Il Sultano: “Per noi è un’operazione vitale come a Cipro nel ’74”

Nel sesto giorno dall’inizio dell’operazione turca “Fonte di pace” – 560 i ‘terroristi’ neutralizzati secondo Ankara – le Unità curde di protezione del popolo (Ypg), a capo delle Forze Democratiche Siriane, hanno iniziato a coordinarsi con le forze militari del presidente siriano Assad che sarebbero già arrivate nella zona di Manbij. I curdi, lasciati completamente soli dagli Stati Uniti che domenica notte avevano deciso di ritirare le ultime truppe nei pressi di Kobane, non hanno altre alternative per sopravvivere se non fare il gioco della Russia, la potenza che mantiene alla presidenza il rais siriano. Un anziano politico curdo, Aldar Xelil, ha definito il patto con Damasco una misura di emergenza. “La priorità ora è proteggere la sicurezza del confine dal pericolo turco”, ha detto Xelil. “Siamo in contatto con il governo di Damasco per raggiungere un terreno comune in futuro”. Anche i comandanti dell’Ypg hanno lo stesso umore: il patto con Damasco era necessario, ma il sogno di una terra curda si allontana sempre più.

L’intreccio è letale: Damasco è rimasta ad Assad grazie al Cremlino, che però è da tempo alleato anche della Turchia. Questo accordo tra curdi e Assad non ha infatti sorpreso l’autocrate turco Erdogan che ha ordinato ai propri soldati di intensificare l’offensiva, senza trovare ostacoli, se non quelli decisi da Putin e accettati sotto banco dal Sultano. Durante la giornata di ieri, le città di Kobane e Ras al Ayn, appena al di là del confine con la Turchia, sono state bombardate dall’artiglieria di Ankara. Ad aiutare sul terreno i militari turchi sono arrivate nuove squadre islamiche di tagliagole, da non confondersi con l’Isis. Si tratta dei jihadisti e mercenari arabi e turcomanni, reperiti anche in Iraq, riuniti in quello che viene chiamato Esercito Nazionale Siriano, ovvero l’evoluzione dell’Esercito Libero Siriano finanziato dalla Turchia fin dall’inizio della guerra civile siriana ben 8 anni fa. Erdogan, prima di partire per l’Azerbajan, ha dato il via alla “fase successiva” dell’operazione con l’obiettivo di “ripulire Manbij”, a ovest dell’Eufrate. Lo ha riferito il quotidiano filogovernativo turco Sabah, sottolineando l’aiuto fondamentale sul terreno dei paramilitari. “Con l’operazione ‘Fonte di pace’, la Turchia ha intrapreso un passo vitale quanto l’operazione a Cipro del 1974” ha detto Erdogan citando la fase storica in cui l’esercito di Ankara occupò la parte settentrionale dell’isola in risposta a un tentativo di golpe filo-greco.

Sabah conferma ancora che i prossimi obiettivi dell’operazione sono conquistare Manbij e Ayn al-Arab (Kobane). Entrambe le città si trovano a ovest di Tel Abyad e Ras al-Ain, che secondo quanto annunciato oggi dal ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, sono sotto il controllo di Ankara. Ma ancora ieri sera, la comandante dell’Ypj, l’ala militare femminile curda del Rojava, Nasreen Abdallah, ha detto al Fatto che queste città, non sono ancora capitolate. I media statali siriani, tutti ovviamente filo Assad, ieri sera riportavano che le truppe lealiste erano già entrate a Tel Tamer, una città sull’autostrada M4, strategicamente cruciale, che corre da est a ovest, a circa 30 km a sud della frontiera con la Turchia. La tv di stato di Damasco ha anche mostrato immagini degli abitanti curdi di queste città mentre accolgono le forze lealiste siriane nella città di Ain Issa.

Gran parte della M4 si trova sul bordo meridionale del territorio a maggioranza curda, chiamato Rojava, nel nord-est della Siria dove la Turchia vuole creare una “zona cuscinetto” priva dei guerriglieri curdi accusati da Ankara di essere affiliati al Pkk di Ocalan. La Turchia ha dichiarato di avere già sotto controllo una parte dell’arteria di collegamento. Il presidente americano Trump per giustificare il disastro a cui ha dato la stura ritirando i soldati Usa dal Rojava ha scritto, senza fornire alcuna prova, che “i curdi potrebbero rilasciare i prigionieri dello Stato Islamico detenuti nelle prigioni del Rojava deliberatamente per attirare indietro le truppe statunitensi”.

Anche imitare il passato non è più come una volta

Bei tempi quelli in cui tutto era già stato visto; ormai tutto è stato già imitato. Tale e quale show giustamente trionfa negli ascolti, essendo il programma-manifesto della sedicente nuova stagione, dove il principio fondante è la fotocopia. Talk, contenitori, intrattenimento… Ancora una volta abbiamo visto ricomporsi a settembre quel che era svanito a giugno, tale e quale. Come dire che la reincarnazione esiste ma ci si reincarna in se stessi, proprio come Carlo Conti; una prospettiva obiettivamente da incubo. A proposito di reincarnazione, accade che le cosiddette “novità” risultino anteriori delle conferme. Un’imponente spedizione archeologica ha dissepolto Giochi senza frontiere e lo ha ricostruito su Canale5 come lo scheletro del dinosauro al Museo di paleontologia. L’effetto è il medesimo, forse anche più impressionante, in virtù di un attento restyling; il titolo è tradotto in Eurogames, Ettore Andenna è stato rimosso e sostituito con Alvin, probabilmente sono state ripiastrellate le piscine e rifoderati i sacchi, ma l’atmosfera da veglionissimo anni 60 è più o meno la stessa, quell’idea di Europa unita nel tiro alla fune piuttosto che nel lancio del migrante, con Gennaro Olivieri e Oliviero Pancaldi a risolvere le controversie, David Sassoli e Ursula von der Leyen ci fanno un baffo. Era dunque fatale essere asfaltati negli ascolti dall’erede di Don Matteo, Daniele Liotti (Un passo dal cielo): flop senza frontiere. Anzi, rispettiamo il restyling: Euroflop.

Mail Box

 

Ancora parole per celebrare i primi 10 anni del “Fatto”

Un quotidiano giovane, frizzante e anche intuitivo, mai distratto, limpido specchio della nuova storia, leale, fascinoso, serio: il Fatto! Penetra anima e cuore del lettore, denuncia, scova il losco ma… con tatto. Coinvolgente, ironico, gioioso, è sempre lui, è il gran giornale è il Fatto!

(Da uno scugnizzo 80enne che vuole morire da vivo e non vivere da morto).

Raffaele Pisani

 

Vi leggo sempre e ho smesso di comprare gli altri giornali

Comprai il primo numero e da subito fu evidente la differenza con gli altri quotidiani. Pane al pane e vino al vino. Vi leggo da allora tutti i giorni e da sei o sette ho smesso di comprare gli altri. Nel dare la notizia non ci girate intorno. Viene data senza pindarici esercizi da circo per ammorbidirla. È essenziale, tranchant. MillenniuM è complementare al quotidiano. Leggere l’editoriale prima di entrare trafelato in fabbrica, il resto prima di cena per poi ripassarlo durante la colazione del giorno successivo prima di correre nuovamente in edicola: è un rito che durerà per sempre. Grazie di cuore a tutti voi.

Francesco Varuolo

 

Genova, nessuno parla di inquinamento portuale

Si legge con una certa superficiale soddisfazione: “Porto, aziende e futuro digitale: così cambierà l’economia ligure”. Il porto di Genova piace ai “grandi” dello shipping, da Singapore a Miami. Parte dalle banchine la rivoluzione 4.0 delle industrie in regione. Ansaldo Energia destinata a un grande sviluppo con la collaborazione del gruppo giapponese Hitachi. Come può essere palesato questo entusiasmo relativo al futuro progresso senza parlare dell’inquinamento portuale? La navigazione marittima è ritenuta a livello europeo la causa maggiore dell’inquinamento atmosferico. In quanti lo sanno? Tutti gli addetti ai lavori e tutti quelli che abitano intorno al porto sono costretti a vivere estate ed inverno con le finestre chiuse. Quando nel 2020 (domani) alcuni tipi di inquinamento portuale da ossido di carbonio, ossido di azoto e polveri sottili saranno altissimi, si scoprirà che questo è dovuto alla voluta carenza di controlli e all’eccessiva protezione nei confronti di un modo vecchio, costoso e nocivo di fare attività portuale. Ogni anno dalle banchine del porto arriva una mole di ossido di carbonio di ben dieci volte più grande di quello prodotto dal traffico urbano; le polveri sottili sono emesse in numero di addirittura 27 volte maggiore rispetto a quello del traffico! Ogni anno a Genova si segnalano 100 morti precoci e altrettanti ricoveri a causa dell’inquinamento. Genova è stata anche sanzionata per violazione delle norme comunitarie ambientali con multe dispendiose. Secondo l’Arpal, le sorgenti che emettono la maggior quantità di NOx (tutti gli ossidi di azoto e le loro miscele) in atmosfera sono le attività marittime (62%) prodotte da navi in stazionamento e il trasporto su strada (26%). Praticamente è come se ogni anno crollasse più di un ponte Morandi, ma nel più assoluto silenzio!

Marco Grasso

 

Ergastolo ostativo: l’Italia non potrà non adeguarsi

La sentenza della Cedu ha ordinato al nostro Paese di riscrivere la norma sull’ergastolo ostativo. Anche se la Cedu è un organo distinto dal carrozzone dell’Unione europea, tuttavia il Trattato di Maastricht obbliga tutte le articolazioni della Ue a rispettare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu). Poiché i trattati di Maastricht e di Dublino 3 (Siglato dal governo Letta nel giugno del 2013) si possono modificare solo all’unanimità, non esiste alcun modo per evitare il capestro confezionato dai precedenti governi super competenti sia di destra che di sinistra.

Maurizio Burattini

 

Chi potrà fermare il massacro del popolo curdo?

Le notizie che vengono dal confine turco-siriano sono sempre più agghiaccianti. I turchi continuano l’invasione del territorio siriano e il massacro dei curdi e lo fanno col supporto dei gruppi jihadisti legati ad al Qaeda, che continuano a macchiarsi di crimini efferati. Non si vede chi possa fermarli, visto che le milizie curde non hanno i 3 mila carri armati e i mille aerei dell’esercito turco e il regime siriano, dopo anni di rivolte e defezioni, non ha la forza per contrastarlo. In questa situazione, al di là delle dichiarazioni e della solidarietà per il popolo curdo, l’occidente appare connivente o impotente. La connivenza di Trump, (a parte vaghe minacce di sanzioni future) è palese. Sapeva perfettamente che il ritiro dei soldati americani che presidiavano il confine, avrebbe dato il via libera all’invasione. L’Europa, d’altro canto (sempre in ordine sparso) non trova di meglio che minacciare l’embargo delle armi. Una minaccia risibile che fa pensare al chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.

Mario Frattarelli

 

I NOSTRI ERRORI

Domenica, recensendo lo spettacolo teatrale Mary said what she said, ho scritto per errore che Maria di Scozia diventa Stuart grazie alle nozze con Henry Stuart: in realtà era una Stuart di nascita. Me ne scuso con i lettori.

Cam. Ta.

Autonomie. L’incomprensibile strappo che abolisce la dicitura Alto Adige

 

Il Consiglio provinciale di Bolzano ha approvato un provvedimento che di fatto sostituisce le parole “Alto Adige” e “altoatesino” con “Provincia di Bolzano”. Nella versione tedesca del testo, invece, resta il “Sudtirol”. Mi chiedo se sia un provvedimento costituzionale. Capisco che molti “altoatesini” si considerino “sudtirolesi”, ma è altrettanto vero che in quelle zone vivono tantissime persone che si sentono italiane. Il sindaco di Bolzano ha reagito parlando di una “manovra per inseguire la destra tedesca locale”.

Paolo Dimartino

 

Caro Paolo,all’articolo 116 della nostra Costituzione, quando si fa l’elenco delle Regioni italiane a statuto speciale, si parla di Trentino-Alto Adige/SudTirol; il nome è ovviamente tal quale ripetuto anche nell’articolo 131, quello in cui compare l’elenco di tutte le venti regioni. Per cambiare nome serve una legge costituzionale, è abbastanza evidente. E infatti il ministro per gli Affari Regionali, Francesco Boccia, ha dichiarato che “È necessario rendere i testi italiani e tedeschi perfettamente identici e rispettosi della Costituzione. Se così non dovesse essere la legge sarà impugnata dopo la sua pubblicazione”. Lei ha poi citato il sindaco della splendida Bolzano, Renzo Caramaschi, che ha detto cose assai condivisibili, al di là della motivazione politica. Si tratta, secondo il primo cittadino, di una “mistificazione dei valori dell’autonomia e della convivenza di gruppi linguistici. Viene sempre detto che l’autonomia serve a tutti, questo è un passo indietro. È incomprensibile che, alle soglie del 2020, siamo ancora a questo punto”. Difendere le minoranze “non significa cancellare l’italianità dell’Alto Adige”. Nei mesi scorsi abbiamo lungamente parlato del discutibilissimo progetto di Autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia; l’autonomia delle due province in questione ha radici lontane e giustamente tutelate. Una tutela che però ha dei limiti, nell’unità nazionale, e che non può spingersi fino al rifiuto dell’italianità. Chi frequenta l’Alto Adige sa che negli ultimi trent’anni, perfino nelle zone di confine più vicine all’Austria, il rapporto degli abitanti di lingua tedesca con gli italiani si è molto modificato. E in meglio. Aggiungiamo anche che l’Alto Adige ha prosperato come piccola patria grazie alla lungimiranza dello Stato italiano (e di Alcide De Gasperi), non soltanto grazie alle buone capacità della classe dirigente locale. Per questo ha ragione il sindaco quando dice che questo strappo è incomprensibile.

Silvia Truzzi

Lezzi e Grillo, quelle che… mi si nota di più se sto a casa?

Idissidenti 5 Stelle sono ormai una sorta di topos letterario. Ne esistono tre categorie. La prima, di sicuro la più avvilente, ma anche la più rilevante numericamente, è quella che chiameremo “sfollati di se stessi”. Carneadi senza arte né parte, irrilevanti e spesso patetici, non hanno doti politiche e nessuno si accorge della loro esistenza. Poi, quando non ne possono più del loro anonimato (e del restituire buona parte dello stipendio), di colpo giocano ai martiri, dicono che Grillo è Goebbels, sfruttano i soliti giornalisti pronti a reiterare la vulgata idiota dei “grillini fascisti” e si accasano in qualche gruppuscolo di scalzacani. Ci sono poi i “dissidenti senzienti”, ovvero quelli che stanno dentro il movimento e criticano cum iuicio. Un buon esempio è Nicola Morra, come pure Roberto Fico. Erano contrari al troiaio di accordo con la Lega, ma sapevano anche che in quel momento non ci fosse nulla di meglio. Così hanno navigato a vista, sperando più prima che poi che Capitan Reflusso facesse la puntuale minchiata agostana.

La terza categoria di dissidenti – la più sfuggente e la meno catalogabile – è quella dei “mi si nota di più se vengo o sto a casa?”. Sono i nostalgici dell’accordo con la Lega, e già in questo c’è un che di irrisolto psichiatricamente. Ma sono anche quelli/e che, col Salvimaio, avevano uno strapuntino di potere poi evaporato col governo Mazinga. È il caso delle ex ministre Giulia Grillo e Barbara Lezzi. A Napoli, per una festa 5 Stelle a basso profilo come il momento stesso del M5S (né malato grave né guarito del tutto), non c’erano. Giulia Grillo è stata un ministro della Salute divisivo, ma che ha ricevuto il plauso di non pochi. Di contro, Barbara Lezzi è stata una di quelle uscite più scornate dall’accrocchio coi salviniani. Persino più di Toninelli, più gaffeur che realmente colpevole. Lezzi è stata una delle più efficaci della prima legislatura grillina. Talebana dotata di grinta e intelletto, di lei si ricorda anche la fascinazione totale che sapeva generare in Bruno Vespa, non certo grillino ma oltremodo rapito dalle sue teorie economiche (e dai suoi ricci biondo-salentini). Una volta assisa al soglio del dicastero del Sud, Lezzi si è giocata malino le sue carte. È uscita sconfitta dalla querelle Tap (sentitissima nella sua Puglia) ed è via via scomparsa dai radar che contano. Dopo il varo del Mazinga con Pd, Leu e niente (cioè renziani), ha cominciato a cannoneggiare malmostosamente dalla sua poco frequentata pagina Facebook. Avrebbe preferito andare al voto, come Paragone e Di Battista. Legittimo. Lezzi, però, è un caso forse a sé. Al di là del ministero perduto, e andato peraltro a uno dei più bravi ora al governo (Provenzano), Lezzi ha da sempre il dente avvelenatissimo con Pd e sinistra. Emblematica la conferenza stampa del luglio 2018 oltremodo feroce con Emiliano, che ella trattò neanche fosse Farinacci (o forse Farinacci lo avrebbe trattato meglio). Ricordo poi bene una puntata di The Match (la trovate su Loft) a inizio 2018, durante la quale per poco non si prendeva a cazzotti – lei e il suo compagno – con l’orgogliosamente comunista Vauro. Evidentemente Lezzi odia la gauche italiana. E altrettanto evidentemente, quando gli attivisti 5 Stelle votavano a maggioranza per l’accordo col Pd, era distratta. Al netto di frustrazioni e idiosincrasie personali, mette comunque malinconia constatare come, tanto tra i grillini quanto fra la presunta intellighenzia “de sinistra”, ci siano così tanti non salviniani a parole che però – nei fatti e nei mugugni – ne fanno il gioco. Peccato.

Joker, il Titano della resa dei conti

Finisce con una scena da “oggi le comiche”, Joker. Quel pagliaccio – Charlot inseguito dall’infermiere del manicomio – è Prometeo.

Porta la vendetta in dote agli ultimi di Gotham City, consuma il rito della distruzione/rigenerazione e fa il sovranista di se stesso.

Strappa il privilegio della sazietà all’élite.

Joker altro non è che il Jolly delle carte da poker: quello che si stampa il sorriso in faccia col sangue delle gengive spaccate ed è la variabile impazzita che incendia la città per consegnare agli uomini il fuoco del populismo.

È un prodotto pop, Joker.

Dilaga come una moda tutta quella morte che sa trovarsi tra le dita – in un cartoccio con dentro una pistola, o un paio di forbici per tranciare una giugulare – e il film di Todd Phillips tocca, infatti, la vena viva della disperazione delle donne e degli uomini come fosse Eschilo a dettare il ciak e non la matita che fabbricherà le gesta di Batman. Al pagliaccio assassino nessuno, appunto, potrà mai dare il marchio di nemico pubblico numero uno. Beniamino qual è dei pendolari, dei disoccupati e dei poveri sfigati come tanti, Joker, per ogni stronzo cui lui tira le cuoia, assomma il totale di una rabbia da troppo tempo repressa. Ne fa schiuma di un lavacro sgargiante delle sue sparatorie, un sabba ricco di colori e prodigo di gioia per un gioco collettivo – ammazza il ricco! – dove la leva che solleva la città non è la lotta di classe, bensì la ruota del cosmo, l’eterno riversarsi del rancore nel dolore senza scampo.

Joker – un reietto tra i tanti, un comico fallito – è il Titano della resa dei conti. Non è legato alla roccia del Tartaro, Joker, piuttosto è disteso sul cofano ammaccato della macchina della polizia da cui riemerge per far ricrescere – evadendo dall’arresto – non il fegato, ma la maschera su cui, con due ditate di sangue, appunto, rinnova e riscatta la vita. Ebbene sì, è il populista nell’epoca compiuta della modernità quel ragazzo che assiste la propria madre malata. Lei lo chiama “Happy” perché deve portare il sorriso e il buonumore al mondo.

Lui invece trova conforto nelle allucinazioni cui elemosinare l’illusione di un amore e la rivelazione del proprio talento in uno show televisivo di grande successo.

Divinità dell’assoluto pubblico come nessuno, Joker non somiglia alle sue caricature dell’ultima ora, meno che mai alle comparse della politica in cerca di archetipi post-ideologici perché se è vero quello che si vede nel film – lo scavo straziante in quelle carni irrorate di mascara, ombretto e rossetti – l’unico assoluto male capace di scendere negli inferi per portare a termine il kali-yuga atteso da ogni singola esistenza costretta a vivere il disagio è l’eroe, non il “sindaco” o “cittadino” che dir si voglia.

Joker imprevedibile eroe di un sottoproletariato per cui nessuna rivoluzione è mai stata prevista; Joker prototipo dell’uomo che deve rassegnarsi a non avere il talento necessario per realizzare il suo sogno; Joker esempio di un’appartenenza sociale talmente disagiata da far prevedere l’inevitabile parabola discendente; Joker lo psicopatico in cura dai servizi sociali, dipendente dai farmaci che ogni settimana devono essergli prescritti e senza i quali è solo una vittima dei tagli alla spesa pubblica è il Prometeo di un Tartaro orbo di luce.

La prima volta che Joker, interpretato da Joaquin Phoenix, ammazza tre stronzi se ne corre a casa e lì, in una stanza pitturata di angoscia, rimirandosi – smagrito, storto, intossicato di sigarette e medicine – gira su se stesso.

È la danza di Shiva quella che si svela. Nella biacca candida su cui Joker disegna gli occhi e il sorriso del clown lascia scivolare una lacrima: quel se stesso bambino legato a un calorifero, abusato dal compagno della madre e segnato per sempre da questa infanzia terribile dove gli venne rubato il pianto, per averne – come stigma – il sorriso. Due ditate di sangue.

Preti sposati: la sfida del dopo-amazzonia

Quella che si sta combattendo al Sinodo cattolico sull’Amazzonia è una battaglia locale dagli enormi riflessi globali. La posta in gioco è l’assetto futuro del cattolicesimo. Il conflitto riguarda i criteri per l’accesso all’ordinazione sacerdotale. Il ragionamento dei progressisti parte da una constatazione di fatto difficilmente confutabile: i preti in Amazzonia sono pochi e costretti a coprire distanze enormi per raggiungere tutte le comunità loro affidate. La conseguenza inevitabile è l’estrema rarefazione della vita eucaristica: le messe sono eventi celebrati col contagocce, momenti rari legati alla concreta possibilità per il prete di raggiungere fisicamente questo o quel luogo della foresta. Nel frattempo, la vita religiosa della comunità indigene è di fatto affidata alle cure di alcuni laici anziani generalmente sposati e di molte donne. Quello che i riformatori chiedono è che si ripristini anche per queste comunità una regolare attività eucaristica e che lo si faccia dando finalmente valore e riconoscimento al lavoro che i laici e le donne svolgono da molto tempo: i laici anziani dovrebbero essere ordinati sacerdoti e per le donne si dovrebbe sperimentare una qualche forma di ordinazione diaconale. I progressisti tengono basso il tono delle loro rivendicazioni e precisano che la loro proposta è limitata e innocua, priva di reali effetti eversivi, che loro non hanno intenzione di mettere in discussione il celibato dei preti, ma solo di introdurre una modesta variante locale, al fine di consentire anche alle popolazioni amazzoniche di godere di un diritto fondamentale di ogni cattolico: quello all’eucaristia settimanale.

A questo ragionamento i conservatori replicano facendo osservare che la situazione della regione amazzonica è un mero pretesto e che con l’ordinazione dei “viri probati” (degli anziani sposati) i progressisti vogliono far venir meno il principio del celibato obbligatorio del clero a qualunque latitudine, cambiando così la forma della Chiesa universale. A conferma di ciò, l’ala destra cattolica invita a osservare l’inquietudine crescente dell’episcopato tedesco, molto attivo già in questo sinodo e in procinto di organizzarne uno analogo per la Germania, all’interno del quale avanzare richieste molto simili a quelle che provengono oggi dall’Amazzonia. Del resto, la chiesa europea si trova dinanzi a un drammatico spopolamento dei seminari. Ancora peggio sta il Nordamerica: su quel territorio non solo il numero dei credenti cresce e quello dei presbiteri diminuisce, ma il celibato obbligatorio è sotto accusa anche perché individuato da molti studiosi (tra i quali molti ecclesiastici) come una delle cause principali dei tanti abusi sessuali clericali venuti a galla negli ultimi decenni. Insomma ci sono tutte le premesse, sostiene l’ala destra del cattolicesimo, perché dall’Amazzonia si innesti una valanga che finirebbe col sommergere la Chiesa universale, aprendo la stura all’esplosione di mille conflitti locali (quelli interni alle élite cattoliche) e globali (tra gli episcopati più progressisti dell’Europa centro-settentrionale e quelli africani e asiatici). L’esito complessivo potrebbe essere quello di una divisione e di una frammentazione che la monolitica chiesa cattolica non ha mai conosciuto, almeno in tempi recenti.

Tra i due schieramenti, anzi sopra gli schieramenti, sta ovviamente il papa, al quale toccherà la decisione finale, che il Sinodo potrà solo consigliare. I progressisti sostengono che Bergoglio stia dalla loro parte, quello che anche i conservatori fortemente temono. In realtà, quel che per ora è sicuro è solo che il papa ha deciso di applicare sistematicamente la “glanost”, cioè di non impedire che emergano, in tutta la loro ampiezza, i conflitti che animano la comunità ecclesiale. Lo ha fatto in occasione del Sinodo sulla famiglia e lo ha ripetuto in occasione di quello sull’Amazzonia. Non sembra appartenergli l’attitudine, così spiccata nei papi precedenti, a ovattare i contrasti, a mettere a tacere le differenze. I sinodi, che un tempo erano delle mere ribalte del sovrano pontefice, sono diventati luoghi di confronto reale e talvolta appassionato. Questo non significa però che Bergoglio abbia intenzione di lasciare che le cose prendano da sole la loro direzione, che sia il gioco politico delle maggioranze e delle minoranze a decidere il futuro del cattolicesimo. Francesco non intende affatto rinunciare al ruolo di monarca che la Chiesa gli ha assegnato. Egli vuole però esercitarlo in modo innovativo. Come fece nel caso del sinodo sulla famiglia, al termine del quale il pontefice argentino escogitò una soluzione che piacque ai progressisti, ma che poteva essere completamente disattesa dai conservatori, un inedito escamotage politico per confermare di essere l’unico leader titolato e insieme capace di formulare una sintesi che conciliasse gli opposti e tenesse così unita la Chiesa. Quello che potrebbe succedere anche al termine del sinodo amazzonico. Staremo a vedere.

Vertice di Libra: anche Booking lascia la valuta di Facebook

Statuto redatto? Non si sa. Discussioni affrontate? Non si sa. Board nominato? Forse. Decisioni prese? Non pervenute. Prossimi obiettivi? Nessuna voce. La non cronaca del primo incontro a Ginevra per iniziare a dare una prima forma, anche se provvisoria, a Libra, la criptovaluta di Facebook, iniziare a nominare un consiglio e a definire la partecipazione all’associazione delle aziende che dall’inizio avevano dato il loro appoggio al consorzio (si legga: disponibilità aò pagamento della propria quota di partenza) è di per sè una notizia. La pompa magna mediatica che ne aveva caratterizzato il lancio ha lasciato il posto al silenzio più assordante possibile per gli addetti ai lavori. La fuga di notizie, in effetti, è stata fitta ed esauriente nelle ultime settimane quando, uno dopo l’altro, partner di peso si sono sfilati, pressati dai controlli e dagli avvertimenti delle autority di tutto il mondo: prima Paypal, poi Visa, poi Mastercard (lasciando di fatto Libra priva di una rete di pagamenti globale), eBay, la startup Stripe e Mercado Pago. L’unica notizia arrivata ieri sera (almeno fino a che il giornale non è andato in stampa) è stato l’abbandono anche da parte della Booking Holdings, la società che sta dietro al sito per prenotare soggiorni in hotel, Booking.com, e a quello per l’organizzazione di viaggi, Priceline. Chi resta? Dei grandi nomi (perché i piccoli supporters sono più di un migliaio) dovrebbero ancora tener fede alla disponibilità iniziale Uber, Spotify, Vodafone, Iliad, Andreessen Horowitz e Farfetch, oltre ai partner tecnici come Coinbase e Xapo. “Ci andrei cauto nel leggere il futuro di libra dalle novità delle ultime ore – aveva twittato nei giorni scorsi David Marcus, responsabile della sussidiaria Calibra –. Pur non trattandosi di una buona notizia, Libra andrà avanti, i cambiamenti di questa portata sono difficili”. Dice che le pressioni sono inevitabili. Ma il 2020, anno indicato per il lancio, è vicinissimo.

Ora la lotta contro la povertà vince il Nobel dell’Economia

La “gioia” dei francescani di Assisi (vedi scheda in pagina) consente, più di molti commenti, di cogliere la portata del Nobel per l’Economia ad Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer, distintisi per il loro “approccio sperimentale per alleviare la povertà globale”. L’orientamento dell’Accademia reale svedese sembra così avallare una tendenza da parte del pensiero economico a fare i conti con i lasciti della crisi del neoliberismo.

I tre economisti insegnano, infatti, in due delle università più rilevanti al mondo, il Mit di Boston e Harvard, e hanno tre nazionalità diverse: Banerjee è di origini indiane, Duflo è francese mentre Kremer è americano. Da segnalare che Banerjee, secondo indiano dopo Amartya Sen a ricevere il Nobel, e Duflo, che a 47 anni è la più giovane vincitrice del premio e seconda donna dopo Elinor Ostrom (la teorica delle risorse comuni), sono marito e moglie e che si tratta di economisti relativamente giovani, tutti sotto i 60 anni.

Il Comitato per i Nobel ha sottolineato che i risultati delle ricerche dei tre vincitori “hanno migliorato enormemente la nostra capacità di lottare in concreto contro la povertà”. Oltre a studiare, i tre economisti sono andati direttamente sul campo, insieme alle Ong o ai funzionari pubblici, per verificare l’effetto di alcune iniziative come, ad esempio, gli incentivi agli insegnanti per la scuola pubblica o misurare le reazioni a introduzioni improvvise di cibo in diete al limite della fame.

Nella motivazione viene sottolineato come i tre economisti abbiano “introdotto un nuovo approccio per ottenere risposte affidabili sui modi migliori per combattere la povertà globale”, tra cui quello di “suddividere il grande problema della lotta contro la povertà globale in questioni più piccole e quindi più gestibili, come gli interventi più efficaci per migliorare la salute dei bambini”.

Quando scrivevano l’Economia dei poveri, in effetti, Banerjee e Duflo citavano Madre Teresa di Calcutta e si scagliavano contro il pensiero economico che “invece di combattere le cause concrete” si chiede quale sia “la causa ultima della povertà o fino a che punto si può confidare nel libero mercato”. Al contrario, suggerivano, occorre imitare gli “studi randomizzati in medicina” come quelli di Pascaline Dupas (della University of California) sui sussidi offerti per l’acquisto delle zanzariere in Kenya.

Marta Fana, ricercatrice europea che in Italia ha contribuito alla nascita di Jacobin Italia, fa notare che in fondo si tratta anche in questo caso di “un approccio mainstream”: “Come Madre Teresa di Calcutta si domandano come possiamo alleviare la povertà, ma non come sradicare la povertà e quindi cambiare i modelli” e in fondo quello che costituisce la base dell’osservazione sperimentale è il comportamento “individuale improntato alla razionalità”, ma che “non considera varianti come la storia, la sociologia o la politica”.

Le sperimentazioni e le ricerche puntano ad analizzare nel dettaglio comportamenti che potrebbero essere modificati con piccoli incentivi o aiuti organizzati in forma mirata. Banerjee e Duflo fanno gli esempi delle zanzariere e del cloro per depurare l’acqua. I dati dimostrano che un bambino che non ha contratto la malaria riesce a guadagnare anche il 50% in più all’anno nella sua vita adulta. Ma l’acquisto di zanzariere per battere la malaria non è così semplice. La ricerca guidata dalla dottoressa Dupas, ha osservato il comportamento della popolazione kenyota nel caso di zanzariere vendute a prezzo sussidiato, oppure distribuite gratuitamente dalla Ong. Ovviamente l’efficacia è stata maggiore nel secondo caso, ma almeno il 25% della popolazione non ha comunque ritirato le zanzariere. E anche nel caso della distribuzione gratuita, questa permette solo al 47-52% della generazione successiva di non contrarre la malaria.

Nel caso dell’acqua non potabile, si fa l’esempio della distribuzione di acqua potabile nello Zambia il cui costo sarebbe troppo alto per la popolazione che, invece, con il 2% della somma necessaria potrebbe acquistare soluzioni in cloro per depurare l’acqua (il Chloralin costa 18 centesimi di dollaro e dura un mese). Ma solo il 10% della popolazione utilizza il Chloralin. Il problema, come osservano gli stessi economisti, è che “le scale per uscire dalla trappola della povertà esistono, ma non si trovano sempre nel posto giusto e pare che la gente non sappia come salirci o addirittura non voglia farlo”. L’importante, dunque, è trovare “le buone forme” o i “buoni comportamenti” puntando, pragmaticamente, alle misure “che funzionano”. Aiutare a salire le scale indicando scelte razionali.

L’approccio microeconomico proposto dai vincitori mette l’accento sui comportamenti individuali e non sul quadro generale con una sottile diffidenza verso gli aiuti pubblici (esemplare la polemica contro Jeffrey Sachs a proposito della insufficienza degli aiuti internazionali). L’obiettivo è migliorare concretamente la vita quotidiana nella convinzione che più che il potere di acquisto, il reddito, i sussidi, la povertà si batte con i comportamenti individuali.

Un approccio di salvaguardia del sistema, non di un suo ribaltamento. Una ragione per la quale, però, dopo aver consegnato loro il Nobel, non applicare certe ricette costituirebbe una colpa evidente.

Il ritorno che non è un’alba: De Benedetti e la guerra ai figli

Chissà se anche stavolta Carlo De Benedetti si è detto almeno tra sé, prima di iniziare questa guerricciola familiare attorno al corpo debilitato del quotidiano La Repubblica e del resto del gruppo Gedi, il suo celebre “sono venuto a suonare la fine della ricreazione”. Va detto che l’altra volta, era il 1988, non gli andò benissimo: la scalata alla Sociéte générale de Belgique fallì clamorosamente divenendo il suo “errore più grosso e penoso”, almeno “dal punto di vista patrimoniale”. E penoso lo fu davvero visto che, anni dopo, si portò dietro la fine ingloriosa della Olivetti dell’Ingegnere, azienda comprata vent’anni prima, quando posava da imprenditore illuminato invece che da speculatore principe nello stagno d’Italia. È la stessa Olivetti – sia detto en passant – per la quale finì nell’inchiesta Tangentopoli per aver pagato mazzette pur di ottenere un appalto da Poste Italiane.

La ricreazione è davvero finita, comunque, tanto più che l’ambizione dionisiaca della scalata al colosso belga si ripete oggi nella farsa dell’offerta sottocosto ai figli per l’azienda editoriale: 39 milioni scarsi per prendersi il 29,9% delle azioni in mano alla Cir (il 45% in tutto), la holding lasciata ai pargoli anni fa, imponendole – in caso di risposta positiva – una perdita a bilancio da centinaia di milioni.

Si misura anche così la distanza tra un’alba e un tramonto, quando una storia finanziaria importante e controversa in cui uguale parte hanno avuto la disinvoltura nel rapporto con le regole e il coraggio (“ma è sicuro che sia un buon consigliere quando si rischiano, oltre ai propri, i soldi degli altri?”, gli scrisse Enrico Cuccia) finisce nell’ennesimo battibecco a mezzo stampa del capitalismo familiare italiano.

C’è l’epopea dei Caprotti e di Esselunga; c’è l’insabbiatissima vicenda della denuncia di Margherita Agnelli a sua madre Marella per una storiaccia legata all’eredità dell’Avvocato; ci sono le difficili storie di successione, pur vissute con discrezione, di Silvio Berlusconi e Leonardo Del Vecchio e adesso ci sono anche i De Benedetti nell’album delle belle famiglie amorevoli dell’imprenditoria italiana.

“Sono profondamente amareggiato e sconcertato dall’iniziativa non sollecitata, né concordata presa da mio padre”, ha dichiarato domenica alle agenzie il primogenito Rodolfo. “Trovo bizzarre le dichiarazioni di mio figlio – ha replicato l’interessato – È la stessa persona che ha trattato la vendita del Gruppo Espresso a Cattaneo e Marsaglia. La gestione sua e di suo fratello Marco hanno determinato il crollo del valore dell’azienda e la mancanza di qualsiasi prospettiva, concentrandosi esclusivamente sulla ricerca di un compratore visto che non hanno né competenza, né passione per fare gli editori”.

L’opinione del patriarca sulle capacità imprenditoriale del frutto dei suoi lombi, oggi espresse sull’Ansa, non sono nemmeno del tutto una novità. Quando Sorgenia si ritrovò in pessime acque, sepolta sotto 2 miliardi di euro di debiti, il papà faceva sapere in giro che era stato il primogenito a spingere Cir a investire in quel modo nell’energia: la holding ne uscì comunque con pochi danni, scaricando l’onere sulle banche creditrici (compresa Mps che ci rimise 600 milioni). Nello stesso periodo De Benedetti, che rifiutava di mettere 150 milioni in Sorgenia, ne incassava 344 di risarcimento da Silvio Berlusconi per la sentenza comprata del lodo Mondadori.

E se non è una novità la sfiducia nei figli, non lo è nemmeno che il nostro – pur avendo negli ultimi dieci anni lasciato agli eredi prima le cariche e poi le quote della società di famiglia – esprima critiche feroci sulla loro gestione delle attività editoriali del gruppo. All’inizio del 2018, per dire, andò in tv a dire che la Repubblica di Mario Calabresi era, in sostanza, senza sapore: “Un giornale non è solo latte e miele; è carne, è sangue. Può avere curve, ma deve avere anche spigoli”. Peggio andò a Eugenio Scalfari, con cui si era scambiato qualche stilettata pubblica in quei giorni: “Un signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte. Gli ho dato un pacco di miliardi, è un ingrato”.

Rispose, e proprio su Repubblica, il secondogenito Marco, a cui il patriarca aveva ceduto sei mesi prima la carica di presidente dell’editoriale Gedi poco dopo la fusione tra gruppo Espresso, La Stampa (famiglia Agnelli) e Secolo XIX (Perrone): “Parole sbagliate. Confesso che le polemiche di questi giorni mi risultano tuttora incomprensibili. Non voglio pensare che ci abbia danneggiato in modo deliberato”. Per rafforzare il concetto a De Benedetti senior, che ancora oggi è presidente onorario di Gedi, fu tolto l’ufficio in Largo Fochetti.

Domenica, come detto, il nuovo “incomprensibile” capitolo con l’offerta sottocosto. “Se vuole rilanciare Repubblica non lo so, di sicuro vuol fare un buon affare”, ha detto all’Adnkronos l’ex direttore dell’Espresso Giovanni Valentini. Chissà, forse è solo l’epoca delle passioni tristi o il demone dell’ambizione e del senso di sé che non smette d’agitarsi nonostante il conto in banca e quello degli anni.

Che dire della vicenda della plusvalenza da 600mila euro sulle banche popolari realizzata a gennaio 2015 grazie a una soffiata di Matteo Renzi sull’imminente decreto di riforma? Alla Consob, che sospetta si tratti di insider trading, dirà: ma che volete che m’importi di un investimento di 6 milioni di euro su un totale di 620 milioni. Non gli importava, eppure la telefonata al broker per comprare azioni la fece. Certo, un tempo entrava e usciva con singolare capacità di guadagno e tempismo dal Banco Ambrosiano quasi decotto e oggi cincischia col piazzista di Rignano e tenta di incravattare i figli per tornare a giocare coi giornali: il sole è basso in entrambi i casi, ma un tramonto non è l’alba.