“Sull’evasione, pronto allo scontro con chi si mettesse di traverso”

Presidente, lei aveva annunciato una rivoluzione contro l’evasione fiscale, ma l’impressione dal testo uscito stanotte non è piuttosto quella di qualcosa che si avvicina di più alla manutenzione del compromesso, di uno slalom tra i veti incrociati dei partiti della maggioranza giallorosa?

Sulla lotta all’evasione fiscale intendo andare fino in fondo. Oggi parte una rivoluzione culturale: per la prima volta lo Stato premia gli onesti senza peraltro penalizzare chi usa il contante. È una trasformazione radicale che coinvolgerà i comportamenti dei cittadini e andrà a beneficio di tutti, perché tutti potremo pagare meno tasse.

Persino sul limite dei pagamenti in contanti a 1.000 euro, osteggiato da Renzi, si dice che si è litigato in Cdm fino a notte fonda, fino al compromesso dei 2.000 euro subito e dei 1.000 dal 2022: come sono andate le cose?

La misura sul contante è stata una mia proposta e senza la mia determinazione confesso che non sarebbe andata in porto. Averne ottenuto l’applicazione progressiva è per me un risultato soddisfacente. Dobbiamo favorire i pagamenti elettronici e agire con determinazione per contrastare l’evasione. Chi evade ruba il futuro agli altri cittadini, e questo non possiamo permetterlo. E mi rifiuto di credere che Renzi e Italia Viva possano pensarla diversamente.

Anche i 5 Stelle frenano sui limiti al contante per difendere i piccoli evasori fra artigiani e commercianti?

Nessuna forza politica di questo governo intende difendere l’evasione, grande o piccola che sia. Piuttosto, è emersa una sensibilità trasversale: non possiamo penalizzare nessuna categoria di lavoratori, professionisti compresi. Ma il nostro piano di contrasto all’evasione è un grande progetto riformatore che vuole premiare e non punire, e che va valutato nel suo complesso, non considerando una sola misura.

Il suo sms a Gualtieri significa che non solo Renzi, ma anche il Pd tira il freno sulle manette agli evasori?

Anche sul carcere ai grandi evasori mi sono speso personalmente. Ci sono però approfondimenti tecnici su queste norme che stiamo ancora effettuando. Ai miei ministri da subito ho chiesto coraggio perché gli italiani si aspettano risposte, attendono una svolta. Coraggio, in particolare, in questa storica lotta all’evasione fiscale. Perché o siamo tutti decisi ad andare fino in fondo in questa rivoluzione, oppure è tutto vano. Stiamo lavorando per portare l’Italia nel futuro, non per galleggiare nell’economia ‘sommersa’.

È vero che ha dovuto contattare personalmente i tecnici del Mef per spronarli a misure più coraggiose di quelle del ministro?

Abbiamo trovato 3 miliardi in più, che useremo per il meccanismo di cashback con cui distribuiremo all’inizio di ogni anno un superbonus a chi usa pagamenti digitali. Era esattamente quello che volevo.

Perché l’aumento delle pene riguarda solo la frode fiscale e non il reato altrettanto grave e diffuso di evasione?

Stiamo lavorando proprio su questo, il progetto di lotta all’evasione fiscale è molto complesso e riguarderà senza dubbio i reati più gravi.

Perché non avete inserito gli aumenti di pena già nel decreto Fiscale?

Sono emerse perplessità sull’inserimento in questo strumento normativo che è il decreto Fiscale, ma già da ieri abbiamo continuato a lavorare per completare questo tassello della riforma.

Quali aumenti di pena e quali riduzioni delle soglie di non punibilità (ora gigantesche, al punto che non si processa quasi nessuno) dobbiamo aspettarci in definitiva? Con quale strumento normativo? E in quali tempi? Non si rischia di rinviare alle calende greche?

Come detto, ci sono valutazioni tecniche in corso e le forze di maggioranza stanno ancora discutendo. La linea del governo di una lotta senza quartiere all’evasione fiscale è fuori discussione, compreso il carcere ai grandi evasori.

Può impegnarsi sul suo onore che, quando le norme saranno operative, vedremo finalmente gli evasori sotto inchiesta, poi a processo e infine in carcere a scontare pene adeguate in proporzione alle risorse sottratte alla collettività?

Siamo impegnati giorno e notte per questo. Il Piano antievasione va completato in tutti i suoi aspetti.

I 5Stelle sono preoccupati di penalizzare troppo le partite Iva, commercianti e artigiani. Come pensa di convincerli?

Ho raccomandato io stesso alle strutture tecniche di non criminalizzare nessuna categoria di lavoratori, perché il nostro obiettivo è premiare i cittadini onesti e in questo modo far emergere automaticamente il sommerso, un principio che il Movimento 5 Stelle ha condiviso sin dall’inizio. È una soluzione positiva per tutti, che ci permetterà di abbassare il carico fiscale per tutte le categorie, professionisti compresi.

Qui prima Renzi, poi il Pd, poi i 5Stelle minacciano sfracelli, impongono veti anche sui media e alla fine ottengono qualcosa. Non è un metodo deleterio per un governo che vuole cambiare davvero le cose? Quanto può durare il governo con questo andazzo, che ricorda molto i veti incrociati Salvini-Di Maio? Lei allora impose un altolà: se continuate così, me ne vado. L’ha fatto anche stavolta con i giallo-rosa o lo farà presto?

Ho già dimostrato di non tollerare che qualcuno metta al centro le proprie convenienze politiche prima dei bisogni reali degli italiani. Non consentirò che si blocchi l’azione del governo per veti o interessi particolari. Ogni giorno siamo chiamati a dare risposte concrete. Lo sono la lotta all’evasione, il pacchetto famiglia, l’abolizione del superticket in Sanità per favorire l’accesso alle cure.

A che punto sono le trattative con le banche per la riduzione delle commissioni per i pagamenti con carta? E con le Poste per le carte prepagate, a beneficio di anziani privi di bancomat e carta di credito?

Ho sentito personalmente gli amministratori delegati dei principali gruppi bancari e mi hanno dato ampie rassicurazioni su questo. Dal settore bancario ci aspettiamo piena collaborazione per un progetto di grande modernizzazione del Paese. In un mondo digitalizzato, i volumi delle transazioni sono in costante aumento e questo crea opportunità per tutti gli intermediari. È per questo che anche i costi delle transazioni potranno scendere. E a breve saremo in grado di definire nei dettagli la riduzione delle commissioni. Sarà coinvolto anche il circuito alternativo al sistema creditizio.

Il taglio del cuneo fiscale non è troppo misero? Il fatto che vada a beneficio solo dei lavoratori e non delle aziende non consente a Salvini di far man bassa tra le partite Iva?

Chi pensa che 500 euro in più all’anno di media nelle buste paga dei lavoratori siano insignificanti probabilmente non ha fatto i conti con la vita di tanti italiani. Parliamo anche di lavoratori e di famiglie che non avevano beneficiato di altri bonus in passato. Una boccata di ossigeno importante. Sinceramente penso ai lavoratori, non a Salvini. Per le imprese, abbiamo costruito un’autostrada per la crescita fondata sulla Green Economy, fatta di bonus e incentivi. Puntiamo ancora sul sostegno per le imprese che innovano e acquistano nuovi macchinari.

Il cashback con gli sconti e le restituzioni a chi usa pagamenti tracciabili non è troppo basso? E perché – come pare – slittano addirittura al 2021? Mancano le coperture? Non è una sconfitta sua personale, visto che l’aveva presentata come una sua battaglia?

Io piuttosto la considero una vittoria. All’inizio dell’anno daremo un bonus tra il 10 e il 19% delle spese a chi paga con la carta il ristorante, il meccanico, l’idraulico, l’elettricista, il parrucchiere, il bar e altre categorie in via di definizione. Il superbonus ‘della Befana’ partirà da 200 euro per persona all’anno e potrà salire. In più ci saranno 50 milioni di premi con la lotteria degli scontrini. Su questo sono pronto anche ad andare allo scontro con chiunque voglia mettersi di traverso. Perché, nella lotta all’evasione, o si va fino in fondo oppure non servirà a niente.

Lei parla di un “patto con gli italiani, onesti ed evasori”. Immagini di avere davanti un evasore fiscale: come lo convincerebbe a pagare le tasse, alla luce delle nuove norme?

Il patto che ho in mente riguarda solo gli italiani onesti. Io non scendo a patti con gli evasori. A loro, però, dico che non sarà più conveniente fare i furbi. Garantiremo maggiore facilità nei pagamenti digitali e condizioni favorevoli per chi vuole pagare le tasse, ma allo stesso tempo saremo inflessibili con chi invece cerca scorciatoie. Una volta orientati i comportamenti di tutti gli italiani, avremo risorse sufficienti per abbassare le tasse a tutti.

Ora immagini di avere di fronte un contribuente onesto: che cosa gli direbbe, su quel che state facendo contro gli evasori, a proposito dei benefici che potrebbero riguardarlo?

A tutti gli italiani rivolgo un appello: a breve sarà possibile avere carte elettroniche a costo zero. Usarle sarà conveniente per tutti, perché ogni anno vi torneranno indietro centinaia di euro. E tutti insieme saremo attori del cambiamento e della modernizzazione del Paese. D’ora in poi, essere onesti conviene.

Questa Finanziaria, secondo lei, disegna il nuovo patto 5Stelle-centrosinistra che lei ha in mente o siamo ancora lontani?

Questa manovra finanziaria è il primo atto forte di una maggioranza che da subito ha iniziato a lavorare incessantemente, con coraggio e determinazione, per migliorare la qualità della vita degli italiani. Siamo solo all’inizio di questo cammino, ma i segnali sono positivi. Stiamo lavorando a un’Italia moderna, verde, digitale, con infrastrutture funzionanti e servizi di qualità.

Trump chiede a Mattarella di cancellare la Web Tax sui colossi del web. L’ha chiesto anche a lei? Oppure: se glielo chiedesse, lei che cosa risponderebbe? La Web Tax è non trattabile, oppure è anch’essa aperta a un compromesso?

L’Italia è da tempo impegnata a formulare in sede Ocse, assieme a tutti i Paesi europei, un’ipotesi di provvedimento sulla Web Tax che risponda alle esigenze di tutti gli Stati coinvolti. Per il nostro Paese si tratta di una misura importante per garantire l’equità e la giustizia tributaria, ma stiamo partecipando in tutte le opportune sedi internazionali a un negoziato con gli Stati Uniti per trovare una soluzione condivisa.

Che si può fare per fermare la Turchia? Basta sospendere le forniture militari future? Si possono davvero bloccare i contratti già in essere? Ci sono altre iniziative che lei proporrà al Consiglio europeo? L’Europa sta facendo tutto il possibile o può fare di più, e cosa?

La sospensione degli approvvigionamenti militari è un’iniziativa doverosa, ma non ci appaga. Proprio ieri il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha firmato l’atto che dispone il blocco delle vendite future di armi alla Turchia e l’iter per avviare un’istruttoria sui contratti già in vigore. L’Italia è determinata a scongiurare iniziative militari che possano destabilizzare ulteriormente la regione. Per questa ragione il nostro Paese confida in un’azione congiunta a livello europeo e multinazionale. A tale proposito, sfrutterò l’occasione del Consiglio europeo per sottolineare i numerosi rischi che l’offensiva turca pone a livello internazionale: non solo la sorte di una popolazione come quella curda già duramente provata dal conflitto e i risultati ottenuti nella lotta al terrorismo, ma anche la potenziale compromissione del processo politico in Siria di cui dobbiamo preservare i recenti sviluppi ottenuti sotto l’egida dell’Onu.

Che ne pensa del faccia a faccia in tv fra i due Matteo, Renzi e Salvini?

Non ho avuto modo né tempo di seguirlo perché ero impegnato alla riunione del Cipe prima e in Consiglio dei ministri dopo, sino a notte fonda. Il confronto per me più importante è quello quotidiano con i cittadini. Alla fine di questo mandato, voglio tornare da loro e poter dire che l’Italia sta finalmente cambiando.

La bavbàvie

L’altra sera avevo appena finito di discutere a Otto e mezzo con due colleghi sulle manette agli evasori (“barbarie!”, anzi “bavbàvie!”), quando ho visto Andrea Orlando, vicesegretario del Pd ed ex ministro della Giustizia, a Cartabianca. Anche lui ripeteva la litania che aumentare le pene agli evasori per mandarli in carcere non serve a niente e non spaventa nessuno: molto più dissuasivo confiscar loro il maltolto. Ora, a parte il fatto che soltanto un mese fa il Pd ha sottoscritto un programma di governo che prevede l’aumento delle pene agli evasori, una simile sciocchezza la può sostenere solo chi non sa nulla delle norme sull’evasione, che già prevedono il sequestro e la confisca delle somme evase. E non dissuadono nessuno dal continuare a evadere. Per un motivo semplice. L’evasione, ancor più della corruzione, è un reato seriale. Nessuno evade un anno e poi basta: chi evade lo fa sempre. Ogni anno mette da parte un bel bottino a spese di quei fessi che pagano le tasse. E sa benissimo che gli accertamenti a campione toccano meno del 10% delle dichiarazioni dei redditi, quindi ogni anno ha il 90% di probabilità di farla franca. Può pure scrivere in dichiarazione “Viva la gnocca” e 9 volte su 10 nessuno se ne accorge. Se poi, una volta nella vita, ha la sfiga di essere scoperto, già sa che potrà tenersi il resto del maltolto (le vecchie evasioni cadono in prescrizione alla velocità della luce); e, quanto all’evasione accertata, lo Stato riesce a riscuotere solo il 12%. Quindi chi evade ha 12% del 10% delle probabilità di dover restituire la refurtiva: cioè l’1,2%. A questo punto, se può evadere e non lo fa è un santo da calendario. O un emerito coglione. E chi pensa di dissuaderlo con la minaccia di levargli un anno di malloppo è come chi crede di dissuadere un pesce minacciando di gettarlo nell’acqua, o una talpa di seppellirla sottoterra.

Martedì dalla Gruber il collega di Radio24 citava Mani Pulite come prova del fatto che le manette di Tangentopoli non hanno dissuaso corrotti e corruttori. Piccolo particolare: nessuno dei condannati per Tangentopoli, a parte tre o quattro sfigati, ha scontato la pena in carcere. Intanto perché le pene per la corruzione sono basse e fra sconti, attenuanti e amnistie portano a condanne perlopiù inferiori ai 3 anni (che in Italia non si scontano in galera, ma ai domiciliari o ai servizi sociali). Eppoi perché, appena partirono i processi, i governi di destra e di sinistra si attivarono per mandarli in fumo con varie leggi salva-ladri spacciate per “garantismo”. Una invalidava le prove e le confessioni raccolte dai pm. Una depenalizzava l’abuso d’ufficio non patrimoniale.

Altre allungavano i tempi dei processi. L’ex Cirielli dimezzava i tempi della prescrizione. L’indulto triennale votato nel 2006 da destra, centro e sinistra salvò i pochi condannati superstiti. Perciò le manette di Mani Pulite non dissuasero nessuno dal ricominciare a smazzettare: perché erano finte. Virtuali. Scritte nei Codici, ma mai scattate se non per brevissime custodie cautelari (e non per gli eletti, protetti dall’immunità-impunità-omertà parlamentare). Quanto alle “manette esibite in pubblico” ai tempi della “bavbavie!” di Mani Pulite, è una leggenda metropolitana: l’unico imputato di Mani Pulite ripreso in vinculis fu il dc Enzo Carra quando fu giudicato per direttissima per falsa testimonianza (e regolarmente condannato). Era – ed è – prassi delle forze dell’ordine accompagnare gli imputati detenuti dai cellulari al Tribunale con le manette ai polsi collegate da una catena per evitare fughe, atti di violenza o di autolesionismo. A quegli schiavettoni erano lucchettati ben 50 imputati, sotto gli occhi di tutti nel corridoio del Palazzo di giustizia. Poi quelli dei casi più semplici (quasi tutti spacciatori extracomunitari) furono via via sganciati per i vari processi e restò solo Carra, giudicato per ultimo. Naturalmente fece notizia e scandalo solo un caso su 50: quello del politico (“bavbavie!”). L’indomani, mentre la casta strillava alla Gestapo e alla tortura, un gruppo di detenuti di Asti scrisse una letterina alla Stampa: “Siamo tutti ladri di galline, eppure in tutti i trasferimenti veniamo incatenati ben stretti, per farci male, e restiamo incatenati in treno, in ospedale, al gabinetto, sempre. Anche noi appariamo in catene sui giornali prima di essere processati, ma nessuno ha mai aperto un dibattito su di noi. Ci domandiamo quali differenze esistano fra noi e il sig. Carra. Al quale, in ogni caso, esprimiamo solidarietà”.

Oggi come allora i garantisti all’italiana non si occupano di loro: si danno pena per i politici (sempreché siano del partito giusto: l’anno scorso Marcello De Vito del M5S fu ripreso e fotografato durante l’arresto, fra l’altro poi annullato dalla Cassazione, senza che nessuno facesse una piega o gridasse alla “bavbavie”) e i ricchi (molto popolari nel mondo dell’editoria perché pagano gli stipendi). È bastato che Conte&C. evocassero le manette agli evasori perché il consueto cordone di protezione si dispiegasse su giornali e talk show. Fiumi di parole sulla nostra copertina con le manette (“perversione”, “bavbavie”, “ovvove”!), ovviamente senza i volti dei destinatari (anche se qualcuno in mente ce l’avremmo). Gargarismi da finti tonti sulla “presunzione di innocenza”, che non c’entra una mazza, visto che non abbiamo mai titolato “Manette ai non evasori”. Balbettii benaltristi sulle “vere armi di lotta all’evasione”, che sono sempre “altre” ma nessuno dice mai quali, anche perché in tutti i Paesi civili chi evade finisce in galera senza che nessuno strilli alla “bavbavie”, e guardacaso quei Paesi hanno meno evasione di noi. Mark Twain diceva: “Se votare servisse a qualcosa, non ce lo farebbero fare”. Ecco: se il carcere agli evasori non servisse a niente, sarebbe previsto da sempre.

Le anime migranti di Battiato e Orchestra

Esce venerdì il nuovo album di Franco Battiato. La presentazione alla stampa è servita a chiarire alcuni dubbi sollevati da qualche sito Internet relativamente all’incisione dell’inedito e, soprattutto, alla salute del Maestro. “Franco da qualche anno non sta bene, lo sappiamo tutti, ma è comunque riuscito a lavorare a questo disco. Ci sentiamo spesso al telefono e quando gli chiedo se sta bene lui risponde sempre di sì”, racconta il suo manager Franz Cattini.

“Il brano inedito Torneremo ancora è stato scritto con Juri Camisasca nel 2015-2016, originariamente su richiesta di Caterina Caselli per inserirlo nell’album di Bocelli”, puntualizza il fonico e amico Pino Pischetola, “ma, successivamente, è diventato l’inedito del nuovo disco. Franco ha inciso nel suo computer le parti degli archi con i campionamenti e nel maggio di quest’anno sono state registrate a Londra dalla Royal Philharmonic Orchestra, diretta dal Maestro Carlo Guaitoli. Quando ha sentito il lavoro finito si è proprio emozionato”.

Della canzone ne parla anche il co-autore Camisasca: “Torneremo ancora nasce dalla consapevolezza che tutti noi siamo esseri spirituali in cammino verso la liberazione. La trasmigrazione delle anime in transito verso la purificazione è l’idea di base che ispira questa canzone. I migranti di Ganden rappresentano il percorso delle anime al termine della vita terrena e le vicissitudini che questa nostra esistenza comporta. Migrante è ogni essere senziente chiamato a spostare la propria attenzione verso piani spirituali che sono dimore di molteplici stati di coscienza e che ogni essere raggiunge in base al proprio grado di evoluzione interiore”.

Quattordici i brani rivisitati: “Nelle versioni con la Royal Philharmonic Concert Orchestra ho trovato nel suono, nel colore quasi metafisico che si è generato, ulteriori stimoli per scavare più in profondità”, chiosa Battiato sul comunicato del disco, “da anni ho lavorato sulla conoscenza del mistero insondabile del passaggio. Da La porta dello spavento supremo a Le nostre anime sino al documentario Attraversando il bardo. Torneremo ancora ne è una ulteriore testimonianza”.

Il video dell’inedito mostra il cantautore siciliano durante la lavorazione dell’album, tra le stanze della sua casa ed è l’occasione per dare uno sguardo alla moltitudine di libri presenti e ai dipinti. Francesco Messina, sodale di Battiato e curatore della copertina ironizza: “L’abbiamo girato a Milo a metà agosto. Hanno scritto sui social che è un fotomontaggio, avremmo dovuto girare con un quotidiano e la data bene in vista…”. Cattini è tranchant sui possibili inediti chiusi nel cassetto del Maestro: “Non ha nessun brano archiviato. Nel periodo nel quale ha scritto per Bocelli aveva composto un’altra canzone senza testo; a pensarci bene era solo un’idea”.

Nuovo Cinema Palazzo: gli sfratti non finiscono mai

Una “esecuzione di sfratto”, per ora solo sulla carta. Ma che riporta in cima al dibattito cittadino la situazione di una delle realtà culturali autogestite più effervescenti della Capitale. L’occupazione del Nuovo Cinema Palazzo, nel quartiere San Lorenzo a Roma, è ufficialmente a rischio.

Ieri mattina un ufficiale giudiziario, per conto della Area Domus srl, si è recato in piazza dei Sanniti 9/a, ha chiuso con un lucchetto una delle entrate laterali dell’ex teatro e vi ha attaccato un avviso della Corte d’appello di Roma in cui si legge che “lo sfratto è stato eseguito in data odierna nelle forme di legge”. “Sigilli” che non hanno impedito agli attivisti che occupano i locali dal 2011 di riaprire regolarmente i battenti – senza dunque rompere il lucchetto, evitando così denunce penali – ma che ora danno la possibilità alla Prefettura di Roma di programmarne lo sgombero, visto che l’edificio prima dell’estate era stato inserito nella lista dei 22 immobili da liberare entro i prossimi mesi.

Il blitz della proprietà, una società immobiliare di Frascati, ha avuto l’effetto concreto di mobilitare le istituzioni. In difesa dello spazio culturale è sceso in campo il vicesindaco di Roma, Luca Bergamo, insieme all’assessore all’Urbanistica, Luca Montuori, che ha ribadito come “l’attività del Nuovo Cinema Palazzo vada salvaguardata” in quanto “presidio culturale di grande valore che non deve essere cancellato”. Stessa posizione dalla Regione Lazio, con la capogruppo della Lista Zingaretti, Marta Bonafoni, che ha assicurato “il sostegno e la disponibilità a interloquire con tutti i soggetti in campo per arrivare a soluzioni condivise”.

Parole che hanno permesso alla presidente del Municipio II, Francesca Del Bello, di aprire una trattativa con la proprietà per “istituzionalizzare lo spazio culturale”. Il primo incontro si è svolto nella serata di ieri. “Penso ci siano i margini – ha spiegato la minisindaca al Fatto – per convincere la società a cedere locali al Municipio, in vendita o in locazione, con il sostegno di Comune e Regione”. Di progetti concreti sul piatto, infatti, non ce ne sono. Nel 2011 l’occupazione – in un quartiere, San Lorenzo, storicamente legato alla sinistra radicale romana – fu stimolata dai piani della Camene Spa, affittuaria della Area Domus, che avrebbe voluto realizzare nell’ex teatro una sala slot. Oggi la proprietà, che per il momento preferisce non rilasciare dichiarazioni, starebbe pensando a una “riqualificazione residenziale”.

Negli ultimi 8 anni, l’esperienza del Nuovo Cinema Palazzo si è guadagnata una certa credibilità, grazie al contributo di nomi anche altisonanti. In un quartiere storicamente vivo dal punto di vista culturale, le cui realtà storiche negli ultimi anni stanno cedendo via via il passo al commercio di massa e alla movida. Fra le sostenitrici storiche dello spazio c’è Sabina Guzzanti, finita anche a processo per l’occupazione avvenuta nel 2011. E poi Marcello Fonte, pluripremiato protagonista del film Dogman di Matteo Garrone, che al Fatto esprime parole di sdegno per quanto avvenuto ieri: “Spero davvero non si arrivi allo sgombero – ha detto –. Come spiegare a un bambino che prima c’era un posto accogliente, dove passare i pomeriggi e le serate e dove imparare tante cose, e che ora c’è un supermercato e un casino? Sarebbe deprimente”.

Sul palco di quella che è stata ribattezzata dagli attivisti “Sala Vittorio Arrigoni” – dal nome dello scrittore e cooperante italiano ucciso nel 2011 a Gaza – sono saliti artisti emergenti di tutte le discipline, ma anche premi Nobel come Dario Fo e Shirin Ebadi. All’interno degli spazi di piazza dei Sanniti negli anni si sono svolti convegni con i comitati di quartiere sulla gentrificazione, sulla conservazione urbanistica e sulla tutela del commercio al dettaglio, oltre alla storica battaglia contro la ludopatia. In occasione della morte, nel 2018, della giovane Desirée Mariottini, violentata e uccisa in un tugurio della vicina via dei Lucani, gli attivisti si sono schierati in favore del recupero dell’area abbandonata e contro il dilagante fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti nel quartiere.

“Fabrizio e l’automobile accesa pronta per fuggire…”

“La notte peggiore fu quella in cui liberarono me. Ci separavano, ma né io né Fabrizio avevamo la certezza che gli accordi fossero andati a buon fine. Non potevo sapere se i sequestratori lo avrebbero lasciato andare 24 ore dopo, così come lui restava nel dubbio: mi avevano davvero lasciato andare a casa? Ma ogni esperienza serve, per cavarne qualcosa di buono: quella notte nacque Hotel Supramonte”.

21 dicembre 1979, ‘un uomo solo e una donna in fiamme’. Cara Dori Ghezzi, sono passati quarant’anni dal vostro rapimento. Non vi costituiste mai parte civile.

Scrivemmo quella lettera di perdono. In quei giorni di prigionia nacque una solidarietà con quelle persone, cercammo di comprendere i motivi che li avevano portato a tanto. Confidavamo che se la cosa non si fosse risolta ci avrebbero comunque risparmiato la vita.

Da quel dramma nacque un album immenso di De André.

Con “L’Indiano” in copertina. Quante analogie nelle sofferenze del popolo sardo e dei pellerossa, bersagli entrambi della prevaricazione dei più forti.

Tornaste mai al leccio al quale restaste legati per mesi?

Ci fecero fare dei sopralluoghi per le indagini, forse individuammo la zona. Ma dopo no. La vita doveva andare avanti. Capimmo ancora meglio cosa significhi essere liberi. E la nostra vicenda contribuì a sradicare la piaga dei sequestri in Sardegna. All’epoca era routine. Cossiga mandò Dalla Chiesa a fare luce sul nostro caso. Noi eravamo la coppia famosa, ma si contavano dodici ostaggi nelle mani delle bande, in quel momento.

Cinque anni prima, nella vostra tenuta di Portobello di Gallura, venne Francesco De Gregori. Che in “Rimmel” omaggia lei, Dori, con i versi ‘chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente, ma è uno zingaro, è un trucco’.

Sì, io leggevo i tarocchi a Francesco, ma lui aveva conosciuto anche Puny, la prima moglie di Fabrizio, che a sua volta faceva le carte. Davvero parla di me? In quell’inverno De Gregori lavorava al Volume 8 di Fabrizio, uno degli album più sperimentali. Si scambiavano idee con foglietti lasciati in cucina: mentre uno dormiva, l’altro creava. Avevano bioritmi incompatibili.

In che occasione Faber le dichiarò il suo amore, Dori?

A una festa per il mio compleanno, in casa del mio compagno di allora. Tra gli invitati c’erano Ornella Vanoni e Mina, che lusingavano Fabrizio chiedendogli canzoni. ‘Mi spiace’, rispose lui, ‘ma se ne devo scrivere una sarà per Dori’. Era quella la sua dichiarazione.

Però il successo di Mina fu poi utilizzato da Sergio Bernardini, patron della Bussola, per convincere De André a esibirsi dal vivo.

Era terrorizzato. Io non ero in sala al suo esordio: la nostra relazione non era ancora ufficiale e non volevamo pettegolezzi. A cose fatte mi disse solo: ‘È andata’. Non aveva la minima percezione se fosse stato un trionfo o un fiasco.

Aveva preteso un’auto con il motore acceso davanti alla porta sul retro, in caso di fuga in extremis.

Si circondò di amici per farsi coraggio. Il buttadentro che lo spinse sul palco era il regista Marco Ferreri, che poi si piazzò sul primo gradino, lì davanti, incitandolo.

Un altro degli amici di sempre, Paolo Villaggio, mi disse che in punto di morte Faber gli chiese di farlo ricordare come un poeta, non come un cantautore.

Mah, forse è ciò che Paolo voleva sentirsi dire. Fabrizio non si considerava un poeta, ma un contadino. Comprò l’azienda agricola per lasciare qualcosa di concreto ai figli. Certo, amava far canzoni. Aveva rispetto del pubblico, e qualunque cosa proponesse la faceva con coraggio e lealtà.

Oggi lei, Mauro Pagani, Michele Serra, Morgan e Vittorio De Scalzi sarete protagonisti di una Masterclass su De André all’Ariston di Sanremo, anteprima del Premio Tenco che si inaugura domani.

Sono i giovani a chiederci di divulgare la grande canzone d’autore del passato. Noi fummo protagonisti di una formidabile rivoluzione culturale, favorita dalla congiuntura storica. Adesso la musica è qualcosa di più residuale, è volatile, meno preziosa. Ma i ragazzi presto o tardi arrivano a comprendere il valore. Io, nel mio piccolo, mi adopero con la Casa dei Cantautori a Genova. Peccato che l’Italia non abbia mai scelto di valorizzare i suoi artisti. Dylan ha vinto il Nobel perché gli Stati Uniti ne presentarono la candidatura. La Francia va fiera di Brel o Brassens. I nostri sono sempre stati ignorati, tranne qualche testo nei libri di scuola. Poi incontri Joan Baez o David Byrne e scopri che sono i primi fan degli italiani. Patti Smith girò un documentario in cui, a un certo punto, canticchia ‘Amore che vieni amore che vai’.

A proposito: che rapporto c’era tra Fabrizio e Tenco?

Molto stretto. Luigi aveva cominciato prima ed era protettivo nei confronti di De André. Che a sua volta andava in giro baldanzoso a ricordare che La ballata dell’eroe l’aveva scritta lui. Tenco lo venne a sapere: ‘Fabri, ma ti serve questo per agganciare le ragazze?’. Erano due seduttori.

Ci sono inediti di Faber nel cassetto?

No. L’unica cosa non pubblicata ufficialmente è la versione in inglese di Tutti morimmo a stento. Il risultato non lo convinceva, lasciò perdere. Poi qualche nastro è sfuggito dagli studi, ma io onorerò la volontà di mio marito.

Qual è il disco di De André che tiene nel centro del cuore?

Due. La Buona Novella è un capolavoro, però Creuza De Ma lo vidi nascere. In fase di missaggio venne ad ascoltarlo il capo della casa discografica. Si mise le mani nei capelli: ‘Fuori di Genova non venderà una copia’. Non fu buon profeta.

Gli “altri” rider: “No al contratto, col cottimo guadagnamo di più”

Una raffica di “vaffa” urlati contro il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo e contro sindacati e collettivi che, in questi anni, hanno chiesto tutele più rigide per chi consegna cibo a domicilio per le app digitali. Un sì convinto ai rider inquadrati come autonomi e pagati a cottimo; un no ai contratti e al salario orario. Al primo appuntamento con la piazza, la nuova associazione di rider – quella che sposa totalmente le posizioni aziendali – è riuscita a riunire una sessantina di addetti ieri pomeriggio a Roma. Tanti cori contro il decreto approvato ad agosto dal governo, ora all’esame del Senato, il quale assicura più diritti a chi trasporta pizza o sushi per Glovo, Deliveroo e JustEat. La norma cancella la retribuzione in base alle consegne effettuate. Questo a loro non piace. E ritengono che uno stipendio fisso – che per l’attuale formulazione del testo dovrebbe essere previsto dal contratto collettivo – li porterebbe a guadagnare di meno.

Oggi, invece, con la tariffa agganciata al numero di ordini accettati riescono a mettere in tasca cifre molto alte, seppur stando in sella 12/13 ore al giorno. “Siamo autonomi – rivendicano – perché il titolare di un negozio può tenerlo aperto 10 ore al giorno e noi non possiamo fare lo stesso?”. Pur sposando la causa aziendale, chiariscono che le piattaforme non li stanno finanziando. “Ci sostengono sul piano ideologico – spiega il portavoce Nicolò Montesi – ma non ci pagano per manifestare”. Questo movimento è nato alcune settimane fa. A ispirarlo sono stati due incontri tra i dirigenti di Glovo e altrettante delegazioni di fattorini, uno a Roma e l’altro a Milano. Durante queste riunioni, i vertici dell’impresa hanno detto che, dovendo rinunciare al cottimo, applicherebbero paghe tra 5 e 7 euro l’ora e a ogni addetto non sarebbe chiesta più di una consegna ogni sessanta minuti. Questo li ha spinti a organizzarsi, creare l’Associazione nazionale autonoma rider (Anar) e a chiedere il ritiro del decreto.

“I rider veri siamo noi, chi ci ha rappresentati finora non fa questo lavoro”, dicono riferendosi ai collettivi Deliverance Milano e Rider Union Bologna. In realtà, il vasto mondo dei fattorini si dimostra un po’ più vario. Oltre ai collettivi di lotta e all’associazione aziendalista, c’è per esempio un gruppo di addetti di Deliveroo che in questi giorni sta protestando in modo auto-organizzato: si rifiutano di salire al piano quando consegnano, poiché sostengono di non essere tenuti a farlo a meno che l’azienda non aumenti la retribuzione. Stabilire chi rappresenta chi, oggi, è un arduo compito.

La lotta contro il nero e la moralità dello Stato

Ecco che anche questo governo rilancia il solito slogan “paghiamo tutti per pagare meno” e dichiara guerra agli evasori. La caccia all’evasore viene giustificata soprattutto per motivi morali. Peccato però che la moralità venga invocata sempre e solo sul lato delle entrate, mai su quello della spesa. Lo slogan vero, per non ingannare la gente, dovrebbe essere “pagate tutti che a spendere poi ci pensiamo noi”. Cioè, siate dei bravi sudditi, pagate, ma non impicciatevi di come il principe spende i vostri soldi. Sul lato della spesa vi sono invece aspetti morali e di efficienza che non possono essere dimenticati da un governo che dichiara guerra agli evasori. D’altronde accrescere le sanzioni per ridurre l’evasione serve a poco: ciò che occorrerebbe veramente è puntare su misure che accrescano il senso di adesione dell’individuo alla collettività. Perciò conta molto la percezione della qualità e moralità della spesa.

Leggere che un barbiere del Senato arriva a un reddito di 130 mila euro, che tantissimi nel settore pubblico superano lo stipendio del presidente della Repubblica o che la Corte costituzionale costa cinque volte tanto istituzioni analoghe di altri Paesi, erode il sentimento di adesione della gente alla collettività e ha, quindi, un costo in termini di maggior evasione che va ben oltre la spesa in sé. L’artigiano (idraulico o l’elettricista che sia) identificato nell’immaginario popolare (e dai sindacati) come il tipico evasore, può ben sentirsi anche moralmente giustificato se evade qualche migliaio di euro incassando in nero. Cosa intende fare il governo per ridurre i tanti privilegi che ancora percepiscono le élite nel settore pubblico? Su questo, come sugli aspetti di efficienza della spesa, il silenzio del governo è totale.

Sugli sprechi nella spesa pubblica, in particolare quella d’investimento, c’è una sconfinata letteratura, dagli edifici abbandonati al Mose di Venezia che dopo 5 miliardi spesi ancora non funziona. Sul piano etico, sprecare soldi pubblici scarsi è assimilabile a un furto di cui però non si identifica mai il responsabile politico. A parole, tutti sono concordi nel voler evitare “sprechi”, ma quando si passa al concreto governi e ministri mostrano di non tollerare né tener in alcun conto analisi di economisti “terzi” che mettano in dubbio l’utilità delle opere da loro promosse. Non è possibile continuare ad approvare sulla scia di immediati tornaconti elettorali opere pubbliche che poi, magari dopo decenni, si rilevano di ben scarsa utilità o fonti di perdite (quando non sono abbandonate incompiute). È un sistema perverso perché l’opinione pubblica non è in grado di giudicare l’economicità dell’opera, mentre chi la propone sa che non verrà mai punito dagli elettori che col tempo dimenticheranno persino il proponente. Bisogna selezionare con il massimo rigore le priorità degli investimenti infrastrutturali, non ricominciare con gli elenchi infiniti di opere mai valutate (i 133 miliardi di Delrio sono il massimo esempio dell’approccio noto come shopping list, trionfo del partito del cemento). Cosa intende fare al riguardo questo governo?

Occorrerebbe poi anche ridefinire le priorità settoriali negli investimenti, che oggi sembrano concentrate su ferrovie, strade e trafori. L’Italia è tra gli ultimi Paesi in Europa per risorse destinate alla ricerca e all’istruzione superiore. Anche questo problema ha un preciso significato economico: oggi sono la conoscenza e l’innovazione i fattori principali della crescita, non certo le infrastrutture fisiche, che rispondono a modelli produttivi non più attuali oggi, ma destinati a esserlo ancor meno in futuro. Unica infrastruttura fisica orientata alla diffusione della conoscenza e dell’innovazione industriale su cui occorre davvero investire, è ovviamente Internet veloce esteso al territorio nazionale.

La ricerca del consenso politico può indurre anche a seguire movimenti di opinione, senza adeguata considerazione per il rapporto costi-benefici. Un buon esempio è quello dell’ambiente, presentato come assoluta priorità anche per l’Italia. Si dimentica che l’Europa ormai pesa poco sull’inquinamento mondiale ed è già molto virtuosa tra i paesi sviluppati in termini di emissioni per unità di Pil. E l’Italia in Europa è particolarmente virtuosa, per cui già paghiamo in bolletta salatissimi oneri per le rinnovabili. Ulteriori abbattimenti avrebbero da noi benefici limitati relativamente a costi molto elevati: è preferibile che si incominci ad abbattere là dove costa meno e s’investa dove siamo più arretrati. Si troverà mai un governo che abbia il coraggio di dire verità anche se controcorrente?

Nelle scelte settoriali di investimento quelle orientate all’innovazione tecnologica, e non, ai settori “maturi”, sembrano da privilegiare, anche per l’esportabilità dei prodotti e la solidità degli impatti occupazionale. Anche investimenti con fini ambientali possono essere indirizzati all’innovazione tecnologica: si pensi alle reti di alimentazione per veicoli elettrici, o ai sistemi avanzati per risparmiare acqua e fertilizzanti in agricoltura, settore più inquinante di quello dei trasporti e pesantemente sussidiato.

Cari amici, sia la guerra agli evasori, sia i tagli agli sprechi, sia lo stop alle grandi opere inutili sono battaglie qualificanti del Fatto. Ma il vostro ragionamento finisce per sostenere il comodo alibi di tutti gli evasori: quelli che “non paghiamo perché poi lo Stato sprecherebbe i nostri soldi”. Eh no: le tasse si pagano e basta: perché è un dovere civico prima ancora che morale e perché chi non le paga costringe chi le paga a pagarne di più per mantenere anche chi non le paga. Dunque chi non le paga deve andare in galera e restituire il doppio del maltolto (altro che inutilità dell’aumento delle sanzioni, oggi irrisorie al punto da diventare un’istigazione a evadere). A prescindere dall’uso che poi lo Stato fa del gettito fiscale.

Il paesino del Nord che segna la strada polare dall’Oriente

Kirkenes, paesino di 3mila abitanti nell’estrema parte Est dell’artico norvegese, sogna di diventare la Rotterdam del Nord. A causa dello scioglimento dei ghiacciai, che gli studiosi annunciano entro il 2040, secondo i piani del governo norvegese, Kirkenes potrebbe diventare il porto d’arrivo di una nuova “Via Polare della Seta”, che partendo dalla Cina, passando dallo Stretto di Bering e attraversando tutta la Russia, porterebbe d’estate le merci cinesi in Europa passando dal Nord invece che dalle vie marittime meridionali. Il guadagno è immenso per i cinesi: una grande nave da 20 mila container impiegherebbe il 40% di tempo in meno per arrivare a Kirkenes, invece di passare dal Canale di Suez e addirittura il 60% in meno rispetto al Capo di Buona Speranza. I cinesi hanno inserito questa zona del mondo tra gli investimenti della BRI (Belt and Road Initiative), chiamandola la “Nuova Via Artica della Seta”. Non si conoscono ancora i dettagli di questo progetto, ma quest’anno il capo marketing di Cosco, Chen Feng, ha citato proprio Kirkenes, come possibile porto di approdo della via artica. Le merci e le materie prime con un lungo treno scenderebbero poi verso Helsinki, dove un tunnel collegherà la capitale finlandese con Tallin (Estonia) in trenta minuti, invece delle due ore e mezza di oggi. Il tutto passando dal pittoresco villaggio di Babbo Natale, Rouvaniemi, dove infatti, non per caso, lo scorso maggio si è fermato il segretario di Stato americano Mike Pompeo, che ha avvertito gli europei: “Vogliamo che le infrastrutture cruciali dell’Artico finiscano come quelle construite dai cinesi Etiopia, crollate dopo solo pochi anni? Vogliamo che l’Oceano Artico diventi come il Mar meridionale cinese con mezzi militari cinesi? Vogliamo che l’eco-sistema così fragile dell’Artico sia esposto alla stessa devastazione ecologica causata dalla flotta di pescatori cinesi? La risposta è chiara”. Il mondo occidentale si preoccupa, la Cina va avanti e promette miliardi d’investimenti.

Ecco la diplomazia del debito. Le ombre sulla via della seta

Prima tutte le strade portavano a Roma. Oggi, a Pechino. Nel 2013 l’impero di Mezzo, attraverso il suo ambizioso presidente Xi Jimping, annunciava il più grande piano d’investimenti della storia, la nuova Via della Seta o Bri (Belt and Road Initiative): 40 miliardi di dollari per nuove vie commerciali ai prodotti cinesi, a cui se ne sono aggiunti altri 100 nel 2017. La Cina è coinvolta in progetti in 125 stati e ha firmato 173 accordi di cooperazione, dall’energia idroelettrica in Uganda, alla rete ferroviaria in Nigeria, una città portuale in Sri Lanka e una linea ferroviaria tra Belgrado e Budapest, un’autostrada in Montenegro e un ponte in Croazia.

L’Europadell’est ha accolto come manna dal cielo l’arrivo dei cinesi per completare le infrastrutture per le quali non bastano i fondi Ue. Ancora prima che Xi Jimping rivelasse i suoi piani, a Varsavia nel 2012 veniva riunito il gruppo 16+1, con i paesi dell’Europa centrale e dell’est: un forum di scambi politici e tecnici per, ufficialmente, avvicinare l’Europa alla Cina. Un modo per acquisire influenza dove lo Stato cinese costruisce e presta soldi. “Si toglie ossigeno alle relazioni Ue-Cina” dice un funzionario della Commissione europea, perché di fatto la Cina usa le divisioni europee per guadagnare terreno. “L’Ue non dovrebbe lasciare che i suoi stati membri negozino, dovrebbe diventare il partner nella Via della Seta e fare da interlocutore con gli stati”, dice Pierre Defraigne, ex capo gabinetto del commissario Pascal Lamy, grande esperto di Cina a Bruxelles. “Finché non avremo una difesa e una politica estera davvero comuni, Pechino continuerà a parlare solo con le capitali”.

Ma come funzionano questi investimenti cinesi? Abbiamo visitato il cantiere del Ponte di Sabioncello, in Croazia, che permetterà di evitare l’enclave della Bosnia Erzegovina, arrivando a Dubrovnik. Il governatore locale, Nikola Dobroslavic, è entusiasta: 200 operai cinesi lavorano giorno e notte per costruire i pilastri per il ponte di 2,5 chilometri nella Baia di Mali Stom. La società pubblica cinese, China Communication Construction Company, ha vinto la gara con 100 milioni e sei mesi di lavoro in meno rispetto all’italiana Astaldi e all’austriaca Strabag. Hanno fatto ricorso, denunciando un prezzo troppo basso rispetto al mercato, c’è stata un’inchiesta, le società europee hanno perso. L’Ue mettel’85% dei 357 milioni che costerà l’opera. “Il miglior risultato al minor prezzo e nel più breve tempo”, dice Dobroslavic, che non risponde però alle domande sui lavoratori cinesi che dormono in container e hanno orari massacranti.

Per l’autostrada in Montenegro, invece, il governo si è indebitato: 809 milioni da rimborsare in 20 anni, al 2%. Con la perdita di valore della moneta, il debito è già arrivato a un miliardo, somma astronomica per la fragile economia del giovane stato balcanico. Il cantiere, ha denunciato il Fmi, rischia di portarlo alla bancarotta. “Un terzo del nostro debito pubblico è cinese, 80% del nostro Pil, nessuno sa a cosa serva quest’autostrada”, dice il giornalista Milka Tadic-Mijovic. Inoltre il contratto tra i due governi è segreto, ma molte fonti hanno confermato a Investigate-Europe che c’è una clausola che permetterà alla Cina di espropriare immobili pubblici se non sarà rimborsata secondo gli accordi. È la “diplomazia del debito” cinese studiata anche da due ricercatori di Harvard. L’Italia è entrata quest’anno nel club dei Paesi della Via della Seta con un Memorandum of Understanding per rientrare tra le rotte marittime cinesi. Trieste, Genova, Vado sono in pole per attirare investimenti su reti ferroviarie, porti, dighe e ponti. “Se vuoi diventare ricco, prima costruisci una strada”, dice un proverbio cinese.

Un terminal alla volta: il dominio di Pechino nei porti dell’Europa

Puoi vedere cos’è diventato il Pireo dalla collina di Perama: una distesa di container multicolor, un via vai di navi da 20mila container, i capannoni di manutenzione di navi e treni liberi di entrare e uscire. “Qui Grecia-Europa, lì Cina”, scherzavano i portuali quando due-terzi del porto sono passati in mani cinesi. Era il 2008: il Pireo fu prima dato in concessione alla Cosco (società di proprietà dello Stato cinese, leader dei trasporti navali con 37 porti in gestione nel mondo), poi su pressioni della Troika (Fondo monetario internazionale, Commissione Ue, Bce), che spingeva il governo greco a privatizzare per ridurre il debito pubblico, il 67% del porto e l’Autorità portuale le furono vendute per 368,5 milioni di euro. Una prima assoluta in Europa, dove i porti, al massimo, vengono dati in concessione ai privati. Ma anche una storia di successo per Cosco e la Grecia. Nel 2008 il Pireo era il 37° porto nel mondo con un traffico di 900 mila TEUs all’anno (un TEU è equivale a massimo 23 tonnellate), quest’anno è alla sesta posizione con 3,7 milioni TEUs e presto diventerà il primo porto del Mediterraneo (dati del Lloyd Top 100 Global Ports).

Christos Lambridis, ex segretario generale dei porti per il governo Tsipras, è uno degli uomini che ha firmato questa vendita storica. Oggi ha qualche dubbio: “Fino a poco tempo fa l’Autorità portuaria gestiva le attività economiche del porto, subaffittava servizi alle società locali. Ma adesso che, tramite Cosco, è una società pubblica straniera, è insieme il controllore e cliente. Un conflitto d’interessi e un quasi monopolio”. Il nuovo governo di centrodestra, guidato da Mitsotakis, ha messo un freno all’espansione di Cosco nel Pireo, bloccando un terzo di un piano d’investimenti da 900 milioni per la costruzione di quattro hotel di lusso, un nuovo terminal ferroviario e un cantiere navale. Specialmente quest’ultimo è stato giudicato troppo pericoloso per la sopravvivenza delle 390 imprese greche che da decenni operano nel porto. Ma Cosco si trova ormai dentro al Pireo in una “libera zona di proprietà”, si legge sul sito, addirittura “libera da scioperi.” Dentro il porto gli operai cinesi sono pochissimi, come quelli assunti direttamente dal gigante asiatico: con un sistema di società terze, spesso domiciliate a Cipro, e appalti a cascata, gli impiegati hanno contratti precari per i quali Cosco non è responsabile. Ma intanto la società di Stato cinese controlla tutto: “Non accetta più preventivi o proposte da noi – denuncia una piccola impresa locale – tutto viene dalla Cina. Dalle gru ad alta tecnologia ai chiodi”. Panayiotis Kouroumblis, ex ministro dei Porti con Tsipras, aggiunge: “Si comporta da rapace, ha bisogno di dominare e di essere fuori controllo”. Per il piano d’investimenti non è Cosco a negoziare con il governo greco, ma l’Ambasciata cinese. La Grecia comincia ad aver paura, ma non può rinunciare agli investimenti cinesi.

Coscoè in espansione, ma per riuscire a entrare nel risiko dei porti, lo Stato cinese la sostiene a colpi di finanziamenti pubblici: nel gennaio 2017 la Banca per lo Sviluppo della Cina le ha offerto un prestito da 23 miliardi di euro da restituire in quattro anni. Già un anno prima lo stesso istituto di credito (pubblico) le aveva firmato un assegno da 20 miliardi. Insieme a China Merchants – altra società pubblica – è in 13 porti europei. “La Cina ha bisogno di avere una via d’entrata in ogni Paese Ue per far arrivare i suoi prodotti in fretta”, spiega Marco Donati, General Manager of Cosco Shipping Lines in Italia. È la nuova strategia industriale del presidente Xi Jimping, riassunta nel programma “China 2025”: produrre prodotti di qualità – televisori, smartphone, alta tecnologia, invece di jeans e magliette – che arrivino nei nostri mercati in meno tempo possibile. Dopo il Pireo l’investimento più grande di Cosco è a Zeebrugge, cento chilometri d’Anversa, in Belgio. Il 22 gennaio del 2018, il gigante dei trasporti marittimi ha rilevato da APM Terminal il terminal container per 50 milioni di euro. Lo stesso anno il Gruppo Shanghai Lingang metteva 85 milioni nella costruzione di una nuova piattaforma. Camminando tra i tre terminal di Zeebrugge si vedono le enormi gru blu, caratteristiche ormai dei grandi porti. “Senza gli investimenti di Cosco non saremmo sopravvissuti – dice la direttrice, Carla Debart –. Gli investitori tradizionali sono andati verso i grandi porti, Cosco ha ridato speranza ai minori”. I sindacati, qui in Belgio, sono persuasi che il loro porto avrà un avvenire. Diversa invece la sorte di Valenzia, in Spagna, quarto porto container d’Europa. Qui Cosco ha firmato un contratto da 26,5 milioni per una concessione fino al 2041. Ma nessuno ha ancora visto l’inizio di lavori. “È strano, niente è cambiato – spiega Rafa Eagos, sindacalista di Coordinadora –. Normalmente quando arriva un nuovo proprietario almeno i manager cambiano, qui hanno lasciato i vecchi. Da un lato Cosco è un bene, almeno conosce il settore. Meglio del fondo americano JP Morgan che ci governava prima e veniva solo a chiedere il 5% di dividendi. Dall’altro, abbiamo paura che distruggano progressivamente le condizioni dei lavoratori, come hanno fatto nel Pireo”.

In Italia Cosco sta per entrare a testa alta a Vado Ligure (5 chilometri da Savona), dove insieme alla danese Maersk ha costruito una piattaforma di 210 mila metri quadrati sul mare, grande come 40 campi di calcio. “Abbiamo drenato il fondo in alcuni punti per arrivare a 26 metri e permettere alle navi più grandi di attraccare” spiega il capocantiere della Apm Terminal mentre ci mostra il cantiere. Ci sono quattro gru alte 90 metri che potranno abbracciare 23 container alla volta, portandoli dalla nave alla banchina. Le 14 gru più piccole serviranno a spostare i più piccoli al cancello d’uscita dove i camion e, un giorno, i treni, li caricheranno. “È un investimento pubblico italiano finanziato anche con soldi privati” dice Paolo Cornetto, ceo della holding Apt Terminal (gruppo danese Maersk). È costato 450 milioni di euro, lo Stato ne ha messi 300 e 100 i privati: il gruppo danese Apm-Maersk (51,1%), nel porto di Vado dal 2008, la società cinese Cosco (40%) e il porto cinese di Quingdao (9,9%), arrivati nel 2016. Un sistema quasi automatico con cui “ridurremo di due terzi il tempo medio delle operazioni di sbarco-imbarco dei container” spiega Cornetto. La nuova società avrà una concessione per 50 anni. Il tempo è un fattore fondamentale, specie dopo il raddoppio del Canale di Suez nel 2015. “Ora le grandi navi possono entrare nel Mediterraneo – dice Donati, general manager di Cosco Italia –. Cercheremo di attirare i traffici dalla Lombardia, ma anche dalla Baviera. Andremo dai tedeschi e gli diremo: ‘Invece di mandare le vostre auto a Amburgo e poi scendere, passate dal sud, da Vado, e vi faremo guadagnare una settimana”. Il debutto è previsto il 12 dicembre: la prima nave da 20 mila container entrerà nel porto di Vado. Insomma, mentre il governo gialloverde a marzo firmava l’adesione dell’Italia alla Nuova via della Seta cinese (primo paese del G7), a Vado i cinesi erano già arrivati.

In questa città di 8 mila abitanti sono contenti dell’arrivo dei cinesi. “Nella concessione è prevista l’assunzione di 401 persone entro la fine dell’opera, ma già per dicembre ce ne saranno 237 – spiega Fabrizio Castellani, responsabile della Cgil –. Qui le imprese chiudono. Nel 2015 è toccato alla centrale Tirreno Power che produceva e trasportava carbone. La disoccupazione giovanile è al 30%. Con queste assunzioni e l’indotto c’è di nuovo speranza”. Intanto si pensa a costruire in fretta le infrastrutture collegate al porto. “Una diga davanti al porto, un casello autostradale, il raddoppio della superstrada, la fine del terzo valico per far arrivare i grandi treni fino al mare. La cinese CCCC ha mostrato interesse per realizzarle. Senza le infrastrutture a terra il porto non serve” spiega Cornetto, che aggiunge come l’alleanza con il porto cinese di Quingdao, ora presente a Vado, sia assolutamente strategica anche per l’export delle merci italiane in Cina. “Quingdao è in una regione di 150 milioni di persone, sarà un grande business per noi”.

Autorità portuali e sindacati europei benedicono l’arrivo di capitali freschi cinesi, laddove riescono ancora a controllare governance e contratti di lavoro. Ma c’è chi solleva dubbi: “È paradossale privatizzare i porti cedendoli a un altro Stato – ironizza l’ex primo ministro francese Jean-Pierre Raffarin, consigliere del presidente Macron sugli affari cinesi –. Ma è normale che la Cina partecipi alle gare. Siamo noi europei che dovremmo avere una strategia, invece sembra che non si sappia più quali siano le priorità in Europa. Stiamo perdendo la nostra sovranità”. Intanto il presidente Usa Trump ha inserito Cosco nella lista nera di società per i suoi affari con l’Iran: in pratica la ‘Huawei dei porti’ in una Europa sempre più campo di battaglia nella guerra con la Cina.

*Investigate Europe