I carcerieri libici sotto accusa a Palermo per tortura

I ras del traffico di esseri umani facevano ascoltare le urla di dolore dei migranti selvaggiamente torturati nella prigione militare di Zawia in Libia ai familiari per costringerli a pagare il riscatto, ma quelle grida, captate dalle microspie, le hanno ascoltate “in diretta’’ anche gli investigatori della Mobile di Agrigento, che a luglio scorso inoltre hanno raccolto il racconto degli orrori di una decina di migranti picchiati e seviziati, prima di sbarcare a Lampedusa. E oggi denunce e riscontri hanno dato vita all’inchiesta della Dda di Palermo in cui per la prima volta l’Italia ha contestato a tre negrieri rinchiusi nell’hot spot di Messina il reato di tortura commesso all’estero e contro cittadini non italiani, previsto dall’art. 613 bis recentemente introdotto nel codice penale.

“Questi delitti vanno inquadrati nella disciplina di cui all’art 10, comma 2 del codice penale – spiega il pm Geri Ferrara, che ha condotto l’inchiesta – ispirata dal principio di universalità, trattandosi di delitti comuni commessi da stranieri all’estero, ai danni di stranieri punibili secondo la legge italiana su richiesta del ministero della Giustizia, e applicata per l’estrema gravità ed efferatezza delle condotte’’. Il pm parla di “condizioni al limite della sopravvivenza’’, con “vittime di torture, stupri e uccisioni che ricordano eventi che pensavamo ormai far parte della storia e della memoria’’. Frustate con i fili elettrici, bastonate in testa, percosse con tubi di gomma anche per ore fino alla morte, esecuzioni con l’elettricità, feroci punizioni indistinte, per tutti: i verbali della Mobile di Agrigento sono una galleria degli orrori vissuti nei lager libici, da Zawia, al Ghetto di Alì il torturatore, dalla “Casa Bianca’’ al campo di Beni Walid. “Se sbaglia uno veniamo picchiati tutti’’, racconta uno dei migranti, che ha denunciato anche la morte per fame di un profugo: “Era denutrito, nessuno gli dava assistenza’’.

Oggi i tre presunti responsabili verranno processati dalla giurisdizione italiana che compie un passo avanti verso la protezione dell’ordine pubblico, interno e internazionale: “Non occorre l’estradizione – spiega il pm Ferrara, citando una sentenza della Cassazione del 1981 – perché basta soltanto che non sia stata attivata, in quanto i due istituti non possono coesistere. Solo se è avvenuta l’estradizione lo Stato si priva del diritto di punire’’. “La Procura di Palermo – conclude il pm – ha sviluppato un approccio innovativo, che afferma il principio del rule of law, e cioè la pari dignità di ogni persona di fronte alla legge, costituisce un primo passo per affermare il principio di legalità anche in Paesi dove sembra regnare il caos, fornisce alle vittime tutela e riconoscimento di diritti fondamentali e lancia un messaggio di contrasto ad ogni forma di impunità, anche nelle situazioni più estreme, in cui sarebbe facile sostenere il contrario’’.

Nino il “burattinaio” spinge l’inchiesta verso i Salvini Boys

Spesso nelle storie sono gli eventi apparentemente irrilevanti ad aprire scenari inaspettati. Succede anche per le inchieste giudiziarie. E succede, nello specifico, nell’indagine dell’antimafia milanese sul nuovo tangentificio Lombardia che ora vira sul fronte della Lega. Mazzette a parte, sul piatto c’è la gestione del potere. Ovvero quel gioco sapiente di relazioni tra politica e imprenditoria. Tra Milano e la provincia di Varese sono due le squadre in campo: Forza Italia e la nuova Lega di Matteo Salvini. Con la prima travolta dallo tsunami giudiziario e la seconda, ad oggi rimasta indenne dagli avvisi di garanzia, ma non per questo lontana da interessi privati e clientele varie.

Partiamo allora da Nino Caianiello, presunto ras delle tangenti, oggi reo confesso e collaboratore dell’autorità giudiziaria. Ex coordinatore di FI a Varese, Caianiello il potere lo ha sempre esercitato attraverso le nomine sia politiche sia nelle società pubbliche. Piazzata la persona, ecco la mazzetta di ritorno. Questo spiegano gli atti dell’inchiesta. Che fissano anche una sorta di spartizione di potere tra FI e Lega. Con il partito azzurro impegnato a giocare sulla tradizione della corruzione politica e il secondo spostato sul settore finanziario, più complicato, ma certamente più ricco. Oggi in Lombardia, uno degli interpreti di questo potere leghista è l’avvocato varesino Andrea Mascetti, allo stato non indagato. Si tratta di un professionista di altissimo livello con incarichi numerosi e di prestigio, ascoltatissimo da Salvini. Del resto l’avvocato, che siede anche nel cda di Banca Intesa Russia e che viene citato (ma non indagato) nell’audio del Metropol, durante il quale Gianluca Savoini discute di fondi russi da girare alla Lega, ha come sponsor l’ex sottosegretario di Stato Giancarlo Giorgetti. Mascetti è poi il vero dominus dell’associazione culturale Terra Insubre. Fondata nel 1996 l’associazione, si legge sul sito, “svolge un’intensa attività di ricerca storica e archeologica sui popoli celtici, germanici e alpini”. Terra Insubre è anche un luogo dove allacciare rapporti. Un dato ben presente a Caianiello. Ed ecco allora quel particolare irrilevante che può cambiare il corso di questa inchiesta.

A spiegarcelo è una fonte investigativa. “Nelle settimane precedenti gli arresti – ci viene detto – Nino Caianiello si iscrive all’associazione Terra Insubre riferibile all’avvocato Andrea Mascetti”. Il dato, pur non di rilevanza penale e per questo non messo in atti al momento, segna una saldatura che, per gli inquirenti, può ridisegnare i contorni dell’inchiesta. “Caianiello – prosegue la fonte – ci ha detto di essersi iscritto perché in questo modo avrebbe avuto la possibilità di mettersi in tasca contatti e relazioni di alto livello politico e imprenditoriale”. L’avvocato Stefano Besani (indagato) spiega ai pm: “Mascetti aveva un rapporto molto stretto con Caianiello, rappresentando uno degli interlocutori privilegiati sul fronte della Lega”. Laura Bordonaro, ex dirigente di una partecipata, molto vicina a Caianiello, mette a verbale: “Mascetti (…)viene indicato come persone che finanzia la Lega anche mediante associazioni che a lui facevano capo come Terra Insubre”. Tra le tante cariche del legale varesino c’è quella nella Commissione centrale di beneficenza della Fondazione Cariplo. Tra i destinatari dei finanziamenti c’è la stessa Terra Insubre, beneficiaria, allo stato legittimamente, di un contributo di 60 mila euro. A proposito della Fondazione, Caianiello, intercettato, spiega: “Ovviamente Giorgetti su questa cosa ci ha messo la (…). L’uomo di Giorgetti all’interno è Andrea Mascetti”. Se il legame di Caianiello con Terra Insubre ridefinisce il quadro investigativo, i suoi verbali del 24.9 coinvolgono un altro leghista doc come il sindaco di Gallarate Andrea Cassani, fedelissimo di Salvini e tra i fondatori di due associazione (Maroni Presidente e Prima il nord) finite sotto la lente della Procura di Genova che indaga sulla scomparsa dei 49 milioni di rimborsi elettorali alla Lega.

La domanda del pm Luigi Furno riguarda la gara per la redazione del Pgt di Gallarate, risponde Caianiello: “La trattativa politica è stata svolta da Bilardo e Cassani, con il coinvolgimento di Petrone (…). Mi riferirono che Cassani disse che FI era stata accontentata e che vantava un credito politico”. Alberto Bilardo e Alessandro Petrone sono oggi indagati. Petrone, ex assessore di FI a Gallarate spiega: “Per la mia candidatura si sono attivati esponenti nazionali della Lega come Paolo Grimoldi”. Sul Pgt Bilardo aggiunge: “Cassani sapeva che quella gara era stata condizionata”. Allo stato il sindaco leghista di Gallarate non è indagato. Conclude Caianiello: “Bilardo aveva trattato con Cassani l’intera vicenda”, poi finita nel mirino della Procura antimafia di Milano.

Anna, la viceministra anti-5S e “sgomitation girl” di Renzi

Tra le ambiziose e devote matrioske renziane, Anna Ascani è quella dotata dell’accelerazione angolare più clamorosa. Pupillissima del Re della Leopolda, reginetta degli hashtag, pseudo-Boschi per piglio e aspirazioni, oggi, per alchimie di merito renzianamente inteso e scienza militare, Anna si trova dove avrebbe potuto già essere nei tre anni di Regno Toscano, se solo in quelle terre, a detta di molti, non fosse stato in vigore il tacito quasi-premierato boschiano.

Nata nel 1987, figlia di un vicesindaco democristiano di Città di Castello, eletta alla Camera nel 2013 grazie al premio di maggioranza del Porcellum, Ascani è stata indicata nel 2016 da Forbes tra “i trenta personaggi under 30 più influenti della politica europea” (c’era pure Luigi Di Maio). Da lì, l’influente Ascani ha letteralmente scalato il Pd.

Luglio 2017: Responsabile del Dipartimento Cultura, Istruzione e Scienza (è laureata). Gennaio 2018: capolista nel listino proporzionale alla Camera in Umbria (ovviamente eletta). Marzo 2019: candidata “in ticket” con Giachetti contro Zingaretti e Martina alle primarie del Pd (inspiegabilmente perse), previa diffusione di un video amatoriale in cui i due comparivano seduti su un divano in una stanza vuota, sbendati, apparentemente in buona salute. Dal 12% incassato (da steccarsi con Giachetti), de iure è stata nominata vicepresidente del Pd, dopo aver accusato Zingaretti di usare i troll in campagna elettorale: “Ohi @nzingaretti sarà che non vuoi fare l’accordo coi cinque stelle, ma non è che intanto hai assoldato la Casaleggio Associati per i tweet?! Tutti identici. Non so se ridere o piangere”. Lettiana fino al 2014, appena superata la prova di fuoco della Leopolda e dei talk show è ascesa alle stelle. La sua fama è arrivata oltreoceano. Il 1° ottobre del 2018 l’agguerrita Anna scriveva su Facebook, l’agorà aspirazionale dei rottamatori, maestri nello storytelling: “Ho aspettato qualche giorno per raccontarlo. Anche perché per diverse ore ho fatto fatica a crederci. Dove andavo con la valigia gialla? Ad Amsterdam. Fin qui niente di che. Solo che ci andavo per trascorrere un po’ di tempo con Barack Obama, il 44º Presidente degli Stati Uniti d’America”. Che c’entrasse forse Renzi, il Napoleone che conquistò l’Occidente dem a cavallo di una Smart, la cui reputazione non si era ancora catastroficamente fracassata negli Usa? “La sua fondazione”, riferiva Ascani parlando di Barack, “ha organizzato una tavola rotonda con 11 giovani leader emergenti provenienti da diversi paesi europei per parlare del presente e soprattutto del futuro del nostro continente. E tra quegli 11 per l’Italia c’ero io”. Purtroppo, non esistono verbali della tavola rotonda: chissà cosa hanno deciso, Anna e gli altri 10 leader, per il nostro futuro.

L’anno scorso Salvatore Merlo del Foglio rivelò che Renzi voleva candidare lei al congresso del Pd contro Zingaretti. Era perfetta: “Smalto, tacchi alti, pensiero rapido e parola tagliente”. Purtroppo, l’interessata smentì, con un tono che peraltro la tradiva quale perfetta creazione del più grande talent scout di gente priva di talento della storia: “Non pensavo che la deriva delle fakenews avesse contagiato anche @ilfoglio_it. La notizia che dà sul fatto che @matteorenzi avrebbe chiesto la mia candidatura è completamente INVENTATA”. Finì che Il Foglio fu costretto a rivelare la fonte, che poi era la stessa Ascani.

Nel 2014, ospite a DiMartedì, sgomitation girl Ascani affermò di avere l’abilitazione all’insegnamento di Storia e Filosofia nei licei. Richiesta di produrre le prove, s’adontò, s’infuriò, poi scrisse un agile post in 18 punti più allegati (dotato di incipit-standard precompilato dalle alte gerarchie del Giglio magico per casi del genere: “ADESSO BASTA”). In breve, risultò che Anna aveva chiesto una “sospensione” e dunque non aveva affatto conseguito il titolo. Dall’appoggio sperticato alla Buona Scuola, come l’uomo discende dalla scimmia, il vice-ministero all’Istruzione, all’Università e alla Ricerca. Come ministra in pectore, si è già espressa a favore dell’alternanza scuola-lavoro, che ora pare si chiami “percorso di scuola lavoro”, ma è sempre la stessa solfa di mettere i ragazzini a lavorare gratis. “Dobbiamo superare i freni ideologici”, ha detto: in effetti, schiavizzarli sarebbe un bel superamento.

Inopinatamente non ha seguito Renzi nel nuovo partituccio (“Ho pianto”): qualcuno dice sia uno dei Cavalli di Troia messi da Renzi a guardia delle Istituzioni che ancora reputa sue; altri, che la renitenza alla leva nella Repubblica di Rignano sarebbe la risposta di Anna alla mancata segnalazione di lei a capo dell’Istruzione a causa del veto posto dalla Boschi, distrutta all’idea di perdere il primato di “ministra più giovane del centrosinistra”. Negli ultimi giorni Ascani s’è aperta una sua corrente, con un nome da promoter dell’Enel dentro i centri commerciali: Energie democratiche (le correnti pseudo-renziane sono un genere inedito di democrazia a scatole cinesi, tipo sistema piramidale del Folletto Vorwerk).

Resteranno agli annali i moniti, i veti e i diktat lanciati sui social dalla quasi professoressa: “Oggi (18 luglio 2019, ndr) c’è una intervista a Massimo D’Alema in cui dice che dobbiamo aprire al Movimento 5Stelle. D’Alema e i 5Stelle. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Se vogliono fare l’accordo, se lo facciano #senzadime”. Forse c’era bisogno di aggiungere altro: “O con me viceministro”. Anche perché, parliamoci chiaro: dove va l’Italia senza Anna Ascani?

“Sulla bloccaprescrizione il programma Pd era uguale alla legge Bonafede: no al rinvio”

Felice Casson, magistrato oggi in pensione, ha appeso al chiodo da tempo anche gli scarpini della politica: nelle file prima dei Ds e poi del Pd aveva cercato di dare il suo contributo in materia di giustizia. Poi qualcosa si è rotto. Oggi lavora come consulente per l’Onu sulla criminalità.

Partiamo dalla sentenza di Strasburgo che chiede all’Italia di cambiare le norme sull’ergastolo ostativo.

È una pronuncia fuori dalla realtà che favorisce i grandi criminali.

Dica la verità, le manca la politica?

È stata una bella esperienza, ma ricordo con dolore il giorno preciso in cui mi sono detto ‘sono fuori dal Pd’.

Racconti.

Ero relatore in Giunta per le autorizzazioni al Senato sul caso di Antonio Azzollini del partito di Alfano e stavamo lì lì per votare a favore della mia proposta per dare via libera ai magistrati che ne chiedevano l’arresto. Il mio capogruppo chiese improvvisamente di sospendere la votazione per riunire i senatori dem lasciandomi da una parte: quando tornarono votarono contro l’arresto. Avevano fatto prevalere la scelta di salvare l’alleanza di governo sacrificando le esigenze di giustizia.

Il Pd sempre in materia di giustizia le ha dato anche altri dispiaceri…

Io mi ero candidato, e con me persone come Gerardo D’Ambrosio, per portare avanti alcune battaglie essenziali in materia di lotta alla corruzione, che è e resta una piaga e come tale andrebbe contrastata. Mi sono reso conto che alla sensibilità che c’è su questi temi nella base del Pd non ne corrisponde una dello stesso segno da parte dei vertici dem. Su certi temi non si può mercanteggiare per nessuna ragione. Ho detto dell’Ncd, ma vorrei ricordare che il Pd è stato pure alleato di Berlusconi.

Tutta colpa di Renzi?

No, anche se è vero che c’è stato un prima e un dopo. Il Pd fino a qualche anno fa aveva un programma chiarissimo sulla prescrizione, la lotta alla corruzione e all’evasione fiscale: abbiamo tenuto la barra dritta fino a un certo momento, poi la linea è cambiata ed è cambiato pure il partito con l’avvento della falange renziana. Io e quelli come me sono finiti in minoranza e le promesse fatte durante la campagna elettorale sono state messe da parte: dalla segreteria, ma pure da chi era al ministero, iniziarono ad arrivare indicazioni al gruppo parlamentare diverse da quelle che mi sarei aspettato. Mi riferisco all’atteggiamento da avere rispetto alle richieste dei magistrati sull’utilizzo delle intercettazioni o di arresto nei confronti dei senatori interessati dalle inchieste giudiziarie. Ma non solo.

Si riferisce alla prescrizione?

Sì, è la stessa storia. Il Pd un tempo era per lo stop quantomeno dalla sentenza di primo grado, se non dalla richiesta di rinvio a giudizio, perché condividevamo l’idea che la prescrizione così com’è l’abbiamo solo in Italia ed è un male. Poi sono evidentemente prevalse altre esigenze: io resto della mia idea originaria, che poi è quella dell’attuale ministro Bonafede, che approvo in pieno: francamente sono assai contrario a rinviare l’entrata in vigore della riforma.

Capitolo evasione fiscale…

Servono norme che mettano in condizioni gli investigatori di lavorare e quindi di usare tutti gli strumenti di contrasto a partire dalle intercettazioni. E se il carcere non basta, un deterrente ancora più micidiale è quello del blocco del patrimonio anche in fase preventiva, come per i mafiosi. Se si fa sul serio bisogna fare così: chi lo vuole davvero?

Ma il partito di Zingaretti non è più quello di Renzi. O no?

Mi dicono che il responsabile giustizia sia Roberta Pinotti. Che c’entra Roberta Pinotti con la giustizia?

Italia Viva si battezza: “Saremo il partito dell’italiano medio”

Alla prima uscita del partito di Renzi, Renzi non c’è. Italia Viva si presenta a Roma #senzadilui, ma con una pattuglia di generali ben addestrati a diffondere il suo verbo: la numero due Maria Elena Boschi, Luciano Nobili, Ettore Rosato, Roberto Giachetti, Michele Anzaldi. Le direttive sono chiare: tutti all’attacco di Pd e grillini (che poi sarebbero gli alleati di governo). Renzi vuole già rompere? No, be’, insomma. Come dice la Boschi, loro sono “leali, ma mica stupidi”. A vedere certi sorrisetti si direbbe che l’orologio della crisi per qualcuno ha già iniziato a ticchettare.

La platea da 350 posti si riempie presto, chi non trova la poltrona si raccoglie sul palco vicino agli oratori. Come prima uscita, di sabato mattina, poteva andare peggio. Siamo in una sala del cinema Adriano, centro culturale del quartiere Prati (la programmazione premia per lo più blockbuster e pellicole commerciali). Piena Roma Nord, più dal punto di vista spirituale che strettamente geografico: qui intorno, tra i molti uffici, vive un ceto benestante, monoclasse e monoetnico (i pochi stranieri in strada in genere sono le colf che portano a spasso i cani dei residenti). È l’unico municipio di Roma dove il Pd renziano resisteva durante la slavina Raggi, nel 2016.

E da qui si riparte, con un incontro pubblico che dura appena un paio d’ore, per ribadire che si è tanto lontani dalle stanche liturgie del Pd zingarettiano (“Da quando ce ne siamo andati sembriamo più giovani di 10 anni”).

Dice la Boschi in un passaggio illuminante sulla nuova identità: “Noi non abbiamo facce grigie. Noi siamo entusiasti, sorridiamo. Forse quello che dà tanto fastidio è che siamo allegri, ci divertiamo”. È tutto un riso, un sorriso, joya e beleza L’ex ministra regala un’altra definizione da scolpire: “Noi ci rivolgiamo alla famiglia media. Saremo il partito degli italiani normali”. Viva la “normalità”, qualsiasi cosa sia.

Negli altri interventi solo bordate per ex compagni e nuovi alleati. Ascoltate Nobili: “È pazzesco – pazzesco – che Zingaretti non abbia detto che Raggi si debba dimettere”. Luciano è l’organizzatore della giornata, quello che ha scelto la location (“Qui ci hanno suonato i Beatles nel 1965”) e mobilitato i “comitati civici”. È grande professionista di scissioni: era uscito dal Pd già nel 2011 per raggiungere il mentore Francesco Rutelli nella non memorabile esperienza dell’Api. Renzi l’ha richiamato e gli ha fatto scalare le gerarchie, sconfitta dopo sconfitta. Ora Nobili è l’uomo-macchina degli scissionisti. Non si limita a chiedere alla Raggi di andarsene, ma annuncia “il lancio di una petizione online sul sito di Italia Viva per mandarla a casa”. Brividi.

Poi tocca a Giachetti, fresco reduce della meravigliosa capriola sulla legge taglia-parlamentari (“voto sì ma raccolgo le firme per il no”). Pure lui ce l’ha con la donna che l’ha sconfitto alle elezioni di Roma e con l’uomo che l’ha sconfitto alle primarie del Pd. “Raggi – strilla Bobo – deve andarsene non per gli avvisi di garanzia, ma perché è un’incapace e un’arrogante”. E invece, “il segretario del Pd dice che non deve dimettersi, ma fare di più? E che deve fare di più, radere al suolo la città?”. Gli scappa pure un lapsus non difficile da decifrare: “Non ho nessuna intenzione di legare il mio destino politico ai Cinque Stelle, tranne che per questo breve tratto fino al 2023”. Qualcosa non torna: se è fino al 2023 non è breve, se è breve non è fino al 2023.

Ancora Boschi: “Siamo senza soldi, senza simbolo, senza niente. Qui si sale solo con un biglietto di terza classe”. Di simboli in realtà ce ne sono già tre. Li mostra nel pomeriggio Renzi sui social, invitando chiunque lo volesse a votare il preferito. Uno è tutto fucsia, il secondo ha una “V” colorata che sembra un gabbiano stilizzato e ricorda vagamente quello del vecchio partito di Di Pietro, il terzo ha una essenziale scritta rossa e blu su campo bianco. Quello definitivo sarà annunciato tra una settimana alla Leopolda, il vero battesimo del “partito dei normali”.

Le banche adesso provano a rianimare l’Air Force Renzi

E ora si scopre che nonostante tutto c’è ancora qualcuno in Italia che vuol bene all’aereo di Renzi. Nonostante sia chiaro (come ha rivelato Il Fatto Quotidiano) che per quel jet, un Airbus A340-500, lo Stato italiano stesse pagando per 8 anni di leasing (affitto) una cifra (168 milioni di euro) circa 26 volte superiore a quella che avrebbe speso se quell’aereo lo avesse comprato. E nonostante quel velivolo sia ormai dimenticato in un angolo di Fiumicino come roba di nessuno, in attesa di essere fatto a pezzi.

Chi è, allora, così masochista da restare affezionato a quell’aereo? Risposta: i creditori di Alitalia, in primis le banche, da Banca Intesa a Unicredit al Monte dei Paschi, che si sono esposte molto per tenere a galla la ex compagnia di bandiera quando era privata, in mano per il 51 per cento ai resti della truppa dei Capitani coraggiosi di Silvio Berlusconi e per il 49 per cento posseduta da Etihad, la compagnia di proprietà dell’Emiro di Abu Dhabi, convinta proprio da Matteo Renzi a planare su Fiumicino in soccorso di Alitalia.

Constatando che ora Alitalia è sul precipizio dell’ennesimo fallimento, banche e creditori vorrebbero portare a casa un po’ di soldi prima che sia troppo tardi. Ai loro occhi l’aereo di Renzi è adatto alla bisogna perché potenzialmente resta una macchina per fare cassa in virtù del contratto siglato quando capo del governo era Renzi e Alitalia era privata. Contratto annullato, però, più di un anno fa dal vicecapo del governo, Luigi Di Maio, e dal ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, entrambi messi sull’avviso da Gaetano Intrieri, manager aeronautico allora collaboratore di Toninelli. Quel contratto, in effetti, è svantaggiosissimo per lo Stato italiano, cioè per i contribuenti, ma molto vantaggioso per gli altri contraenti: Etihad che stava fornendo il jet e Alitalia che per fare poco o nulla incassava una bella fetta di quella cifra esosa.

I creditori di Alitalia-Sai privata, dichiarata insolvente il 2 maggio di due anni fa, sono rappresentati da un Comitato di sorveglianza costituito in forza della legge sui fallimenti controllati, nominato dal ministero dello Sviluppo economico e controllato dal capo di gabinetto di quello stesso ministero, Vito Cozzoli.

Il Comitato fu nominato nel 2017 dal ministro Carlo Calenda ed è composto dal consigliere di Stato Gabriele Carlotti che è molto legato a Cozzoli ed è il presidente. Poi Alfonso Celotto, che è stato capo di gabinetto al ministero della Coesione territoriale e capo dell’Ufficio legislativo al ministero dello Sviluppo economico quando ministra era Federica Guidi, e infine Stefano Firpo, stretto collaboratore di Corrado Passera, l’ex ministro e amministratore di Intesa San Paolo che ai tempi del primo salvataggio Alitalia elaborò il famoso piano Fenice che avrebbe dovuto rilanciare la compagnia. Fino a qualche mese fa Firpo è stato anche direttore generale per la Politica industriale con il ministro Di Maio, poi è tornato alla casa madre Banca Intesa.

Il Comitato di sorveglianza si oppone alla chiusura del contratto, vorrebbe riavvolgere il nastro della storia e salvare il salvabile. Cinquanta milioni di euro, circa un terzo dell’importo totale, sono già volati per il pagamento di una parte del leasing e inoltre, non potendo più riportare in vita l’intesa tra Alitalia ed Etihad, sulla quale grava tra l’altro un contenzioso civile, il Comitato punta a riesumare il contratto tra lo Stato italiano e Alitalia.

Più precisamente tra Alitalia, il ministero della Difesa, il Segretariato generale della Difesa, la Direzione nazionale degli armamenti e la Direzione degli armamenti aeronautici (Armaereo). Quel documento prevede una spesa di oltre 31 milioni di euro per i cosiddetti servizi di ingegneria, soldi che il ministero della Difesa sarebbe stato costretto a sborsare per intero nelle casse Alitalia se il contratto non fosse stato stoppato.

Il Comitato di sorveglianza vorrebbe, in sostanza, che la Difesa tornasse a pagare Alitalia anche se quest’ultima non ha mai avuto le certificazioni aeronautiche necessarie per fornire i servizi previsti per il tipo di aereo voluto da Renzi né quando era privata né quando è finita per legge in mano ai commissari guidati da Luigi Gubitosi, ora amministratore di Tim. Quei certificati li avrebbe potuti avere con facilità Armaereo per i propri tecnici che si stavano già occupando degli Airbus 319 della flotta di Stato. Armaereo, però, è stato volutamente ignorato e l’aereo di Renzi è stato registrato come civile e non militare a differenza degli altri della flotta statale, anche se poi su di esso è stato apposto il segreto di Stato. Non avendo i requisiti per fornire i servizi previsti, Alitalia ha dovuto subappaltarli a Etihad. E questa circostanza ha innescato a sua volta un’ulteriore complicazione, tenuta fin qui nascosta, ma evidente. Etihad è una compagnia araba e in quanto tale sottoposta alla sorveglianza degli enti arabi, ma sfugge alla sorveglianza sia dell’Easa (l’Agenzia per la sicurezza aerea europea) sia dell’Enac (l’Ente nazionale dell’aviazione civile). Di fatto la cura e la sicurezza di un aereo di Stato utilizzato dal capo del governo, dal presidente della Repubblica e dai ministri, sono state consegnate a un Paese straniero nonostante su quello stesso aereo gravasse il segreto di Stato.

Servizi, Conte parla di “fesserie”. Mattarella va “sereno” negli Usa

“Il presidente Donald Trump darà il benvenuto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla Casa Bianca il 16 ottobre. I due leader celebreranno i forti e duraturi legami storici fra Stati Uniti e Italia. L’Italia è un importante alleato della Nato ed è chiave nel portare la stabilità nella regione del Mediterraneo”.

La Casa Bianca ha voluto così mettere un punto chiaro sulle tante illazioni circolate rispetto al viaggio del presidente della Repubblica negli Usa. Ricostruzioni giornalistiche, e rumors parlamentari, hanno dato per certo che Mattarella e Trump parleranno dell’incontro avvenuto in Italia tra il ministro della Giustizia statunitense, William Barr, e i vertici dei Servizi segreti italiani, Dis, Aisi e Aise, a proposito dell’avvocato maltese Joseph Mifsud sospettato dagli Usa di aver attirato Trump nella vicenda delle email di Hillary Clinton hackerate dai russi.

Come si ricorderà, su quella vicenda si è innescato il duro scontro negli Usa che ha portato al rapporto Mueller con cui l’Fbi ha sancito il legame tra Trump e la Russia. Legame che ora il presidente vuole ribaltare.

I due presidenti, però, si concentreranno sui rapporti fra Stati Uniti e Italia e se di sicurezza si parlerà si tratterà “della sicurezza delle telecomunicazioni, soprattutto quella legata al 5G”.

Al Quirinale ci si prepara al viaggio esattamente sulla base dell’agenda indicata dalla Casa Bianca e si esclude che l’argomento Mifsud possa finire nella conversazione bilaterale. Tanto più che, spiegano fonti del Colle, il presidente della Repubblica è assolutamente “sereno” sull’operato dei Servizi italiani e non nutre dubbi sul comportamento avuto dal premier, Giuseppe Conte, che l’opposizione, ma anche settori del Pd e lo stesso Matteo Renzi, hanno accusato di leggerezza nel favorire l’incontro tra un esponente politico dell’Amministrazione Usa ed esponenti “operativi” dell’Intelligence italiana.

Mattarella sembra fidarsi di Conte e non ha intenzione di occuparsi di Servizi. I quali, come evidenziato dal Fatto pochi giorni fa, hanno fatto sapere di non avere avuto alcun ruolo equivoco nell’incontro con Barr, a cui hanno semplicemente ripetuto di non sapere dove sia Mifsud e di non avere “nessuna evidenza di sue relazioni con agenti della nostra Intelligence”.

E lo stesso Conte, ieri sera, intervistato alla festa del M5S dal giornalista Paolo Borrometi, vicedirettore dell’Agi, ha affermato con molta veemenza che è pronto a riferire tutto al Comitato di controllo sulla Sicurezza della Repubblica, Copasir, “tutte le fesserie che sono state dette”.

Probabilmente anche quelle rilanciate ieri su Repubblica dal senatore Pd, Luigi Zanda, che è tornato a chiedere al presidente del Consiglio di “rassicurare l’opinione pubblica” sottolineando che “il fatto che un politico autorevole come il ministro della Giustizia dell’Amministrazione Trump, abbia incontrato i nostri Servizi è un’anomalia davvero rara”.

Zanda richiama di nuovo l’indiscrezione relativa ai possibili articoli che dovrebbero apparire sul Washington Post o sul New York Times e che potrebbero rendere noto l’oggetto dei colloqui estivi avuti tra Italia e Usa. A molti, anche nel Pd, però, l’iniziativa sembra una pressione su Conte affinché lasci la delega sui Servizi a un sottosegretario (magari da decidere insieme) oppure cambi il vertice del Dis, il coordinamento delle due Agenzie, oggi ricoperto dal generale della Finanza, Giuseppe Vecchione, che Conte però non intende toccare minimamente.

Giallorosa nel Lazio? Smeriglio e Lombardi ne parlano alla Link…

Un dibattito che sa tanto di prime prove di dialogo tra sinistra e M5S. Dopo il governo giallorosa e la prima intesa in Umbria, anche nel Lazio qualcosa si muove: è per questo che Roberta Lombardi, capogruppo pentastellata in consiglio regionale, e Massimiliano Smeriglio, ex vicepresidente della giunta Zingaretti e oggi eurodeputato dem, saranno i protagonisti di un incontro pubblico venerdì 18 ottobre per parlare, si legge nel volantino, della “possibilità di potere: Sinistra e M5S a confronto”. La notizia è che non lo faranno in un luogo neutro: il dibattito si terrà alla Link Campus University di Roma, ricettacolo di un bel pezzo della classe dirigente pentastellata e, negli ultimi giorni, finita nell’occhio del ciclone perché qui insegnava il professore maltese Josef Mifsud, accusato dal Procuratore speciale Robert Mueller di aver offerto materiale sporco su Hillary Clinton al membro dello staff di Trump, George Papadopoulos, proprio in un incontro alla Link nel 2016. Di più: è proprio per chiedere informazioni su Mifsud che il ministro della Giustizia statunitense, William Barr, avrebbe incontrato i nostri servizi segreti, autorizzati dal premier Conte, che nei prossimi giorni proprio su questo dovrà riferire al Copasir. Il dibattito di venerdì, ovviamente, sarà aperto dal padrone di casa Vincenzo Scotti, ex potentissimo ministro della Prima Repubblica (chiamato “Tarzan” per la sua abilità di districarsi tra una corrente e l’altra della Dc) e fondatore dell’ateneo, che pare oggi – ha raccontato La Verità – avere qualche problema economico. Ma ai partecipanti, la location sembra non creare alcun imbarazzo: “Ci hanno invitato molto prima dello scandalo – dice al Fatto Smeriglio – La Link University fa spesso questi incontri e sarebbe stato curioso dire di no. D’altronde gran parte della classe dirigente del Movimento 5 Stelle è passata di qui…”. Sarà il modo per intavolare una prima trattativa tra sinistra e 5 Stelle per costruire un’alleanza anche nel Lazio? “Penso di sì – conclude l’ex vice di Zingaretti – io ho iniziato questo lavoro un anno fa ed ero stato crocifisso. Ma stiamo continuando a lavorare e spero che l’alleanza si stabilizzi definitivamente”. Alla Link University. E dove sennò?

La base si divide sul Pd. E il capo frena Zingaretti

Nicola Zingaretti vorrebbe sposarselo subito, invoca un’alleanza con i Cinque Stelle ovunque e sempre, una coalizione di centrosinistra, Però nel giorno della festa Luigi Di Maio sale su un palco che è a casa sua, nella Napoli che lo protegge da tutto, e ritira fuori la carta d’identità del Movimento: “Siamo post ideologici, né di destra né di sinistra, cerchiamo la terza via”.

Ed è diverso dal cercare accordi in tutte le Regioni, come Di Maio anticipa già in mattinata a L’Intervista su Sky Tg24: “Non sono all’ordine del giorno altri patti regionali o nazionali, a me interessano i fatti, non i patti”. Sembra un muro, ma è soprattutto un colpo di freno, perché il capo non può accelerare, dopo settimane in cui non ha fatto altro, tra mandato zero, patto in Umbria e varie altre novità che sono un cambio di pelle.

Ma adesso il Di Maio a cui urlano autocrate deve rallentare il passo, magari ascoltare quegli attivisti che nei gazebo di Italia5Stelle non parlano che di quello, dell’accordo con il Pd. Nei vari stand ripartiti per Regioni si discute di rotta e prospettive politiche, a toni bassi e con sguardi pensosi. La viceministra all’Economia Laura Castelli, jeans e occhialetti da professoressa, si guarda attorno: “La nostra gente oggi ci sta tastando il polso”.

Temevano contestazioni i big del Movimento, invece la base li guarda con attenzione, distribuisce parchi sorrisi e si tiene dentro la voglia di rimproveri. Poi si risiede in circolo a parlare di politica, di Pd.

La consigliera regionale in Puglia Rosa Barone ha una maglietta che è un auspicio: “Resta tranquillo Movimento, e governa”. Va dritta al punto: “La gente parla del rapporto con i dem, è naturale, perché le elezioni in Umbria per noi saranno uno snodo”. Verissimo, perché se l’accordo tra Pd e 5Stelle venisse bocciato dalle urne, il nuovo centrosinistra diventerebbe un’ipotesi del terzo tipo.

I volti degli attivisti umbri raccontano l’ansia di chi conosce il peso della partita. “Intanto il Pd ha dovuto rinnovarsi, i nomi in lista sono nuovi, è un risultato” rivendica un ragazzo che si tormenta la barba. Ma il quadro è complesso.

Per esempio c’è la deputata Dalila Nesci che vorrebbe candidarsi in Calabria. Di Maio ha già detto sul Fatto che “non si può fare”, Ma lei insiste. Ieri mattina ha visto Beppe Grillo, ribadendo di voler correre, “La situazione non è definita, e quella fatta in Umbria è una maxi-lista civetta. Mi vergognerei se in Calabria appoggiassimo chi abbiamo combattuto”. Stilettate.

Però forse è davvero presto, forse la richiesta di Zingaretti è davvero “prematura e complessa” come dice il ministro per lo Sport Vincenzo Spadafora, dimaiano di ferro.

Roberta Lombardi con i dem parla fitto, nella Regione Lazio governata da Zingaretti. Ora discutono di sostituire due assessori dem entrati al governo con due tecnici graditi al M5S. Ma fuori c’è tutto il resto: “Noi 5Stelle abbiamo l’ambizione di essere forza di governo, quindi dobbiamo verificare se l’accordo con il Pd è ripetibile altrove”.

Anche dove i governatori uscenti dem non vogliono cedere il passo a un candidato “civico”, come in Emilia Romagna? Lombardi riflette: “Ogni territorio ha una storia a sé. Con un governatore uscente è più difficile, perché gli hai fatto l’opposizione per cinque anni”. Ecco: ma se la Lega presentasse una mozione di sfiducia per Zingaretti, voi che fareste? “Se il governatore ci chiedesse di non votarla offrendoci una seria proposta politica, chiederemmo il parere degli iscritti sulla piattaforma web Rousseau”.

La sindaca di Torino Chiara Appendino, in giacca bianca, deve ripartire, però si ferma per dirlo: “Se vogliamo convincere i nostri a costruire un percorso con il Pd, dobbiamo far convergere i dem sui nostri temi, come l’ambiente. È la via migliore, quella delle proposte”. Davanti al gazebo del Molise, il presidente della Camera Roberto Fico. “Come va Roberto?”. Lui sorride, dondola la testa: “Eh..”. Perché c’è tanto da decidere, e da cambiare.

Polaroid a 5Stelle: Beppe, Gianroberto e Dibba capellone

Com’è cambiato il Movimento in dieci anni. Non solo nella forma e nella sostanza politica: anche – è inevitabile – nell’aspetto materiale dei suoi protagonisti. Basta osservare le foto di questa pagina. Tanto per cominciare, c’era Gianroberto Casaleggio, il fondatore visionario che ha messo in piedi la macchina grillina e se n’è andato dopo una lunga malattia nel 2016. Ma pure chi è rimasto ha una faccia diversa. Guardate Alessandro Di Battista: capelli lunghi, maglietta bianca trasandata, marsupio, croce Tau al collo. Oppure Roberto Fico, criniera foltissima e non ancora imbiancata. C’è Virginia Raggi a un banchetto da semplice attivista: chissà se avrebbe mai lontanamente immaginato cosa l’aspettava. A conti fatti, quello cambiato di meno sembra Di Maio, forse già allora il più consapevole di sé.