Greco o bizantino, anche in Italia i don con famiglia

Un uomo sposato può diventare prete. Ma un prete non può sposarsi. Sembrerebbe un mero gioco di parole, tuttavia è una consuetudine millenaria per la tradizione cristiana di liturgia e prassi costantinopolitana. Diffusa anche in Italia e interna alla Chiesa cattolica. L’argomento in questi giorni divide le più alte cariche ecclesiastiche, ma non si tratta di una novità per la Santa Sede. Infatti, nelle chiese sui iuris di tradizione bizantina legate a Roma l’obbligo di celibato come requisito per diventare sacerdoti non è mai esistito. Il sacerdozio è permesso agli uomini coniugati. Ma una volta diventati preti non si può contrarre matrimonio. Dall’impero bizantino in poi, la tradizione orientale ha resistito lungo il corso dei secoli al tentativo di latinizzazione, specie in alcune zone dell’Italia meridionale e centrale, dov’è ancora viva. Ne sono un esempio le diocesi di Lungro in Calabria e di Piana degli Albanesi in Sicilia. Si tratta di comunità Arbëreshë, formate da italo-albanesi.

Secondo il professore Zef Chiaramonte, studioso dei Balcani e cultore di Lingua e letteratura Arbëreshë presso l’Università di Palermo, “gli albanesi raggiunsero il Regno delle Due Sicilie quando il rito italo-bizantino si stava spegnendo”. E ne impedirono la scomparsa. Alla fine del ‘500, con il vescovo Cusconari, ai fedeli fu consentito di mantenere la tradizione costantinopolitana sotto l’egida del Papato. È per questo che, ancora oggi, nei comuni siciliani di Piana degli Albanesi, Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano e Santa Cristina Gela, la cultura e la lingua degli Arbëreshë vengono tramandate di generazione in generazione. L’autonomia di questo popolo, erede degli Illiri, era nota già durante l’Impero bizantino. Nelle loro comunità alcuni preti sono sposati e coniugano serenamente il sacerdozio alla vita matrimoniale. La stessa Palermo ospita le liturgie di tradizione bizantina all’interno della Chiesa di San Nicolò alla Martorana. Nel Mezzogiorno altrettanto diffuso è il culto greco-ortodosso, a cui si sono avvicinati oltre ai greci presenti in Italia anche gli immigrati provenienti dai paesi di religione ortodossa, come la Romania, la Georgia e la Russia. Nonostante lo scisma del 1054 tra la Chiesa d’Oriente e Roma, la cultura ellenica dall’Italia meridionale non è mai completamente scomparsa. Non soltanto nella Grecía salentina, dove ancora sono ben riconoscibili influenze millenarie su lingua e costumi. Ma anche nel resto della Puglia, dove risiedono comunità di religione ortodossa. Per verificarlo basta recarsi nella cripta della Basilica di San Nicola a Bari, città storicamente nota per essere la “porta d’Oriente”. Qui il giovedì ci sono gli ortodossi della Chiesa russa e la domenica quelli della Chiesa greca. Il rito è lo stesso, quello bizantino. Tra i papas, letteralmente padri, c’è Arsenio Aghiarsenit di nazionalità greca. Le comunità che segue, a Bari e a Brindisi, sono costituite da poche decine di persone. Per questo di volta in volta, a seconda della nazionalità dei fedeli presenti, sceglie la lingua in cui tenere la divina liturgia. Appartiene alla sacra arcidiocesi d’Italia e Malta, che ha come punto di riferimento nel nostro Paese Venezia ma dipende direttamente dal patriarcato di Costantinopoli. Sacerdote dal ’97, è tra quelli che hanno scelto di non sposarsi e di farsi monaco. Ammette, però, di essere uno dei pochi, perché i preti ortodossi sono per la maggior parte coniugati. “Nel Vangelo – dice – non troviamo riferimenti al celibato forzato. Gli apostoli, incluso Pietro, erano tutti sposati”. Non si tratta quindi di una questione dottrinale, ma “di una normativa canonica imposta dalla Chiesa cattolica”. Tale obbligo avrebbe – a suo dire – un’incidenza notevole sulla frequenza degli scandali perché impone “uno stravolgimento della forza che Dio ha donato all’uomo, cioè l’amore”. Per la Chiesa ortodossa il sacerdozio uxorato è ammesso dai tempi degli apostoli. “I giovani devono essere liberi di scegliere – spiega – anche San Paolo dice che se non riesci a trattenere il fuoco della carne è meglio che ti sposi per non peccare”. Nella tradizione ortodossa è il padre spirituale a dare delle garanzie in merito all’integrità morale e fisica del futuro sacerdote e di sua moglie. A entrambi è richiesto di restare vergini fino al matrimonio. Secondo Aghiarsenit, “imporre qualcosa genera automaticamente una reazione”. Per questo si augura che la Chiesa cattolica “si decida a dare una svolta fondata sulla libertà”.

“Chiesa, preti sposati per non scomparire”

Il senso del Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia, in corso in questi giorni, non è diverso da quell’espressione ricorrente nella storia della Chiesa, già scolpita nel Vangelo di Luca e nella Gaudium et spes che concluse il Concilio Vaticano II: riconoscere “i segni dei tempi” e corrispondere ad essi in maniera coerente la dottrina cattolica. E i segni dei nostri tempi sono di certo l’ambiente – in particolare in Amazzonia – ma anche la parità di genere e la famiglia, nelle molteplici forme che le libertà civili concedono.

Il confronto, promosso da Papa Francesco, porta con sé due possibili rivoluzioni. La prima è il celibato opzionale per coloro che vogliono essere ordinati preti, conseguenza non irrealistica di quanto già contenuto nel documento preparatorio del Sinodo sui viri probati, ovvero fedeli sposati che già animano le comunità cristiane in angoli del mondo poco evangelizzati. La seconda potrebbe essere un ministero ufficiale per le donne: se non ancora il sacerdozio, un primo passo per riconoscere un diaconato che in molte piccole comunità è già praticato. Cambiamenti radicali che sarebbero “una grazia per la Chiesa”, contro la fuga dei fedeli (e dei sacerdoti) e per “obbedire a quel che la Chiesa già preparava nel Concilio Vaticano II”. Parola di don Giovanni Cereti, presbitero e già docente di teologia ecumenica al Marianum di Roma e all’Istituto di studi ecumenici di Venezia.

Don Cereti, l’ordinazione al presbiterato di uomini sposati non svilirebbe la vocazione?

Nella maggior parte delle Chiese i ministri possono avere famiglia, persino in quella cattolica i preti di rito orientale possono sposarsi. L’ordinazione non subirebbe alcun danno se anche la Chiesa cattolica latina, l’unica che richiede il celibato, lo rendesse opzionale: chi lo desidera, potrebbe abbracciarlo e far voto di castità, ma senza che sia condizione indispensabile.

La Chiesa è pronta per un cambiamento del genere?

Già il Concilio Vaticano II nella Gaudium et spes aveva sottolineato come l’umanità vivesse un periodo caratterizzato da profondi cambiamenti. Si asseriva che “le istituzioni, le leggi, i modi di pensare e di sentire ereditati dal passato, sembra non si adattino bene alla situazione attuale”. Anche Papa Francesco ha detto che non viviamo un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca. Il Signore chiede di essere docili ai segni dei tempi.

Il celibato opzionale ridurrebbe il calo di vocazioni?

Probabilmente sì, ma ci sono anche fattori demografici e sociologici. In certe parti del mondo, se venissero ordinati gli uomini sposati e le donne sono sicuro che la comunità cattolica rifiorirebbe. Esistono preti che devono farsi carico di 3 o 4 parrocchie: non è possibile continuare così.

Vale anche nell’Occidente evangelizzato?

Se apriamo all’ordinazione di persone sposate (non solo uomini) in Amazzonia, spero che questo sia poi il futuro anche in altre parti del mondo, poco per volta. Sembra che il Papa sia disposto a consentire quanto si deciderà per l’Amazzonia a tutte le chiese che ne faranno richiesta. Il celibato potrà restare come una grandissima grazia, ma deve poter essere scelto liberamente e gioiosamente, non perché legato a una legge.

In Italia esistono migliaia di “spretati”, ex sacerdoti che hanno rinunciato all’abito talare per sposarsi.

Questo testimonia che quello del celibato è un tema non secondario. Negli ultimi anni si sono fatti passi avanti nel rispetto che si deve nella Chiesa ai preti che hanno scelto di accedere al matrimonio e si tiene maggior conto della loro esperienza e formazione teologica. Ne conosco molti e so quanta nostalgia hanno, so della loro sofferenza. Mi auguro si decida di riammettere chi fa questa scelta, magari dopo un breve periodo di esclusione dal ministero, perché sono una realtà preziosa.

Ci sarebbe un impatto positivo anche sulla declinazione criminale che parte del clero fa della sessualità?

Questo non credo, gli episodi di pedofilia accadono anche all’interno delle famiglie e in essi sono coinvolte anche persone sposate.

Oltre al celibato, Lei parla di un’apertura a un ministero per le donne.

A fine 800 tre categorie non venivano ordinate preti: schiavi, indigeni e donne. La giustificazione era ratione servitutis, ovvero per la loro condizione di subordinazione. Nel 900 sono state superate le proibizioni relative ai primi due gruppi, ma nulla è cambiato per le donne.

È il momento giusto per intervenire?

È una questione urgente per la quale dobbiamo lottare noi uomini, non solo le donne. La discriminazione riguardo l’ordinazione al ministero appare contraria a tutte le affermazioni della Chiesa e agli insegnamenti del Vangelo.

Cambiamenti così profondi potrebbero provocare uno scisma?

Una opposizione ai Papi si è sempre avuta, soprattutto nei confronti di chi osa innovare. Benedetto XV fu contestato da tutti i governi quando parlò della Grande guerra come di una “inutile strage”; Giovanni XXIII ricevette aspre critiche per il Concilio Vaticano II; Paolo VI pare fosse minacciato da una scisma. Un tempo c’erano i Novaziani, che sostenevano che i responsabili di certi peccati non potevano essere assolti se non in punto di morte. Oggi i Novaziani sono coloro che vorrebbero escludere dalla Chiesa i divorziati risposati, nonostante Papa Francesco li abbia finalmente riammessi all’Eucarestia. Non bisogna avere paura delle opposizioni al Papa, è lo Spirito santo che guida la Chiesa a compiere i passi che appaiono necessari e urgenti per il bene del popolo di Dio.

Diari di una rivoluzionaria, 100 anni di Bianca la Rossa

Era l’11 novembre 1934 quando l’allora studentessa quindicenne Bianca Guidetti Serra (Torino, 1919–2014) annotò nel diario: “Come passa il tempo! Sono già in quinta ginnasio, e mi pare ieri che ho incominciato le scuole. Probabilmente studierò legge, e col tempo occuperò lo studio di papà. Avvocatessa Bianca Guidetti Serra (…), ecco il mio luminoso e chimerico avvenire”. Non si sbagliava.

Ottant’anni dopo, nei giorni seguenti alla morte di Bianca, avvenuta nel giugno del 2014, lo storico Angelo d’Orsi la ricordava così: “Fu l’avvocato delle buone cause. Difese i deboli, i perseguitati, gli innocenti ai quali una giustizia ingiusta pretendeva di far pagare la ‘colpa’ di essere contro le ingiustizie di ogni genere”.

L’avvocatessa Bianca Guidetti Serra, o Bianca la Rossa, come s’intitola la sua autobiografia scritta con Santina Mobiglia, era nata il 19 agosto di 100 anni fa a Torino. La sua vita è coincisa con oltre mezzo secolo di battaglie della sinistra. Battaglie segnate dall’antifascismo e dalla Resistenza, e dalle lotte per i diritti dei lavoratori, dalle schedature illegali della Fiat alle “fabbriche della morte” come l’Ipca e l’Eternit, fino alle iniziative per il diritto di famiglia, durante il ’68 in difesa dei giovani, e per la tutela dei minori, sui temi della giustizia. Tante iniziative stanno caratterizzando la celebrazione del centenario della nascita di questa grande donna, che, come rammenta il figlio Fabrizio Salmoni, appartiene “al più ampio spettro della ‘sinistra’, dagli anarchici a Lotta Continua, all’area della nonviolenza, ai sindacati, al breve esperimento di Democrazia proletaria, al Pci (che pure aveva lasciato dopo i fatti in Ungheria del 1956) e, sempre più malvolentieri, alle sue prime trasformazioni”. Salmoni ha colto l’occasione del centenario per parlare delle agende e dei diari inediti di sua madre, scoperti di recente, e per affidarne qualche frammento allo spettacolo Le stagioni di Bianca, diretto da lui, con le musiche di Luigi Venegoni. I diari sono dal 1934 al 1939; gli altri testi sono su fogli sparsi, fino agli anni Novanta. Sono memorie come questa, risalente al 16 aprile 1945, alla vigilia degli scioperi che prepararono la liberazione di Torino. “I comizi volanti – scriveva Bianca – si diffusero nei giorni che precedettero l’insurrezione. Con Giuseppina Vittone, fummo assegnate a una fabbrica che oggi non esiste più: la Bergugnan. Arrivammo con il tram. Di corsa. Sulla porta, è un’immagine–simbolo che mi è rimasta dentro, vi era un operaio che ci aspettava. Era palesemente armato. Ci disse: ‘Compagne, state tranquille, ci siamo noi’. Alludeva, penso, alla Sap (Squadra di azione patriottica, ndr) interna. Ci fece entrare. Attraversammo di corsa i due cortili deserti e raggiungemmo il refettorio che rigurgitava di gente. Vi erano stipati operai e impiegati (forse non proprio spontaneamente). Noi avevamo preparato un discorso. Io avevo il compito di delineare una sintesi della situazione politco–bellica; Gennarina doveva dare indicazioni organizzative: che cosa dovevano fare le fabbriche in vista e durante l’insurrezione”. Bianca iniziò a parlare: “Mi issarono su un tavolo. Cercando di vincere l’emozione che mi pervadeva cominciai: ‘Compagni!’ (ci era stato raccomandato di dire cittadini, operai, impiegati) ma dissi: ‘Compagni!’ e proseguii: ‘Gli alleati avanzano; le gloriose armate sovietiche sono alle porte di Berlino…’. Non finii la frase. Scrosciò un applauso pieno, fragoroso, che mi parve straordinario. Tutti urlavano, battevano le mani… Proprio davanti a me c’era una vecchia operaia; piangeva ma erano lacrime su un viso luminoso di gioia. Cominciai a piangere anch’io”.

È con la medesima passione per la libertà che Bianca, un anno dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria, appunta: “10 ottobre 1957. Ho riflettuto molto in questi mesi sul significato della decisione di non riiscrivermi al Pc; e sul significato politico del fatto. Non sempre sono certissima di aver fatto bene. Come problema individuale, invece, non ho alcun dubbio. Le ragioni che mi hanno portata ad aderire al Pc sono le stesse che mi hanno indotta a lasciarlo. Sono però altrettanto decisa a continuare a militare. Comunque vada avrò agito secondo la mia coscienza”.

Continuò a militare, fino alle ultime amarezze. Scriveva della sua avventura nel Pds: “27 aprile 1997. Sono stata rieletta consigliere. In un modo che non mi è piaciuto. Avevo detto no. Basta. Carpanini e Nigra mi hanno convinta: perché sono indipendente, perché sono di sinistra e quindi do la mia pennellata alla lista, ecc. Mi riservo. Sul giornale appare che sono in lista. Mi si dice che sarò capolista. Mi riservo. Poi dico sì. Sul giornale due giorni dopo: il capolista è Tranfaglia. Ritirarmi sarebbe sembrato a questo punto, una forma di risentimento. Sono uscita seconda”. C’è un’altra nota significativa nel 1997. Bianca riferisce di un incontro nel centro di Torino: “10 giugno 1997. Via Botero. Un uomo né vecchio né giovane cammina sul mio marciapiede in senso opposto. Si sta arrotolando una sigaretta, cosa che ormai non fa più nessuno. ‘E allora – mi dice – la facciamo questa bicamerale?’. ‘Penso di sì’ gli rispondo senza sapere chi è. ‘Io però sono ancora sempre per i 21 punti di Bordiga’. ‘Può aver ragione. Ma sono passati tanti anni e tanti fatti’. ‘È vero! Ma io sono per la coerenza!’. ‘Anch’io’ gli rispondo, e ci allontaniamo. Discorso da matti?”.

Tutti i falsi Modigliani: guida per storici d’arte (e pm)

Si esce spaesati, increduli, indignati dalla lettura del travolgente L’affare Modigliani, di Dania Mondini e Claudio Loiodice, appena uscito per Chiarelettere. Perché – per quanto sia tristemente nota l’estesa compromissione del corpus figurativo di Amedeo Modigliani, crivellato da migliaia di falsificazioni – le circostanze di fatto, le repellenti complicità degli storici dell’arte, le cecità della magistratura documentate dal libro compongono un quadro devastante: l’eredità morale di Amedeo Modigliani è al centro di una guerra per bande che da decenni cercano di controllare un ‘sistema’ da miliardi di euro.

Prendiamo un caso, tra i tantissimi ricostruiti dai due autori con encomiabile rigore. Un caso esemplare, per il luogo stesso che ne fu teatro: “È a Roma che le truffe hanno assunto contorni da film. Ed è l’Istituto Archivi Legali Modigliani Parigi-Roma, dei soci Christian Parisot e Luciano Renzi, a tesserne le trame, con discreto successo, organizzando mostre e vendite. Nel giugno del 2009, per una sola settimana, organizza una piccola esposizione all’Avvocatura generale dello Stato, nella sala Vanvitelli. Un amore segreto la intitola il curatore Massimo Riposati. Il catalogo è scritto da Claudio Strinati, Michael Mezzatesta, Francesca Ramacciotti-Sommati, Christian Parisot, Vladimir Goriainov e lo stesso Massimo Riposati. Presentano un solo quadro, esposto per la prima volta in Italia: Jeune femme à la guimpe blanche. Unico ritratto di Simone Thiroux che l’artista livornese, secondo il catalogo, avrebbe eseguito nel 1916. Da quel momento comincia a girare tra le gallerie. Modì, a quanto ci risulta, non ha mai realizzato un quadro del genere. Ad accorgersene, ma solo dopo sei anni, sono stati gli uomini dell’Arma in forza ai Beni culturali, che nel 2015 ne hanno bloccato un tentativo di vendita. La trattativa era in corso e vedeva coinvolti un facoltoso americano e un mercante d’arte non meglio specificato. L’acquirente americano aveva probabilmente anche sponsorizzato la mostra all’Avvocatura, attraverso la quale avrebbe acquisito il diritto di prelazione sull’acquisto dalla famiglia presunta proprietaria del ritratto. Secondo le cronache, una truffa bella e buona architettata ad hoc per sottrarre 9 milioni di euro dal conto dell’appassionato d’arte. Quest’anno il tribunale ha finalmente sentenziato la distruzione dell’opera, in barba ai grandi critici che ne avevano osannato la bellezza e creato appositamente catalogo e mostra. Se le parti non ricorreranno in appello, a breve il quadro verrà mandato al macero”.

E non si tratta certo del caso più eclatante. Lungo otto ‘scene del crimine’, il libro ricostruisce (e spesso risolve definitivamente) altrettanti nodi cruciali: dalla storia stupefacente degli Archivi Modigliani (miscuglio di veri cimeli e strumenti per la falsificazione seriale) alla vicenda recentissima e surreale della mostra di Palazzo Ducale a Genova, che su 40 opere presentate come autografe di Modigliani riusciva ad allineare 21 falsi.

Ci sono narrazioni drammatiche, e commoventi: come quelle che ripercorrono gli ultimi giorni di Amedeo e sua moglie, nel 1920, o quelle che riaprono il caso della morte della loro figlia Jeanne, trovata sfracellata in casa sua nel luglio del 1984, proprio mentre a Livorno infuria la Beffa delle Teste. Allora Federico Zeri (curiosamente non citato nel libro) salvò l’onore degli storici dell’arte dichiarando subito inaccettabili le pietre esaltate invece da Cesare Brandi, Carlo Ludovico Ragghianti e Giulio Carlo Argan, in un devastante suicidio di massa della disciplina. In un memorabile Speciale del Tg1 del 10 settembre 1984, Zeri avanzò l’idea che, accanto alla burla, ci fosse una terribile truffa internazionale, che poteva aver portato perfino all’omicidio della figlia di Modì. Ora il libro certifica definitivamente questa lettura: la burla dei ragazzi (probabilmente davvero innocente) si sovrappose casualmente ad un piano criminoso orchestrato a tavolino da una rete internazionale di produttori e smerciatori di false sculture di Modigliani, che cercava di accreditare un nuovo filone di improbabili mammozzi miliardari.

Dal libro esce demolita la già assai poco credibile figura del piemontese Christian Parisot, trasformatosi da vestale in boia dell’eredità Modigliani. Ma risultano assai duramente colpite anche le immagini di funzionari dei Beni Culturali italiani (da Claudio Strinati a Maurizio Fallace), di curatori di mostre (come Rudy Chiappini), di personaggi pubblici come Vittorio Sgarbi o (seppure qua di striscio) Philippe Daverio. Nella postfazione, Piero Grasso scrive che “questo libro, frutto di un lavoro sul campo alla vecchia maniera, aiuta noi a capire e aiuterà, sono certo, gli investigatori a riaprire importanti capitoli di indagine e il legislatore ad affinare le norme per un più efficace contrasto al fenomeno”. C’è davvero da sperarlo, anche se probabilmente sarà impossibile restituire alle bisnipoti di Modigliani ciò che spetterebbe loro. In un libro dal titolo profetico (Rettili umani, di Alberto Costa 1891) che molto amava, Amedeo aveva sottolineato una frase contro “i negozianti di quadri e statue [che] si arricchiscono sfruttando a vil prezzo l’ingegno dei poveri artisti”. Era la storia della sua vita, ma nemmeno lui avrebbe potuto prevedere che un secolo dopo gli sarebbe andata perfino peggio.

Le acque nere del Sarno, il più inquinato d’Europa

Un paio di scarpe, pneumatici, un materasso, un divano. Cucchiai. Poi siringhe e flaconi: rifiuti ospedalieri. Scarti industriali. Residui di conceria. Sotto i ponti di questo corso d’acqua tutto scorre. Il quarto più inquinato al mondo, ma il primo d’Europa. È il fiume Sarno, che attraversa decine di comuni della terra dei fuochi. Tra le province di Napoli e Salerno, una linea lunga e nera sulla mappa vesuviana, fatta di acque torbide, rassegnazione e destini degli uomini che abitano sulle sue rive.

A Sarno, tra i pali arrugginiti di un cartello bianco che informa che una scuola sarebbe dovuta essere costruita entro il 2018, ci sono file di pomodori e una donna di ferro. Doveva nascere un istituto agrario in questa terra che Lia Corrado adesso coltiva. Era diventata una discarica abusiva prima che le autorità le concedessero di ripulirla per produrre pomodori che vende nella sua azienda biologica. Questi sono i paesi dove fiorisce ‘l’oro rosso’, il pomodoro San Marzano, che matura rigoglioso proprio a ridosso del fiume. “Lo usano per fare succo di tomato fino in America”. Sua madre è china sulle zolle di terra da quando ha 7 anni, lei ha cominciato a 47. Era una stilista prima di togliersi i vestiti della festa e mettere quelli da contadina. Si tocca la fronte con le mani nere, sogna di costruire un chiosco quando del fiume si tornerà a vedere il fondale. “Inquinati sono gli affluenti, Solofrana e Cavaiola”. Il Sarno è “una delle principali emergenze ambientali del Paese” ha detto tre giorni fa il ministro Sergio Costa.

Mentre l’edera è cresciuta nel corso degli anni sui faccioni dei manifesti elettorali che sbiadivano, la promessa politica di ripulire il fiume i cittadini l’hanno ascoltata ogni volta che nella zona sono state aperte le urne, progetto impossibile senza collaborazione corale tra decine di comuni vesuviani.

Accanto ad ogni casa che si affaccia sul fiume si possono contare i buchi degli scarichi: è l’alternativa privata dei residenti per un impianto fognario cittadino non funzionante o del tutto inesistente. Dopo aver studiato l’inquinamento fluviale a Mumbai, India, Marilena Prisco, 32 anni, è tornata a casa tra queste valli. Dottore di ricerca in architettura all’Università Federico II di Napoli e volontaria Lega Ambiente, si occupa da anni della carenza di infrastrutture socio-tecniche nel territorio. “Ci sono molti attori responsabili coinvolti, alcuni più colpevoli, altri più vittime, ma manca un approccio sociale alla questione”.

Tutti i giorni la terra trema: decine di camion carichi di pomodori partono per raggiungere Germania, Francia, Nord Europa. Camionisti slavi da un lato, ciclisti africani dall’altro, sfrecciano per strada per raggiungere le serre e riempire le cassette che arrivano a decine di fabbriche di conserve qui intorno. Le statue di Gesù allargano le braccia ad ogni incrocio e sembrano chiedere perdono al Vesuvio che sorveglia dall’alto i canali di acqua scura. Sulle piante che crescono selvagge intorno alle sponde non ci sono frutti ma bottiglie di plastica incastrate. Intorno al fiume ruderi cadenti, donne con i fazzoletti in testa, uomini con la zappa in spalla. Stanno tutto il giorno sotto l’ultimo sole rovente di ottobre e le ombre lunghe delle insegne delle fabbriche abbandonate. Se chiedi ad ogni contadino con quale acqua viene irrigata la sua zolla, ognuno risponde di avere il suo pozzo privato.

In perenne emergenza d’eruzione, non di lava, ma di immondizia liquida e fetore, vivono i residenti di San Valentino Torio, a finestre e narici chiuse. “Da 40 anni vivo qui e il fiume non è mai stato ripulito”. Virginia e Angelo, 47 e 62 anni, hanno i calli da braccianti agricoli e si tagliano da soli le piante che crescono altissime sull’uscio di casa. Il Sarno allaga con la sua acqua sporca la loro abitazione appena iniziano le prime piogge. Nella terra a perenne rischio idrogeologico si muore di malattie rare. “Noi siamo morti il 21 maggio scorso quando hanno diagnosticato il cancro a nostro figlio Vittorio, 30 anni”.

“Nel 1972 ho pescato l’ultima trota” dice il pensionato in bicicletta Giovanni. Quando ricordano il passato, i vecchi parlano del peso preciso dei pesci catturati nell’acqua limpida. “Questo posto lo chiamavano la piccola Venezia, c’era anche una specie di gondola”. Ora si vedono navigare lattine nella piazza del paese di Scafati. Le case si affacciano su canali dove i rifiuti non scorrono, rimangono come panorama immobile e infausto. “Le fabbriche ora hanno gli impianti di depurazione ma nessuno controlla che funzionino. Quando cominceranno la lavorazione di pomodori il Sarno diventerà rosso sangue”.

Sacchetti di plastica, un divano, borse. Tutto scorre nel Sarno, munnezza e metafore, dall’inizio alla fine. C’è chi si ottura il naso e si arrende al fiume che cambia colore – marrone, nero, grigio, ogni sfumatura del torbido – fino a che non raggiunge il mare a Torre Annunziata. Di fronte allo scoglio di Rovigliano alcuni immaginano che questo possa tornare ad essere “il golfo delle meraviglie”. L’associazione di Lello Buondonno si chiama così. Questa spiaggia alla foce del Sarno Lello l’ha vista pulita in 40 anni solo una volta: “Quando l’ho liberata io dai rifiuti, ci ho messo tre mesi”. Un giorno una balena è stata trovata tra questa sabbia, spiaggiata e disperata. Buondonno, con tutta l’immondizia raccolta, ha costruito un mammifero di rifiuti, poi finito in esposizione a Pompei, inascoltata denuncia alle istituzioni e occasione di selfie dei turisti.

Se le istituzioni non possono cambiare il corso delle cose e del fiume, che nasce limpido e trasparente alla sorgente, i vesuviani alzano occhi al cielo e seguono la statua della parrocchia di San Michele, in processione tra i canali. Qui ogni domenica pescano vecchi locali e giovani migranti, biondi e bulgari. Un ragazzo che viene qui con suo padre da decenni posa la canna da pesca e raccoglie dei vasi integri dal fiume, perché nel Sarno tutto scorre. Si chiede chi abbia potuto buttarli e perché. Dice che ci metterà dentro dei fiori, per rendere almeno qualcosa più bello qui intorno.

Canapa legale: “Ora o mai più”. Proseguono i sequestri “light”

“Legalizzare la cannabis? Dopo Salvini, ora o mai più”. Luca Marola, tra i pionieri della cannabis light con il marchio EasyJoint, rischia la galera ma conservava almeno la speranza, con il Capitano all’opposizione. “Pd e M5s sono sempre stati aperti alla canapa, perciò ero ottimista”. Poi, la grande delusione a Cinque stelle: il 24 settembre, il gruppo pentastellato in Commissione agricoltura sostiene all’unanimità una mozione controversa. “Il Movimento ha scaricato la ‘galassia cannabis’”, accusa Marola. Il documento esorta il Parlamento a scrivere regole per “la cessione, da parte degli agricoltori, di biomassa di canapa a fini estrattivi”. Cioè: i coltivatori possono vendere la pianta alle aziende che distillano cannabinoidi (il Cbd, per lo più). Lo scopo? Preparare alimenti, cosmetici e prodotti di benessere a base di canapa. La Commissione però non spreca una parola sui cannabis shop, dove si vendono fiori e oli. “Quella è materia del ministero della Salute”, dice Filippo Gallinella, presidente grillino della Commissione agricoltura della Camera.

Problema: gli imprenditori del fiore “light” rischiano il tracollo per via dei sequestri e speravano nell’aiuto pentastellato. Ora sono su tutte le furie: “Ci sentiamo scaricati ma siamo pronti ai blocchi davanti Palazzo Chigi, nelle chat di WhatsApp siamo circa 3mila, coltivatori e venditori”, dice Daniele D’Agata. La sua azienda, a Isernia in Molise, si chiama Green Passion Agritech. Ha investito denaro e pagato tasse, Daniele. In cambio, chiede leggi certe per il business. I negozi infatti continuano a chiudere: a Macerata, l’8 ottobre, serranda giù per 4 cannabis shop. “Finché il legislatore non farà chiarezza – ha detto il questore Pignataro –, la norma vieta la vendita di infiorescenze, olio e resine, e noi dobbiamo applicarla”.

Domanda: “Non si può stabilire che vendere i fiori di canapa è legale, se il Thc (tetraidrocannabinolo) non supera lo 0,5%?”. Dice Gallinella: “Sarei favorevole, ma la vendita dei fiori non dipende solo dalla soglia del principio attivo”. Ecco il punto cruciale: la cannabis light sarebbe vietata a prescindere dalla percentuale di tetraidrocannabinolo. Lo dice la Suprema Corte e lo ribadisce la risoluzione della Commissione agricoltura. Con l’eccezione: “Non si può vendere, a patto che non abbia effetto drogante”. Così, si arriva al paradosso: come misurare l’effetto drogante, senza indicare il tetto di Thc? Mistero.

Senza Salvini al Viminale, intanto, i commercianti provano a rialzarsi. Molti sono finiti in ginocchio per via dei sequestri innescati dal verdetto della Cassazione, il 30 maggio. Ad esempio: il franchising Cbweed contava 50 punti vendita, ma 10 hanno chiuso dopo la pronuncia del palazzo di Giustizia, per paura di finire in tribunale. Poi era tornata la speranza: “A luglio ed agosto, nessuna richiesta di apertura – dice Riccardo Ricci, fondatore di Cbweed – ma a settembre, col cambio di governo, ne sono arrivate più di 20”.

Ma il rischio legale è alto perché nessuno sa come misurare l’effetto drogante. In teoria, la circolare del ministero degli Interni del 31 luglio 2018 (approvata da Salvini) chiarisce l’enigma: se il Thc è sotto lo 0,5% al grammo, la sostanza è legale. In pratica, la Cassazione affida al giudice la libertà di decidere. Risultato: “Vendere cannabis light è una roulette russa e il settore è in bilico”, dice l’avvocato Carlo Alberto Zaina: “Per alcuni tribunali è spaccio, per altri libera impresa. Ma i giudici dovrebbero fare un passo indietro e seguire le indicazioni scientifiche dei tossicologi”. Zaina racconta la storia esemplare di una commerciante di Tempio Pausania, in Sardegna, finita in arresto: “Il Riesame di Sassari l’ha scagionata perché la cannabis light non è droga; per le toghe di Nuoro invece è merce stupefacente”.

Un altro problema sono i controlli stradali, suggerisce l’avvocato: “Il narcotest delle forze dell’ordine rileva la presenza di Thc senza misurare la soglia percentuale: così ti arrestano senza badare all’effetto drogante”. Zaina auspica una legge, ma non si fida del Partito Democratico: “Nel 2014 ha modificato la tabella 2 degli stupefacenti: prima era vietata la cannabis indica, ora la cannabis tout court”. Luca Marola intanto è indagato a Parma per spaccio di stupefacenti: il 23 luglio le forze dell’ordine hanno sequestrato all’imprenditore 640 chili di cannabis light. Ma la legge non è uguale per tutti: a Genova, il 22 giugno, un venditore di Rapallo è stato scagionato per via del thc sotto lo 0,5%. Sembrava la Caporetto dello “sceriffo” leghista: i tribunali di Novara, Salerno, Messina, Catania, Padova, Perugia, Caserta e Mantova seguono la scia del Riesame ligure. Ma il tribunale di Parma va contromano: la prova dell’effetto drogante non è il livello percentuale di Thc, bensì la quantità totale del cannabinoide.

Per capirci: EasyJoint vende una varietà di cannabis sotto lo 0,5% di thc. Tutto in regola? Nemmeno per sogno: per i giudici parmensi bisogna moltiplicare 0,5 per 640 mila (i grammi di canapa sequestrati ad EasyJoint). Ecco perché Marola è indagato per spaccio. Secondo l’avvocato Zaina, difensore dell’imprenditore, non ha senso: “Tutte le perizie tossicologiche per identificare gli stupefacenti misurano la soglia percentuale. Qualcuno crede sia possibile assumere 640 chili in una volta?”. Se Marola andrà a processo, a tesi degli inquirenti emiliani potrebbe diffondersi a macchia d’olio: vale la somma, non la percentuale di Thc. In tal caso, la slavina dei sequestri travolgerebbe i cannabis shop. Per la gioia di Matteo Salvini. Forse non ha letto lo studio pubblicati dalla rivista European Economic Review: i negozi di cannabis light riducono i sequestri di marijuana del 14%, le mafie perdono almeno 100 milioni di euro.

L’Europol rivela: l’ultradestra arruola soldati e poliziotti

Dopo l’attacco a una sinagoga e a un ristorante turco a Halle, in Germania, che ha fatto due vittime il 9 ottobre, un rapporto confidenziale di Europol rivela che l’ultradestra europea si sta armando e sta reclutando tra soldati e poliziotti. Il killer di Halle, Stephan B., tedesco, 27 anni, simpatizzante d’“estrema destra”, era pesantemente armato, portava la tuta mimetica e l’elmetto come l’australiano Brenton Tarrant che, lo scorso marzo, ha attaccato due moschee a Christchurch, in Nuova Zelanda, uccidendo 50 persone. Come il terrorista di Christchurch, che aveva trasmesso live su Facebook il massacro per 17 minuti, anche il killer di Halle ha filmato il suo attacco con una telecamera frontale e ha diffuso il video di 35 minuti sulla piattaforma di videogiochi Twitch. In questo video, secondo il sito di Intelligence Group, un’organizzazione degli Usa, l’uomo spiega che “gli ebrei sono la radice di tutti i mali”.

Tre documenti attribuiti a Stephan B. sono stati pubblicati su Internet: una sorta di “manifesto” di quattro pagine, presentato come una “guida spirituale per uomini bianchi insoddisfatti”, dove invita a uccidere ebrei, musulmani, comunisti e “traditori”; un documento in cui presenta il suo progetto d’attentato e un altro in cui indica l’indirizzo della pagina web su cui ha diffuso il video. Vi menziona anche dei bersagli “bonus”: i membri del “governo di occupazione sionista”. Diversamente dal “manifesto” di 74 pagine del terrorista di Christchurch o da quello di Anders Breivik, l’autore delle stragi di Oslo, questi tre documenti non forniscono molti elementi teorici né dettagli sul background ideologico dell’attentatore di Halle. Sono pieni invece di riferimenti alla cultura web, come ha fatto notare Le Monde.

In Europa, diversi attacchi si sono già verificati. Nel giugno 2019, il prefetto tedesco Walter Lübcke è stato trovato morto, con un proiettile nella testa. Era stato minacciato di morte a più riprese da gruppi di estrema destra per aver sostenuto la politica di accoglienza dei migranti di Angela Merkel. Il killer, che ha confessato l’omicidio durante il fermo, è un noto neonazista ed era già stato condannato più volte. Nel novembre 2018, un caporale dell’esercito britannico, Mikko Vehvilainen, è stato condannato a otto anni dopo aver tentato di reclutare miliziani per conto del gruppo neonazista, messo fuori legge, National Action. A 34 anni, l’uomo, temendo l’avvicinarsi di una guerra “razziale”, immaginava di creare una “colonia riservata ai bianchi” in un paesino del Galles. Alcuni mesi prima, un italiano è stato arrestato dopo aver sparato dalla sua auto contro sei africani nel centro di Macerata, nelle Marche. Una copia del Mein Kampf e un libro di storia su Benito Mussolini erano stati trovati a casa sua. Nel 2017, un ufficiale militare tedesco è stato arrestato mentre preparava un attentato terroristico dopo essersi fatto passare per un rifugiato siriano. Nel 2016, una settimana prima del referendum sulla Brexit, l’eurodeputata europea Jo Cox è stata assassinata da un giardiniere disoccupato, che nutriva un odio ossessivo contro i “traditori” della razza bianca.

Neanche la Francia è stata risparmiata. Nel giugno 2018 è stato smantellato un gruppo clandestino della destra radicale. Si trattava di Afo (Action des forces opérationnelles), i cui membri fabbricavano ordigni artigianali e pianificavano attacchi contro i musulmani. Alcuni di loro stavano mettendo a punto un progetto di intossicazione alimentare di cibi halal (quelli musulmani). Le perquisizioni hanno scoperto armi softair, numerosi libri sul Terzo Reich, sulle SS e sette armi da fuoco. Uno dei sospetti aveva allestito un laboratorio di fabbricazione di esplosivi in casa.

Dopo lo smantellamento di Afo, i cosiddetti Barjols sono diventati il gruppo dominante nell’ultradestra. Un ex capo dei Barjols è stato arrestato nel novembre 2018: è sospettato di aver pianificato un attacco contro Emmanuel Macron, durante il viaggio del presidente nell’est della Francia per le commemorazioni per il centenario dell’armistizio (4-7 novembre 2018). Dopo questi numerosi episodi, il numero di arresti legati all’estrema destra è più che triplicato in Europa, passando da 12 nel 2016 a 44 nel 2018. Martedì 8 ottobre i ministri dell’Interno Ue hanno affrontato il tema della violenza e del terrorismo di estrema destra. Un incontro nato a partire da una constatazione: il terrorismo d’ultradestra, anche se oggi non è “il rischio principale” per l’Ue, è in crescita. L’obiettivo: permettere ai paesi più preparati nella lotta a questo terrorismo di condividere “le loro esperienze” e dare un nuovo impulso politico perché vengano prese misure su un piano più tecnico. L’idea di fondo è di ricorrere a strumenti “orizzontali”, già usati per combattere il terrorismo jihadista. I ministri Ue hanno indicato quattro assi di azione: “Tracciare un quadro più preciso dell’estremismo violento e del terrorismo di destra”, continuare “a sviluppare e condividere le buone pratiche su prevenzione, identificazione e trattamento dell’estremismo violento e del terrorismo”, “lottare contro la diffusione di contenuti estremisti illegali online e offline, di cooperare con i principali paesi terzi”. L’incontro si è basato sui numerosi rapporti e articoli pubblicati in particolare dal coordinatore Ue per la lotta al terrorismo e sul rapporto confidenziale Europol, pubblicato dai media tedeschi, Süddeutsche Zeitung, Wdr e Ndr. Il rapporto giunge a conclusioni inquietanti. La prima: i gruppi di estrema destra stanno investendo nell’acquisto di armi e nella fabbricazione di esplosivi. Come aveva rivelato Mediapart, i servizi segreti francesi stimano a 350 i membri dell’ultradestra che in Francia possiedono legalmente una o più armi. La seconda: stando a Europol, l’ultradestra europea starebbe reclutando tra le forze dell’ordine, militari e poliziotti. “Per rafforzare le loro capacità fisiche e la loro preparazione alla lotta armata, i gruppi di estrema destra stanno cercando di reclutare membri tra i militari e le forze della sicurezza, per acquisire competenze”, è scritto nel rapporto. Il rapporto conferma ciò che Mediapart aveva rivelato sin dalla primavera 2018: in Francia, la Direzione generale della sicurezza interna (Dsgi) aveva allertato le autorità per il numero crescente di soldati e poliziotti che hanno integrato i gruppi dell’ultradestra. I servizi di intelligence seguivano in quel periodo “circa 50 tra poliziotti, gendarmi e soldati” per i loro legami con l’“estrema destra violenta”. Quasi il doppio, dunque, dei funzionari seguiti per l’adesione all’Islam radicale, secondo il ministro francese degli Interni, Christophe Castaner, il quale, dopo la strage della prefettura di polizia di Parigi, ha parlato di 20 poliziotti e 10 di gendarmi sospettati di conversione al fondamentalismo musulmano. I servizi di intelligence sono dovuti intervenire per sensibilizzare sulla questione diverse amministrazioni, compresi i vari corpi dell’esercito, polizia, gendarmeria, servizi della dogana e polizia penitenziaria, per migliorare lo scambio di informazioni sui funzionari sospetti, ma anche per evitare il reclutamento di altri poliziotti o militari già affiliati all’ultradestra. L’ultradestra corteggia le forze dell’ordine, adatta i discorsi per attirare la loro attenzione, da risalto alle nuove reclute che arrivano dalle forze dell’ordine, professionisti ricercati per la loro competenza in materia di mantenimento dell’ordine e per i loro contatti. Secondo una fonte, gli agenti vengono contattati per accedere a informazioni riservate della polizia e della gendarmeria. Secondo i Volontaires pour la France (Vpf), un gruppo di difesa civica nato dopo gli attentati, 50 soldati e agenti in pensione figurava tra i circa 200 attivisti d’ultradestra sparsi in Francia nel 2016. A capo della rete Rémora (un gruppo che non sembra più attivo), c’era un ex ispettore della Direzione centrale dei servizi generali (Rg). Nell’ottobre 2017, la Sottodirezione dell’antiterrorismo (Sdat) e la Direzione dei servizi segreti interni (Dgsi) hanno smantellato un gruppo nato intorno a un certo Logan Nisin. Tra i presunti complici, il figlio di un gendarme, il figlio di un poliziotto e un allievo della scuola per sottufficiali dell’Aeronautica militare. Mediapart aveva rivelato anche i dietro le quinte del sito Réseau libre, i cui membri avevano tentato di commettere degli attentati contro i musulmani. Le tesi veicolate da questo sito sono le stesse che ispirarono il terrorista di Christchurch: la teoria della “grande sostituzione”, elaborata dal saggista di estrema destra Renaud Camus, il fallimento del Rassemblement national, giudicato troppo moderato, e l’attentato islamofobo come strumento di difesa della razza bianca. Il sito ha pubblicato le interviste di Monsieur X, presentato come un “ufficiale francese dei servizi segreti” e “contatto nei servizi dell’antiterrorismo”. L’uomo, che veniva sentito dopo ogni attentato, non esitava a parlare di “guerra di civiltà”. Sulla sorte da riservare ai jihadisti, in un’intervista del marzo 2016, indicava due opzioni: “Uno: facciamo il necessario per recuperare gli individui ancora in vita, sperando che parlino e di trascinarli in tribunale. Due: individuiamo la minaccia e, al momento opportuno, la eliminiamo. Vi lascio indovinare quale è la mia opzione preferita”. Parlando degli attentati, invitava i slettori a difendersi: “Ditevi che avere un’arma illegale può portarvi in prigione, ma che non averne affatto può portarvi al cimitero!”. Durante la crisi dei gilet gialli, un ex poliziotto – “seguace delle teorie della cospirazione”, hanno precisato in una nota i suoi colleghi 007 – ha tentato di avvicinarsi ai militanti più radicali “per rilanciare la sua formazione” d’ultradestra “in crisi di visibilità”. Nelle note per i vertici dello Stato, l’intelligence rassicura sull’affiliazione di agenti dei “servizi dello Stato” a gruppi della destra radicale: c’è un “calo significativo della permeabilità di questi individui agli ideali dell’ultradestra”.

Già nel maggio 2016, Patrick Calvar, allora capo della Dgsi, aveva lanciato l’allarme davanti alla commissione per la Difesa nazionale e le forze armate: “L’Europa è in pericolo: gli estremismi crescono ovunque e noi dei servizi segreti interni, stiamo orientando le risorse per concentrarci sull’estrema destra. Spetta a noi il compito di anticipare e bloccare questi gruppi che vorrebbero scatenare degli scontri inter comunitari”. In un altro rapporto del 27 giugno 2017, Europol osserva che “se la grande maggioranza dei gruppi estremisti di destra in Europa non ha fatto ricorso alla violenza, essi contribuiscono comunque a radicare un clima di paura e agitazione”. E che, a lungo termine, “un tale clima, fondato sulla xenofobia, i sentimenti antisemiti, antislamisti e anti immigrazione, potrebbe permettere a individui radicalizzati di usare la violenza contro persone e beni di gruppi minoritari”.

(traduzione Luana De Micco)

Italia e Francia: ora una moratoria Ue sulle armi

“Domani mattina (oggi, ndr) prima del Consiglio degli Affari esteri avrò un bilaterale con il ministro francese. Insieme chiederemo lo stop alla vendita di armi alla Turchia per tutti i 28 Paesi”. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, dal palco della festa dei Cinque Stelle a Napoli, rilancia il messaggio di sabato quando, unendosi al coro di Germania, Norvegia, Svezia, Finlandia e Olanda, ha assunto una posizione netta sulla sospensione delle forniture militari ad Ankara.

A benedire l’operazione è Palazzo Chigi che, in una nota arrivata nelle serata di ieri, spiega: “Il governo è al lavoro affinché l’opzione della moratoria sia deliberata in sede europea quanto prima possibile, perché l’attacco militare va contrasto con ogni strumento consentito dal diritto internazionale”. L’Italia invoca una posizione unitaria dal momento che la decisione va presa dal Consiglio europeo all’unanimità. Ma per farlo serve tempo e difficilmente si riuscirà nell’immediato a incidere sulla posizione del presidente turco Erdogan, che ha già annunciato che il blocco della vendita delle armi non fermerà la sua avanzata contro i curdi nel Nord-Est della Siria ribadendo la minaccia di far arrivare in Europa milioni di profughi siriani. Già nel 2011 l’Europa ha deciso lo stop di vendite di armi all’Egitto, sull’onda della rivolta di Piazza Tahir contro il regime di Hosni Mubarak. Allora a perorare la causa era stata l’ex ministre degli Esteri italiana Emma Bonino.

A invocare lo stop immediato all’export di armi alla Turchia è tutto l’arco parlamentare, da sinistra a destra. “È giusto coinvolgere gli alleati e l’Europa sulla vicenda dell’aggressione contro i curdi. A nome del Pd – scrive in un post su Facebook il segretario Nicola Zingaretti – chiedo di dare segnali ancora più netti. Occorrono fatti e segnali. Subito”. Insomma, in attesa dell’Europa l’Italia deve stoppare la vendita. Anche per il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, “l’Italia deve bloccare le vendite di armi alla Turchia e l’Europa imporre sanzioni”. A premere sul tasto dell’acceleratore è pure il leader della Lega Matteo Salvini, che a Mezz’ora in più (Rai3) si dice pronto a firmare “un documento serio ed efficace che ferma i finanziamenti alla Turchia e stoppa definitivamente qualsiasi ingresso della Turchia nell’Ue”.

Del “lodo” Di Maio l’Italia – il terzo Paese che vende più armi alla Turchia dopo Qatar e Pakistan – sarebbe tra i Paesi più danneggiati: nel 2018 ha autorizzato export di munizioni, bombe, missili e altre apparecchiature per 362,3 milioni, oltre il doppio rispetto al 2016. La cifra è superiore anche a quella delle esportazioni tedesche, che nel 2018 sono ammontate a 243 milioni di euro, quasi un terzo del totale nazionale. Tra le maggiori fornitrici italiane ci sono anche Leonardo, Alenia e Beretta.

Ankara bombarda i reporter, i curdi cercano Siria e Russia

L’avanzata turca in territorio curdo, nel Nord-Est della Siria, è sanguinosa: bombardamenti da terra e dal cielo, morti, feriti, sfollati (già 140 mila, potrebbero diventare 400 mila). Ma i curdi resistono, mentre l’America di Trump scappa: facendo l’ennesima giravolta nell’ultima settimana, il magnate ordina l’evacuazione dei mille soldati statunitensi dislocati nell’area del fronte, proprio come cuscinetto tra turchi e curdi.

Il Pentagono spiega che l’ordine di Trump – che lo aveva già annunciato via tweet, per poi ridimensionare parlando del riposizionamento d’una cinquantina di uomini – è venuto dopo un consulto alla Casa Bianca, per evitare che le unità di terra Usa rimangano intrappolate sulla linea dei combattimenti. Il migliaio di uomini verranno per il momento trasferiti più a sud, in altre basi Usa siriane. Non si tratta, quindi, di un “venire via da una guerra lontana e inutile”, come Trump ha ripetutamente definito il conflitto siriano; ma di abbandonare i curdi al proprio destino, cioè alla “macelleria” turca e dei loro alleati, fra cui fonti locali indicano bande di taglia-gola dell’Isis, che ritrova vigore nella recrudescenza dei combattimenti.

Sull’altro piatto della bilancia, ci sono le “severe sanzioni” che gli Usa stanno per imporre alla Turchia: per Trump, c’è “un ampio consenso” nel Congresso su questo punto, cui stanno lavorando senatori repubblicani e democratici.

Il ministero della Difesa turco comunica che le forze di Ankara hanno preso il controllo di Suluk e Tel Abyad e della M4, l’autostrada strategica nel Nord-Est della Siria, nei pressi della quale sabato sei civili siriani erano stati sommariamente fucilati a sangue freddo da miliziani filo-turchi. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani fonti, ieri almeno 24 civili sono stati uccisi. Secondo fonti curde, 800 miliziani dell’Isis sarebbero scappati dalle loro carceri. Ed è grande l’eco della morte, sabato, a Qamishli, vittima di un bombardamento o di un attentato, non è ancora chiaro, dell’attivista per i diritti delle donne Havrin Khalaf.

Fra i caduti di ieri, anche due giornalisti, uno curdo e uno straniero di cui si ignora la nazionalità: viaggiavano con sei colleghi su un pulmino cendall’artiglieria turca sulla strada tra Qamishli e la città di frontiera di Ras al Ayn/Serekaniye. Ne dà notizia Hawar News, il sito curdo-siriano per cui lavorava Saad al Ahmad il giornalista curdo ucciso.

Abbandonati dagli americani, nonostante le promesse di Trump di colpire con sanzioni la Turchia, se non rispetta gli impegni – ma quali?, quelli di esercitare la forza con moderazione? –, i curdi starebbero trovando alleati scivolosi nei russi e nei siriani.

Le forze curdo-siriane si sono accordate con la Russia per consentire all’esercito governativo siriano d’entrare in due località chiave nell’Est del Paese, ancora controllate dalle forze curde, per aiutarle a respingere l’offensiva turca. In base all’intesa, ufficialmente confermata ieri sera, truppe di Damasco sono pronte a entrare a Manbij e Kobane, rispettivamente a ovest e a est dell’Eufrate: Kobane è il simbolo per antonomasia dell’eroismo dei combattenti curdi di fronte ai miliziani dell’Isis; ed è là che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vuole che i suoi uomini arrivino.

Secondo i media di Damasco e fonti dell’opposizione, il regime siriano e responsabili curdi si sono scambiati, con il tramite dei russi, messaggi per verificare la reciproca disponibilità al dialogo e alla cooperazione. Spiazzata da Trump, la diplomazia internazionale preme su Ankara perché fermi l’offensiva. Oggi, a Lussemburgo, i ministri degli Esteri dei 28 discutono se bloccare le vendite di armi alla Turchia, come chiede l’Italia. Diversi Paesi dell’Ue, e della Nato, lo hanno già fatto, Germania, Francia, Norvegia, Svezia, Danimarca, Olanda, Finlandia; e nulla vieta all’Italia di farlo autonomamente, senza aspettare un’intesa europea. Che, dice Erdogan, al telefono con Angela Merkel, “non ci fermerà”:

“Per farci capire davvero ci servono altri 10 anni”

La giacca blu l’ha presa in prestito al suo amico fotografo. È tutta sporca di bianco, come le sue mani, a furia di strofinarsi sulla colonna di gesso di questo lussuoso albergo che un tempo era la sede del Coni e che i tassisti napoletani, con ineguagliabile dono della sintesi, hanno soprannominato Sharm el-Sheikh.

L’una del mattino è passata da un pezzo, ma nel piccolo cortile alle spalle della hall, Beppe Grillo tiene banco come al solito.

Ci sono i ministri Stefano Patuanelli e Laura Castelli, c’è il socio di Rousseau Max Bugani e anche il patron Davide Casaleggio, silente come suo solito: proferisce parola solo per accennare un lamento sul dj set che ha chiuso la festa di Italia 5 Stelle. Giuseppe Conte ha già lasciato Napoli, Luigi Di Maio ha preferito andarsene a cena sul lungomare con la fidanzata e altri pochi intimi (Grillo ricambierà la cortesia abbandonando la kermesse mentre il capo politico tiene il discorso di chiusura).

Ecco, mentre gli altri si rilassano con chiacchiere e cocktail, lui, il fondatore, ha messo spalle alle muro un gruppetto di 5 o 6 amici impegnati nel Movimento, come l’avvocato Andrea Ciannavei e il notaio Valerio Tacchini.

Sta continuando, di fatto, il discorso che ha tenuto qualche ora prima davanti al pubblico dell’arena flegrea e che avrebbe poi ripreso nel pranzo della domenica con Paola Taverna, Nicola Morra e Carlo Sibilia, la vecchia guardia M5S: un “vaffa” per chi mugugna sull’accordo col Pd, un’ode al cambiamento che hanno fatto “tutti gli artisti, i filosofi, i pensatori” e figuriamoci se non possono farlo i politici.

Ha voglia di parlare (“anche perché ormai a casa mia scappano tutti appena mi vedono”, si sfoga con gli amici) e inizia uno dei suoi elaboratissimi paralleli, questa volta tra la storia del Movimento e i progressi della scienza medica tra Otto e Novecento, accomunati, nella sua testa, dalla “casualità” con cui sono nati, dai pregiudizi che hanno dovuto superare e dal tempo che hanno impiegato per affermarsi. Cita gli esperimenti di Pasteur (“ha inventato i vaccini ma prima che ci credessero l’hanno preso per matto”), le scoperte di Fleming (“se non ci fosse stata di mezzo la guerra probabilmente non le avrebbe mai fatte”), ci infila in mezzo gli scritti di Kant, di Rousseau. E, nella foga, si lascia pure scappare che il filosofo beniamino dei Cinque Stelle, in fin dei conti, era “un pezzo di merda” perché sul terremoto che colpì Lisbona nel 1755 disse: “Gli sta bene, se avessero vissuto come nei boschi e non in palazzi di 5 o 6 piani, non sarebbe successo”.

Andò in maniera un po’ più complicata di così, ma Grillo è in pieno flusso di coscienza. E quasi si commuove quando arriva a parlare di un’altra storia piuttosto controversa, che è quella della scoperta dell’anestesia. “C’era un comico, Norton – racconta Grillo – che usava sul palco il gas esilarante, per fare alcuni spettacoli. Un giorno in sala c’era un dentista che si accorse che quel gas non faceva provare dolore a chi lo aveva inalato: ma vi rendete conto che ci sono voluti 20 anni prima che venisse utilizzata in medicina?”. È qui che la voce di Grillo si fa seria: “Tutte le grandi invenzioni hanno bisogno di almeno 10 anni per farsi conoscere dal pubblico. E ce ne vogliono almeno 20 prima che si affermino! – si accalora il fondatore del Movimento – Ma come si fa con un governo che cambia ogni due o tre anni?!”.

La parabola è finita e lui dice subito “voglio andare a dormire”, come se gli si fossero improvvisamente scaricate le pile. Ha quasi lasciato il cortile, quando si ricorda una cosa importante: “Ah! Mettete in conto all’organizzazione il pranzo di oggi, se no mi incazzo davvero. Cioè, viene qui Gunter Pauli, il più grande esperto di economia circolare e tu gli fai pagare il salame?”. Intorno annuiscono con la testa. Buonanotte, Beppe.