La guerra di “Repubblica” tra l’Ingegnere e i tre figli

Carlo De Benedetti ci ha ripensato: rivuole il controllo di Repubblica e del resto dei giornali e delle radio infilati nella Gedi Spa per “rilanciare il gruppo”. E da chi lo rivuole? Dai suoi tre figli, a cui l’Ingegnere, oggi quasi 85enne, aveva lasciato anni fa le quote della finanziaria di famiglia, la Cir guidata da Rodolfo, e a giugno 2017 – a un anno dalla fusione con La Stampa (la famiglia Agnelli) e il Secolo XIX (Perrone) – anche la carica di presidente del gruppo editoriale, passata a Marco.

Problema: i pargoli e gli altri soci di Cir, a partire dagli spagnoli di Bestinver, hanno rigettato la proposta del patriarca, definita “manifestamente irricevibile” e “del tutto inadeguata a riconoscere il reale valore della partecipazione”. Di guerre familiari nel mondo degli affari se ne sono viste mille e più, la particolarità di questa è che, pur essendo vera, s’è aperta con una battaglia finta: l’offerta d’acquisto, infatti, pare congegnata proprio per essere rifiutata, come poi è puntualmente accaduto.

Partiamo dai fatti. La mossa d’apertura l’ha fatta lo stesso De Benedetti padre con un comunicato all’Ansa, in cui faceva sapere che venerdì la sua società Romed (quella che fece una bella plusvalenza sulle banche popolari grazie a una soffiata di Renzi) aveva presentato un’offerta cash alla Cir per il 29,9% della Gedi al prezzo di chiusura in Borsa di giovedì, cioè 0,25 euro per azione. E qui sta l’inghippo: l’Ingegnere proponeva, in sostanza, di comprarsi il controllo del gruppo con 39 milioni prendendo per il collo la Cir. Basti dire che solo un anno fa quelle azioni valevano circa 0,35 euro e all’inizio del 2018 addirittura 0,80 euro: venderle al prezzo di giovedì significava per la Cir scrivere una discreta perdita a bilancio. Questo senza contare che, quando si tenta di prendere il controllo di un gruppo, in genere l’acquisto è fatto riconoscendo agli azionisti un “premio” sul valore di Borsa: un incentivo a vendere, per così dire.

Perché allora – come scrive Cir Spa declinando l’offerta – l’Ignegnere ha fatto una proposta “manifestamente irricevibile”? In attesa che lo spieghino i protagonisti, le congetture si sprecano. Una risposta sta forse nei contrasti sotterranei degli ultimi mesi tra De Benedetti senior e la compagine azionaria del gruppo Gedi. Non si parla tanto o solo di linea editoriale (ma il nostro vorrebbe Repubblica all’opposizione dei giallorosé), quanto dell’andamento di una società che, pur avendo potenzialità, non se la passa bene: secondo i soci forti (Cir, che ha una quota di controllo del 45%, la famiglia Agnelli e i Perrone), entro un paio d’anni non basteranno più i tagli e bisognerà iniziare a perderci soldi, cosa che nessuno pare intenzionato a fare.

Questo il contesto in cui hanno iniziato a susseguirsi le voci di vendita del gruppo e/o di ingresso di un socio forte nell’azionariato: un anno fa si parlò dell’imprenditore ceco Daniel Kretinsky, già azionista di Le Monde (“fantasie”, le liquidò Marco De Benedetti); poco prima dell’estate invece – a quanto risulta al Fatto – era vicino l’ingresso nella società del Qatar Investment Authority, fondo che ha già cospicui interessi in Italia, operazione stoppata proprio dall’Ingegnere; nelle ultime settimane, invece, si dava per certo che la quota di controllo sarebbe passato alla Exor di Elkann e della famiglia Agnelli, oggi detentrice del 6% (qualcuno diceva per vendere poi tutto, qualcuno per gestire). La cosa era talmente nell’aria che il direttore di Repubblica, Carlo Verdelli, ne aveva accennato in una riunione di redazione.

A cosa serve, dunque, l’offerta “manifestamente irricevibile” di Carlo De Benedetti? L’interpretazione che va per la maggiore nel mondo dell’ex gruppo Espresso è che sia una mossa per far uscire allo scoperto le intenzioni dei tre figli e di John Elkann attorno alla società e, soprattutto, al quotidiano a cui l’Ingegnere ha legato la sua vita: il patriarca punterebbero, in soldoni, a far venir fuori il fantomatico compratore di Gedi e a sottrarre almeno Repubblica a un destino poco chiaro o poco in linea con la sua storia blindandone la proprietà in una Fondazione in via di costituzione.

In ogni caso, non una dimostrazione di fiducia nelle capacità imprenditoriali e nella tenuta etica degli eredi, che ovviamente non l’hanno presa bene: “Sono profondamente amareggiato e sconcertato dall’iniziativa non sollecitata né concordata presa da mio padre”, dice per tutti il primogenito Rodolfo.

Carcere agli evasori, Di Maio s’impunta: slitta il decreto fiscale

Avverte da Napoli perché in testa ha già la partita di Roma. Quella da dove vuole uscire con le bandiere del Movimento, prima tra tutte il carcere per gli evasori, per marcare il territorio e segnare una distanza dal Pd, il partito con cui “non facciamo alleanze nelle Regioni, al limite patti civici”. Ecco perché Luigi Di Maio chiude Italia5Stelle, la festa nazionale del Movimento, accennando a nuove urne: “Noi siamo al governo per fare le cose, ma se mancano i voti in Parlamento si può tornare a elezioni anche con questa legge elettorale: va rifatta, ma questo non ci obbliga a restare nell’esecutivo”.

È il suo modo, ormai classico, di alzare la voce quando tratta con i dem. Minacciò il ritorno alle urne già durante la trattativa per formare il governo, così da ottenere di più al tavolo sul programma (e sui ministeri da dividere). In un pomeriggio quasi estivo, davanti a un platea non foltissima, Di Maio rigioca la stessa carta: innanzitutto per ottenere il sì alle norme contro i grandi evasori, quelle che vuole subito, nel decreto fiscale collegato alla manovra.

È il primo, grande nodo. Perché il Pd punta a prendere tempo sul provvedimento costruito dal ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede, che prevede pene più alte per gli evasori (fino a otto anni, rispetto all’attuale tetto massimo di sei) e soglie di punibilità molto più basse, assieme a un allargamento della confisca (anche quando il reato è prescritto). Il primo effetto è che il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che vorrebbe approvare il decreto fiscale già nel Consiglio dei ministri di stasera (forse domani) e senza le norme sull’evasione, dovrà rinunciarci: alla fine a Chigi verrà approvato solo il cosiddetto “Dpb”, il documento programmatico di bilancio da inviare a Bruxelles.

Sul decreto c’è ancora parecchio da discutere e il primo scoglio è la normativa contro gli evasori. “Le norme penali non possono essere inserite in un decreto”, hanno opposto i dem nella lunga riunione al Tesoro di venerdì, intenzionati a rimandare tutto a un provvedimento apposito, da approvare nel 2020 visto che la manovra inghiottirà ogni spazio fino a Natale. E chissà in che forma, visto che sulle soglie e in parte sulla confisca la distanza è notevole. Il M5S, invece, insiste per il decreto. Dal governo, raccontano, hanno anche chiesto un parere informale ai tecnici del Quirinale sulla fattibilità giuridica, ma il problema è innanzitutto politico: il Movimento che non può cedere. Così viene ribadito nella riunione mattutina sulla manovra tra Di Maio e i ministri grillini, riuniti in un albergo a Napoli. E per questo il capo ne fa il perno del suo comizio di chiusura. “Se uno ha emesso fatture false per oltre 100 mila euro, io lo mando direttamente in galera”, scandisce dal microfono Di Maio tra gli applausi.

Certo, prevede, “proveranno a terrorizzarvi dicendo che vogliamo le manette”, ma “non ce l’abbiamo certo coi commercianti, ma con quell’1 per cento che toglie a tutti quelli che le tasse le pagano. Ora se evadono pagano una multa, ma comunque vanno sempre in attivo”. E allora “confisca e carcere”, subito.

Nella riunione coi ministri Di Maio concorda anche una strategia sulla manovra: “Ci servono temi da rivendicare”. E la priorità, dicono nel Movimento, è difendere Quota 100: “Marattin di Italia Viva ha proposto di abolirla e Gualtieri non si è mostrato contrario”. Altro punto, il no alla tassazione delle schede “sim”, su cui la viceministra all’Economia Castelli ha già discusso con dem e renziani. Ma di questo Di Maio non parla alla piccola folla. Piuttosto torna a frenare sull’accordo col Pd: “Quelli coi dem sono patti civici e si possono fare solo come è già stato fatto in Umbria, con un candidato terzo, civico”. Ergo, no ai governatori uscenti, primo tra tutti l’emiliano Stefano Bonaccini.

Ma c’è anche il M5S da risistemare nel discorso di Di Maio: “Non possiamo più permetterci di non avere un’organizzazione – scandisce – dopo dieci anni un capo politico e un garante (Grillo, ndr) non bastano”. E allora via alla struttura, con “un team” nazionale di 12 persone diviso per temi e decine di referenti regionali. Gli aspiranti ai ruoli potranno candidarsi sulla piattaforma web Rousseau, “presentando un progetto” fino all’11 novembre. Poi a dicembre voteranno gli iscritti. Ma della partita non potranno essere figure di governo o presidenti di commissione. Così ha stabilito il capo politico, che detta anche l’agenda per il 2020: “Dovremo fare la legge sull’acqua pubblica e quella sul conflitto di interessi, e via le mani delle Regioni dalle nomine nella sanità”. Un altro messaggio al Pd di un Di Maio che si mostra ottimista: “Resteremo al governo altri 10 anni”.

Una citazione anche per Alessandro Di Battista, assente per un grave problema familiare (“gli siamo vicini”) e saluta. Su palco scendono i coriandoli, ma il ministro pensa già al vertice notturno sui conti a Palazzo Chigi. Perché la festa è già finita.

Ma mi faccia il piacere

Funeral Party. “Big assenti e contestazioni: la festa M5S è un funerale. Grillo diserta le celebrazioni per i 10 anni. La base, contraria al governo col Pd, è pronta a farsi sentire” (Libero, 10.10). “Festa M5S, incognita Grillo. E nasce la corrente dei ‘40’. In forse la presenza del Garante a Napoli” (Il Messaggero, 10.10). “Le assenze pesanti alla festa 5Stelle. Tanti malumori tra gli eletti” (Corriere della sera, 11.10). “I 10 anni del M5S ricordano ai militanti che il grillismo può governare solo se sceglie di tradire le sue promesse” (Il Foglio, 12.10). “Assenze e mugugni. Rischia il flop la festa per i 10 anni del M5S” (Repubblica, 12.10). “Buona notizia. Dopo appena 10 anni i 5Selle si sfasciano. Eletti ed elettori se ne vanno” (Filippo Facci, Libero, 12.10). “Il cruccio di Di Maio alla festa 5SStelle: ‘Vedo Napoli e poi muoio?’” (Riccardo Barenghi, La Stampa, 12.10). Infatti.

Morgan di Nazareth. “L’ignoranza e l’arretratezza di costume dell’Italia sono arrivate al punto tale da sfrattare un artista. Non è mai successo nella storia, è una barbarie. Non è una società giusta, del resto hanno ucciso Cristo, dopo di quello può succedere di tutto” (Marco Castoldi in arte Morgan, cantante, alla Biennale di Milano, 11.10). Perchè, anche San Giuseppe non pagava l’affitto?

Ciarlamento. “La legge sul taglio dei parlamentari la voterò perché sono nella maggioranza e sono leale. Ma un minuto dopo sarò al lavoro per raccogliere le firme e chiedere un referendum per dire no a questa riforma” (Roberto Giachetti, Pd, alla Camera, 8.10). Noi eravamo sempre stati favorevoli al taglio dei parlamentari. Poi abbiamo ascoltato quelle parole nobili, coerenti, elevate e l’angoscia ci ha assaliti: e se, fra i 230 deputati che verranno a mancare al prossimo giro, ci fosse anche Giachetti? Non ce lo perdoneremmo mai.

Vuoto Daria. “Instagram vince, ma la tv è viva” (Daria Bignardi, Repubblica, 8.10). Sopravvive persino alla Bignardi.

Braccia rubate. “Ci governa il partito della cadrega” (Gian Marco Centinaio, ex ministro dell’Agricoltura e deputato Lega, La Verità, 7.10). Tipo quella che ha appena perso lui.

Atroce sospetto. “Fatture false, i genitori di Renzi condannati a un anno e nove mesi. L’ex premier amaro: vogliono colpire me” (il Messaggero, 8.10). Perché: le ha emesse lui?

Sinceri democratici. “Manca la democrazia. Malessere solo all’inizio” (Gelsomina Vono, deputata passata dal M5S a Italia Viva di Renzi, Libero, 12.10). Non ci si può neppure mettere all’asta al migliore offerente.

Concorrenza sleale. “Primo testo di legge renziano: commissione anti fake news. L’iniziativa a firma Boschi: un’inchiesta parlamentare sui ‘delitti contro la Repubblica’. Si vuole indagare anche sul referendum 2016 e sulla diffusione massiva di bufale sui social” (il Messaggero, 10.10). Pretendono l’esclusiva.

Emme Bonine. “Il Pd sbaglia tutto se si sposa con il M5S. L’alternativa è con noi” (Emma Bonino, Repubblica, 13.10). Noi chi? Ormai parla al plurale maiestatico, come il Papa.

Qui lo dico e qui lo nego/1. “La questione del crocifisso in classe è molto sentita in Italia. Meglio appendere alla parete una cartina del mondo con dei richiami alla Costituzione” (Lorenzo Fioramonti, ministro 5Stelle dell’Istruzione, Un giorno da pecora, Radio 1, 30.9). “Sono sgomento di fronte al vespaio mediatico di polemiche su tale questione, che non è assolutamente una priorità” (Fioramonti, Circo Massimo, Radio Capital, 2.10). Quindi una cosa è certa: non sappiamo se sia il primo o il secondo, ma c’è un Lorenzo Fioramonti che va in giro a spacciarsi per Lorenzo Fioramonti.

Qui lo dico e qui lo nego/2. “Non è che se un ultimatum lo lanci dal Papeete è peggio che se lo lanci dalla Leopolda” (Andrea Orlando, vicesegretario Pd, 6.10). “Si è alimentata una mini campagna strumentale, basata su una fake news e corredata da tanto di cards, simili ad altre già viste in passato. Non ho mai detto né pensato che Leopolda e Papeete fossero la medesima cosa. Aggiungo che sono abituato a queste manganellature mediatiche. Sono stati veicolati, anche in questo caso con tecniche già viste, contro di me commenti con insulti e contenuti diffamanti di cui si occuperanno i miei legali” (Orlando, 7.10). Addirittura! Per una volta che ne aveva detta una giusta.

Il titolo della settimana. “Più fisco, più manette” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 11.10). Paura eh?

Maria, piena di disgrazia: Elisabetta la uccide, Wilson la gela nell’aldilà

L’inferno è freddo, o almeno così pare quello pronto ad accogliere Maria Stuarda (1542-1587), la regina di Scozia al patibolo dopo diciannove anni di prigionia inglese. La sovrana – qui nella carne della numinosa Isabelle Huppert – è protagonista del monologo di Darryl Pinckney, Mary Said What She Said, disegnato e diretto dal maestro Robert Wilson e in replica alla Pergola di Firenze fino a oggi.

Maria, piena di disgrazia, santa donna, cattolicissima, è “condannata a sapere chi è e cosa è ogni momento”: la trama la coglie appunto poco prima della decapitazione, mentre riannoda tra sé e sé i fili di una vita vissuta pericolosamente, dall’investitura divina sin da bambina all’incoronazione a sovrana consorte di Francia grazie alle nozze con Francesco II. Breve, però, è la parentesi oltremanica, alla colta corte di Caterina de’ Medici: passato nemmeno un anno e mezzo, Mary – rimasta vedova – torna in Scozia per diventare finalmente la signora Stuarda, moglie cioè di Henry Stuart, da cui ha un figlio, Giacomo. Anche il secondo marito presto l’abbandona, e lei pensa bene di risposarsi con l’amante – James, conte di Bothwell –, primo cospiratore dell’assassinio di Stuart. Intanto, l’amabile cugina Elisabetta I – rivale al trono d’Inghilterra, una “vergine truccata che si fa prendere dagli uomini da dietro” – inizia a farle la guerra, accusandola di complotti (a causa della fede cattolica malvista dai parvenue protestanti), dipingendola come una “strega” e incarcerandola per quasi vent’anni. E poi, zac, tagliatele la testa.

Wilson – pittore della scena, artista della luce, come il conterraneo James Turrell – precipita Maria in un aldilà gelido e lattiginoso, un purgatorio livido, che via via si schiaccia e riflette le ombre di chi se ne va; il cielo sopra Maria collassa, le nuvole promettono tempesta e l’aria omicidi, trafitta com’è da spade di luce. “Non è mai il giorno giusto per l’amore”, sostiene Stuarda, fresca di tre matrimoni e molti funerali: l’unico uomo amato, l’unico che l’abbia sentita cantare ma non può ricordarselo, è il figlio Giacomo, colui che riuscirà a riunire i regni di Scozia e Inghilterra, coronando il sogno della coronata madre.

La regina della Huppert è una madonnina infilzata fuori e infuocata dentro: una bambola del carillon, una cera di Madame Tussauds, ingessata nelle vesti, tenuta su da un collarino lei che finirà decollata. È un lavoro d’interprete straordinario, minimo eppur gigantesco, che zooma sui dettagli e li fa deflagrare: sbattimenti impercettibili di palpebre diventano maschere macabre; le dita si stringono come a stritolar farfalle in una statua di Canova; un fiammifero si fa incendio e le braccia – dopo minuti di immobilità – si agitano, strappando ragnatele, scostando i fili invisibili che la impigliano a mo’ di marionetta.

Questa Maria, sovrumana e disumana insieme, ricorda pure Cenerentola, che ha perso la scarpetta oltre che il senno: il regista non rinuncia alla burla, all’oggetto dissacrante che butta in farsa la tragedia, in un allestimento di rarefatta quanto crudele, olimpica bellezza. “Mi terrorizza quando sono calma. È stata la mia tranquillità a dirmi che eravamo perduti”: il merito va anche all’ipnotica Huppert, alla sua terza prova con Wilson, dopo Orlando e Quartett, nonché madrina dei progetti internazionali della Pergola, tra cui la Carta 18-XXI rivolta ai neo-diciottenni, appena siglata col Théâtre de la Ville di Parigi.

Qualche perplessità suscita invece il canovaccio di Pinckney, salvato dalle straordinarie musiche di Ludovico Einaudi che supportano e talvolta sopperiscono alle lungaggini e ripetitività drammaturgiche. Ma l’impianto – ovvero la partitura registica – non si fa liquefare: è troppo geometrico e glaciale per non reggere la perfezione. Quella perfezione che uccide e che spedisce dritti al creatore, freddati.

La spalla con licenza di stupire (persino Totò)

Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, Carlo Croccolo, prima di andarsene ieri a novantadue anni, “ha vissuto una vita straordinaria come straordinario è stato il suo talento”. Le parole le hanno trovate i familiari nel cordoglio su Facebook, il resto l’ha messo lui, ché altrimenti non si spiegherebbe come abbia potuto dare amore e voce a Marilyn Monroe e Totò, rispettivamente. I funerali si terranno oggi, alle ore 16, nella Chiesa di San Ferdinando in piazza Trieste e Trento, in quella Napoli dove nacque il 9 aprile del 1927 e dove affinò il talento: comico per foggia, assoluto per esito.

Da De Curtis, a cui prestò – il solo autorizzato dal principe stesso – l’ugola, e come non ricordare il fortunato sodalizio in 47 morto che parla, Miseria e nobiltà, Totò lascia o raddoppia?, a Eduardo (Ragazze da marito) e Peppino De Filippo (Non è vero… ma ci credo), Croccolo raramente è stato primus, però sempre inter pares: svelto, accordato e icastico, tra gli anni Cinquanta e Sessanta è spalla con licenza di stupire, irradiare, persino, giganteggiare. L’agio se lo trova lui, finché non arriva a insinuare i propri tratti irregolari, la complessione fisica e gli occhi luminescenti nell’immaginario collettivo. Una nicchia, certo, ma custodita, persino venerata.

I premi – lamentava – non sono arrivati copiosi: “I miei anni dati al cinema e al teatro sono stati di passione sì, ma come Gesù Cristo, perché non ho avuto molti riconoscimenti e quelli che ho avuti me li hanno fatti pagare tantissimo”, nondimeno, hanno saputo distinguere chi fosse con evidenza metaforica. Succede trent’anni fa, nel 1989, con il David di Donatello quale migliore attore non protagonista che gli vale il Rafele davanti alla macchina da presa dello “storico” Luigi Magni: il titolo è ‘O re, il re è Giancarlo Giannini, la regina Ornella Muti, ma vince lui, il fedele maggiordomo. Non è un caso, colpevole di lesa maestà Croccolo è anche altrove, perché non ci sono piccole parti ma solo piccoli attori, e lui non lo era. All’estro non si comanda: cinema, teatro e televisione, attore e doppiatore, l’ha declinato fino all’ultimo, dal Totonno della serie Capri (2006-2010) ai tanti cammei sul grande schermo, e come dimenticare il padre della sposa, un salapuzio senza eguali, in Tre uomini e una gamba di Aldo, Giovanni e Giacomo (1997).

Quasi 120 film, e più di qualcuno da celebrare: Ieri, oggi, domani di Vittorio De Sica, Una Rolls-Royce gialla con Ingrid Bergman, Casotto di Sergio Citti, Camerieri di Leone Pompucci; due regie, con relativi copioni, sotto lo pseudonimo Lucky Moore: Una pistola per cento croci e Black Killer; altri due nom de plume, sempre anglosassoni: Charlie Foster e Sobey Martin; una sceneggiatura a quattro mani con Totò mai trasformata, Fidanzamento all’italiana. Ottime frequentazioni non gli difettano nemmeno sul palcoscenico, da Giorgio Strehler (La grande magia di Eduardo) a Garinei e Giovannini (Rinaldo in campo con Massimo Ranieri e Aggiungi un posto a tavola con Johnny Dorelli), per tacere del doppiaggio: per dirne una, succede ad Alberto Sordi per Oliver Hardy, alias Ollio.

Arte-vita, e a alla seconda lui stesso ascrisse la Monroe, in una confessione a Tv Sorrisi & Canzoni che undici anni fa fece scalpore: “’Ho conosciuto Norma Jean Baker nel periodo peggiore della sua vita: sarebbe morta circa un anno dopo, nel 1962. (…) L’ho incontrata a una festa a Los Angeles, attraverso Sammy Davis e l’entourage del presidente John Fitzgerald Kennedy. Io me ne stavo in disparte finché non ho visto lei. Abbiamo iniziato a parlare e poi… è cominciata così, come cominciano tante storie”. Marilyn era “stupenda anche se aveva un po’ di cellulite, già prendeva eccitanti e beveva”, per Croccolo non fu “facile fare il cavalier servente: dovevi accettare tutto di lei, anche il fatto che, magari ubriaca, conosceva uno e spariva con lui per giorni. Io l’ho accettato finché, un giorno, non ce l’ho fatta più e sono fuggito”.

“Dal Pci alle piazze a Sanremo. Oggi il palco è come il divano”

Avviso per ristoratori o neo amici ancora inconsapevoli: Luca Barbarossa a tavola non fa prigionieri; se qualcosa non gli piace, non lo convince o è platealmente sbagliata, la sua espressione conciliante e amabile, comprensiva e rassicurante, si tramuta in un simil Carlo Cracco, tanto da apparire più affine al Barbarossa temibile guerriero, che al cantante di Portami a ballare.
Per tutto il resto è quel che appare.
Solidale, impegnato, la politica si teorizza e si vive, è capace di piangere davanti a un cartone animato (“con mia figlia che mi passa i fazzoletti”) e di indignarsi per la comune attitudine di “credere che dopo di noi ci sia il diluvio”.

Per lui la socialità, la condivisione, sono la base della convivenza, e da sempre (“nasce dall’educazione dei miei genitori”), e tutto ciò nel 2010 si è tramutato nel suo programma, Radio2 Social Club, che negli ultimi anni conduce insieme ad Andrea Perroni, e che da settembre è pure su Rai2. “In questi dieci anni ho conosciuto tante persone, tante storie, non solo nel mondo della musica, tanto da costruire delle amicizie con Paolo Genovese, Anna Foglietta, Marco Giallini, e rafforzarne altre come con Fiorella Mannoia e Francesco De Gregori: loro due sono stati ospiti una dozzina di volte e così ho scoperto un altro lato degli artisti”.

Quale?

Forse la parte più illuminata della persona; Fiorella è divertentissima, meglio di una comica: l’altro giorno ha cantato Let it Be in italiano, anzi in romano, e tradotta, è diventata ‘lascia sta’, lascia sta’’.

Conta il padrone di casa.

Si fidano perché siamo dello stesso mondo: se vado ospite da Baglioni a Lampedusa sono tranquillo perché so già che trovo il top; se mi siedo a tavola da Heinz Beck, non mi preoccupo della cottura della pasta. (Giulio Somazzi, uno degli autori della trasmissione, ride: “Tu ne saresti capace”. Barbarossa è così pignolo? “Io, lui e Perroni organizziamo una cena a tre e per conoscerci. Ordiniamo. Durante la serata Luca ha mandato indietro due piatti su due; e ho pensato: ‘Che sfiga’. Poi ho iniziato a lavorarci, e dopo vari pranzi ho capito che è la normalità”. Si ribella Barbarossa: “Mi avevano portato l’amatriciana con la pasta all’uovo!”)

Torniamo alla Mannoia.

Le voglio bene, oltre alla simpatia è una donna colta e impegnata; con lei mi sono divertito nella trasmissione Uno, due, tre Fiorella…, quando ho composto gli stornelli romani che ha poi cantato insieme alla Ferilli: lì ho capito la grandezza di Sabrina.

Perché?

Li ha interpretati in maniera sublime, e pensare che la conosco fin da quando era una ragazzina e me lo ha rivelato lei durante Sanremo (Somazzi: “Un’altra che da noi dà il massimo è la Turci”).

Voi amici da una vita.

La presi in tournée quando ancora non aveva partecipato al suo primo Sanremo: andai a sentirla in un locale romano, segnalata dalla mia fidanzata. Bravissima. Le dissi: ‘Siccome all’inizio della carriera la mia opportunità è arrivata grazie a Riccardo Cocciante, ho giurato a me stesso che mi sarei comportato allo stesso modo: verrai in tour con me a prescindere dal risultato del Festival’.

Passaggio del testimone.

Sì, ed è stata eliminata la prima sera; siamo rimasti in tournée per tre anni.

Com’è arrivato a Cocciante?

Stessa agenzia, e avevo appena partecipato a Sanremo giovani con Roma spogliata, lui primo in classifica con Cervo a primavera: entravo a metà del suo concerto, cantavo tre canzoni e lui proseguiva.

Tosto.

In quella tournée interminabile ho imparato le basi mestiere, mentre prima, al massimo, avevo suonato per strada in piazza Navona.

Quali sono le basi?

Come si gestisce la regia, le luci, l’impatto con il pubblico; come lui, in teatro, non c’è quasi nessuno al mondo, porta i presenti all’esaltazione.

Cocciante alla fine si definisce stremato.

Nella vita non pensa ad altro: viaggiavamo tutti sullo stesso pullman, dai musicisti al fonico fino al’impresario; Riccardo si piazzava in fondo e aveva allestito un pianoforte verticale, non elettrico, quello acustico che uno piazza in casa: durante i trasferimenti suonava e componeva, parlava poco.

Gli esordi sul palco.

Mi sentivo sempre abbastanza inadeguato, esibirmi significava forzare la mia natura.

Questa sensazione è rimasta?

Amo leggere, studiare e comporre; credo di aver cantato proprio perché scrivo, ho dato voce ai miei pensieri; non sono un istrione, ma questo è un mestiere che si impara sul campo e oggi sul palco mi sento a casa, anzi a volte devo stare attento, ho la sensazione del pigiama e del divano.

“In pigiama” è un’immagine amara…

Durante i live non ho più alcun pudore, mi posso fermare durante un brano e prendermi per il culo.

Sul palco parla molto?

Sempre di più.

Ha dichiarato: “Sanremo è una settimana di follia”.

Per sette giorni credi che è lì il centro del mondo, che il problema più grande dell’Italia sono le canzoni. Sembra la notte degli Oscar.

L’esordio su quel palco?

Ho subito avuto la prova della follia: arrivo il pomeriggio alle prove, e avevo 19 anni, la sicurezza mi impedisce di entrare perché mi manca il pass; la sera canto il brano in diretta, finisco, aspetto un po’ dietro le quinte, esco dal teatro e la stessa sicurezza è stata costretta a scortarmi per la presenza di migliaia di persone.

Chi ha chiamato dopo l’esibizione?

Nessuno, altri tempi; settimane dopo mi telefona papà per dirmi che ero primo nella hit parade, e non lo sapevo, non avevo calcolato questa possibilità.

Suo padre come visse il successo?

Non lo so, lo vedo una volta ogni tanto, e già allora vivevo da solo, e poi i miei si sono separati quando avevo due anni; comunque la passione per la musica me l’ha trasmessa lui e grazie al jazz.

In quel periodo era segretario di una sezione del Pci.

Sono nato a Campo Marzio (centro di Roma), ma a un certo punto i miei genitori (la madre e il secondo marito) decidono per motivi economici di trasferirsi in campagna.

Disperato.

Avevo 14 anni, vivevamo isolati, non passava neanche l’autobus: o ti ammazzi o scrivi canzoni. Ho scritto.

Però…

Frequentavo la sezione del Pci di Monterotondo, poi il partito, con Veltroni capo dei giovani comunisti, mi chiede di aprire la sede del mio paese.

Anni Settanta, manifestazioni, lotte, pericoli.

Sempre presente: il giorno della morte di Giorgiana Masi ero a 200 metri…

Manganellate?

Eccome: manifestavo, poi la sera suonavo in piazza Navona, al Pantheon o a Santa Maria in Trastevere.

Quanto racimolava?

Se andava bene, il sabato sera anche a 100 mila lire.

Tantissime.

Noi (lui e Mario Amici, amico e compagno dal liceo) avevamo costruito un vero spettacolo.

Cosa cantavate?

Quasi solo folk e country statunitense.

Niente romano?

Eravamo americani-americani, molti ci scambiavano per stranieri.

E la cultura comunista, come si conciliava?

Interpretavamo Woody Guthrie o Crosby, Stills, Nash & Young, cantanti di sinistra.

Insomma, il paese…

Dopo l’incarico tornavo a Roma con la corriera, e andavo dalle società che affittavano i film: lì prendevo quelle enormi pizze di latta con dentro la pellicola, poi rientravo in sezione e montavo il proiettore per il cineforum.

Un classico del periodo.

Con pazienza e meticolosità bussavo casa per casa, l’obiettivo era tesserare e coinvolgere la popolazione.

Come reagivano le persone?

Quelli de destra me volevano ammazzà; poi la domenica vendevo L’Unità ai semafori.

Quali film proiettava?

Popolari, magari con Totò con Aldo Fabrizi, e improvvisamente quella sezione si trasformava in una sorta di Nuovo Cinema Paradiso.

Mamma approvava?

A casa purtroppo siamo così; i miei lavoravano a Repubblica, Eugenio Scalfari quasi tutti i venerdì sera era da noi.

Scalfari l’affascinava?

Un uomo molto divertente, le serate con lui e Paolo Guzzanti diventavano fantastiche: io prendevo la chitarra e vestivo il ruolo del menestrello, mamma cantava le canzoni romane e molto bene, Scalfari le classiche come Il cielo in una stanza.

Karaoke.

Un po’ sì; con noi anche gli altri di Repubblica e una serie di politici come Miriam Mafai e Giancarlo Pajetta, poi Giovanni Spadolini e Virginio Rognoni; quel clima era già un po’ un Social club.

Di loro chi l’affascinava?

Pajetta e la Mafai arrivavano con una Fiat 500, e ovviamente guidava lui. Stupendi.

“Compagni che sbagliano” li ha conosciuti?

Nel 1977 era quasi impossibile non capitarci, e mi sentivo abbandonato dal compromesso storico, così andavo a cercare certezze altrove, tanto da frequentare i comitati di base come quello di Lotta continua.

Com’era suo padre?

L’opposto: scapolone vero, uomo allegro e avvolto da un clima popolare; mi portava nelle cene del lunedì, quando a Roma sopravviveva ‘La società’, una sorta di banca clandestina.

Cos’era?

Un gruppo di persone metteva periodicamente dei soldi in un fondo, e quando uno aveva un problema, chiedeva un prestito; così si otteneva quello che gli istituti ufficiali non avrebbero mai concesso perché erano tutti mezzi ladri, protestati o rovinati.

E tutto questo…

Accadeva nel retrobottega di un’osteria, e dopo aver versato la quota si restava per mangiare e lì nascevano grandi amicizie tra le persone più differenti: l’artigiano, il muratore, il commesso del ferramenta, lo stuccatore del Quirinale; poi arrivava Bombolo quando ancora non era il personaggio del cinema.

“Tze Tze”.

Era un venditore ambulante: si affacciava dalle tendine e magari cantava ‘O sole mio in un russo maccheronico, e solo perché gli piaceva stupire; poi si sedeva a un tavolo, e iniziava a raccontare delle storie, magari la sua prima notte di nozze, come se qualcuno glielo avesse chiesto, ma nessuno aveva fiatato.

E quando è diventato famoso?

Una mortificazione rispetto alla realtà: nel cinema è stato sfruttato a forza di schiaffi e mi si stringeva il cuore.

Suo padre di cosa viveva?

Sempre stato nel mondo dell’industria farmaceutica, e ancora oggi, a 85 anni, è un consulente; a quel tempo mi portava a tutti i concerti di jazz e da piccolo ho visto dal vivo i più grandi; oggi va di moda, ma allora era un ascolto carbonaro, e quando Paolo Conte canta ‘certi capivano il jazz, l’argenteria spariva’, crea un’immagine perfetta.

Il suono e il mistero.

Frequentavamo una cantina all’inizio di via Giulia, il Music Inn, un ambiente per 50 persone e senza uscite di sicurezza: lì ho ascoltato giganti come Kenny Clarke.

50 sono proprio poche.

Dividevano lo spettacolo in due turni: se volevi assistere al concerto intero, eri costretto a pagare due biglietti; con papà restavo solo il primo tempo, poi andavo a dormire in macchina e lui continuava.

I più grandi artisti per sole 50 persone?

C’era Pepito Pignatelli, nobile romano, che evidentemente metteva la differenza, pagava per noi.

E quindi la frase di Conte?

Mi ricorda quell’atmosfera fumosa, con la gente che indossava delle giacche consumate: se fosse sparita l’argenteria o l’orologio, nessuno si sarebbe stupito.

Lei fumava?

Solo da ragazzino, ma era un atteggiamento, poi sono sempre stato un atleta e ho lasciato perdere.

Viaggio della vita?

Londra: frequentavo il liceo, ma appena potevo scappavo, andavo lì e lavoravo come cameriere in un ristorante prima, in un albergo poi; una volta anche da Harrods, addetto all’impacchettamento.

Oltre Londra?

La tournée più bella della mia vita è stata nel 1978 in Spagna e Portogallo con Mario: siamo partiti con una Fiat 126, tenda e sacco a pelo; era appena finito il franchismo, gli spagnoli desideravano divertirsi, e per noi fu una manna: incassavamo tantissimo.

Fine anni Ottanta: Dalla.

È stato molto importante per me: a un certo punto ho iniziato a registrare nel suo studio di Bologna e nei primi Novanta comprai una casa lì.

Come si è trovato?

Città difficile, hanno un loro mondo abbastanza blindato: dopo il lavoro ognuno se ne andava a casa e spesso mi trovavo da solo.

Nonostante Dalla.

No, lui ti presentava mille persone, non solo legate al mondo della musica, anche artisti, attori di teatro, ti presentava nuovi talenti.

Chi ricorda?

Una sera si avvicina: ‘Ascoltalo, è bravissimo’, e mi ritrovo davanti un ragazzo al piano: era Samuele Bersani che canta Il mostro, gran pezzo. Ah, spesso c’era Morandi.

Che l’ha coinvolto nella nazionale cantanti. E lei è il bomber.

Non gioco più, mi sono rotto tutto: la settimana scorsa, mentre vedevo la Roma, ho capito subito che Dzeko si era fratturato lo zigomo e solo perché è accaduto a me.

Solidarietà.

La differenza è che lui è rimasto in campo, io ho pensato di morire e ho urlato: ‘Portatemi in ospedale’. Mi spavento subito.

E l’addio di Totti?

Commosso, però anche qui devo ammettere un aspetto: capita spesso.

Cosa?

Basta uno spot televisivo a sollecitare le lacrime: quando porto mia figlia di dieci anni al cinema, e per un cartone, lei si siede in poltrona e prepara dei fazzoletti: nei momenti topici me li allunga e mi umilia.

Una sua debolezza?

Quanto tempo ho a disposizione? Vuole scrivere un inserto su di me?

L’oroscopo lo legge?

Mai.

Scaramantico?

No, però mia figlia mi sfida a passarle il sale.

Religioso.

Ateo e rispettoso.

Gratta e vinci lo compra?

Al massimo ho compilato la schedina del calcio.

Oltre al cibo sbagliato, cosa la indispone?

Spesso le persone vivono secondo dei personalismi assurdi, come se dopo di loro ci fosse il diluvio; io forse esagero, ma se entro in un bagno pubblico, e lo trovo lercio, temo che il tipo dopo di me possa pensare che sono stato io.

E…

Sono capace di pulirlo.

Chi è lei?

Mi sento un po’ come Nanni Moretti in Caro Diario, quando urla: ‘Voi gridavate cose orrende e violentissime, e voi siete imbruttiti. Io gridavo cose giuste, e ora sono uno splendido quarantenne’.

Moby non fallisce, il mistero del concordato

L’istanza di fallimento della compagnia Moby, presentata da fondi di investimento che detengono il bond da 300 milioni di euro emesso nel 2016 in Lussemburgo, è stata respinta mercoledì scorso dal tribunale di Milano che, però, ha ‘suggerito’ alla società l’avvio di una procedura formale (concordato o ristrutturazione del debito) per superare la “crisi evidente”.

Si tratta di esposizione di quasi 600 milioni di euro e cassa in riduzione costante, malgrado la cessione delle navi più pregiate. Il tribunale ha anche ricordato le responsabilità di amministratori e sindaci in caso di inerzia, soprattutto di fronte a condotte “di evidente conflitto di interessi in cui opera l’amministratore”. “Moby ha ingaggiato il professionista romano Enrico Laghi come advisor per predisporre il concordato in vista di un piano ex art. 182 bis legge fallimentare”, ha scritto l’altroieri il Messaggero, forte – probabilmente – di fonti vicine a Laghi (ex sindaco di Unicredit, ha svolto incarichi commissariali in Alitalia e Ilva e il principale finanziatore di Moby coinvolto anche nell’emissione del bond), dal momento che il revisore è un consulente di Caltagirone Editore, di cui Francesco Gianni, l’avvocato che difendeva Moby, è il presidente del cda. Ma l’ad di Moby Achille Onorato, interpellato dal Fatto, ha smentito la nomina e alla Borsa lussemburghese non risultano comunicazioni in merito. E nell’edizione di ieri il Messaggero ha corretto il tiro: “Laghi non ha ancora alcun mandato. Potrebbe essergli formalizzato a breve l’incarico di advisor”.

Quello al momento certo è che Laghi, come riferisce un portavoce, “si è appena dimesso dal Comitato di Sorveglianza di Tirrenia in amministrazione straordinaria”. Si tratta cioè della bad company rimasta allo Stato dopo la cessione nel 2012 della Tirrenia pubblica alla Cin controllata da Moby, verso cui ha ancora un credito di 180 milioni, le cui prime due rate (su tre) sono scadute nel 2016. Dallo scorso aprile Cin non ha più pagato appellandosi a una controversa clausola del contratto di privatizzazione e la bad company ha aspettato l’autunno 2018 per adire le vie legali.

A guidare i commissari è Beniamino Caravita di Toritto, storico avvocato di Onorato scelto dal governo Renzi. L’armatore è stato un finanziatore di punta della Leopolda e, dopo aver concesso finanziamenti a Giorgia Meloni e Giovanni Toti), a tutt’oggi è in rapporti con l’ex deputato renziano Ernesto Carbone e altri esponenti dell’entourage del leader di Italia Viva. “I conflitti di interessi dei commissari non sono appannaggio del Comitato di Sorveglianza”, dice il portavoce di Laghi. Che, spiegando il motivo che li ha spinti ad aspettare due anni e mezzo prima di rivolgersi a un tribunale per i mancati pagamenti, aggiunge: “Solo quando nel 2018 Moby e Cin hanno avviato la fusione (sub judice a Milano), abbiamo ritenuto necessario ricorrere alle vie legali”. Sul conflitto d’interessi fra chi per sette anni ha (o avrebbe dovuto) tutelato un credito da 180 milioni dello Stato e oggi potrebbe saltare la barricata per difendere il debitore dallo Stato e dagli altri creditori, non una parola. Nessun incarico, nessun conflitto.

Tace il ministero dello Sviluppo economico, responsabile della bad company e della supervisione sugli intrecci. “Confermiamo che Laghi si è dimesso – riferisce l’ufficio stampa del Mise–, approfondimenti sono stati chiesti alla direzione competente”. Ad attenderli ansiosi sono i creditori di Tirrenia (800 milioni di euro rimasti in pancia allo Stato, che contava di pagarne quasi metà con la privatizzazione) e i 5.800 dipendenti di Moby.

Bekaert avvia i licenziamenti. Operai di nuovo abbandonati

La Bekaert ci riprova ed entro il 15 ottobre avvierà una nuova procedura di licenziamento collettivo per gli oltre 200 lavoratori della fabbrica ex Pirelli di Figline Valdarno, a pochi chilometri da Firenze. La multinazionale belga con un fatturato di 5 miliardi che produce steelcord, la cordellina di acciaio utilizzata per la realizzazione degli pneumatici, lo aveva già fatto un anno e mezzo fa, quando ha delocalizzato in Romania lasciando nell’incertezza gli operai attualmente in cassa integrazione per cessazione (scadenza 31 dicembre 2019).

Ora, come previsto dall’accordo firmato nell’ottobre scorso al ministero dello Sviluppo economico – in cui si indica il termine “entro 75 giorni dalla scadenza della Cigs” – Bekaert licenzia di nuovo i dipendenti dello stabilimento di Figline Valdarno e lo fa a 10 giorni dal tavolo convocato al Mise dal ministro Stefano Patuanelli (si terrà il 24 ottobre) senza che ci siano notizie su un possibile rinnovo degli ammortizzatori sociali o sugli sviluppi delle trattative di reindustrializzazione. Sfumata, infatti, tutta una serie di manifestazioni di interesse da parte di altre multinazionali (un’azienda italiana di derivati dell’acciaio, la bielorussa Bmz e due investitori indiani), sul tavolo dell’advisor industriale Sernet, ingaggiato da Bekaert, ci sono solo due piani industriali: uno presentato da 70 dipendenti che hanno costituito una cooperativa per rilevare la fabbrica e l’altro da “P07”, un soggetto di cui non si conoscono neppure le generalità, che però prevede di salvare solo 90 lavoratori.

“Quello di Bekaert è l’ennesimo atto di arroganza padronale. Di fatto – spiega Daniele Calosi, segretario generale Fiom-Cgil di Firenze – torneremo a trattare con i licenziamenti puntati alla testa, con la comunicazione della procedura di licenziamento collettivo che è arrivata addirittura tramite Confindustria Firenze, nonostante i belgi non siano più associati da quando sono fuggiti in Romania”.

È nel 2014 che la Pirelli, allora proprietaria dello stabilimento di Figline Valdarno e di altri impianti in Cina, Romania, Turchia e Brasile, ha ceduto tutto il suo business della cordellina di acciaio alla Bekaert che si è impegnata a continuare a comprare steelcord in Toscana fino al 31 dicembre del 2017. Scaduta quell’intesa, però, ne è stata sottoscritta un’altra che non ha più tutelato i lavoratori, ma solo gli accordi commerciali tra la multinazionale e Pirelli che, dal 2018, può comprare il filo d’acciaio a un prezzo prestabilito in una qualsiasi stabilimento Bekaert. E dove lo acquista è noto a tutti: non più in Italia ma in Romania, dove una tonnellata di cordellina costa 100 euro a tonnellata, contro i 700 euro di Figline Valdarno.

Ora a rischio ci sono 210 lavoratori della Bekaert (erano 318 nel giugno 2018 quando la multinazionale belga ha annunciato la chiusura, notizia che spinse il cantante Sting a improvvisare un mini-concerto davanti alla fabbrica), grazie ai quali nel settembre 2018 l’allora ministro del Lavoro Di Maio ha reintrodotto la cassa integrazione straordinaria per cessata attività, con quella che è stata chiamata “norma Bekaert”, abolita dal Jobs act di Renzi concedendo così più tempo per trovare una soluzione alla delocalizzazione cavalcata dalla multinazionale. L’ultimo giorno di lavoro in fabbrica per i lavoratori della Bekaert è stato il 21 dicembre 2018, lo stesso giorno in cui il Mise ha firmato l’accordo per la reindustrializzazione con la cassa integrazione straordinaria per tutto il 2019.

Dal canto suo la Bekaert sottolinea che finora “sono stati raggiunti risultati positivi in termini di ricollocamenti, ma i contatti avviati con potenziali investitori non hanno ancora portato a una proposta concreta o alla presentazione di un business plan in grado di assicurare l’occupazione dei lavoratori rimanenti”.

Chef Rubio si sporca le mani anche quando non è in cucina

Chef Rubio, al secolo Gabriele Rubini, è una star televisiva. Nasce come rugbista – ha giocato qualche partita anche in serie A – e poi è diventato cuoco facendo pratica e studiando alla scuola internazionale Alma di Gualtiero Marchesi. Dopo è arrivata la televisione, dove però non cucina mai: non ha un ristorante e davanti alle telecamere più che altro mangia, preferendo trattorie per camionisti alla nouvelle cuisine, perché crede che il cibo sia buono solo se è alla portata di tutti. Spesso è protagonista di iniziative a favore di chi vive ai margini: indigenti, detenuti, persone affette da disabilità. È di sinistra e sui social disquisisce su quasi tutto (fuorché di cucina): i suoi obiettivi preferiti sono i politici di destra, Salvini su tutti. Lo insulta spesso, e questo gli risponde quasi sempre. Chef Rubio è quello che si definisce un maverick, uno che mal sopporta l’appartenenza forzosa a banchi umani costituiti, uno fuori dal coro.

Vero. Però spesso parla come mangia, con le mani più che col cervello. E più spesso straparla di cose più grandi di lui, con l’impressione che abbia studiato poco. Qualche giorno fa, dopo la tragica morte a Trieste dei due poliziotti Pierluigi Rotta e Matteo Domenego, per mano di Alejandro Meran, con un tweet ha fatto incazzare tutti. Un tweet abbastanza scomposto per due motivi: il contenuto, un po’ grossolano, e la sua sintassi, che è riuscita a non far capire cosa lui volesse dire. Ecco lo scritto incriminato: “Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente. Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente. Io non mi sento sicuro in mano vostra”.

Apriti cielo, tutti contro Rubio: ma come?! Dà la colpa alla Polizia?! Ai due poliziotti?! Rubio al rogo! Allora, affinché Kant non abbia vissuto invano cerchiamo di razionalizzare. Nonostante la prosa poco felice, il senso voleva essere questo: le colpe di questa tragedia sono dei vertici, dello Stato, che manda a morire ragazzi senza l’adeguata preparazione. Al di là se si è d’accordo o meno, va riconosciuto che non ce l’aveva con i due poveretti (e vorremmo vedere!), come i suoi oppositori hanno tentato di insinuare. Purtroppo le disgrazie accadono, punto. E in un momento di forte emotività cercare il colpevole al di fuori di quello reale è esercizio alquanto azzardato. Quando le tragedie accadono, prima di parlare, sarebbe meglio rileggere ciò che si scrive o pensare a ciò che si dice – insopportabile il ritornello di tanti, spesso emblema della coglionaggine più acuta, “io dico sempre quello che penso!”, sì ma prima cerca anche di pensare a quello che dici.

Rubio se l’è presa anche con Massimo Giletti, che in diretta lo ha invitato a riflettere prima di scrivere giudizi come “impreparati”, visto che non sapeva neanche chi fossero i due poveri poliziotti – vero – e ha cercato (invano) di telefonargli: nessuna risposta, anzi spernacchiamenti vari al conduttore nei giorni seguenti sui social.

Insomma, uno chef che con twitter è diventato maître à penser e fustigatore alla rinfusa. Chissà cosa direbbe Schopenhauer, che diceva che quando un Paese comincia a chiamare filosofi i professori di filosofia vuol dire che è proprio alla frutta, nel vedere che oggi si rischia la stessa cosa, ma con i cuochi. Vabbè, sarà la modernità, bellezza.

Detta in brusco e breve, come piace a lui, Chef Rubio incarna un po’ il perenne disagio storico degli italiani nei confronti della loro lingua, in particolare dei suoi registri formali e cancellereschi. Come in letteratura il frate Cipolla di Boccaccio o l’avvocato Azzeccagarbugli di Manzoni, fino alla mirabile dettatura della lettera di Totò a Peppino De Filippo. Poi lui parla in quella terra di nessuno che sta tra il dialetto spappolato e la lingua nazionale, dunque tutto si complica.

Rubio ha tanti motivi per essere criticato quanti per essere apprezzato. Partiamo dai pregi: Rubio ha coraggio, rischia, straparla ma è spontaneo; Rubio è uno che non ha paura di andare contro il senso comune e il Potere, e questo oggigiorno non è poca cosa; Rubio non è un indifferente, nel senso che si “sporca le mani” (anche quando non è a tavola) – sarebbe forse piaciuto a Gramsci; Rubio nei suoi programmi, come detto, mangia con le mani – gesto atavico, bellissimo, che i fighetti non capiscono; insomma, Rubio parla pane al pane, vino al vino. Ora i difetti: Rubio su twitter si definisce “independent chef” o “food fighter” senza mettersi a ridere di se stesso; Rubio ama il cibo bisunto, e allora perché ha frequentato la scuola di Gualtiero Marchesi? Delle due l’una; Rubio è molto simile al suo odiato Salvini, solo di un altro colore: ama risolvere le cose enormi con poche battute da osteria – una su tutte, la questione israelo-palestinese: l’ha liquidata con elucubrazioni che neanche nel peggiore bar; Rubio è un ossimoro vivente, un cuoco che non cuoce mai niente; Rubio ama molto fare il proletario, ma si comporta da divo – se la tira, lo sanno tutti. Alla fine il contesto generale è sempre quello dell’Italietta minuscolo borghese: uno parla (maluccio), gli altri lo fraintendono (malissimo). Nessuno ci capisce niente, però intanto se ne parla.

Quindi, consiglio non richiesto, la prossima volta che decide di twittare su una cosa che coinvolge due ragazzi morti, pensi alle sagge parole di Rainer Maria Rilke: “Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della notte: ma io devo scrivere?”.

Mail Box

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito al commento di Stefano Feltri “Anche il Quirinale fa finta di niente sullo scandalo Eni”, Eni constata l’ennesimo capitolo della campagna di stampo diffamatorio e impropri confronti intrapresa dal vostro quotidiano da oltre cinque anni. L’Eni award è un premio che da anni viene assegnato ai migliori ricercatori del mondo, equiparato a un “Nobel” per la ricerca, orgoglio di Eni e della nazione di appartenenza: in questo contesto viene da sempre consegnato presso il Quirinale. Per quanto attiene, invece, alle illazioni infondate contenute nel commento in oggetto: 1- Claudio Descalzi non risulta indagato nell’ambito del depistaggio, come al contrario si sostiene nell’articolo. 2- L’accusa di omissione nella comunicazione di conflitto di interessi in merito alle attività di Eni Congo, è attualmente oggetto di indagine della procura ma risulta (nei suoi elementi costitutivi) sfornita di fondamento. 3- Dal procedimento Nigeria in corso presso il Tribunale di Milano (dove da tempo è terminata la fase accusatoria del dibattimento) non è emerso alcun elemento che porti verso un accertamento delle accuse formulate. Il Dipartimento di Giustizia americano, con la stessa documentazione in esame nell’ambito del processo Milanese, ha concluso le proprie indagini investigative senza intraprendere azioni davanti alla propria magistratura. 4- Il concetto espresso sulla presunzione di innocenza (“presunta mazzetta (…)” dove presunta sarebbe soltanto una “qualificazione giuridica”) è pacificamente diffamatorio per come formulato. Eni e Claudio Descalzi sono oggi estranei nei fatti oggettivi (oltre che giuridicamente) a condotte illecite, e lo saranno finché un Tribunale (non certo il Fatto) non dovesse stabilire il contrario in via definitiva. Eni intraprenderà le opportune vie legali a tutela della propria immagine e reputazione.

Ufficio stampa Eni

 

Auguro a Descalzi di essere prosciolto da ogni accusa. Resto dell’idea che il presidente della Repubblica dovrebbe fare valutazioni di opportunità prima di partecipare a iniziative organizzate da chi è accusato di reati tanto gravi. Anche perché la semplice photo opportunity è utile al (legittimo ma opinabile) tentativo di Descalzi di minimizzare l’impatto delle inchieste sulla sua immagine pubblica e sulle sue possibilità di riconferma nel 2020. Un chiarimento sulla presunta mazzetta nigeriana: i soldi sono stati pagati al governo nigeriano, politici e faccendieri coinvolti nell’operazione hanno tenuto per sé l’intera somma che non è finita al popolo nigeriano. Questo è assodato, il tribunale di Milano deve stabilire se è un reato e se i vertici dell’Eni ne erano consapevoli. A prescindere dall’aspetto penale, credo poi sia lecito e non diffamatorio che chiunque possa formarsi una propria idea sull’etica dei vertici dell’Eni e sulla qualità dei controlli interni che dovrebbero prevenire comportamenti magari legali, ma esecrabili.

Ste. Fel.

 

In riferimento all’articolo del 10 ottobre uscito sul Fatto Quotidiano, che parlava della conferenza di Messina organizzata nelle sedi istituzionali del Comune, scrivo per comunicare il mio ritiro dal tavolo dei relatori. Nello specifico, pur criticando il metodo accusatorio e scandalistico utilizzato dal vostro giornale nel far riferimento a una conferenza pubblica e istituzionalizzata, non mi sento di partecipare alla stessa in riferimento alle accuse velate, ma che non ho la possibilità di verificare, che vengono rivolte ad alcuni ospiti. Benché io stesso sia stato vittima in questo articolo di odiose calunnie (“rossobruno”, concetto di cui non comprendo bene la natura e che ripudio; “reclutatore di mercenari”, ipotesi infondata e falsa per la quale sono indagato da quasi sei anni senza aver mai avuto la possibilità non dico di difendermi in aula di tribunale, ma proprio di essere interrogato dai magistrati, e che ho riscosso per aver portato solidarietà morale al popolo del Donbass, vittima di reiterate e virulente violazioni dei diritti umani), non mi sento di associarmi, senza ben conoscere la fattispecie, ad un convegno dove la stampa ha sventolato le immagini fortissime (e verso le quali esprimo il mio profondo disgusto) della P2 e della criminalità organizzata locale. Purtroppo, come scritto, pur essendo diffidente nei confronti del vostro metodo privo di indagine e approfondimento e meramente scandalistico, non ho il tempo e il modo per verificare di mia persona, e preferisco astenermi. Con la presente comunico anche a tutti coloro che volevano sentirmi parlare di migrazioni a Messina le mie scuse: ci saranno sicuramente altri modi e occasioni. L’intervento avrebbe avuto a che fare, ancora una volta, con la necessità della creazione di un fronte internazionale dei Popoli e di un’alleanza euromediterranea contro la spoliazione neoliberista e neocoloniale del continente Africano.

Orazio Gnerre

 

Apprendiamo con raccapriccio che il signor Gnerre non ha il tempo di verificare le accuse per le quali si sente così profondamente colpito. Noi, nel frattempo, confermiamo tutto quanto scritto nell’articolo.

L. Giar.

 

I NOSTRI ERRORI

Nella rubrica di venerdì “Ciak si gira”, a proposito del film interpretato da Favino, ho scritto erroneamente che la lavorazione si sposterà sulle coste lucane: si tratta, invece, di quelle calabresi. Me ne scuso.

Fabrizio Corallo