“Se ora Conte chiama B. può diventare il Moro della nuova solidarietà”

Rotondi, non c’è una foto sui giornali di Conte con voi dc: lei, De Mita, Mancino, Mastella.

Ne abbiamo fatte tantissime, ma non le abbiamo diffuse, non è bello farsi propaganda con il presidente del Consiglio.

Rotondi è contiano.

Rotondi aderisce solo ai partiti che fonda.

Lei smentisce.

Resto un dc di rito berlusconiano.

Però.

Sono un grande estimatore del presidente del Consiglio.

Ex ministro di centrodestra, Gianfranco Rotondi è il Giona dello Scudocrociato, rimasto con il cuore, per un ventennio, nel ventre della Balena Bianca. Lunedì scorso, Giuseppe Conte è andato ad Avellino, ospite della fondazione Fiorentino Sullo.

C’eravate tutti, voi irpini, anche Gargani, Zecchino, Franco De Luca.

Erano 25 anni che non accadeva. Ma non siamo una corrente.

Un’élite.

Nella Dc eravamo considerati un’etnia, la famiglia più snob in circolazione. Un club esclusivo di cui il presidente Conte ha colto l’alterigia.

Uno di voi.

Conte cita sempre La Pira e Moro. E ripete una frase di Scoppola: ‘Non è più tempo di Democrazia Cristiana ma di democrazia dei cristiani’.

È la pietra miliare dell’umanesimo di Conte. Meglio di Salvini.

Sicuramente.

Un perfetto democristiano.

Che non nasce tale.

Ma lo diventa.

Ha incontrato la figlia di De Gasperi, fa riferimento al popolarismo di don Sturzo.

Anche molti protagonisti della Seconda Repubblica sono stati dc. Prodi, Gianni Letta, Franceschini, Mattarella…

Alt.

Perché?

Lo so dove vuole andare a parare.

Dove?

Lei vuole dimostrare che la Dc non è mai andata via, ma la differenza tra chi sta in questo elenco, compreso me, e Conte è notevole.

Perché allora Conte è diverso da Prodi, per esempio.

Prodi, come altri, ha poi speso tutte le energie per rinnegare la Dc e costruire una nuova cultura politica. Non ho mai capito perché il Muro è caduto a Berlino e le macerie sono precipitate in Italia.

Una valanga schizofrenica.

Così oggi Berlino è ancora amministrata dai democristiani mentre noi abbiamo dovuto aspettare Conte per vedere riconosciuto il cattolicesimo democratico.

Finalmente risarciti.

Conte si richiama ai nostri valori, ha sdoganato la Dc mentre gli altri l’hanno sempre rimossa.

Compreso lei.

Io sono rimasto democristiano cedendo il marchio ad aziende più grandi.

Berlusconi.

Mi telefonò Martinazzoli, un mese prima che morisse.

Che c’entra Martinazzoli?

Mi disse: ‘Gianfranchino ho visto che ti arrampicavi sugli specchi per difendere il tuo premier (Berlusconi, ndr), ma ricordati che il compito della tua generazione è quello di custodire il seme’.

Lei ha custodito tutto, anche il simbolo della Dc.

Come un sacramento. Però quando Conte è venuto a parlare non l’abbiamo esposto. Ci mancava solo questa.

Il momento arriverà.

Dobbiamo fare la democrazia dei cristiani.

Scoppola.

Ecco.

E poi, quando il seme sarà fecondato?

Ci sarà l’umanesimo che va da Forza Italia a Conte.

Berlusconi, ancora.

Se uno inizia con Moro e finisce con l’Appello ai liberi e forti di Sturzo, alla fine dovrà tradurre tutto con due parole.

Solo due.

Solidarietà nazionale.

Conte il nuovo Moro.

Se telefonasse a Berlusconi, lo diventerebbe.

Siamo arrivati al punto.

Conte può fare questa evoluzione.

Un vero statista dc. Altro che Di Maio.

Di Maio ha un ritmo democristiano, è diverso.

Senta Rotondi, qui fioccano le insinuazioni su Sullo buonanima, grande ministro della riforma urbanistica.

Fu una campagna organizzata contro di lui.

Gli articoli di Gianna Preda sul Borghese.

Lei si convertì al cattolicesimo e volle incontrare Sullo. Gli disse che aveva inventato tutto e si abbracciarono.

Da Sullo a Conte, moriremo democristiani.

Una speranza, per me.

Renzi il Nazareno imbarca eletti di Forza Italia e ciellini

“Stanno aderendo in migliaia” aveva rivelato giulivo Matteo Renzi nel giorno del lancio di Italia Viva da Bruno Vespa. Eppure in Toscana il sito su cui registrarsi (lo stesso dei “Comitati di Azione Civile”) non è certo stato preso d’assalto come lasciava presagire l’annuncio dell’ex premier.

Pure tra gli amministratori del Pd, in pochi hanno accolto l’invito a seguirlo nella sua regione: non c’è il suo ex braccio destro Luca Lotti, né un singolo consigliere regionale, né tantomeno quei sindaci ex renziani – da Dario Nardella (Firenze) a Matteo Biffoni (Prato) passando per Brenda Barnini (Empoli) – che non vogliono rischiare contraccolpi nei rispettivi comuni.

Eppure, qualche ex amministratore e vecchia volpe della politica toscana, Renzi la sta imbarcando e la Leopolda sarà l’occasione per ufficializzarlo. Problema: molti di loro vengono dal vecchio centrodestra che faceva riferimento a Forza Italia e poi al Ncd di Alfano ma, orfani di entrambi, si sono buttato su Renzi.

La benedizione è arrivata domenica scorsa al Torrino di Santa Rosa in Oltrarno, nel centro di Firenze: c’era il deputato caro a Comunione e Liberazione, ma eletto con la lista della Lorenzin, Gabriele Toccafondi, il giovane Francesco Grazzini (figlio di Graziano, simbolo di Forza Italia e di Cl a Firenze), ma anche Marco Semplici, ex consigliere comunale del Pdl a Palazzo Vecchio.

A guidare la fronda degli ex centrodestra passati con Renzi però è sicuramente Toccafondi: dopo una lunga esperienza come proconsole di Berlusconi a Firenze, nel 2008 fa il grande salto a Roma prima come deputato del Pdl e poi come sottosegretario all’Istruzione nei governi Letta, Renzi e Berlusconi. Nel frattempo è passato da Silvio ad Angelino e, passando per Beatrice, è arrivato a Matteo.

Domenica l’ha messa così: “Quella di Renzi è una forza di buonsenso che rappresenta l’alternativa agli estremismi” con un occhio, ovviamente, alle “misure per la famiglia”. Il 25enne Grazzini, figlio dell’uomo forte di Cl in Toscana, invece ha dalla sua le 700 preferenze prese a Firenze alle ultime comunali con la lista “Avanti Firenze Moderati e Riformisti” (che ha sostenuto Nardella) e già rappresenta il volto di “rinnovamento” dei renziani in Toscana: ad agosto ha partecipato alla scuola politica di Renzi al Ciocco e con ogni probabilità sarà nominato coordinatore provinciale del partito.

Se loro sono i volti noi, almeno a Firenze, in tutta la Toscana stanno emergendo amministratori di oggi e di ieri legati al centrodestra che aderiscono, euforicamente, al partito dell’ex premier. Tra loro ci saranno l’ex vice coordinatore regionale del Pdl Maurizio Zingoli e gli ex consiglieri comunali di Prato e Sesto Fiorentino Antonio Longo e Marco Baldinotti. Altri si aggiungeranno dopo la Leopolda.

I due Matteo allo specchio: il duello degli uguali

Finalmente uno accanto all’altro, sulle poltrone di Vespa, i due Matteo sembrano allo specchio: l’inquadratura vale più di cento editoriali. Renzi e Salvini si somigliano davvero. Vestiti identici: abito blu e cravatta grigia (quella di Salvini a pois bianchi). Stesso sorriso beffardo, stesso volto tondo, capelli corti e brizzolati, a Renzi manca giusto la barba. Sono dimagriti rispetto a quando erano al governo: il potere ingrassa.

Sono due sconfitti: Renzi è passato in un lustro dal 40 al 4%, dal #senzadime al governo coi Cinque Stelle, dal Pd a un piccolo partito personale. Salvini è in testa ai sondaggi, ma si è giocato sulla ruota della crisi buona parte delle sue fortune: guidava il Viminale e divorava alleati e avversari. Poi il Papeete: sembrava un fuoriclasse, ora solo un fenomeno.

Per questo i due Matteo avevano bisogno di rimettersi al centro dell’inquadratura. Rai Uno, ore 22 e 50: un palco tutto per loro per oscurare Conte e la manovra economica, per rilanciare la percezione che sono ancora i “capitani”, gli unici leader carismatici in campo.

Sullo sfondo dello studio ci sono due fioretti che s’incrociano e due schermidori con i loro volti. La registrazione è alle 19, il leghista arriva in anticipo di mezzora (dopo aver incontrato Denis Verdini e la compagna Francesca), l’avversario in ritardo di dieci minuti. Raramente si erano visti tanti giornalisti per una puntata di Porta a Porta: la Rai apre alla stampa lo studio 1 al piano terra di via Teulada, quello de I fatti vostri e Unomattina. Spunta pure il buffet: rustici e pizzette, mancano i pop corn.

I due Napoleone della politica italiana smettono le rispettive cortesie e se le danno. Parte Salvini: “Renzi è stato geniale: pur di evitare le elezioni ha trovato un governo sotto un fungo”. L’altro replica: “Ha avuto un colpo di sole al Papeete e ancora rosica”.

L’ex Pd pare quello all’opposizione, attacca a testa bassa. Il leghista sembra voler difendere una posizione che non ricopre più: cerca di sopire, minimizzare, ironizzare. Ma Renzi è in palla. Per la prima volta racconta senza artifici retorici la “giocata” che ha fatto nascere il Conte bis: “Sì, è stata un’operazione di palazzo. Sì, è stata machiavellica. Io non volevo farlo, l’accordo con i Cinque Stelle. Ho sofferto quando ho detto sì alla fiducia. Ma abbiamo fatto scendere lo spread, bloccato l’aumento dell’Iva e riconquistato una posizione in Europa”.

L’ex premier si è preparato bene. Colpisce il suo gemello diverso, usa numeri e fatti puntuali. “Si segnava in missione al Senato quando era al Papeete, ha saltato tutti i vertici europei tranne uno. Pubblica tutto, mangia di tutto, è sempre in piazza: ma se fa il ministro dovrebbe governare il paese, andare ai G7, non alla pro loco”. Ridicolizza Salvini per le sue infinite contraddizioni: “Eri No Euro e fai l’europeista. Eri comunista padano e sei finito con CasaPound. Tifavi contro l’Italia, facevi i cori contro i napoletani, dicevi cose incredibili su Di Maio prima di governarci insieme. Sei una banderuola”.

Salvini assorbe. Devia di continuo sul tema migranti (anche quando si parla di Quota 100). Replica con un refrain un po’ infantile: “Sei un genio incompreso. Hai ragione su tutto eppure sei al 4% e io sono al 33%. O non ti hanno capito o forse non sei così bravo”. È vero, ma se non conta nulla perché si confronta con lui?

Tanto fumo e poche risposte sui 49 milioni e sul caso Savoini. Giuseppe Conte non è mai citato: solo un passaggio sulla questione Trump e servizi segreti. Giusto su quello – il premier deve chiarire – i due Matteo sono d’accordo.

I Dem ora cambiano pelle. Nel nome dell’unione coi 5S

Un passo dopo l’altro, il Partito democratico si attrezza a una sorta di “rivoluzione” nella forma, nelle regole, nella mission politica, in nome dell’accordo con i Cinque Stelle. All’orizzonte, c’è una coalizione che va da Matteo Renzi a Luigi Di Maio, passando per Pier Luigi Bersani, con Nicola Zingaretti a fare da baricentro. Fine della “vocazione maggioritaria” lanciata da Veltroni al Lingotto del 2007. Ecco quel famoso “Campo democratico” che Goffredo Bettini teorizza fin da tempi non sospetti.

“Occorre prendere atto che Pd e M5S insieme rappresentano il 40% dell’elettorato italiano. Un possibile campo alternativo al centrodestra. Questa alleanza esiste nel Paese? No. Si trasforma in una alleanza in 48 ore? Ma noi dobbiamo investire per allargare un campo progressista, civico e democratico”. Così ha detto ieri il segretario dem parlando alla direzione.

Per arrivare a questo risultato, la prima caratteristica costitutiva del Pd, ovvero le primarie, è destinata a essere molto ridimensionata, se non a saltare. Maurizio Martina sta lavorando a una revisione dello Statuto (datato 2009), che – tanto per cominciare – supera l’automatismo tra segretario e candidato premier. Anche se prevede i gazebo tra gli iscritti per l’elezione del segretario. Si sta discutendo, come spiega lo stesso Martina, sulla possibilità di prevedere lo strumento delle primarie di coalizione, sul modello di quelle Renzi-Bersani del 2012. In un’ottica di coalizione allargata, ci potrebbero essere delle sorprese sui candidati. E poi, ci sono le primarie a livello locale. Resteranno nello Statuto come possibilità. Va detto che negli ultimi anni, i Dem le hanno sempre più depotenziate, a favore di scelte calate dall’alto. Ma a questo punto potrebbero perdere proprio la loro ragion d’essere, in nome di accordi su candidati civici, sul modello dell’Umbria che dovrebbe essere replicato il più possibile, dalla Calabria alla Campania.

In quest’ottica, va letto anche il progetto di una legge elettorale, che Zingaretti vuole mantenere almeno in parte maggioritaria. Sono ancora in discussione un proporzionale, con soglie di sbarramento molto alte, e un maggioritario a doppio turno con premio nazionale.

Per tornare alle primarie, sono da sempre legate al congresso. Ma nello Statuto che verrà si prevede anche la possibilità del ‘Congresso straordinario a tesi’ su proposta del segretario. Ed è proprio questo che ha intenzione di fare Zingaretti: non un congresso che rimetta in discussione la sua leadership, ma uno su tesi politiche, presumibilmente dopo le Regionali. La prima tappa di questo percorso sarà a Bologna (15-17 novembre): un incontro per “aprire”, dove verranno invitati intellettuali, professori, esponenti della società civile, vip. A ridosso di quest’appuntamento, lo Statuto verrà votato dall’Assemblea Nazionale. Nelle nuove regole, si prevedono pure una piattaforma deliberativa online del Pd, per chiedere di aderire, discutere, proporre e scegliere, aperta a iscritti ed elettori. Per adesso, al Nazareno ci tengono a dire che non avrà nulla a che vedere con Rousseau. Ma poi chissà.

Ieri Zingaretti ha proposto una segreteria unitaria: questo significa che Base Riformista, la minoranza di Lotti e Guerini, diventerà maggioranza: da vedere chi entrerà in segreteria, perché tra i due c’è una conta interna.

Il percorso del nuovo Pd potrebbe incappare in qualche variabile: al Nazareno sono sempre più convinti che il governo non andrà oltre la primavera, a nomine delle partecipate fatte. A quel punto si creerebbe un corto circuito col taglio dei parlamentari e la nuova legge elettorale ancora da scrivere.

Disfatta Whirlpool, stop alle attività dal 1° novembre

La trattativa tra Whirlpool e il governo s’è interrotta in modo brusco e ormai è muro contro muro. “Le azioni che ci sono state proposte non sono risolutive”, ha annunciato la multinazionale americana al termine del breve tavolo di ieri mattina a Palazzo Chigi richiesto dal premier Conte per trovare una soluzione alla vertenza che coinvolge 420 operai del sito di Napoli. “Vista la mancata disponibilità” a discutere della cessione – ha spiegato l’azienda – “ci troviamo costretti a procedere alla cessazione dell’attività produttiva dal 1° novembre 2019”. “Non c’è mai stata un’apertura da parte di Whirlpool che continua a proporre come soluzione solo la cessione del ramo d’azienda. Questi atteggiamenti predatori non sono accettabili, il governo risponderà con le sue scelte unilaterali”, ha replicato il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli. Una fumata nera che ha provocato l’immediata reazione dei lavoratori: in 300 circa all’ora di pranzo hanno bloccato per un’ora l’autostrada Napoli-Salerno. Patuanelli ha richiesto a Whirlpool il rispetto dell’accordo firmato nel 2018 su investimenti e produttività. Un’intesa che, però, la multinazionale ha già aggirato quando al ministero dello Sviluppo economico c’era Luigi Di Maio. E inutili sono stati i 16,9 milioni di euro che il governo ha messo nel decreto Imprese. A inizio settembre Whirlpool ha, infatti, già fatto sapere che il decreto non avrebbe garantito la sopravvivenza di lungo periodo dello stabilimento. E alla fine, dopo più di un anno di tavoli, di incontri e negoziati, manifestazioni e proteste è arrivata l’ufficializzazione della cessione del sito che potrebbe essere rilevato dalla misteriosa Prs, azienda svizzera che produce container refrigeranti, e che il ministro Patuanuelli ha bollato come “un’operazione sostanzialmente verso l’ignoto”. “Posso assicurare ai lavoratori massima attenzione a seguire questa vertenza. Sceglieremo nelle prossime ore i passi necessari da fare”, ha rassicurato il premier Conte. Sul piede di guerra i sindacati. Per il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, la chiusura del sito “è una scelta scellerata”. L’azienda viene definita “irresponsabile” e “arrogante” dalla leader della Fiom, Francesca Re David. Per la segretaria della Fim Cisl, Alessandra Damiani, si tratta di una vera e propria “bomba sociale pronta a esplodere. E di cui Whirlpool è l’unica responsabile”.

Presi i “Robin Hood” dei pensionati d’oro

“Basta che guardi Internet e ti escono i pensionati più ricchi d’Italia”. L’elenco al quale fa riferimento il truffatore seriale Luigi Pisano è quello dei dirigenti dalle pensioni d’oro ai quali poter rubare la documentazione Inps e usarla per ottenere prestiti, cessioni del quinto e finanziamenti. Così come ha rivelato l’inchiesta ‘Robin Hood’ della Procura e dei carabinieri di Roma, smascherando una banda di truffatori seriali, capaci di fingersi top manager al cui vertice c’era il 70enne Pisano, finito in carcere. In tutto sono cinque gli indagati, tra cui un dipendente Inps (poi morto), accusati di truffa, contraffazione di pubblici sigilli, accesso abusivo al sistema informatico, processo e fabbricazione di documenti falsi.

Le informazioni hanno un prezzo e Pisano è pronto a pagarlo. “Dieci nominativi, corredato da tutto, cedolino e tutti i cazzi, ok?”, spiega Pisano a un suo sodale. Che aggiunge: “Ogni operazione gli diamo 50 o 10 euro, ok? Però mi devi tirare i nominativi fuori, che prendono 3.800, 4.000 o 5.000 euro”. Al telefono Pisano detta i nomi dei truffati: “Mauro Gambero è l’ex direttore generale della squadra di calcio Inter, poi abbiamo Alberto De Petris (ex Infostrada e Telecom, ndr), Alberto Giordano (ex Cassa di Roma, ndr), Federico Imbert (ex Jp Morgan, ndr) e Mauro Sentinelli (ex manager Mediaset, ndr). Pisano, con i documenti contraffatti, si presenta in banca fingendosi Luigi Angeletti, ex segretario generale della Uil, per chiedere un prestito. Fa lo stesso con l’identità di Giuseppe Orsi, ex capo di Finmeccanica, provando ad aprire un conto bancario.

Tra i manager più bersagliati dal clan c’è l’ex presidente dell’Anas, Pietro Ciucci. A suo nome la banda tenta l’acquisto di tv, cellulari e consolle per circa 3 mila euro; chiedono un prestito da 80 mila euro e una carta oro American Express. Le operazioni però non si concretizzano, perché Ciucci le blocca in tempo. Il clan si è fatto rilasciare anche due carte di debito Postepay a nome Giorgio Zappa, ex dirigente Finmeccanica, ottenendo un finanziamento di 55 mila euro tramite la cessione del quinto della pensione dell’ex sindacalista Cisl, Raffaele Bonanni. “Ho denunciato subito, ma poi per mesi mi hanno bloccato tutto”, ammette Bonanni.

Pisano riesce pure a far cambiare le coordinate bancarie dell’archivio Inps dirottando l’accredito della pensione di Massimo Sarmi, ex ad di Poste Italiane in un conto estero. E in seguito chiede un finanziamento da 10.400 euro per il pagamento di cure odontoiatriche. Fa lo stesso con Vito Gamberale (da cui nasce la denuncia), ex manager Telecom e Autostrade, facendo accreditare la pensione mensile di 24 mila euro in un conto della City Bank di Stoccarda. Chiede un finanziamento da 103 mila euro e prova a farsi attivare una sim. “Me l’hanno fatta tre-quattro volte nel giro di 8 mesi – racconta Gamberale –, è un fatto grave e pericoloso, ci troviamo davanti al furto d’identità. Questi truffatori non rubano per dare ai poveri, si sono travestiti da Robin Hood per rubare i soldi altrui e fare così loro la vita dei ricchi”.

Carcere agli evasori, ancora liti. E si apre il fronte del contante

C’è Matteo Salvini, vabbè, che abolirebbe “qualsiasi limite alla spesa in contanti” perché lui si fida degli italiani. Ma ora che non è più lui a dover mediare con i Cinque Stelle sulle norme anti-evasione, sono arrivati il Pd e Italia Viva a tirare il freno al posto suo. Così, nel giorno dell’approvazione del cosiddetto “Dbp”, il piano per il bilancio che il governo doveva inviare all’Ue entro la mezzanotte di ieri, nei giallorosa restano aperti due fronti assai spinosi. Il primo è quello che riguarda il carcere agli evasori. Una misura simbolo per il Movimento, che il ministro Alfonso Bonafede ha tentato invano di introdurre già nell’èra gialloverde. Se nel 2015 la riforma fiscale di Renzi ha aumentato le soglie che fanno scattare il penale per i reati di infedele e omessa dichiarazione da 50 mila a 150 mila euro e per l’omesso versamento Iva da 50 mila a 250 mila, i 5 Stelle vogliono riabbassare le soglie e aumentare le pene: fino a 5 anni per chi evade e fino a 8 per chi froda.

Bonafede sta riprovando a inserire la norma nel decreto fiscale che accompagnerà la manovra e che nella notte potrebbe essere licenziato “salvo intese”. Significa che può essere ancora modificato. Da giorni, infatti, i dem stanno facendo storie, attaccandosi alla forma: niente modifiche al codice penale in un decreto, sostengono. La maggioranza ha anche informalmente sondato i tecnici del Quirinale, per verificare se l’ostacolo esistesse davvero. Ma, a quanto pare, dal Colle non sarebbero arrivati avvertimenti di sorta. Il Pd però insiste. Una scusa, secondo i Cinque Stelle, per prendere tempo e non parlarne più. Ancora ieri, infatti, nei tavoli paralleli che si sono tenuti prima del Consiglio dei ministri, le posizioni dei due alleati di governo sono rimaste inconciliabili.

C’è anche un’altra grana dietro l’angolo, però. È sul tetto all’uso dei contanti, che nella bozza del decreto fiscale scende da 3mila a mille euro e rischia di non riguardare solo l’opposizione interna di Matteo Renzi. “Questa cosa che eliminando il contante, elimini l’evasione… ma chissenefrega”, ha detto ieri a Porta a Porta il patron della Leopolda. E a Palazzo Chigi lo hanno subito interpretato come un segnale preoccupante in vista dell’approdo in Parlamento della manovra: “Mi rifiuto di pensare che Italia Viva voglia sottrarsi di fronte a questa battaglia storica contro l’evasione fiscale”, ha detto ieri il premier Giuseppe Conte dall’Albania, ribadendo che per lui il tetto al contante è “un tassello fondamentale”. È un’idea sua, del resto, e annuncia che non si fermerà finchè non sarà “appagato”. Eppure, sembra che nemmeno i Cinque Stelle siano del tutto convinti di questa misura, che – temono – gli costerà l’inimicizia di commercianti e piccoli artigiani. “Non è un priorità”, ammette in tv il presidente della Camera Roberto Fico. Mentre Luigi Di Maio lancia l’appello via Facebook: “È troppo facile accanirsi su chi si spezza la schiena per la propria famiglia. Piuttosto si pensi a colpire i grandi evasori che per anni hanno sottratto allo Stato milioni di euro per poi nasconderli all’estero. Questo è il coraggio che io voglio vedere: colpire i pesci grossi, non chi a malapena riesce ad arrivare alla fine del mese”. Anche di questo, Conte, dovrà iniziarsi a preoccupare.

Manovra, la pace giallorosa. Quota 100 non viene toccata

Lo scontro tra alleati si chiude già in mattinata, al vertice a Palazzo Chigi tra il premier e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. E così in serata il Consiglio dei ministri può approvare il Documento programmatico di bilancio, che contiene il quadro e i saldi della futura manovra, e inviare a Bruxelles entro la scadenza di mezzanotte. All’ultimo, dopo una riunione serale al Tesoro, il governo ha deciso di accelerare e approvare anche il decreto fiscale, che contiene buona parte delle coperture. Mentre andiamo in stampa il Cdm è ancora in corso. Nella notte dovrebbe essere stato approvato con la formula “salvo intese”: in sostanza, la versione finale potrà essere modificata ancora molto.

All’appello ieri mattina mancavano quasi due miliardi, di cui uno – nelle intenzioni di Gualtieri e del Pd – da trovare tassando le schede dei cellulari aziendali e con una stretta a Quota 100 (almeno 62 anni di età e 38 di contributi). 5Stelle e premier hanno fatto muro, e alla fine il ministro ha tirato fuori una misura (un’imposta forfettaria per la rivalutazione dei terreni) che vale quasi 800 milioni, e la partita si è chiusa.

Tirate le somme, la prima manovra dei giallorosa vale circa 30 miliardi, 23 se ne vanno per disinnescare gli aumenti Iva. Per le politiche vere ci sono circa 6 miliardi, di cui la metà per tagliare il cuneo fiscale “ai lavoratori”, cioè un nuovo bonus Irpef dopo gli 80 euro di Renzi, ma con cifre inferiori. Quasi 3 miliardi di coperture arrivano dal decreto fiscale, una miriade di micro tasse e strette anti-evasione, che in origine doveva valere 7 miliardi. Mancano ancora molte misure, e le bozze circolate sono incomplete. L’ultimo scontro riguarda il tetto ai contanti, che Conte vorrebbe portare da 3mila a mille euro (Renzi è contrario, Di Maio ha molti dubbi). Ecco un breve bestiaro.

Pensioni. Non ci sarà nessun allungamento delle finestre di Quota 100, come chiesto da sindacati e 5Stelle. Ora sono di tre mesi per i lavoratori privati e di 6 mesi per i pubblici. Ma le misure si fermano qui, fatta eccezione per una mini rivalutazione per le pensioni tra i 1.500 e i 2.000 euro. Una “presa in giro” secondo Cgil, Cisl e Uil dal momento che che questi pensionati hanno già una rivalutazione al 97% dell’inflazione e la misura vale 50 centesimi in più al mese.

Stretta fiscale. La bozza del decreto fiscale porta la soglia per l’uso del contante a mille euro (quella in vigore fino al 2015). Confermata la lotteria degli scontrini per incentivare la richiesta delle ricevute (multe fino a duemila euro per i commercianti che non inseriscono il codice fiscale degli acquirenti) che sarà affiancata da un’estrazione di premi in denaro (70 milioni) dedicata solo a chi paga con bancomat e carte di credito. C’è anche la stretta anche sulle compensazioni Inps e Inail ma non servirà come copertura per la manovra: le entrate non sono cifrate, anche se è prevista una multa da 1.000 euro a chi presenta un F24 per compensazioni che, al controllo dell’Agenzia delle Entrate, non siano dovute. Arrivano poi multe fino a 30 euro (aumentata del 4 per cento del valore della transazione se viene negata) per i commercianti che non hanno il Pos. Sono addetti al controllo gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria. Al momento non compare nelle bozze, ma quasi certamente troverà spazio la detrazione annuale al 19% per chi paga nei settori a rischio evasione. Per 1,4 milioni di contribuenti forfettari e 2,2 milioni di partite Iva ordinarie potrebbe scattare l’obbligo di avere un conto corrente bancario o postale sul quale accreditare o prelevare solo le somme legate all’attività. Salta, invece, la compensazione di eventuali cartelle esattoriali direttamente con i rimborsi delle tasse. La misura compariva nelle prime bozze e consentiva allo Stato di trattenere il saldo dei debiti dei contribuenti prima di erogare i crediti d’imposta e consentiva un recupero di gettito di quasi mezzo miliardo di euro.

Tasse. Arrivano tasse per i giochi, come quelli numerici a totalizzatore nazionale, videolottery e Gratta& Vinci. Dall’aliquota unica del 12% che si applica oggi alla parte delle vincite superiori a 500 euro, si passa a 5 nuovi scaglioni: il 15% da 500 a mille euro; il 18% da mille a 10mila; il 21% da 10mila a 50mila; il 23% da 50mila a 10 milioni e il 25% oltre 10 milioni euro. Confermata la plastic tax sugli imballaggi da affiancare agli incentivi per chi vende prodotti sfusi per l’alimentazione o la cura del corpo. Le stime indicano in 96,3 milioni i maggiori introiti per lo Stato all’anno.

Altre disposizioniTra le norme fiscali, c’è lo stop all’esenzione Iva per le scuole guida che attua la sentenza della Corte di giustizia Ue che ha dichiarato illegittima l’esenzione. La nuova disciplina non ha effetto retroattivo: entrerà in vigore dalll’1 gennaio 2020 e lo Stato stima di incassare 66 milioni l’anno. Il decreto prevede anche agevolazioni sotto forma di un contributo di 30 euro per l’acquisto dei seggiolini anti-abbandono. Il fondo previsto è di 15,1 milioni nel 2019 e 1 milione per il 2020.

Merdogan

Che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan sia una merdaccia è un dato ormai acquisito, tant’è che nessuno si azzarda a difendere la sua offensiva nel Kurdistan siriano contro chi ci ha salvati dall’Isis, combattendo per procura al posto nostro. Ciò che stupisce è lo stupore: ma che ci aspettavamo da Erdogan? È lui l’unico autorizzato a stupirsi: per lo stupore dell’Occidente. E per le minacce di embargo, militare da alcuni paesi Ue ed economico-commerciale dagli Usa. Cioè dai suoi alleati nella Nato. Alcuni dei quali aggiungevano alla storica partnership con quel Paese (peraltro decisa ben prima che arrivasse Erdogan, come premier nel 2003 e come presidente nel 2014) un trasporto sentimentale, un impeto amatorio, un arrapamento erotico che riguardava non solo la sua carica, ma anche e soprattutto la sua persona. B. per esempio lo chiamava “l’amico Tayyip”. Quello perseguitava o esiliava dissidenti, reprimeva nel sangue manifestazioni pacifiche, chiudeva giornali, censurava i siti web, truccava elezioni, arrestava oppositori, licenziava giudici, organizzava autogolpe per criminalizzare le minoranze, ricattava e taglieggiava l’Europa sui migranti e faceva pure il doppio gioco col petrolio dell’Isis. E il Caimano lo trattava da amico di famiglia, “l’amico Tayyip”, e sostenendo appassionatamente la sua richiesta d’ingresso della Turchia nientemeno che nell’Unione europea, tant’è che la stampa turca di regime l’aveva ribattezzato “l’avvocato di Ankara”.

Nell’agosto 2013 l’amico Tayyip invitò l’amico Silvio a fare il testimone di nozze a uno dei suoi quattro figli, Bilal (poi coinvolto col padre in un grave caso di corruzione). Lui ci andò e incappò nella solita gaffe mondiale. Il latrin lover brianzolo, durante la cerimonia, tentò di prendere la mano della sposa per baciarla. Il guaio è che la ragazza era tutta fasciata di veli e, secondo il rigido rito islamico, assolutamente inavvicinabile e intoccabile. Risultato: un mezzo incidente diplomatico-religioso che B. raccontò così, tutto sdegnato, al Corriere: “Ma come: io vado a Istanbul al matrimonio del figlio di Erdogan, sono l’ospite d’onore, faccio un gesto gentile come un accenno a un baciamani che mette un po’ in imbarazzo perché da loro non si usa che l’ospite d’onore si inchini davanti a chicchessia, e da noi anziché parlare del successo del nostro Paese e di come siamo considerati all’estero, montano su una polemica contro di me? Be’, è incredibile. Le cose devono cambiare”. Nell’aprile 2009 concesse il bis, usando addirittura Erdogan come gli studenti che marinano la scuola tirano in ballo la zia malata.

Angela Merkel lo aspettava in piazza a Baden Baden per la cerimonia con i capi di governo della Nato per celebrare la pacificazione franco-tedesca dopo la guerra mondiale. Ma lui pensò bene di far attendere un bel po’ lei e gli altri colleghi sotto il sole per appartarsi in riva al Reno a causa di una telefonata “improrogabile”, disertando il cerimoniale, il minuto di silenzio e la prima foto di gruppo. Poi raccontò che, essendo madrelingua turco, “ero al telefono col mio grande amico Tayyip” per convincerlo a dare il via libera alla nomina del premier danese Rasmussen a segretario generale della Nato e che la Merkel sapeva tutto. Invece la cancelliera era talmente furiosa che non gli strinse neppure la mano. Ancora l’anno scorso, il 9 luglio 2018, quel che resta del Caimano, fortunatamente privo di cariche pubbliche, si recò ad Ankara a ribaciare la pantofola del Sultano: “La Turchia resta un Paese cruciale sia per le relazioni dirette con l’Italia, visto l’interscambio tra i due Paesi e le attività dei nostri imprenditori lì, sia per la lotta al terrorismo (sic, ndr), sia per l’operazione di controllo dei flussi migratori”, pur precisando pudico che “non tutto quello che sta facendo Erdogan è condivisibile”. Ma – beninteso – “occorre mantenere aperto lo spiraglio del dialogo, e io anche grazie ai miei rapporti, al mio ruolo, alla mia storia, posso farlo con vantaggio per tutti”.

Anche il presidente Giorgio Napolitano (sempre sia lodato) era un grande fan della Turchia di Erdogan nella Ue: “La positiva prosecuzione del negoziato di adesione fra Unione europea e Turchia rappresenta un interesse strategico per l’Unione e uno stimolo per Ankara”, come da lui sostenuto “da sempre con convinzione” (9.1.2007); “L’adesione della Turchia potrà rappresentare una tappa di grande importanza per l’affermazione e l’espansione del ruolo dell’Europa” (14.11.2009). Peccato che poi la Ue non gli abbia dato retta, altrimenti ora ai vertici europei parteciperebbe anche quel bocciuolo di rosa di Erdogan.

Nel luglio 2016 ci fu il famoso golpe-burla in Turchia, con l’alzamiento di alcuni ufficiali, subito represso da Erdogan con una spaventosa ondata di arresti. Quando fu chiaro che, tanto per cambiare, aveva vinto lui, i capi di Stato e governo del cosiddetto mondo libero fecero a gara a chi esultava di più col Sultano e il suo governo “liberamente eletto”. Quella volta a Palazzo Chigi c’era Matteo Renzi e, dopo ore di silenzio per vedere chi avrebbe vinto, corse in soccorso del vincitore Erdogan esprimendo il “sollievo” della Nazione tutta per il “prevalere della stabilità e delle istituzioni democratiche” e perché “libertà e democrazia sono sempre la via maestra da seguire e difendere”. Testuale: la libertà e la democrazia. Più o meno le stesse parole che Renzi riservava ad altri noti tagliagole, come il presidente golpista egiziano Al-Sisi. L’altro giorno, lo smemorato di Rignano ha twittato commosso che non bisogna assolutamente lasciare soli “i nostri fratelli curdi”. Quelli, per intenderci, sterminati dalle “istituzioni democratiche” di Erdogan all’insegna della “libertà” e della “democrazia”.

Nicolò Carnesi fa i conti col tempo. A 32 anni

Nicolò Carnesi passeggia in una Milano invernale e all’improvviso inchioda, certo di aver sentito del profumo di frutta. Forte, intenso: una madeleine che lo riporta ai mercati dell’infanzia nella sua Sicilia e che, anche se è certo sia esclusivo merito dell’immaginazione, gli regala uno dei brani del nuovo disco. Un giorno di pesche è forse la canzone “nascosta” dell’album Ho bisogno di dirti domani (Goodfellas/Porto Records), ma che ben ne racconta l’essenza. Dieci tracce – ci tiene alla simmetria e Spogliati, con Brunori Sas, è stato pubblicato a parte –, “quasi un concept album” sul tempo, lo definisce lui stesso. Ci ha messo più del solito, calibrando i passi, perché col tempo ha fatto i conti. “Ho iniziato a fare dei mea culpa – spiega – e ad allontanarmi dalle giustificazioni”. Abitudine che ci si concede quando si ha la giovane età permette di farlo. Poi, si cresce.

Alla linea del tempo, oltre che al disco, ha espressamente dedicato tre titoli (Il presente, Il Futuro, Il Passato): “Con l’ultimo ho chiuso il cerchio, cercando di leggere gli errori come miei e non degli altri. Siamo un Paese che tende ad appaltare le responsabilità a chi è venuto prima, una prassi molto fastidiosa”. Difficile maneggiare il tempo senza sfiorare la malinconia, sentimento con cui Carnesi va spesso a braccetto concedendosi dell’autocompiacimento che, dice, gli permette di viaggiare. Anche i suoni del disco richiamo atmosfere passate. Amore capitale è, per sua stessa ammissione, un omaggio a Battisti, tranne che nel contenuto. Il testo è immerso nella contemporaneità, con una chiara riflessione su quanto di noi affidiamo alle macchine: “Sono mezzi bellissimi governati da algoritmi che ci danno molte opportunità, ma che ci rendono vittime di una bolla confortevole, che ti fa sentire tutti vicini e simili, ma non è quella la verità”. Niente catastrofi però: ogni epoca ha i suoi dibattiti, ricorda pacato, dal tempo in cui il Mellotron face impallidire i musicisti d’orchestra, intimoriti dall’idea di diventare inutili.

A differenza di quanto canta, in questi anni Carnesi non ha perso lucidità.