E ora il suffragio universalissimo: dopo frate sole, elettore fiume

Noi siamo lettori per così dire pascaliani di Avvenire, nel senso che lo sfogliamo pensando “hai visto mai?”. Questa scommessa venerdì ci ha premiato con un vertiginoso editoriale: “Prendiamoli sul serio”. L’impostazione, se non teologica, è teleologica: la democrazia è il suo progressivo ampliamento. Dice: all’inizio votavano in pochi, poi “aristocratici e benestanti” e poi pian piano sono arrivati pure poveri e donne, “il suffragio universale”. E qui il giornale dei vescovi ci sorprende: “In realtà il suffragio non è mai stato veramente universale, perché restavano e ancora restano esseri umani, che potenzialmente avrebbero il diritto di voto ma che di fatto non votano – per non parlare degli animali, dei fiumi, degli oceani, degli insetti, delle piante”. E allora? Basta allargare: “Oggi gli ‘esclusi’ che ci chiedono di entrare nel club dei votanti sono i ragazzi, i bambini”. Dice: parla del voto ai sedicenni. No: “La vera sfida riguarda il voto ai bambini di ogni età” che “chiaramente” sarà “espresso tramite un adulto”: sarebbe meglio la madre e basta, però va bene pure “l’alternanza tra i genitori”. Dice: vabbè, ma i fiumi e gli insetti? Ci pensano i bambini. Chi è infatti che fa i Fridays for future? I giovani, che quindi “stanno, a loro volta, dando voce al pianeta, agli animali e alle altre specie viventi”. Insomma, gli alberi parlano per bocca dei giovani, che poi votano per mano della madre. Ci pare una soluzione perfetta: d’altra parte la mamma ha sempre ragione (dal che si dedurrebbe che la mamma è anche cliente, ma questa è un’altra storia…).

Abbiamo ascoltato il dolore perché fa parte della vita

 

“Avete raccolto il mio urlo di dolore. È stata forse quella la scintilla… Perché di dolore è pieno il mondo, in quanti lo ascoltano e rispondono? Pochi io credo. È stato questo che ha fatto la differenza, perché fare la differenza si può. Vi auguro di continuare così, sulle strade meno battute, che fanno paura ai più. E vi ringrazio per come avete saputo trattare un tema come il suicidio. È un piccolo seme di un cambiamento”.

Lettera della mamma di Marta dopo l’inchiesta sui morti invisibili, pubblicata sul nostro inserto Sherlock

 

Un mio vecchio direttore diceva che nei giornali sono da evitare tassativamente articoli con storie lacrimevoli di anziani abbandonati, disabili trascurati, barboni sorpresi nel consueto habitat di cartoni, sporcizia e puzza. Pollice verso anche per le traversie sanitarie ed esistenziali di tossicodipendenti (ma la cocaina fa più figo dell’eroina), malati terminali, malati di mente. Consigliabile, suggeriva, non trattare gli emarginati in generale, i disoccupati (e in particolare i giovani disoccupati). Da schivare le inchieste sulle morti bianche (infortuni sul lavoro), sugli individui nullatenenti o sotto la soglia della povertà o comunque di peso per la società, sulle ragazze madri, sui contadini (soprattutto se meridionali), preti e monache. Quanto agli extracomunitari, a quei tempi essi rappresentavano una minoranza non particolarmente molesta e quindi trascurabile: oggi invece sono i bersagli più ricercati nel “dagli al negro” mediatico. L’evoluzione della specie. Quel direttore non era una carogna, o almeno non lo era in misura superiore ai suoi pari grado perché in genere i giornalisti, ieri come oggi, selezionano le notizie “importanti” in base alla loro visione del mondo, alla loro formazione, ma anche alla logica della professione selezionando la realtà, decidendo che cosa è interessante e cosa invece non lo è. È la metafora degli occhiali, coniata dal sociologo Pierre Bourdieu. Lenti speciali attraverso le quali i giornalisti vedono certe cose e non altre; e vedono in un certo modo le cose che vedono. Insomma, tendiamo a occuparci soprattutto di ciò che giudichiamo importante, sorprendente, divertente per noi stessi. Evitando di chiederci se per caso non siano quei particolari temi a essere sfortunati, ma che piuttosto sia infelice il modo con cui normalmente sono trattati e messi in pagina. Quando Maddalena Oliva ha proposto di scrivere sui survivor – persone sopravvissute ai suicidi dei loro cari – ce lo siamo chiesti se questa strada “meno battuta” (come scrive la mamma di Marta) avrebbe potuto creare nei lettori delle reazioni respingenti. Non solo non è stato così, a giudicare dal numero e dal tono delle lettere ricevute, ma da quella porta che abbiamo socchiuso chiedendoci se fosse giusto farlo, sono entrate le straordinarie testimonianze del deputato Alberto Airola e del nostro Nanni Delbecchi, che ci hanno raccontato l’indicibile. I giornali sono fatti di parole, è ovvio, ma delle parole degli altri: battute, scontri verbali, polemicuzze, bazzecole. Se misurassimo quanto debordante spazio si dedica all’inutile vocabolario della politica e quanto poco alle storie della vita (e della morte), alla realtà delle cose, ai fatti, ai gesti concreti, alla materia pulsante della cronaca forse avremmo una spiegazione sulle copie che calano e sulle edicole che chiudono. Due le possibili soluzioni per arginare il declino. La prima è quella drogata delle fake news, della post verità, del “giornalismo” ridotto a insulto o a insulso cazzeggio. Ma che necessita di sempre nuove dosi e che alla fine produce assuefazione. Poi c’è la strada “meno battuta e che fa paura ai più”. Per “fare la differenza”. Con il coraggio di ascoltare il dolore perché il dolore fa parte della nostra vita. Di quella vita reale che invece non ha più voglia di ascoltare il suono del nulla.

Guarire dalla malattia è possibile obbedendo alla parola di Gesù

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: “Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!”. Appena li vide, Gesù disse loro: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un samaritano. Ma Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. E gli disse: “Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!” (Luca 17,11-19).

La prima lettura e la perìcope evangelica raccontano due guarigioni da lebbra. Malattia terribile che costringeva l’afflitto a vivere fuori dal consorzio sociale; anticamente in una condizione di totale isolamento e di impurità religiosa. Gesù Maestro, abbi pietà di noi!: è il grido che esce da cuori disperati e, a un tempo, pieni di fiducia. Naamàn, il comandante dell’esercito aramèo, di cui parla la prima lettura, viene risanato da Elisèo nonostante fosse pagano e straniero; colmo di gratitudine per la guarigione ricevuta, vorrebbe ricambiare il profeta nella maniera più ricca. Di fronte al netto rifiuto di Elisèo di ottenere una ricompensa, il lebbroso guarito è indotto a pensare che quel potere provenga dalla gratuità dell’Altissimo e sceglie di orientare il suo culto non ad altri dèi, ma solo al Signore (2Re 5,17b).

Gesù, in cammino verso Gerusalemme, viene incontrato, anche se a distanza, da dieci lebbrosi i quali invocano la sua pietà. Senza toccarli, ordina loro di andare a presentarsi ai sacerdoti incaricati di certificarne la guarigione (Lv 14), ancora prima che questa avvenga e sia visibile. Elisèo stesso non riceve Naamàn e sottopone la sua fiducia a una prova, ingiungendogli: Va’, bàgnati sette volte nel Giordano: il tuo corpo ti ritornerà sano e sarai purificato (2Re 5,10). Solo l’incondizionata fiducia nella promessa rende possibile il suo compimento! L’evangelista ci mostra come l’obbedienza alla parola di Gesù, cioè la fede in Lui, ottenga la guarigione dalla malattia. Eppure, la disperata richiesta di risanamento di tutti e dieci, ugualmente esaudita con la comune e gioiosa guarigione, vede solo uno di loro tornare indietro per lodare Dio a gran voce e prostrarsi ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Solo a questo punto della narrazione Luca ne rivela l’identità: era un Samaritano, cioè uno straniero!

Che cosa ha indotto questo straniero – così lo chiama anche Gesù – a fare dietro frònt per ringraziare del dono ricevuto? Tutti e dieci hanno constatato sul proprio corpo il miracolo dell’essere guariti. Il Samaritano (ritenuto dai Giudei un praticante eretico) non ha vissuto la guarigione come una semplice risultato del suo modo di credere, ma ha compreso che il dono ricevuto da quell’incontro ha messo in luce l’azione premurosa del Donatore, cioè di Gesù capace di salvare dal male. Il Samaritano ritorna sui suoi passi per cercare di conoscere l’Autore della guarigione perchè lo ritiene portatore del segreto di averlo restituito alla vita. La guarigione, quindi, è segno minore della nuova vita in pienezza!

L’amara constatazione di Gesù, per i nove che non tornano a ringraziare, sfocia nell’espressione che rivolge al Samaritano, l’unico capace di rendere grazie (eucharistòn): Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato! Quale fede? Quella che passa, riconoscente, dalla guarigione per aver ottenuto la salute all’incontro con il Maestro che salva da ogni male perché, nella gratuità, dona un nuovo modo di vivere e per sempre. Nella riconoscenza del Samaritano guarito vive l’efficacia della grazia di Gesù Cristo, ogni altra attesa viene dopo. È la fede che cambia la vita.

Arcivescovo emerito di Camerino – San Severino

Contro le fake news la Boschi propone la legge (che già c’è)

In attesa di debellare la povertà, la politica aggiunge ogni giorno alla stralunata sfida di Luigi Di Maio nuovi obiettivi un po’ orwelliani e cerebralmente svantaggiati. Quando la democrazia zoppica i politici si rifugiano nel misticismo. Non sapendo fronteggiare la profondità della crisi economica e sociale, si dedicano al miglioramento della natura umana. La lunga marcia sarà coronata dal divieto dell’antipatia e della cattiveria, passando per l’istituzione del reato di “risposta sgarbata”. Ma come prima tappa la politica dichiara guerra alle fake news, cioè alle balle di propaganda di cui è la principale produttrice. Non è uno scherzo: vogliono vietare le cazzate per legge. La prima proposta del neonato gruppo di deputati di Italia Viva è la commissione d’inchiesta “sulla diffusione seriale e massiva di contenuti illeciti e di informazioni false attraverso la rete”, prima firmataria la capogruppo Maria Elena Boschi. Un anno fa lei stessa aveva chiesto, come Pd, “una commissione d’inchiesta sulla diffusione intenzionale e massiva di informazioni false attraverso la Rete”. Ora il Parlamento deve decidere se mettere nel mirino la diffusione seriale e massiva o quella intenzionale e massiva.

La legge Boschi implica che sarà lo Stato a stabilire il vero e il falso. La relazione avverte che “la libertà di espressione, pietra angolare dello Stato democratico, (…) va bilanciata con il rispetto dei diritti della persona (…), spesso messi a rischio con la comunicazione via web”. Coerentemente la commissione d’inchiesta dovrà “accertare eventuali violazioni, manipolazioni o alterazioni (…) funzionali a condizionare illecitamente o illegittimamente l’esito delle consultazioni elettorali o referendarie svoltesi nei cinque anni precedenti”. Referendarie: la lingua batte dove il dente duole. La commissione potrebbe scoprire che il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 è stato perso da Boschi e Matteo Renzi perché qualcuno diffondeva la fake news che la vittoria del Sì avrebbe azzoppato la democrazia. Un’autorità amministrativa, stabilito che era una falsità, potrebbe incarcerare chi l’ha diffusa. Non è uno scherzo. La commissione d’inchiesta deve suggerire al Parlamento “specifiche forme di repressione penale per la diffusione di contenuti illeciti”. Attenti al gioco di parole: un contenuto è illecito per definizione se vietato dalla legge. Ma le leggi sul vero e sul falso ci sono già, quindi l’auspicata repressione penale invocata da Boschi qualificherà come illeciti contenuti che oggi appartengono all’esercizio della libertà.

Che Boschi promise alla vigilia del referendum che avrebbe lasciato la politica in caso di sconfitta è vero, perché è verificabile da un tribunale. Ma può un tribunale stabilire se Renzi sia o no un cazzaro o se è vero che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani? Matteo Salvini voleva instaurare un regime autoritario? Luigi Di Maio ha una levatura culturale da bibitaro? Ci vorrebbe il ministero della Verità. Non ridete. Per Boschi esiste già. La sua commissione d’inchiesta dovrebbe “accertare se l’ordinamento vigente (…) destini proporzionate risorse finanziarie alle autorità e alle pubbliche amministrazioni, centrali e periferiche, competenti a svolgere attività di prevenzione e di repressione della diffusione di informazioni false”. Avevamo il Var delle fake news e non lo sapevamo. È bello sapere che alla fine questa commissione d’inchiesta non si farà. È brutto vedere il Parlamento umiliato da questi perditempo. (Un giorno la parola “perditempo” potrebbe essere vietata dal Tribunale della Verità).

Non mi piace il taglio dei parlamentari

“Era una legge che aspettavamo da 40 anni” ha dichiarato il trentenne capopolitico del Movimento 5 Stelle e ministro degli Esteri, esultando per il voto appena ottenuto da tutto (quasi tutto) il Parlamento. Sto parlando della mutilazione che il Parlamento ha inflitto a se stesso tagliando un bel numero di deputati e senatori e fingendo di farlo spontaneamente e per amor di patria. Il messaggio che, con volontà ostinata, disciplina bulgara e diffuso imbarazzo, è stato inviato ai cittadini votando l’eliminazione di 230 deputati e 115 senatori è un messaggio cifrato. Perché si doveva fare? Da dove parte l’ordine?

Naturalmente la prima cosa che viene in mente è il detto popolare “parlare a nuora perché suocera intenda”. C’è un problema. Qui non si sa chi sia la nuora e non si sa chi sia la suocera. Ci sarà stata, nelle stanze interne, qualche spiegazione? Non ai parlamentari che (tutti meno 14) hanno votato la vasta mutilazione, quasi all’unanimità, dopo averla negata e disprezzata quasi all’unanimità (a parte i disciplinati 5 Stelle) in ogni dichiarazione di voto. Non al popolo (“gli italiani” direbbe Salvini, che parla sempre da solo a nome di tutti) che si divide, ormai abbiamo capito, in tre grandi gruppi. Uno disprezza comunque tutto il Parlamento, grande o piccolo o gratuito che sia; uno lo vuole grande purché sia tutto leghista; il terzo non avrebbe partecipato alla mattanza se fosse stato possibile. Ma (e non siamo sicuri del perché) bisognava. Non si capisce se la partecipazione in massa al grande e cupo evento di tutti i non 5 Stelle sia un insolito caso di disciplina o sia da interpretare come la necessità di far fuori un certo numero di futuri colleghi, perché altri sopravvivano. Di certo è il voto che più ha sconvolto e cambiato, fino a renderlo irriconoscibile, il volto della Costituzione, primo gesto rivoluzionario da quando esiste la Repubblica. Mi rendo conto che queste parole possono sembrare drammatiche, e allora proverò ad affrontare i due percorsi opposti. È un bene. È un male.

1 – Confrontati in tanti modi, i parlamentari di altri Paesi sono in numero inferiore rispetto all’Italia (poco o molto, in qualche caso moltissimo). Perché non regolarsi come gli altri? L’eliminazione deve essere consistente per essere notata dai cittadini, severi nel giudizio con un Parlamento che non abbassa le tasse ma continua a fare leggi, a imporre obblighi, e ti impedisce, per esempio, di essere “padrone in casa tua”, come dicono i leghisti offrendo ai cittadini armi da comodino. Implicitamente si formano due idee che diventano care alla folla: se i deputati sono meno, lavorano di più. Se i deputati sono meno, si risparmiano molti soldi che serviranno per usi migliori. Lo scarto di numero e dunque del costo (l’argomento più forte) diventa clamoroso quando si confronta l’Italia con gli Stati Uniti che, con una popolazione e una estensione territoriale non confrontabili con l’Italia, ha solo 100 senatori e 435 deputati. I numeri non rendono conto delle regole, della storia, del potere e non spiegano, per esempio, che un deputato, da solo, può tener testa al presidente Usa. È evidente, comunque, che nel nostro Paese c’è uno squilibrio. Troppi in Parlamento. Questo squilibrio, subìto per decenni (ti dicono), va finalmente corretto sia per lavorare meglio sia per risparmiare. Non si dimentichi la questione della corruzione che fiorisce nella muffa dell’affollamento. La riduzione drastica ti dà un Parlamento più pulito e richiede solo ritocchi tecnici ai collegi che non cambiano il senso morale e politico della Costituzione.

2 – La composizione, anche numerica, della Camera e del Senato era stata disegnata con cura nell’insieme di tutto il corpo costituzionale, orientato a contenere il potere dell’esecutivo e a rendere accurata la rappresentanza dei cittadini. Impossibile non vedere che l’esplicita richiesta di pieni poteri da parte di un leader, in quel momento vicepremier e ministro dell’Interno (cioè il più potente) avviene alla vigilia della quarta e ultima votazione per la riduzione del numero dei Parlamentari. La riduzione, condotta in uno spirito di necessità medica (amputazione necessaria alla salvezza del Paese) era stata preceduta dalla deliberata umiliazione (inflitta a tutti i parlamentari, giovani, vecchi, sani e malati, buoni e cattivi, laboriosi e profittatori), del taglio (in qualche caso dell’abolizione) dei celebri vitalizi di fine mandato, un gesto di potere imposto dall’esecutivo al legislativo nonostante il mascheramento da iniziativa spontanea. Il fatto più sorprendente (che sarà bene spiegare) è stata la partecipazione compatta all’umiliazione collettiva di tutti coloro che erano in aula al tempo dei presunti misfatti, e lo sono ancora.

Caro Furio, pubblico come sempre il tuo articolo perché il dissenso arricchisce il pluralismo. Ma resto convinto che le battaglie del Fatto

per il taglio dei parlamentari e per l’adeguamento del loro sistema pensionistico a quello di noi comuni mortali fossero sacrosante e che la loro traduzione in legge sia un doppio successo per il nostro giornale e per tutti i cittadini.

Il giornale Urbano, già detto “CorSera”

I “beli braghi bianchi”non li aveva, lo testimoniano le foto, ma il sciur padrun Urbano Cairo anche ieri troneggiava felice nella sua risaia informativa. Il Corriere della Sera e pure La Gazzetta dello Sport hanno infatti entrambi dato conto della toccante cerimonia con cui il nostro è stato insignito del titolo di “Alumnus Bocconi dell’anno”. La serata, a giudicare dai resoconti, è stata incantevole: hanno festeggiato lo schivo editore con un video, tra gli altri, “il volto felice” del capitano del Torino, Andrea Belotti, i figli (“sei il nostro mito”), “la simpaticissima moglie Mali” (Gazzetta) e i direttori dei suoi giornali; di persona c’era tutto un parterre de roi che andava da Enrico Mentana (La7, altro pezzo della risaia) al sindaco di Milano Beppe Sala, “arrivato da Copenaghen” tanta era la voglia di esserci (Gazzetta). E la cena? Ah, cos’è stata: “Ha registrato il tutto esaurito con la partecipazione di quasi 500 persone, tra le quali 150 leader dei chapter degli alumni nel mondo” (Corriere). Al presidente della Bocconi, Mario Monti, è toccato il discorso finale: “Raffinato e brillante”, ce lo descrive La Gazzetta, s’è espresso “con la consueta precisione e tocchi di partecipe ironia”, specifica Il Corriere. E non vediamo l’ora, stamattina, di leggere le nuove gesta di Urbano. Il nostro sogno è che anche le testate si adeguino alla nuova linea. La buttiamo lì: che ne dite de Il Corriere Urbano e Il Cairo dello Sport?

Feltri l’attizzatore: “Libero” in deliquio

Questa rubrica,con trasparenza intitolata “Lecca lecca”, dovrebbe guidare il lettore nel riconoscere gli omaggi più o meno nascosti che i giornali dedicano ai loro editori o ai potenti in genere, più quelli che – per tradizione consolidata – i giornalisti si dedicano a vicenda. È, in sostanza, un lavoro di decostruzione dell’omaggio leccatorio all’epoca della riproducibilità tecnica della saliva. Ecco, capirà anche il lettore a questo punto la difficoltà di affrontare un testo come quello apparso ieri a pagina 27 di Libero, giornale fondato e diretto da Vittorio Feltri. Titolo: “Feltri attizza gli ascolti. Picco di share a ‘Dritto e rovescio’ su Rete 4”. Riportiamo come parte per il tutto l’incipit del manufatto: “È lui l’uomo dei record: Vittorio Feltri. Dopo avere diretto giornali triplicandone le copie con la facilità con cui Gesù Cristo moltiplicò i pani ed i pesci, il cronista bergamasco, il quale ha sempre rifiutato di dedicarsi alla televisione per amore folle della carta stampata nonostante ricchissime offerte piovutegli addosso fin dagli albori degli anni 90, fa registrare boom di ascolti. A giovarne sono i programmi che hanno la fortuna di ospitarlo”. Italiano a parte, che vuoi dirgli? Come scherzarci su? No-no, ci vediamo tutti in sala mensa a Libero per urlare quando passa Feltri: “È un bel direttore! Un santo! Moltiplica le copie, caro geometra Calboni, e come attizza gli ascolti lui…”.

Morire a Roma non conviene. Il disastro dei cimiteri di Ama

A Roma è vietato morire. Nella Capitale dell’emergenza rifiuti, anche il settore dei cimiteri è nel caos, fra liste d’attesa infinite, manutenzioni al palo, insicurezza e abusivismo. Una su tutte: i dirigenti di Ama Spa – la municipalizzata dei rifiuti che gestisce anche le sepolture – vorrebbero utilizzare impianti di altre città per le cremazioni che Roma non riesce più a sostenere. Proprio come avviene con l’immondizia.

La proposta, insieme a quella del “limite delle cremazioni” (con buona pace delle ultime volontà del “caro estinto”) è contenuta in un dossier di circa 300 pagine finita sulla scrivania dei pm di Corte dei Conti e Procura di Roma. Un libro nero del percorso impervio che i romani devono affrontare per assicurare ai propri cari una degna sepoltura, prima, e un giusto ricordo poi.

Le cremazioni rappresentano un problema reale. Anche per il cambio culturale avvenuto negli ultimi 20 anni. Nel 2001 sono state cremate 3.711 salme, ma nel 2008 il numero è salito a 7.482 su 26.753 decessi; nel 2018 il dato è raddoppiato: 15.340 cremazioni su 30.096 deceduti. Così i sei impianti attuali, pensati su un ritmo massimo di 7.000 salme l’anno, ormai non ce la fanno più. Tanto che, nei periodi di picco delle morti (in inverno) le salme attendono anche un mese prima di essere “smaltite”. Ama nel 2017 ha assegnato una gara per progettare l’ampliamento del cimitero Flaminio di Prima Porta, il più grande d’Europa: tre nuovi forni e 28 celle frigorifere, più altri interventi al costo totale di 6,2 milioni di euro. L’investimento è finito in un elenco di 17 progetti di manutenzione straordinaria “sospetti” che il Campidoglio ha bloccato, in attesa del parere di congruità atteso dalla Ragioneria capitolina. Il valore del piano è di 166 milioni, con Ama che ha già anticipato 200 mila euro di progettazione “in somma urgenza” e da due anni chiede al Comune l’autorizzazione per sbloccare subito 19 milioni di euro. Cosa che le viene negata. In Campidoglio vogliono vederci chiaro in relazione ad alcune voci che appaiono “sovradimensionate”. C’è la ristrutturazione dello spogliatoio del personale al Flaminio, che costerebbe 1,8 milioni di euro, il cui iter ricorda l’appalto da 500 mila euro al Verano finito nel mirino dei pm; sempre al Flaminio, ci sono i lavori della camera mortuaria, che costerebbero 1,3 milioni. Per rifare il manto stradale a Flaminio e Verano poi, si chiedono 4,9 milioni (il 5% del budget per le buche di Roma), mentre “manutenzione, risanamento e restauro conservativo” del Verano costerebbe ben 39 milioni. Infine, per l’ampliamento del Laurentino, ci sono due bandi da 12,7 milioni.

Ma lo stop ai fondi, pur dovuto a ragioni contabili, si traduce in disservizi evidenti. Il Comitato Tutela Cimiteri ha inviato in Campidoglio un dettagliato dossier di 27 pagine in cui si elencano inefficienze e degrado dei tre camposanti maggiori (Flaminio, Verano, Laurentino) e degli otto cimiteri minori. Segnalazioni confermate dagli operatori delle pompe funebri. Si parte dalle liste d’attesa. Ci vogliono in media 10 giorni per ottenere una tumulazione al Verano, mentre al Flaminio, passato il classico decennio dalla sepoltura, servono altri 7 anni per esumare la salma e spostare i resti in ossario. Poi c’è il tema delle concessioni private: migliaia di cittadini sono disposti a pagare Ama per costruire da sé tombe a terra, cappelle e sarcofagi, ma per ognuna di queste categorie (a seconda dei cimiteri) si può attendere dai 4 ai 10 anni: “Persi 2 milioni di euro negli ultimi 4 anni”, si legge nei documenti. Gli utenti segnalano anche edifici interdetti o pericolanti, erbacce, sporcizia e guano diffusi. Il caso più emblematico al Flaminio: tre intere palazzine – lettere O, P e Q – sono chiuse da 10 mesi, con 1.800 loculi inutilizzabili a tempo indeterminato: anche questo bando, da 2,4 milioni di euro, è stato bloccato dal Comune.

Non è tutto. In un esposto presentato dal consigliere capitolino di Fratelli d’Italia, Francesco Figliomeni, le carte che attestano anche la terza “emergenza”: sicurezza e abusivismo. Nonostante la recente campagna per la videosorveglianza e la guardiania, fino a pochi mesi fa venivano segnalati in Prefettura la presenza di numerosi senzatetto che trovano riparo fra i locali, in alcuni casi sbandati o che “detengono cani di grossa taglia senza rispettare i dovuti accorgimenti”. Poi fiorai, marmisti, giardinieri o persone che “risolvono” pratiche cimiteriali che offrono le loro prestazioni “abusive” fra i loculi: “Alcuni di loro si sono impossessati di manufatti sparsi per il suolo cimiteriale adibendoli a proprio ufficio”, si legge in una recente missiva Ama. Per loro è stato chiesto un “daspo”, come allo stadio.

Il tutto per i romani ha un costo. E proprio come i rifiuti, anche per i cimiteri le tariffe sono le più alte d’Italia. Con il prezzario 2017, la cremazione costa 450 euro contro i 306 di Milano; l’inumazione 342,57 euro contro i 171,35 del capoluogo lombardo; la concessione del loculo 3.377,12 euro contro i 2.736,12 della città meneghina o i 683,97 euro di Palermo.

“Non cadde da solo”: ora l’agente rischia 15 anni

“Quel poliziotto mi ha battuto”. Poi il gesto, inequivocabile: il pugno sbattuto con forza sul palmo dell’altra mano per mimare i cazzotti e i calci subiti che gli avevano provocato un dolore lancinante alla milza e altri ematomi. La dottoressa di turno all’ospedale San Giuseppe di Empoli (Firenze) aveva registrato il racconto di quell’uomo, un 53enne rumeno con precedenti per furto, e denunciato l’accaduto alla Procura di Firenze.

Sentito dai pm, il rumeno aveva confermato la sua versione: “Si sono buttati su di me e mi hanno preso a calci ovunque. Quando mi sono rialzato avevo un dolore fortissimo sul fianco”. Ma il verbale della polizia raccontava un’altra storia: una caduta casuale durante il furto in un cantiere edile. Quel giorno i due agenti del commissariato di Empoli stavano dando la caccia a una banda di ladri specializzata dei furti nei cantieri della zona e durante un pedinamento, era scattato il blitz nella zona di Bagno a Ripoli. A quel punto il rumeno viene fermato, ma dopo qualche ora si ritrova all’ospedale con una milza spappolata, una costola rotta e un ematoma all’altezza della tempia. Il verbale firmato dai poliziotti spiega il perché, nei minimi dettagli: “Nel momento in cui tentava di darsi alla fuga inciampava su un cumulo di materiale metallico per carpenteria cadendoci rovinosamente sopra a faccia in avanti e poi, dopo essersi rialzato, nello scomposto tentativo di proseguire la fuga, cadeva nuovamente su un cumulo di puntelli in ferro”. A quel punto, continua il verbale, sarebbe stato “immobilizzato”. La dottoressa di turno però si insospettisce e non si fida della versione del verbale: difficile che la semplice caduta possa provocare quelle lesioni e quella che in medicina viene chiamata “splenectomia”, ovvero l’asportazione della milza. Così scatta la denuncia. L’indagine, portata avanti prima dal pm Filippo Focardi e poi da Giacomo Pestelli, prosegue e uno dei due poliziotti viene rinviato a giudizio con l’accusa di lesioni gravissime e falso in atto pubblico, l’altro solo di falso. Il primo, è l’accusa dei magistrati di Firenze, avrebbe “abusato dei poteri inerenti la qualità di Polizia Giudiziaria colpendo senza alcuna necessità (atteso che la persona offesa si stava già stendendo a terra sotto la minaccia della pistola) con più calci”.

I due ufficiali avrebbero redatto (“traendo in inganno i colleghi cofirmatari”) il verbale di fermo a carico del ladro. I due imputati, mai oggetto di misure cautelari, sono tutt’ora in servizio. Durante le udienze del processo si sono difesi confermando la propria versione dei fatti sottoscritta nel documento ufficiale, ma la Procura di Firenze non gli crede, dando credito alla versione del medico e del cittadino rumeno. E giovedì scorso il pm Pestelli nella sua requisitoria finale lo ha detto esplicitamente: “Le ferite e le ecchimosi riportate solo sul lato sinistro del corpo, oltre al livido su una tempia, la fratture della costola e la rottura della milza – ha detto in aula – smentiscono il racconto dei poliziotti”.

Poi ha chiesto per loro condanne esemplari: 15 anni per il poliziotto accusato di lesioni e falso e 6 anni per quello accusato di aver falsificato il verbale. “Quando un criminale è nelle mani dello Stato, lo Stato deve sempre e comunque tutelarlo – ha concluso il pm Pestelli – qui invece c’è stata solo una violenza gratuita”. La prossima udienza è prevista per il 27 novembre quando parleranno gli avvocati e per quel giorno è attesa la sentenza di primo grado. Già a gennaio, sempre a Empoli, un 31enne tunisino era morto durante un fermo di polizia dopo aver dato in escandescenza.

Vassallo, un pentito accusa l’ex carabiniere già indagato

C’è un ex pentito che ha detto cose che potrebbero rivelarsi utili per risolvere un giallo che si trascina da nove anni, quello dell’omicidio del sindaco di Pollica, Angelo Vassallo. Si chiama Francesco Casillo e in quegli anni era un boss di Boscoreale (Napoli) che trascorreva le estati ad Acciaroli e corrompeva i carabinieri con soldi e di regali di lusso per proteggere i traffici di droga della camorra napoletana.

I pm della Dda di Napoli che hanno chiesto e ottenuto l’arresto per connivenze col clan Fucito di Caivano dell’ex maresciallo del nucleo investigativo di Castello di Cisterna Lazzaro Cioffi, l’unico indagato – qui senza misura cautelare – per l’omicidio Vassallo, hanno trasmesso i verbali di Casillo ai colleghi di Salerno che indagano sul delitto, e che nell’estate 2018 avrebbero voluto interrogare Cioffi. Il carabiniere, difeso dall’avvocato Saverio Campana, ha preferito non rispondere. E il verbale si è chiuso subito, senza indicare le fonti di prova per l’iscrizione nel registro degli indagati.

La foto di Cioffi a una festa appare al minuto 1.15 del lungo servizio delle Iene di Italia 1 sui misteri del delitto di nove anni fa. La videoinchiesta di Giulio Golia e Francesca Di Stefano ha raccolto notizie e circostanze nuove che potrebbero inserirsi nell’unica pista rimasta in piedi in Procura: il delitto del 5 settembre 2010 potrebbe essere maturato in un contesto di carabinieri infedeli. E forse compromessi nello spaccio di cocaina che infestava la movida di Acciaroli quell’estate. Golia ha filmato Giusy Vassallo, la figlia del sindaco, mentre ricordava la breve relazione che ebbe con il colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo. All’epoca Cagnazzo era il capo del nucleo investigativo di Castello di Cisterna (e quindi anche di Cioffi), un ufficiale con il fiore all’occhiello della cattura di 180 latitanti. Ma sapeva che di lì a poco sarebbe stato trasferito a Foggia a causa, forse, delle accuse di un pentito (poi rivelatesi infondate) di connivenze con il clan degli scissionisti.

Giusy ha confessato alle Iene di vivere male la paura di essere stata, forse, la causa dell’omicidio del padre. Cagnazzo infatti fu indagato e poi archiviato nel fascicolo dell’omicidio, dopo aver acquisito attraverso il suo assistente, il carabiniere Luigi Molaro, senza un mandato ufficiale, i nastri della videosorveglianza sulla piazzetta di Acciaroli, dove i due stavano trascorrendo le vacanze. Nastri che poi furono trasportati a Castello di Cisterna, analizzati e utilizzati per un’informativa di Cagnazzo che puntava il dito contro il ‘brasiliano’ Bruno Humberto Damiani. Spacciatore conclamato, estorsore, condannato per diversi reati, Damiani – difeso dall’avvocato Michele Sarno – quell’estate ebbe uno scontro con Vassallo. Il sindaco gli intimò di andare via da Acciaroli perché spacciatori come lui non erano graditi. Damiani era il colpevole ideale. Ma i pm non hanno trovato prove e il brasiliano è uscito archiviato due volte. Ritenendo peraltro inattendibili le parole del 2012 di un altro pentito, Ciro De Simone, che attribuiva a Damiani una relazione con Giusy e disegnava un movente perfetto: “Era stato sorpreso da Vassallo appartato in auto con Giusy mentre consumavano cocaina, Vassallo gli aveva detto ‘domani ti faccio arrestare’ e per questo Damiani lo uccise”. Una balla. Che Giusy ha appreso solo dalla voce delle Iene, e che ovviamente ha smentito. In una parte del servizio Golia solleva un dubbio: qualcuno potrebbe aver imbeccato il pentito. Chi? E c’è un altro mistero da chiarire: perché a settembre la Dda di Salerno ha mandato i carabinieri del Ros a Pollica in Municipio per acquisire copie dei filmati della videosorveglianza che dovrebbero avere già? Li hanno persi? O ipotizzano di avere ricevuto, anni fa, dei video manipolati? Martedì sera il fratello del sindaco ucciso, Dario Vassallo, sarà sentito in commissione Antimafia. “È una delle domande che mi pongo anche io”, ha detto “e vorrei parlarne in commissione”.