Nel primo giorno di lezione, Abhijit Banerjee spiega ai suoi studenti del MIT che non si può abolire la povertà con una bacchetta magica. È illusorio, cioè, pensare che basti una singola, potente e definitiva misura per risolvere problemi strutturali e profondi. Bisogna scomporre grandi questioni in piccole sfide da risolvere con un approccio empirico, preparati a risultati sorprendenti (dare acqua potabile a chi si intossica con quella presa dalle fontane, per esempio, non riduce le malattie, ma aumenta il tempo libero perché fa risparmiare lunghi tragitti sotto il sole). Ora Banerjee ha vinto il Nobel per l’economia, insieme a Ester Duflo e Michael Kremer proprio per gli studi sulla povertà. Oltre all’ovvio impatto politico – attirare l’attenzione sul tema – il premio avrà effetti concreti. Primo: dare legittimità a un filone di ricerca oggi ancora laterale nell’accademia. Fare ricerca nei Paesi in via di sviluppo richiede tempo, indagini sul campo, raccolta di dati spesso molto grezzi guardati con sospetto da chi, dalla propria scrivania, analizza solo costosi dataset comprati da società specializzate. Ora è chiaro che anche studiando la povertà si può arrivare al Nobel e le grandi università Usa assumeranno molti più economisti dello sviluppo. Seconda conseguenza concreta: ci saranno più soldi da investire. Studiare cosa succede dando piccole somme a persone molto povere è costoso, somministrare questionari in Paesi dove non basta mandare una mail richiede fondi notevoli e staff imponenti. Ora, grazie al Nobel, i soldi arriveranno, ci saranno più dati, conclusioni più accurate che permetteranno di sprecare meno soldi in programmi inutili. Terza conseguenza: dopo questo Nobel non ci sono più scuse per lanciare misure anti-povertà approssimative come il reddito di cittadinanza, di cui nessuno è in grado di misurare gli effetti perché congegnato male fin dall’inizio, con l’unica priorità di far arrivare soldi agli elettori e non di capire che impatto quei 7-8 miliardi annui avevano sulle loro vite e sulla società.
Il circo è impazzito: perché l’Nba non può più vivere senza Cina
Il circo della Nba – la National basketball association statunitense – come ogni ottobre è sbarcato in Cina. Stavolta, però, a impazzire è stato il circo. Tutto è iniziato il 4 ottobre con un tweet, poi cancellato, di Daryl Morey, general manager dei Rockets, squadra di Houston, Texas. Questo: “Fight for freedom, stand with Hong Kong”. I cinesi, che avevano appena festeggiato in pompa magna i 70 anni della Repubblica popolare, non hanno gradito l’endorsement ai dimostranti dell’ex colonia britannica: governo incazzato, sponsor in fuga, contratti in bilico, conferenze stampa cancellate, un impero sportivo che barcolla.
Il circo è impazzito per una ragione semplice: il basket a stelle e strisce non può più fare a meno dei moltissimi soldi che fa in Cina. Valga a titolo di esempio l’imbarazzato balletto in cui prima il capo della Nba, Adam Silver, ha criticato Morey (“mi ha deluso”, “è stato inappropriato”), poi – di fronte alle critiche ricevute in patria – riconosciuto che però la libertà di parola, per carità, è un valore americano.
Quest’ultima frase,ahilui, ha avuto l’effetto di far incazzare i cinesi ancora di più. Sperando che basti, ieri notte è dovuto intervenire il Re in persona, Lebron James, il giocatore più famoso della Nba, peraltro appena tornato dalla Cina coi suoi Lakers: “Non voglio fare polemiche con Morey, ma credo che fosse male informato o non a conoscenza della situazione”.
Non è la prima volta che le grandi imprese americane e occidentali in genere devono piegarsi a Pechino: è successo alle major cinematografiche, alle compagnie aeree, alle case automobilistiche… La Cina è un enigma irrisolvibile per l’industria Usa: un sistema in cui è la politica (o meglio un Partito comunista venato di nazionalismo) a comandare e non il big business, in cui – nonostante le molte contaminazioni avvenute nei decenni – il centro della vita collettiva non sono le istituzioni liberali e il dogma del libero mercato.
Ma che c’entra la Cina col basket e la Nba? C’entra molto. Una specie di pallacanestro appassiona i cinesi dagli anni Venti, quando fu introdotta nel paese nientemeno che da Mao. La diffusione del basket vero e proprio, però, risale agli anni Cinquanta e si deve ai missionari della Ymca: Bibbia e canestro, cristiano perfetto. Lo sbarco del mondo Nba, invece, data agli anni Ottanta, quelli d’oro di Magic e Bird: il merito fu della più famosa birra cinese, la Tsingtao, che era già diffusa negli Stati Uniti e sponsorizzava la messa in onda sulla tv di Stato di pezzi di partite del campionato Usa.
Il risultato: oggi in Cina ci sono 300 milioni di persone che giocano a basket e mezzo miliardo che l’anno scorso hanno visto almeno una partita made in Usa grazie all’accordo da 1,5 miliardi di dollari col gigante del web Tencent, che diventano 800 milioni se si contano gli spettatori sulla tv di Stato CCTV. Insomma, in Cina ci sono più fans della Nba che nel resto del mondo messo assieme: in giro per le città i divi della pallacanestro come Lebron o Stephen Curry sono sui manifesti quanto le pop star locali. Il giro d’affari – stima Forbes – vale oltre 4 miliardi di dollari all’anno, 135 milioni per ogni squadra Nba, senza contare le sponsorizzazioni che arricchiscono gli atleti. Le percentuali di crescita fanno il resto: sono state a due cifre ogni anno negli ultimi dieci. El percorso dei soldi è anche inverso: il finanziere Lizhang Jiang dal 2016 possiede un pezzo dei Minnesota Timberwolves e Joe Tsai, cofondatore di Alibaba, ha appena comprato i Brooklyn Nets.
Ora, per capire perché il tweet di Morrey è stato la tempesta perfetta, va spiegato che la squadra largamente più seguita in Cina sono proprio gli Houston Rockets della star James Harden. Il motivo per cui a Pechino impazziscono per la franchigia texana ha un nome e cognome: Yao Ming, un centro alto 2,29 metri e l’unica superstar Nba prodotta dalla Cina. Il lettore avrà già capito che Yao Ming, tra il 2002 e il 2011, giocò proprio a Houston. Quando nel 2017 Tilman Fertitta acquistò i Rockets per 2,2 miliardi di dollari, un bel pezzo della valutazione fu dovuta alla popolarità della squadra in Asia: non stupisce, dunque, che il proprietario si sia subito dissociato dal suo manager, che quest’ultimo abbia chiesto scusa e che la star Harden si sia presentato davanti alle telecamere per dire “Noi amiamo la Cina”.
È servito a poco. La reazione, tanto politica che popolare, al tweet pro-Hong Kong è stata immediata: in poche ore case d’abbigliamento e automobilistiche, colossi alimentari, banche, la tv di Stato, la stessa Tencent hanno sospeso gli accordi con la Nba; clienti inferociti hano chiesto il risarcimento. Anche il presidente della Lega cinese di basket s’è fatto sentire: è Yao Ming.
Nella polemica si sono infilati da par loro pure quelli di South Park, appena finiti nella lista nera cinese per l’episodio Band in China, in cui prendono in giro i cedimenti dello showbiz alle richieste di Pechino: “Come la Nba, diamo il benvenuto ai censori cinesi nei nostri cuori – hanno twittato i due creatori – Anche noi amiamo i soldi più di libertà e democrazia”. South Park, però, sopravvive pure senza i cinesi, l’attuale Nba invece no.
Mail Box
Chi resta mafioso o terrorista deve rimanere all’ergastolo
Caro Travaglio, perché non proponi direttamente la pena di morte e la tortura affinché il detenuto, colpevole o non, se la canti sempre e comunque? Sai che in America esisteva, e credo esista ancora, la sedia elettrica e la tortura (vedi Guantanamo) e risulta non siano state un sufficiente deterrente al fine di eliminare il crimine. Il problema vero sono le cosiddette democrazie liberali che mantengono in piedi un sistema capitalistico corrotto e mafioso, e sino a quando le organizzazioni camorristiche, mafiose, della ‘ndrangheta manterranno una buona fetta dell’economia, non ci sarà ergastolo ostativo a sanare tale piaga del nostro Paese. Il suo editoriale dell’11 ottobre, se l’ho ben capito, è pessimo.
P.S. Chi veramente lottava contro il sistema corrotto e mafioso furono i movimenti rivoluzionari dei formidabili anni 70, annientati dal- l’associazione Dc-Pci-servizi deviati con la P2 di Gelli, ecc.
Sisinnio Bitti
Gentile Bitti,
io non voglio obbligare nessuno a “cantare”. Semplicemente penso che chi resta mafioso o terrorista, se condannato per omicidi o stragi, debba restare all’ergastolo: cioè in carcere sino alla fine dei suoi giorni, senza sconti né scappatoie. Come avviene nei Paesi seri. E come prevede il nostro Codice penale.
M.Trav.
“DiMartedì”: show di Salvini tra scrosci di applausi
Ho visto con vero sgomento DiMartedì dell’8 ottobre e sono rimasto letteralmente scioccato nel vedere come un pubblico incosciente e idiota applaudiva ripetutamente Salvini ogni volta che lui, strafottente al suo solito, non rispondeva alle domande precise e ficcanti che gli facevano i giornalisti presenti su questioni assai imbarazzanti, rifugiandosi nella solita tiritera fritta e rifritta che lui ama gli italiani, ha i suoi figli, si gode la fidanzata e scempiaggini di questo genere. Mi ha anche sorpreso che il conduttore, invece di mostrarsi incazzato per come questi personaggi, che il più delle volte si autoinvitano alle trasmissioni, vanno in televisione solo per farsi propaganda elettorale senza però dare le risposte che gli italiani si aspettano, al contrario ha consentito al senatore di avere la faccia tosta di continuare a suo piacere l’osceno comizio tra scrosci di applausi inverecondi e, diciamolo francamente, purtroppo anche tra le risate dello stesso Floris, che è sembrato volersi godere lui pure il clima di caciara che si era creato. Si è andati così sino alla fine, senza che il conduttore avesse il buon gusto d’interrompere la pantomima della (non) intervista, soprattutto quando la De Gregorio ha lamentato che comportamenti del genere non sono seri e offendono non solo chi fa onestamente il proprio lavoro di giornalista, ma tutti gli italiani onesti e di buon senso. Mi dispiace, ma non è così che si fa informazione.
Palmiro Filippo Bini
Un sistema meno avido eviterebbe le morti bianche
Settecento morti “sul lavoro” è qualcosa che non si può accettare, eppure è avvenuto, dall’inizio del 2019 a oggi. Fa rabbia sentire le dichiarazioni ipocrite di persone che per decenni hanno chiesto “maggiore flessibilità” e ottenuto, da governanti complici, ogni sorta di precarizzazione rendendo il lavoratore sempre più ricattabile. Senza ipocrisia bisognerebbe dire le cose come stanno: la sicurezza sui posti di lavoro rappresenta un costo per l’azienda, è “dannosa” per i dividendi degli azionisti e, di conseguenza, ogni manager sa che per raggiungere gli obiettivi, per i quali è lautamente retribuito, deve esporre i dipendenti a rischi che un sistema economico meno aggressivo e avido potrebbe evitare. Parliamoci chiaro: nell’era dell’algoritmo, i morti sul lavoro sono una variabile che non si può comprimere troppo se si vuole far salire l’altra variabile che risponde al termine “margine di profitto”.
Mauro Chiostri
Turchia, l’ennesimo schiaffo alla dignità europea
Dopo un’estate passata a dar fuoco a mezzo mondo, Canarie, Siberia, Salento, Grecia, California, Portogallo, Amazzonia, con l’arrivo dell’autunno siamo ritornati ad ardere ed ammazzare i nostri simili. Non che avessimo mai smesso, per carità; guai infatti a perdere l’allenamento ché poi ci si incancrenisce come ben sanno i veri campioni del genere. Ora ci si è messo con rinnovato impegno quel nostro vicino di casa che anela da tempo ad entrare nella Comunità Europea, per fortuna ancora in sala d’aspetto, tale Recep Erdogan, presidente della Turchia. Dopo essersi cimentato per decenni con tutta la sua inarrivabile abilità levantina a scroccare miliardi all’Ue, complice una repentina crisi economica che sta facendo fuggire verso altri lidi capitali ed aziende, ha pensato bene di distogliere l’attenzione dei suoi concittadini riproponendo la vecchia ma sempre valida equazione: curdi=nemici, curdi=terroristi trovando bordone in un altro “finissimo” stratega politico, Donald Trump, che ha avallato la novella guerra sanguinolenta. Chissà se, almeno stavolta, tutti noi cittadini d’Europa faremo voce comune nel condannare con feroce fermezza quest’ennesimo schiaffo alla nostra dignità morale, politica, intellettuale respingendo quello squallido ricatto dei milioni di profughi da gettarci addosso.
Vittore Trabucco
La camicia bianca rivà alla guerra: quelle lievi sviste di B. H. Levy
Avete presente una camicia Charvet sbottonata, d’un bianco abbagliante, perfettamente stirata dallo spirare di un’autostima che non conosce frontiere? Sì, effettivamente stiamo parlando di Bernard-Henri Lévy, filosofo francese con una passionaccia per le bombe, il neologismo “islamofascismo”, la doppia morale e soprattutto se stesso. Domenica il nostro s’è esibito su La Stampa – dopo averlo fatto su tutti i media transalpini – sul “tradimento di Trump” nei confronti dei curdi (“il suicidio dell’Occidente”) e contro la Turchia che con la sua guerra d’ aggressione fa rialzare la testa all’Isis. Bene, siamo d’accordo, ci mancherebbe. Però, come dire, manca qualche pezzo: il nostro BHL – giusto qualche anno fa e sempre con lo stesso tono di stentorea indignazione – chiedeva a gran voce a Stati Uniti, Francia e a chiunque si trovasse ad avere armi alla bisogna di bombardare, dopo la Libia (ah come garrivano al vento, quei giorni, le camicie Charvet!), anche la Siria. Il nostro si schierava felice con “l’opposizione” contro il dittatore Assad facendo finta di non vedere quanto fosse piena di tagliagole jihadisti, tra cui quelli finiti nell’Esercito siriano libero che oggi attacca il Kurdistan insieme a Erdogan. È un ragazzo così, Bernard-Henri, tutto armiamoci e bombardate che io ci faccio un libro e un paio di documentari: poi quando iniziano a vedersi i danni cambia cavallo, fronte, trincea e la vita gli sorride ancora, seppure da dietro un mare di cadaveri. E chi non salta è islamofascista, dittatore o Putin.
Sport e politica. I calciatori manipolati dal solito patriottismo di circostanza
Gentile redazione del Fatto, ieri ho visto i calciatori turchi salutare militarmente Erdogan. Mi sono venuti i brividi. Mi è sembrato di ritrovare le scene delle Olimpiadi di Berlino con Hitler.
Giacomo Parsio
Gentile Giacomo, il calcio nelle competizioni internazionali è legato strettamente alla politica, ma è soprattutto lo strumento di propaganda privilegiato dei regimi e delle dittature. Come fu per i Giochi di Berlino del 1936 dove le gare erano avvelenate da sfrenati nazionalismi. Hitler imparò e perfezionò la lezione di Mussolini, integrando l’organizzazione dello sport nel discorso politico del nazismo. In una fotografia che immortala il podio del salto in lungo, si vede il tedesco Luz Long (medaglia d’argento) che allunga il braccio nel saluto nazista, il giapponese Naoto Tajima (bronzo) che rimane impettito sull’attenti mentre il vincitore Jesse Owens fa il saluto militare. Proprio come i calciatori turchi in questi giorni.
Perché chiediamo che l’Uefa sanzioni la federazione turca del calcio e che la finale di Champions League, prevista l’anno prossimo ad Istanbul, venga spostata altrove? E perché, al contrario, consideriamo il gesto di Owens una coraggiosa sfida? Semplice: Owens rendeva omaggio alla bandiera degli Stati Uniti, al suo inno, i simboli cioè del Paese libero e democratico per antonomasia. Non solo: le sue quattro medaglie d’oro sono viste come una beffa per Hitler. Assai diverso il gesto dei turchi: rendono omaggio ai soldati del loro esercito. Per noi occidentali, un’operazione ignobile, criminale. Invasione di territori curdi, massacri, esodi. Per Ankara, invece, i curdi sono il “nemico”: fomenta sedizione, compie attentati, destabilizza. Il messaggio dominante della narrazione di Erdogan è in questa logica: “Dobbiamo creare una zona sicura”. Nel nord della Siria, dove trasferire le masse dei profughi accolti durante il conflitto siriano. Per separare le comunità curde e quelle turche, a cavallo del confine. “Siamo con il nostro Paese, anche nelle difficoltà”, spiega il milanista Calhanoglu. Non si rende conto d’essere stato manipolato dal patriottismo di circostanza. Quello che rende il calcio un simulacro di guerra. Di rivincite. Per esibire e affermare l’ordine sociale del Paese che si rappresenta. Con i piedi…
Leonardo Coen
Con Libra Facebook sarà una grande potenza: punta al G9 con Google
Così, abbiamo un problema di soldi. Sai, la novità, d’accordo. Ma qui c’è un problemino un po’ più grosso, diciamo globale, che riguarda potenzialmente sette miliardi di persone, con l’obiettivo di farglieli spendere, i soldi.
Mister Zuckerberg, cioè Facebook, comparirà la settimana prossima davanti a un Comitato della Camera degli Stati Uniti per spiegare la sua moneta, Libra. In sostanza (stavo per dire: in soldoni) si tratta di una criptovaluta (tipo bitcoin) legata al valore del dollaro, scambiabile via Facebook, Messenger, WhatsApp. Siccome il ragazzo Zuckerberg non è per niente ambizioso, dice cose come “Reinventare la moneta”, e “Trasformare l’economia globale”. Al primo momento entusiasti, alcuni grandi gruppi del settore sono scesi precipitosamente dal carro: PayPal, poi Visa e Mastercard: grazie, il progetto è interessante ma abbiamo anche altro da fare, non saranno tra i soci fondatori. In ogni caso, molto probabilmente nel 2020 potremo pagare qualunque cosa mandando la cifra e un messaggio sul telefono. Comprare una Porsche a Singapore, spostare capitali ovunque, fare regali di compleanno, e – sarò pessimista io – già mi vedo i sacerdoti del “che figata!”, “smart!”, “il mondo cambia e voi state ancora lì coi sindacati!”. Eccetera eccetera. Una banca, insomma, e contando gli utenti di Facebook, una banca con due miliardi e mezzo di potenziali clienti, cioè una mostruosità globale mai vista in natura (come tutte le banche, dirà che fa tanto del bene, ovvio). Un bottoncino accanto al “like” con cui spostare soldi.
Ma di più: per la prima volta a livello così esteso e internazionale, un’azienda privata possiede una sua valuta, e dunque, alla lunga, uno strumento di pressione economica e politica, che travalica di un bel po’ la faccenda dell’impresa e del profitto. Comprensibile che alcune delle grandi compagnie che maneggiano denaro si siano leggermente spaventate: se questa famosa moneta Libra si libra davvero, con la velocità con cui è cresciuta la galassia Facebook, ecco che Zuckerberg piglia tutto in pochi anni. Pare che la famosa “concorrenza” che rende tanto fico il “mercato” si risolva sempre più spesso nel vecchio sistema che il grosso mangia tutti gli altri. Gli manca solo l’esercito, insomma, e Facebook diventa una grande potenza: ci toccherà fare il G8, o G9 se viene anche Google.
In più, si sa che i dubbi sulle criptomonete sono molti, a partire dalla tracciabilità, dalle possibilità di facilitare il grande riciclaggio e gli affari zozzi. E va bene, sono cose di cui dovranno occuparsi i tecnici, gli Stati, le Banche centrali eccetera. Solo che di solito i tecnici, gli Stati, le Banche centrali, eccetera sono lenti, e invece l’Impero virtuale è veloce.
Resta un dettaglio, diciamo così, per cavarci d’impiccio, “culturale”. E cioè: ma tutte le lezioni sul liberismo, sull’idea che il mercato poi sistema tutto lui, che non bisogna regolarlo sennò si muore, signora mia, lasci fare alla manina santa, dove vanno a finire? Davanti a un’azienda che si inventa la sua moneta, oppure davanti a due-tre monopolisti assoluti che dominano non solo le economie di casa loro, ma del pianeta, che hanno per clientela praticamente tutta la popolazione mondiale, e che possono orientarne gusti e opinioni (oltre a sapere tutto dei loro clienti) sarà davvero un grande successo liberale? Avere due o tre operatori nel campo della comunicazione, che complessivamente coprono tutto il pianeta, non sarà un po’ rischioso? E un liberismo che tende al monopolio (soprattutto in settori molto strategici come la comunicazione, lo scambio emozionale, e tra un po’ anche economico, tra umani) non sarà troppo?
“Trasformare l’economia globale”, come dice Zuckerberg, non sarebbe per niente male, ma qualche dubbio sul lasciarlo fare a un’azienda privata me lo terrei stretto.
L’Italia fondata sulla schiavitù, altro che lavoro
Fondata sulla schiavitù: la nostra Repubblica, che nelle intenzioni dei Costituenti trovava la sua ragion d’essere nel diritto al lavoro, ha perduto la memoria delle sue radici, la coscienza del patto sociale che dovrebbe regolare la vita sociale. Gli ultimi giorni riassumono una situazione che dovrebbe far spavento, ma cui sembra che in realtà ci siamo assuefatti. Ieri sono stati effettuati 51 arresti tra Bari, Lecce, Foggia, Taranto e Brindisi durante un’operazione di contrasto al caporalato, in una regione particolarmente afflitta da questa piaga. Sempre ieri i 300 lavoratori della Whirlpool di Napoli hanno bloccato l’autostrada: il tavolo governativo non è riuscito a scongiurare la chiusura (operativa dal primo novembre). Due giorni fa è stata la giornata dedicata ai morti sul lavoro. Che invece di diminuire, aumentano. Secondo i dati diffusi da Inail, c’è stato un lieve calo delle denunce di infortuni sul lavoro tra gennaio e luglio, mentre sono in crescita sia i morti (+2 %) che le patologie di origine professionale (+2,7%). Il commento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella è più che condivisibile: “Purtroppo le notizie di incidenti mortali continuano a essere quasi quotidiane. Non possiamo accettare passivamente le tragedie che continuiamo ad avere di fronte”. Eppure ci siamo abituati alle morti, che sono trafiletti, allo sfruttamento, alla povertà, alla disperazione dell’inoccupazione. Ma le notizie di settimana non sono ancora finite. Tre giorni fa a Terracina c’è stato un altro arresto: un imprenditore di 35 anni è finito in manette, accusato di sfruttamento del lavoro, minaccia aggravata, lesioni personali e un altro paio di reati. L’uomo avrebbe costretto braccianti indiani a lavorare in condizioni disumane. L’inchiesta è partita grazie alle segnalazioni di cinque lavoratori che sarebbero stati minacciati con colpi di fucile sparati verso di loro “per spronarli ad accelerare la raccolta dei prodotti”. Li aveva spaventati così tanto che alcuni avevano smesso di lavorare. Allora è andato lui nella baracca dove alloggiavano alcuni disertori e ha sparato. Dov’è la differenza con le piantagioni di cotone?
È lecito domandarsi come siamo arrivati fin qui, in un luogo dove tutto questo dolore sociale non ci fa più male come collettività. In Fondata sul lavoro Gustavo Zagrebelsky spiega: “La Costituzione pone il lavoro a fondamento, come principio di ciò che segue e ne dipende: dal lavoro, le politiche economiche; dalle politiche economiche, l’economia. Oggi assistiamo a un mondo che, rispetto a questa sequenza, è rovesciato: dall’economia dipendono le politiche economiche; da queste i diritti e i doveri del lavoro”. Il rovesciamento della sequenza ha segnato la morte dei diritti, di tutto quell’impianto sociale che parte appunto dal lavoro come perno della costruzione della persona. Non dovevamo abbassare la guardia. E dire che in un celebre discorso del ’55 a Milano, Piero Calamandrei spiegò come una parte della nostra Costituzione desse un giudizio polemico contro l’ordinamento sociale attuale, che bisognava modificare attraverso “lo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini”. Disse anche che finché non ci fosse stata la possibilità per ogni uomo di lavorare e studiare e trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, la nostra Repubblica non si sarebbe potuta chiamare fondata sul lavoro, e nemmeno democratica. La Carta era un impegno da compiere, una speranza. Ma se queste sono le nostre settimane e se le viviamo senza vergogna, di speranze ne abbiamo poche.
Buttare la palla più in là: ecco Grillo
Per valutare a fondo l’attuale situazione politica italiana bisognerebbe inventare una scala di misurazione della paura di perdere il consenso, e della timoratezza a questa legata. Dunque dire solo cose che facciano ingrassare elettoralmente, punto. L’unica eccezione a tutto questo è Beppe Grillo, nessun altro. E durante la festa per i dieci anni del Movimento a Napoli lo ha ribadito, una volta di più.
Istrionico, imprevedibile, provocatore e mai accomodante, neanche nei confronti dei suoi, anzi. Durante il suo intervento ne ha combinate di tutti i colori: partito nei panni di un Joker che sguazza nel caos – metafora del momento – poi è entrato balzellando sulle note rock, addirittura cantando. Ha parlato per quasi mezz’ora catalizzando l’attenzione di tutti. E lo ha fatto dicendo cose molto scomode, soprattutto per il Movimento: siamo cambiati; non siamo più quelli di 10 anni fa; basta striscioni davanti a Montecitorio per spettacolarizzare il taglio dei parlamentari, “anzi regaliamo l’idea al Pd”. Di più: basta lamentarsi del Pd. Guardare oltre. E poi ha sollecitato gli attivisti a non stare fermi su “Onestà! Onesta!”. Pensate se l’avesse detto un altro, o se Salvini avesse detto ai suoi “non fossilizziamoci sull’immigrazione”. Sarebbe caduto il mondo.
Con Grillo no, capace di scherzare anche col premier: dire che ha un solo difetto “le adenoidi, dobbiamo stapparlo”, e tutti giù a ridere. Insomma un mattatore totale. È riuscito anche a mandare affanculo la sua platea. Scherzoso, certo, però lo ha detto: “Vaffanculo a voi stavolta!” (se non volete cambiare). Risultato? Applausi a scena aperta. Potrà sembrare surreale, è andata così.
Ma allora la politica e lo spettacolo oggi sono la stessa cosa? No, ma quasi. Perché è inutile evocare la foto di De Gasperi in giacca e cravatta in spiaggia con la figlia e paragonarla a quella di Salvini con la pancia all’aria e il mojito in mano al Papeete: non è più quel tempo, i codici sociali e narrativi sono cambiati, l’educazione, il senso del pudore, tutto cambiato. Noi siamo cambiati, non solo la politica.
Dunque un comico-politico come Grillo è la perfetta espressione di questo tempo: arringa, conosce i tempi, fa battute, governa le pause, non recita mai (perché recita sempre) e dice solo le cose in cui crede, non quelle che dovrebbe dire (per piacere agli altri). Uno che non ha mai ragionato sul respiro corto di una legislatura. Perché il vero leader fa così. Faceva così Berlinguer: non segue solo gli istinti del popolo, ma cerca anche di guidarlo (leader dall’inglese to lead: condurre) nel futuro.
C’è poco da fare, piaccia o non piaccia – nell’epoca in cui il leader è fondamentale – ne serve uno carismatico e mediatico: chi non ce l’ha è fuori dai giochi. Matteo Salvini lo è: in un anno, infatti, ha raddoppiato i voti della Lega. Matteo Renzi lo è: in tre giorni, infatti, è tornato al centro della scena. Forza Italia ce l’aveva, Berlusconi, ma ormai l’età avanza, ed è stato superato da Fratelli d’Italia, perché la Meloni è abbastanza mediatica. Il Pd ne ha uno bravo ma meno mediatico, Zingaretti, infatti fatica. La sinistra-sinistra in Italia è quasi sparita, perché ne è totalmente priva. Senza scoprire niente, la ricetta politica moderna è semplice: idee molto concrete e un leader che le sappia comunicare molto bene.
E i contenuti? Tra le tante battaglie a lui care, ambiente e futuro davanti a tutti, Beppe Grillo dal palco di Napoli ha lanciato una provocazione, che tanto provocazione non dovrebbe essere: un reddito di esistenza. Grillo dal palco ha detto: “Diamo un reddito a chi è vivo!”. Utopia? Forse, però nel 1942 l’economista inglese William Beveridge prese a redigere un rapporto – che poi ebbe il suo nome – che servì come base per la riforma dello stato sociale britannico e che diceva più o meno la stessa cosa: se lo Stato non solleva i cittadini dalle paure della vita quotidiana si rompe il patto sociale tra elettori e istituzioni. Come dire: caro Stato, io ti pago le tasse però tu devi garantirmi che non avrò più paura – di perdere un reddito, un letto d’ospedale e via dicendo.
E Grillo, tra il serio e il faceto, ha buttato la palla più in là, oltre il giardino. Un reddito “se sei vivo”, oltre le paure. Perché poi, in fondo, come ha detto citando l’Asia – 4 miliardi di persone vogliono la nostra vita, chi siamo noi per dirgli di no? – nel mondo c’è sempre una parte che sta peggio e che sogna la vita dell’altra parte. Come accadde al giornalista sovietico Sergej Dovlatov, quando a New York ospitò un poeta russo. Gli disse mestamente: “Qui in America c’è pieno di roba da mangiare, di vestiti, di divertimenti, ma di pensieri non ce ne sono”. Il povero poeta in trasferta rispose: “In Unione Sovietica, al contrario, c’è pieno di pensieri. Non facciamo altro che pensare al mangiare, ai vestiti, ai divertimenti”.
Egitto, vietato entrare se vuoi sapere di Regeni
Diciamo subito il dettaglio che dice tutto: gli egiziani non mi hanno consentito di chiamare nessuno. Ero lì già da ore, quando hanno lasciato un telefono un attimo incustodito. E ho scritto a mio padre. Quando ci spiegano che è giusto avere di nuovo un ambasciatore al Cairo, anche perché altrimenti, in caso di problemi, chi interviene?, la verità è che senza quel messaggio fortuito, la Farnesina mi starebbe ancora cercando.
Poi, sì, la nostra console è arrivata subito. Ma hanno negato l’ingresso alla sua interprete. Per cui era lì, ma senza capire ciò che dicevano.
Quando sono atterrata da Milano, nella notte tra giovedì e venerdì, intorno alle tre, un cartello di benvenuto attendeva Carlotta, dipendente dell’Eni. Primo produttore di idrocarburi dell’Egitto. Ma io non lavoro per l’Eni. Io sono solo una giornalista. E quindi, al controllo passaporti non mi è toccata la corsia preferenziale, ma una porta alla sua destra, e un tetro cunicolo che apre su un labirinto di stanze buie e scalcinate della National Security. Niente di nuovo, comunque. Non sono che l’ultima di un lungo elenco. In questi anni, sono stati rispediti indietro decine di giornalisti. Dal New York Times in giù. E noi italiani, in più, abbiamo questa colpa dell’inchiesta Regeni. Perché in Paesi come l’Egitto, a cui la Procura di Roma chiede da mesi, inutilmente, d’ascoltare un nuovo testimone, arriviamo lì dove per la magistratura è più difficile arrivare. E l’inchiesta Regeni – non posso dire di più, ora – per noi certo non è chiusa.
Anche se forse, come mi hanno detto un po’ sinistri, sono stata fortunata a essere fermata subito. Mentre ero lì, sono andati a prendere a casa il corrispondente dell’Associated Press. Secondo Amnesty International, in Egitto spariscono tre Regeni al giorno.
E in queste settimane, al-Sisi è particolarmente nervoso. Gli egiziani sono tornati in piazza. Ma questa volta, chiamati non dall’opposizione, ma da una figura interna al regime: un imprenditore che con dei video su Youtube ha iniziato a raccontare di sprechi e le tangenti, gli appalti truccati per milioni e milioni di dollari, mentre un terzo della popolazione è sotto la soglia di povertà. E così, mi hanno subito rinchiuso in questo ufficio umido e malconcio di schedari arrugginiti e tavoli in formica sbreccata. Ad aspettare, al fondo. Aspettare e basta. Perché poi, sapevano già tutto di me: non è che avessero bisogno di chiedermi molto altro. E per cui mi hanno tenuto lì, semplicemente, per ore e ore, in questa specie di lazzaretto in cui finiscono quelli fermati per motivi politici, e soprattutto, i migranti irregolari, dei poveri cristi magri, esausti, perquisiti più e più volte anche se in tasca non avevano che un biscotto sbriciolato: mentre trafficanti e affaristi viaggiano con i passaporti europei che si comprano a Malta.
Ed era veramente la banalità del male. Perché in sé, poi, cosa succedeva? Niente. Gli agenti guardavano un po’ le telecamere di sorveglianza, e un po’ in tv una telenovela, una specie di Un posto al sole arabo. Ognuno con il suo piccolo ruolo. Chi confiscava i cellulari, chi compilava moduli, chi si rubava il biscotto, chi serrava le porte a chiave, chi interrogava, una domanda uno, una domanda l’altro. E in mezzo, questa console occidentale. Di una gentilezza infinita: ma senza manco l’interprete, anche lei nient’altro che un ingranaggio, mentre mi spiegava quanto è bello oggi il Cairo, cosmopolita, con cinema, teatri, concerti. Mi spiegava tutto, tranne l’unica cosa che volevo sapere: che crimine ho compiuto. L’unica priorità era che poi la stampa, l’indomani, non s’inventasse che l’Egitto non lascia entrare chi si occupa di Regeni. L’unica priorità era rispedirmi via. Anche se mio padre aveva subito allertato proprio Alessandra Ballerini, avvocato dei Regeni.
Ho ripetuto che pretendevo una motivazione, e una motivazione scritta. Persino la polizia, poi, in Italia, nel restituirmi il passaporto, mi ha detto: ‘Ma come? Siete andati via senza neppure un pezzo carta?’ – l’ho ripetuto, e ripetuto, perché è un mio diritto, e a me, mi scuserà la console che, davvero, è stata di una gentilezza infinita, ma a me non interessa che dall’ambasciata arrivino con acqua e panino: dalla mia ambasciata io voglio essere difesa. Difesa a restare dentro. Non a restare fuori. Altrimenti non aiuti me. Aiuti al-Sisi.
Perché poi, quando la nostra console è andata infine a prenotare il volo di ritorno, ho chiesto a un agente di avvisare per favore mio padre del mio rilascio. E questo, pensando non capissi l’arabo, ha detto a un altro una cosa tipo: ‘La bimba cerca il papà’. E a quel punto ho perso le staffe e gli ho detto: ‘Senti, avete vinto. Ma ora mi rispetti: perché sono italiana come Giulio Regeni’ – e non avessi mai detto “Regeni”, la parola proibita, che fino ad allora nessuno aveva pronunciato ad alta voce: hanno cominciato a urlarmi di tutto. “Shut up! Shut up!”, Stai zitta!”, e dalla stanza accanto, è subito sbucato il capo di questi quattro bulli di paese in divisa e ciabatte, un ufficiale con il riporto che sembrava uscito da un film di Lino Banfi, e stava lì incollato alla telenovela, “Ma che vuoi? Ma taci!”, ha urlato, e mi ha spedito in punizione all’angolo, come all’asilo. Perché poi questo è, questo regime di al-Sisi da cui l’Italia si fa umiliare: cialtroni che uno dei nostri carabinieri avrebbe subito rimesso in riga.
E noi no, invece. Noi tutti cortesi e deferenti. A differenza degli egiziani che, senza un console vicino, rischiavano molto più di me. Eppure, trovavano il modo di esprimermi solidarietà, e non solo i fermati: persino due degli ufficiali. Un uomo, a un certo punto, mi ha chiesto: ‘Sei tu l’italiana? Sorry’, mi ha detto. Mi ha detto: ‘Questo non è il vero Egitto. Sorry. And sorry for Regeni’. Poi ha detto: ‘Verrà giustizia’.
Ambasciatore Cantini. E lei, lei che dice?
Il Jihad in rosa fra carcere e lacrime
Inès Madani e Ornella Gilligmann sono state condannate a 30 e 25 anni di prigione dai giudici di Parigi. Per la Francia le due donne sono diventate il “volto del jihadismo femminile”: nel settembre 2016 avevano tentato di far esplodere un’auto carica di bombole del gas parcheggiata in una stradina piena di ristoranti a una manciata di metri dalla cattedrale Notre-Dame. Avrebbero potuto commettere una strage, ma l’innesco della “bomba” non aveva funzionato: gli inquirenti avevano trovato dentro l’auto una coperta impregnata di benzina e una sigaretta consumata. È la prima volta che la giustizia francese si trova a giudicare un commando di sole donne. In aula, Inès e Ornella, oggi 22 e 32 anni, hanno dato versioni opposte dei fatti, riversando sull’altra le responsabilità, e hanno tentato di discolparsi passando per ragazze banali con qualche problema in famiglia. Ornella, alla lettura della sentenza, è crollata fra le lacrime. Inès ha raccontato della relazione conflittuale con la madre, della sorella partita in Siria, di quando si è messa a studiare l’arabo e a portare il velo. Ornella di essere cresciuta senza padre e con una madre violenta, delle fughe da casa, dei piccoli furti. Poi, nel 2015 la radicalizzazione e il tentativo di partire in Siria con i tre figli. Ha anche detto che quel giorno aveva voluto sabotare l’operazione, sostituendo il carburante, e che è quindi grazie a lei che la strage è stata evitata. Difficile però cambiare i fatti.
Per i giudici, Inès e Ornella sono di fatto i “cervelli” di un attentato terroristico, che solo per fortuna, e per la poca preparazione delle donne, è fallito. Inès, che aveva solo 19 anni, era già schedata “S” per radicalizzazione ed era nota anche ai servizi belgi. La Peugeot 607 usata per l’attentato l’aveva presa al padre. Ornella, all’epoca 29 anni, aveva legami con Hayat Boumeddienne, la compagna di Amedy Coulibaly, il killer del supermercato kosher degli attentati del 2015, nello stesso giorno della strage nella redazione di Charlie Hebdo. La stava per raggiungere in Siria quando è stata fermata col compagno nel sud della Francia, poco prima di voler fare esplodere l’auto-bomba a Notre-Dame. Dietro di loro c’era Rachid Kassim, il franco-algerino che nel 2016 ha rivendicato l’attacco di Saint-Etienne-du-Rouvray – in cui padre Hamel era stato sgozzato – e che potrebbe essere morto in Iraq nel 2017 in un raid americano. Il tribunale lo ha condannato in contumacia all’ergostolo. Sul banco degli imputati c’erano anche le altre complici di Inès e Ornella: Amel Sakaou e Sarah Hervouët, condannate a 20 anni, e Samia Chamel, 5 anni. Amel, vicina di Kassim, con l’aiuto di Samia, aveva messo a disposizione la sua casa alle fuggiasche dopo il mancato attentato. Sarah, che nel 2015 avrebbe dovuto sposare Larossi Abballa, il killer della coppia di poliziotti di Magnanville del 2016, aveva tentato di accoltellare un poliziotto.