Stavolta il vaffa di Grillo è per i grillini anti-dem

Sarà che serve a esorcizzare le paure, a tenere vivo il ricordo degli errori passati, a trovare il capro espiatorio che gli ha fatto quasi dimezzare i consensi. Fatto sta che Matteo Salvini, per il Movimento 5 Stelle, è diventato un brand: al punto che ci hanno fatto una maglietta. “Per quale Mojito?”, c’è scritto sopra, riprendendo il finto strafalcione che il capogruppo Francesco D’Uva pronunciò alla Camera interrogandosi sulle ragioni che avevano spinto la Lega a mollare il governo.

Lo evocano Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e perfino Davide Casaleggio, ma il nome di Salvini, a dire il vero, non lo fa nessuno.

Si guarda “avanti”, ripetono tutti in coro, e in effetti anche questa che è la festa che dovrebbe celebrare i dieci anni del Movimento, ha poco o nulla di celebrativo. Zero sguardi rivolti al passato. C’è qualche cartellone che ricorda gli esordi, nulla di più.

A Napoli la parola d’ordine è “cambiare”. Così, di buon mattino, Beppe Grillo incontra i riottosi – Dalila Nesci, Nicola Morra, Carla Ruocco – poi, a pranzo, con Luigi Di Maio, ragiona sulle nuove regole che servono al Movimento e lo tempesta di idee e consigli insieme al teorico dell’economia circolare Gunter Pauli: il “green” è l’antica ossessione del comico, oggi diventata mainstream (e infatti lui non ci crede più).

È soddisfatto, Grillo, del governo con il Partito democratico perché “quando senti il segretario Zingaretti dire ‘tu vali tu’ o se Renzi pianta un albero ogni iscritto che fa, significa che abbiamo dato una narrazione, una visione che noi – anzi, io – abbiamo avuto”.

Gli piace anche Giuseppe Conte – che già parla di “idrogenodotti” – e dice che l’unico difetto che ha sono “le adenoidi da stappare”.

È il più applaudito, il presidente del Consiglio. Di Maio lo presenta in grande stile, specificando di aver fatto due passi indietro, perché la Lega gli aveva offerto di fare il premier sia nel 2018 (ma in cambio voleva coinvolgere Berlusconi) sia quest’estate, quando aveva cambiato idea sulla sfiducia al governo. In entrambi i casi, il sottinteso è: se non li avessi fatti, Conte non sarebbe lì.

Il testa a testa tra i due leader è ormai abbastanza evidente, e nemmeno i cosiddetti staff fanno nulla per nasconderlo. Fa anche questo parte del “cambiamento”. Tutti e due fanno il giro degli stand e relativo bagno di folla. “Luigi sei un grande, sei stra-amato, non dare retta a nessuno”, gli urla una signora. Conte qualche ora più tardi si inchina alla base 5 Stelle e lei ricambia con la standing ovation, perfettamente a suo agio nella coreografia tutta blu, a cui manca solo la pochette. Certo, poi c’è Grillo che si traveste da Joker. E che appena sale sul palco, prima di lanciare la proposta di un reddito “universale” alla nascita, avverte i “grillini”: “Siamo cambiati, non siamo cambiati, chi siamo? Inutile che pensiamo di avere la stessa identità di dieci anni fa. Dovete percepirlo come un momento straordinario: è giusto che siamo cambiati!”.

Lo ha detto anche Roberto Fico, pochi minuti prima, sullo stesso palco: “Anche io sono cambiato…”, che è un modo cortese per spiegare alla base che non è solo il capo politico ad aver modificato la rotta.

Ma è Grillo che, come al solito, non usa giri di parole e arriva dritto al nocciolo della questione: “Non voglio che rimaniate lì a dire ‘il Pd, il Pd…’: non avevamo scelte. Stavolta, vaffanculo a voi”.

Sta arrivando il catto-fascismo

Stiamo andando verso il catto-fascismo”. Le parole dello scrittore Jacek Dehnel sulla copertina dell’edizione polacca di Newsweek non lasciano spazio a dubbi e ben riassumono le paure e gli interrogativi suscitati dalle imminenti elezioni polacche. È un’esagerazione? E se non lo è, in che modo l’estremismo religioso polacco ci riguarda?

Nonostante il dinamismo economico e sociale dell’Europa centro-orientale, rimane forte l’idea che paesi come la Polonia e l’Ungheria siano altro da noi: paesi in perenne transizione, non pienamente europei e con sistemi politici ancora in qualche modo incompiuti. Un mondo esotico, di difficile interpretazione. I barbari nel giardino, per dirla con il poeta polacco Zbigniew Herbert. Questa idea di “eccezionalità” spinge molti osservatori occidentali a interpretare la politica polacca attraverso la lente del passato, associandola a un cattolicesimo viscerale che incatenerebbe una società economicamente brillante a schemi culturali arretrati. La questione è più complessa.

 

L’importanza dei simboli

Per cominciare, i dati sui comportamenti dei polacchi indicano un processo di rapidissima secolarizzazione, soprattutto fra gli under 40. Con un fenomeno ben noto in Italia, calano in Polonia non solo le vocazioni e la partecipazione ai sacramenti, ma soprattutto il numero di coloro che seguono le prescrizioni della Chiesa nella loro condotta privata, a partire dalla loro vita sessuale e riproduttiva. Nonostante ciò, la religione è sempre più presente nella retorica politica del partito Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwosc – PiS). La campagna elettorale del 2015 era stata dominata dalla questione migratoria. Oggi, la discussione è tutta sui simboli e sui valori religiosi. Il fenomeno non riguarda solo la Polonia. La questione religiosa è tornata alla ribalta in paesi con tradizioni molto diverse tra loro, dagli Usa alla Russia, dalla sempre citata Ungheria alla Bulgaria. Il tema investe paesi che hanno costruito la propria identità storica sulla laicità dello stato, come la Francia e la Turchia, e paesi che, pur riconoscendo ampi privilegi alle chiese, hanno adottato una narrazione nazionale tutta fondata sulla libertà dei comportamenti individuali, come l’Olanda. I sovranisti polacchi dicono no all’“immigrazione islamica” perché metterebbe a rischio le radici cristiane della Polonia; i populisti olandesi perché limiterebbe la libertà di costumi dei Paesi Bassi. L’intensificarsi della questione religiosa in diversi contesti ci ricorda che la reazione antiliberale è in primo luogo una controrivoluzione ideologica, che non riguarda questa o quella politica, ma la definizione stessa di normalità. È all’interno di questo scontro che simboli che ci eravamo abituati a pensare come estranei alla sfera politica sono divenuti strumenti privilegiati di contrapposizione. I sovranisti, più dei liberali, hanno compreso che la mediatizzazione dell’agire e del dire politico contemporaneo non riduce il potere dei simboli, ma lo amplifica a dismisura.

Lo ha capito benissimo il leader di PiS Jarosław Kaczynski, che ha fatto dei riferimenti religiosi uno strumento centrale di retorica politica. In Polonia, i simboli religiosi sono così divenuti totalizzanti segni di appartenenza. Una faglia incolmabile fra quanti ritengono che una società moderna possa e debba essere aperta alla diversità e alla molteplicità dell’autoidentificazione (poco importa se sessuale, culturale, politica o religiosa), e quanti si riconoscono in un “noi” rigido, fatto di cultura e tradizione. La posta in gioco sono i diritti individuali che coinvolgono le sfere più intime del vivere: dalla libertà di amare chi si vuole, a quella di scegliere come, se e quando concepire un figlio. Per le donne, la domanda è se sia possibile tutelare la propria salute anche quando a metterla in discussione sia un feto. Per le minoranze sessuali, se sia lecito dichiarare e veder riconosciuta la propria identità. Per tutti i cittadini, se le norme del vivere dipendano dal patto civile su cui si fonda lo stato, o dai valori stabiliti dalla Chiesa.

Abituati ad associare modernità e laicità, tendiamo a leggere il riemergere di riferimenti religiosi come un segno di arretratezza. Ci rassicura pensare ai polacchi o agli ungheresi come altro da noi. Nel contesto italiano, siamo tentati di ridurre i rosari di Salvini a paccottiglia propagandistica, da condannare, ma senza prenderla troppo sul serio. Se ciò che ci sta a cuore è la difesa dello Stato laico, tuttavia, faremmo bene a non sottovalutare l’importanza dei simboli in politica, per quanto bizzarri o offensivi essi possano apparirci. Nella contro-rivoluzione antiliberale, i valori religiosi servono soprattutto a evocare un supposto sentire comune, da contrapporre a una minoranza liberal/cosmopolita, presentata come estranea per visione ed esperienza del mondo. Ai liberali che parlano della complessità del presente, i sovranisti rispondono con poche immagini semplificate, spesso nostalgiche, e proprio per questo potenti. Spicca fra queste l’evocazione della famiglia cosiddetta “normale” (mamma, papà e due bambini, secondo una recente definizione di Kaczynski) e la riduzione di tutte le altre forme del vivere insieme a segno di egoismo, innaturalità, perversione.

 

Il dilemma cattolico

Se la svolta catto-fascista profetizzata da Dehnel si realizzerà, i cattolici polacchi dovranno scegliere fra il richiamo identitario e la difesa di una concezione plurale della società e del ruolo dello stato. Kaczynski ha recentemente dichiarato che fuori dalla chiesa vi è solo il nichilismo. La cosiddetta “ideologia gender” è diventata il nemico pubblico numero uno. Alcuni effetti sono già evidenti. Gli attacchi verbali e fisici ai Gay Pride e contro esponenti delle comunità Lgbtq si sono fatti più brutali; una serie di comuni polacchi a guida PiS hanno dichiarato il loro territorio “zona libera dall’ideologia Lgbtq”. Nel discorso catto-fascista chi non si identifica con la Chiesa, non è un vero polacco e come tale deve essere isolato, umiliato ed escluso. Se PiS vincerà e seguirà le componenti più radicali, la polarizzazione ideologica che già attanaglia la Polonia si inasprirà ulteriormente, facendola precipitare in una contrapposizione che esclude qualsiasi possibilità di compromesso. Tale contrapposizione è già evidente non solo fra cattolici e laici, ma anche fra cattolici oltranzisti e moderati, fra chi accetta una società plurale, e chi auspica una società basata su una sola, inconfutabile verità. Fra chi difende la democrazia liberale e chi auspica la teocrazia. La Polonia ci ricorda che una società costruita sul noi-contro-loro, non produrrà mai solo una riaffermazione del noi-nazione contro le élite cosmopolite o contro i migranti, estremi di fortuna e di sventura stranamente uniti nell’odio populista. A esser messo in dubbio sarà inevitabilmente il modo in cui conduciamo la vita di ogni giorno. Faremmo bene a tenere a mente che il sovranismo è in primo luogo un progetto ideologico, basato sulla proposta di una definizione illiberale della normalità. Italiana o polacca che sia.

Centomila in fuga dai bombardamenti. Ong: “Sei civili trucidati a sangue freddo”

Sono 100 mila gli sfollati fra i curdi che vivono sotto l’offensiva dell’esercito di Ankara nel nord-est della Siria. Centinaia già i morti, decine i civili. Dal punto di vista militare, l’operazione non si sta affatto rivelando una blitzkrieg: l’avanzata dei turchi incontra resistenza, mentre la Germania decide di fermare la vendita di armi ad Ankara, seguendo le analoghe decisioni di altri Paesi Nato, come Norvegia e Olanda – e pure Finlandia –, ma è molto più significativa dal punto di vista militare: nel 2018, la Germania ha infatti venduto alla Turchia armi per un totale di quasi 243 milioni di euro, un terzo di tutto l’export militare tedesco valutato 771 milioni di euro. L’Italia intende proporre un blocco europeo delle vendite di armi alla Turchia. Seguita dall’Italia. Sul terreno, l’agenzia turca Anadolu scrive che, al quarto giorno d’offensiva, le forze d’opposizione siriane, appoggiate da truppe turche, hanno raggiunto un’autostrada strategica, la M-4, nel Nord-Est della Siria, tra le città di Manbij e Qamishli, 30 km a sud del confine. C’è incertezza sulla situazione a Ras al-Ain, una località di frontiera investita dall’offensiva fin dalle prime ore: chi la dice in mano ai turchi, chi ancora tenuta dai curdi. Le informazioni sono spesso impossibili da verificare. In un attentato a Qamishli, attribuito all’Isis, il sedicente Stato islamico, sarebbe rimasta uccisa Havrin Khalaf, la leader del Partito per il futuro della Siria, che aveva guidato di recente un Forum tribale delle donne e si batteva per una Siria inclusiva, rispettosa dei diritti delle minoranze, fortemente decentralizzata. E ieri ci sarebbe stato un attentato contro il carcere di Hasakah, dove sono centinaia di miliziani dell’Isis.

Un’autobomba è esplosa vicino al carcere del capoluogo del Nord-est della Siria: non è chiaro se la prigione abbia subito danni. Venerdì, fonti curde avevano detto che cinque integralisti erano fuggiti dal carcere di Qamishli, a nord di Hasake, colpito da raid aerei turchi.

Fonti siriane, invece, segnalano civili uccisi: 10 ieri mattina sotto i bombardamenti turchi; e sei, sommariamente e a sangue freddo, con raffiche di mitra, da miliziani filo-turchi. Quest’ultima episodio sarebbe accaduto davanti a un muro nei pressi della M-4. Venerdì, truppe americane in Siria erano finite sotto i colpi dell’artiglieria di Ankara: un’esplosione s’era verificata a poche centinaia di metri da una loro postazione a Kobane, la cui presenza sarebbe stata nota ai turchi.

L’episodio, senza morti né feriti, ha forse inciso sull’atteggiamento altalenante del presidente Trump, che ora minaccia sanzioni (come il Senato di Washington): l’avamposto Usa è stato evacuato, pare temporaneamente; e il Pentagono ha messo in guardia la Turchia dall’evitare azioni che possano innescare un’azione di difesa immediata.

Il presidente russo Vladimir Putin chiede il ritiro dalla Siria di tutte le truppe straniere. E si muove la diplomazia dell’Iran, che, con la Turchia e la Russia, è l’artefice del processo di pace di Astana, per una soluzione politica della crisi siriana. Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha offerto la mediazione di Teheran per ristabilire una situazione di sicurezza al confine tra Siria e Turchia. Zarif riesuma un accordo del 1998, in base al quale Damasco non dovrebbe più ospitare i militanti del Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan) in lotta contro Ankara. “L’intesa, ancora valida, può servire a ristabilire la sicurezza”.

Dal canto loro, riuniti al Cairo, i ministri degli Esteri dei Paesi della Lega Araba annunciano “misure urgenti di fronte all’aggressione turca alla Siria”: la riduzione delle relazioni diplomatiche, la cessazione della cooperazione militare e la revisione delle relazioni economiche, perché “l’attacco costituisce una minaccia diretta per la sicurezza nazionale araba, così come per la pace e la sicurezza internazionali”, ed è “una violazione flagrante dei principi della Carta dell’Onu”. Damasco, sospesa dalla Lega dal 2011, ma che potrebbe ora rientrarvi, ha il diritto di difendersi con ogni mezzo.

Curdi, cent’anni di solitudine senza avere uno Stato

Se è vero, come sottolinea il detto popolare, che “i curdi non hanno amici a parte le montagne”, essendo sempre stati traditi da tutte le potenze straniere ed essendosi divisi a propria volta in fazioni fino al punto di scontrarsi, come avvenne in Iraq agli inizi degli anni 90, è altrettanto vero che la svolta confederalista democratica di Abdullah Ocalan, avvenuta più di dieci anni fa, ha compattato i curdi di nazionalità turca e siriana. Messi assieme i curdi che vivono in Turchia e Siria formano la maggioranza degli attuali 40 milioni circa di persone di questa etnia indoeuropea, sparse per l’appunto, tra Turchia, Siria, Iraq, Iran e Armenia. Si tratta della più grande popolazione al mondo con una lingua propria, ma senza uno Stato e solo nel nord dell’Iraq, dopo la caduta di Saddam nel 2003, è riuscita a ottenere ufficialmente una sorta di autonomia dallo Stato centrale.

Il Kurdistan siriano, conosciuto come Rojava, con l’inizio della guerra civile siriana nel 2011, ha invece acquisito un’autonomia politica de facto, anche se non è ufficialmente riconosciuto come regione autonoma all’interno della Siria. Autonomia ora messa in pericolo dall’aggressione turca e dal tentativo del presidente-dittatore Assad di strumentalizzare questa invasione per riportare i 3 milioni di curdi di nazionalità siriana sotto la propria ala.

Il popolo curdo è di origine indoeuropea, la sua storia inizia nel 612 a.C. con la distruzione di Ninive – oggi una regione dell’Iraq – da parte dei Medi. La storia antica e moderna dei curdi è un susseguirsi di guerre e di conquiste. La data più significativa della loro storia moderna fu il 1920 quando, in occasione del Trattato di Sèvres, firmato tra le potenze alleate della Grande Guerra e l’Impero Ottomano, ai curdi venne promessa la concessione di uno Stato autonomo. Peccato che Regno Unito, Francia e Usa non mantennero la promessa e diedero il via libera alla creazione di altri Stati nella zona. Nel 1923, il generale Mustafa Kemal, noto come Ataturk, dopo avere fondato la Turchia moderna iniziò una pesante repressione militare, costringendo la popolazione curda a rinnegare la propria lingua e “turchificare” i nomi propri e la toponomastica. Il secondo grande inganno avvenne nel 1946 quando l’Unione sovietica, nel tentativo di annettere l’Iran settentrionale e, per incalzare le autorità locali, incoraggiò i curdi a fondare uno Stato autonomo: la Repubblica di Mahabad, rasa al suolo appena i sovietici si ritirano. Nel 1972 lo Scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, chiese al presidente statunitense Richard Nixon di sostenere la rivolta dei curdi in Iraq. Nixon acconsentì e li armò con l’obiettivo di minare la stabilità dell’allora filo-sovietico Iraq.

Nel 1975, il sovrano persiano strinse un accordo con l’Iraq e gli Stati Uniti abbandonano i curdi al loro destino. Tre anni dopo, Ocalan, curdo di cittadinanza turca, fondò il Partito dei lavoratori del Kurdistan (il Pkk). La sua missione allora era la creazione di una repubblica indipendente curda, da raggiungere anche con il ricorso alla lotta armata. Nel 1984 il Pkk si insediò nell’Iraq settentrionale, trasformandolo nell’avamposto per una guerriglia contro la Turchia. Il conflitto, che dura ancora oggi – dopo una tregua di due anni indetta da Ocalan nel 2013 dal carcere di Imrali dove sta scontando numerosi ergastoli – ha fatto più di 30 mila vittime. Nel 1987-1988, durante gli ultimi giorni del conflitto Iran-Iraq, Saddam Hussein diede inizio a un genocidio contro la popolazione curda che culminò nell’attacco chimico ad Halabja dove si registrarono almeno 5 mila vittime. Nel 1991, il presidente americano Bush appoggiò una nuova rivolta curda nel nord dell’Iraq, repressa nel sangue da Saddam. Centinaia di migliaia di curdi furono costretti alla fuga sulle montagne al confine tra Turchia e Iraq, molti andarono a Sinjar dove vivevano già molti yazidi. Gli Stati Uniti imposero una no-fly zone per evitarne il bombardamento. L’accordo è rimasto in vigore fino all’invasione americana dell’Iraq nel 2003. Il nord della Siria, al confine con la Turchia, chiamata Rojava che ha proclamato durante la guerra civile siriana una autonomia federalista democratica – non indipendente – basata sulla sui diritti umani sanciti dalle Convenzioni internazionali. Prima che l’esercito turco invadesse lo scorso anno il cantone di Afrin e ora il resto del Rojava, qui si stava realizzando una rivoluzione socio-politica da molti analisti paragonano alla rivoluzione francese nel mondo occidentale. Il Contratto Sociale del Rojava è una carta costituzionale di una modernità senza paragoni. Appena oltre il confine orientale del Rojava, nel Kurdistan iracheno, solo i sostenitori del Puk, il partito patriottico fondato dal defunto Jalal Talabani, sono solidali con i curdi turchi e siriani. La divisione tra curdi è frutto del divide et impera di romana memoria.

L’Italia con la Germania: “Basta armi alla Turchia”

L’Italia ha deciso di assumere una posizione netta riguardo alla vendita di armi alla Turchia. E dopo la potente Germania, che ieri si è unita al coro dei Paesi nordici per bloccare l’export militare verso Ankara, un messaggio netto è giunto ieri sera dalla festa del M5S a Napoli dove sia il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, sia il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, hanno annunciato: “Chiederemo alla Ue, che lunedì terrà il Consiglio degli Affari esteri, di sospendere le forniture di armi alla Turchia”. Anche Conte si è detto favorevole annunciando che la proposta verrà portata al Consiglio europeo di giovedì e venerdì a Bruxelles precisando che la Ue “non può accettare” la minaccia di Erdogan di inondare l’Europa di quei milioni di migranti tenuti dentro la Turchia grazie ai 6 miliardi di fondi versati ad Ankara.

La mossa 5Stelle si associa a quanto detto in giornata dal Pd: “Tutti facciano di tutto per fermare questa aggressione mobilitandosi nelle piazze e chiedendo al governo italiano di attivarsi come sta facendo, all’Onu, alle forze internazionali”, ha detto il segretario Nicola Zingaretti, anche discutendo “il blocco delle esportazioni di armi verso la Turchia, perché è evidente che o c’è un segnale forte dei Paesi dell’Unione oppure la Turchia non si ferma”.

L’Italia trova la sua strada anche la Germania. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha infatti detto ieri alla Bild am Sonntag che “il governo federale non concederà nuove autorizzazioni per tutti gli armamenti che potrebbero essere utilizzati dalla Turchia in Siria”. Le posizioni tedesca e italiana si aggiungono a quelle di Norvegia, Svezia, Finlandia e Olanda. Un pacchetto di mischia la cui forza di persuasione sarà testata al Consiglio degli Affari esteri di domani.

Nel 2018, la Germania ha venduto alla Turchia armi per un totale di 240 milioni di euro e i suoi campioni industriali più esposti verso Ankara hanno i nomi, pesanti, di ThyssenKrupp o di Rheinmetall, primo fornitore di carri armati alla Turchia.

I 242,8 milioni di euro di forniture del 2018 hanno rappresentato quasi un terzo di tutte le esportazioni di armi tedesche, che per valore ammontano a 770,8 milioni di euro.

Per quanto riguarda l’Italia, invece, la Turchia è il terzo Paese per l’export di armi, dopo Qatar e Pakistan. Come già scritto dal Fatto, sulla base delle denunce della Rete Disarmo, nel 2018, l’esportazione ha riguardato 362,3 milioni di euro che hanno contributo ad alimentare – senza raggiungere i volumi miliardari dei colossi Usa come Lockheed Martin o Boeing – il secondo esercito della Nato e 15° esercito al mondo.

Se l’Italia vuole agire concretamente e fare sul serio, a parte rispettare la legge 185, che vieta il commercio di armi con chi si trova in guerra, non ha che da intervenire sulle principali società di export militare tutte di proprietà pubblica.

La società più esposta è infatti Leonardo, ex Finmeccanica che, ad esempio con Agusta-Westland, rifornisce gli elicotteri T129 (61 “pezzi” venduti nel 2010) per un controvalore di circa 3 miliardi di euro. Alenia Aermacchi, sempre secondo i dati della Rete Disarmo, ha venduto alla Marina turca gli ATR72-600 Tmua. L’azienda Beretta, inoltre, è presente in Turchia dove produce le sue pistole attraverso la controllata Stoeger.

Sul sito ufficiale di Leonardo, riguardo alla Turchia, si può leggere: “Leonardo è presente in Turchia attraverso programmi in tutti i settori di competenza. In questo scenario il gruppo è impegnato nel mantenere e rafforzare questa posizione tramite una sempre più forza commerciale e una presenza industriale con partner locali capaci di raggiungere il mercato domestico e internazionale”.

Viva le manette

La nostra copertina dell’altroieri, sulla bozza del ministro della Giustizia per le manette agli evasori, non è piaciuta a Gad Lerner che è personcina sensibile e l’ha riprodotta su Twitter con un commento affranto: “Manette sbattute così in prima pagina, non c’è buona causa che giustifichi questa perversione. Con tutto quel che succede nel mondo… e ora datemi pure dell’amico degli evasori”. Sotto, comera prevedibile, una raffica di leggiadre contumelie al sottoscritto e al Fatto Quotidiano (i famosi “hater” e “odiatori” che, quando odiano dalla parte giusta, diventano boccioli di rosa). Insulto per insulto, potremmo rispondere che è quantomeno inelegante, per un giornalista di un gruppo edito da due famiglie fiscalmente a dir poco discutibili, dare del pervertito a chi chiede che gli evasori vadano in galera, come in tutto il mondo civile. Ma non ci abbassiamo a tanto, anche perché non pensiamo che sia la sua frequentazione con editori-evasori a suscitare in Lerner cotanta repulsione per le manette a chi le merita. Non è un fatto personale, ma culturale. Che nasce nei due filoni del pensiero purtroppo dominante, molto diversi fra loro, ma accomunati dall’allergia al senso dello Stato e allo Stato di diritto, cioè per il principio di responsabilità: chi sbaglia paga e chi delinque viene punito.

Il primo è quello da cui proviene Gad: quello dei gruppettari di ultrasinistra anni 60 e 70, così abituati a fuggire dalle forze dell’ordine e dai magistrati da non riuscire a liberarsene nemmeno dopo 40-50 anni. L’altro è l’impunitarismo dei ricchi e dei potenti, abituati a una giustizia di classe forte coi deboli e debole coi forti, ai quali Gad è estraneo, ma che nel suo mondo hanno pescato a piene mani per sostenere sui rispettivi giornali le loro battaglie contro la legge uguale per tutti. Queste due culture, che partono dagli antipodi ma si uniscono nella comune avversione alla legalità, si sono saldate negli anni del berlusconismo, quando molti ex-extraparlamentari di sinistra (che già flirtavano con Craxi per la sua guerra ai giudici) si ritrovarono al servizio di B.. Oppure, anche se stavano sulla sponda opposta (come Gad), invocavano continue amnistie e indulti, intimando alla sinistra di guardarsi dalla “via giudiziaria”: pareva brutto che un amico dei mafiosi, un frodatore e un corruttore di giudici, finanzieri, senatori, testimoni e minorenni finisse a processo e poi in galera. Ora, confidando nella smemoratezza sulle stragi politico-mafiose e sulle retrostanti trattative, insigni esponenti di quelle due culture applaudono insieme le sentenze di Cedu e Grande Chambre contro l’ergastolo “ostativo”.

Quelle che regalano agli stragisti insperate aspettative di resurrezione. Naturalmente ciascuno è liberissimo di pensarla come gli pare. Ma è davvero paradossale che chi difende la legalità e lo Stato di diritto sia chiamato continuamente a giustificarsi dai sedicenti “garantisti” per il sol fatto di chiedere l’applicazione della legge. I “pervertiti”, caro Gad, non siamo noi: siete voi. Le manette sono uno strumento previsto dalle norme per assicurare alla giustizia i criminali: quelli di strada e quelli in guanti gialli e colletto bianco. Ti dirò di più: negli Stati Uniti, e non solo là, gli evasori e i frodatori fiscali, come i corrotti, i corruttori, i bancarottieri e i falsificatori di bilanci, vengono condannati a pene detentive molto pesanti, che regolarmente scontano nei penitenziari di Stato accanto ad assassini, stupratori, terroristi e trafficanti di droga, non solo con le manette ai polsi, ma anche con le catene ai piedi. Per evitare che scappino o che commettano altri reati (le manette salvano anche vite umane, come ha appena dimostrato la strage alla Questura di Trieste: i due agenti assassinati, se avessero ammanettato il ladro appena fermato, sarebbero ancora vivi). Ma anche perché servano di lezione a chi sta fuori, affinché gli passi la tentazione di delinquere. Perciò, non di rado, arrestati e detenuti – poveracci e white collar – vengono esibiti in manette e in catene: perché le pene, quando sono certe e vere, non finte come da noi, hanno una funzione deterrente prim’ancora che rieducativa. E quella rieducativa dipende anch’essa dalla certezza della pena: se uno sa di poter delinquere facendola franca, non si rieduca mai. Anzi si diseduca vieppiù.

Quindi no, non penso affatto che Lerner abbia orrore per le manette perché sia un evasore o un amico degli evasori. Penso che Gad e quelli come lui non abbiano senso dello Stato e non abbiano ancora introiettato il principio di responsabilità che regge lo Stato di diritto, cioè l’unica forma di convivenza civile che trattiene i cittadini dal farsi giustizia da soli come nel Far West. Non vorrei beccarmi altri tweet e insulti. Ma confesso che mi prudono le mani quando ogni anno pago fino all’ultimo euro di tasse e poi penso che, grazie al centrosinistra e al centrodestra, milioni di evasori vivono alle mie spalle senza mai rischiare la galera. E neppure un’indagine, se hanno cura di non superare le soglie di impunità gentilmente offerte nel 2015 da Renzi & C.: 250 mila euro di omesso versamento Iva; 1,5 milioni non dichiarati di frode fiscale; 150 mila euro di dichiarazione infedele; 10% di false valutazioni; 50 mila euro di omessa dichiarazione. Ecco, io questi ladri vorrei vederli in manette (e magari pure in catene), come accadrebbe se queste somme, anziché all’erario, le rubassero in un portafogli, in una borsetta, in un’abitazione, in una banca, in un negozio. Solo le manette possono spaventare gli evasori fino a indurli a rinunciare ai loro enormi guadagni per versare il dovuto allo Stato. Quindi continuerò a pubblicare manette in prima pagina finché non troverò un governo che tratta tutti i ladri allo stesso modo. O lascia rubare tutti, o non lascia rubare nessuno.

Mail Box

 

Aspetto la mezzanotte per la prima pagina del “Fatto”

Leggo il Fatto Quotidiano da quando iniziò il progetto con la raccolta fondi, lo ricevo via Internet e lo leggo da 3 anni con l’app. Se sono sveglia attendo curiosa mezzanotte e un minuto per leggere vignette e prime pagine, in primis per vedere cosa dell’obsolescente informazione politica-soap italiana ha colpito l’arguto e ironico Marco Travaglio.

Poi conservo le altre pagine per il primo mattino; altrimenti la prima cosa che faccio appena sveglia è schiacciare l’icona del Fatto sperando che, con due risate, Travaglio mi ponga nello spirito giusto per superare una nuova giornata in Italia. Grazie per informarci così.

Francesca Della Pietra

 

Grazie a voi ho scoperto la passione per il giornalismo

Sono un ragazzo di 21 anni, volevo dirvi un enorme grazie! Grazie perché grazie a voi ho scoperto la passione per la politica e per il giornalismo in particolare. Non ho smesso di leggervi un solo giorno da quando vi ho conosciuti, e il mio sogno un giorno sarebbe entrare a far parte della vostra grande famiglia… Chissà. Tantissimi auguri.

Davide Desantis

 

Crocifisso, i nostri media ignorano i crimini cristiani

Sul Fatto del 3 ottobre Fabrizio d’Esposito scrive dell’esternazione del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti relativa alla presenza del crocifisso nelle aule delle scuole italiane.

Ricorda il magnifico articolo pubblicato sull’Unità anni fa, scritto da Natalia Ginzburg, del quale riporta alcuni brevi estratti: “il crocifisso fa parte della storia del mondo” e “è il segno del dolore umano, della solitudine della morte, dell’ingiustizia”.

Rammenta che nel 1859 il conte Cavour e il suo fedele Casati statuirono per legge il crocifisso nelle scuole. E poi domanda: come fu possibile che il Risorgimento liberale, massonico e anticlericale, che poi entrò in armi nella Roma papalina, inserì nella legge sul sistema scolastico l’immissione del crocifisso nelle aule scolastiche? La mia risposta da semplice e comune cittadino è che la Chiesa è un grande potere, e lo è stato ancora di più nel passato.

Pertanto, tenendo conto di tale potere, si è concesso qualcosa di importante mentre ci si preparava a toglierle il potere temporale, di suprema importanza. È più o meno lo stesso motivo per il quale tantissimi intellettuali, politici, giornalisti scrivono e parlano degli aspetti migliori del crocifisso e della religione cristiana, ma ignorano completamente quelli peggiori, mai citati pure nei libri di scuola italiani compresi quelli di storia, e che sono invece con cura e precisione descritti e documentati nei dieci volumi della Storia criminale del Cristianesimo di Karlheinz Deschner.

Ho avuto anche occasione di trovarne piena descrizione, per alcuni episodi, in due film che ho recentemente visto in televisione su Sky Cinema: “L’ultimo Inquisitore” e “Mission”, ma sono perle rare.

I nostri media ricordano i crimini del nazismo, del fascismo, del comunismo ma non accennano mai, per quanto mi risulta, a quelli tremendi perpetrati nei secoli in nome del Dio cristiano.

Ivo Bagni

 

Ho visto “passare” tanti ministri: Bonafede è il migliore

Ho 82 anni, leggo un quotidiano tutti i giorni fin da quando ne avevo 19 e cominciai a lavorare come perito industriale con l’Eni di Enrico Mattei. Sono passato da Paese Sera al Giorno, a Repubblica di Scalfari al Fatto quando è nato. Ho sempre seguito la politica e ho visto “passare” tanti ministri, più o meno capaci, più o meno onesti, più o meno apprezzati. Devo però dire che Bonafede è il migliore di tutti! Mi trovo sempre d’accordo con quanto afferma e quanto fa. Anche l’ultima sua presa di posizione contraria alle fesserie della Corte di Strasburgo è da me condivisa e credo lo sia da tutte le persone oneste dell’intera Europa.

Romano Lenzi

 

Cari politici, dovreste studiare la nostra Costituzione

Dalle dichiarazioni di diversi uomini politici, alcuni dei quali sempre bramosi di avere evidenza pubblica, si evince la modesta o nulla conoscenza della nostra Costituzione. Essa è la strada maestra indicata dai costituenti. Abbisogna forse di qualche rattoppo, da effettuarsi però con mani esperte e con la saggezza della democrazia rappresentativa. Lasciando pure da parte l’ex ministro della paura che ignorava platealmente gli artt. 2, 3 e 10 sull’accoglienza dei migranti, anche il nuovo duce di Italia Viva lamenta che si pensi ad un aumento dell’Iva sui generi voluttuari o di lusso e contemporaneamente critica il governo per le scarse risorse impiegate nella riduzione del cuneo fiscale. Quel nuovo duce ignora l’art. 54 della Carta che collega il prelievo fiscale alla “capacità contributiva” di ognuno di noi e impone la progressività del sistema tributario. Se quindi non esistessero le imposte progressive non potrebbero neppure esistere le spese pubbliche che pagano i servizi ai cittadini. Anziché pontificare, sia l’ex ministro che il nuovo duce potrebbero studiare meglio la nostra legge fondamentale.

Mauro Bortolani

L’eccesso è di moda, nei film “londinesi”

Sempre più in alto, più veloce, più ricco. L’ubriacatura dell’eccesso ci appartiene, perché così funziona l’ambizione umana: superare e superarsi in ogni limite, sconfinare in territori inesplorati che accecano la misura ed esasperano l’ingordigia. L’effetto di tossicità oscilla dall’esaltazione all’autodistruzione, laddove l’altezza congela, la velocità fa esplodere e la ricchezza – alla fine – crea terra bruciata dentro e fuori da sé. Ecco ciò che accomuna alcuni degli altisonanti titoli di stagione, in programma al 63° London Film Festival, che non mancheremo di vedere presto anche in Italia, addirittura alla Festa del cinema di Roma.

Capitolino fra una settimana, sarà ad esempio The Aeronauts del giovane “local” Tom Harper, scrittore e regista seriale dall’aura pop, che ha rivisitato “l’epica della mongolfiera” ai tempi della rivoluzione industriale. Due cuori e un’anima ardita fluttuanti nei cieli della Londra vittoriana, più abitata da fabbriche in progress che da cittadini.

Da quel positivismo imperante è nato l’ardore del primo (realmente esistito) “meteorologo sperimentale” James Glaisher e della prima starlette volante, Amelia Wren; a bordo di un supersonico pallone ambiscono a “riscrivere le regole dell’aria”, e con l’incoscienza necessaria alla (fanta)scienza s’innalzano a quote inedite. È solo la purezza d’intenzioni a salvarli da se stessi.

Non è lo stesso per Ken Miles, leggendario pilota di F1 degli anni 60, capace di “sentire” la macchina da corsa, spingendola verso la gara perfetta. Del genio della corsa e del suo socio Carroll Shelby racconta l’action- biopic Le Mans ’66 di James Mangold. Di quella gara “assoluta” il film evidenzia le idiosincrasie del Sogno americano fordista, e non solo in quanto di Henry Jr. mettendo in opposizione la Ferrari del rampante Enzo alla Ford, Le Mans ’66 spinge l’acceleratore di Christian Bale & Matt Damon sul pedale del primeggiare come gesto di acquisizione di potere. Non solo la vittoria, ma la perfezione a ogni curva, spezzare record su record fino a fondersi con la velocità della luce, l’elemento imponderabile che polverizza la materia in mito, l’umano in divinità.

Ma gli dei, si sa, vivono del paradosso di potenza esibita e fragilità interiore. Così, è probabile, si sia sentito Sir Richard McCreadie, alias l’uomo più ricco del Regno Unito, self-made man da “commerciante di stracci” a magnate delle catene d’abbigliamento cheap su stile di H&M, Zara e co. Questi è il protagonista di Greed del redivivo Michael Winterbottom, più che mai ardito in un mockumentary più vero del reale a cui si ispira. Il riferimento, infatti, è il vivente magnate britannico Sir Philip Green, residente offshore (Montecarlo), caduto in “semidisgrazia” dopo mille nefandezze fiscali, legali e morali per sfruttamento di donne e di forza lavoro. La sua parabola diventa emblematica dei tanti abusivi del capitalismo selvaggio che, da bravo inglese, Winterbottom col co-sceneggiatore Sean Gray decide di virare in tragicommedia scespiriana, esasperata alla grandeur dell’antica Roma. È in quell’ambientazione, infatti, che il faccendiere imbroglione e mitomane incarnato dal bravo Steve Coogan organizza la festa del suo 60° compleanno: una volgarità di proporzioni colossali che avrebbe intimidito Nerone.

Premio Tenco, se le suonano tra i “puristi” e i “pragmatici”

I Puristi che ringhiano addosso ai Pragmatici. Eccoli, i contrapposti eserciti della battaglia di Sanremo. No, non il Festivalone di Amadeus, bensì la Rassegna della Canzone d’Autore organizzata per la 43ma volta dal Club Tenco dal 17 al 19 ottobre. La dichiarazione di guerra è firmata dalla famiglia dello scomparso Luigi, e preparata con la partecipazione di quanti non riconoscono più, nella manifestazione, lo spirito originario di una conventicola di eletti ed artisti che gravitavano attorno al padre del Club, il meritorio Amilcare Rambaldi, esportatore di fiori che nel ’45 si batté per il rilancio del Casinò con il progetto di un Festival.

La Rai apprezzò l’idea, Rambaldi vi contribuì, ma dopo il suicidio di Tenco decise che la sua vera missione fosse radunare gli ingegni votati alla valorizzazione della musica meno “venduta” al sistema discografico-mediatico. Così è stato dal ’74, con serate fitte di incontri irripetibili tra i grandi della canzone, non solo italiana. Morto Rambaldi, il Club ha affrontato i nuovi tempi con una strategia non sempre conservativa, tra le periodiche polemiche tra i passatisti e quelli che invece guardavano avanti, facendo il pane con la farina che trovavano.

Ieri si presentava l’evento 2019, che vedrà premiare Gianna Nannini, Pino Donaggio, Eric Burdon e l’operatore Franco Fabbri, e che ha visto assegnate le Targhe per le migliori opere, tra gli altri, a Vinicio Capossela, Daniele Silvestri & Rancore, Enzo Gragnaniello, Alessio Lega, l’esordiente Fulminacci. Ed è arrivato con precisione chirurgica il siluro della “Famiglia Tenco” che esterna “dissenso su parte dei significati della prossima edizione”. Nello specifico, si stigmatizza “l’accostamento del Premio, anche attraverso il titolo di questa edizione ‘Dove vola la colomba bianca’, ad altri festival musicali che nella maggior parte dei casi hanno interessi commerciali”. Ancora, si sottolinea la “distorsione della storia del ‘cantautorato’” e peggio, “la partecipazione di artisti ospiti che non conoscono il mondo dei cantautori, specialmente qualora venissero incaricati di interpretare la sigla di apertura della rassegna”. C’è n’è poi per “gli eventi collaterali che sfruttano il nome Tenco per dare risalto a momenti dedicati all’‘AperiTenco’ o alla ‘MovidaTenco’”, che trasformerebbero tutto “in un banale circo-spettacolo”.

Sorpresi e addolorati si sono detti i nove membri del direttivo del Tenco di fronte alla “bomba intelligente” dei Puristi proprio nel momento in cui illustravano un supercast di 28 partecipanti alle tre serate al- l’Ariston, che verranno presentate da Morgan con Antonio Silva, e che vedranno anche una Masterclass su De André con Dori Ghezzi e Mauro Pagani per gli studenti sanremesi.

L’osservatore, senza entrare nello specifico di una bega tutta interna alle dinamiche del Club, potrà notare tre cose: 1) trovate di comunicazione come “AperiTenco” o “MovidaTenco” sono oggettivamente infelici: ma lì c’entra la volontà degli sponsor che sostengono un’associazione senza scopo di lucro; 2) l’artista che avrà l’onore di eseguire Lontano Lontano, storica apertura della manifestazione, è Achille Lauro. È stata la sua designazione a scandalizzare i Puristi: ma siamo sicuri che lui “non conosca la storia del cantautorato” e che non sia degno di rappresentare la nuova leva italiana?

Forse non sarà un genio come quelli della nidiata d’oro di quarant’anni fa, ma esercita un interessante ruolo di provocazione nel pop contemporaneo. 3) Commercializzazione del Premio? Polemica che sa di muffa. Il Tenco è nato da una costola di Sanremo, da cui ha operato per distinguersi. Ma i suoi interpreti hanno sempre lavorato con le multinazionali, e in un tempo migliore di questo, quando potevi realizzare album d’autore perché manager e pubblico scommettevano su di te, mentre oggi non resta che la gramigna delle app a strozzo.

Così, a ben vedere, l’assalto al fortino d’autore del Tenco sembra una tenzone di retroguardia.

“Ho smesso di cantare e non saprei più suonare”

La Storia gli ha morso più volte i polpacci. Come il 2 agosto 1980, il giorno della strage di Bologna.

Caro Guccini, la sera prima avrebbe dovuto cantare a Imola. Ma una raucedine lo indusse ad annullare il concerto. Rientrò in anticipo a Pavana. Altrimenti sarebbe passato per la stazione di Bologna.

Sì, ma nel pomeriggio. Quando scoppiò la bomba era presto per le mie abitudini. Mio fratello Pietro lavorava alle Poste, proprio lì. Chiamò casa per dire che era successo un macello, ma stava bene.

A Pavana lei, Francesco, vive ancora oggi. Vi si rifugiò durante la guerra, da bambino.

Avevo quattro anni quando in paese arrivarono gli alleati. I miei nonni mangiavano pasta, io mi univo agli americani nella loro mensa. Disponevano di novità incredibili: burro di arachidi, Coca-Cola, ananas in scatola. Mi regalarono un giubbotto con i gradi da sergente, secoli prima che adottassi l’eskimo.

La riempivano di doni.

A Natale del ’44 i soldati Usa organizzarono una festa per i più piccini. Sgranai gli occhi davanti a questo signore con il vestito rosso e la barba che faceva ‘oh-oh’. Da noi non esisteva Santa Claus. E nel febbraio ’45 alle truppe furono recapitate cartoline di San Valentino. Nessuno lo aveva mai celebrato, prima. Cominciò lì la mia americanizzazione.

Ma suo zio Enrico era già andato nel Nuovo Mondo a fare il minatore. Gli ispirò “Amerigo”.

Non fu lui a farmi amare la musica del dopoguerra. Però Enrico ne aveva fatta di strada….

La sua famiglia si è invece insediata per secoli a Pàvana. Nella copertina di “Radici” ci sono due foto generazionali davanti alla “casa sul confine dei ricordi”. Quella del bisnonno Francesco con i cari, e la sua, scattata cinquant’anni fa.

Il bisnonno era diventato capofamiglia a 17 anni, prendendosi cura del mulino. La zia ritratta sul lato destro andava a fare le cure per l’artrite ad Abano. Con quel vestito che voleva essere elegante ma non lo era. Poverissimi, eppure dignitosi tutti loro.

Un mondo in estinzione, quello contadino, che lei rimpiange nel suo ultimo libro “Tralummescuro”.

L’Appennino che sta morendo. Non c’è ricambio umano, Pavana si va spopolando. Il mulino non lavora più. E le rive del Limentra, una volta, d’estate erano piene di ragazzi. Ora non ci va più nessuno. Il fiume scorre deserto e tranquillo, mentre d’inverno è minaccioso e sfiora la mia casa. Io ne sento la voce: chi non è abituato non riesce a dormire.

Se ne sta rintanato a scrivere, la chitarra non la prende più.

Ho smesso anni fa dopo L’Ultima Thule, ora non saprei suonare. Scrivere è piacevole, non devi preoccuparti se hai un calo di voce prima di un concerto. Il primo romanzo è dell’89. Avevo acquistato un computer e finalmente non perdevo idee scribacchiate qui e là, restava tutto lì dentro. È quel che voglio continuare a fare. A giorni incontro Loriano Machiavelli per buttar giù il nostro nono giallo.

L’anno scorso Vecchioni la stanò per un duetto. Potrebbe accadere ancora?

Accettai volentieri ma no, ho detto basta. La gente mi chiede delle canzoni più che dei libri, e un po’ mi dispiace.

Oggi lei sarà al Festival Imaginaction di Ravenna, dove in questo weekend ci sono ospiti come Trevor Horn, Venditti, Pelù, Zampaglione, Amoroso, Nek. Il Movimento Collettivo ha realizzato un video inedito pieno di sorprese, un “capolavoro immaginato” della sua “L’Avvelenata”.

Di video veri non ne ho mai fatti, è una prima volta. Sono in trepida attesa.

Torniamo a tuffarci nel tempo: nel ’60 lei, giovane cronista della “Gazzetta di Modena” fu mandato a intervistare il divo Modugno a teatro.

Ricordo poco di quell’incontro, tranne che scrissi un articolo da ventenne pretenzioso e superficiale. Mi fecero un titolo sulla passione di Modugno per le Ferrari. Non nacque lì la mia voglia di fare il cantautore, anche se subito dopo scrissi L’Antisociale. Aspiravo a realizzarmi come giornalista e scrittore.

Invece poco dopo andò a infilarsi all’Osteria delle Dame.

Ci son tornato due anni fa per la nuova apertura e mi sono commosso ripensando a quegli anni irrimediabilmente perduti.

Che serate, alle Dame con Dalla.

In realtà Lucio ci cantò raramente. I nostri incontri erano alla trattoria Da Vito, all’angolo con via Paolo Fabbri. Ma anche lì, ci fu una session una sola sera: per la tv, io Dalla e Vecchioni su Porta Romana. Si è favoleggiato su un fertile cenacolo di artisti e aspiranti tali, ma io da Vito giocavo a carte, altro che cantare!.