Marco, Emanuele e Carlo: “Il nostro cuore è a Kobane”

“Ecco, leggi questo post su Fb”, mi dice Emanuele. Sono veramente preoccupato…”. Leggiamo: “In questo momento siamo una dozzina di internazionalisti a combattere a Serekaniye a fianco dei nostri amici curdi, arabi, turchi, armeni e assiri. Siamo sotto un continuo bombardamento dell’aviazione e dell’artiglieria turca. Non ho idea di quanto riusciremo a resistere. Questo potrebbe essere il mio ultimo messaggio”. Data 11 ottobre 2019, firmato Serhat Tiqqun, nome di battaglia, di un ragazzo di 22 anni di origini francesi, uno dei tanti combattenti internazionali che affiancano la resistenza curda. Molti gli italiani. Sono giovanissimi, belle teste politiche, la voglia di dare concretezza a parole come solidarietà, internazionalismo e libertà. E a combattere una guerra che hanno vissuto come la loro. Vivono gli anni Duemila, ma il loro cuore batte come quello di Robert Jordan, protagonista di Per chi suona la campana, il capolavoro sulla guerra civile spagnola di Ernst Hemingway. Emanuele Marangolo, 23 anni, calabrese e studente di storia e filosofia, un anno fa decise di andare a fare la sua parte in Rojava.

“Ero affascinato dalle idee della rivoluzione curda, dal modello di società costruito nelle zone liberate dalla dittatura Daesh”. Per arruolarsi bisogna contattare un sito internet e sottoporsi a una dura preselezione. “Se sospettano anche lontanamente che sei una specie di Rambo da videogame ti dicono no, grazie”. Solo quando ti arriva l’ok puoi partire. Il viaggio di Emanuele inizia in un pullman da Cosenza a Roma, continua in aereo fino a Doha, Qatar, poi a Sulaymaniyya, Kurdistan iracheno, infine l’ingresso da “clandestino” in Siria destinazione Rojava. “Ho seguito i corsi all’Accademia come tutti gli internazionali, si studiava la storia del popolo curdo, la lingua, e la loro organizzazione sociale. Non sono mai stato in combattimento, ma gli allarmi erano continui. Siamo stati in quell’inferno che è Raqqa, poi abbiamo scavato tunnel e bunker di difesa contro gli attacchi aerei a Derik. Un’esperienza dura, ma in quei mesi ho vissuto una vita diversa, sapevi che stavi costruendo un nuovo modello di società, paritaria, ecologica, pacifica. Sono tornato dopo dieci mesi, e ho nostalgia, penso ai miei compagni curdi, ai combattenti internazionali che sono rimasti lì e che ora affrontano uno degli eserciti più forti al mondo”. Emanuele mi richiama: “Mi ha scritto Seraq due giorni fa: è vivo, la sua unità non ha subito perdite…”. Dall’estremo sud al nord, Rovigo. Nome di battaglia Marco Ghelat Drakon, età 25 anni, laurea in storia antica e filosofia. Due anni fa decide di partire. E combattere. “Per una canzone – dice sorridendo –, sentita una sera di qualche anno prima da alcuni ragazzi curdi conosciuti in Croazia. Le storie che raccontarono mi fecero piangere e riflettere. Lessi tutto quello che potevo sui curdi e sul loro leader Ocalan ancora detenuto in Turchia e un giorno decisi che il mio posto era lì, nelle brigate internazionali dello Ypg”. Nelle vene di Marco scorre il sangue di Dobrilla Giovannini, una prozia che fu partigiana col bel nome di Fior di Stelo. Famiglia tranquilla con papà poliziotto. “A loro dissi una bugia, raccontai che partivo a fare volontariato negli ospedali in Libano”. E invece il giovane Marco nel 2017 attraversa il confine con la Siria a Sulaymaniyya. Dopo l’addestramento, il lavoro operativo con un gruppo curdo arabo, la battaglia di Afrin, i morti e le distruzioni. “Certo che ho avuto paura, è umano. Ma la paura si domina altrimenti sei finito. Ricordo la fame e il pezzo di pane che dividevamo con altri compagni, la mancanza delle mille comodità della nostra vita, il freddo. Ma c’era una comunità dove si condivideva tutto, piccole cose che diventavano grandi ricchezze. Perché l’ho fatto? Perché siamo figli del nostro tempo”. Sette mesi in Rojava, poi il ritorno e gli studi. “La prima cosa che ho fatto al ritorno è stata quella di chiarire tutto con mio padre. Abbiamo parlato a lungo e ci siamo abbracciati”. “Ma ora – aggiunge Marco-Drakon – la lotta continua, perché è il momento di stare ancora con il popolo curdo, vittima dell’aggressione turca e del tradimento delle potenze occidentali”.

Con i suoi trent’anni il pugliese Carlo (in onore del giovane Giuliani ucciso durante il G8 di Genova) Gabar è il più “vecchio” dei volontari. Mesi di vita e di battaglie prima a Raqqa, poi a Deir-ez-Zor. “La mia famiglia, gli amici, la gente che mi vuole bene, sono all’oscuro di tutto. Non c’è una mia foto, un video, una parola su Internet riconduca a me. Ho studiato la cultura curda, approfondito le idee di Ocalan e il modello del confederalismo democratico. Ho letto le teorie di Murray Bookchin sull’economia solidale ed ecologica, ma una cosa voglio dire. La rivoluzione curda ci ha insegnato il senso di comunità e il valore vero delle cose. Sono tornato e ho ripreso la mia vita, ma il mio cuore oggi è a Kobane, ad Afrin, ho stampati in mente i volti dei miei compagni curdi, arabi, sudamericani”. L’internazionale della solidarietà.

Sanzioni alla Turchia, Trump spara a salve

Le premesse erano terrificanti: “Sono totalmente pronto a distruggere rapidamente l’economia turca se i leader turchi continuano su questa strada pericolosa e distruttiva”, aveva twittato, a più riprese, con formule analoghe, Donald Trump. Ma, all’atto pratico, le misure contro la Turchia prese dall’Amministrazione statunitense non sono così devastanti: colpiscono tre ministri (difesa, interno, energia), dirigenti ed ex dirigenti del governo turco e qualsiasi persona “che contribuisca alle azioni destabilizzanti della Turchia nel Nord-Est della Siria”; un aumento dei dazi sull’acciaio sino al 50%; e uno stop ai negoziati per un accordo commerciale con Ankara da 100 miliardi di dollari. Roba che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan non sarò contento, ma neppure si dispera: ha di fronte Trump, un modello di incostanza e volubilità, capace di rimproverare ai curdi di non avere aiutato l’America nello sbarco in Normandia; e di dire “Chiunque voglia aiutare la Siria a proteggere i curdi, per me va bene, che sia la Russia, la Cina o Napoleone Bonaparte. Spero che tutti facciano bene, noi siamo a 7000 miglia di distanza”.

Loro, gli americani, erano lì, proprio sul posto, con mille uomini certo meglio armati ed equipaggiati di curdi e siriani e persino dei turchi; ma se ne sono andati.

Trump non s’imbarazza di essere il colonnello Kerremans di questa guerra (Thom Kerremans comandava i caschi blu olandesi dell’Onu che nel luglio del 1995 a Srebrenica si scansarono quando i serbo-bosniaci trucidarono ottomila bosniaci). Il presidente manda ad Ankara – con calma: ci arriverà fra qualche giorno – il suo vice Mike Pence, col nuovo consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien. Il segretario di stato Mike Pompeo chiama il suo omologo Mevlut Kavusoglu e gli illustra la posizione americana, spiega le sanzioni, denuncia il carattere “unilaterale” dell’iniziativa turca e chiede che le parti tornino al dialogo. Le decisioni di Trump suscitano imbarazzo e irritazione anche fra i senatori repubblicani, che dovranno avallare le sanzioni. Il loro leader Mitch McConnell avverte: “Ritirare le forze dalla Siria ora ricreerà le condizioni che abbiamo lavorato duro per eliminare” e farà rinascere l’Isis. Inoltre, Russia e Iran ne stanno già approfittando per aumentare l’influenza nell’area: “Un esito catastrofico per gli interessi strategici degli Stati Uniti”, tira le somme McConnell, finora un alleato del presidente. Invece, il capo del Pentagono Mark Esper, che non ha la tempra del suo predecessore, il generale James Mattis, sostiene che le azioni “irresponsabili” della Turchia minano il successo della lotta contro l’Isis e danneggiano le relazioni bilaterali fra Ankara e Washington: le centinaia di vittime sul campo devono essere, per lui, “danni collaterali” d’un braccio di ferro diplomatico. “Il rischio per le forze americane nel Nord-Est della Siria aveva raggiunto un livello inaccettabile”, aggiunge Esper: Erdogan “deve assumersi la responsabilità di un’azione impulsiva, che non era necessaria, e delle sue conseguenze, una rinascita dell’Isis, crimini di guerra, una crisi umanitaria”. Le truppe Usa ritirate dalla Siria resteranno nella regione, nella base di Al Tanf a Sud, per prevenire – twitta Trump – che si ripeta quanto accadde nel 2014, quando il ritiro delle truppe dall’Iraq e la sottovalutazione della minaccia dell’Isis ne favorì l’estensione in Iraq e in Siria.

“Ankara è la sola responsabile: stop a export di armi”

Per la guerra nel Nord-Est della Siria, turchi contro curdi – ieri al settimo giorno – è stata una giornata intensa sia nelle stanze della diplomazia, nelle aule dei Parlamenti, nelle telefonate fra presidenti che sul terreno. L’offensiva di Ankara ha già fatto oltre 275 mila sfollati, che potrebbero diventare 400 mila nel Rojava. I turchi stimano di avere eliminato 600 combattenti curdi – loro dicono “terroristi” – e di avere conquistato mille kmq di territorio. Colpi di mortaio cadono in Turchia, fanno feriti. Russia e Cina sperano di circoscrivere la crisi e da ieri pomeriggio l’esercito del presidente Bashar al Assad ha il di Manbij, località strategica a ovest del fiume Eufrate, minacciata dalle milizie arabe filo-Ankara. La loro avanzata è stata bloccata dall’arrivo delle truppe di Damasco, che al loro fianco hanno la polizia militare russa,

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio annuncia alla Camera che l’Italia sospende l’export d’armi alla Turchia e avvia pure “un’istruttoria sui contratti in essere”: misure che trovano concordi tutte le forze politiche. La Gran Bretagna fa lo stesso; Francia, Germania, Spagna, i Paesi Nordici, l’Olanda lo avevano già fatto. “La Turchia è la sola responsabile dell’escalation” in Siria e “deve immediatamente sospendere l’azione militare”, dice Di Maio, che esprime gratitudine ai curdi, per quanto hanno fatto contro l’Isis, e paventa “effetti devastanti sul piano umanitario”. Da Tirana, dove è in visita, il premier Giuseppe Conte schiera l’Italia in prima fila nel fronte europeo anti-conflitto: “L’ho detto e lo ripeto con forza, sulla Turchia l’Italia sarà capofila di una decisione forte da parte dell’Ue. Ma per essere efficace e portare a un risultato concreto questa decisione deve essere unitaria. Il blocco dell’export d’armi verso la Turchia è una iniziativa doverosa, ma non sarà la sola … Non è accettabile che l’Ue, che finanzia ampiamente Ankara, ne accetti le minacce sui rifugiati siriani”. Nicola Zingaretti e Matteo Renzi, leader di Pd e Italia Viva, prospettano l’ipotesi d’una forza di interposizione fra turchi e curdi. Per l’Italia, la Turchia è il terzo Paese al mondo, dopo Qatar e Pakistan, destinatario del suo export militare. Il blocco sulle vendite a venire è immediato; i tempi dell’istruttoria su quelle in essere, già autorizzate, non sono certi, Ma Di Maio assicura che “tutti gli atti necessari” saranno “formalizzati nelle prossime ore”. Il tema del conflitto nel Nord-Est della Siria e delle misure contro la Turchia sarà presente nelle conversazioni che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, accompagnato da Di Maio, avrà oggi alla Casa Bianca con Donald Trump.

Per il momento, però, “il tema delle sanzioni alla Turchia non è sull’agenda” del Consiglio europeo di domani e venerdì, dice una fonte del governo di Berlino: si “parlerà dell’invasione della Turchia2 nel Nord-est della Siria, ma non di sanzioni. E, intanto, Erdogan torna a sfidare l’Occidente e specialmente l’Unione: “Sosteneteci o accogliete i rifugiati”, quei due milioni di siriani in Turchia di cui lui nel 2016 ha barattato la custodia con sei miliardi di euro. La pressione europea si sviluppa anche al Palazzo di Vetro, dove i cinque membri Ue del Consiglio di Sicurezza, i due permanenti, Gran Bretagna e Francia, e Germania, Polonia, Belgio, sollecitano una nuova riunione: una prima, la settimana scorsa, non approdò a decisioni concrete. E poi c’è un intreccio di contatti telefonici, con Erdogan – la cancelliera tedesca Angela Merkel ci ha passato un’ora, l’altro giorno – e con Trump. Conte si ripromette di parlare con il leader turco, con cui il presidente francese Emmanuel Macron ammette il persistere di “profonde divergenze”. Parlando con Trump, Macron insiste sulla “necessità assoluta” di impedire il riemergere dell’Isis dopo l’intervento turco contro le postazioni curde in Siria.

L’ultimo inganno sull’Ilva. Mittal si prepara al peggio

Nel disastro dell’Ilva ogni tassello torna al suo posto, componendo il grande inganno che da anni si consuma su quello che fu il più grande polo siderurgico d’Europa e sui suoi 13 mila dipendenti. Politici, manager e burocratici sono gli attori della commedia. Ieri, ArcelorMittal, il colosso franco-indiano che a giugno 2017 ha vinto la gara per l’acciaieria tarantina, ha annunciato la sostituzione dell’ad della controllata italiana, Matthieu Jehl, con Lucia Morselli, che ricoprirà anche la carica di presidente. La novità getta un’ombra su tutta la partita e il futuro di Taranto.

Morselli non è una manager qualunque, ha guidato la cordata Accciaitalia – composta dalla pubblica Cassa Depositi e Prestiti, Delfin (Del Vecchio), il colosso dell’acciaio Arvedi e gli indiani di Jindal – che due anni fa ha conteso l’Ilva ad ArcelorMittal. Pur avendo un piano industriale migliore di quello dei rivali – secondo gli stessi consulenti dei commissari governativi – Acciaitalia perse perché decise inspiegabilmente di offrire un prezzo ben più basso di quello di Mittal: 1,2 miliardi contro 1,8. Gli stessi soci della cordata, a partire da Jindal, dopo l’apertura delle offerte si precipitarono dal ministro dello Sviluppo Carlo Calenda per alzare l’offerta. Cdp, che pure esprimeva la Morselli, si sfilò e Calenda ebbe buon gioco a bocciare il rilancio paventando il rischio penali. Nessuno ha mai capito come sia stato possibile che il governo italiano, rappresentato dalla Cdp, sia riuscito a perdere una gara indetta dal governo italiano. Ora Morselli, che solo a giugno 2018 criticava il piano di Mittal per Ilva, viene nominata da Mittal a capo dell’Ilva. Tutto si tiene.

“Farò del mio meglio per garantire il futuro dell’azienda”, ha spiegato ieri. A Taranto già tremano. Viene chiamata a sostituire Jehl – un esperto manager da oltre 17 anni in ArcelorMittal e già capo del siderurgico di Gent, il fiore all’occhiello del gruppo – una figura che con il settore siderurgico ha poco a che fare. Morselli ha iniziato alla corte di Franco Tatò, storico manager dei colossi statali che ha conosciuto in Olivetti a inizio anni 80 e con cui nel 2003 ha fondato una società di consulenza. Il primo ruolo da ad è arrivato nel 1995 in Telepiù. Siede in una dozzina di Cda – da EssilorLuxottica a Tim – ma nel settore vanta solo la nomina, nel 2014, alla guida delle Acciaierie Ast di Terni della ThyssenKrupp, dove ha mostrato la sua abilità manageriale più nota, quella di tagliatrice di teste, che l’ha portata allo scontro feroce con i sindacati. Nel 2016, dopo risultati deludenti, ha lasciato il gruppo. Negli ultimi tempi Morselli si è avvicinata ai 5Stelle, al punto che rumors finanziari la indicarono nell’estate 2018 come consigliera del ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio. È responsabile del Dipartimento economia della Link University, l’ateneo fondato dall’ex ministro Vincenzo Scotti che ha fornito ai 5Stelle un pezzo di classe dirigente.

Perché Mittal per invertire la crisi di Ilva, che perde tra i 30 e i 50 milioni al mese, allontana un manager esperto del settore per sceglierne uno che come punta di forza ha i rapporti con la politica? Il sospetto è che il colosso indiano stia preparando il terreno alla sua exit strategy o a pesanti tagli. Mittal fattura 70 miliardi ma in Europa è in difficoltà e abbandonare Ilva non sarebbe un problema: Taranto produce meno di 5 milioni di tonnellate l’anno, a fronte delle 7 necessarie per stare in piedi, e il settore è in sovracapacità produttiva e in una fase di scarsa domanda. ArcelorMittal ha evitato che Ilva finisse ai rivali e dal governo italiano ha ottenuto tutto. Di Maio ha acconsentito al ripristino parziale dell’immunità penale ai vertici per evitare la chiusura degli impianti minacciata dal colosso. La norma, contenuta nel dl Imprese in Senato, è stata ieri al centro di una riunione dei 5Stelle, e quasi certamente sarà ritoccata. Scelte all’attenzione di Mittal, che ha ottenuto pure di espungere dal decreto Ambiente la norma voluta dal ministro Sergio Costa che inseriva nella nuova Autorizzazione integrata ambientale la valutazione del danno sanitario, come chiesto dal sindaco di Taranto.

Dna sconosciuti e covi “paralleli”: il valzer della verità sulla strage

Un Dna sconosciuto. Un passaporto cileno. Tre covi di terroristi, rossi e neri, in palazzi di proprietà dei servizi segreti. Sono questi gli ultimi ingredienti del cocktail forte servito all’ultimo processo sulla strage di Bologna. Rivelazioni & depistaggi, nuove scoperte e vecchie bugie sono abilmente mixate in aula e sui giornali. Nel processo, imputato unico di strage è Gilberto Cavallini, terrorista nero dei Nar, il gruppo di Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, già condannati in via definitiva per il più sanguinoso degli attentati italiani (85 morti, 200 feriti). Fuori dal processo, continua la guerra dell’informazione e della disinformazione, iniziata già il 2 agosto 1980, subito dopo l’esplosione che squarciò la stazione di Bologna.

Giovedì 10 ottobre: gli avvocati di parte civile che assistono l’Associazione dei famigliari delle vittime depositano una memoria che racconta la strana storia di due palazzi romani, in via Gradoli. Al numero 96, durante il sequestro di Aldo Moro, nel 1978, vivevano i brigatisti rossi Mario Moretti e Barbara Balzerani. Un appartamento del numero 65, poco distante, nel 1981 era frequentato invece da Gilberto Cavallini, Francesca Mambro, Giorgio Vale e Stefano Soderini, militanti neri dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari di Fioravanti. Sono i casi della vita – e gli intrecci della incredibile storia italiana. Fatti già conosciuti e già scritti nelle sentenze del caso Moro e del processo Nar 2, che racconta di due basi nere in via Gradoli.

Ma c’è un elemento nuovo, che ora unisce il covo rosso e i due neri: erano tutti di società riconducibili al Sisde, il servizio di sicurezza civile. L’amministratore unico della società proprietaria degli immobili al numero 96 e al numero 65 di via Gradoli era Domenico Catracchia. E l’Immobiliare Gradoli spa, amministrata da Catracchia, era controllata dalla Fidrev, “società di consulenza” del Sisde. Gli avvocati di parte civile ricordano nella loro memoria che Catracchia fu interrogato dalla polizia nel 1981, raccontò di aver riconosciuto i quattro terroristi neri, tra cui Mambro e Cavallini, ma “invitato a verbalizzare, si rifiutò dicendo di temere per la propria vita”.

Dopo il deposito della memoria che collega i covi di via Gradoli (e gli italianissimi loro frequentatori) ai servizi segreti, l’agenzia AdnKronos lancia una storia destinata a riaprire l’eterna “pista internazionale”, depistaggio della prima ora ma buono per tutte le stagioni. Una donna – scrive l’AdnKronos – avrebbe soggiornato il giorno della strage, il 2 agosto 1980, all’Hotel Milano di Bologna, proprio di fronte alla stazione. Si era fatta registrare con un passaporto cileno falso, numero 30435, rilasciato nella città di Quillota e intestato a Juanita Jaramillo. Il documento faceva parte di una serie di sei passaporti contraffatti, tutti rilasciati a Quillota, usati da terroristi arabi, come il giordano Michel Archamides Doxi, addestrato in un campo libanese del Fplp (Fronte popolare di liberazione della Palestina), o da appartenenti al gruppo di Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos “lo Sciacallo”. L’AdnKronos attinge queste informazioni da relazioni dei servizi stilate negli anni Settanta. L’esito è rilanciare per la strage di Bologna l’eterna – e confusa – pista palestinese, sempre smentita dalle indagini e ritenuta il ricorrente depistaggio per cercare di negare le responsabilità dei neri italiani e, ancor più, di coprire i loro sponsor nelle agenzie di intelligence, in quegli anni controllate da uomini della P2 di Licio Gelli.

“Sono operazioni di depistaggio mediatico”, sostiene Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna. “Appena i nostri legali hanno indicato possibili rapporti tra la banda di Fioravanti e i servizi segreti, ecco rispuntare la pista internazionale”.

L’ultima mossa: l’allarme sul dna estratto dai resti conservati nella bara di Maria Fresu, una delle 85 vittime della strage. La Corte d’assise di Bologna che sta processando Gilberto Cavallini ha disposto l’esame del dna sui resti della donna (un osso della mano e un lembo facciale), confrontati con il dna del fratello e della sorella. Il risultato ha stabilito che non appartengono a Maria Fresu. Ed ecco subito Mambro e Fioravanti chiedere la riapertura del loro processo, in nome della (vecchia) teoria della ottantaseiesima vittima: una donna mai identificata che potrebbe essere l’attentatrice uccisa dalla sua stessa bomba. La spiegazione più semplice la offre Bolognesi, che quel 2 agosto era purtroppo presente alla stazione, dove era accorso dopo l’esplosione alla ricerca dei suoi famigliari: “La scena era da film dell’orrore, c’erano brandelli umani disseminati dappertutto”. Furono raccolti e suddivisi come si poteva. In un sacco – il “reperto 56” – furono riuniti i resti che non si sapeva a chi attribuire. Ma il processo Cavallini – quello dentro l’aula – sta riconfermando la pista nera. Ecco dunque che – fuori dall’aula – si torna ad agitare vecchie piste alternative.

“Vassallo, delitto per ‘amici’. E qualcuno era in uniforme”

L’estate del 2009, il boss della droga Francesco Casillo era ad Acciaroli su una barca lussuosa. Gli fu sequestrata dai carabinieri di Castello di Cisterna del colonnello Fabio Cagnazzo. Il boss, poi ex pentito, se ne lamenta al telefono col suo legale: “E mi meraviglio che Fabio ha potuto fare questo a noi…”. Casillo è imputato di aver corrotto carabinieri di Torre Annunziata. Alcuni atti e verbali del boss del piano Napoli sono stati trasmessi alla Dda di Salerno che accusa il carabiniere Lazzaro Cioffi – in carcere per collusioni col clan Fucito – dell’omicidio del sindaco Angelo Vassallo. Avvenne il 5 settembre 2010. Cioffi è l’unico indagato: lavorava con Cagnazzo.

Queste e altre novità rivelate dal Fatto, e la videoinchiesta delle Iene, fanno dire all’ex pm della trattativa Stato-mafia, l’avvocato di parte civile Antonio Ingroia, che il caso Vassallo potrebbe nascondere “un depistaggio simile a quelli compiuti dietro stragi di Stato come via D’Amelio”.

Che idea si è fatto?

Spuntano indizi che confermano il quadro di un grave depistaggio. Offrono una chiave di lettura del movente del depistaggio, forse anche dell’omicidio.

Intravede un possibile assassino?

Dei sospettabili.

Su quale pista?

Quella sui cui io e i fratelli Vassallo stiamo lavorando da tempo: la pista del delitto tra “amici” con qualche uniforme.

I capisaldi di questa pista?

Sono quattro. Il movente che da 360 gradi diventa più concreto. Il movente del depistaggio istituzionale, parallelo a quello del delitto. L’anomalia del comportamento di alcuni investigatori e in particolare del colonnello Cagnazzo. Gli elementi nuovi che si incastrano in maniera coerente con gli altri tre.

Quali novità si incastrano?

La presenza di Casillo nelle indagini. La chiave di lettura delle dichiarazioni depistanti del pentito De Simone. Le parole di Giusy Vassallo e di Cagnazzo registrate dalle Iene.

Il movente secondo lei?

Un movente coerente con tutte le risultanze è questo: Vassallo, che aveva lanciato una crociata antidroga ad Acciaroli anche perché preoccupato dalle frequentazioni della figlia, incrocia qualcosa di enorme, di simile alle collusioni tra il boss Casillo e i carabinieri torresi, chiede un appuntamento al pm Alfredo Greco perché vuole denunciare, il pm glielo fissa al 6 settembre, nel frattempo, in buona fede, ne parla con qualcuno, e quella è la condanna a morte: Vassallo viene ucciso la sera prima.

Con chi avrà parlato Greco?

Ne può aver parlato solo in ambito istituzionale. Se davvero l’omicidio fu organizzato in fretta per impedire quell’appuntamento, mi chiedo: chi lo sapeva? Greco nei giorni scorsi è stato in Procura, lo dirà ai pm.

Perché poi ci potrebbe essere stato un depistaggio?

L’indizio più evidente è nel verbale del pentito Ciro De Simone che indica l’assassino nel brasiliano spacciatore Damiani, attribuendogli una relazione con la figlia di Vassallo, dopo che il padre li avrebbe sorpresi mentre consumavano cocaina. Che sia una falsa pista lo dicono i pm che archiviano Damiani, e Giusy che nega davanti alle telecamere, con la stessa sincerità con cui invece rivela la relazione con Cagnazzo, anche lui indagato e poi archiviato. Mi chiedo chi gestiva quel pentito. E se il pentito sia stato imbeccato.

Cos’altro l’ha colpita?

Le anomalie del comportamento di alcuni investigatori. Ad esempio la strana visita dei carabinieri in borghese a casa Vassallo subito dopo l’omicidio, senza verbale e senza sapere cosa è stato preso.

Che cercavano secondo lei?

Tracce del perché Vassallo avesse chiesto un appuntamento col pm Greco.

Lei ha detto “anomalie”.

Mi riferisco anche a Cagnazzo che acquisisce i dvd della videosorveglianza e scrive una annotazione che canalizza subito le indagini su Damiani. Il colonnello che si adopera senza mandato ufficiale: un eccesso di generosità, dice lui. Simile a quello di La Barbera con Scarantino e i falsi colpevoli del delitto Borsellino? Forse qualche dubbio la Procura lo ha, visto che è tornata a prendere in Comune i dvd.

Perché per lei il tutto assomiglia a un depistaggio?

Gli addetti ai lavori sanno che un depistaggio riesce mischiando notizie vere e notizie fasulle, come quando fu imbeccato Scarantino. Se fosse stato fatto anche col pentito De Simone, chissà che il movente non sia, come sospetta persino Giusy, la sua relazione con Cagnazzo, collegata alle scoperte che il padre non fece in tempo a denunciare.

A sei miglia dall’Italia, nessuno li ha salvati

Una mamma abbracciata al suo bambino, piccolo, un neonato probabilmente. Morti. I loro corpi sono stati ritrovati, a sessanta metri di profondità, a sei miglia da Lampedusa da un robot e dai sommozzatori della Guardia costiera scesi fino all’inferno.

È una tragedia della settimana scorsa, una bagnarola che cola a picco e non c’è nessuno a salvare i disperati che sperano nelle coste italiane quasi raggiunte. Quell’isola così piccola, prologo di un’Europa che cincischia, di un’Italia che ha messo al bando le organizzazioni non governative, mentre l’operazione Mare nostrum è un antico ricordo e le bare si sommano ad altre bare. Anche bianche. Nella serata di ieri il contatore dei morti dell’ultimo dramma dichiara “12”, ma ancora è presto, perché a bordo del barchino di fortuna ci sarebbero dovute essere una cinquantina di persone. “Ci potrebbero essere altre vittime, certo”, spiega il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella. E aggiunge quasi commosso: “La Guardia costiera ci ha creduto e non ha mai mollato. Il barchino è stato individuato grazie a un sonar, a quelle profondità i sommozzatori possono stare davvero pochi minuti. Il piano è di mandare giù i sommozzatori per portare su un cadavere alla volta. Ci vorranno almeno tre giorni. La Guardia costiera ci ha messo non solo la professionalità ma anche il cuore”.

Più o meno nello stesso punto, il 7 ottobre, altri 13 cadaveri, erano tutte donne, sono stati ritrovati dalla Guardia costiera. Nel Mediterraneo la tragedia continua incessante, come i balletti tra le cancellerie. L’ultimo, l’ennesimo, sempre nella serata di ieri, tra Malta e Italia. Il solito barcone stracarico “in precarie condizioni di galleggiabilità” è stato avvistato a 35 miglia da Lampedusa, in acque sar maltesi: è stato soccorso già in mattinata da motovedette italiane di Guardia costiera e Guardia di finanza, che hanno preso a bordo i circa 180 migranti e si sono dirette verso La Valletta. Ma dalle autorità dell’isola non è ancora arrivata l’indicazione del “pos”, il porto sicuro di sbarco, quando nelle redazioni è ormai ora di consegnare i giornali alle stampe. A pochi giorni dal vertice ospitato proprio a La Valletta, che avrebbe dovuto segnare una svolta verso una condivisione dell’accoglienza in Europa, Italia e Malta litigano ancora.

Almeno la Commissione europea si è detta pronta a coordinare gli sforzi degli Stati che si faranno avanti per accogliere una quota dei 176 migranti salvati dalla Ocean Viking in arrivo questa mattina a Taranto. E “sale la polemica politica”, battono le agenzie. Salvini attacca il premier Conte e “Conte bis” replica al suo ex ministro dell’Interno, mentre in fondo al mare ci sono quei cadaveri, tra cui una mamma abbracciata al suo bambino.

Conte al Copasir. Ma sul caso Metropol è calma piatta

Il nuovo corso del Copasir del leghista Raffaele Volpi viaggia su due questioni parallele: il Russiagate e il Metropol (per dirla con definizioni giornalistiche). Per il primo caso si entra subito nel vivo: l’audizione del premier Giuseppe Conte è fissata per la prossima settimana, il 23 o 24 ottobre. Meno affanno c’è per la seconda vicenda, che riguarda l’incontro all’hotel Metropol di Mosca in cui era presente Gianluca Savoini, presidente dell’Associazione Lombardia-Russia ed ex portavoce di Matteo Salvini. In quell’occasione italiani e russi discutevano dell’acquisto di una grossa partita di gasolio. Lo sconto ottenuto, secondo la Procura di Milano, sarebbe servito in parte per finanziare la Lega. Milano indaga per corruzione internazionale. E proprio ai magistrati lombardi, quando la Lega era al governo, il Comitato aveva chiesto alcuni atti per capire se vi fossero questioni legate alla sicurezza nazionale. Da Milano non è arrivato nulla: ciò vuol dire o che gli atti sono ancora segreti o che la vicenda non ha messo in pericolo la sicurezza nazionale. Come avrebbe ribadito in passato al Copasir il direttore dell’Aise Luciano Carta. Per questo ieri al Comitato si è detto che “non ci sarebbero elementi tali” per aprire un’indagine sul caso. Dopo Conte verrà calendarizzata l’audizione di Carta e di Mario Parente (Aisi): argomento principale il Russiagate, ma potrebbero esser poste domande anche sul caso Metropol. Intanto la settimana prossima tocca al premier che fornirà spiegazioni sull’incontro tra il ministro della Giustizia americano, William Barr, e i capi degli 007, compreso Vecchione (capo del Dis, che pure verrà convocato). Secondo alcuni quotidiani, l’incontro era finalizzato a recuperare informazioni su Mifsud, l’uomo che nel 2016 avrebbe informato George Papadopoulos, all’epoca consigliere della campagna elettorale di Donald Trump, dell’esistenza di mail su Hillary Clinton, in possesso dei russi.

È imputato per Cucchi: guida i Reparti speciali

Dal mese scorso l’ufficiale più alto in grado tra gli imputati del processo per i cosiddetti depistaggi sulle condizioni di salute di Stefano Cucchi è il capo di Stato maggiore del Comando unità mobili e specializzate “Palidoro” dell’Arma dei carabinieri. È la struttura che comprende i battaglioni, i paracadutisti e tutti i reparti speciali dal Ros al Nas alla Tutela patrimonio culturale, Gis, Ris, aerei ed elicotteri.

Il generale di brigata Alessandro Casarsa, classe 1966, è stato coinvolto nella terza indagine sulla morte di Cucchi quando era al comando dei Corazzieri del Quirinale. Lo scorso gennaio ha lasciato quell’incarico, poi per circa sei mesi ha frequentato la seconda parte di un corso allo Iasd, l’Istituto Alti studi della Difesa. A luglio è stato rinviato a giudizio per falso ideologico in atto pubblico con altri ufficiali per aver chiesto ai subalterni, secondo l’accusa dell’ex procuratore Giuseppe Pignatone e del pm Giovanni Musarò, di modificare le relazioni di servizio in cui si attestavano, tra l’altro, “dolori al costato” e “alle ossa”, “forti dolori al capo, giramenti di testa, tremore”. L’Arma dei carabinieri, fatto più unico che raro, si è costituita parte civile contro Casarsa e i suoi coimputati, con grande impegno anche personale del comandante generale Giovanni Nistri che ha incontrato Ilaria Cucchi e dichiarato urbi et orbi che qualcosa, dopo oltre dieci anni, era cambiato. A settembre è arrivata la nomina a capo di Stato maggiore della Palidoro, ancora prima che Casarsa finisse il corso (e infatti probabilmente dovrà completarlo).

Non è una promozione in senso tecnico. Casarsa, che nel 2008 ai tempi della morte di Cucchi era colonnello e comandava il Gruppo Roma del comando provinciale, era e rimane generale di brigata. Non è nemmeno un incarico operativo, l’attività dei delicati reparti speciali inquadrati nella Palidoro dipende dai loro comandanti. Il comando ha soprattutto compiti logistici, organizzativi e anche di spesa. Ovviamente sopra Casarsa c’è un generale di corpo d’armata, Riccardo Amato, ma il capo di Stato maggiore nelle strutture dell’Arma conta parecchio nella gestione quotidiana e alla Palidoro fanno riferimento decine di migliaia di uomini. Le articolazioni principali dei carabinieri sono tre: il comando generale, la struttura territoriale (Legioni, comandi provinciali, compagnie, stazioni) e appunto le Unità mobili e specializzzate. Peraltro, il capo di Stato maggiore della Palidoro può essere anche da un colonnello e il predecessore non è stato promosso. A quel livello ci sono comandi e incarichi più importanti, ma anche molto meno importanti e in regioni periferiche. Insomma per lo meno è “un parcheggio di lusso”.

Tant’è vero che la nomina alla Palidoro di Casarsa, imputato di falso in una vicenda che a tacer d’altro ha colpito duramente l’immagine e la credibilità dei carabinieri, suscita qualche malumore anche all’interno dell’Arma. Alcuni ufficiali ammettono la sorpresa e un certo disorientamento, c’è anche chi ipotizza che la scelta di offrire questo “atterraggio morbido” a Casarsa sia stata caldeggiata da ambienti politici, se non dal Quirinale, mentre il generale Nistri ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma al comando generale queste sono bollate come “illazioni”.

La verità è che il caso Cucchi agita profondamente l’Arma e forse non potrebbe essere altrimenti. C’è chi sottolinea, infatti, che Casarsa è imputato e ha dovuto lasciare il Quirinale prima del tempo, mentre il suo superiore dell’epoca, il generale di corpo d’armata Vittorio Tomasone, nel caso Cucchi è rimasto testimone ed è più saldo che mai al comando interregionale Ogaden di Napoli. Eppure Tomasone, allora comandante provinciale a Roma, convocò l’ormai famosa riunione a caldo che nulla chiarì della vicenda Cucchi e, con un discreto numero di “non ricordo”, non ha fatto la sua miglior figura quando è stato sentito in aula nel processo ai presunti autori del pestaggio e delle prime relazioni ritenute fasulle. Naturalmente è rimasto testimone perché il pm Musarò, che certo non ha timori reverenziali verso l’Arma, non riteneva di avere elementi per incriminarlo.

Fake news & politica: perché Renzi deve indagare se stesso

Italia Viva è viva e lotta contro le fake news. Il partitino di Renzi chiede la costituzione di una commissione d’inchiesta sulle bugie. La proposta di legge, la cui prima firmataria è Maria Elena Boschi, prevede che la commissione indaghi “sui casi di informazioni distorte per influenzare consultazioni elettorali” e indichi al Parlamento “specifiche forme di repressione penale per la diffusione di contenuti illeciti”.

Di seguito un breve promemoria a uso di chi dovesse essere condotto in ceppi davanti al giudice con l’accusa di aver fatto perdere ai renziani il referendum del 2016 mediante “la diffusione seriale massiva di contenuti illeciti e di informazioni false attraverso la rete”.

 

“L’Italia è più grande di chi vorrebbe fermarla e l’autostrada Salerno-Reggio Calabria è il simbolo che se tutti insieme lavoriamo nella stessa direzione alla fine i risultati parlano”. “La Salerno Reggio Calabria sarà pronta #comepromesso il 22 dicembre. Intanto da oggi è a 4 corsie. L’Italia cambia passo dopo passo #lavoltabuona”.

Per pre-inaugurare a marzo 2016 la Salerno-Reggio Calabria (paventando che il 22 dicembre non ci sarebbe stato lui a tagliare il nastro, come infatti è stato) e vendicarsi della stampa straniera che rise di lui, Renzi accorcia l’autostrada di 95 km (da 450 a 355), chiude 4 cantieri su 5, restringe le corsie da 4 a 1 nei pressi di Cosenza. A giugno 2018, i cantieri ancora aperti erano 67.

 

“I cittadini sceglieranno quali consiglieri regionali andranno a Palazzo Madama. Si vota, c’è la legge elettorale, non c’è trucco e non c’è inganno” (29.11.2016)

Nel #matteorisponde Renzi agita una scheda elettorale per “smontare la bufala che i senatori saranno nominati dai partiti”. Sostiene sia un fac-simile: in realtà è una fotocopia fatta a mano. Non esisteva nessuna legge elettorale per il Senato. Tra quel foglio e delle elezioni vere c’era la stessa relazione che c’è tra un atto di nascita falso e un parto.

 

“La riforma costituzionale darà al Sud gli stessi livelli di cura del Nord: se c’è un farmaco sull’epatite C, perché in Lombardia ci si mette 3 mesi per liberarlo e in altre Regioni 3 anni? Perché i sistemi sono diversi, con la riforma cambia il Titolo V e il livello di assistenza sarà in Lombardia e in Calabria” (Renzi, 27.11.2016). “Oggi non c’è lo stesso diritto per ciascun cittadino di accedere alle stesse cure in termini di malattie molto gravi come il tumore o di vaccini. Se passa la riforma invece avremo il dovere che ci sia lo stesso tipo di diritti a prescindere dalla regione dove vivono” (Boschi, 11.2016).

Posto che la riforma non toccava affatto le disparità tra Regioni, la Costituzione vera già prevede Sanità pubblica e gratuita per tutte le Regioni, e la legge del 2003 sui Lea (livelli essenziali d’assistenza) impegna le Regioni a offrire ai cittadini cure adeguate a uno standard nazionale (che questo avvenga o no, nulla c’entra col referendum).

 

“Se vince il No lo spread salirà; le Borse scenderanno; il Paese andrà in recessione; gli investimenti caleranno del 17%, il Pil del 4%; ci saranno 600mila posti di lavoro in meno e 430mila poveri in più” (Centro studi Confindustria, luglio 2016).

Dopo il referendum, Csc ritratta: nel 2017 il Pil sarà +0,8%e nel 2018 +1%. A proposito di informazioni distorte per influenzare consultazioni elettorali.

 

“Oggi la banca è risanata, investire è un affare. Su Mps si è abbattuta la speculazione, ma oggi è risanata, è un bel brand” (Renzi, gennaio 2016). “Le banche italiane stanno molto bene” (Renzi, 6.2016).

La banca invece era sull’orlo del disastro. A dicembre 2016, dopo il fallimento di un salvataggio di mercato di 5 miliardi, il governo annuncia un salvataggio pubblico, che la Bce alza a 8 miliardi.

 

“La riforma comporta risparmi per un miliardo” (aprile 2014); “Basta un Sì per risparmiare 500 milioni” (11.2016).

In realtà secondo la Ragioneria generale dello Stato si sarebbe trattato di 50 milioni.

 

“Diamo vita ad un festival delle idee che preferisce la banda larga al Ponte sullo Stretto” (Renzi, Fuori!, 2011).

Alla celebrazione dei 110 anni di Salini-Impregilo, settembre 2016, dice ai costruttori: “La Napoli-Palermo, preferiamo dire così che Ponte sullo Stretto, può creare centomila posti di lavoro. Vi sfido. Noi siamo pronti”. Dopo la generale indignazione, si affretta a far bocciare dalla sua maggioranza il finanziamento del riavvio delle procedure per il Ponte nella legge di Stabilità.

 

“La posizione di Zingaretti sull’accordo con 5S è molto ambigua. Noi non possiamo fare l’accordo con chi mette in discussione i vaccini #senzadime” (Renzi, 25.9.2018). “Oggi i giornali rilanciano accordo coi Cinque Stelle. Penso a Di Maio/Gilet Gialli, Di Battista contro Obama, Lezzi sul PIL, Taverna sui vaccini, scie chimiche, vaccini, Olimpiadi, Tav, allunaggio. E ripeto forte e chiaro il mio NO all’accordo con questi #SenzaDiMe” (12.7.2019). “La mia risposta a chi vuole fare accordi con i Cinque Stelle ‘per difendere insieme certi valori’. Perché io sono contrario a questo accordo #SenzadiMe” (17.7.2019). “È Gentiloni che ha fatto passare il messaggio di una triplice richiesta di abiura da parte del Pd ai 5Stelle. Il modo in cui lo spin è stato passato è un modo finalizzato a far saltare tutto” (23.8.2019).

No comment.

 

“Ma non ci penso proprio ad uscire da un partito che è il mio partito. Poi non starò mai in un partito che fa l’accordo coi Cinque Stelle” (Renzi, 23/7/2019). “Fare un nuovo partito non è una questione all’ordine del giorno. Roba da addetti ai lavori, fantapolitica. Io ho scelto di fare una battaglia culturale dentro la politica italiana. Continuerò a farla da senatore che ha vinto il suo collegio” (2.2019).

Come s’è appreso, l’en plein della frottola.

 

“Diamo un hashtag: #enricostaisereno. Vai avanti, fai le cose che devi fare. Io mi fido di Letta, è lui che non si fida. Non sto facendo manfrine per togliergli il posto” (16.1.2014).

È la ur-fandonia, la sovra-fake news al cui cospetto ogni altra impallidisce.

 

“È del tutto evidente che se perdo il referendum, considero fallita la mia esperienza in politica ” (29.12.2015). “Ho già preso il solenne impegno: se perderemo il referendum lascio la politica” (15.1.2016). “Se non passa il referendum, la mia carriera politica finisce. Vado a fare altro” (11.5.2016). “Se perdo il referendum, troveranno un altro premier e un altro segretario” (1.6.2016). “O cambio l’Italia o cambio mestiere” (2.6.2016). “Tre anni fa la #Brexit. La realtà dimostra che tutta la campagna elettorale si basava su #FakeNews: le bugie ti fanno vincere referendum ma poi sono i cittadini a pagare i danni” (Renzi, 24.6.2019).

La realtà dimostra che non sempre le bugie ti fanno vincere i referendum.