Renzi sr., la decisione slitta. Bocchino ricusa il giudice

C’è un ostacolo che bisognerà superare affinché il giudice Gaspare Sturzo possa decidere sulla richiesta di archiviazione di Tiziano Renzi, accusato di traffico di influenze in un filone dell’indagine Consip. A creare l’intoppo – che potrebbe ritardare la decisione sul padre dell’ex premier e su altri – un atto di ricusazione contro Sturzo depositato ieri dai legali di Italo Bocchino, in passato consulente dell’imprenditore Alfredo Romeo. Anche nei confronti dell’ex parlamentare c’è una richiesta di archiviazione dall’accusa di traffico di influenze, ma per i suoi avvocati non può essere Sturzo a decidere. Per due ragioni: la prima riguarda alcuni riferimenti a Bocchino finiti nell’ordinanza di misura cautelare emessa nei confronti di Romeo il 27 febbraio 2018 e firmata proprio da Sturzo. Il giudice infatti aveva disposto il carcere per una vicenda di corruzione di un ex dirigente della Consip (per questi fatti l’imprenditore, libero dopo 168 giorni tra cella e domiciliari, sta affrontando un processo in primo grado).

Per i legali dell’ex parlamentare, quindi, i passaggi di questa ordinanza in cui si fa riferimento a Bocchino “sono tali da anticipare la decisione che verrà presa”. L’ex deputato, per esempio, viene definito come “uomo di punta di Romeo nel rapporto con enti pubblici e sistema politico e dell’alta burocrazia” o come il “facilitatore” degli interessi dell’imprenditore. Ma c’è un altro motivo citato nell’atto di ricusazione: risale al 2012 quando il giudice – nipote di Luigi Sturzo – si candida alle Regionali in Sicilia per il partito Italiani Liberi e Forti, Ilef, che si ispirava al messaggio del fondatore del Partito Popolare. Secondo la difesa di Bocchino su un blog che appoggiava Ilef c’erano affermazioni (non scritte da Sturzo) poco carine nei confronti di Bocchino. Tra una decina di giorni potrebbe arrivare il provvedimento della Corte d’appello sull’atto di ricusazione, che intanto ha avuto un primo effetto ieri: l’udienza Consip, fissata per iniziare ad ascoltare le parti per le quali la procura ha chiesto l’archiviazione, è slittata all’8 novembre. Tra le posizioni che si discutono quindi c’è quella di Tiziano Renzi. Il padre dell’ex premier era accusato di traffico di influenze con il suo amico Carlo Russo. I pm però nel corso dell’indagine cambiano impostazione: si convincono che Russo quando faceva accordi con l’imprenditore Romeo, offrendo in cambio influenze sui vertici Consip, millantava all’insaputa di Tiziano Renzi. Così Russo è stato accusato di millantato credito (il 3 ottobre è arrivato il rinvio a giudizio), mentre per il “babbo” è stata chiesta l’archiviazione, rigettata però da Sturzo. Nei prossimi mesi il gip (qualora non venisse sostituito) può decidere di archiviare, ordinare l’imputazione coatta o chiedere ulteriori indagini.

Oltre a Renzi e come detto a Bocchino, Sturzo dovrà decidere sulla richiesta di archiviazione per il reato di rivelazione di segreto contestato all’ex ministro Luca Lotti e al generale Emanuele Saltalamacchia (entrambi sono stati rinviati a giudizio per favoreggiamento). Come pure è stata chiesta l’archiviazione per una turbativa d’asta di cui erano accusati Russo e Romeo.

Intanto la Procura ha depositato il ricorso contro la decisione di un altro giudice, il gup Clementina Forleo, che il 3 ottobre ha prosciolto Gianpaolo Scafarto, il maggiore del Noe dei carabinieri accusato di falso, rivelazione di segreto e depistaggio. In 22 pagine i pm spiegano perché Scafarto debba andare a processo. A cominciare dall’accusa di aver attribuito volontariamente a Romeo la frase “Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato” quando era stata pronunciata da Bocchino. Per la Forleo era un errore involontario finito nelle informative. “Non si comprende” – scrivono i pm nel ricorso – perché quando queste circostanze sono finite sui giornali, Scafarto “non abbia rettificato o non abbia riferito agli uffici di Procura l’erroneità”.

Soluzione Amici Miei

Da quando ha fondato il partitucolo-ossimoro Italia Viva, Renzi si sveglia ogni mattina con un cruccio: come finire nei titoli dei tg della sera e dei giornali dell’indomani. E, siccome i giornalisti sono prevedibili, si regola così: dire sempre l’opposto degli alleati, nella speranza che quelli gli rispondano e monti la polemica. Faceva così anche Salvini e per un po’ funzionò: tutti rincorrevano ogni sua flatulenza verbale o social per esaltarla o esecrarla, e la gente lo scambiava per il padrone del vapore. Così, essendo inabile al lavoro, non combinava una mazza e guadagnava voti, mentre gli altri lavoravano da mane a sera e ne perdevano. Ora Matteo-2 lo copia, sperando che vada bene anche a lui. In queste ore, per dire, sta cercando qualche “vip” da esibire alla Leopolda, come se la politica fosse il Grande Fratello Vip o Temptation Island Vip. Infatti, anziché a una squadra di esperti di politica, si affida a Lucio Presta. Ma, per sua sfortuna, ha un decimo dei consensi di Matteo-1. Che, quando ricattava il Conte-1, aveva la pistola carica: puntava alle elezioni, che avrebbe stravinto. Invece la pistola di Renzi è scarica: il suo sogno di un nuovo governo senza Conte non avrebbe i voti dei 5Stelle; ergo, se rovesciasse il Conte-2, si andrebbe al voto (sempreché i cosiddetti “renziani” siano disposti a sbullonarsi dai loro seggi sicuri per non rivederli mai più). E lì l’unione M5S-Pd si batterebbe alla pari col centrodestra, trattando Renzi per quello che ormai è: un pelo superfluo che difficilmente supererebbe la soglia del 3% (tipo Bonino).

Infatti, dopo le scaramucce iniziali, Conte ha preso a ignorarlo, almeno in pubblico. E così dovrebbero fare M5S e Pd, lasciando ai giornaloni e al solito Vespa il giochino dei due Matteo, che cercano sponde sui media perché nel Paese contano ormai come il due di picche a briscola. Noi, fatta salva la cronaca dei fatti, ci regoleremo con Renzi come il Sassaroli, assistito dal Mascetti, il Melandri, il Perozzi e il Necchi, consigliava al Melandri di fare per liberarsi della sua insopportabile “ex” Raffaella e dei due mocciosi: “Diagnosi: tu una donna così non la reggi. Cura: scàricala”. “Ma come faccio?”. “Te ne vai piano piano, andiamo. Shhhh”. “Ma come la affronto?”. “E che te frega? Te ne vai e non ti fai più vedere”. “Ma loro come fanno?”. “Via, bella com’è un altro bischero lo trova subito”. “Ma io l’amo!”. ”Queste son cose secondarie, senza importanza. Poi ti passa. Anch’io ho sofferto come un cane, per quasi tre quarti d’ora…”. Renzi esiste solo perché ne parlano i giornali e i talk. Che però ne parlano perché qualcuno gli risponde. Il trucco è non rispondergli più. Lasciarlo lì a parlare da solo.

Libro dei Guinnes: il fascino del freak, business da record

Il maggior numero di “Vittorie Reali” ottenuto giocando a Fortnite Battle Royale – 509 – usando un Quadstick manovrato con la bocca; la racchetta da ping pong più grande del mondo, 3,53 metri di altezza e 2,02 d’altezza (idonea alla competizione, visto che non ci sono limiti). Ancora: l’adolescente con i capelli più lunghi del pianeta – 170,5 cm –, il veicolo umanoide più grande (un robot giapponese di oltre 8 metri per 4), infine l’hula hoop più largo, 5,18 m di diametro. Sono solo alcuni dei record del nuovo Guinness World Records 2020, appena uscito per Mondadori. Anche se a dire il vero, il reale primato è soprattutto quello delle vendite: 143 milioni di libri venduti nel mondo in 40 lingue, 2 milioni solo l’anno scorso, per non parlare dei 638 milioni di minuti visti su Youtube (Guinness fa anche video) e dei social network seguiti da milioni di persone. E poi ci sono i record certificati, 53.000 fino ad oggi, 8.000 solo l’anno scorso dopo un’indagine fatta su 47.000 richieste.

Quella del Guinness World Records, uscito per la prima volta nel 1955, è una vera macchina da guerra, con uffici in tutto il mondo e un notevole indotto (format tv, diari scolastici, giochi, ma anche collaborazioni con aziende che magari usano i record per farsi pubblicità). Chi, però, vuol vedere il suo primato certificato deve fare una certa fatica: ci sono dei costi e le regole sono strette. Tanto per fare un esempio, record alcolici non sono presi in considerazione così come quelli relativi a nutrire animali: insomma, inutile bersi trenta birre in un minuto o cercare di ingozzare un animale a più non posso.

Nonostante norme e divieti, però, le richieste continuano ad arrivare a migliaia, così come non calano i lettori: il fascino del gigantesco, specie se legato al cibo (proprio a Latina lo scorso 16 settembre è stato creato un profiterole da 430 chili da Guinness), così come l’attrazione verso l’inverosimile – vedi la lezione di yoga di cani più grande del mondo con 270 animali, o il raduno più grande di persone vestite da elefante – ipnotizzano ancora le vecchie come le nuove generazioni. E tutto ciò nonostante gli eccessi abbiano il sapore degli anni Ottanta e nonostante alcuni record, o prestazioni aspiranti al record, siano pure poco ecosostenibili: vedi lo stufato di carne da 4,7 tonnellate della città brasiliana di Uberaba o il pennello da trucco con 780 diamanti da un milione di dollari, creato da un’ingegnera moldava che evidentemente non aveva altro di meglio da fare.

Insomma, il Guinness World Records, forse, dovrebbe essere un libro vintage: eppure resiste. Segno forse del fatto che, anche in tempi di sobrietà, la mente umana ha bisogno di visualizzare gli eccessi, il kitch, il non–sense. Come se la follia di alcuni rendesse più sopportabile la nostra ordinarietà. Come se sapere che esiste gente che si prende la libertà di coltivare l’insensato ci ricordasse che il mondo non è solo, almeno non sempre, necessità.

Via i meridionali dalla guida dei bus: “Non sanno il tedesco”

No agli autisti del Sud Italia sui bus della Val Venosta. È scritto in un’interrogazione presentata in consiglio provinciale a Bolzano dalla lista Süd-Tiroler Freiheit (Stf), quella di Eva Knoll, pasionaria sudtirolese. E subito in Alto Adige – o Sud Tirolo, a seconda della prospettiva da cui si guarda – è scoppiata la polemica. Un problema mai sopito, quello del bilinguismo, nella provincia di Bolzano che oggi è anche un modello di convivenza tra comunità. Dove, però, gli steccati diventano benzina per la politica.

Tutto è cominciato quando, mesi fa, le ferrovie hanno avviato i lavori di elettrificazione della linea che percorre la Val Venosta. I treni sono stati sostituiti da bus. E i conducenti sono in gran parte italiani. “Veniamo quasi tutti dal Sud”, racconta uno di loro: “È già capitato in passato quando sono stati compiuti lavori in Val Pusteria. Passiamo mesi in Alto Adige dove ci porta il lavoro che in Sicilia non si trova”. Parlate tedesco? “No. Hanno reclutato noi perché di sudtirolesi disposti a guidare un bus pare non se ne trovino”. Ma la Stf, riferisce l’Alto Adige, ha presentato un’interrogazione sulla “presenza di autisti del Sud Italia che non sanno il tedesco e si ostinano a parlare in italiano sui bus sostitutivi tra Malles a Silandro”.

Discriminazione? “No – giura la Stf – gli autisti non conoscono il territorio e non sanno il tedesco che parla la maggioranza della popolazione e dei turisti”. In Val Venosta chi parla italiano non supera il 5%. Vale anche sull’altra sponda. A luglio un primario dell’ospedale San Maurizio è stato cancellato dall’albo dell’Ordine dei medici bolzanino perché non parlava italiano. Una bugna che, come racconta il consigliere Verde Riccardo Dello Sbarba, “è stata sanata con la nuova legge provinciale che prevede la possibilità di iscriversi agli ordini professionali anche quando si conosca solo il tedesco, purché si eserciti soltanto in provincia di Bolzano”.

Resta l’obbligo del patentino di bilinguismo per chi venga assunto dal pubblico (ci sono cinque anni di tempo per imparare le due lingue). Un problema anche di offerta di lavoro. Vale per le professioni più qualificate – come i medici – e per quelle che richiedono meno titoli; per esempio chi assiste gli anziani nelle case di riposo. I bolzanini non bastano per soddisfare la domanda. Ed è forse malinconico che per i lavori più qualificati ci si rivolga verso Germania e Austria, mentre per gli altri si punti all’Italia. Ma ogni volta si rispolvera la questione identitaria che cova sotto la cenere. Era successo per i toponimi italiani che si vogliono cancellare da mappe e sentieri. Mentre è dei giorni scorsi la notizia che in alcune leggi l’espressione “altoatesino” è stata sostituita con “della Provincia di Bolzano”. I partiti sudtirolesi più estremi arrancano (sono scesi da 9 a 4 seggi) e si aggrappano alla causa linguistica. A Bolzano città il 75% della popolazione parla italiano. Ma basta seguire le strade della vicina Val Sarentino e il 98% degli abitanti parla solo tedesco. Difficile perfino chiedere informazioni. Pur essendo in Italia, un italiano rischia di sentirsi più straniero che in Norvegia.

Scuola, la spina dorsale dell’Italia che annaspa: “L’istruzione ci salverà”

Dolce è l’Arno che scivola verso il rosazzurro del tramonto. Belli i giovani che sciamano verso la sera pisana, in una esplosione di allegria collettiva. E sollievo speciale è vederli avendo alle spalle un convegno che ti ha fatto benedire la cultura e l’università in cui viene prodotta. È successo questo: per la prima volta sono stati dei dottorandi a promuovere, anziché essere chiamati a frequentare, un convegno scientifico. Sono stati quelli di Scienze politiche di Pisa a chiamare a raccolta docenti e ricercatori su partecipazione e sicurezza, conflitto e mutamento. Un’atmosfera di sfida frizzante, quasi da birichineria intellettuale, da “ora ci proviamo noi”.

Si discute del significato che ha assunto il concetto di sicurezza nelle culture e nei tempi. Di disordine e identità nel tumultuoso e infido scenario nordafricano. Del rapporto tra conflitto, partecipazione e sicurezza nella nostra storia repubblicana; e di quello strano ma sconvolgente “conflitto senza partecipazione” nell’Italia sfidata dal terrorismo o dalla mafia insorgente dei corleonesi. Temi densi, che attraggono gli sguardi dei giovani. Ma arrivano anche i temi su cui gli stessi dottorandi stanno lavorando, trattati in seminari specialistici davanti a platee più ristrette. Quello a cui partecipo mi porta a incontrare e discutere, tra gli altri, due lavori. Uno è di Marco Antonelli, tra i promotori della giornata, leader dell’antimafia sociale nella provincia di Spezia.

Marco ha occhi e barba da furetto anarchico. Parla della mafia nei porti, mette a confronto Genova e Gioia Tauro. Racconta la logistica e le alleanze criminali, i traffici e le infiltrazioni, il ruolo delle istituzioni e il volume degli affari. L’altro lavoro, ormai quasi concluso, è di Emilia Lacroce, una trentenne calabrese di cui il “Fatto” si occupò anni fa. E studia la lotta ingaggiata sulle parole intorno all’inchiesta Mafia–Capitale, che lei insiste a chiamare con il nome originario “Mondo di mezzo”.

Una lotta dura, palmo a palmo, parola per parola – politici e intellettuali, magistrati e giornalisti –, a seconda che si volesse sostenere o demolire l’inchiesta. Il lavoro è vasto, raffinatissimo, entra nelle pieghe del rapporto tra giustizia e semantica. Davanti a lei un ascoltatore speciale, uno dei protagonisti dell’inchiesta, l’attuale procuratore di Roma Michele Prestipino. Che, entusiasta della relazione, ammette a porte chiuse che l’espressione “Mafia Capitale” ha in effetti costituito a suo tempo una vittoria della stampa sul vocabolario della Procura.

Talenti che avanzano, vien da pensare, in un Paese che per infiniti decenni ha espresso su questi argomenti quantità industriali di dilettantismo. Ma non si fa in tempo ad accarezzare il ricordo di questa giornata liberatrice che subito ne arriva un’altra a dire che qualcosa di davvero profondo e generoso continua a vivere nel grande corpo della società italiana. Accade a Salò, la città della Repubblica mussoliniana, nell’istituto superiore “Cesare Battisti”, dove si riuniscono scolaresche di indirizzi diversi, compresi folti drappelli di ragazzini delle medie inferiori. L’incontro fa parte di un progetto che va sotto il nome di “Legami leali”, e che mette insieme più di 20 comuni del lago di Garda in una grande impresa di sensibilizzazione antimafiosa di massa. Elisa e Paolo ne sono tra gli artefici più appassionati. Centinaia di giovanissimi spettatori per vedere il celebre film di Pif, La mafia uccide solo d’estate, e per discuterne dentro un programma che prima li ha portati a studiare, e poi li porterà a vedere spettacoli teatrali e a visitare 4 beni confiscati.

I numeri e le differenze d’età in platea lasciano presagire chiacchiericci e sbadigli festosi. Invece, sotto la guida di Mattia, non vola una mosca, i visi sono assorti, anche i piccini prendono appunti, come si vorrebbe – giuro – che fosse nel Parlamento e nei Consigli comunali. Insegnanti, funzionari e amministratori locali, operatori sociali, quasi non credono a quel moto di impegno collettivo di cui sa il cielo se vi sia bisogno in un’area turistica concupita da tutte le organizzazioni criminali. Maria Luisa Orlandi, preside pugliese dell’istituto di Gargnano, racconta che dei bambini le hanno detto che vogliono andare al teatro, anche se dista un’ora e mezzo da Tremosine, il loro paese. Me ne vado convinto che, qualunque scandalo accada, grazie alla scuola l’Italia ha una spina dorsale che le permette di non inginocchiarsi. Ed è una bella sensazione.

Mr Dyson, le auto non sono aspiratori

Seppure qualcuno le utilizzi e le consideri alla stessa stregua, le automobili non sono elettrodomestici. E non ci si improvvisa costruttori, solo perché nel proprio campo si è i numeri uno. Un concetto che non necessiterebbe di troppe spiegazioni. Se non che la smania di onnipotenza, a intervalli regolari, contagia chi nel suo core business non ha l’auto, ma decide comunque di costruirne una perché pensa di avere in mano la tecnologia giusta. Era successo a un colosso come Apple, ingolosita dal potenziale giro d’affari dei veicoli a guida autonoma ma poi costretta a un dietro front sull’hardware, salvo dedicarsi solo al software. Succede ora all’eclettico (si dice così, per non dire altro) James Dyson, il papà degli aspirapolvere senza sacchetto: qualche tempo fa decise che l’auto elettrica sarebbe stato il suo futuro dato che di batterie e affini se ne intendeva, mettendo al lavoro 500 specialisti in una struttura dedicata nel Regno Unito. Una sorta di think tank il cui compito era porre le basi per la futura produzione, probabilmente in una fabbrica di Singapore. Pochi giorni fa, invece, è arrivato il colpo di spugna: “Nonostante i nostri ingegneri abbiano disegnato un’auto fantastica, e tutti gli sforzi fatti in fase di sviluppo, non vediamo un modo per renderla sostenibile dal punto di vista commerciale”. Oltre a sottovalutare le difficoltà di progettazione, l’impaziente inglese ignorava pure che di elettriche se ne vendono pochine. E di solito la gente le compra nelle concessionarie. Perché l’auto non è un aspirapolvere, signor Dyson.

Goa Pik-up Plus, è arrivata l’alternativa esotica

Quel che nel resto del mondo è una tipologia di veicoli ben nota e utilizzata, in Italia è forse ancora poco diffusa nonostante i passi avanti fatti nelle immatricolazioni. Parliamo dei pick-up, che da noi rientrano tra i veicoli commerciali omologati nella categoria N1. Tra questi, ce n’è uno per così dire “esotico”, visto che lo producono gli indiani di Mahindra: è il Goa Pik-up Plus, e punta tutto su robustezza e rapporto qualità/prezzo.

Il nuovo modello, arrivato sul mercato in estate e migliorato con 51 aggiornamenti, ha un cassone dalla portata utile di 995 kg per la versione a doppia cabina e 1.195 kg per quella a cabina singola, entrambe spinte da un 2.2 turbodiesel 16 valvole da 140 cavalli con cambio manuale a sei marce e trazione integrale con ridotte inseribili elettronicamente.

Oltre al design, un grosso lavoro è stato fatto negli interni, con dotazioni in linea coi gusti degli utenti europei, che vanno dall’infotainment gestibile con schermo touch al climatizzatore automatico, passando per i sistemi di assistenza alla guida come il cruise control. Tornando a quanto detto sopra, ovvero il rapporto qualità/prezzo, va specificato che la filiale italiana ha deciso di spingersi ancora oltre un listino già di per sè competitivo, accordando ai propri clienti fino alla fine dell’anno un ulteriore sconto di 1.000 euro per le versioni 4×4. Il che significa che il single cab scende a 17.880 euro, mentre il double cab a 18.500 euro, con in più la possibilità di accedere a un finanziamento leasing, con rateizzazione di 48 mesi ed estenzione gratuita della garanzia fino a 5 anni o 150 mila chilometri.

A lungo termine. Il noleggio è a quota 1 milione

A oggi il noleggio a lungo termine si sta affermando come la formula vincente per quasi un milione di italiani, che scelgono di rinunciare all’auto di proprietà pur di contenere le spese. A determinare la crescita di questo settore sono soprattutto le scelte delle aziende verso una gestione delle flotte con tale formula. Ma non manca anche chi, tra i privati, sceglie questa soluzione. Il rapporto del primo semestre 2019 che riporta Aniasa, l’associazione di Confindustria per la mobilità, mostra una crescita del 13% rispetto allo stesso periodo del 2018: significa che da gennaio a giugno 2019 i veicoli in flotta venduti con il noleggio a lungo termine sono stati 944 mila. Numeri che portano altri numeri, perché il giro d’affari stimato, per la prima volta, potrebbe superare i 3 miliardi di euro.

Tutto questo a fronte di un calo delle immatricolazioni dell’1% e di una situazione di crisi economica generale che sta attanagliando, inevitabilmente, anche il settore dell’automobile. E che si riflette, in questo caso, nel prolungamento dei contratti di noleggio e nella scelta dei veicoli: ciò vuol dire che il parco circolante è stagnante e che le auto predilette sono utilitarie e sempre diesel, pur se sensibilmente in riduzione quest’ultime. Riguardo proprio alla scelta dell’alimentazione, è chiaro che ci si senta condizionati fortemente dalle politiche locali, che hanno eletto di fatto il motore a gasolio come il nemico numero uno dell’ambiente. Anche i dati sul noleggio a lungo termine rivelano questo trend di “demonizzazione” per cui, seppure il diesel resti in assoluto la scelta più gettonata, rispetto allo stesso semestre del 2018 ha preso quasi 10 punti percentuali. Questione inversa, invece, per quanto riguarda la benzina, che passa da poco più del 16% al 25%.

Gli italiani scelgono sempre più le motorizzazioni a basse emissioni, quindi le ibride crescono del 9%, le elettriche del 42% e quelle a Gpl del 19%: in controtendenza, invece, le auto a metano, che perdono addirittura il 32%, ferme a 1.000 unità, contro le quasi 1.500 delle auto a zero emissioni. Quanto ai segmenti, in testa ci sono le utilitarie (+17% di veicoli e una quota oltre il 25% del totale delle immatricolazioni a noleggio) e il primato indiscusso, tra i modelli, è di Panda: seguono Clio, Ypsilon, 500 X e Renegade.

Se per le aziende si evidenzia la scelta di prolungare il contratto di locazione oltre i 36 mesi – fatto dovuto, spiega il rapporto di Aniasa, a un’indecisione politico-economica e alla necessità di contenere le spese – per i privati si registrano numeri interessanti, anche se in assoluto ancora esigui. I contratti hanno superato, infatti, quota 52 mila per una flotta che in appena due anni (nel 2017, 25 mila unità) è più che raddoppiata.

Il Tfr batte i fondi pensione, facendo però i giusti confronti

Continua senza tregua la campagna del Corriere della Sera contro il Tfr, con dati della società di consulenza finanziaria Consultique che proverebbero una supposta convenienza della “pensione di scorta”.

In effetti la realtà è ben diversa. Per cominciare il confronto base è fra Tfr e linee d’investimento garantite, perché tale è il Tfr. Che anzi è ancora più difensivo: non scende mai in termini nominali e gode di una forte protezione in potere d’acquisto. Risulterebbe quindi vincente comunque la classica e vetusta liquidazione: in dieci anni +22,9 per cento anziché +17,9 per cento.

Ma la vera forzatura è il confronto sbilenco fra le valorizzazioni meramente contabili di fondi pensione e Tfr. C’è infatti una differenza sostanziale fra avere una certa cifra nei primi o nel secondo, a tutto vantaggio di chi ha il proprio risparmio previdenziale in azienda o parcheggiato all’Inps. Le quote dei fondi sono valutate al prezzo di mercato dei titoli in essi contenuti, criterio ineccepibile per i valori mobiliari quotati. In un fondo 100 euro valgono appunto 100 euro e basta.

Tale criterio non si può trasferire tout court ad attività non quotate, quali le polizze vita rivalutabili, i buoni fruttiferi postali o appunto il Tfr. Una cosa è il valore di riscatto, altra cosa un’equa valutazione dell’investimento. Prendiamo chi riceve ora 100 euro, qualora riscatti buoni della serie Q. Se aspetta sette anni, ne incasserà invece 154. Logico quindi valorizzare il suo investimento non molto sotto tale cifra.

Analogo il discorso per il Tfr maturato e rivalutato, in virtù dei diritti che incorpora. Esso frutterà l’1,5 per cento annuo più il 75 per cento dell’inflazione, se positiva. Inoltre è garantita la stabilità del valore di rimborso. Tecnicamente si parlerebbe di una particolare opzione put continua. Per cui 100 euro liquidabili nel Tfr valgono di più, per altro in funzione della durata residua attesa. Poco di più, se vado in pensione fra un anno. Molto di più, se fra alcuni lustri. A fronte degli attuali rendimenti di mercato quasi nulli, per un giovane è ragionevole valutare il suo Tfr almeno un 20 per cento in più. Col che il risultato complessivo del Tfr negli scorsi dieci anni arriva al 47 per cento, maggiore di moltissimi fondi pensione.

Il futuro è tutto a favore del Tfr e contro la previdenza integrativa. Essa potrà anche aver reso bene in passato, ma ora le prospettive di rendimento sono nulle o quasi per la sua componente preponderante, cioè il reddito fisso in euro. E per gli investimenti conta il futuro, non il passato.

Isee, requisiti meno stringenti: dal 2020 (forse) precompilato

Requisiti meno stringenti, durata più lunga e dal 2020 in versione precompilata. Ecco le novità dell’Isee, il modulo che le famiglie devono presentare per ottenere le prestazioni sociali (assegni per la maternità, bonus famiglia e ticket sanitari ridotti) e le agevolazioni fiscali su asili, università, mensa e trasporti e, dallo scorso marzo, il reddito di cittadinanza. L’Isee fornisce, infatti, una valutazione della situazione economica delle famiglie, tenendo conto del reddito di tutti i componenti, del loro patrimonio e di una scala di equivalenza che varia in base alla composizione del nucleo familiare. A subire due modifiche – introdotte dal decreto Crescita – è l’Isee corrente, alternativo all’ordinario, che serve ad aggiornare redditi e trattamenti degli ultimi 12 mesi a fronte di un peggioramento o miglioramento delle condizioni economiche del nucleo familiare che causano una rilevante variazioni del reddito, come la perdita del posto di lavoro.

D’ora in avanti, per beneficiare dell’Isee corrente è sufficiente che si verifichi uno solo di questi requisiti: la variazione della situazione reddituale superiore al 25%; la fine o la riduzione del lavoro; l’interruzione di un lavoro nella pubblica amministrazione. Finora, invece, la riduzione o la cessazione dell’attività lavorativa doveva coesistere con la variazione del 25% della situazione reddituale. Le modifiche servono a non penalizzare quelle famiglie in cui un componente resta senza impiego, ma il reddito complessivo non cala di oltre un quarto del totale. Un esempio per capire meglio: se un componente di una famiglia finisce in cassa integrazione, ma il reddito complessivo non cala di oltre il 25%, si può comunque richiedere l’Isee corrente. Cambiano anche i tempi di validità del modello la cui durata viene estesa da due a sei mesi dal momento della presentazione della Dsu (vale a dire la dichiarazione sostitutiva unica che contiene le informazioni di carattere anagrafico, reddituale e patrimoniale necessarie a ottenere l’Isee), a meno che si verifichino ulteriori variazioni nel frattempo.

Una decisione presa per evitare un’inutile moltiplicazione dei rinnovi dell’Isee in assenza di variazioni. Secondo l’ultimo rapporto di monitoraggio Isee 2017, pubblicato lo scorso luglio dal ministero del Lavoro, emerge infatti che a fine 2017 su 6,2 milioni di Dsu presentate nel corso dell’anno – 550 mila in più rispetto al 2016 (+9,6%) e in crescita di 1,5 milioni rispetto al 2015 –, i moduli replicati rappresentano il 20% del totale, lo stesso dato del 2016. In altre parole, le famiglie sono state costrette a richiedere più volte il modello per ottenere diversi benefici. Un fenomeno in aumento causato dalla rivoluzione che ha subito l’Isee nel 2015 mirata a stanare i furbetti abituati a dichiarare senza scrupoli di non avere conti correnti e depositi bancari (mentre il 90% degli italiani ne ha almeno uno) pur di ottenere sconti.

Le nuove e più stringenti regole introdotte 5 anni fa prevedono, infatti, che solo una parte delle informazioni che devono essere presentate per richiedere l’Isee possa essere fornita dal soggetto richiedente. Le altre (cioè i dati anagrafici, reddituali e patrimoniali del nucleo familiare) devono invece essere inserite nella Dsu. Una complicazione che ha spinto le famiglie a prendere d’assalto le sedi dei Caf che per redigerlo gratis hanno sottoscritto una tariffa convenzionata con l’Inps (circa 10 euro a modello) che viene prorogata ogni anno. Insomma, un bel giro d’affari.

Certo, ci sarebbe anche la procedura online. Ma è complicatissima già dall’accesso, consentito ai soli soggetti in possesso di un Pin rilasciato dall’Inps, di una Carta nazionale dei servizi o di una identità Spid almeno di livello 2. Poi, superata questa fase, vanno inseriti i dati fiscali che vanno dalle case di proprietà agli affitti, dalla quota capitale residua del mutuo a conti correnti, buoni fruttiferi, fondi di investimento, certificati catastali degli immobili detenuti all’estero, passando per stipendi, assegni sociali, certificazioni della disabilità, ma anche i dati su automobili, moto o imbarcazioni detenute.

E anche se si guarda al debutto previsto dal 2020 per la Dsu precompilata (il primo annuncio è stato fatto nel 2017 pes essere via via rimandato), le aspettative non sono troppo rosee: nella prima fase molte informazioni saranno ancora autodichiarate, come è già successo con il 730 precompilato. Ma l’Isee è destinato comunque a subire modifiche. Durante il Conte 1, le senatrici 5 Stelle Tiziana Drago e Nunzia Catalfo (attuale ministro del Lavoro) hanno presentato una proposta di riforma dell’Isee – stampata solo in questi giorni – per “potenziare le agevolazioni fiscali“, aumentando prestazioni sociali, sanitarie e assistenziali per le famiglie numerose, che attualmente “risultano svantaggiate, a parità di reddito, rispetto ai single e alle coppie senza figli a doppia carriera”.