Quei (vecchi) bravi ragazzi nel confessionale di Martin

Fluviale, crepuscolare, definitivo. The Irishman di Martin Scorsese col trittico magister DeNiro-Pacino-Pesci mette un punto a capo al mafia movie. Che d’ora in poi deve fare i conti con un modo diverso di invecchiare, di ammalarsi e di morire. Tre ore e mezza che danno il senso ad anni di attesa: un viaggio a ritroso nelle (in)coscienze in sospeso di certi goodfellas, ringiovanirli all’occorrenza, rivisitarne i rapporti di amicizia, lealtà e mediazione.

Una riflessione elegiaca che pulsa a ritmi bradicardici come i cuori appesantiti dei protagonisti, e per questo lavora sul e nel Tempo come bene prezioso da conquistare e preservare.

Con una decina d’anni in progress fra letture e copyright del romanzo d’ispirazione – L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa (I Heard You Paint Houses) di Charles Brandt – l’incrocio degli impegni del cast stellare, ma soprattutto la raccolta del budget necessario – 140 milioni di dollari in gran parte dati alla Industrial Light & Magic per il ringiovanimento in CGI (computer generated image) dei protagonisti – The Irishman è stato a lungo “il bel sogno” di Marty e i suoi buddies. “Succederà davvero? Noi ci abbiamo provato, ed eccoci qua” ride il cineasta con De Niro e Pacino contagiati e divertiti come ragazzi alla conferenza stampa del 63° London Film Festival dove il film è in premiere europea come gala di chiusura.

Un’opera dalla giacenza tutt’altro che semplice, passata dalla Paramount a Netflix con la solita litania di polemiche messe subito a tacere da Scorsese, che parla da cineasta ma anche cultore della Settima Arte: “Quanto sta accadendo nel cinema grazie a Netflix e le varie piattaforme è una rivoluzione totale, quasi superiore all’avvento del sonoro, ma riguarda solo la fruizione non la forza narrativa: quella dipende dalla nostra capacità di raccontare le storie. Quanto al valore inestimabile della visione collettiva vi assicuro che i film uscirà anche nelle sale prima dello streaming, ed anzi spesso sarà contemporaneamente visibile in entrambe le modalità, sarà il pubblico a scegliere”.

Scorsese e De Niro (anche coproduttori del film) non potevano che benedire Netflix perché quel budget, diciamolo, solo il colosso dello streaming ha deciso di concederlo agli adorati ed ormai goldfellas: così The Irishman sarà visibile dal 27 novembre su Netflix con “finestre” nelle sale di selezionate nazioni – fra cui anche l’Italia – dai primi del prossimo mese, dopo l’atteso passaggio capitolino previsto il 21 ottobre alla Festa del cinema.

L’eredità spirituale di Quei bravi ragazzi è volutamente tangibile dalla prima sequenza, chiaro omaggio alla “Copa Shot” con la discesa negli inferi glamour di Henry Hill: ma qui la gioventù luccicante lascia spazio alla vecchiaia incipiente di Frank “the Irish” Sheeran (De Niro) il quale a un certo punto della vita ha scelto di confessare e confessarsi. Il pianosequenza attraversa i corridoi della casa di detenzione ospedaliera in cui l’anziano killer è rinchiuso: un percorso della macchina da presa già carico del simbolismo che nutre il lungometraggio nella sua dolente complessità.

E il tema della perdita è ambivalente perché riguarda sia le vite ammazzate – che passano regolarmente con cartelli – sia la memoria che di esse si conserva. Trattenere tale memoria significa per Frankie venire a patti con una coscienza mai del tutto consapevole: “Ma si può anche dichiararsi dispiaciuti senza sentirsi dispiaciuti”, lo ammonisce il prete che ne raccoglie la confessione.

D’altra parte The Irishmanè il film-confessione di una storia vera. Narrato in voice over dallo stesso Sheeran, ripercorre la sua esistenza dagli Anni 60 fino alla sua morte nel 2003: un sicario mafioso al soldo del boss Russell Bufalino (Joe Pesci da Oscar) ma anche “affiliato” al sindacato del corrotto Jimmy Hoffa (Al Pacino), colui che “nei 50 era famoso come Elvis e nei 60 più dei Beatles” nonché noto avversario del clan Kennedy.

A un certo punto, nel 1975, Frankie deve far fuori Jimmy, al quale era sinceramente affezionato come del resto lo era di Bufalino.

Perché Sheeran aveva la speciale dote di piacere a tutti, con semplicità e poche parole ispirava fiducia e amicizia in chi incontrava: egli era l’amico di reciproci nemici, e per questo il suo destino è stato quello di sopravviver loro, di seppellirne i fantasmi.

Il cinema si è già occupato di Hoffa (ad esempio, Danny De Vito diresse Jack Nicholson in quel ruolo nel 1992 su sceneggiatura di David Mamet), ma il lavoro fatto da Scorsese sceneggiato con Steven Zailian è di un’altra “pasta” e “portata”, oltre che dell’assunzione di Sheeran come punto di vista: la ricognizione storiografica dello sfondo (i vari cadaveri eccellenti da JFK a Luther King e la rivoluzione cubana passano in tv) attraversa il tempo ma soprattutto i volti dei protagonisti, intossicandone le anime e i destini criminali, facendo emergere l’oscurità ancestrale più che la violenza efferata e volgare, così frequentata dal cinema (e tv) sulla mafia italo-americana, il primo Scorsese incluso.

Ma questa non è certo una colpa, semplicemente “a 40 anni si fanno film diversi, oggi la riflessione sulla vita è declinata su altri orizzonti”.

Fotografato dal talento di Rodrigo Prieto, montato da quello della sodale Thelma Shoonmaker, The Irishman è un’opera che resta negli occhi ma anche nelle orecchie, affollandole di silenzi eloquenti. Seppur con alcuni tratti di stanchezza qua e là – ma la perfezione non piace a nessuno – è un racconto esemplare sul tramonto e le derive umane con attimi di sublime (certi sguardi di un assoluto Bob DeNiro…) che non ci scorderemo.

Che diavolo ci sto a fare io… Qua!

Non è senza una profonda soggezione che faccio il mio ingresso nel tempio della voce. Oggi, dopo una trafila di quattrocento ore trascorse ad assistere, rigorosamente in piedi, che pure uno sgabello dove poggiare le terga è un privilegio riservato a pochissimi, sto per iniziare il mio primo turno di doppiaggio. Ho ascoltato in silenzio brusii e borborigmi, intonazioni e fonazioni, per giorni, settimane, mesi, ho mendicato provini e prove, mi sono massacrata le corde vocali alla disperata ricerca del sink, mai trovato, ci ho messo il cuore nonostante gli sguardi ostili e le arie indifferenti dei doppiatori, e finalmente sono Qua, in sala. Ovunque risuonano voci meravigliose, pronunce e timbri perfetti: il doppiaggio italiano è il migliore del mondo. Inizio con i Simpson e il mio ruolo è quello di un’oca. Una battuta. Breve, succinta, significativa. “Qua!” L’ho studiata tutta la notte fino a impaperarmi nel senso vero del termine. Il cuore mi batte mentre mi avvicino al microfono, non so se ce la faccio. Il direttore al di là del vetro mi dice che bisogna fare presto, e mi fa incidere subito. Parte l’anello, il timer avanza inesorabile, e… “Qua” sussurro timida. “Più timbro!” mi dice. La rifaccio, prendo aria e…” QUA!” – “Cosa urla, è solo un’oca mica un aquila…”. Riprovo piena di titubanze, col viso in fiamme e l’autostima sotto le scarpe: “Qua, qua”– “Non si aumenti le battute signorina, deve dire solo un qua!”. I colleghi ridono infingardi e io mi sento una merda, ma alla fine ce la faccio e la butto là… “Qua” – “ Oooh, finalmente… cosa ci voleva…”. Fine del mio primo e ultimo turno. Esco dalla sala con la convinzione di non entrarci mai più e mi scaravento al cinema a vedere un film, in versione originale, con dei bei sottotitoloni al posto del doppiaggio. Titolo: “La vera storia di Qui, Quo, Qua”.

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Il Diario della capra 2020. L’autore è Sgarbi, o no?

Voi acquistate una copia del Diario della capra 2019–2020, agenda–diario composto da Vittorio Sgarbi (Baldini e Castoldi Editore ) con allegre (e anche belle) illustrazioni di Staino, e incontrate a ogni pagina sguardi di severi eremiti, pazienti presenze di santi fatti venire dalle migliori cappelle, citazioni in quotidiana sequenza, molto grandi (i caratteri) o molto piccole (la frase, l’autore o la stampa) ma sempre di buona famiglia letteraria o storica.

Avete in mano il primo Libro della capra, pensate che vi siete dotati di materiale prezioso di conversazione. E vi apprestate a imparare gradatamente qualcosa da ricordare per ulteriore citazione dal nuovo libro di Sgarbi, che con l’impertinenza tipica del critico d’arte, apre e chiude continuamente finestre o sul bello che non è noto o sul noto che spiazza e disorienta, perché sembra (sembra) fuori posto. Cominciamo di qui. La scelta dell’autore è di usare come manifesto da condividere e ammirare sia lo stupore del nuovo (o del bello in quanto appena scoperto per il lettore) sia l’usato come insidiosa trappola per le capre.

Come tutti sanno, le capre sono, nelle performance scritte e orali di Sgarbi, il suo nemico prediletto. Lo irritano perché non afferrano. Frequenteranno il libro, che è chic, si penseranno destinatarie, e invece sono protagoniste. È un’astuta cattiveria che lo Sgarbi buono subisce dallo Sgarbi cattivo. Lo Sgarbi buono, per intenderci, è quello capace di lasciare passare, in una serata tv, l’intera riflessione di una giovane e determinata senatrice 5 Stelle. Lo Sgarbi cattivo addenta l’intellettuale con la testa piccola con più gusto del grande nemico politico.

I due Sgarbi hanno lavorato bene, insieme, in questo libro e di quella che avrebbe dovuto essere un’originale “agenda” e “diario” per appunti, memoria, attese, è venuto fuori un thriller. Infatti il sospetto che angeli, santi, madonne bellissime e citazioni deliberatamente spiazzanti, siano messaggi di qualcosa, si insinua con forza nella esplorazione.

Se il lettore è innocente e non conosce almeno uno dei due Sgarbi, invece del sospetto di “agenda a chiave” con preannunci misteriosi, si godrà la bellezza, un po’ lieta e un po’ austera, delle pagine che suggeriscono tutto di una giornata. Pensa di trovare un programma e trova le stazioni di un viaggio che sta per cominciare. E allora il lettore comincia a sospettare che ci siano più di due Vittorio Sgarbi. Il Diario della Capra, a suo modo, è l’appunto per una enciclopedia minima del bello, del diverso, del sorprendente, del noto che non era noto (non visto così). Insomma si va via incuriositi e contenti, sicuri di avere incontrato un gruppo indaffarato di autori che usano tutti il solo nome di Vittorio Sgarbi. Come Wu Ming,

5G, la tecnologia plasma il futuro: l’umanità è un’appendice superflua

Andate a cercarvi su YouTube lo spot Tim–5G. Il futuro. Insieme è il titolo. Dura un minuto esatto, meno della lettura di questo articolo e quel poco di tempo, in due storie parallele di due ragazze – un matrimonio e un intervento chirurgico – dipana il significato delle infinite potenzialità date all’uomo nell’epoca compiuta della tecnica. Tutto quello che si può fare nell’evoluzione del digitale, il superamento del virtuale nell’inverarsi di un robot che da ogni lontano può fare qualsiasi cosa – anche il trapianto di un cuore – trova il suo romanzo in questo piccolo film fatto di commozione, emozione e felicità. E trova anche il suo manifesto che è appunto il significato di cotanto significante: il futuro è già il nostro presente.

Nessuna meraviglia che si prenda a pretesto un “carosello” di pura propaganda commerciale, la tecnica sopravanza qualunque cautela perché questa, allo stesso modo della natura, è “indifferente” agli sbocchi istituzionali ed etici, figurarsi quelli del mercato. I giga sono solo pretesti della poiesis, il far emergere ciò che è ancora da venire. Anche Vodafone, in questi giorni, attraverso il 5G ha “dimostrato” la possibilità di un’applicazione chirurgica per via remota e digitale, il destino dell’uomo si dispiega nello spazio dell’assoluto, la nostra giornata è il dì di festa e lo stesso protagonista del film Tim – un padre di famiglia, colto dalla macchina da presa nel giorno di gioia – non è un attore ma tra i medici è uno dei più ammirati al mondo per la sua abilità e le sue competenze di robotica.

È il professor Francesco Musumeci, cardiochirurgo in forza all’ospedale San Camillo di Roma. La sceneggiatura lo racconta mentre durante la funzione sacra risponde a un’emergenza. La partitura di Camille Saint–Saens – la colonna sonora – fa il resto, ovvero, nell’impasto di umanesimo e tecnologia esalta il sentimento di una sfida: realizzare l’impossibile, fare del futuro il nostro presente e di ogni, distanza – appunto – un traguardo. Quel che sembra fantascienza è già scienza. C’è da fare un trapianto, il professore sta vivendo un suo momento intimo e specialissimo – il matrimonio della propria figlia – e però la tecnologia arriva in soccorso. Andate dunque a vederla la scena: il professore posiziona lo smartphone sulla balaustra di una bifora in pietra affacciata sul mare, quindi inforca un visore e intorno a lui si squaderna in olografia la camera operatoria su cui “effettivamente” può intervenire ed ecco: l’opera è compiuta. Sul visore, e sulla scena, batte vivo un cuore. La ragazza distesa sul tavolo operatorio è circondata da donne e uomini in camice. Sono tutti grati e sorridenti della felice riuscita dell’intervento, resta da fare la cucitura e il chirurgo in collegamento dalla sala – è una donna – mentre esce per dare notizia ai parenti della paziente può dire al professore: “Grazie, continuiamo noi”.

Il professore rientra in chiesa, afferra la mano della moglie in una stretta tutta di amore mentre lo sponsale si conclude nel sì e negli evviva. Il lieto fine sovrappone due fotogrammi – il cuore trapiantato e i tanti cuori ex voto cui porgono omaggio i due sposi – e i fatti della vita, allora, come quelli della morale, della scienza trasformano l’ovvio sentimentalismo di tutto ciò che è umano nel sovrappiù dominante della tecnica. Continua sempre lui, per tutti noi, il futuro. È già il nostro passato.

Napoli, fascino irresistibile e suscettibile: “Il pane è nato in Egitto o sotto il Vesuvio?”

 

Gentile Selvaggia, ho riletto (per la terza volta) il suo articolo riguardo Napoli, sul Fatto Quotidiano del 10 ottobre. Volendo, può fare di questa mia un grazioso aeroplanino di carta e farlo volare dalla finestra del suo ufficio. Voglio innanzitutto sottoporre alla sua attenzione l’assenza di alcune tesserine indispensabili per completare il coloratissimo puzzle che ha composto insieme a talune inesattezze. Gravissimo tra le mancanze è l’oblio cui Ella ha condannato, nell’ordine: il caffè al Gambrinus, la zuppa di pesce di Ciuffiello, la sfogliatella di Pintauro e, sopratutto, il mandolino. Quattro cavalieri di altissimo valore, come e più intrepidi di quelli dell’Apocalisse e degli eroi di Dumas che come tutti sanno nacque a Napoli e non in quell’oscuro paesino d’Oltralpe. Come del resto quell’Enrico Bello che i nostri cugini, nella loro mania di francesizzare ogni cosa, ricordano come Henri Beyle e che, nella loro stravaganza, va a capire perché, vollero tramandare ai posteri col nome di Stendhal. In quel poker di eroi mitici il mandolino è D’Artagnan; che non era un moschettiere del re ma l’attore Tiberio Fiorillo, napoletano, noto per aver creato la maschera di Scaramuccia che i francesi, con la solita prosopopea nazionalista, vollero chiamare Scaramouche. Fin qui le mancanze. Tra le inesattezze, invece, la più clamorosa è quella che Ella fa crescere il pomodoro a Monte di Procida mentre, come sa bene Erri De Luca, è nato a Monte di Dio. Anche se quelli di Montesanto e di Montecalvario ne rivendicano (almeno dal ‘600) la paternità. Per non dire del pane che – in questo ha ragione – non è stato affatto inventato in Egitto ma a Panis Coculi (Panecuocolo) l’attuale Villaricca nella zona a Nord di Napoli e offerto, per piaggeria, al palato di Tutankhamon dagli alessandrini di quel paese che avevano una fiorente colonia a ridosso dell’Università, intorno a piazzetta del Nilo, che prende il nome dalla loro memoria. D’altro canto che quegli ignobili mercanti, immigrati avanti lettera, fossero dei ruffiani lo sapeva bene Nerone; che nelle sue tournée non mancava mai di offrire loro, in cambio della loro entusiastica (e falsissima) claque, un pezzo di pane (di Panis Coculi ovviamente) condita con salsa di pesce salata e fermentata. Al di là comunque del poco commendevole escamotage di Nerone per strappare applausi (che come tutti sanno fu battezzato Matthaeum), bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. E riconoscere all’imperatore piromane che l’amore per la musica a Napoli si deve a lui. E non come raccontano le tante storie apocrife a quelle mezze cartucce – Pergolesi, Bellini, Donizetti, Rossini ecc. – che qui ebbero la malaugurata idea di far squillare le loro trombe e rullare i loro tamburi. Tutta gente estranea – chi da Catania e chi da Jesi, chi da Bergamo e chi da Pesaro – alla sensibilità del popolo napoletano mirabilmente ripresa qualche secolo dopo dai vari Luciano Caldore, Celestino, Tony Colombo e compagnia cantante; che finalmente hanno sgombrato il campo dall’equivoco generato dai vari Caruso, Murolo, Mignonette, Pasquariello, Cigliano, Carosone ecc. Per non dire di Daniele, Avitabile, Ranieri, Montecorvino, Sastri, i fratelli Bennato e la NCCP. Tutta gente surrettiziamente iscritta all’anagrafe di Napoli ma che partenopei non erano e non sono. Fatte queste dovute (e pedanti, lo ammetto) precisazioni resta appesa una domanda: quale estro le ha suggerito il suo mirabile articolo? “Io quando amore spira, noto”, diceva il padre della nostra lingua; a Lei quale brezza gentile ha scompigliato il ciuffo già per sé ribelle? A questa domanda, confesso, invano cerco di dare una risposta. Nell’incertezza mi piace immaginare che Lei adori il Vesuvio visto da Mergellina mentre mangia un babà da Ciro e, ancor più, adori noi napoletani. E che la sua mirabile forma letteraria altro non sia che l’espressione indiretta di questa sua passione per Posillipo e Marechiaro.

PS. Da giorni, sotto casa mia, è parcheggiata una Vespa cui manca la marmitta. Non sarà per caso la Sua?

Vincenzo Crolla

 

Caro Vincenzo, quando fate così, voi napoletani siete irresistibili.

 

Tortellini al pollo: quando l’Islam “sposa” il cristianesimo

Cara Selvaggia, sono una donna musulmana che ha sposato un italiano, ateo. Vorrei dire due parole sulla polemica dei tortellini al pollo. Io vivo in Italia da 30 anni e sto con Roberto da 27. Non mangio maiale, sono tutto fuorché un’integralista, ma ho mantenuto due o tre punti su cui non voglio cedere perché fanno parte di me, di quello che è stata la mia infanzia, di quello che la mia religione mi ha insegnato oltre a un sacco di cose buone e sensate che somigliano ai vostri insegnamenti cristiani. Io i tortellini col pollo li ho sempre cucinati per non privarmi del piacere di mangiare uno dei vostri piatti tradizionali e mio marito li ha sempre mangiati. Viviamo in Emilia, in un piccolo paesino in cui la gente non ricorda nemmeno più le mie origini giordane. La Giordania per me è un ricordo lontano, sono tornata lì tre volte in tantissimi anni e mi sento italiana. I miei figli frequentano scuole italiane, io lavoro in un’azienda italianissima, morirò qui in Italia. I miei figli sono cristiani. Ho lasciato loro la possibilità di scegliere e hanno scelto. Sono cristiani nonostante le mie preghiere siano altre, nonostante non abbiano mai visto il vangelo sul mio comodino, nonostante abbiano mangiato tortellini ripieni di pollo. A nessuno è mai sembrata una cosa strana questa rivisitazione della cucina italiana, era solo un modo per mangiare le stesse cose tutti insieme quando eravamo in casa. Non ho mai privato i miei figli, né mio marito, della loro identità. Né loro lo hanno fatto con la mia. E seduti a tavola ci siamo sempre e solo amati.

F.

 

È una lettera “ripiena” di saggezza. Grazie.

 

Inviate le vostre lettere a:

il Fatto Quotidiano
00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.
selvaggialucarelli @gmail.com

Il principe Carlo e Bolsonaro: le due facce della “diplomazia” dei santi

Ben cinque i nuovi santi proclamati ieri da papa Francesco in piazza San Pietro. Ma è su due di loro che si è giocata una doppia “partita” diplomatica del Vaticano di notevole importanza. La prima riguarda il cardinale britannico John Henry Newman (1801-1890) che ha fatto arrivare in Italia il principe Carlo d’Inghilterra, erede di un trono che rappresenta anche il vertice più alto della Chiesa anglicana.

Teologo e filosofo che esplorò il rapporto tra fede e ragione (e per questo amatissimo da Benedetto XVI), nonché considerato come uno dei “padri assenti” del Concilio Vaticano II, Newman fu un anglicano che si convertì al cattolicesimo. E sabato L’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, ha ospitato in prima pagina un lungo intervento dello stesso Carlo d’Inghilterra, firmato come “Sua Altezza Reale il Principe di Galles”.

Scrive il figlio della regina Elisabetta II: “Quando Papa Francesco domani (ieri per chi legge, ndr) canonizzerà il cardinale John Henry Newman, primo britannico da oltre quarant’anni a essere proclamato santo, sarà motivo di festa non solo nel Regno Unito e non soltanto per i cattolici, ma anche per tutti coloro che hanno a cuore i valori che lo hanno ispirato”. E ancora: “Nell’immagine dell’armonia divina, che Newman ha espresso in modo tanto eloquente, possiamo vedere come, in fondo, quando seguiamo con sincerità e coraggio i diversi sentieri ai quali la coscienza ci chiama, tutte le nostre divisioni possono portare a una più grande comprensione e tutti i nostri cammini possono trovare una casa comune”. Un messaggio, senza alcun dubbio, di grande unità.

La seconda “partita”, decisamente meno positiva, si è consumata sulla canonizzazione di suor Dulce Lopes Pontes (1914-1992), conosciuta in tutto il Brasile come la “Madre dei Poveri” e “L’Angelo buono di Bahia”. Veniva chiamata anche “Irmã Dulce” e la “Madre Teresa brasileira”. La proclamazione di suor Dulce è stata un evento in tutto il Brasile ma in piazza San Pietro il presidente parafascista Jair Bolsonaro non si è fatto vedere, per evitare di incontrare papa Bergoglio. Al suo posto il vice, un generale, Hamilton Mourao

L’uomo giusto al posto sbagliato: vittima sacrificale degli ignoranti

Finché il Ministero della Pubblica Istruzione non diventerà il Ministero del Pubblico Indottrinamento, sarebbe naturale che a ricoprire l’incarico fosse una persona dalla mente aperta, che difenda la scienza a spada tratta e ricordi che la scuola deve essere laica e non confessionale. Lorenzo Fioramonti si è prestato fin da subito a svolgere questo ruolo di modernizzatore, aprendo su posizioni di buon senso: tassare merendine e bibite zuccherate come si fa in altri paesi; introdurre l’ecologia a scuola; autorizzare i giovani a scendere in piazza per la manifestazione più importante degli ultimi anni; invitare i docenti a insegnare la storia diversamente dal “Trono di spade”, cioè non come inutile sequenza di conflitti; far notare infine che, oggi nel 2019, forse avrebbe più senso sostituire il crocifisso in aula con una cartina geografica di quel mondo di cui noi sappiamo poco o nulla. E invece. Proprio quelli che non riuscirebbero a collocare un Paese diverso dall’Italia nel globo, né saprebbero spiegare cosa sono le emissioni di gas serra (considerate alla stregua di insinuazioni fantasiose di scienziati senza altro di meglio da fare che spiegare che l’umanità è a un passo dalla fine), hanno sottoposto il ministro a un fuoco di fila senza precedenti, attaccandolo pure per aver iscritto il figlio a una scuola privata inglese: loro, che hanno privatizzato l’Italia. Loro, che scendevano in piazza per il Family Day con tre famiglie diverse. Ma anche chi doveva stare, in teoria, dalla sua parte, poco lo ha difeso. “Il crocifisso non ha mai fatto venire meno l’identità laica della scuola”, ha detto ad esempio Graziano Del Rio, confermando, appunto, l’indifferenza generale verso quel simbolo. Insomma, pare proprio vera la provocazione detta dallo stesso Fioramonti: ma chi l’ha detto che l’uomo sia la specie più evoluta? A guardare la sua vicenda, proprio non pare.

Un istruito all’Istruzione: la scuola affonda per il crocifisso?

Quando il saggio indica il muro fatiscente dell’aula scolastica, lo stolto guarda il crocifisso che ci è appeso. A dire la verità il vero saggio sarebbe quello che anziché indicare il muro crepato lo aggiusta, ma siamo in Italia, dove i saccenti prendono il posto dei saggi e i saggi, se possono, prendono il primo aereo. Questa generale allergia degli italiani alla ragionevolezza è anche prodotto di una scuola scadente, della quale Lorenzo Fioramonti, quarantenne neo–ministro dell’Istruzione M5s, non è certo il primo responsabile. Ma ultimamente sulla poltrona del Miur dev’essersi formata una fitta colonia di allergeni, perché chi ci si siede comincia a parlare troppo e male, vedi Fedeli (castroni storici e grammaticali, sì ai cellulari in classe, studenti accompagnati a scuola fino ai 18 anni) e Bussetti (Sud fannullone, evviva il grembiule, nomine imbarazzanti). Non fa eccezione l’economista Fioramonti, un dignitoso passato di docente all’estero, che da ministro spara dichiarazioni a raffica senza consultarsi con il premier e colleziona gaffe che gli hanno guadagnato il titolo di Toninelli del Conte–bis. E crocifisso no, mappamondo sì, e tassiamo le merendine, e FridayForFuture obbligatorio, e datemi tre miliardi per gli insegnanti entro Natale altrimenti… altrimenti cosa? Questa ingenuità ci sta rovinando l’inedita emozione di avere un ministro dell’Istruzione istruito (e pure belloccio). Un consiglio per recuperare popolarità a 360 gradi: se vuole eliminare dalla scuola una tradizione fastidiosa e imposta dall’alto, lasci in pace il crocifisso e metta al bando il flauto dolce, che nei weekend trasforma i figli in torturatori dei timpani dei congiunti. Fra l’altro è “dolce”, come le merendine: un vero attentato alla salute. Non serve una legge, basta una circolare. E le promettiamo di non chiamarla “circolare del piffero”.

Quando a tifare è il despota canaglia

Da noi le discussioni da Bar Sport si sprecano, specie da quando sulla panchina della Juventus siede un allenatore che tifa Napoli (Sarri), su quella dell’Inter uno che tifa Juventus (Conte), su quella del Napoli uno che tifa Milan (Ancelotti) e su quella del Milan uno che tifa Inter (Pioli). Come sempre in questi casi il popolino si divide: chi accetta e fa buon viso a cattivo gioco, chi condanna e prende le distanze.

La fede è sacra, si dice. Figuriamoci quando il supporter in discussione non è un “addetto ai lavori” ma un personaggio famoso, per non dire famigerato, addirittura un dittatore o un criminale di guerra. Che fare, in questi casi? Al Barcellona, una settimana fa, hanno deciso di tagliare la testa al toro. Benché Francisco Franco sia sempre stato considerato un tifoso dell’Atletico Madrid che cambiò barricata saltando sul carro del Real dopo il primo trionfo dei blancos in Coppa dei Campioni (1956), circolava insistente quella fastidiosa testimonianza del giornalista Francisco Ussìa che raccontava: “Franco non è mai stato madridista. Bernabéu mi disse che Franco stravedeva per Gento e tuttavia era totalmente tifoso del Barça, cui condonò molti debiti; grazie a quei soldi venne costruito il Camp Nou”; e così, domenica 6 ottobre, i 4478 soci si sono riuniti in assemblea per votare la cancellazione di ogni traccia di presenza di Franco nella storia blaugrana sopprimendo due onorificenze concesse al Caudillo nel 1971 (aiuti di stato per la costruzione di un padiglione) e nel 1974 (una medaglia d’oro assegnatagli nel 75° anniversario del club). Detto e fatto e adiòs Caudillo. Il Barça ti schifa, adesso che se la vedano Real e Atletico.

Che fare quando scopri che un crudele dittatore o un criminale di guerra è o è stato un tuo grande tifoso? I tifosi dello Schalke 04, club di Gelsenkirchen, non si danno pace da decenni; si narra che Hitler, estasiato per i 6 titoli in 9 stagioni conquistati dal club tra il ’34 e il ’42, avesse perso la testa per i biancoblu; e anche a Bologna l’imbarazzo è palpabile visto che Mussolini, che pur prediligeva campioni di boxe (Carnera) o di auto (Nuvolari), s’invaghì dello squadrone che tremare il mondo faceva per via dei 4 scudetti vinti in 6 anni tra il ’36 e il ’41.

Ma ognuno ha la sua croce. Supertifoso dell’Arsenal era Osama Bin Laden che i servizi segreti negli anni ’90 seguivano perfino nello store dei Gunners dopo le partite; nel nascondiglio di Gheddafi, il leader libico ucciso nel 2011 e padre di Saadi, che giocò una partita in A col Perugia di Gaucci, venne ritrovata una tazza da tè del Liverpool; e quando il Chelsea di Antonio Conte, il 12 maggio 2017, vinse il titolo in Inghilterra il dittatore dello Zimbabwe Mugabe, pazzo per i blues, diede una festa da mille e una notte, forse l’ultima visto che di lì a poco un colpo di stato lo tolse di torno. Anche l’Inter ha le sue gatte da pelare: non bastasse il criminale di guerra serbo Karadzic, tra i tifosi della Beneamata c’è ora la new entry Kim Jong–un, il dittatore nordcoreano; così almeno assicura Antonio Razzi che in Corea è di casa. Pinochet tifava per il Colo–Colo, Stalin per la Dinamo Mosca, la tigre Arkan, criminale serbo, per la Stella Rossa Belgrado, il narcotrafficante colombiano Escobar tifava e finanziava il Nacional Medellin. Insomma: chi è senza scheletro nell’armadio scagli la prima pietra.

Brexit, la “Costituzione” non proteggerà Londra

Brexit incombe e di un accordo tra Gran Bretagna e Unione europea non c’è traccia. La situazione è paradossale: Boris Johnson è primo ministro ma non ha una maggioranza parlamentare. Il Parlamento ha escluso la possibilità di una Brexit senza accordo con l’Ue e Johnson ha reagito con un tentativo semi-eversivo di sospenderlo, il Parlamento, per forzare la mano, ma è stato bloccato dalle corti. Ciononostante Johnson ha il coltello dalla parte del manico: solo lui, in quanto primo ministro, può chiedere un’estensione all’Europa. Se il Parlamento lo sfiducia, le tempistiche per tenere nuove elezioni e formare un nuovo governo renderebbero l’uscita senza accordo con l’Ue inevitabile. Il Parlamento rifiuta quindi di sfiduciarlo, e gli ha imposto di chiedere un’estensione, ma Johnson, a giorni alterni, pare voglia rifiutarsi. Che si fa? Lo si arresta? Si chiede alla regina di deporlo? Non si sa. La cosiddetta “Costituzione” britannica (questo garbuglio secolare di convenzioni, abitudini, vaghe norme di fair play), sotto assalto da parte di Johnson e i suoi sodali in nome del potere sovrano del popolo, si rivela per quel che è: un colabrodo.

Ma chi è che si è tradizionalmente fatto vero garante di questo fumoso e arcaico ordine “costituzionale”? Non le corti (nonostante i loro tentativi di imporre un po’ d’ordine nel caos di norme e consuetudini), non la Corona (che non depone un primo ministro dal 1834), e neppure il popolo, in nome di un qualche attaccamento alle istituzioni. No, garante della “costituzione” britannica è sempre stata una élite monolitica nella sua solidarietà di classe, nella difesa del suo controllo sulla cosa pubblica. Una élite interamente separata dal popolo, fin dalla nascita: educata in scuole separate, che socializza in club esclusivi, che vive separatamente dal paese. La forza della “costituzione” si è sempre fondata sull’accettazione da parte di questa élite per definizione conservatrice di certi principi del vivere e dell’agire politico, di certe consuetudini e di certi vezzi, imposti su chi di quella élite non era parte, come ostacolo, limite, svantaggio strutturale. La “costituzione” britannica è stata a lungo, per i Tories, strumento di controllo politico e sociale. Strumentale è sempre stata la loro adesione all’ideale della sovranità del Parlamento e alle sue convenzioni; strumentale è ora l’appello alla sovranità diretta del popolo: un nuovo modo per preservare la propria primazia. A un costituzionalismo interessato, di maniera, Johnson e i suoi hanno ora sostituito un populismo di maniera, fondato su un conveniente nazionalismo di maniera.

Il patriottismo britannico non è mai stato un patriottismo costituzionale. È stato piuttosto un nazionalismo imperiale nutrito di retoriche militariste e poi di richiami alla due guerre mondiali. Al suo meglio, negli anni del secondo dopoguerra, fu un patriottismo social-democratico, del National Health Service, del welfare state, dello “spirito del ‘45”. Oggi, con lo smantellamento progressivo dello stato sociale dalla Thatcher in avanti, ben poco è rimasto di quella vena nobile dell’identità britannica. Il “patriottismo” britannico si è ridotto alla retorica da Seconda Guerra mondiale di Johnson, a una tensione tra nostalgie imperiali e orgoglioso isolazionismo, tra funambolici “Atti di Capitolazione”, accuse di “tradimento” e poco velati riferimenti agli alleati europei come “nemici”. C’è davvero poco altro.

Nel 1977 Tom Nairn, nazionalista scozzese e brillante teorico della New Left, pubblicò un libro capitale: The Break-up of Britain: Crisis and Neonationalism. La sua tesi era che il Regno Unito non sia uno stato-nazione come gli altri, ma piuttosto un costrutto imperiale – un “mini-impero inglese” – tenuto insieme da forze identitarie sempre più deboli, da interessi sempre meno unitari. In questo schema, se i nazionalismi regionali di Scozia, Galles e Irlanda sono anti-imperiali, sotto molti aspetti analoghi ai movimenti di liberazione coloniali, il nazionalismo anglo-britannico è invece per sua natura imperiale, oppressivo e al contempo incompiuto e fragile. Ciò che colpisce nella crisi politica che sta investendo il Regno Unito è come il Partito conservatore, nell’abbandonare il suo tradizionale ruolo di garante dell’ordine costituzionale, si sia fatto fautore di un nazionalismo anglo-britannico che per definizione non può (più) parlare a Scozia, Galles e a gran parte dell’Irlanda del Nord. Non solo i Tories non riescono più a prendere voti fuori dall’Inghilterra; paiono avervi programmaticamente rinunciato. Ma, più voti perdono altrove, più ne prendono in Inghilterra. È un sofferto riallineamento strategico, ma l’obiettivo è quello di sempre: conservare la primazia di una ben definita élite del potere e della ricchezza, anche a costo di causare il collasso dell’ordine costituzionale e la dissoluzione del Regno Unito.

C’è oggi chi cerca salvezza nelle corti, nel Parlamento, nella tenuta della “costituzione” contro le velleità eversive di Johnson e dei suoi. Altri, come me, sono convinti che non basteranno. L’ordine politico e costituzionale britannico è rotto, da tempo, e i suoi difensori tradizionali, i Tories, non solo hanno già abbandonato la nave – le stanno dando fuoco. La battaglia non sarà per la difesa dell’ordine costituzionale, ma per l’anima del nuovo assetto che dovrà sorgere dalle sue ceneri.