I ras del traffico di esseri umani facevano ascoltare le urla di dolore dei migranti selvaggiamente torturati nella prigione militare di Zawia in Libia ai familiari per costringerli a pagare il riscatto, ma quelle grida, captate dalle microspie, le hanno ascoltate “in diretta’’ anche gli investigatori della Mobile di Agrigento, che a luglio scorso inoltre hanno raccolto il racconto degli orrori di una decina di migranti picchiati e seviziati, prima di sbarcare a Lampedusa. E oggi denunce e riscontri hanno dato vita all’inchiesta della Dda di Palermo in cui per la prima volta l’Italia ha contestato a tre negrieri rinchiusi nell’hot spot di Messina il reato di tortura commesso all’estero e contro cittadini non italiani, previsto dall’art. 613 bis recentemente introdotto nel codice penale.
“Questi delitti vanno inquadrati nella disciplina di cui all’art 10, comma 2 del codice penale – spiega il pm Geri Ferrara, che ha condotto l’inchiesta – ispirata dal principio di universalità, trattandosi di delitti comuni commessi da stranieri all’estero, ai danni di stranieri punibili secondo la legge italiana su richiesta del ministero della Giustizia, e applicata per l’estrema gravità ed efferatezza delle condotte’’. Il pm parla di “condizioni al limite della sopravvivenza’’, con “vittime di torture, stupri e uccisioni che ricordano eventi che pensavamo ormai far parte della storia e della memoria’’. Frustate con i fili elettrici, bastonate in testa, percosse con tubi di gomma anche per ore fino alla morte, esecuzioni con l’elettricità, feroci punizioni indistinte, per tutti: i verbali della Mobile di Agrigento sono una galleria degli orrori vissuti nei lager libici, da Zawia, al Ghetto di Alì il torturatore, dalla “Casa Bianca’’ al campo di Beni Walid. “Se sbaglia uno veniamo picchiati tutti’’, racconta uno dei migranti, che ha denunciato anche la morte per fame di un profugo: “Era denutrito, nessuno gli dava assistenza’’.
Oggi i tre presunti responsabili verranno processati dalla giurisdizione italiana che compie un passo avanti verso la protezione dell’ordine pubblico, interno e internazionale: “Non occorre l’estradizione – spiega il pm Ferrara, citando una sentenza della Cassazione del 1981 – perché basta soltanto che non sia stata attivata, in quanto i due istituti non possono coesistere. Solo se è avvenuta l’estradizione lo Stato si priva del diritto di punire’’. “La Procura di Palermo – conclude il pm – ha sviluppato un approccio innovativo, che afferma il principio del rule of law, e cioè la pari dignità di ogni persona di fronte alla legge, costituisce un primo passo per affermare il principio di legalità anche in Paesi dove sembra regnare il caos, fornisce alle vittime tutela e riconoscimento di diritti fondamentali e lancia un messaggio di contrasto ad ogni forma di impunità, anche nelle situazioni più estreme, in cui sarebbe facile sostenere il contrario’’.