Nel sesto giorno dall’inizio dell’operazione turca “Fonte di pace” – 560 i ‘terroristi’ neutralizzati secondo Ankara – le Unità curde di protezione del popolo (Ypg), a capo delle Forze Democratiche Siriane, hanno iniziato a coordinarsi con le forze militari del presidente siriano Assad che sarebbero già arrivate nella zona di Manbij. I curdi, lasciati completamente soli dagli Stati Uniti che domenica notte avevano deciso di ritirare le ultime truppe nei pressi di Kobane, non hanno altre alternative per sopravvivere se non fare il gioco della Russia, la potenza che mantiene alla presidenza il rais siriano. Un anziano politico curdo, Aldar Xelil, ha definito il patto con Damasco una misura di emergenza. “La priorità ora è proteggere la sicurezza del confine dal pericolo turco”, ha detto Xelil. “Siamo in contatto con il governo di Damasco per raggiungere un terreno comune in futuro”. Anche i comandanti dell’Ypg hanno lo stesso umore: il patto con Damasco era necessario, ma il sogno di una terra curda si allontana sempre più.
L’intreccio è letale: Damasco è rimasta ad Assad grazie al Cremlino, che però è da tempo alleato anche della Turchia. Questo accordo tra curdi e Assad non ha infatti sorpreso l’autocrate turco Erdogan che ha ordinato ai propri soldati di intensificare l’offensiva, senza trovare ostacoli, se non quelli decisi da Putin e accettati sotto banco dal Sultano. Durante la giornata di ieri, le città di Kobane e Ras al Ayn, appena al di là del confine con la Turchia, sono state bombardate dall’artiglieria di Ankara. Ad aiutare sul terreno i militari turchi sono arrivate nuove squadre islamiche di tagliagole, da non confondersi con l’Isis. Si tratta dei jihadisti e mercenari arabi e turcomanni, reperiti anche in Iraq, riuniti in quello che viene chiamato Esercito Nazionale Siriano, ovvero l’evoluzione dell’Esercito Libero Siriano finanziato dalla Turchia fin dall’inizio della guerra civile siriana ben 8 anni fa. Erdogan, prima di partire per l’Azerbajan, ha dato il via alla “fase successiva” dell’operazione con l’obiettivo di “ripulire Manbij”, a ovest dell’Eufrate. Lo ha riferito il quotidiano filogovernativo turco Sabah, sottolineando l’aiuto fondamentale sul terreno dei paramilitari. “Con l’operazione ‘Fonte di pace’, la Turchia ha intrapreso un passo vitale quanto l’operazione a Cipro del 1974” ha detto Erdogan citando la fase storica in cui l’esercito di Ankara occupò la parte settentrionale dell’isola in risposta a un tentativo di golpe filo-greco.
Sabah conferma ancora che i prossimi obiettivi dell’operazione sono conquistare Manbij e Ayn al-Arab (Kobane). Entrambe le città si trovano a ovest di Tel Abyad e Ras al-Ain, che secondo quanto annunciato oggi dal ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, sono sotto il controllo di Ankara. Ma ancora ieri sera, la comandante dell’Ypj, l’ala militare femminile curda del Rojava, Nasreen Abdallah, ha detto al Fatto che queste città, non sono ancora capitolate. I media statali siriani, tutti ovviamente filo Assad, ieri sera riportavano che le truppe lealiste erano già entrate a Tel Tamer, una città sull’autostrada M4, strategicamente cruciale, che corre da est a ovest, a circa 30 km a sud della frontiera con la Turchia. La tv di stato di Damasco ha anche mostrato immagini degli abitanti curdi di queste città mentre accolgono le forze lealiste siriane nella città di Ain Issa.
Gran parte della M4 si trova sul bordo meridionale del territorio a maggioranza curda, chiamato Rojava, nel nord-est della Siria dove la Turchia vuole creare una “zona cuscinetto” priva dei guerriglieri curdi accusati da Ankara di essere affiliati al Pkk di Ocalan. La Turchia ha dichiarato di avere già sotto controllo una parte dell’arteria di collegamento. Il presidente americano Trump per giustificare il disastro a cui ha dato la stura ritirando i soldati Usa dal Rojava ha scritto, senza fornire alcuna prova, che “i curdi potrebbero rilasciare i prigionieri dello Stato Islamico detenuti nelle prigioni del Rojava deliberatamente per attirare indietro le truppe statunitensi”.