Sarà che serve a esorcizzare le paure, a tenere vivo il ricordo degli errori passati, a trovare il capro espiatorio che gli ha fatto quasi dimezzare i consensi. Fatto sta che Matteo Salvini, per il Movimento 5 Stelle, è diventato un brand: al punto che ci hanno fatto una maglietta. “Per quale Mojito?”, c’è scritto sopra, riprendendo il finto strafalcione che il capogruppo Francesco D’Uva pronunciò alla Camera interrogandosi sulle ragioni che avevano spinto la Lega a mollare il governo.
Lo evocano Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e perfino Davide Casaleggio, ma il nome di Salvini, a dire il vero, non lo fa nessuno.
Si guarda “avanti”, ripetono tutti in coro, e in effetti anche questa che è la festa che dovrebbe celebrare i dieci anni del Movimento, ha poco o nulla di celebrativo. Zero sguardi rivolti al passato. C’è qualche cartellone che ricorda gli esordi, nulla di più.
A Napoli la parola d’ordine è “cambiare”. Così, di buon mattino, Beppe Grillo incontra i riottosi – Dalila Nesci, Nicola Morra, Carla Ruocco – poi, a pranzo, con Luigi Di Maio, ragiona sulle nuove regole che servono al Movimento e lo tempesta di idee e consigli insieme al teorico dell’economia circolare Gunter Pauli: il “green” è l’antica ossessione del comico, oggi diventata mainstream (e infatti lui non ci crede più).
È soddisfatto, Grillo, del governo con il Partito democratico perché “quando senti il segretario Zingaretti dire ‘tu vali tu’ o se Renzi pianta un albero ogni iscritto che fa, significa che abbiamo dato una narrazione, una visione che noi – anzi, io – abbiamo avuto”.
Gli piace anche Giuseppe Conte – che già parla di “idrogenodotti” – e dice che l’unico difetto che ha sono “le adenoidi da stappare”.
È il più applaudito, il presidente del Consiglio. Di Maio lo presenta in grande stile, specificando di aver fatto due passi indietro, perché la Lega gli aveva offerto di fare il premier sia nel 2018 (ma in cambio voleva coinvolgere Berlusconi) sia quest’estate, quando aveva cambiato idea sulla sfiducia al governo. In entrambi i casi, il sottinteso è: se non li avessi fatti, Conte non sarebbe lì.
Il testa a testa tra i due leader è ormai abbastanza evidente, e nemmeno i cosiddetti staff fanno nulla per nasconderlo. Fa anche questo parte del “cambiamento”. Tutti e due fanno il giro degli stand e relativo bagno di folla. “Luigi sei un grande, sei stra-amato, non dare retta a nessuno”, gli urla una signora. Conte qualche ora più tardi si inchina alla base 5 Stelle e lei ricambia con la standing ovation, perfettamente a suo agio nella coreografia tutta blu, a cui manca solo la pochette. Certo, poi c’è Grillo che si traveste da Joker. E che appena sale sul palco, prima di lanciare la proposta di un reddito “universale” alla nascita, avverte i “grillini”: “Siamo cambiati, non siamo cambiati, chi siamo? Inutile che pensiamo di avere la stessa identità di dieci anni fa. Dovete percepirlo come un momento straordinario: è giusto che siamo cambiati!”.
Lo ha detto anche Roberto Fico, pochi minuti prima, sullo stesso palco: “Anche io sono cambiato…”, che è un modo cortese per spiegare alla base che non è solo il capo politico ad aver modificato la rotta.
Ma è Grillo che, come al solito, non usa giri di parole e arriva dritto al nocciolo della questione: “Non voglio che rimaniate lì a dire ‘il Pd, il Pd…’: non avevamo scelte. Stavolta, vaffanculo a voi”.