Milano, futuro privatizzato: il grande affare degli scali Fs

Oggi il Tar (Tribunale amministrativo regionale) di Milano affronta i ricorsi sul più grande affare immobiliare della città: gli scali Fs. Sono sette aree che complessivamente misurano 1 milione e 250 mila metri quadrati e che saranno dismesse dalle Ferrovie dello Stato. È la più grande riconversione urbana d’Europa. Sarebbe un’occasione unica per riqualificare pezzi di città in quartieri semiperiferici (Lambrate, Rogoredo, Greco-Breda, San Cristoforo) e in zone semicentrali (Farini, Romana, Porta Genova).

Il Comune di Milano nel luglio 2017 – appena arrivato a Palazzo Marino il sindaco Giuseppe Sala – ha firmato con Fs un accordo di programma che concede su quelle aree diritti edificatori elevatissimi: 0,65, mentre per il resto della città l’indice previsto dal Piano di governo del territorio (Pgt) è 0,35. A “valorizzare” le aree, incassandone i proventi, saranno le Ferrovie e la Coima di Manfredi Catella, subentrata al fondo londinese Savills.

L’operazione scali Fs è un affare da almeno 2,5 miliardi di euro. Privatizzerà e cementificherà aree ora occupate dai binari, che potrebbero invece far diventare Milano la città più verde d’Europa. Per il Comune sono previste le briciole: 50 milioni come oneri d’urbanizzazione, da incassare “salvo ricorsi” (che ci saranno certamente).

Il Tar oggi deve decidere se ammettere due ricorsi presentati da Italia Nostra e da un’associazione di cittadini. Contestano in radice la legittimità del procedimento amministrativo sugli scali, perché Sala ha ripreso e fatto approvare un accordo che era stato già bocciato dalla giunta Pisapia. I ricorrenti ritengono inoltre non valido l’accordo di programma, perché questo è uno strumento che può essere stretto soltanto tra pubbliche amministrazioni; invece il Comune di Milano l’ha firmato, oltre che con Regione Lombardia (ma non con Città metropolitana, che è stata dimenticata), anche con cinque società private “aderenti”: Ferrovie dello Stato spa, Rete Ferroviaria Italiana spa, Fs Sistemi Urbani srl e Coima sgr. Le Fs avranno carta bianca e decideranno che cosa fare e che cosa costruire nelle aree, diventando le padrone di fatto, insieme a Catella, di una sorta di Pgt speciale, costruito su misura per loro. I ricorrenti sostengono che le Ferrovie non possono disporre delle aree, che erano demanio pubblico ed erano state concesse per il trasporto. Poi le Fs sono diventate una società di diritto privato, la concessione è diventata proprietà e ora Fs – e, per la sua parte allo Scalo Farini, Manfredi Catella – le usano per fare profitti privati. “È un esproprio al contrario”, commenta l’architetto Emilio Battisti, “terreni pubblici conferiti per il trasporto pubblico sono confiscati ai cittadini per farli diventare privati e metterli sul mercato”. Aggiunge l’architetto Sergio Brenna: “Il sindaco Sala lascia che sia una società privata, la Sistemi Urbani delle Fs, a decidere la grande trasformazione di Milano, che dovrebbe invece essere guidata dalla pubblica amministrazione nell’interesse dei cittadini”.

“L’accordo di programma firmato da Sala”, commenta l’avvocato Maria Agostina Cabiddu, che segue il ricorso di Italia Nostra, “è peggiorativo anche dell’accordo tentato con Fs molti anni fa dal sindaco Letizia Moratti con l’assessore Giorgio Goggi: quello non quantificava diritti edificatori, ma imponeva a Fs le bonifiche dei terreni e la costruzione a carico delle Ferrovie di una linea di metropolitana. Oggi l’accordo firmato da Sala concede diritti edificatori quasi doppi rispetto al Pgt e prevede che se le bonifiche si dovessero dimostrare troppo onerose, i diritti edificatori potranno essere trasferiti altrove”. Chi pagherà dunque le bonifiche, che si annunciano pesanti e costosissime?

Il fiume Sarno è grave, ma si può salvare

Caro Direttore,
ho letto con attenzione e commozione l’articolo da voi dedicato all’emergenza ambientale rappresentata dal fiume Sarno (“Le acque nere del Sarno, il più inquinato d’Europa”, di Giuseppe Carotenuto e Michela A. G. Iaccarino), e non posso nascondere il profondo senso di indignazione provato, lo stesso che mi trovo a dover leggere tra le righe di una inchiesta, ma più frequentemente negli sguardi dei tanti cittadini che ogni giorno incontro.

Persone che hanno visto la propria terra martoriata, stuprata per troppi anni e che vivono la rabbia e lo sconforto di non poter dare ai colpevoli dello scempio un nome e un volto. Peggio, questi cittadini si sono sentiti abbandonati dalle istituzioni, hanno spesso smesso di avere fiducia nello Stato. Lo scenario da voi descritto lascia trapelare proprio questo comune sentire, per troppo tempo chi ha la “sfortuna” di vivere in alcuni dei luoghi più inquinati d’Italia, si è sentito lasciato solo, ha sperato in un cambiamento che non è arrivato e, infine, si è arreso. Altri non l’hanno fatto, come le due donne eroiche che voi citate, Lia e Marilena, una titolare di un’azienda biologica e un architetto che hanno scelto di restare nella propria terra e lottare per cambiare le cose. Da queste esperienze, da questi esempi di tenacia e speranza abbiamo il dovere di ripartire affinché anch’esse non restino deluse.

Quella del Sarno è una delle principali emergenze ambientali del Paese, e sappiamo che il fiume è uno dei siti più inquinati d’Europa. Ma sappiamo anche che ha una grande e importante tradizione, una storia che non dobbiamo e non vogliamo dimenticare.

Oggi, dopo troppi anni di immobilismo, finalmente stiamo creando i presupposti affinché comuni, Regione, ministero, Autorità di Bacino e forze dell’ordine collaborino mettendo in campo tutte le risorse a disposizione e il rispettivo know-how per ridare dignità e futuro a questo territorio.

Proprio sul fiume Sarno abbiamo recentissimamente siglato un accordo di collaborazione operativa tra Autorità di Bacino distrettuale e carabinieri per la tutela ambientale; non parliamo di una intesa astratta ma operativa da subito, con verifiche sullo stato di tutti gli scarichi che sversano nei corpi idrici del bacino, una mappatura e schedatura degli scarichi e misure di controllo dei flussi di contaminazione.

Siamo inoltre intervenuti con la rimozione di rifiuti all’interno del canale artificiale Alveo Comune Nocerino, a ridosso della sezione di deflusso del ponte di via Marconi nel Comune di San Marzano sul Sarno. Sono solo i primi di una lunga serie di interventi necessari, mirati soprattutto alla rimozione e al conferimento in discarica di plastica e altri materiali che generano gravi problematiche ambientali, sociali e contribuiscono a elevare il rischio idraulico, in quanto le sezioni di deflusso degli attraversamenti risultano occluse dai rifiuti.

Sappiamo che tutto questo, dopo troppi anni di immobilismo, può purtroppo apparire ancora una goccia nel mare, ma credo fortemente nella possibilità che mi è stata offerta, ricoprendo il ruolo di Ministro dell’Ambiente, di restituire speranza ai cittadini e dignità al territorio. Il prossimo obiettivo sarà quello di interrompere completamente, da qui in avanti, i flussi di contaminazione nei corsi d’acqua. Chi per troppo tempo ha inquinato impunemente non avrà più vita facile, lo dobbiamo a chi si occupa di coltivare quei prodotti che, come i pomodori, sono un simbolo del nostro Paese che tutto il mondo ci invidia, una ricchezza troppo grande che non possiamo permetterci di perdere. Lo dobbiamo a Lia, a Marilena, a tutte le donne e gli uomini coraggiosi che oggi resistono e che meritano una risposta che per troppo tempo non hanno avuto. Lo dobbiamo ai nostri figli, oggi costretti a veder scorrere acque torbide, prima che sia troppo tardi, prima che perdano i sogni e la speranza.

 

 

“Autostrade ci chiedeva di correggere i report”

“Autostrade chiedeva di correggere e aggiornare la relazione eliminando le discrepanze”. Sono le 9:37 del 17 settembre quando davanti al gip si presenta Massimiliano Giacobbi. È il responsabile divisione esercizio e nuove attività di Spea, la società che si occupa dei controlli di sicurezza per Autostrade. Ma quella mattina, con l’interrogatorio di Giacobbi, si apre la crepa tra le due società dello stesso gruppo.

Pochi giorni prima era arrivata l’ordinanza del gip genovese che aveva portato ai domiciliari Giacobbi (Spea), Gianni Marrone (Aspi) e Lucio Torricelli Ferretti (Spea). Per altri tecnici e funzionari Spea e Aspi erano arrivate misure interdittive: Maurizio Ceneri, Andrea Indovino, Luigi Vastola, Gaetano Di Mundo, Francesco D’Antona e Angelo Salcuni. L’accusa è falso ideologico.

E davanti alle accuse dei pm e alle intercettazioni raccolte dalla Guardia di Finanza di Genova il fronte difensivo sembra spezzarsi. Tecnici e dirigenti di Spea e Autostrade cominciano a lanciarsi accuse incrociate. Parliamo della costola di inchiesta partita dall’indagine principale sul crollo del Morandi. I pm ipotizzano che, dopo il 14 agosto 2018, siano stati taroccati alcuni report sulla sicurezza dei viadotti. E chiedono a Giacobbi la sua versione dei fatti. Il dirigente Spea si difende: “Tengo a dichiarare che non ho mai commesso azioni che potessero compromettere l’incolumità pubblica per scopo di lucro. Non ho mai anteposto i miei interessi personali a esigenze di sicurezza”. Si parla in particolare del viadotto Paolillo, in Puglia: “Dal monitoraggio sulla stabilità emergeva che l’opera era difforme dal progetto… la struttura era meno performante”, è scritto nell’ordinanza del gip.

A preoccupare Autostrade pare fosse l’arrivo dell’ispezione dell’ingegner Placido Migliorino del ministero delle Infrastrutture, il “mastino” come lo chiamano alcuni indagati. Giacobbi, e qui la sua versione collima con quella di Autostrade, sostiene che l’opera era sicura. Che le condizioni del viadotto erano corrispondenti al collaudo compiuto in origine. Insomma, è la difesa di alcuni indagati, al massimo si tratterebbe di “un’omissione” per evitare grane con l’ispettore. Niente a che fare con la sicurezza.

Ma poi il dirigente di Spea aggiunge: “I miei collaboratori, tempestati dalla Direzione di Tronco (di Autostrade, ndr) chiamavano me. La Direzione di Tronco… faceva pressioni affinché venisse rivista la relazione” perché, secondo la linea difensiva, si riferiva a una situazione di fatto non più esistente. E qui Giacobbi aggiunge: “Autostrade chiedeva di correggere e aggiornare la relazione eliminando le discrepanze. Ci siamo sempre opposti, trattandosi di documentazione ufficiale”.

Non è l’unico dipendente di Spea a scaricare Autostrade. Il 18 settembre viene sentito dal gip Lucio Ferretti Torricelli. Il responsabile dell’ufficio opere d’arte autostradali di Spea dichiara: “La direzione era stata portata a conoscenza della difformità riscontrata tra progettazione e realizzazione e aveva richiesto l’emissione di una nuova relazione in sostituzione della precedente in cui si omettesse questo dato. Come si evince dalle intercettazioni io non ero d’accordo”. Anche altri dipendenti di Spea sposano la linea.

Sul versante opposto ecco i dirigenti di Autostrade. Come Luigi Vastola, all’epoca dei fatti responsabile operativo del Tronco di Bari: “Non volevamo che Migliorino rilevasse quella presunta discrasia per non fare una figuraccia. Comunque il ponte è sempre stato sicuro”.

Ma gli interrogatori degli indagati toccano l’inquinamento probatorio. Il gip nell’ordinanza scrive: “Lo zelo della società durante le indagini si è tradotto in attività di bonifica dei pc, nell’installazione di telecamere per impedire l’attivazione di intercettazioni e nell’utilizzo di disturbatori delle intercettazioni”.

Giacobbi la ricostruisce così: “Quando ho letto l’ordinanza, nella parte in cui si parla di inquinamento probatorio, sono rimasto molto scosso… l’avvocato Andreano (non indagato, ndr), mio difensore, ha proposto di installare nei nostri locali dei disturbatori… per una questione che quando mi fu esposta non capii… per tutelare la riservatezza dei colloqui. Banalmente l’avevo trovata un’idea da accogliere. La società non ha opposto alcun diniego”.

“Meglio la Lega, il M5S è contro i detenuti”

C’è una pagina del decreto di perquisizione del segretario di Avellino della Lega, Sabino Morano, indagato nell’operazione “Partenio 2.0” per voto di scambio politico mafioso, che andrebbe letta per chi sta animando il dibattito tra favorevoli e contrari all’ergastolo ostativo. È l’intercettazione ambientale di un colloquio in carcere a Voghera del 28 giugno 2018 tra l’ex consigliere comunale di Avellino della Lega, Damiano Genovese, indagato per lo stesso reato (ma è ai domiciliari da qualche settimana perché gli hanno trovato a casa una pistola), e il padre Amedeo Genovese, fondatore del clan Partenio, recluso con fine pena mai al 41 bis per omicidio e associazione camorristica.

Quattro giorni prima, c’è stato il ballottaggio delle Amministrative 2018, ha vinto il M5S, sindaco Vincenzo Ciampi, un’anatra zoppa, ha solo cinque consiglieri e cadrà miseramente sfiduciato qualche mese dopo per non aver allargato il monocolore pentastellato ad altre forze politiche. Genovese jr, accompagnato dal fratello Antonio, informa il padre di essere stato eletto.

Damiano: Ho vinto, stiamo al Comune!

Amedeo: Hai vinto… va bene… (…) ma coi 5 Stelle? No?

Damiano: Andiamo insieme a loro… Io però sto con la Lega…

Amedeo: È meglio la Lega… la Lega sta più sopra… (…)

Damiano: (…) Però ad Avellino hanno vinto i Cinque Stelle…

Amedeo: A me Di Maio non mi piaceva! Di Maio… eh… a parte che tutti e due stanno contro i detenuti. Però non fa niente!

La conversazione prosegue con alcune considerazioni politiche: Damiano dice al padre che “ora ci serviamo noi” al sindaco per fare la maggioranza, il fratello suggerisce che “Sabino” e altri del centrodestra “devono attaccare, attaccare a De Mita pesantemente”. Il padre ascolta. Il figlio, peraltro, gli ha portato i saluti di “Costantino”. Si tratta di Costantino Giordano, sindaco di Monteforte Irpino, di professione gommista, eletto con una lista civica, per un periodo vicino a De Mita nell’Udc. Ed ecco il succo della storia del figlio di un boss che aveva scelto la Lega per fare politica “nel segno della legalità ma senza rinnegare mio padre”, come disse al momento della candidatura, e di un’inchiesta del pm della Dda di Napoli Henry John Woodcock che invece proverebbe che quei legami con la camorra non sono recisi.

Ieri 250 carabinieri hanno eseguito 23 misure coercitive perché il clan Partenio si era riformato e negli ultimi mesi aveva messo a ferro e a fuoco Avellino, tra bombe, sventagliate di mitra contro casa Genovese, un’aggressione a un assessore della giunta nata con le nuove elezioni, e alcune auto incendiate. Quelle di Morano, imprenditore, candidato sindaco del 2018, distrutte ad agosto vicino casa sua, furono disposte misure di tutela.

Damiano Genovese – si legge nelle carte – avrebbe utilizzato la forza del clan e in particolare il lavoro dei fratelli Pasquale e Nicola Galdieri (indagati per associazione camorristica) con lo scopo di raccogliere voti per Morano. Che, in una telefonata, era stato informato dalla viva voce del consigliere delle sue dinamiche camorristiche.

Il tutto ad Avellino, dove durante i summit i camorristi si baciavano in bocca, spiati dalle telecamere nascoste. Clan “Nuovo Partenio”, vecchie pratiche: usura, estorsioni, il controllo criminale delle aste giudiziarie (Genovese è indagato anche in questo filone). Gli arresti sono coincisi con la visita di Conte. “È davvero una bella notizia – ha detto il premier – il governo non abbassa mai la guardia”.

Tesei la moralizzatrice e la lista con gli uomini di Pop Spoleto

Nel suo tour permanente, Matteo Salvini va ripetendo che il prossimo 27 ottobre ci sarà “la festa della Liberazione dell’Umbria” da quel “sistema clientelare” rappresentato dal Pd che qui ha governato negli ultimi quarant’anni prima di essere travolto dall’inchiesta “Sanitopoli”. Per riuscirci e dare una prima spallata al governo giallorosa, il leader della Lega ha lanciato Donatella Tesei con l’obiettivo di “rinnovare” e “cambiare” l’Umbria. Eppure, prima di promettere il rinnovamento, Salvini dovrebbe guardare in casa propria e nello specifico alla lista “Tesei Presidente” che – insieme a Lega, FI, FdI e Umbria civica – sostiene la candidatura della senatrice leghista.

È qui che si trovano alcuni nomi legati al vecchio sistema della Banca Popolare di Spoleto, il più grande istituto di credito umbro il cui consiglio di amministrazione fu sciolto dalla Banca d’Italia nel 2013, dopo una serie di ripetute ispezioni e l’apertura di numerose inchieste della Procura locale. Gli ispettori di Palazzo Koch avevano rilevato, come si legge nel report del febbraio 2013, “gravi anomalie di governance”, con “un’accesa conflittualità degli organi aziendali” e “una incontrollata e imprudente condotta operativa”. Da qui il commissariamento e l’indagine della Procura locale sia nei confronti dei vertici (i reati andavano dall’associazione a delinquere all’appropriazione indebita fino alla bancarotta), ma anche del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e di altri sette amministratori e vigilanti per il passaggio, nel 2014, di Bps al Banco di Desio e della Brianza. Alla fine saranno tutti archiviati: per i giudici non ci sono reati, ma nel frattempo l’istituto è passato di mano e i 21mila soci che lo controllavano attraverso la coop Spoleto Servizi si ritrovano in mano azioni che non valgono nulla.

Proprio in quel cda che viene sciolto da Banca d’Italia nel febbraio 2013 da un mese siede Donatella Tesei, di professione avvocato e sindaco di Montefalco, che sostituisce il presidente di Confcommercio Umbria, Aldo Amoni. Tesei, che non è mai stata coinvolta in alcun modo nell’inchiesta della Procura di Spoleto, è uno dei membri cooptati nel nuovo cda dopo le dimissioni forzate dell’allora dominus Giovannino Antonini – arrestato poi con l’accusa di corruzione in atti giudiziari – e l’ulteriore rimpasto di fine 2012 in seguito alle ispezioni di Bankitalia.

Tesei entra nel board a inizio 2013, ma Palazzo Koch un mese dopo opera lo stesso lo scioglimento perché ritiene che anche il nuovo cda non soddisfi le richieste di pulizia rispetto alla gestione Antonini.

Nella sua lista però la Tesei ha anche inserito un altro nome legato a Bps: Marcello Nasini, entrato nel 1975 nella banca prima di diventarne vicedirettore generale e poi dg fino al 2003. Ma prima di farsi eleggere sindaco di Torgiano (Perugia), Nasini dal 2004 al 2007 resta consigliere e membro esecutivo della Bps. Anche lui, è bene specificarlo, non è mai stato coinvolto nelle inchieste giudiziarie.

Ultima ma non ultima,va citata la capolista della lista “Tesei Presidente” è la sindaca di Scheggino Paola Agabiti – moglie del presidente di Confindustria Terni Gianmarco Urbani ed erede dell’ex presidente di Bps Bruno Urbani – che potrà contare alle urne pure sui buoni rapporti con Eros Brega, braccio destro dell’ex segretario Pd arrestato nell’inchiesta Sanitopoli Gianpiero Bocci. Alle Regionali del 2015 a Scheggino, Brega prese 200 voti su 500 abitanti: un trionfo.

Un assist a Tesei è arrivato anche da un nome fuori dalle sue liste ma che viene sempre dal mondo di Bps: Giorgio Raggi, ex presidente di Coop Centro Italia e fino al 2009 vicepresidente della banca di Spoleto. “Perché dovremmo votare Bianconi?”, ha chiesto l’uomo della “cooperativa rossa” in una lettera aperta al Corriere dell’Umbria indirizzata al commissario regionale del Pd, Walter Verini.

M5S, ritorno al futuro. Le parole e i codici dell’era giallorossa

Le parole per dirlo, o per riconoscersi. Aggiornate e riviste. Lo stato delle cose nei Cinque Stelle che hanno dieci anni d’età lo raccontano anche i loro termini e codici, il lessico del Movimento che muta come Zelig, in fuga da un passato breve che a guardarci dentro sembra lungo come due o tre vite. Dalla prima legislatura tutta opposizione, intransigenza e urla, al governo da contratto con la Lega, fino all’ultima incarnazione sospesa tra eresia e redenzione, la maggioranza giallorossa. “Siamo cambiati” non poteva che riconoscere Beppe Grillo dal palco di Italia5Stelle a Napoli. E certe parole assieme a loro: (ri)emerse nella festa.

Civici Civici erano e con i civici torneranno. Nel comizio di chiusura Luigi Di Maio si è aggrappato all’aggettivo: per tenere a bada il Nicola Zingaretti che pretende un’alleanza di centrosinistra ora e ovunque, e pure per salvarsi un po’ l’anima. “Quelle nelle Regioni non sono alleanze, al limite patti civici” ha assicurato il capo politico. Spiegato meglio, sono accordi che prevedono un candidato governatore terzo, un non politico libero di scegliersi la sua giunta come si è deciso in Umbria. Un modello che Di Maio vorrebbe ripetere anche nelle altre Regioni che corrono verso le urne. L’ultimo confine prima del salto definitivo, della coalizione con i dem. Ma la distanza con le origini è già un oceano. Basta rileggersi i post con cui Grillo nel 2008 lanciava le liste civiche a 5Stelle nei Comuni: “Molti mi hanno chiesto di fare un partito. Ma il partito siete voi, non qualcun altro”.

(Non più) contro Mentre argomentava che con i dem per ora è solo fresca convivenza e non un matrimonio, Di Maio si è fatto una domanda e si è dato una risposta: “Molti mi chiedono: ‘Dobbiamo smettere di parlare contro il Pd?’. E io rispondo che non ha senso continuare a parlare male degli altri invece di pensare a quello da fare”. È la consegna del capo, lo stesso che appena qualche settimana fa strepitava contro il partito di Bibbiano. Però adesso serve altro, servono toni bassi, toni di governo, e con i dem bisogna usare la “prova dei voti” come la chiama Di Maio, cioè fare il tassello ai compagni di viaggio sui provvedimenti da approvare. Ma niente morsi, non sono in tinta con il M5S che vuol essere “ago della bilancia”, la formula che il ministro ripete da tempo come un esorcismo.

Elevato (o Joker) L’Elevato è sempre lui, il fondatore che si è ripreso il pallino del gioco, Grillo. Ieri, a festa ancora calda, ha ricordato in un post che lui è qualcosa di più rispetto ai suoi e a tutti gli altri: “L’Elevato è un individuo eccezionale che possiede autorità sull’uomo comune. Altrimenti parliamo solo di politici, non di Elevati”. Il senso è che guarda più lontano, Grillo. Prosaico in un altro post, dove ripete che la strada è quella e porta a sinistra: “Di fronte alle grandi sfide globali cosa volete che importi se qualcheduno è incazzato perché adesso siamo alleati con il Pd! È soltanto debolezza, soltanto pensiero rivolto alle proprie piccole botteghe”. E lo aveva già declinato in mille modi ad Italia5Stelle, spazientito. Innanzitutto nel video di introduzione all’intervento di sabato, in cui si è mascherato da Joker. E con il trucco in faccia ha detto ciò che pensa: “La politica e l’economia fanno piani, voi pensate al clima e andate in bicicletta. Ma io non faccio piani, io sono il caos, che poi è la vera democrazia”. Di persona e senza cerone, Grillo ha randellato: “Col Pd, siamo col Pd vi lamentate. A fanculo vi ci mando io”. Elevato, ma insomma.

Organizzazione Non averla era un cromosoma: niente struttura per il non partito con un non Statuto. Ma a Di Maio le negazioni non piacciono, e di occuparsi di tutto, giura, si è stufato: “Ora che siamo al governo, non possiamo più permetterci di non avere un’organizzazione”. Così arriveranno 12 “facilitatori” nazionali e decine di referenti regionali. Arriverà la struttura, a imitare senza ammetterlo i partiti di una volta. Perché anche la politica vive di corsi e ricorsi storici, quelli di cui parlava un filosofo proprio di Napoli.

Scissione È un incubo finora di cartapesta, ma nel M5S qualche giorno fa si erano allarmati a prescindere, e avevano mosso qualche big per fiutare l’aria. Niente e nessuno da fermare, il responso. Da Napoli Di Maio ha volentieri smentito: “La scissione esiste solo per certi giornali”. Il malumore raccontato da certe assenze di peso alla festa (Barbara Lezzi, Giulia Grillo, Gianluigi Paragone) invece c’è, tutto.

Umbria D’accordo, dopo le urne del 27 ottobre sarà una parola già scaduta. Ma non potrà mai essere il passato remoto, perché le Regionali in Umbria saranno uno snodo, il test per capire se l’alleanza giallorossa può attecchire anche nei territori come antidoto a Matteo Salvini. Ergo, comunque vada la pietra di paragone sarà quel luogo di sei lettere.

Vaffanculo Vedi alla voce Elevato. Di Maio il vaffa vorrebbe confinarlo nell’oblio, ma Grillo su quella parolaccia ha costruito l’impossibile. Logico che abbia voglia di ripeterla, lui che Di Maio non è.

Il premier uno, trino e pure democristiano: Conte acclamato dai figli della Balena bianca

Ma che ci fa il premier Giuseppe Conte al Teatro Gesualdo di Avellino a omaggiare con una lectio magistralis il centenario della nascita di Fiorentino Sullo, il più giovane costituente della storia, il cattolico riformista autore di una storica legge sull’edilizia economica e popolare, ma anche un notabile della vecchia Dc irpina dei baciamani e dei codazzi di questuanti, un democristiano che si logorò in una lotta di potere interno con un altro avellinese più forte di lui, Ciriaco De Mita? Le risposte sono due.

La prima ce la offre nel discorso di introduzione il deputato di FI Gianfranco Rotondi, irpino eletto in Abruzzo, presidente della Fondazione Sullo (che custodisce il simbolo dello Scudocrociato). “Caro Conte – dice Rotondi, che infatti il 19 ottobre non scenderà in piazza contro il governo – l’abbiamo invitata da professore universitario in un periodo in cui non era certa la permanenza nel suo incarico. Non nascondo che abbiamo fatto qualcosa per conservarglielo, e se sarà necessario torneremo a farlo in futuro”.

Quando parla al plurale si riferisce forse ai signori un poco anzianotti seduti in prima fila. Rotondi infatti è riuscito a radunare secoli di storia democristiana irpina: Gerardo Bianco, Nicola Mancino, Giuseppe Gargani, Ortenzio Zecchino e lo stesso Ciriaco De Mita, avvolto nella fascia tricolore di sindaco di Nusco. Mentre la platea è uno strano mix di ultragiovani e pensionati: studenti chiamati a ripassare la Costituzione e nostalgici della Balena Bianca coi capelli bianchi e i reumatismi. I primi sembrano poco entusiasti, ma seguono con attenzione. I secondi saltano in piedi per una standing ovation a chiusura del discorso dell’88enne Bianco, parole che fatichiamo a ricordare.

La seconda risposta al perché sia stato sceneggiato il film “Gianfranco, Peppino e i democristiani” arriva da un altro democristiano a 24 carati, seduto affianco a Gargani, il sindaco di Benevento, Clemente Mastella: “Conte è un meridionale come noi. Uno che è concavo e convesso al tempo stesso, che sta pensando all’ultimo miglio, quando probabilmente si staccherà da Di Maio e fonderà un soggetto politico proprio, come in passato i suoi predecessori Monti e Dini. È un moderato e quindi è naturale che ci presti attenzione”.

A questo punto una bella tessera Dc a Conte ci starebbe bene. “Una tessera per Conte? Non ce l’abbiamo nemmeno noi per le ragioni che sono note”, sorride Rotondi. Un accenno alle guerre legali che hanno imposto di mettere il simbolo in freezer. Poi gli auguri a Conte citando Aldo Moro. Il premier apprezza. E finalmente, la lectio magistralis di Conte con due ore di ritardo. Sottolineando il contributo dei cattolici alla Costituente, Sullo e la sua legge sull’edilizia “come un progetto equo e solidale, come si direbbe nel linguaggio di oggi”.

Poco prima dell’intervento, a una domanda sulla sua ‘democristianità’, Conte aveva risposto: “Mi descrivete democristiano, grillino, di sinistra. Io ho le mie idee, punti di forza che porto avanti nel segno di un nuovo umanesimo, poi se lei vuol descrivermi come un democristiano faccia pure”. Non pareva offeso.

Manovra, buco di 2 miliardi e lite 5Stelle-Pd su Quota 100

La situazione è, per così dire, un déjà vu di quanto già sperimentato con il governo gialloverde. A meno di 24 ore dalla scadenza, all’appello della manovra mancavano oltre 2 miliardi. E per questo l’approvazione del Documento pubblico di bilancio (Dpb) – che contiene il quadro delle misure della legge di Bilancio 2020 – previsto per ieri è slittato a oggi. Va inviato a Bruxelles entro mezzanotte. Il Consiglio dei ministri è fissato per le 21, ma al momento non c’è accordo tra i giallorosa. Lo scontro, in sostanza, si può riassumere così: per finanziare il taglio del cuneo fiscale, caro al Pd, il Tesoro ha messo in campo una serie di tasse e una stretta su Quota 100 che per i 5Stelle è indigeribile. L’esito è stato l’ennesimo rinvio con annesse bordate tra i due alleati a mezzo stampa.

Il quadro è questo. La prima manovra del Conte 2 vale 29 miliardi, di cui 23 per sterilizzare gli aumenti automatici dell’Iva. Le coperture vere – al netto di un minimo in più di disavanzo e risparmi sul costo del debito – ammontano a 14 miliardi, di cui 7 cifrati alla voce “lotta all’evasione fiscale”. Recuperarli è vitale se il governo si vuole presentare con le promesse minime fatte finora: il taglio del cuneo fiscale, appunto; l’abolizione del superticket sanitario e gli incentivi per chi usa i pagamenti elettronici (tema particolarmente caro al premier Giuseppe Conte), oltre a confermare 2 miliardi di aumenti per la sanità e il rinnovo del contratto del pubblico impiego.

Tutto è nato dalla bocciatura dell’ipotesi – studiata dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e avallata da Conte – di incassare quasi 5 miliardi rimodulando le aliquote Iva. Il no è arrivato da 5Stelle e Italia Viva di Matteo Renzi, che hanno proposto invece di rinviare del tutto il taglio del cuneo fiscale. Per il Pd, invece, la misura è “irrinunciabile”, come ha ribadito ieri Dario Franceschini. Vale 2,7 miliardi nel 2020, quando partirebbe da luglio, e il doppio nel 2021. Nei giorni scorsi i dem hanno rilanciato, chiedendo di portare la cifra a 3 miliardi quest’anno, anticipando la misura di 1-2 mesi. Ieri Gualtieri ha incontrato i leader di Cgil Cisl e Uil. L’ipotesi è di agire sul bonus 80 euro di Renzi, allargando la platea (oggi prevista per i redditi tra 8 e 26 mila euro). A spanne in busta paga i lavoratori coinvolti dovrebbero ricevere al massimo 40 euro in più mensili. Dove trovare però i soldi?

Qui nasce lo scontro. I tecnici di Gualtieri hanno recapitato ieri a Palazzo Chigi la lista delle “coperture”. Una buona parte arriva da un’estensione monstre (9 mesi) delle finestre temporali per aderire a Quota 100 (l’uscita pensionistica anticipata). Vale quasi mezzo miliardo nel 2020. Il Pd è d’accordo, Italia Viva è addirittura per abolire del tutto la misura pensionistica, fortemente voluta dalla Lega. I 5Stelle sono invece contrari, e hanno trovato la sponda di Conte. Il premier, a quanto filtra, ha chiesto al Pd di rinunciare da anticipare il taglio del cuneo fiscale. A essere contrari sono anche i sindacati.

Sono però tutte le coperture trovate dallo staff di Gualtieri a vedere contrari i 5Stelle. La più odiata è la tassa da 6 euro mensili sulle schede cellulari prepagate “business” (cioè quelle dei contratti aziendali) oggi in mano a quasi 5 milioni di persone. La misura vale 380 milioni. Altri 590 milioni arriverebbero sempre dal comparto imprese, eliminando la detassazione del fringe benefit per le auto aziendali a uso “promiscuo”. Circa 200 milioni arriverebbero dallo stop al regime forfettario Iva (la mini flat tax al 15% per redditi fino a 65 mila euro) per chi ha beni strumentali oltre i 10 mila euro o assume un dipendente con reddito fino a 20 mila euro. Alla lista si aggiungono poi una tassa sugli imballaggi e l’eliminazione delle detrazioni per i redditi oltre i 120 mila euro. I 5Stelle si sono messi di traverso, anche perché a bilancio ci sono già tagli a detrazioni e spesa pubblica per 3,5 miliardi. “Non vogliono aumentare gli stipendi per salvare Quota 100”, attaccano dal Pd.

Al momento le certezze, illustrate ieri ai sindacati al Tesoro, riguardano l’abolizione del superticket sanitario, che partirebbe da luglio (vale 380 milioni) e l’aumento da 85 euro mensili per il rinnovo del contratto degli statali (una parte delle risorse, però, va ancora trovata).

Nessun aumento degli stanziamenti, per ora, per scuola e università. L’altra certezza riguarda gli incentivi all’uso dei pagamenti elettronici, per cui si sta assai spendendo Conte, con un pressing continuo sui tecnici del Tesoro: per ora ci sono 1,5 miliardi per finanziare una detrazione annuale del 19% per chi paga con carta nei settori a rischio, dai ristoranti all’idraulico.

Nel dubbio, grande calma: oltre 3 anni solo per sapere se ci sarà un processo

Se gli studenti universitari di giurisprudenza delle università romane ieri fossero stati all’udienza Consip davanti al Gip non avrebbero perso il loro tempo.

Il Giudice per le Indagini Preliminari Gaspare Sturzo, dopo avere rigettato nei mesi scorsi la richiesta di archiviazione nei confronti di Tiziano Renzi per il presunto traffico di influenze con Alfredo Romeo, Italo Bocchino e Carlo Russo, aveva rinviato all’udienza di ieri per vederci chiaro. Ieri è arrivato un nuovo rinvio all’8 novembre. Per conoscere la soluzione del caso giudiziario, mediatico e politico che ha tenuto banco dal 2016 a oggi, il caso Consip, però probabilmente dovremo attendere ancora.

Con tutta probabilità, solo nel 2020 sapremo se Tiziano Renzi vada prosciolto, come hanno chiesto un anno fa (un anno fa!) i pm Paolo Ielo e Mario Palazzi o se il Gip intenda ‘sorpassare’ l’accusa. Molto probabilmente l’8 novembre il Gip potrebbe rinviare ancora per approfondire le singole posizioni.

Il caso è esploso nel dicembre 2016 con il passaggio del fascicolo da Napoli a Roma. Molte energie dei Carabinieri del Nucleo di Roma sono state impiegate per investigare sugli originari investigatori, cioé il pm napoletano Henry John Woodcock e i Carabinieri del Noe Gianpaolo Scafarto e Alessandro Sessa. Poi un altro anno è passato dalla richiesta di archiviazione per Tiziano e compagni.

Il gip Sturzo ha avuto molto tempo per studiare le carte e ieri poteva fare quattro cose: 1) obbligare i pm a formulare l’imputazione coatta contro Renzi sr;

2) chiedere ai pm di fare nuove indagini;

3) dare l’archiviazione;

4) allungare i tempi con un rinvio che magari sarà seguito da un nuovo rinvio.

La soluzione prescelta è stata la quarta. Ieri si è capito che la richiesta di archiviazione di Tiziano e quelle di altri indagati per reati diversi andranno affrontate in udienze diverse. Con tempi più lunghi.

Agli studenti presenti i professori avrebbero dovuto allora spiegare che il caso risale a quando c’era Renzi jr al Governo e il M5s era all’opposizione. E che se fossero state in vigore le ‘leggi-bavaglio’ volute da Governi di destra e sinistra del passato oggi non sapremmo quasi nulla. Perché i giornalisti, impossibilitati a informare, avrebbero dovuto lasciare l’unica parola sul caso ai magistrati. Con i tempi e gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti.

I nostri studenti immaginari avrebbero poi potuto vedere un’altra scena istruttiva sugli effetti della giustizia nella realtà. Se invece di sentire le lezioni teoriche sulla procedura penale fossero stati presenti ieri nel palazzo di giustizia avrebbero visto passare a pulire i corridoi le divise rosse della Romeo Gestioni. La Romeo, infatti, continua a pulire gli uffici del palazzo di giustizia, compresa la Procura, comprese le stanze dei pm di Roma Ielo e Palazzi, proprio quelli che hanno chiesto per Romeo l’arresto e il processo per corruzione di un funzionario Consip.

A quel punto i professori avrebbero dovuto spiegare che nel 2014 (5 anni fa) la Consip ha bandito la gara più grande d’Europa: 2,7 miliardi di euro per pulire tutti gli uffici pubblici. Nella vecchia gara Romeo aveva vinto il lotto di Roma centro, quello del Tribunale. Nella gara che stava per essere assegnata nel 2017 invece Romeo avrebbe perso quel lotto. La gara nuova è stata stoppata anche per le diverse indagini su Romeo e su altri imprenditori che gareggiavano. Risultato: Romeo mantiene in prorogatio l’appalto delle pulizie, anche degli uffici dei suoi investigatori.

Cosa è successo nel mezzo? Nel dicembre 2016, con la graduatoria provvisoria già fatta, la Procura di Napoli indaga Romeo. L’imprenditore campano sarà arrestato il primo marzo 2017 per corruzione del funzionario Marco Gasparri e ora è sotto processo mentre Gasparri ha patteggiato. Romeo è stato indagato per traffico di influenze con Tiziano Renzi e i pm per questo reato hanno chiesto l’archiviazione. I nostri studenti immaginari ieri avrebbero capito che in Italia più che la presunzione di innocenza vale la certezza della lentezza.

Il mistero “UTHL”: un fantasma dietro l’Air Force Renzi

Parafrasando una frase celebre di Winston Churchill riferita alla Russia, si può dire dell’Air Force di Matteo Renzi che “è un rebus avvolto in un mistero che sta dentro a un enigma”. Più si cerca di far luce su quell’affare dai contorni stralunati e più si scovano stranezze. Si scopre, ad esempio, che perfino la proprietà originaria di quell’aereo è misteriosa, avvolta nel fumo di una sigla: UTHL. Si sa per certo che Etihad, la compagnia dell’Emiro di Abu Dhabi fornitrice di quell’Airbus 340/500 con un leasing (affitto) del valore superiore di circa 26 volte il valore dell’aereo stesso, a sua volta gestiva in precedenza quel jet tramite un leasing. E che prima di chiudere l’affare con l’Italia, Etihad ha riscattato quello stesso leasing per diventare proprietaria del velivolo e che ha preso questa decisione in seguito a un’esplicita richiesta proveniente dall’Italia, in particolare da parte di chi a Palazzo Chigi stava trattando la partita. Anche se non è chiaro il motivo di una richiesta del genere, dal momento che lo Stato italiano avrebbe poi firmato il contratto di leasing non con Etihad, ma con Alitalia.

La cifra mostruosa dagli italiani a Etihad

Fatto sta che Etihad ha sostenuto a suo tempo di aver effettivamente riscattato, cioè comprato, l’aereo. Il passaggio di proprietà e la sigla UTHL risultano effettivamente nei registri aeronautici dei certificati di proprietà degli aerei. Trattandosi di leasing e di riscatto, a logica UTHL dovrebbe essere un lessor, cioè un soggetto, una società che per mestiere tratta aerei e li dà in affitto o li vende alle compagnie aeree di tutto il mondo. UTHL si sarebbe fatto riscattare da Etihad l’aereo di Renzi a fronte del pagamento di una somma di denaro. Presumibilmente a UTHL o ad essa più altri sono stati girati i 25 milioni di dollari (quasi 23 milioni di euro) o una parte di essi sborsati da Alitalia a Etihad a titolo di “prepagamento del leasing operativo” e documentati da una fattura che Il Fatto ha pubblicato nell’edizione del 2 ottobre.

Questa, almeno, è la spiegazione fornita dal capo della flotta Etihad, Andrew Fisher, ai rappresentanti del ministero dei Trasporti italiano, allora guidato da Danilo Toninelli, nel corso di un incontro riservato che si tenne il 9 agosto di un anno fa all’hotel St.George di via Giulia a Roma di cui Il Fatto ha già dato in precedenza notizia.

Ma la faccenda è strana. In quanto commercianti, anche se di un prodotto particolare come gli aerei, i lessor hanno tutto l’interesse a farsi conoscere dai potenziali clienti. Normalmente qualsiasi lessor al mondo si presenta con un sito su Internet, si fa pubblicità, spiega bene come e dove si trova, fornisce i contatti, spesso espone e descrive la merce in offerta. UTHL no. Nonostante tutte le ricerche condotte con l’ausilio di chi conosce bene la materia, di UTHL non c’è traccia e non risulta neanche ci sia un’autorizzazione a operare riferita a quella sigla.

Le mancate promesse di chiarimento degli arabi

Ma allora chi o che cosa è UTHL? Il Fatto ha rivolto questa semplice domanda a Etihad e ha inutilmente aspettato una risposta per quasi una settimana. Nonostante i reiterati solleciti da parte del giornale e le ripetute promesse di chiarimento da parte dei rappresentanti della compagnia araba, anche in forma scritta, nel momento in cui scriviamo non è ancora arrivata una riga di spiegazione.

Di fronte al muro di silenzio di Etihad, bisogna necessariamente ricorrere alle ipotesi per cercare di spiegare che cosa in realtà può essere questo o questa UTHL e quale ruolo può aver giocato nella strampalata storia dell’Air Force di Renzi. La prima ipotesi riguarda proprio il silenzio della compagnia araba: se non avesse avuto niente da nascondere riguardo all’acquisto dell’aereo da UTHL, Etihad non avrebbe dovuto avere reticenze di sorta a fornire le informazioni adeguate al Fatto.

Cosa si nasconde dietro quella strana sigla?

Se non è successo, vuol dire che c’è qualcosa da nascondere. Ma che cosa? Sempre per ipotesi si può ritenere che questa UTHL non sia mai esistita. O meglio, che magari esista sulla carta, ma sia una semplice sigla e che dietro ad essa non ci sia niente. E che quindi l’aereo di Renzi fosse di proprietà di Etihad già prima della comparsa di questa UTHL. E che questa UTHL sia solo una parent company, una specie di scatola, un cassetto di Etihad. Un mistero nel mistero. Di sicuro la vicenda dell’aereo di Renzi è uno dei capitoli dell’inchiesta più ampia che la Procura della Repubblica di Civitavecchia sta conducendo sulla bancarotta Alitalia.