“Mi sono rotto di essere triste e incazzato”

Il torinese Guglielmo Bruno – in arte Willie Peyote –, è una delle migliori conferme del momento, e si è conquistato il suo pubblico soprattutto attraverso i concerti e il suo modo originale di scrivere, quasi gaberiano, tra canzone d’autore e rap. Abbiamo ascoltato in anteprima il suo quinto album, Iodegradabile, in uscita il 25 ottobre.

Dopo il buon successo in radio del singolo La tua futura ex moglie, molti stanno scoprendo oltre i testi arguti e ironici soprattutto la sua musica, davvero intrigante. Nell’intro (“sapessimo il tempo che resta sapremmo davvero usarlo meglio”), riprende una frase da un testo di Sindrome di Tôret: il “giovane nichilista” e l’“iodegradabile” disegnano bene il percorso della maturazione: “All’inizio della mia attività pensavo di non aver sufficiente tempo per raggiungere i miei obiettivi mentre oggi la mia paura è di non utilizzare al meglio il tempo che ho”.

Ha aperto anche a testi d’amore: “È cambiato che prima i dischi li scrivevo quando ero da solo mentre adesso sono innamorato! So che è quello che non si aspettano da me. Ma trovo onesto è corretto dire al mio pubblico che sono felice. Invecchiando mi sono veramente rotto di essere triste e incazzato. Penso a quegli artisti che devono per forza esserlo perché non possono uscire dal loro personaggio: ammazzati, così non ci rompi più! Io ci tengo a essere vero e voglio che il pubblico capisca che il vecchio nichilista ora è sereno!”. Mostro affronta il tema della caccia alle streghe nell’informazione, tra i Radiohead di Burn The Witch e 90 Min di Salmo: “Mi riferisco soprattutto a quel pubblico che è convinto che la controinformazione sia meglio del mainstream”. In Quando nessuno ti vede ancora una frecciata (“lei ti lascia citando Gio Evan”) e un claim sentimentale (“questa storia è bella da lontano ma poi mano a mano che ci conosciamo non lo è più”): “Non credo sia solo una mia paura.. Forse è generazionale. Ma per me i brani sono terapeutici e grazie a loro cerco di liberarmi da queste ansie”. Nel singolo, equidistante tra Sergio Caputo e Calcutta, colpisce il finale, quasi una canzone nuova, come ne Le rane dei baustelle o De do do do dei Police: “Musicalmente l’album passa da Kendrick Lamar a Battisti, dal punk al funky, mi piace spaziare. Il mio più grande obiettivo è togliere la patina di boria e di supponenza dalla parola autore. Scrivere cose profonde senza essere pesanti. Anche io so dire prosopopea o procrastinare, ma se la dico con leggerezza chi ascolta ne coglie il disincanto. Semplicità non è superficialità”.

E sulla trap ha qualcosa da dire: “Sono un fan di Massimo pericolo. Il loro linguaggio non arriva dalla mia generazione e proprio perché non lo capivo l’ho studiato a fondo, era mio dovere”.

Un Bardo da Millennial

Da oggi in libreria “Il Bardo e la Regina” di Paola Zannoner: l’autrice ci racconta il mistero e il fascino che, ancora oggi, Shakespeare esercita sui ragazzi.

“Shakespeare, come si digita? Ma in che epoca stava? Che dice Wikipedia?”.

Ridotto al Bignami della Rete, studiato per obbligo della prof d’inglese, e tradotto in quella prosa lirica novecentesca oggi un po’ indigesta, il Bardo sta sullo scaffale delle biblioteche come foglia autunnale, pronto a cadere nel dimenticatoio dei classici obsoleti, come frutto di un’epoca pre-tecnologica. Troppo antiche le sue storie per noi umani del futuro, interconnessi, digitalizzati, immersi in una realtà che Shakespeare non avrebbe potuto mai immaginare nella sua epoca di regine, cavalieri e guerre navali contro galeoni spagnoli.

Ma siamo proprio sicuri che un uomo di cinque secoli fa avesse limiti d’immaginazione? Io non ne ero affatto sicura ed è per questo che ho deciso di scrivere un romanzo (Il Bardo e la Regina, ndr) su un artista che aveva una sua personale, formidabile chiave per accedere alla realtà virtuale. Alla sua epoca, quella realtà era il palcoscenico.

William aveva ventuno anni quando, nel 1585, partì dal suo paese, Stratford-on-Avon, per cercare fortuna a Londra. Ed è rimasta misteriosa la sua folgorante ascesa artistica e sociale. Ci si domanda ancora come abbia potuto, nel giro di poco meno di un decennio, diventare il drammaturgo inglese più famoso, acclamato dal popolo e amato dalla corte, una vera celebrity, che gli fece meritare una sorta di nobiltà, come i Beatles e Elton John, divenuti “sir” non per nascita ma per stellare successo.

In quei tempi truci, le tragedie con parecchi morti sul palco facevano furore, diciamo un po’ come i nostri thriller più horror. Ma William non si limitò a raccontare complotti reali e guerre, scelse storie di famiglie, dove scorrono meschinità, invidie e gelosie, le mise in scena, fece parlare i sentimenti usando parole prese dal popolo, per quella letteratura che è grande quando è, appunto, popolare.

Alla fine del 1500, benché l’Inghilterra fosse dominata da Elisabetta I, le donne non erano protagoniste di niente, né della vita sociale e politica, né familiare e privata. Figurarsi del teatro, dove i ruoli femminili erano obbligatoriamente interpretati dagli uomini.

Però noi ricordiamo soprattutto le donne di William: Giulietta è la vera, indimenticabile, protagonista di Romeo e Giulietta; Porzia è l’abile risolutrice del Mercante di Venezia; senza Desdemona non ci sarebbe un Otello, senza lady Macbeth non si maturerebbe un regicidio, senza Catherine non avremmo bisbetiche da domare. Insomma, non ci sarebbe drammaturgia.

Donne che si travestono da cavalieri, avvocati, marinai, cercano i loro innamorati nei boschi, cacciano via gli spasimanti, viaggiano, tramano e amano, vittime di uomini accecati da gelosia o narcisismo, figure indimenticabili, personaggi moderni.

Come poteva un uomo che aveva studiato poco, che veniva da un paese, non aveva viaggiato, non mise mai piede fuori dall’Inghilterra, non conosceva il mondo e non sapeva nessuna lingua tranne quella che si stava creando a Londra, come riuscì a inventare donne del genere? Addirittura a inventare un nuovo teatro? E a raccontarci storie che ci danno ancora i brividi, ci commuovono, e ci toccano con un linguaggio tanto potente?

Io mi sono fatta una mia idea, ho immaginato questo giovane formarsi e lavorare in un Paese guidato da una delle più famose regine della storia, in una corte rinascimentale dove il teatro era apprezzato e sostenuto. Ho raccontato intrighi, amori, avventure di quell’ambiente, in una realtà che ispirava spettacoli divertenti, drammatici o fantastici, con donne capaci di ispirare personaggi meravigliosi. Ma soprattutto ho costruito un’avventura che nascondesse un mistero, rivelato con un colpo di teatro alla Shakespeare. Qualcosa che nessuna Wikipedia indicava, né potrà mai farlo.

Ora la malattia mentale diventa la Corrida (o il Live della D’Urso)

C’è una scena, nel film Joker, in cui Arthur, aspirante cabarettista con inquietanti disturbi psichici, solleva lo sguardo e vede se stesso in tv. Sorride, pensando che il noto conduttore Franklin nel suo seguitissimo show stia mandando in onda un frammento di un suo provino da comico per decantarne il talento. Invece Franklin lo sta sbeffeggiando, applaudito da un pubblico che ride sguaiatamente di quel provino maldestro. Una specie di Corrida venuta male, in cui nessuno, a parte lo scaltro conduttore, capisce che Arthur non è un borioso senza talento, ma un malato di mente senza capacità di discernimento. È una scena toccante, in cui si comprende a fondo la bolla di solitudine, di mancata comprensione e di emarginazione in cui vive Arthur, condannato a sorridere per finta in un mondo che ringhia e deride i deboli e le loro fragilità.

Ho pensato spesso a quella bolla in questi giorni, osservando il web, la politica, la tv. Osservando come le malattie mentali – poco comprese, poco conosciute, poco raccontate – si prestino con facilità a essere usate per gli scopi più beceri e volgari.

L’altro giorno sono finita su una pagina Facebook. C’era un video, postato da chissà chi, di due ragazzi ricoverati in una struttura. Due ragazzi con evidenti disturbi mentali, innamorati, che si baciavano con una passione buffa, quasi infantile, nel lettino singolo di uno dei due. I commenti erano un fiume avvilente di “vado a vomitare”, “la camicia di forza qui serve per non farli riprodurre”, “scopa più lui di me che non sono Forrest Gump”. Nessuna pietà, nessun moto di tenerezza nei confronti di due ragazzi che, anziché spegnersi tra corridoi e psicofarmaci, sono inciampati in un amore puro e inaspettato.

La malattia mentale che diventa la Corrida. Qualche giorno dopo sono disgraziatamente incappata in un tweet di Matteo Salvini. Riprendeva una notizia de Il Giornale: “Assolto il togolese che aggredì due donne senza motivo: incapace di intendere e volere”. Il titolo era già di per sé un ossimoro: il togolese non aveva aggredito le due donne senza motivo, le aveva aggredite perché incapace di intendere e volere, appunto. Ma alla propaganda anti-stranieri di Salvini questo non interessava. Interessava solo l’associazione togolese/ha aggredito/assolto. E quindi ha commentato: “E ti pareva, sarà mica ‘giustizia’ questa!”. Il tutto era funzionale a trasmettere il messaggio che gli stranieri delinquano e restino impuniti, magari con la scusa di essere un po’ svitati. In realtà il togolese era in carcere e lì resterà finché non verrà affidato a una Rems, in cui è condannato a rimanere due anni.

La Rems, per intenderci, è quello che veniva chiamato “ospedale psichiatrico giudiziario”. Dunque sì, costringendo il ragazzo a curarsi per arginare la sua pericolosità sociale, la giustizia ha agito correttamente. Rinchiudere un uomo affetto da disturbi mentali in carcere è pericoloso per l’uomo stesso e per gli altri, compresi quegli agenti penitenziari nei confronti dei quali Salvini si sente così solidale. Così solidale da essersi inventato, giorni fa, la storia dell’agente penitenziario morso all’orecchio da un nordafricano. In realtà era stato lanciato un fornelletto durante una rissa, ma “morso da un nordafricano suonava meglio”, così come “togolese assolto”.

Domenica sera poi mi è parso di assistere davvero a una scena di Joker, dove Joker era Sara Tommasi (senza la consapevolezza di Joker nella scena finale) e Barbara D’Urso il cinico conduttore Franklin. Sara Tommasi soffre di bipolarismo da molti anni. Il bipolarismo è un disturbo psichiatrico che si può gestire con farmaci, ma che non si può curare in via definitiva. È una psicosi terribile i cui sintomi sono spesso autodistruttivi. Si passa dalla depressione all’euforia, si attraversano periodi di lucidità alternati a periodi con allucinazioni, paranoie, bulimia sessuale, pensieri suicidi. Si diventa fragili e si finisce in balia di se stessi e di approfittatori. Capita spesso che chi ne soffre finisca per drogarsi o abusare di alcol, aggravando la sua situazione.

Tutto questo, e anche di più, è successo a Sara Tommasi negli ultimi anni. È andata a Live-Non è la D’Urso per raccontare l’inferno e la rinascita, il desiderio di cancellare dal web, aiutata da agenzie che si occupano di reputation, le foto e i video degradanti di quel periodo buio. Perché se ne vergogna, perché è stata sfruttata. Solo che la scheda che la presentava in tv era, tra le altre cose, un collage di sue foto con l’aria sfatta e lo sguardo perso, foto con la gonna tirata su per strada, foto senza slip in luoghi pubblici. La voce narrante sottolineava le parole “hard” e “porno”.

La conduttrice Barbara d’Urso ha indugiato per buona parte dell’intervista sui film porno, facendo osservazioni come “Ma hai fatto film come quelli con Rocco Siffredi?” o “Per anni ti abbiamo vista mezza nuda per strada che ti alzavi il vestito senza mutande!”, “Hai messo da parte un po’ di soldini, ma non con i porno vero?”. E ancora “Il bipolarismo è finito totalmente o no?”, dimostrando non solo di voler insistere sull’aspetto più pruriginoso – quello per cui la Tommasi vorrebbe l’oblio –, ma di aver intervistato una ragazza affetta da disturbo bipolare, senza essersi neppure informata sulla malattia.

“Ora che sei guarita…”, le ha detto a un certo punto. “Non posso guarire”, l’ha interrotta correttamente la Tommasi. Perché no, dal bipolarismo non si guarisce. E neppure da un certo cinismo mascherato da buone intenzioni che si serve della malattia mentale per alzare lo share. Il consenso in politica. Il volume delle risate.

Le confische bluff: “Commercialista e boss d’accordo”

Decine di prelievi in contanti dalla ditta Moceri olive e altrettanti bonifici alla seconda moglie utilizzati per la sua società di consulenza contabile: quei soldi, per un totale di 355 mila euro, delle aziende sequestrate alla mafia finivano sui suoi conti correnti privati, mentre figlio e nuora del boss defunto continuavano a gestire la ditta Glocal Sea Fresh e incassare i profitti. Con l’accusa di peculato e auto riciclaggio è finito agli arresti domiciliari il commercialista palermitano Maurizio Lipani, amministratore giudiziario tra i più noti; e anche se ieri il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi ha detto di considerarlo “un caso a sé, grave ma isolato” invitando a non collegarlo all’inchiesta Saguto, l’operazione “Eldorado”, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Guido e condotta dagli uomini del colonnello Rocco Lopane alla guida della Dia di Trapani accende di nuovo i riflettori giudiziari sul sistema “inquinato” delle misure di prevenzione a Palermo, gestito, secondo l’accusa, dall’ex Presidente Silvana Saguto, tuttora imputata a Caltanissetta per corruzione e abuso di ufficio.

Dalle indagini, infatti, è emerso non soltanto che il commercialista avrebbe continuato a distrarre denaro dai conti delle aziende in amministrazione giudiziaria anche dopo la confisca ed il passaggio all’Agenzia Nazionale dei Beni Confiscati, ma in queste ore la Dia sta passando ai raggi X i conti bancari di altre decine di società ed imprese affidate a Lipani in amministrazione giudiziaria, a caccia di altri movimenti sospetti di denaro e di altre, presunte, collusioni, con persone sottoposte a misure di prevenzione.

Oltre a Lipani, accusato di avere “agito in evidente disprezzo delle più elementari regole dell’ufficio di diritto pubblico che ha ricoperto” – come scrive il gip – accendendo nuovi conti correnti, effettuando bonifici e disponendo, senza alcuna autorizzazione del giudice delegato alla procedura, del denaro delle imprese sequestrate che versava sul proprio conto corrente” è finito in carcere Epifanio Agate, figlio di don Mariano, braccio destro di Totò Riina nel trapanese, e agli arresti in casa la moglie, Rachele Francaviglia.

Sono accusati di violazione dell’art. 76 del codice antimafia con l’aggravante mafiosa per avere continuato a gestire le due aziende sequestrate, a fronte dell’inerzia di Lipani, che avrebbe lasciato mano libera al figlio del boss scomparso nel 2013 “vanificando con ciò gli effetti pratici e simbolici del sequestro antimafia”. Un comportamento opposto a quello che gli sta costando un altro processo per rifiuto d’atti di ufficio: nel 2017 il commercialista si rifiutò di consegnare beni e libri contabili ai proprietari di due aziende dissequestrate da Tribunale e Corte d’appello, continuando ad amministrarle.

Londra, Dio salvi la Regina (e il divorzio dall’Ue)

Per la prima volta in 65 anni non ha indossato la pesante corona tempestata di diamanti, sostituendola con una più leggera. Her Majesty Elisabetta II ha pronunciato ieri di fronte alle Camere riunite il tradizionale discorso di apertura di una nuova sessione parlamentare, redatto dal governo. Quest’anno all’ombra della Brexit e di una probabile tornata elettorale anticipata.

Le prime parole sono servite ad assicurare solennemente l’uscita del Paese dall’Ue, durante l’ultima ora dei negoziati tra Londra e Bruxelles: “La priorità del governo è sempre stata garantire l’uscita del Regno Unito dall’Europa il 31 ottobre. Il governo intende lavorare verso una nuova partnership con l’Unione europea, basata sul libero commercio e una amichevole collaborazione”.

“Mentre lasciamo l’Ue – ha proseguito la regina – il mio governo garantirà di continuare ad avere un ruolo guida negli affari globali, difendendo i propri interessi e promuovendo i suoi valori” perché “l’integrità e la prosperità” del Regno Unito sono “della massima importanza”. Quanto al dopo-Brexit, la soluzione proposta è una nuova legge sull’immigrazione che “posa le fondamenta per un sistema migratorio equo, moderno e globale” ispirato a quello in vigore in Australia. Verranno concessi visti e permessi di lavoro non in base alla nazionalità ma in base alle qualifiche e alle esigenze dell’economia britannica. In più, il governo resta “impegnato a garantire che i cittadini europei residenti, che hanno costruito la propria vita qui e contribuito così tanto al Regno Unito, abbiano il diritto di restare”. Sono state confermate, a seguire, tutte le anticipazioni sul programma indicato dai Tories per i prossimi mesi: un giro di vite contro la criminalità, che si tradurrebbe in condanne più severe per chi ha commesso reati violenti, ergastolo per i colpevoli di omicidio o violenza sessuale, espulsione immediata per criminali stranieri che rientrano in Gran Bretagna dopo essere stati deportati, tutele maggiori per le vittime di violenza domestica.

Previsti anche la fine dell’austerità e un aumento della spesa pubblica nei settori sanitario, scolastico, militare e delle infrastrutture. Particolare attenzione è stata rivolta alla questione ambientale, con la dichiarata intenzione di attuare misure “per contrastare il cambiamento climatico” e per ridurre il consumo di plastica. “Tutte le bambine – inoltre – dovranno avere accesso a 12 anni di educazione di qualità”.

L’opposizione laburista non ha aspettato che la regina lasciasse Westminster in carrozza per etichettare il Queen’s Speech come un’operazione di “propaganda preelettorale” e definire le proposte dell’esecutivo Johnson una “lista dei sogni” dal sapore “elettoralistico” e “deludente”. I contenuti del discorso saranno comunque oggetto di dibattito parlamentare e poi sottoposti a votazione, negli stessi giorni della conclusione – attesa – dei negoziati con l’Ue.

Indipendentisti, condanne dure ma presto liberi

Decine di feriti, l’aeroporto de El Prat bloccato, centinaia di voli cancellati, scontri e cariche della polizia contro i manifestanti pro-indipendenza, il movimento “tsunami democratico”, treni fermi e strade bloccate al traffico. Così Barcellona ieri ha accolto la storica sentenza del Tribunale Supremo che ha condannato i 12 leader indipendentisti catalani – a partire dall’ex vicepresidente della Generalit Oriol Junqueras – con pene che vanno dai 9 ai 13 anni di prigione riconoscendo per loro i reati di sedizione e malversazione dei fondi pubblici. Come già anticipato da alcuni media spagnoli nel fine settimana, i sette giudici dell’Alto tribunale all’unanimità non hanno riscontrato, invece, negli eventi del referendum illegale per l’indipendenza del 1° ottobre 2017, evidenze di ribellione e quindi di reato contro la Costituzione. Una sentenza attesa da otto mesi ma insoddisfacente per tutti. A twittare contro il dispositivo è stato anche il club del Barcellona: “La prigione non è la soluzione”.

Il governo catalano, con il presidente Quim Torra, ha fatto sapere che rifiuta la sentenza “perché ingiusta e antidemocratica, un giudizio generale contro l’indipendentismo e il diritto all’autodeterminazione della Catalogna”.

“Una vergogna” per Santiago Abascal, leader di Vox, il partito di ultradestra che si era costituito parte civile al processo in nome dell’attacco all’unità del paese e che giudica la sentenza “commisurata ai gusti del premier Sanchez”. Ed è quest’ultimo, in effetti, che invece ne sottolinea la “giustezza, le garanzie costituzionali in essa rispettate” in riferimento soprattutto a tre principi della Costituzione spagnola quali “l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, nessun cittadino è superiore alla legge, nonché i principi del pluralismo e dell’unità nella diversità territoriale”.

“Nessuno è stato giudicato per le proprie idee politiche”, fa eco dall’Italia al premier l’ambasciatore spagnolo Alfonso Dastis: “Quim Torra, l’attuale presidente del governo catalano, è al suo posto nonostante teorizzi l’indipendentismo”, conclude. “Non è una decisione politica”, spiega ai microfoni della radio spagnola Cadena Ser appena resa pubblica la sentenza il vicepresidente del Tribunale Supremo, Ángel Juanes Peces: “Noi abbiamo giudicato i fatti, né la giustezza dell’indipendenza catalana, né la Catalogna tutta”. E di due Catalogne parla anche Sanchez che ricorda come “gli eventi del ‘proces’ abbiano aperto una frattura per prima cosa nella società catalana prima ancora che tra la regione autonoma e il governo centrale”, dato che stando agli ultimi sondaggi di luglio, solo il 34% dei catalani vuole separarsi dal resto della Spagna. Il premier apre al dialogo, richiesto dallo stesso Torra che in una lettera a Sanchez propone una riunione già nei prossimi giorni. “Un dialogo tra sordi”, secondo l’ambasciatore Dastis, perché ciò che i catalani hanno dimostrato di volere è dialogare con un unico fine: l’indipendenza. E con la ripetizione elettorale del 10 novembre alle porte, ogni dialogo reale sembra congelato. Il dispositivo della sentenza infatti, obbliga all’interdizione dai pubblici uffici dei leader politici condannati – tra cui anche quelli già eletti alle Corti ad aprile e poi decaduti allo scioglimento delle camere – ora non ricandidabili. Dal canto suo, Sanchez e i socialisti dati in caduta negli ultimi sondaggi, non hanno nessun interesse ad aprire questo fronte a due settimane dall’apertura della campagna elettorale. Dalla loro, però i catalani in carcere hanno la decisione del Supremo che gli ha lasciato la possibilità di ricorrere in terzo grado al Tribunale Costituzionale. Il che potrebbe significare una scarcerazione prossima nonostante Sanchez abbia escluso indulto e amnistia.

A decidere sulle loro sorti, infatti, sarà l’autorità penitenziaria catalana – quella di Lledoners, il carcere in cui i leader sono detenuti – e quindi direttamente dipendente dalle istituzioni in mano agli indipendentisti. Se questo non bastasse, c’è sempre il Tribunale europeo dei diritti umani a cui rivolgersi per evitare di espiare la pena a breve. Ad avere la peggio, invece, potrebbe essere, ironia della sorte, Carles Puigdemont, l’ex presidente catalano in autoesilio in Belgio, per il quale il Tribunale Supremo ha diramato un nuovo ordine di arresto internazionale. Questo mentre lui da Waterloo in conferenza stampa si era affrettato a dichiarare che la sentenza “conferma la strategia di repressione e di vendetta nei confronti di tutti i cittadini che hanno cercato la strada della democrazia perseguendo la loro volontà”.

Da volontari a “sorvegliati speciali”

Il caso ha voluto che il processo contro tre foreign fighter italiani, partiti per andare nel Nord della Siria a combattere coi curdi contro lo Stato islamico, riprendesse proprio nei giorni dell’operazione “Fonte di pace” dell’esercito turco. Così, oggi, l’udienza al Tribunale di Torino contro tre “antagonisti”, Paolo Andolina, Jacopo Bindi e Maria Edgarda Marcucci, avrà un carico di aspettative diverso. La sezione “Misure di prevenzione” del Tribunale di Torino dovrà valutare se siano socialmente pericolosi e capire se dopo le loro esperienze (Bindi in una struttura civile, gli altri nelle unità militari) abbiamo utilizzato metodi violenti nelle loro proteste. “Sia nell’aula del tribunale, sia nei più alti gradi comando di questo paese si presenta l’occasione di dare un segnale forte, un cambio di passo”, ha detto ieri mattina “Eddi” Marcucci chiedendo azioni contro Ankara come “sospendere gli armamenti alla Turchia, cambiare la direzione della fornitura di armi, sostenere le Forze siriane democratiche e garantire da parte della Nato la chiusura dello spazio aereo”. “È difficile separare quanto sta succedendo in Italia da quanto sta accadendo in Siria – ha dichiarato Gianfranco Ragona, professore associato di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, sostenitore dei tre – la Turchia fa parte della Nato e lo Stato potrebbe farsi sentire di più, ma qui il rischio è che lo Stato possa farsi sentire in una maniera diversa”.

Un paradosso che già era emerso in primavera, dopo la morte del combattente fiorentino Lorenzo Orsetti, omaggiato con un tweet dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, mentre la Digos della questura di Torino chiedeva misure speciali per gli altri volontari. “Con la sorveglianza speciale per due anni ci verrebbero tolti la patente e il passaporto, dovremmo risiedere fuori Torino, dove abbiamo le nostre vite, non frequentare più di due persone alla volta e non uscire di casa dalla sera all’alba”, ha riassunto Paolo Andolina. Prima però bisognerà valutare alcuni aspetti. Lo scorso giugno, i giudici avevano chiesto alla Procura di “acquisire ulteriori elementi”, mentre rigettavano invece la richiesta per altri due, Davide Grasso e Fabrizio Maniero: non bastava il fatto che avessero imparato l’uso delle armi in guerra con le milizie dell’Unità di protezione del popolo (Ypg) e quella delle donne (Ypj), ma bisognava valutare il comportamento tenuto dopo. Così per i tre “occorre accertare sia l’elemento della dedizione dei preposti a condotte criminose, sia l’attualità della pericolosità, spesso emergente solo dall’esame degli ultimi fatti per cui essi sono stati denunciati”. Ad Andolina, ad esempio, viene contestata la partecipazione a un presidio anarchico fuori dal carcere, mentre a Bindi e Marcucci quella a una protesta contro il titolare di un ristorante che non pagava il suo cuoco. La Digos ha depositato due informative: elenca anche fatti più recenti, come la partecipazione ai disordini del primo maggio o la violazione della “zona rossa” in Val di Susa. Su questi elementi si dovrà basare la valutazione della loro presunta pericolosità sociale.

Putin: come sbarazzarsi dell’amico americano

Mentre le truppe di Erdogan avanzavano, il tavolo dei negoziati intorno a cui si stringevano la mano militari siriani e curdi due giorni fa era quello della base russa di Hmeimim a Latakia. Le Sdf, forze siriane democratiche, e le divise del governo di Assad hanno trovato un accordo tra i volti slavi dei militari di Mosca. Curdi e siriani difenderanno insieme le città simbolo oltre l’Eufrate: Kobane, Hassaka, Manbji. “Via le truppe straniere dalla Siria, andremo via anche noi, se ce lo chiederà Assad”. Nelle stesse ore tuonava così il presidente russo ai microfoni dell’agenzia statale Tass, allungando di nuovo la sua ombra da potente paciere di un Medio Oriente in fiamme, che solo lui, un’altra volta, può spegnere. Zar non solo delle sue steppe innevate, ma anche della terra bruciata siriana.

I turchi entrano, gli americani escono e i curdi muoiono sullo scacchiere convulso della guerra. A differenza di quattro anni fa, stavolta Putin vince senza che si sia mosso ancora un solo stivale dei soldati del suo esercito. Il primo vuoto di potere in Siria lo creò Obama con una dipartita silenziosa, questa volta è stato il fragoroso passo indietro di Trump a lasciare di nuovo il campo al presidente russo, che “non poteva essere più fortunato”, dicono scontenti e anonimi militari americani alla stampa statunitense.

È la seconda corona da salvatore del Paese di Assad che Putin si pone sul capo dopo la prima, ottenuta intervenendo in suo favore nel 2015. Per il presidente russo questo non è un esordio ma un replay, che mira non tanto a calcare i contorni della sua influenza su suolo siriano, ma quelli del suo potere nell’intera regione. Il generale russo Valery Gerasimov è in contatto con il suo omonimo turco Yasar Guler in queste ore. Prioritaria è “l’integrità territoriale siriana, qualcosa faremo” ha detto il consigliere più fedele di Putin, Yury Ushakov, a Ryad, dove si trova ora in visita il presidente, che non fa appelli di pace contro l’invasione delle truppe turche come il resto del mondo, ma gioca di sponda tra Assad ed Erdogan. Come una lama a doppio taglio, divide i sultani di Damasco e Ankara, per perimetrare le mire espansionistiche e sanguinose di entrambi, e divenire infine l’arbitro della prossima tregua o spartizione definitiva del Paese. Un progetto costruito negli anni, che ha sviluppato seguendo i colloqui di pace ad Astana, Kazakistan.

“Scrivi le coordinate: 35, 36, 00.69”: è la base russa che comunica con un suo pilota in volo che sta per sganciare una bomba. È quello che si sente in un audio diffuso dal New York Times che scrive: “La Russia bombarda ospedali in Siria e noi abbiamo le prove”. Il generale Igor Konashenkov della Difesa russa ha riferito che si trattava invece del bunker di terroristi islamici e che il giornale è “vittima delle manipolazioni dei servizi segreti britannici”.

Gli ultimi tre militari russi sono morti a Idlib a settembre scorso per mano dei miliziani di Al Nusra, ma ora il truculento e disastroso intervento turco potrebbe far fuggire i prigionieri dell’Isis dalle carceri che i curdi hanno smesso di presidiare e che Ankara non controlla. È “una vera minaccia per noi russi”, ha ricordato pochi giorni fa Putin ad Ashgabat, Turkmenistan, a un incontro tra leader dell’ex blocco Urss. Per ordine del presidente, i servizi segreti di Mosca dovranno vagliare il flusso nero dei jihadisti di ritorno, con accento e residenza cecena, che hanno combattuto per lo Stato Islamico e che ora tenteranno di fare ritorno in patria. Possono sventolare tricolori di Siria, Kurdistan e Russia, ma la bandiera che Putin vuole vedere ammainata per sempre stavolta è quella nera.

Mistero: che cosa ci fa la Turchia nella Nato?

Nel momento in cui Recep Tayyip Erdogan scatena una guerra che coinvolge cinque Stati, fra grandi e medie potenze (Stati Uniti, Russia, Turchia, Siria, Iran) oltre all’Isis e, ovviamente, alle eterne vittime della regione, i curdi, i soli che avrebbero il diritto di avervi uno Stato dato che quella regione si chiama Kurdistan ed è invece divisa fra Turchia, Siria, Iraq, Iran, vittime da sempre, e non solo da quando al potere nello Stato della Mezzaluna c’è il satrapo di Ankara (qualcuno ricorderà, forse, la strage di Halabja perpetrata da Saddam Hussein in combutta con i turchi nella generale indifferenza della cosiddetta comunità internazionale) credo che una domanda, non marginale, si imponga: che ci fa la Turchia nella Nato, acronimo di North Atlantic Treaty Organization?

Anzi, perché vi è entrata quasi fin da subito (1952) in un’alleanza che doveva riguardare, almeno nelle intenzioni iniziali, i soli Paesi occidentali al di là e al di qua dell’Atlantico? Si dirà che la Turchia laica fondata da Atatürk è ben diversa da quella islamica di Erdogan. Che sul piano dei diritti civili sia stata tanto diversa da quella attuale c’è da dubitarne. Qualcuno ricorderà, forse, il film Fuga di mezzanotte, del 1978, che rivelava, in modo plastico, che cosa fossero le prigioni turche quando di Erdogan non si era mai nemmeno sentito parlare. Io stesso sono stato testimone di quanto accadeva in una piazzetta dietro la mitica Moschea Blu: dei ragazzini sui dieci anni erano schierati davanti a un muretto, arrivava un adulto, slacciava loro i pantaloncini, contrattava en plein air col magnaccia e poi se li prendeva riportandoli qualche ora dopo. Questa era la civilissima Turchia laica.

Ma per gli Stati Uniti la Turchia, grazie anche alla sua posizione strategica e alla sua conformazione orografica, una grande piattaforma naturale, è stata sempre l’alleato transatlantico più importante, molto più dell’Europa occidentale. Non è certamente un caso che in Turchia gli americani mantengano la loro più grande base aerea, a Incirlik (quella in Kosovo, Bondsteel, ha funzioni più terrestri, in tutti i sensi: di detenzione di prigionieri islamici alla maniera di Guantanamo).È quindi comprensibile che l’America, non solo quella di Trump come ipocritamente si dice, sia sempre stata molto malleabile con la Turchia e che quindi oggi, col ritiro o il riposizionamento dei propri soldati, si voglia tener fuori dal grande e sanguinoso guazzabuglio creato dalla guerra di Erdogan. Insomma se ne lavi pilatescamente le mani.

La presenza della Turchia nella Nato crea situazioni paradossali. Oggi, in virtù di questo accordo, 130 soldati italiani e 25 mezzi terrestri sono schierati ai confini siriani della Turchia, a sua difesa. Cioè, nella sostanza, noi, nonostante tutte le parole vuote del nostro governo, sosteniamo i turchi contro i curdi. Ma lasciando perdere l’Italia sarebbe fuorviante e ingeneroso incolpare l’Unione europea per le sue ambiguità e le sue debolezze in questo scontro turco-curdo, con tutti i suoi annessi e connessi. L’Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale è succube degli Stati Uniti e ne segue pedissequamente gli interessi anche quando sono in netto contrasto con i suoi. Nessuna Potenza può essere tale, in senso politico ed economico, se non ha un’adeguata forza militare. E l’Europa questa forza non ce l’ha, visto che resiste ancora, a 75 anni dalla fine della guerra, l’anacronistico divieto alla Germania democratica di avere armi nucleari come le hanno, oltre a Stati Uniti, Russia, Cina, anche l’India, il Pakistan, il Sudafrica e l’intoccabile Israele. Una volta che avessimo conquistato, anzi riconquistato, questa forza militare potremmo finalmente uscire dalla storica sudditanza agli americani, essere liberi. E rimandare la Nato a quel paese, cioè agli Stati Uniti che oggi totalmente la controllano.

L’Onu condanna Ankara Italia, stop a vendita armi

L’aggressione della Turchia ai curdi induce l’Ue all’unità, mette i brividi alla Nato, dà una scossa all’Onu, che resta però paralizzata, e mette forse definitivamente fuori gioco nella Regione gli Usa, che, ritirandosi, consegnano la Siria a una spartizione in zone d’influenza tra Turchia e Russia e Iran, già avviata con il processo di Astana e ora non più contrastata sul terreno. L’effetto è così brusco che, nei circoli diplomatici mediorientali e occidentali, qualcuno pensa che fosse calcolato. Le prime sanzioni Usa, annunciate con fanfare di tweet da Donald Trump e dal segretario al Tesoro Steven Mnuchin sono pronte: scattano “appena il presidente lo decide”. Le misure iniziali riguarderanno singole persone: non saranno quindi “devastanti” per Ankara, come le aveva definite il magnate showman.

A Lussemburgo, i ministri degli Esteri dei 28 – c’è pure, forse per l’ultima volta in questa formato, la Gran Bretagna – condannano “l’azione militare della Turchia, che mina seriamente stabilità e sicurezza di tutta la Regione” e sollecitano “l’impegno degli Stati membri a posizioni nazionali forti sull’export di armi alla Turchia”, avallando in pratica il blocco delle vendite. L’Italia è fra quanti più spingono in questa direzione. L’Austria chiede che sia cancellato il processo di adesione all’Ue alla Turchia, che è, ormai da anni, ‘in sonno’: un binario morto. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che oggi riferisce in Parlamento su quanto deciso in sede Ue, chiede di andare avanti “con il dialogo e con la diplomazia” e annuncia che l’Italia ha deciso di bloccare l’export di armi alla Turchia, come hanno già fatto Francia e Germania, tutti i Paesi Scandinavi e Nordici, l’Olanda e come intende fare la Spagna. Di Maio annunciare il decreto ministeriale sullo stop alle armi “per tutto quello che riguarda il futuro dei prossimi contratti e dei prossimi impegni”,

Nelle conclusioni della riunione si chiede un “incontro ministeriale della Coalizione internazionale contro” il sedicente Stato islamico: ne fanno parte sia gli Usa che la Turchia, che in Siria ha i piedi in tutte le scarpe. Federica Mogherini, la responsabile della politica estera e di sicurezza europea, è convinta che le posizioni dell’Ue non passeranno inosservate ad Ankara: questo è poco ma sicuro, anche se il blocco dell’expoort di armi non avrà un impatto immediato sugli arsenali turchi. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan accusa di “ipocrisia” i Paesi Ue che sono pure Nato. E Jens Stoltenberg, il segretario generale dell’Alleanza atlantica, invita a non minare l’unità alleata nella lotta contro l’Isis. Sull’Ue, c’è sempre la spada di Damocle del ricatto di Ankara: potrebbe lasciare partire verso l’Europa i profughi siriani la cui custodia le è stata affidata, dietro compenso, nel 2016. Meno limpido il linguaggio dei 28 su un altro fronte di contenzioso turco-europeo, le trivellazioni della Turchia a Cipro, in acque che Ankara rivendicano alla sedicente Repubblica turco-cipriota, non riconosciuta da nessun Paese eccetto la Turchia. L’Ue decide la creazione di “un regime quadro di misure restrittive nei confronti delle persone fisiche e giuridiche responsabili o coinvolte nell’attività di trivellazione illegale di idrocarburi nel Mediterraneo orientale”.

Ma non c’è nulla d’operativo: bisogna elaborare il ‘regime quadro’ e approvarlo. Qualche incrinatura si manifesta nel fronte arabo anti-turco: il Marocco non firma le conclusioni della Lega araba di condanna di Ankara. Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres è “seriamente preoccupato” dagli sviluppi militari nel Nord-Est della Siria

All’Ue e all’Onu, c’è il timore di una recrudescenza del terrorismo per “il rilascio involontario di persone associate all’Isis, con tutte le conseguenze che questo potrebbe comportare”.