Il torinese Guglielmo Bruno – in arte Willie Peyote –, è una delle migliori conferme del momento, e si è conquistato il suo pubblico soprattutto attraverso i concerti e il suo modo originale di scrivere, quasi gaberiano, tra canzone d’autore e rap. Abbiamo ascoltato in anteprima il suo quinto album, Iodegradabile, in uscita il 25 ottobre.
Dopo il buon successo in radio del singolo La tua futura ex moglie, molti stanno scoprendo oltre i testi arguti e ironici soprattutto la sua musica, davvero intrigante. Nell’intro (“sapessimo il tempo che resta sapremmo davvero usarlo meglio”), riprende una frase da un testo di Sindrome di Tôret: il “giovane nichilista” e l’“iodegradabile” disegnano bene il percorso della maturazione: “All’inizio della mia attività pensavo di non aver sufficiente tempo per raggiungere i miei obiettivi mentre oggi la mia paura è di non utilizzare al meglio il tempo che ho”.
Ha aperto anche a testi d’amore: “È cambiato che prima i dischi li scrivevo quando ero da solo mentre adesso sono innamorato! So che è quello che non si aspettano da me. Ma trovo onesto è corretto dire al mio pubblico che sono felice. Invecchiando mi sono veramente rotto di essere triste e incazzato. Penso a quegli artisti che devono per forza esserlo perché non possono uscire dal loro personaggio: ammazzati, così non ci rompi più! Io ci tengo a essere vero e voglio che il pubblico capisca che il vecchio nichilista ora è sereno!”. Mostro affronta il tema della caccia alle streghe nell’informazione, tra i Radiohead di Burn The Witch e 90 Min di Salmo: “Mi riferisco soprattutto a quel pubblico che è convinto che la controinformazione sia meglio del mainstream”. In Quando nessuno ti vede ancora una frecciata (“lei ti lascia citando Gio Evan”) e un claim sentimentale (“questa storia è bella da lontano ma poi mano a mano che ci conosciamo non lo è più”): “Non credo sia solo una mia paura.. Forse è generazionale. Ma per me i brani sono terapeutici e grazie a loro cerco di liberarmi da queste ansie”. Nel singolo, equidistante tra Sergio Caputo e Calcutta, colpisce il finale, quasi una canzone nuova, come ne Le rane dei baustelle o De do do do dei Police: “Musicalmente l’album passa da Kendrick Lamar a Battisti, dal punk al funky, mi piace spaziare. Il mio più grande obiettivo è togliere la patina di boria e di supponenza dalla parola autore. Scrivere cose profonde senza essere pesanti. Anche io so dire prosopopea o procrastinare, ma se la dico con leggerezza chi ascolta ne coglie il disincanto. Semplicità non è superficialità”.
E sulla trap ha qualcosa da dire: “Sono un fan di Massimo pericolo. Il loro linguaggio non arriva dalla mia generazione e proprio perché non lo capivo l’ho studiato a fondo, era mio dovere”.