettersi in mezzo e di fare casino, ricorda una storiella della provincia italiana, riesumata anni fa da Eugenio Scalfari dal titolo: il birillo rosso del biliardo di Foligno. Un apologo secondo il quale il Mediterraneo è il centro del pianeta, l’Italia è il centro del Mediterraneo, Foligno è il centro d’Italia (guarda caso in Umbria), un certo bar è il centro di Foligno e di conseguenza il birillo rosso del biliardo di quel bar è esattamente il centro del mondo.
Storiella applicabile al comportamento di certi personaggi politici, i quali prosperano nell’incertezza e nella confusione e si propongono, investiti da raffiche di egocentrismo, come punto di aggregazione delle nuove forze che dovrebbero guidare il Paese. Oggi, quel birillo rosso vi ricorda qualcuno?
Casa, partite Iva, crediti… La lunga lista dei balzelli
Buste paga più pesanti, bonus sulla ristrutturazione delle facciate esterne degli edifici e taglio del superticket. Ma anche parziale abolizione della flat tax alle partite Iva, mini stangata sulla casa e meno detrazioni fiscali dall’altra. Ecco le due facce della prossima manovra che emrge dal Documento programmatico di bilancio. Da una parte importanti provvedimenti per lavoro, ambiente, investimenti ma dall’altra parte – alla ricerca di altri 15 miliardi di euro per fare cassa – sforna una nuova serie di tasse e balzelli che andranno a gravare non poco su imprese e famiglie. Eccone una breve carrellata.
Casa. Triplicano le imposte ipotecarie e catastali sui trasferimenti immobiliari soggetti all’imposta di registro che passano da 50 euro a 150 euro ciascuna. L’importo sarà equiparato anche per le vendite di immobili soggette a Iva. Ma potrebbe crescere di una quarto anche la cedolare secca sugli affitti a canone concordato, che si applica anche alle locazioni degli studenti universitari, con l’innalzamento dell’aliquota dal 10% al 12,5%. Un aumento che per Confedelizia sarebbe un “clamoroso autogol”, visto che la misura ridotta è motivata dalla finalità di favorire l’accesso all’abitazione da parte delle famiglie che non possono rivolgersi al libero mercato. Nel gioco del bastone e della carota, vengono prorogati i bonus su riqualificazione energetica, ristrutturazioni e mobili e si introduce una detrazione del 90% per la ristrutturazione delle facciate esterne degli edifici.
Detrazioni. Dalla revisione delle tax expenditure, cioè esenzioni, detrazioni e crediti fiscali, da cui il governo conta di ricavare circa 200 milioni l’anno prossimo, a rimetterci saranno i contribuenti più ricchi, che si vedranno azzerare le detrazioni del 19% erogate dallo Stato, cioè quelle usate per spese sanitarie, scuola, attività sportive dei figli e abbonamenti al trasporto pubblico. Unica eccezione gli interessi passivi sui mutui per l’acquisto della prima casa che non saranno toccati. L’intervento dovrebbe colpire in modo graduale i redditi oltre i 120mila euro; dai 240mila euro in su le detrazioni verranno azzerate. Colpiti da balzelli saranno anche i contribuenti alle prese con i documenti rilasciati dai tribunali relativi alla materia penale. Chi, ad esempio, richiederà il certificato dei carichi pendenti che serve per la partecipazione ai concorsi pubblici, oltre a 19,87 euro tra diritti di certificato e bollo, dovrà sborsare un’imposta di bollo di 2,4 euro a foglio.
Lavoro e pensioni. Mezza gioia per i lavoratori: è ancora difficile stabilire come verranno tagliate le tasse. Tra le ipotesi circolate si ipotizza di ridurre il carico fiscale agli esclusi del bonus 80 euro oltre i 26mila euro annui, magari fermandosi a quota 35mila. Sul fonte delle pensioni, invece, confermate Quota 100 e le proroghe di un anno di Opzione donna e Ape sociale. È però scontro sulla mini-rivalutazione degli assegni pensionistico lordi tra i 1.522 e 2.029 euro. I sindacati parlano di “presa in giro” perché il 97% dei pensionati interessati già beneficia di un’indicizzazione al 97% dell’inflazione. E l’aumento previsto sarebbe di circa 50 centesimi al mese, pari a poco più di 6 euro all’anno per 2,5 milioni di pensionati.
Partite Iva. Per limitarne gli abusi, il governo abolisce la flat tax per i redditi compresi tra 65.000 e 100.000 euro. E tra i correttivi pensa di introdurre il regime analitico (l’obbligo di dichiarare costi e ricavi in maniera dettagliata per ciascuna attività) per chi ha scelto la flat tax al 15%. Si tratta di una doccia fredda per 2 milioni di partite Iva. Reintrodotto il “regime dei minimi” con redditi fino a 30mila e aliquota al 5% valida solo per i primi 5 anni, ma con un inasprimento: si rimettono i parametri e il regime analitico.
Compensazioni. Via le compensazioni automatiche operate dal Fisco tra rimborsi del 730 e debiti iscritti a ruolo, dentro la stretta sui crediti Irpef, Ires e Irap da utilizzare in compensazione se si superano i 5mila euro solo 10 giorni dopo la trasmissione della dichiarazione da cui emergono. Poi dal 2021 la stretta riguarderà anche i crediti dei sostituti d’imposta, come il bonus 80 euro. Il divieto di compensazione si allarga anche alla responsabilità in solido negli appalti e nei subappalti in caso di mancato pagamento delle ritenute fiscali previdenziali o contributive.
Trump ci minaccia: “Niente Web Tax”. Ecco tutti i numeri
Donald Trump ha fatto precedere l’arrivo di Sergio Mattarella alla Casa Bianca da tutti i sensi della sua insoddisfazione per la cosiddetta “web tax” per le grandi multinazionali di Internet, che entrerà in vigore in Italia il 1° gennaio sul modello di quella francese: “Il presidente pensa sia un’ingiusta discriminazione nei confronti delle imprese americane che sarebbero le principali aziende a essere colpite”, ha fatto sapere ai media americani un funzionario Usa proprio mentre Mattarella s’avviava a varcare il portone della Casa Bianca.
Poi lo stesso Trump (ma nella politica americana questa è una posizione bipartisan) ha spiegato: “Se qualcuno deve tassare le grandi tech company americane, dovremmo essere noi, non la Ue”. La posizione di Washington è che sul tema serve “una soluzione globale”, “così da evitare ritorsioni non necessarie”, ma che verranno prese “se diverranno l’unica opzione”.
Insomma, gli Usa ci minacciano di una punizione dolorosa se oseremo tassare Google, Amazon e compagnia: con la Francia – la cui web tax è partita all’inizio del 2019, visto che a livello Ue è bloccata dal veto di alcuni Paesi – c’è una sorta di pace armata. “Se ne deve occupare l’Ocse”, dicono gli statunitensi: ed effettivamente a Parigi si sta discutendo proprio in queste settimane una proposta molto simile a quella franco-italiana. Problema: gli Usa si sono dichiarati contrari.
È una curiosa posizione questa di Trump, visto che l’anno scorso ha emanato una legge per far rimpatriare gli utili d’impresa che alle sole grandi Web&Software è costata 17 miliardi una tantum. L’attuale proposta italiana, che arriva dopo un balletto senza costrutto durato anni, è simile a quella francese: una tassazione del 3% sui ricavi realizzati nel nostro Paese dalle società con un fatturato globale superiore a 750 milioni di euro, di cui almeno 5,5 milioni realizzati in Italia. Gettito atteso: 600 milioni. Meglio che niente, per carità, ma sono spiccioli.
Perché il tema è così rilevante? Perché le imprese del futuro, che hanno un volto così amichevole nelle pubblicità, sono una sorta di sfida per la struttura del fisco in tutto il mondo: tutte le multinazionali, ovviamente, eludono la tassazione in molti modi, ma quelle tradizionali hanno sedi, fabbriche, merci, personale, possono essere colpite; quelle del web sono immateriali e, come tali, si pretendono apolidi. Secondo la Commissione Ue, ad esempio, l’aliquota media pagata dalle grandi multinazionali nel mondo è al 23% (e può scendere al 16 grazie a una serie di trucchi), quella delle WebSoft è al 9,5% e può scendere sottozero. Tutte insieme comunque, ha sostenuto il Fmi, eludono il fisco dei 36 Paesi dell’Ocse per circa 400 miliardi di dollari ogni anno. La via principale è sempre la stessa: esportare gli utili verso i paradisi fiscali.
L’ultimo rapportodi Mediobanca sui bilanci delle multinazionali ne analizza 397, di cui 21 nel settore Web&Software (Google, Amazon, eccetera): “Nel 2017 circa due terzi dell’utile ante imposte delle WebSoft è stato tassato in Paesi a fiscalità agevolata (Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi ecc.) con un risparmio di imposte pari a 12,1 miliardi di euro”. Nel periodo 2013-2017 il risparmio cumulato sfiora i 50 miliardi, che diventano quasi 75 miliardi se si aggiunge Apple, che guadagna soprattutto sull’hardware. La situazione in Italia è questa: le 21 multinazionali WebSoft nel 2018 hanno dichiarato da noi un fatturato di 1,8 miliardi di euro e pagato tasse per 60 milioni, vale a dire il 3,3% del totale.
Queste cifre, però, sono solo la punta dell’iceberg della presenza delle grandi multinazionali del web in Italia. Il politico più impegnato per la cosiddetta “web tax” è stato in questi anni Francesco Boccia, deputato Pd e oggi ministro degli Affari regionali: “Secondo il servizio studi della Camera, nel 2016 il giro d’affari in Internet era superiore ai 50 miliardi di euro, di cui una trentina solo nell’e-commerce: con questa base imponibile l’Italia dovrebbe recuperare tra 6 e 8 miliardi l’anno”. Per questo, pur essendo favorevole a partire dal modello francese, lo considera “un compromesso al ribasso”.
Il punto d’arrivo, come ha dichiarato più volte, dovrebbe essere la sua proposta approvata in Parlamento nel 2013 (e poi cancellata da Matteo Renzi), che “imponeva l’utilizzo della partita Iva italiana a chi vendesse beni e servizi in Italia: l’obiettivo è che le grandi imprese digitali paghino le stesse tasse delle altre aziende. Non esistono due vite, una online e una offline”.
Non solo lotta ai furbetti: 10 miliardi di tagli e tasse
L’articolato normativo della Manovra approvata ieri “salvo intese” dopo un Consiglio dei ministri notturno infinito, ancora non c’è. Così come la versione definitiva del decreto Fiscale. Il quadro di massima della prima manovra giallorosa è però definito, fissato nel Documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles.
Nel complesso, la legge di Bilancio 2020 riesce a centrare gli obiettivi fissati dagli alleati, seppure, per la verità, ridimensionati quasi subito. Il tutto al costo di una sfilza di nuove tasse e tagli di spesa.
I 5Stelle incassano un primo abbozzo di stretta sulle norme penali per i reati tributari, e che Quota 100 non venga toccata, mentre saranno riconfermati i super e gli iper ammortamenti (e la Nuova Sabatini) del piano Industria 4.0. Il Pd incassa il taglio del cuneo fiscale “solo per i lavoratori”, in sostanza un bonus modello “80 euro” di Renzi, ma dimezzato, per 4,5 milioni di lavoratori con reddito tra i 26 e i 35 mila euro (fascia esclusa dal vecchio bonus, così come gli incapienti). LeU ottiene la cancellazione del superticket sanitario (varia da 3 a 10 euro), ma per il 2020 solo a partire da settembre. Sul piatto c’è anche un aumento degli investimenti destinati alla riconversione energetica “verde” pari a 3 miliardi all’anno. L’incentivo per chi paga con carta elettronica – pallino del premier Giuseppe Conte – arriverà solo nel 2021. A bilancio ci sono anche 600 milioni per politiche a favore delle famiglie (esonero dalle rette per asili nido etc.), la conferma delle risorse per il rinnovo del contratto degli statali e l’aumento da 2 miliardi del fondo sanitario.
In buona sostanza, parliamo di una manovra in gran parte di ordinaria amministrazione. Per finanziare le diverse misure, però, e disinnescare gli aumenti automatici dell’Iva, il governo ha dovuto recuperare 15 miliardi di coperture. Di questi – si legge nel Dpb – 7,4 miliardi arrivano da maggiori entrate fiscali: 3,2 sono frutto del decreto fiscale “collegato” alla manovra, una sfilza di norme anti evasione che in alcuni casi si trasformerà in adempimenti pesanti per i contribuenti, come quella sulle compensazioni crediti/debiti con l’erario, che da sola vale 1 miliardo di maggiori entrate; gli altri 4,3 miliardi arrivano in buona parte dall’eliminazione della flat tax al 20% per le partite Iva con reddito tra 65 e 100 mila euro (250 milioni), che doveva scattare quest’anno, da nuove tasse alle banche (1,6 miliardi) e – grande classico – sui giochi (600 milioni). E sempre alla voce “nuove tasse”, seppure “ambientali”, si possono ascrivere anche le misure che compongono la riduzione dei sussidi ambientali “dannosi”: l’eliminazione del beneficio sul gasolio per i veicoli Euro3 e Euro4 dal 2021; una tassa per i prodotti inquinanti impiegati per la produzione di energia; un incremento dal 30% al 100% nella determinazione della base imponibile ai fini Irpef del reddito ritraibile per le auto aziendali più inquinanti; e un’imposta sugli imballaggi di plastica (un euro al Kg), che da sola vale quasi 800 milioni nel 2020 (1,4 miliardi a regime). Sommato al taglio delle detrazioni per i redditi sopra i 120 mila euro, al conto totale si aggiungono altri due miliardi. C’è spazio anche per una sfilza di micro tasse, dal nuovo bollo sui certificati giudiziari (2,4 euro a foglio) alle imposte ipotecarie e catastali per i trasferimenti immobiliari triplicate, al taglio delle esenzioni vigenti per i buoni pasto cartacei (da 6 a 4 euro).
Non di sole coperture si compone però la manovra. C’è anche un corposo capitolo che riguarda i tagli di spesa: in due settimane sono saliti a 2,7 miliardi, uno in più rispetto alla cifra messa a bilancio dalla Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza approvata a fine settembre.