Alessandra e la mia vita da survivor

La mia vita di survivor comincia con uno squillo del telefono, alle 11 del mattino del 3 giugno 2018. Due ore prima, in quella immobile, afosa domenica milanese addossata al 2 giugno, avevo ricevuto un messaggio da mia moglie Alessandra, ricoverata nel reparto Psichiatria 1-Disturbi dell’umore dell’ospedale San Raffaele Turro. “Un’altra notte difficile, non venire prima delle 12”. Ma non è lei a telefonarmi. “Parlo con il marito della signora Alessandra Appiano?” “Certo, chi parla?” “Polizia”.

L’agente mi dice di recarmi con urgenza presso un albergo di cui mi fornisce l’indirizzo. Gli dico che deve esserci un errore perché mia moglie è ricoverata in ospedale da 17 giorni, ma lui insiste. “Vada subito in via Stamira d’Ancona”. Lo scuorante stradone di periferia è lo stesso dell’ospedale, sperando in un errore mi precipito al San Raffaele e chiedo notizie di Alessandra. Gli infermieri cadono dalle nuvole: “Di cosa si preoccupa? Sua moglie è uscita a prendere un caffè al bar dell’ospedale, sarà tornata in stanza”. Ma in stanza non c’è. Questa volta chiamo io la polizia, metto a fuoco che il 27 di via Stamira d’Ancona corrisponde all’Hotel Plaza Ramada, 400 metri più in là.

Un’altra volante è ferma all’ingresso, mi aspetta per comunicarmi che Alessandra è stata vista cadere dal solarium dell’ottavo piano.

Il mio primo gesto di survivor è tornare all’ospedale dove mia moglie è ricoverata per comunicare che mia moglie non c’è più. “Suicidio”, “gesto volontario”: nel giro di poche ore queste parole cominciano a rimbalzare in Rete, ma io dubito che si possa parlare di gesto volontario in senso stretto. Non tutti i suicidi lo sono. Il suicidio è il gesto più lucido che un essere umano possa compiere, dice Albert Camus, ed è difficile dargli torto. Ho sempre rispettato chi mette fine alla propria vita rivendicando questa scelta estrema. Ma Alessandra negli ultimi mesi non era più lei, la violenta crisi maniaco-depressiva l’aveva resa irriconoscibile prima di tutti a se stessa. Quale lucidità può avere, di quale volontà può disporre una donna che fugge da un reparto psichiatrico subito dopo avere assunto la terapia, senza alcuna sorveglianza da parte dell’ospedale in cui è ricoverata, e si getta nel vuoto un quarto d’ora dopo aver scritto al marito “vieni alle 12”?

Alessandra soffriva di crisi depressive
fin da ragazza, ma “questa volta è diverso” aveva detto. La terapeuta di famiglia non era bastata, su suggerimento di un nuovo specialista per la prima volta aveva assunto psicofarmaci, ma la situazione non era migliorata.

Siamo entrati in un vortice di prescrizioni farmacologiche, dosaggi, specchietti (quattro, cinque, sei pillole al giorno), consulti telefonici, nuovi psichiatri. Tutto inutile. “Ho l’inferno dentro”, “Non riesco a mettere assieme i pezzi”, “Non tornerò più quella di prima…”. Quale extrema ratio, concordiamo il ricovero presso il San Raffaele Turro, considerata la miglior struttura psichiatrica di Milano, e non solo. “Vedrà, la faremo tornare come nuova”, dice la dottoressa Raffaella Zanardi ad Alessandra. Invece il piano resta inclinato. Ogni giorno passo a trovarla, passeggiamo per le villette e i giardini dell’ospedale nel sole sfocato di quel maggio triste, ogni giorno mia moglie mi dice di sentirsi sempre peggio. Il 30 maggio Alessandra compie 59 anni; rappresento alla dottoressa Zanardi la sua volontà di essere dimessa, non regge più il ricovero. La psichiatra dissente; a suo avviso è necessaria almeno un’altra settimana di degenza, nella depressione maggiore i farmaci tardano a fare effetto, per questo è stato deciso di aumentare e modificare la terapia. Anch’io mi impegno per convincere mia moglie. “Ale, tieni duro, siamo in buone mani”. Alle 11 del mattino di quattro giorni dopo squilla il telefono. “Polizia”.

Nel mio primo anno di survivor, “l’anno del pensiero magico” sento l’imperativo di calarmi al fondo di questa fine assurda, di un gesto non separabile dallo stato estremo in cui si trovava Alessandra, un gesto che contraddice il suo attaccamento alla vita, la sua disciplina, il suo culto della salute e del proprio corpo.

Come parte offesa nel procedimento penale contro ignoti, nomino un avvocato e chiedo di essere ascoltato. Il maresciallo dei carabinieri è gentile, ma mi fa intendere che il mio punto di vista rischia di essere poco oggettivo (sono pur sempre un survivor). Poiché la Procura non lo nomina, cerco a mie spese un consulente tecnico che possa valutare l’eventuale presenza di profili di responsabilità professionale sulla base della cartella clinica, del diario infermieristico e della relazione tossicologica. Nessuno, a Milano, accetta l’incarico; qualcuno si mostra disponibile in un primo momento, ma poi, quando viene a sapere qual è la struttura coinvolta, ci ripensa, e rinuncia.

Vado alla clinica San Rossore di Pisa per incontrare il professor Giovanni Battista Cassano, che ha dedicato tutta la vita alla cura della depressione. Nell’impossibilità di agire direttamente per limiti dell’età, Cassano mi segnala lo psichiatra forense Stefano Ferracuti, professore di Psicologia Clinica presso l’Università Sapienza. Il professor Ferracuti accetta l’incarico, pur senza nascondere il suo scetticismo. “Se non siamo in presenza di Tso, solo in casi particolari può scattare l’accusa di omicidio colposo. La libertà del paziente viene prima di tutto”. “Ma Alessandra è fuggita dall’ospedale senza dare le dimissioni. È stata trovata con il braccialetto dei degenti e la cannula per la flebo con cui veniva sedata”. “D’accordo, scriverò la relazione. Ma guardi che le daranno del fascista”.

È l’ultima cosa che immaginavo di sentirmi dire, ma la incasso senza batter ciglio. “Siamo tutti per poco ospiti della vita, vivere è un’abitudine” ha scritto Anna Achmatova; ma sopravvivere è una scoperta continua.

Il 10 aprile 2018 viene notificata la richiesta di archiviazione del procedimento penale contro ignoti. Si ritiene infondata la notizia di reato per omicidio colposo e si recepisce integralmente la linea difensiva dell’ospedale. Questo sebbene nella motivazione stessa si legga: “Appare evidente la ratio secondo la quale i pazienti sono in ogni caso liberi di muoversi all’interno della struttura, così come sono liberi di abbandonarla firmando una lettera di dimissioni secondo la normativa vigente”.

Con l’avvocato decidiamo di presentare opposizione, tornando a chiedere chiarezza sull’applicazione dei protocolli anti suicidio in uso presso il San Raffaele, e ribadendo che quella mattina Alessandra poté raggiungere indisturbata un albergo distante 400 metri dall’ospedale. “Il fatto che la signora fosse in ricovero volontario non implica che potesse allontanarsi dalla struttura ospitante senza alcuna misura di protezione. […] La signora, infatti, non ha firmato alcuna lettera di dimissioni il giorno che si è suicidata, né il personale aveva cognizione che si fosse allontanata. […] La stessa Corte di Cassazione ha stabilito che: ‘Il medico psichiatra è titolare di una posizione di garanzia nei confronti del paziente anche se questi non sia sottoposto a ricovero coatto’”.

C’è poi il tema della comunicazione tra i sanitari del reparto. “Ansia, demoralizzazione e a tratti disforia, sensazione di inadeguatezza, visione pessimistica del futuro, iporessia, deficit di concentrazione, insonnia con mantenimento del funzionamento globale pur con maggiori difficoltà a svolgere le attività”, si legge nella cartella clinica di Alessandra: tutte dimensioni psicologiche associate in psichiatria al rischio suicidario. Il “lieve miglioramento” degli ultimi giorni, cui si fa riferimento sempre in cartella, stride sia con la mia diretta esperienza, sia con alcuni, gravi episodi registrati nel diario infermieristico e non valutati.

Chiedo di rientrare in possesso del cellulare di Alessandra che nella fuga aveva portato con sé, e scopro che non è mai stato acquisito dalla procura. Sequestrato e custodito per alcuni mesi in un Commissariato, è stato quindi consegnato all’Ufficio oggetti rinvenuti del Comune, dove tramite lo studio legale ho potuto recuperarlo.

Faccio trascrivere a mie spese i messaggi scambiati nei giorni del ricovero, deposito le trascrizioni presso il gip incaricato di pronunciarsi sull’opposizione alla richiesta di archiviazione. Da questi messaggi si conferma ciò che già sapevo: che abbiamo deciso per il ricovero quando la malattia è diventata ingestibile a domicilio, e potenzialmente autolesiva; che il ricovero si è rivelato una via crucis segnata da un ineluttabile peggioramento dell’umore (“sono andata all’inferno…”, “da panico a panico mi sembra di essere finita in una spirale di follia…”, “la mia vita mi pare completamente rovinata e qui sto malissimo…”, “sto malissimo, voglio andare via da qui sono in trappola…”); che è evidente la mancata risposta alla terapia farmacologica; che negli ultimi giorni emerge un crollo ulteriore, insopportabile. Come scrive W.G. Sebald: “Il dolore fisico ha un limite, perché oltre una certa soglia si sviene; il dolore mentale no.”

Un anno da survivor, stato dell’anima fuori scala dove il dolore si allea all’incredulità, scorre incredibilmente veloce (ogni giorno devi ricordare a te stesso cosa è successo) e incredibilmente lento (ti confronti con l’eternità, domani non sarà un altro giorno). Un anno e quattro mesi fa sentivo che Alessandra era morta di malattia e non per suicidio, mi rifiutavo di considerare quel raptus un gesto volontario. Un anno e quattro mesi dopo, so che Alessandra è morta di malattia. Non sta a me decidere se esistano responsabilità, e quali, ma so che Alessandra non voleva morire, e che l’estremo tentativo di ritornare alla vita si è rivelato fatale.

Il ricovero di Alessandra è capitato nel cuore della stagione delle ciliegie, e la ciliegia è sempre stato il mio frutto preferito. Un giorno ne ho comprato un chilo da un fruttivendolo vicino al San Raffaele, mi erano sembrate bellissime, e le ho portate ad Alessandra. Non ne era ghiotta come me, ma anche a lei piacevano. Le abbiamo mangiate seduti su una panchina dei giardini dell’ospedale, mettendo da parte i noccioli mentre io provavo a rincuorarla. Poi, prima di salutarci, abbiamo riposto le ciliegie avanzate nell’armadietto della sua stanza. Dal 3 giugno 2018 le ciliegie non mi piacciono più come prima. È strano, eppure è così. Le assaggio, le riassaggio, mi piacciono ancora, ma non ne sono più ghiotto.

Tassi negativi sui clienti, il trucchetto di Mustier

Avrà anche pensato al tema aulico dell’“efficacia della trasmissione della politica monetaria”, ma di certo Jean Pierre Mustier, l’ad di UniCredit ha pensato soprattutto ai soldi e a come ringalluzzire i ricavi della sua banca. La decisione di trasferire d’emblée i tassi negativi sulla liquidità dai conti della banca ai clienti è un affare che vale per Mustier qualche centinaio di milioni in più sui suoi bilanci.

UniCredit può contare infatti su depositi della clientela per oltre 410 miliardi, in forte crescita per oltre 60 miliardi negli ultimi 5 anni. Vero è che Mustier ha messo la soglia in cui è il cliente a pagare la banca a 100 mila euro. Supponendo che solo un quinto dei depositi superi la cifra siamo a 80 miliardi. Un tasso negativo dello 0,5% trasferito ai clienti vale 400 milioni. Soldi guadagnati senza colpo ferire. Non solo, ma se induci i clienti a spostare il denaro dal conto corrente agli investimenti in teoria più remunerativi come i fondi o le azioni, ecco che la banca guadagnerebbe con le commissioni di gestione che vanno tra l’1% e il 2% per i fondi più aggressivi. Solo spostando 50 miliardi dalla liquidità agli investimenti UniCredit porterebbe a casa come minimo mezzo miliardo l’anno di commissioni. Mustier però quei clienti anziché tartassarli facendo pagare loro il costo dei tassi negativi, dovrebbe fin d’ora ringraziarli. Quel fiume di denaro sotto forma di depositi che anno su anno affluisce in banca non viene infatti remunerato ormai da qualche anno. Tasso zero per il cliente, il che consente a UniCredit come al resto del sistema bancario di tenere il più basso possibile il costo per la banca della raccolta. 400 miliardi che non danno interessi ai clienti e che hanno permesso a UniCredit in questi anni di emettere molti meno bond sul mercato. Quelli sì che costano con interessi che superano il 3% annuo. Ebbene UniCredit in questi anni grazie al forte aumento dei depositi a tasso zero per la banca ha potuto emettere meno obbligazioni per almeno 30 miliardi, risparmiando oneri per interessi nell’ordine di almeno un miliardo l’anno. E non è finita qui.

Solo per la tenuta e gestione dei 400 miliardi dei conti dei clienti, UniCredit intasca ogni anno 1,3 miliardi di commissioni nette. Cosa accadrebbe quindi se la mossa di Mustier incentivasse i clienti ad andarsene a cambiare banca? Gli effetti collaterali della fuga della clientela sarebbero ben più elevati per UniCredit di quello 0,5% di costo trasmesso ai suoi depositanti. Certo Mustier sa bene che la manovra funziona se solo anche le altre banche si allineassero alla sua decisione. Altrimenti l’effetto concorrenziale rischierebbe sì la fuga dei correntisti dalla banca. Piuttosto che “tassare” i suoi clienti il capo di UniCredit, se volesse davvero dare efficienza alla cosiddetta trasmissione della politica monetaria, dovrebbe darsi da fare per scongelare tanta liquidità tenuta in cassa. Come? Non solo inducendo i depositi fermi a trasformarsi in investimenti finanziari, ma in crediti all’economia reale. E qui UniCredit è in forte ritardo.

Con Mps è la banca italiana che negli anni della crisi ha prodotto il più elevato credit crunch. Ha cioè ristretto il credito. E tuttora secondo le analisi di R&S Mediobanca (dati 2018 consolidati) c’è un deficit tra raccolta dalla clientela e crediti all’economia reale di oltre 60 miliardi. Basterebbe mettere in circolo tra mutui e prestiti alle imprese quei 60 miliardi di raccolta eccedente per far funzionare la trasmissione della politica monetaria. Ma prestare denaro è più rischioso in termini di accantonamento di capitale per la banca che non alzare i livelli di costo sui servizi, depositi innanzitutto. Ricetta comoda (per la banca) quella di Mustier.

Il ritorno del super manager: l’ombra di Moretti al ministero

Si aggira un ministro ombra nel palazzone umbertino di Porta Pia a Roma, sede del ministero dei Trasporti. Si chiama Mauro Moretti e nel bene e nel male in quelle stanze è una celebrità. Conosciuto come il supermanager che dall’ufficio contiguo di capo delle Ferrovie riusciva a mettere in riga i ministri veri di ogni colore. Ma noto anche perché su di lui è piovuta una condanna a 7 anni in primo grado ribadita all’inizio del 2017 in secondo grado di giudizio perché ritenuto responsabile sotto diversi aspetti di uno degli eventi più tragici della storia d’Italia recente insieme al crollo del ponte di Genova: la strage ferroviaria di Viareggio nella notte del 29 giugno di dieci anni fa, 32 morti. Moretti era accusato di disastro, omicidio plurimo colposo, lesioni colpose, incendio. Tra un paio di mesi dovrebbero essere rese pubbliche le motivazioni della sentenza di condanna dopo di che si pronuncerà la Cassazione.

A Moretti la ministra vera, Paola De Micheli (Pd), non ha affidato un incarico ufficiale, anzi, a chiedere informazioni al ministero, manca poco neghino di sapere perfino chi è Moretti. Ma per sussurrare nell’orecchio di chi governa non occorrono timbri o decreti, basta la fiducia, e la De Micheli per Moretti di fiducia ne ha proprio tanta dopo aver condiviso con lui numerosi momenti della propria vita. Di carne al fuoco soprattutto alle Fs ce n’è molta e Moretti farà di sicuro sentire i suoi consigli sugli investimenti miliardari per l’Alta velocità, da quelli necessari per imprimere un’accelerazione finale alla grana Tav Torino-Lione fino alla ripartenza dell’Alta velocità tra Brescia e Padova. Il rapporto tra i due è rodato e di lunga data. Circolano per esempio foto che ritraggono Moretti nella basilica di San Sisto a Piacenza il giorno (22 giugno 2013) del matrimonio della futura ministra, che allora si professava lettiana. Al fianco di Moretti c’è proprio Enrico Letta, allora capo del governo. Si conoscono bene, ovviamente. Del resto, da manager Moretti non ha mai fatto mancare il sostegno delle imprese di cui era capo a partiti e correnti di ogni colore, ed è stato prodigo anche con Vedrò, l’ amata creatura politica del giovane Letta.

Se si parla di trasporti, però, Moretti è un gigante rispetto alla ministra essendo quest’ultima una neofita in materia. Inoltre in tutti i posti in cui è stato, Moretti non si è mai dato pace finché non è diventato il capo, qualsiasi cosa facesse. È successo quando era comunista e sindacalista Cgil, poi alle Ferrovie per quasi un decennio (2006-2014) e infine nel triennio di Finmeccanica che ha rivoltato come un calzino cambiandone perfino il nome e imponendo si chiamasse Leonardo. Moretti vorrà senza dubbio riprendere il discorso interrotto dalle condanne, soprattutto alle Fs dove i morettiani sono un esercito, ora prudentemente in sonno, ma pronti a scattare al primo cenno del capo. Erano dichiaratamente morettiani, anzi, scelti proprio da Moretti, i due amministratori dopo di lui, Michele Mario Elia e Renato Mazzoncini.

L’attuale amministratore, Gianfranco Battisti, invece, non è un morettiano con il timbro, l’ha voluto la Lega, ma soprattutto agli occhi di Moretti ha il torto insanabile di non essere stato scelto da lui. Chi conosce bene sia Moretti sia quegli ambienti ritiene verosimile che lo stesso Moretti voglia riparare presto lo strappo andando a pescare il successore nella covata dei suoi. Il più in vista tra essi è Maurizio Gentile, amministratore delegato di Rfi-Rete ferroviaria italiana, la società più importante del gruppo ferroviario. Su Gentile pesa la vicenda dell’incidente di Pioltello, 23 gennaio 2018, 3 morti su un treno deragliato per un difetto ai binari che chiama in causa proprio le condizioni della rete e le ispezioni su di essa. Tra gli indagati, che sono 9, ci sono 2 manager, di cui uno è proprio Gentile.

Chelsea-Ivanka: derby nell’urna tra le famiglie “reali” Usa?

Chelsea Clinton tentata dal seguire le orme di papà Bill e mamma Hillary. L’ex First Daughter – secondo indiscrezioni – potrebbe scendere in campo e candidarsi nel 2020 aspirando al posto della deputata Nita Lowey che, all’altezza dei suoi 82 anni, ha annunciato a sorpresa di volersi ritirare. Un addio, quello della grande alleata della Speaker Nancy Pelosi, che lascia un vuoto importante e che i democratici di New York vorrebbero fosse Chelsea a riempire.

La figlia dell’ex presidente è stata contattata dal partito, che la vede come una erede naturale di Lowey: la deputata infatti rappresenta il 17° distretto congressuale, quello che include nello stato di New York Chappaqua, l’elegante divisione di Westchecher dove Bill e Hillary vivono.

Non è la prima volta che il nome di Chelsea viene fatto per una carriera politica dato la famiglia da cui proviene. A differenza delle precedenti occasioni, però, ora c’è una possibilità reale di concretizzare il piano che – secondo i maligni – Hillary sta studiando da decenni. L’ex segretario di Stato, protagonista di una delle sconfitte elettorali più pesanti della storia del partito democratico, vedrebbe infatti con favore una candidatura della figlia, immaginano la sfida Clinton-Trump 2.0 per la presidenza, con protagoniste le amiche-nemiche Chelsea Clinton (39 anni, 3 figli, marito di osservanza ebraica) e Ivanka Trump (37 anni, 3 figli, marito di origini ebraiche). Amiche lo erano in passato, almeno fino alla candidatura dei loro genitori. Da lì si sono schierate in posizioni opposte a sostegno e in difesa di mamma Hillary e papà Donald. Sulle recenti “sfortune” del tycoon potrebbero però tramontare le eventuali aspirazioni presidenziali di Ivanka. Nel caso di impeachment le sue chance sarebbero ridotte al lumicino.

Il “Greta nero” della pace miracolo nel Corno d’Africa

Un africano, un politico africano che vince il Nobel per la Pace? Ma la politica in Africa non è sinonimo di malgoverno, corruzione, plutocrazia, appropriazione indebita, repressione, propensione alla guerra e alla violenza e così continuando?

No, il comitato per il Nobel ha guardato al futuro e ha scommesso su Abiy Ahmed Ali, 43 anni, il premier etiopico che in pochi mesi ha rivoluzionato il suo Paese, tentando anche di chiudere la guerra ventennale con l’Eritrea. E gli ha conferito il premio per la pace. Altri africani hanno vinto il prestigioso riconoscimento (Mandela, Tutu, De Clerk e Johnson Sirleaf) ma in contesti assai differenti e avevano terminato il loro lavoro. Abiy l’ha appena cominciato.

Un monito verso altri leader africani? Forse. Lui ha anteposto gli interessi concreti del suo Paese a muscolose dichiarazioni di principio, usate dai leader africani per rimpinguare i loro conti in banca (all’estero e in dollari).

Solo il 2 aprile 2018 è stato nominato primo ministro dell’Etiopia, unico Stato africano a democrazia parlamentare, scelto tra gli oromo, etnia maggioritaria ma anche abbastanza emarginata; in Etiopia, infatti comandano i tigrini. Aveva le idee molto chiare su cosa fare. Immediatamente la pace con l’Eritrea. Ed è stato il primo passo. È andato ad Asmara ad abbracciare il sanguinario dittatore Isaias Afeworki e ha subito annunciato che avrebbe ubbidito alla risoluzione della commissione indipendente che aveva assegnato all’Eritrea la sovranità sul piccolo villaggio di Badme, causa della guerra scoppiata nel luglio 1998. “Perché devo combattere per il controllo di una sperduta pietraia in mezzo al nulla? – aveva spiegato lui che a 13 anni era un baby-soldato –. I motivi di orgoglio non sono sufficienti a mantenere uno stato di allerta lungo i confini con i nostri fratelli eritrei”, era stato il succo del suo discorso.

La successiva visita di Isaias ad Addis Abeba e la firma del trattato di pace nel settembre 2018 aveva aperto la porta a grandi speranze soprattutto in Eritrea. Spiragli di libertà in un Paese guidato con il pugno di ferro da una tirannia che sul pianeta trova qualcosa di simile solo in Corea del Nord. Se Isaias avesse aperto le galere dove sono stipati centinaia di prigionieri politici, compresi i suoi amici e compagni di lotta durante la guerra di liberazione, probabilmente oggi gusterebbe il sapore dell’assegnazione del Nobel con Abiy.

Già perché la pace si fa in due, e il comitato del Nobel lo sa bene. Se il premier etiopico è stato ricompensato per questo, perché lo stesso riconoscimento non è andato al suo antagonista eritreo? Semplice, perché il secondo dopo aver aderito alla richiesta di far la pace, si è ritirato.

E così le frontiere terrestri che, con grande ma frettoloso entusiasmo, erano state aperte, sono state richiuse, con conseguente blocco dei commerci transfrontalieri necessari a sostentare l’economia di regioni lontane da tutto. Mentre Abiy in Etiopia ha continuato a varare riforme l’Eritrea è rientrata nei suoi ranghi fatti di servizio militare ad libitum, repressione di ogni dissenso, pugno di ferro con conseguenti incarcerazioni di massa, controllo totale dei mezzi di informazione che inneggiano così unanimi al regime fascistoide e corruzione. Ad Addis Abeba, al contrario, venivano liberati i prigionieri politici, legalizzati i partiti di opposizione, tolta la censura, privatizzate molte imprese statali, allentati i controlli sui mezzi di comunicazione, abolito il divieto di associazione e arrestati i secondini riconosciuti colpevoli di aver violato i diritti umani. Anche Abiy ha aperto un fronte di guerra: quella contro la corruzione. Il tutto in 18 mesi di governo. Un record non solo per l’Africa, ma per l’intero pianeta.

Ad Abiy sono arrivate le più sentite congratulazioni dei capi di Stato e di governo di tutto il mondo. Solo da Asmara – fino al momento in cui andiamo in stampa – silenzio tombale. Un silenzio assordante che assomiglia proprio a una sberla sulla faccia di Isaias Afeworki, colpito nella sua tracotante arroganza.

Per il premier etiopico il lavoro non solo non è finito, ma è appena cominciato. E il Nobel vuol essere anche un’esortazione a proseguire sulla strada intrapresa. Pur godendo di una grande popolarità, il suo modo di procedere gli ha procurato anche una gran quantità di inimicizie. Infatti è già stato oggetto di almeno tre attentati. Chi in Etiopia ha perso potere e privilegi non è contento del nuovo corso e fa fatica ad adeguarsi. E poi contro di lui sono schierati i nostalgici di Ethiopia Tikdem, cioè della dittatura militar-comunista di Mengistu Hailè Mariam, che sognano un ritorno al passato.

Morti e centomila sfollati: tre giorni di “Fonte di pace”

Al terzo giorno dall’inizio dell’operazione “Fonte di pace”, i soldati turchi e i loro alleati dell’Esercito libero siriano sono riusciti a penetrare nel territorio settentrionale siriano a est dell’Eufrate fino a 8 chilometri dal lato di Tal Abyd e 4 chilometri dal lato di Ras al Ayn, le località di frontiera da cui è partita mercoledì l’incursione di Ankara. Intanto sul fronte diplomatico non sono ancora state adottate misure concrete per frenare “l’ardore nazionalista” del Sultano. Nonostante gli Stati Uniti, assieme alla Russia, incoraggino fortemente la Turchia a porre fine alle azioni militari e l’Unione europea minacci sanzioni, il presidente turco Erdogan non sembra per nulla impressionato perché sa che l’Occidente e la Nato, di cui la Turchia è lo storico bastione orientale, temono una nuova ondata di profughi e l’indebolimento della stessa Alleanza Atlantica se la Turchia dovesse esserne estromessa.

Nell’incontro di ieri a porte chiuse chiesto dai membri europei, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non è riuscito a trovare un accordo su una dichiarazione comune per condannare l’invasione militare della Turchia sul territorio sovrano della Siria. Nessuno – hanno spiegato fonti diplomatiche delle Nazioni Unite – ha espresso il proprio supporto all’incursione di Ankara, ma per ora non si è riusciti ad arrivare a un compromesso. Mentre i Paesi europei vorrebbero una condanna più esplicita dell’offensiva turca, Usa e Russia frenano sui toni (benché ieri Newsweek abbia dato notizia di un reparto americano nei pressi di Kobane colpito per errore dai turchi, ndr)

Del resto il Cremlino, che mantiene il raìs siriano Assad, arcinemico di Erdogan, alla presidenza, considera ormai Ankara non soltanto un partner per trovare una soluzione alla lunga e sanguinosa guerra siriana, ma anche un alleato sotto il profilo militare-commerciale dopo essere riuscito a vendere ai turchi il sistema missilistico di difesa S-400.

Di ora in ora tuttavia si fa sempre più forte la condanna internazionale: Olanda e Paesi scandinavi hanno già deciso di sospendere la vendita di armi al suo esercito. Dall’Italia è intervenuto il premier Giuseppe Conte: “Lo dirò forte e chiaro al prossimo Consiglio europeo: l’Ue non può accettare il ricatto della Turchia su un’accoglienza, quella dei profughi siriani, finanziata dall’Europa. L’iniziativa militare deve cessare immediatamente: l’Ue e tutta la comunità internazionale dovranno parlare con una sola voce”.

La messa a punto di sanzioni, già ventilata da Donald Trump in caso di superamento dei “limiti”, è stata lanciata dalla deputata repubblicana al Congresso, Liz Cheney. La figlia dell’ex vicepresidente Dick Cheney e stretta alleata del presidente americano è pronta a presentare nei prossimi giorni una legge per punire Ankara. “La possibilità di imporre sanzioni alla Turchia è sul tavolo e l’Ue ne discuterà al Consiglio europeo della settimana prossima”, ha detto anche la viceministra francese per gli Affari europei, Amelie de Montchalin.

I timori crescono anche sul destino degli sfollati, già 100 mila secondo un calcolo dell’Onu. Medici Senza Frontiere ha fatto sapere di aver dovuto interrompere “le sue attività nell’ospedale di Tal Abyad che serve circa 200 mila persone, e ridurre altri soccorsi nella regione”.

Non si ferma neppure la repressione del dissenso interno in Turchia. Almeno 121 persone sono finite in manette per i loro post sui social media critici verso l’operazione militare, e quasi 500 sono quelle messe sotto indagine con l’accusa di “propaganda terroristica”. Nel pomeriggio di ieri alcuni proiettili di mortaio turchi sono caduti a pochi metri da un gruppo di giornalisti internazionali. Il Sultano non vuole che la stampa ficchi il naso nei massacri compiuti dai propri soldati ai danni dei civili curdi. Tanto meno vuole che i giornalisti vedano i tentativi delle mogli e figli dei tagliagole dell’Isis (342 quelli neutralizzati ieri, secondo i turchi, ndr) di incendiare le strutture dei campi profughi dove sono tenuti sotto sorveglianza dei guerriglieri curdi. Per quanto ancora non si sa, dato che molti di loro potrebbero essere ingaggiati per difendere i civili dai rastrellamenti dei soldati turchi. Al-Baghdadi, il Califfo nero, ringrazia.

Leonardo, Alenia o Beretta: gli affari nella guerra turca

Che la battaglia tra la Turchia e l’esercito curdo in Siria sia impari non è dimostrato solo dal fatto che quello di Ankara è il secondo esercito della Nato, né dal fatto di disporre di 400 mila uomini contro, forse, le 35 mila unità dell’Ypg. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), la Turchia detiene il 15º esercito del mondo e solo nel 2018 ha impiegato 18,9 miliardi in spese militari contro i 12,5 miliardi stanziati dieci anni prima, nel 2008: un balzo di circa il 50%.

Gli affari, recentemente, sono stati fatti con il nuovo alleato russo da cui la Turchia ha acquistato i sistemi missilistici antiaerei S-400. Il contratto è del 2017 e Sergey Chemezov, direttore generale della Rostec State Corporation, nel dicembre 2017 ha affermato che il costo di consegna è stato di 2,5 miliardi di dollari. Ma il grosso dell’importazione di armi proviene dall’occidente, Italia compresa.

“Negli ultimi quattro anni l’Italia ha autorizzato forniture militari per 890 milioni di euro e consegnato materiale di armamento per 463 milioni di euro”, ha sottolineato pochi giorni fa Francesco Vignarca della Rete Disarmo. Nel 2018 sono state concesse 70 licenze di esportazione definitiva per un controvalore di oltre 360 milioni di euro. In termini più concreti: armi o sistemi d’arma di calibro superiore ai 19.7 mm, munizioni, bombe, siluri, razzi, missili e accessori, apparecchiature per la direzione del tiro, aeromobili e software. Insomma, la guerra ai curdi si fa anche con armi italiane

Se volessimo dare un nome e cognome a queste armi non si può non tirare in ballo il gruppo Leonardo, a partecipazione pubblica, collocato al 9° posto nella classifica dei Top 100 costruttori di armi stilata dal Sipri (con 8,86 miliardi di armi vendute complessivamente contro i circa 45 miliardi della prima classificata, la Lockeed Martin, i 27 miliardi della seconda, la Boeing e i circa 23 della terza, la Raytheon, tutte e tre statunitensi).

Secondo le analisi effettuate sempre dalla Rete Disarmo, tra i marchi italiani più esposti verso la Turchia si segnala Agusta-Westland con la produzione degli Elicotteri T129 (61 nel 2010) basati sull’A129 Mangusta, il tutto per un controvalore di circa 3 miliardi di euro. Alenia Aermacchi, sempre secondo i dati della Rete Disarmo, illustrati da Giorgio Beretta, ha venduto alla Marina turca gli ATR72-600 Tmua. “Non dimentichiamo poi – aggiunge Beretta – che l’azienda Beretta è da anni presente in Turchia dove produce le sue pistole attraverso la controllata Stoeger di Istanbul anche per il ministero della Difesa turco”.

Leonardo, quando ancora si chiamava Finmeccanica, così scriveva: “Per Finmeccanica la Turchia rappresenta soprattutto un partner industriale anziché un semplice mercato potenziale”. Oggi Finmeccanica opera in Turchia attraverso una propria sede di rappresentanza ad Ankara.

Ma la parte del leone la fanno, ovviamente, i gruppi internazionali, Stati Uniti in testa di cui però non esiste il dettaglio delle esportazioni in Turchia se non le dichiarazioni rese dalle società stesse.

La più grande società di armi al mondo, la Lockeed Martin, quella che costruisce gli F-35 (anche se con Ankara c’è stata una marcia indietro vista la contiguità con i sistemi missilistici russi) ha diversi piani come gli F16 Flighting Falcons con una joint venture con la Turkish Aircraft Industries; il Fixed Wing Sensor per l’aeronautica turca e l’Hellfire Missile.

Anche la statunitense Boeing si definisce “un fornitore affidabile e partner delle forze armate turche” che annoverano nel loro inventario ben 170 aerei militari Boeing (F-4 e Kc-135) mentre sono in consegna 11 elicotteri per carichi pesanti CH-47F Chinook “ordinati dalle forze di terra turche”. Il volume di affari della società Usa in Turchia è di 1,8 miliardi e impiega direttamente o indirettamente circa 5000 persone nel settore dell’aviazione turca.

Ben esposta anche l’Europa con il consorzio Airbus, 7° costruttore militare al mondo con vendite per 11,3 miliardi, che vanta per il 2020 un investimento di 2,5 miliardi in Turchia che crescerà entro il 2030 a 5 miliardi. Si tratta ovviamente di aerei di linea, ma anche di elicotteri come gli AS532 Cougar. La stessa Airbus conferma che nel 2018 la Turchia è il più grande utilizzatore di Cougar con 46 elicotteri a uso militare. Per il futuro Airbus “considera la Turchia un partner industriale strategico”.

Un’altra storia importante da segnalare è quella della francese Thales, ottava posizione nella classifica dei costruttori di armi con 9 miliardi di fatturato complessivo. Thales “ha una lunga storia di cooperazione con la Marina turca”, si legge nella comunicazione della società francese, e nel campo militare il Gruppo ha stabilito una posizione di forza come principale fornitore tanto che la maggior parte della dotazione della Marina turca viene dalla Francia. Se l’Europa volesse dare un segnale contro la guerra turca saprebbe da dove cominciare.

Di Maio chiede “sanzioni”. Conte è contrario, e sfuma

A metà del pomeriggio di ieri, Luigi Di Maio ventila l’ipotesi che l’Italia chieda sanzioni per la Turchia. “Mi auguro che l’Unione europea, di fronte all’atteggiamento della Turchia, possa assumere delle misure”, dice il ministro degli Esteri, rispondendo da Foligno alla domanda dei giornalisti sull’ipotesi di sanzioni. Ancora: “Per me l’Ue deve reagire con una sola voce e questa voce non può prevedere in futuro di continuare a elargire risorse alla Turchia senza pretendere dalla Turchia un comportamento corretto dal punto di vista del diritto internazionale”.

Una posizione molto dura non concordata con il premier Giuseppe Conte, che sposta parecchio in là l’asticella dell’Italia, rispetto anche alle prime reazioni istituzionali del nostro paese, dopo l’offensiva anti-curda di Erdogan nel nord della Siria e la minaccia di inviare in Europa 3 milioni e mezzo di profughi siriani. Non è la prima volta, negli ultimi giorni, che Di Maio e Conte non procedono proprio allineati. Una situazione delicata: Di Maio è il ministro degli Esteri, ma la cabina di regia della politica estera resta in larga parte a Palazzo Chigi.

Le dichiarazioni del capo politico dei Cinque Stelle hanno provocato una certa agitazione: l’Italia non può permettersi una reazione troppo dura: la Turchia non solo è un paese della Nato, ma per quel che riguarda più direttamente gli interessi italiani è anche il paese che sostiene le milizie non radicalizzate in Libia; senza contare che ci sono circa 20 miliardi di interscambi commerciali tra Roma e Ankara.

Lunedì ci sarà il Consiglio dei ministri degli Esteri europei nel quale si discuterà la questione (che sarà affrontata poi anche nel Consiglio europeo di Bruxelles). Quale atteggiamento terrà Di Maio? Ieri nei palazzi della politica si vagheggiava pure l’ipotesi che fosse pronto a chiedere il ritiro dell’Italia dalla missione Nato e lo stop alla vendita delle armi. Ma in questi due giorni ci saranno una serie di pressioni per una posizione decisamente più morbida, dalla stessa struttura della Farnesina in su.

Conte ieri ha condannato l’azione di Erdogan, ma in maniera decisamente più generica: “Non può essere che l’attività svolta dalla Turchia per l’accoglienza dei profughi siriani diventi uno strumento di ricatto per una operazione militare che non possiamo accettare e che deve immediatamente cessare”. A Palazzo Chigi si ragiona sul fatto che le sanzioni sono un punto di non ritorno e che non può essere l’Italia a chiederle, secondo la convinzione che non possa far parte del gruppo di testa contro la Turchia. Meglio lasciare questo ruolo alla Francia di Macron. Tutte considerazioni che si infrangerebbero di fronte a eventuali immagini di civili e bambini morti. Stessi ragionamenti ai vertici governativi del Pd. Che pure si trova in una strana situazione: la base si è mobilitata in nome del popolo curdo, tanto è vero che il Nazareno ha già aderito alla fiaccolata organizzata a Roma per martedì, ma il Pd di governo non si sente di sposare una linea troppo dura. Infatti, la risoluzione che i deputati del Pd presenteranno martedì, quando Di Maio interverrà alla Camera sulla questione, è un capolavoro di possibilismo: nel testo (a prima firma Lia Quartapelle) si chiede di “valutare, con gli alleati, di sospendere immediatamente la partecipazione italiana alla missione Active Fence (il programma Nato di supporto alla Turchia, ndr)” e di “sostenere in sede europea la possibilità di prevedere sanzioni contro la Turchia”.

In tutto questo, la Turchia si è già dichiarata “scioccata e delusa” dal governo italiano perché la dura presa di posizione di Roma non è ciò che ci si può aspettare “da un paese alleato”.

In memoria di Bigazzi, della fame (e dei gatti)

Beppe Bigazzi è stato il primo caduto al valore del politicamente scorretto, un autentico precursore a cui è d’uopo inchinarsi. Correva il 2003 quando venne licenziato in tronco dalla Prova del cuoco per aver citato un proverbio popolare: “A berlingaccio chi non ha ciccia ammazza il gatto”, con il contrappunto delle faccette sbalordite di Elisa Isoardi (tra le massime esperte di emoticon umani), e perseverando nel raccontare come, quando lui era un ragazzo vissuto tra le due guerre, nella Valdarno il gatto in umido fosse considerato un piatto di tutto rispetto, tradizione mai sepolta se è vero che ancora negli anni 70 c’era tra Lucca e Pisa un ristorante che godeva di quella fama (qui il ricordo è di chi scrive, speriamo non mi licenzino). In video passa di tutto: risse, turpiloquio, insulti, pianti, strepiti… No problem, è così che si fa carriera. Ma attenzione alla ghigliottina della politically correctness. La colpa di Bigazzi fu dire la verità, e di dirla perché era competente in materia di cultura gastronomica. Certo non immaginava di rendersi inviso in un colpo solo a due categorie bandiera dei nostri tempi, gli animalisti e gli chef, di cui era il tipo umano opposto (negli anni 30 in Italia c’era la fame, e con la fame non è facile diventare animalisti, per non dire chef). Abile nel camuffare con aria contadinesca e favella vernacolare i propri modi di gentiluomo, anche in questo Bigazzi era il contrario di troppi televisivi. E dunque Beppe doveva sparire.

Pericolo nazista. Non è solo allarmismo e adesso la Germania se n’è resa conto

 

Caro Fatto, periodicamente, dopo ogni tragedia o arresto, si parla di ritorno in Germania del pericolo nazista. Così anche l’altro giorno dopo la strage di Stephan Balliet, il killer della sparatoria davanti alla sinagoga di Halle. Sono soltanto occasionali allarmismi o c’è qualcosa di reale?

Gianni Benaghi

 

Gentile Gianni, fra i tanti spettri che stanno agitando l’Europa, il ritorno in forza dell’estrema destra e del post-nazismo tedesco è quello che, assieme al terrorismo di matrice islamica, più inquieta e spaventa. Dunque, gli allarmismi al riguardo sono pertinenti. E indispensabili. Purtroppo, surrogati da dati di fatto: le autorità tedesche hanno schedato 12.700 estremisti di destra considerati pericolosi (450 latitanti). Ossia, potenziali terroristi. Ma ce ne sono altrettanti che operano nell’ombra, come Stephan Balliet, il killer di Halle, in Sassonia.

Negli ultimi tre anni, non solo in Germania, c’è stata un’escalation di violenze, attacchi e omicidi. Un fenomeno che per troppo tempo è stato sottovalutato. Ora, il governo tedesco ha capito che bisogna fronteggiare il pericolo senza compromessi: tolleranza zero. Come fu contro la Raf “rossa” degli anni Settanta, d’ora in avanti sarà contro questa Raf “nera”.

Sognano la pulizia etnica, i militanti dell’estrema destra. Contagiati dai veleni della propaganda, la metà di essi si dicono pronti ad agire, e molti infatti agiscono con azioni sanguinarie. Per destabilizzare lo Stato e radicalizzare l’opinione pubblica. Godono di complicità in certi apparati, specie nell’est della Germania: come la polizia e l’esercito (da dove arrivano armi, munizioni ed esplosivi?). Hanno conquistato municipi, in Sassonia hanno avuto il 24 per cento dei voti. Se uno come Balliet viene preso, lo spacciano come lupo solitario.

Invece gli autodidatti del terrore sono parte integrante di questa galassia post-nazista. E di un’ideologia che indica negli immigrati, nelle minoranze etniche e religiose, in primis gli ebrei “responsabili di tutti i problemi”, come obiettivi da liquidare.

Lo ha gridato Balliet nel suo video in diretta, subito messo in Rete e immediatamente riversato in mille altri rivoli web della Piovra Nera.

Leonardo Coen