“Ecco, leggi questo post su Fb”, mi dice Emanuele. Sono veramente preoccupato…”. Leggiamo: “In questo momento siamo una dozzina di internazionalisti a combattere a Serekaniye a fianco dei nostri amici curdi, arabi, turchi, armeni e assiri. Siamo sotto un continuo bombardamento dell’aviazione e dell’artiglieria turca. Non ho idea di quanto riusciremo a resistere. Questo potrebbe essere il mio ultimo messaggio”. Data 11 ottobre 2019, firmato Serhat Tiqqun, nome di battaglia, di un ragazzo di 22 anni di origini francesi, uno dei tanti combattenti internazionali che affiancano la resistenza curda. Molti gli italiani. Sono giovanissimi, belle teste politiche, la voglia di dare concretezza a parole come solidarietà, internazionalismo e libertà. E a combattere una guerra che hanno vissuto come la loro. Vivono gli anni Duemila, ma il loro cuore batte come quello di Robert Jordan, protagonista di Per chi suona la campana, il capolavoro sulla guerra civile spagnola di Ernst Hemingway. Emanuele Marangolo, 23 anni, calabrese e studente di storia e filosofia, un anno fa decise di andare a fare la sua parte in Rojava.
“Ero affascinato dalle idee della rivoluzione curda, dal modello di società costruito nelle zone liberate dalla dittatura Daesh”. Per arruolarsi bisogna contattare un sito internet e sottoporsi a una dura preselezione. “Se sospettano anche lontanamente che sei una specie di Rambo da videogame ti dicono no, grazie”. Solo quando ti arriva l’ok puoi partire. Il viaggio di Emanuele inizia in un pullman da Cosenza a Roma, continua in aereo fino a Doha, Qatar, poi a Sulaymaniyya, Kurdistan iracheno, infine l’ingresso da “clandestino” in Siria destinazione Rojava. “Ho seguito i corsi all’Accademia come tutti gli internazionali, si studiava la storia del popolo curdo, la lingua, e la loro organizzazione sociale. Non sono mai stato in combattimento, ma gli allarmi erano continui. Siamo stati in quell’inferno che è Raqqa, poi abbiamo scavato tunnel e bunker di difesa contro gli attacchi aerei a Derik. Un’esperienza dura, ma in quei mesi ho vissuto una vita diversa, sapevi che stavi costruendo un nuovo modello di società, paritaria, ecologica, pacifica. Sono tornato dopo dieci mesi, e ho nostalgia, penso ai miei compagni curdi, ai combattenti internazionali che sono rimasti lì e che ora affrontano uno degli eserciti più forti al mondo”. Emanuele mi richiama: “Mi ha scritto Seraq due giorni fa: è vivo, la sua unità non ha subito perdite…”. Dall’estremo sud al nord, Rovigo. Nome di battaglia Marco Ghelat Drakon, età 25 anni, laurea in storia antica e filosofia. Due anni fa decide di partire. E combattere. “Per una canzone – dice sorridendo –, sentita una sera di qualche anno prima da alcuni ragazzi curdi conosciuti in Croazia. Le storie che raccontarono mi fecero piangere e riflettere. Lessi tutto quello che potevo sui curdi e sul loro leader Ocalan ancora detenuto in Turchia e un giorno decisi che il mio posto era lì, nelle brigate internazionali dello Ypg”. Nelle vene di Marco scorre il sangue di Dobrilla Giovannini, una prozia che fu partigiana col bel nome di Fior di Stelo. Famiglia tranquilla con papà poliziotto. “A loro dissi una bugia, raccontai che partivo a fare volontariato negli ospedali in Libano”. E invece il giovane Marco nel 2017 attraversa il confine con la Siria a Sulaymaniyya. Dopo l’addestramento, il lavoro operativo con un gruppo curdo arabo, la battaglia di Afrin, i morti e le distruzioni. “Certo che ho avuto paura, è umano. Ma la paura si domina altrimenti sei finito. Ricordo la fame e il pezzo di pane che dividevamo con altri compagni, la mancanza delle mille comodità della nostra vita, il freddo. Ma c’era una comunità dove si condivideva tutto, piccole cose che diventavano grandi ricchezze. Perché l’ho fatto? Perché siamo figli del nostro tempo”. Sette mesi in Rojava, poi il ritorno e gli studi. “La prima cosa che ho fatto al ritorno è stata quella di chiarire tutto con mio padre. Abbiamo parlato a lungo e ci siamo abbracciati”. “Ma ora – aggiunge Marco-Drakon – la lotta continua, perché è il momento di stare ancora con il popolo curdo, vittima dell’aggressione turca e del tradimento delle potenze occidentali”.
Con i suoi trent’anni il pugliese Carlo (in onore del giovane Giuliani ucciso durante il G8 di Genova) Gabar è il più “vecchio” dei volontari. Mesi di vita e di battaglie prima a Raqqa, poi a Deir-ez-Zor. “La mia famiglia, gli amici, la gente che mi vuole bene, sono all’oscuro di tutto. Non c’è una mia foto, un video, una parola su Internet riconduca a me. Ho studiato la cultura curda, approfondito le idee di Ocalan e il modello del confederalismo democratico. Ho letto le teorie di Murray Bookchin sull’economia solidale ed ecologica, ma una cosa voglio dire. La rivoluzione curda ci ha insegnato il senso di comunità e il valore vero delle cose. Sono tornato e ho ripreso la mia vita, ma il mio cuore oggi è a Kobane, ad Afrin, ho stampati in mente i volti dei miei compagni curdi, arabi, sudamericani”. L’internazionale della solidarietà.