Se i “giornaloni”

“Seconda stella a destra/questo è il cammino/e poi dritto, fino al mattino/poi la strada la trovi da te/porta all’isola che non c’è”

(dalla canzone “L’isola che non c’è” di Edoardo Bennato)

 

C’è una forma latente di snobismo e autolesionismo, una specie di cupio dissolvi, nelle critiche con cui i “giornaloni” hanno commentato la riduzione dei parlamentari da 945 a 600 (400 deputati e 200 senatori). Come se il taglio fosse sufficiente, da solo, a decretare che la politica è diventata “uno spot”. E che il governo giallo-rosso, o giallo-rosa che dir si voglia, è “privo di coerenza” e non esprime “una precisa visione istituzionale” né “un’idea del prossimo futuro”. Si ha l’impressione che un tale atteggiamento riveli un disegno di potere, un’ispirazione di marca padronale, modificando di conseguenza il codice genetico di certe testate. Dai giornali radical-chic stiamo passando, dunque, ai giornali più liberal-snob. Per dire, cioè, un antagonismo di maniera, in sintonia con gli interessi e le aspettative dell’establishment più che dei cittadini; una corrente di pensiero che in nome dell’anti-populismo contrasta la volontà popolare.

Fra tanti limiti e difetti, a questo governo in formazione che (ancora) “non c’è” bisogna riconoscere il merito di aver evitato intanto il peggio. Di aver interrotto una deriva anti-democratica, sovranista e autoritaria, xenofoba e razzista. Di aver consentito all’Italia di restare in Europa a pieno titolo, tanto da esprimere per la prima volta nella storia dell’Ue il Commissario all’Economia. Di aver ripristinato normali relazioni con le forze sindacali. E tutto ciò, con il sostegno di una maggioranza ibrida che – al momento – rappresenta l’unica formula praticabile per assicurare un minimo di continuità e di stabilità a questo malandato Paese.

Basta dire, come ha già ricordato qui Marco Travaglio, che gli Stati Uniti d’America hanno 500 parlamentari per 306 milioni di abitanti, contro i nostri poco più di 60 milioni. E comunque il taglio deciso dal Parlamento quasi all’unanimità, al di là dei suoi aspetti propagandistici, può rappresentare un segnale confortante, diciamo pure un contentino, per un’opinione pubblica disorientata, frustrata, avvilita dal distacco della classe politica. Un atto il cui valore simbolico e mediatico supera evidentemente quello reale.

Né va sottovalutato il fatto che si recupera così alla democrazia parlamentare una forza politica come il M5S che aveva impostato la sua originaria ideologia giacobina sulla democrazia diretta, con il proposito dichiarato di “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”. Senza questo passaggio, verosimilmente non si sarebbe mai messa all’ordine del giorno la riforma dei regolamenti parlamentari e neppure quella elettorale. Ora dovranno essere i correttivi proposti dal Pd, e accettati dai Cinquestelle, a favorire l’integrazione e la complementarietà fra i due partner sul terreno istituzionale.

Certo, stiamo parlando di un governo di tregua, di transizione. Un rimedio che, questa volta, non potrà essere però peggiore del male. Un antidoto all’avanzata della compagnia di ventura composta dalla trimurti Salvini-Berlusconi-Meloni. E cioè a un ritorno della destra al governo, quella destra che vuole “chiudere i porti” che in realtà non sono stati mai chiusi; adottare il blocco navale al limite delle acque territoriali e magari affondare le navi delle Ong; rompere con l’Unione europea e magari uscire dall’euro; appoggiare la Russia di Putin nelle vertenze internazionali e magari tradire l’Alleanza atlantica. Oppure, in preda al cupio dissolvi, è proprio questo che vogliono i giornali padronali?

Un milione di laureati per lo stato

Contrariamente a un diffuso luogo comune, in Italia il numero di addetti alla pubblica amministrazione è anormalmente basso rispetto ai paesi europei con una popolazione simile alla nostra: 48,9 per 1.000 abitanti, contro gli 83,2 della Francia e i 78 del Regno Unito. Le differenze non sono determinate dal fatto che certe mansioni sono assegnate a ditte private in alcuni paesi e non in altri. Il distacco rimane se consideriamo gli addetti totali, pubblici e privati, alla produzione di servizi pubblici (fornitura di gas, elettricità e acqua, fognature e nettezza urbana, pubblica amministrazione e personale civile della difesa, istruzione, sanità e pubblica assistenza): in Italia si passa a 81 per 1.000 abitanti, ma in Francia a 133,3 (3 milioni e 700 mila addetti in più), in Germania a 134, nel Regno Unito a 151,5 e negli USA a 179,4 (dati del 2015).

Quanto sopra ha delle conseguenze enormi; ne citiamo due. La prima è che l’Italia ha la minore percentuale di laureati nell’età 25-34 fra i 35 paesi OCDE, ma è anche il paese che ha la più bassa percentuale di occupati fra i laureati. Il motivo di questo paradosso è proprio l’anomalia di cui stiamo parlando. In un paese sviluppato “normale” un’altissima percentuale di laureati è infatti assorbita dal settore pubblico. La seconda è più impressionante. Il tasso di disoccupazione di Francia, Germania e Regno Unito, oggi ampiamente inferiore al nostro, sarebbe non di poco superiore se questi paesi avessero lo stesso numero di addetti alla produzione di servizi pubblici per 1.000 abitanti dell’Italia. Quindi, se non si espande l’occupazione nella produzione di servizi pubblici, da un lato è illusorio pensare di raggiungere il tasso di disoccupazione dei paesi con cui ci confrontiamo, dall’altro non si possono ottenere risultati importanti nel migliorare il funzionamento della macchina statale italiana. La nostra proposta consiste in un piano straordinario per l’assunzione di circa un milione di giovani laureati e diplomati nella Pubblica Amministrazione. Naturalmente le assunzioni andranno fatte ove siano massimamente utili, e non “a pioggia”. Il costo di un milione di nuovi addetti può essere stimato in circa 22,5 miliardi di euro, al lordo degli oneri sociali ma al netto dell’Irpef (che sarebbe una partita di giro). Riteniamo si potrebbe ricorrere a un contributo di solidarietà pagato sulla base della ricchezza finanziaria. I motivi sono i seguenti.

a) La ricchezza finanziaria degli italiani è molto elevata: oltre 4.400 miliardi. Il piano potrebbe essere finanziato pertanto con un’aliquota media molto bassa, dell’ordine del 5 per mille. Sarebbero però preferibili aliquote progressive (comunque inferiori all’1%) con una quota esente di 100.000 euro. Una stima degli effetti moltiplicativi suggerisce che tale contributo potrebbe essere cancellato entro quattro o cinque anni. b) I costi di esazione sarebbero praticamente nulli (la cifra di 4.400 miliardi si riferisce alla ricchezza ufficialmente censita). c) Le prevedibili reazioni negative dell’opinione pubblica sarebbero limitate, data l’esiguità del contributo, ma non mancherebbero quelle positive dovute alla solidarietà, alla disponibilità di maggiori e migliori servizi, e alla drastica riduzione della disoccupazione giovanile.

La politica suggerita non implica trasferimenti da altri redditi, e quindi avrebbe un effetto moltiplicativo pressoché totale; ridurrebbe l’emigrazione di laureati; produrrebbe un aumento immediato del Pil di più dell’1%, indipendentemente dai successivi effetti moltiplicativi.

Questo articolo riassume un lavoro di ricerca che dura da anni. Una versione più ampia può essere richiesta a uno qualsiasi degli autori: nome.cognome@uniupo.it (Piemonte Orientale) e nome.cognome@unito.it (Torino).

 

Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale; Bruno Contini, Università di Torino; Nicola Negri, Università di Torino; Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale; Francesco Scacciati, Università di Torino; Pietro Terna, Università di Torino; Dario Togati, Università di Torino

La Scuola distrutta dalla tecnologia

Da un bell’articolo di Silvia Truzzi sul Fatto (10.10) apprendiamo che in Italia il 7% dei diplomati conclude il ciclo di studi “con un livello di competenze così basso che è come se non avessero mai messo piede in classe”. Ma le cose non vanno meglio, anzi peggio, per gli adulti, da una rilevazione Ocse si ricava che “il 70% degli adulti italiani risulta non in grado di comprendere adeguatamente testi lunghi e complessi”.

La storia viene da lontano. In quasi nessun Paese in cui sono stato ho visto la scuola trattata o meglio bistrattata come in Italia. Prendiamo a titolo di esempio la Tunisia. Sotto il regime di Ben Ali i giornali impegnavano pagine e pagine in dibattiti sull’istruzione soprattutto delle prime classi: sui tempi di attenzione dei ragazzi, sulla scansione degli intervalli, sui metodi di insegnamento, sul comportamento dei docenti, sulla disciplina, sul rigore degli esami. Anche i regimi dittatoriali hanno sempre dato, e danno, una grande importanza all’istruzione se non altro per educare i cittadini alla propria visione politica. Il Fascismo, almeno nelle grandi città, costruì per i maestri elementari, cioè per il livello più basso della classe dei docenti, case che oggi fanno gola ai benestanti. I docenti dovevano godere di una considerazione sociale elevata che poi si rifletteva sul loro prestigio in aula.

Nell’Italia repubblicana, per decenni, durante tutta l’era democristiana e oltre, il ministero dell’Istruzione andava come premio di consolazione al più sfigato dei politici o a quello che stava in standby. Sono stati ministri dell’Istruzione Giuseppe Bettiol, Egidio Tosato, Giuseppe Medici, Giacinto Bosco, Fiorentino Sullo, Riccardo Misasi, Mario Pedini, Adolfo Sarti, Guido Bodrato, Franca Falcucci, Giovanni Galloni, Gerardo Bianco, Riccardo Misasi, Rosa Russo Iervolino, Francesco D’Onofrio, Giuseppe Fioroni. E fermiamoci qui per carità di patria.

Per decenni la scuola è stata concepita come una sorta di “riserva indiana” per semioccupati od occupati malpagati e frustrati, senza nessuna considerazione per il merito e la passione per il proprio lavoro (gli scatti erano solo per anzianità). Molti dei “babypensionati” vengono dalla scuola e spesso erano i migliori, con una vocazione autentica per la loro delicatissima professione. Si tenga presente che il lavoro dell’insegnante scrupoloso non si esaurisce in aula ma, soprattutto per alcune materie, lettere e filosofia in particolare, continua a casa con la correzione dei compiti e la preparazione della lezione del giorno successivo. I migliori, alla lunga, hanno pensato che non ne valesse la pena e sono andati a spendere il loro talento altrove, gli altri che talento non avevano sono rimasti a scaldare i banchi.

A tutt’oggi ogni nuovo ministro della Pubblica Istruzione elabora un suo piano di studi puntualmente sconfessato dal suo successore. Non funziona così, non può funzionare così. Anche se oggi tutto va a gran velocità (che, sia detto di passata, è uno dei drammi della vita moderna) un piano di studi va pensato con vista lungimirante, per almeno due o tre generazioni. Se il mitico “classico” di Gentile ha potuto resistere decenni è perché Gentile aveva guardato avanti e soprattutto aveva ben in testa che la scuola ti deve dare, oltre alle nozioni, gli strumenti per capire la realtà. Perché capire è più importante di sapere.

Tutti i recenti tentativi di riforma hanno cercato di adeguare la scuola alle nuove realtà. È inevitabile, ma si è troppo forzato sull’attualità. La scuola si deve occupare soprattutto dell’inattuale, Eraclito, Platone, Bacone se non li incontri a scuola poi non li incontri più. L’attualità ci entra ed esce da tutte le orecchie.

Ma la distruzione o la semidistruzione definitiva di ogni capacità di comprensione e del far propria una vera cultura, e questo riguarda l’intera popolazione, giovanile e adulta come rileva l’Ocse, viene dalla tecnologia digitale. Su Internet puoi trovare tutto, subito. Incameriamo una serie infinita di nozioni, ma è un generico sapere sul sapere. Paradossalmente da questo punto di vista le cose andavano meglio in era preindustriale. Scrive Johan Huizinga ne La crisi della civiltà che è del 1935: “L’uomo comune diventa sempre meno dipendente dalle proprie facoltà di pensiero e di espressione. Il contadino, il marinaio, l’artigiano di una volta, nel tesoro delle sue conoscenze pratiche trovava anche lo schema spirituale con cui misurare la vita ed il mondo. Anche dove l’individuo sia animato da un sincero impulso verso il sapere e la bellezza, dato l’ossessivo sviluppo dei mezzi di diffusione meccanica dello scibile, difficilmente potrà sottrarsi alla noia di ricevere, bell’e confezionati o strombazzati, giudizi e nozioni”.

Sisma, l’ex sindaco Pirozzi a giudizio per un crollo che provocò sette morti

L’ex sindaco con la scritta “Amatrice” sulla felpa, noto al grande pubblico da quando imperversava in tv nei giorni del terremoto che fece 299 morti il 24 agosto 2016 e poi eletto consigliere regionale del Lazio con Fratelli d’Italia, risponderà in tribunale di alcune conseguenze del terremoto. Sergio Pirozzi è stato rinviato a giudizio ieri a Rieti per il crollo della palazzina ex Ina Casa, in piazza Augusto Sagnotti, in cui morirono sette inquilini. Secondo i pm Lorenzo Francia e Rocco Gustavo Maruotti, la palazzina, in seguito al sisma de L’Aquila del 2009, fu ristrutturata ma senza rispettare le norme antisismiche (per l’accusa il progetto conteneva “gravi errori” e un “indicatore di rischio inattendibile e non realistico”), non fu effettivamente collaudata e quindi, con la successiva scossa dell’agosto 2016, crollò senza lasciare scampo agli inquilini.

“Rimango sinceramente basito – ha detto Pirozzi –. Sono sotto processo perché avrei dovuto revocare una ordinanza di sgombero, contingibile e urgente, di un immobile emessa dal mio predecessore e che in quanto tale, per legge, non necessitava di essere revocata. La stessa Procura, infatti, non è stata in grado di indicare la norma che io avrei asseritamente violato. Affronterò questo processo a testa alta e con la determinazione e l’onestà che mi ha sempre contraddistinto. Ho affrontato prove ben più dure – sottolinea – come quella di vedere il mio paese in ginocchio e non consentirò a nessuno di mettere in discussione la correttezza del mio operato”.

Il processo inizierà il 6 febbraio 2020 per lui e altri cinque imputati: il progettista e direttore dei lavori, Ivo Carloni, tre tecnici del Genio civile, Valerio Lucarelli, Giovanni Conti e Maurizio Scacchi (accusati di aver dato parere favorevole in presenza di palesi violazioni e di aver certificato un collaudo mai compiuto) e il comandante dei vigili urbani di Amatrice, Gianfranco Salvatore. L’accusa è di disastro colposo plurimo, omicidio colposo plurimo e lesioni personali colpose. Una ulteriore indagata, Virna Chiaretti, responsabile tecnico del Comune di Amatrice, è stata prosciolta, mentre un quarto dirigente del Genio Civile, Maurizio Peron, ha scelto di essere giudicato con il rito abbreviato.

Il crollo della palazzina ex Ina non è l’unico nel mirino dei magistrati. Altre cinque imputati sono a processo per omicidio colposo plurimo e disastro colposo per le sette persone morte (tra cui una ragazza di 14 anni) sotto le macerie dello storico Palazzo D’Antoni, nel centralissimo Corso Umberto. Per l’accusa la sopraelevazione non era conforme alla normativa.

Ponti di Autostrade, nascoste le carte: “Il nuovo ad sapeva”

Il nuovo ad di Autostrade, Roberto Tomasi, era stato informato che i suoi dirigenti “nel corso della perquisizione hanno volontariamente omesso di consegnare” alla Finanza “la documentazione di collaudo e i certificati dei materiali”. È scritto nell’annotazione di 78 pagine predisposta dalle Fiamme Gialle che i pm genovesi Walter Cotugno e Massimo Terrile hanno consegnato al Tribunale del Riesame.

A pagina 8 si legge: “Alle 7:35 del 31 gennaio 2019 il nuovo ad di Autostrade, Tomasi Roberto, chiama Marrone”. Parliamo di Gianni Marrone, indagato nell’inchiesta sui falsi report, una costola di quella sul Morandi. Marrone a settembre è finito agli arresti domiciliari che sono stati revocati la settimana scorsa. Nelle carte dei pm si parla, appunto, di documentazione non consegnata agli investigatori, ma anche di studi sulla sicurezza dei viadotti (in particolare il Paolillo, in Puglia) che sarebbero stati ritoccati. Aggiunge la Finanza: “Marrone, in ordine al Paolillo e all’attività di indagine effettuata dalla Finanza gli dice che l’armatura rinvenuta in sede di indagine sulla trave è difforme rispetto alla contabilità di progetto del ’74 (l’anno di costruzione)”. Insomma, sostengono gli investigatori, già a gennaio – la sua designazione risale al 18 – Tomasi era a conoscenza che il Paolillo non era stato realizzato secondo il progetto originario. Ma c’è di più: Marrone dice a Tomasi “che non hanno fornito dei documenti a Placido Migliorino (l’ispettore del ministero delle Infrastrutture, ndr) nel corso delle ispezioni del Ministero dove emergeva che le armature riscontrate erano diverse dal disegno di contabilità ma che l’opera poi collaudata è quella con la trave riscontrata in sito”.

Ma il passaggio più scomodo, come ha raccontato l’Ansa, è l’ultimo: Marrone racconta a Tomasi “che nel corso della perquisizione hanno volontariamente omesso di consegnare la documentazione di collaudo ed i certificati dei materiali”. La Finanza riporta l’intercettazione: “Avevano fatto la valutazione dell’armatura – esordisce Marrone – e, giustamente, aveva scritto affianco… dice: guarda è difforme però rispetto alla contabilità di progetto del ’74, cioè l’armatura della trave era difforme alla contabilità di progetto”. Marrone è contrariato con Migliorino, definisce i suoi discorsi “pippardonici”. Aggiunge: “Migliorino ha fatto un disastro, c’ha portato in Prefettura, in Procura”. Marrone si difende: “È solo il disegno di contabilità sbagliato, l’opera che trovate sul viadotto è quella collaudata”.

Il dirigente di Autostrade pare non gradire il modo di procedere della Gdf: “Sono venuti in 14, manco fossimo Riina”. Aggiunge: “Vieni tacciato di falso quando una lettura asettica è fatta da chi veramente vende formaggi fino a ieri”. Ed ecco i passaggi che hanno attirato l’attenzione degli investigatori: “L’unica cosa che loro non hanno, perchè noi non gliel’abbiamo data ieri, perchè, sai, tu non puoi scoprire tutto e dargli tutto a spiegà a gente che già lì viene col presupposto che tu sei un delinquente, scusa se te lo dico… il verbale di collaudo, i certificati dei materiali all’epoca dei fatti dei collaudi… questi qua, i verbali di collaudo almeno noi non glieli abbiamo dati”. Tomasi all’inizio oppone brevi frasi, silenzi. Alla fine, però, dice: “Noi non possiamo rimanere nella condizione di non confrontarci con la magistratura”. E Marrone conclude: “Non possiamo passare come quelli che hanno fatto il falso per nascondere un’opera che era in condizioni disastrose… io sono disposto ad andare a Genova tra un quarto d’ora”.

È la linea di difesa di Marrone che dopo essere stato sentito dai giudici, aveva dichiarato: “L’opera corrisponde a quella collaudata. È sicura, lo dicono studi terzi di professori universitari”. Le parole di Tomasi, secondo i pm, non hanno rilevanza penale. L’ad non è indagato. Da Autostrade arriva un commento: “Nel colloquio veniva espressamente chiesto a Marrone di chiarire la propria posizione direttamente alla magistratura, in modo da consentire una puntuale ricostruzione dei fatti”. L’inchiesta partita dalla tragedia del Morandi segue diversi filoni. Anche se Gabriele Bordoni, avvocato di Marrone, commenta: “La competenza sui falsi spetta a Bologna dove è stato commesso il reato portante”. Insomma, la battaglia legale sarà dura. Intanto, però, emerge che altri cinque viadotti sarebbero sotto la lente di ingrandimento della Procura, soprattutto sulla trafficata A26 che collega la Liguria al Piemonte: Carlo Alberto, Baudassina e Ferrato nell’Alessandrino e Gorsexio e Stura III tra i caselli di Voltri e Masone.

Eliminare l’ergastolo ostativo significa arrendersi alla mafia

La sentenza sull’ergastolo ostativo della Corte europea dei diritti dell’uomo nella causa Viola contro l’Italia, appare suscettibile di innescare significative ricadute nella politica criminale adottata dallo Stato italiano contro le mafie dopo la drammatica stagione degli anni 1992-1993. In alcuni punti essenziali della motivazione, la Corte afferma infatti principi in grado di destabilizzare delicati meccanismi sui quali si è sin qui imperniata l’efficacia della risposta giudiziaria.

Si afferma infatti che la legislazione italiana viola l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in quanto i detenuti condannati all’ergastolo ostativo per omicidi di mafia non sono liberi di esercitare la scelta di collaborare con la magistratura così usufruendo, al pari di altri ergastolani, dei benefici penitenziari tra i quali i permessi premio, la semilibertà e la liberazione condizionale.

Collaborando esporrebbero infatti se stessi e i propri familiari al rischio di gravi rappresaglie. Essi si troverebbero dunque dinanzi a una alternativa drammatica: collaborare rischiando la vita o rinunciare ai benefici di legge. Poiché la scelta del primo polo di tale alternativa equivale a una richiesta inesigibile da parte dello Stato, deve essere data a tali detenuti una terza via, consistente in una dissociazione senza collaborazione.

In ordine al rischio insito nella collaborazione con i magistrati, la Corte dopo avere premesso che il ricorrente aveva deciso di non collaborare per non dovere subire reazioni violente da parte dei suoi ex associati, ha osservato: “Su questo aspetto è opportuno ricordare le dichiarazioni della terza parte L’altro diritto onlus relative alla sua attività di osservazione diretta di detenuti condannati all’ergastolo previsto dall’articolo 4 bis. Secondo questo terzo interveniente, il motivo principale del rifiuto di collaborare con la giustizia consisterebbe nel timore per i detenuti condannati per reati di tipo mafioso di mettere in pericolo la loro vita o quella dei loro familiari. La Corte ne deduce che la mancanza di collaborazione non può essere sempre imputata a una scelta libera e volontaria”.

Più avanti la Corte nel ritenere che la collaborazione con le autorità non si può considerare come l’unica dimostrazione possibile della correzione del condannato, afferma che “non è escluso che la ‘dissociazione’ dall’ambiente mafioso possa esprimersi in modo diverso dalla collaborazione con la giustizia”. In via esemplificativa la Corte constata “che il ricorrente ha dichiarato di non essere mai stato sottoposto a sanzioni disciplinari e di avere accumulato dalla sua condanna, in ragione della sua partecipazione al programma di reinserimento, circa cinque anni di liberazione anticipata”.

L’affermazione secondo cui gli ergastolani per omicidi di mafia non sarebbero liberi di scegliere di collaborare, così autoprecludendosi l’accesso ai benefici penitenziari, perché si esporrebbero a rischio di vita, equivale ad affermare che lo Stato italiano non si è dimostrato in grado di garantire l’incolumità dei collaboratori e dei loro familiari, circostanza questa nettamente smentita dalla realtà storica attestante come invece i sistemi di protezione adottati abbiano efficacemente assicurato l’incolumità di varie centinaia di collaboratori e dei loro familiari trasferendoli in località protetta, fornendo loro nuove identità e la possibilità di iniziare nuovi percorsi di vita.

Oltre che priva di fondamento storico fattuale, la motivazione addotta dalla Corte per giustificare e legittimare il diritto al silenzio dei mafiosi condannati all’ergastolo come stato di necessità indotto dalla perdurante prevalenza della forza di intimidazione dell’associazione mafiosa rispetto agli strumenti di protezione apprestati dallo Stato, veicola un messaggio fortemente negativo di sfiducia nella reale capacità delle istituzioni di ripristinare la forza della legge contro la sopraffazione della mafia.

Se il diritto al silenzio è giustificato per capi mafia e killer condannati all’ergastolo, in quanto, secondo la Corte, nell’Italia del 2019 la mafia sarebbe ancora più forte e temibile dello Stato, a maggior ragione dovrebbe giustificarsi il silenzio degli imprenditori che pagano il pizzo e di tutti coloro che soggiacciono alle intimidazioni della mafia, preferendo talora farsi incriminare per favoreggiamento piuttosto che rivelare ai magistrati il loro stato di vittime. Un avallo culturale alla rassegnazione fatalistica e lo svilimento dello straordinario sforzo collettivo profuso in questo ultimo quarto di secolo per alimentare nella società civile la fiducia nelle istituzioni debellando la legge dell’omertà.

Ancora più paradossale appare tale motivazione se si considera che il ricorrente Viola, capomafia della ’ndrangheta, è stato condannato all’ergastolo proprio grazie alla collaborazione con la giustizia di due suoi sodali. La Corte afferma inoltre che il sistema normativo vigente viola l’art. 3 della Convenzione sotto un ulteriore profilo: “Il sistema nazionale è in contrasto con il diritto di autodeterminazione (…) Il detenuto non è in grado di determinare la sua esistenza in carcere e di avere una influenza sull’esecuzione della sua pena, in quanto il giudice non tiene conto del suo comportamento e delle sue azioni in assenza di collaborazione”. In altri termini il mancato riconoscimento del diritto del condannato all’ergastolo per delitti di mafia di scegliere liberamente se autoemendarsi collaborando con la giustizia (così come richiesto dalla legge, adoperandosi per evitare che l’attività delittuosa dell’associazione mafiosa sia portata a conseguenze ulteriori), oppure di autoemendarsi in altri modi, ad esempio, limitandosi a dissociarsi, comprometterebbe il diritto di autodeterminazione, ledendo la dignità dell’individuo.

Il giudice Wojtyczek nel motivare la propria opinione dissenziente rispetto agli altri componenti della Corte ha definito testualmente “sconcertante” tale argomento, osservando che in materia di politica penale agli Stati è riconosciuto un margine di apprezzamento nel bilanciamento tra esigenze di tutela della collettività e diritti individuali. Ha ricordato infatti che oltre agli obblighi previsti dall’art 3, l’articolo 2 della Convenzione impone alle parti contraenti l’obbligo di adottare le misure necessarie per proteggere la vita delle persone sottoposte alla loro giurisdizione e che “l’obbligo dello Stato a questo riguardo implica il dovere primario di garantire il diritto alla vita istituendo un quadro giuridico e amministrativo atto a scoraggiare la commissione di reati contro la persona e concepito per prevenire, reprimere e punire le violazioni (…) Questo obbligo riguarda in particolare la protezione contro la criminalità organizzata (…) La legislazione italiana non priva le persone condannate all’ergastolo per i crimini più pericolosi per la società di sperare di ottenere un giorno la libertà. Essa prevede la possibilità di ottenere una liberazione condizionale ma subordina quest’ultima alla condizione di una collaborazione con la giustizia”. La Corte – secondo il giudice dissenziente – ha travalicato i limiti della propria competenza in quanto non si è limitata ad un controllo di razionalità e di proporzionalità della scelta di bilanciamento operata dal legislatore italiano, ma si è sostituita ad esso con una scelta politica alternativa e sbilanciata che indica come prevalente rispetto alle esigenze di tutela della collettività il diritto soggettivo del detenuto a scegliere i modi e i percorsi della propria risocializzazione, rifiutandosi di aderire a quelli previsti dalla legge.

Senza dubbio né il giudice Wojtyczek né gli altri componenti della Corte ricordano che tale soluzione corrisponde esattamente a quella fortemente auspicata e promossa da autorevoli esponenti del Gotha di Cosa Nostra dalla fine degli anni Novanta sino al 2005. In quegli anni Pietro Aglieri, capo mandamento condannato per le stragi, si fece capofila di una proposta che trovava la piena adesione di molti boss importanti tra i quali Salvatore Biondino, l’uomo di fiducia di Salvatore Riina arrestato insieme al suo capo, Benedetto Santapaola, boss di Catania, Giuseppe Madonia capo mafia di Caltanissetta, Giuseppe Farinella capo delle Madonie. I boss chiedevano appunto che venisse modificata la normativa sull’ergastolo ostativo in modo da assicurare l’accesso ai benefici penitenziari ai condannati all’ergastolo per delitti di mafia anche in assenza di collaborazione, stabilendo che fosse sufficiente una “dissociazione”, cioè il ripudio della scelta di adesione all’organizzazione e la scelta di altri percorsi individuali di risocializzazione.

Dopo alterne e scabrose vicende, tra le quali la repentina rimozione del capo dell’Ispettorato del Dap Alfonso Sabella che aveva bloccato la richiesta di Salvatore Biondino di essere autorizzato a fare lo “scopino” al fine di muoversi liberamente dentro il carcere e mettere meglio a punto con gli altri capi detenuti i termini della “trattativa Aglieri”, la fattibilità della soluzione proposta fu abbandonata in sede governativa aderendo alle argomentazioni contrarie fatte valere dai magistrati più impegnati sul fronte antimafia, i quali, sulla base dell’esperienza acquisita e della profonda conoscenza del mondo mafioso, avevano fatto rilevare che un eventuale cedimento alle richieste dei boss sarebbe stato tutto a favore della mafia, senza che lo Stato ne ricevesse una contropartita adeguata.

La possibilità per i mafiosi di essere ammessi ai benefici penitenziari dei permessi premi, della semilibertà e della liberazione condizionale in assenza di collaborazione, avrebbe infatti demotivato ogni spinta a collaborare, consentendo così alla mafia di conseguire l’obiettivo di privare lo Stato di uno strumento rivelatosi prezioso per destabilizzare gli equilibri interni delle organizzazioni criminali disarticolandone le strutture.

L’abolizione di fatto della pena dell’ergastolo per gli omicidi di mafia, avrebbe inoltre fatto venir meno l’unico vero deterrente temuto dai mafiosi i quali sono da sempre rassegnati a dovere scontare anche lunghi anni di carcere come prezzo della propria carriera criminale, ma temono fortemente invece l’ergastolo che li priva per sempre del potere acquisito e della possibilità di godere delle ricchezze accumulate. Nella mia lunga esperienza sul campo ho potuto constatare l’immediato reinserimento nell’organizzazione di mafiosi che erano usciti dal carcere dopo venti o trenta anni di detenzione.

Infine va considerato che i mafiosi doc sono sempre stati detenuti modello, formalmente rispettosi delle regole interne del carcere e quindi già usufruiscono della liberazione anticipata cioè di uno sconto automatico di 90 giorni di pena per ogni anno di detenzione. L’accumulo progressivo di tre mesi di sconto per ogni anno di pena, sommandosi nel tempo accorcia di molto il periodo previsto per l’accesso ai benefici penitenziari. Dieci anni si riducono a otto anni e sei mesi, venti anni si riducono a quindici. Molti in carcere si sono dedicati agli studi e ad alcuni si sono pure laureati. Se a ciò si aggiunge una dichiarazione formale di dissociazione, di ripudio del passato, si comprende come possa divenire problematico per il magistrato di sorveglianza motivare il diniego dei benefici penitenziari in assenza di concreti elementi (come, ad esempio, le intercettazioni in carcere di Giuseppe Graviano) che provino come la risocializzazione del detenuto – dimostrata nei modi esemplificati – sia il frutto di una abile strategia di dissimulazione e non il sincero punto di arrivo di un ripensamento critico delle proprie scelte di vita. Scoprirlo soltanto dopo potrebbe comportare il rischio del sacrificio di vite umane e della perdita di credibilità dello Stato nel fronteggiare il crimine mafioso, proprio il rischio che il legislatore aveva ritenuto di potere evitare subordinando l’accesso ai benefici alla collaborazione, mediante un equilibrato bilanciamento degli interessi della collettività e dei diritti del singolo.

“Non sappiamo dov’è Mifsud. Le sue ultime tracce? In Russia”

Joseph Mifsud non sappiamo dove sia e non abbiamo nessuna evidenza di sue relazioni con agenti della nostra intelligence. Questa è stata la risposta dei capi dei servizi segreti italiani alle domande incalzanti della delegazione guidata dal ministro della giustizia americano William Barr durante lo strano incontro del 27 settembre scorso a Roma con i capi dei servizi segreti italiani. Di qui la delusione di parte americana spifferata ai media amici oltre oceano. Però, a quel che risulta al Fatto, alcune cose rilevanti sarebbero state dette nel vertice tra l’uomo di Trump e le nostre “super-spie”. “Se lo state cercando, le ultime tracce che noi abbiamo trovato portano alla Russia. E a qualche contatto con l’Ucraina. Non all’Italia”, questo avrebbero detto i nostri agli americani, secondo le fonti consultate dal Fatto.

In mancanza di trascrizioni della conversazione italo-americana, bisogna arrangiarsi con le versioni non ufficiali. Quelle raccolte dal Fatto danno conto di una richiesta, molto sfumata, sempre da parte americana agli italiani, di fare riscontri su eventuali notizie di agenti occidentali che avessero avuto contatti con il professor Joseph Mifsud durante le fasi calde del Russia-Gate.

Sempre stando a quanto ricostruito dal Fatto, la nostra risposta sarebbe stata quella di una piena disponibilità a cooperare, però lungo le vie ufficiali. Se gli Stati Uniti vogliono riscontri a piste investigative complottistiche, in sostanza, devono chiedere le indagini opportune con rogatoria alle autorità competenti o tramite la comune cooperazione tra le rispettive agenzie.

Il terzo punto affrontato è stata una richiesta di senso inverso. Trattandosi di un incontro chiesto e ottenuto dagli americani sotto la categoria dello scambio di informazioni per utilità reciproca e non unidirezionale, i funzionari italiani avrebbero richiesto agli americani presenti: “Voi avete qualche elemento che vada nel senso di contatti o collusioni di agenti italiani con le manovre del professor Mifsud?”. La risposta è stato un secco no.

Dopo l’incontro interlocutorio tra gli italiani c’è stato chi si è posto una domanda banale: perché non procedere con la cooperazione internazionale per vie ufficiali e soprattutto segrete, oltre che più redditizie?

Perché Trump si è mosso come un elefante in una cristalleria, chiamando Conte e poi inviando l’attorney general William Barr a un incontro diretto con i servizi italiani? Anche perché tutte le fonti confermano l’assenza di una richiesta ufficiale da parte delle autorità americane sul most wanted professor. Finora Mifsud non lo cerca né l’FBI, né la Cia, né per via di rogatoria né attraverso altri canali di polizia. Se è vero che nessuno sa dove sia il professore maltese al centro del girone di ritorno della spy-story che potremmo chiamare “Russia-Gate 2 la vendetta”, è vero anche che gli Stati Uniti non hanno fatto un passo formale per interrogarlo né tanto meno arrestarlo.

L’unica forma di interesse nei confronti di questo professore di 59 anni sparito nel nulla dal maggio 2018 sembra avere natura politico-mediatica. Le visite di Barr in Italia assumono senso solo nell’ambito di una campagna mediatica più vasta, che non somiglia lontanamente a un’inchiesta internazionale sulle origini del Russia-Gate.

Se si guarda con questi occhiali la vicenda è interessante vedere come e dove sia uscita la notizia. La notizia degli incontri con i vertici dei nostri servizi segreti esce il 30 settembre sul Washington Post e sul New York Times. La storia viene rilanciata e ampliata con alcuni dettagli imprecisi e uno spin più complottista sul sito Dailybeast, fondato dall’ex editor di New Yorker e Vanity Fair, Tina Brown, sempre negli Stati Uniti.

Il Dipartimento di Giustizia non fa molto per nascondere la visita e anzi la conferma. In Italia un sito aveva anticipato l’indiscrezione sul senso “investigativo” del viaggio di Barr: era stato il 28 settembre InsiderOver, edito dalla società Il Giornale online dei Berlusconi. La notizia poi esplode quando il Corriere della Sera ci sale sopra con conferme, dettagli ulteriori e corredo di polemiche politiche anti-Conte. Però è in America che la missione di Barr ha assunto senso. Mediatico.

Il ministro della giustizia, attorney general William Pelham Barr, con procuratore John Durham al seguito, ha fatto, come si dice in gergo a Roma, non a New York, una bella “giornalata”.

In questa chiave probabilmente assume senso la cronologia dei fatti noti: la telefonata di Trump a Conte, la prima visita a Roma del 15 agosto nella quale Barr chiede al capo del Dis Gennaro Vecchione l’introduzione ai vertici dei servizi. La richiesta ‘segreta’ (con il timer attivato e pronta a esplodere sui giornali) di trovare in Italia tracce di Mifsud e provare il mega-complotto dei democratici occidentali ai danni del povero Trump nel 2016.

La sensazione è che Barr non fosse a caccia di elementi per provare il teorema che da molti mesi opinionisti e politici repubblicani cercano di spingere in tutti i modi.

La sensazione è che le missioni di Barr in Australia, Regno Unito e Italia, assumano senso solo se lette insieme allo spin impresso alle fughe di notizie negli Stati Uniti.

Tutto il resto (le polemiche politiche sull’ingenuità del Capo del Dis Gennaro Vecchione, le richieste di Matteo Renzi a Conte di lasciare la delega sui servizi, le insinuazioni su una collusione, poco sensata alla luce dei fatti noti, tra la nostra intelligence nel 2016 ai tempi di Renzi con il misterioso professore maltese amato in Russia e introdotto in occidente) sono solo dettagli, visti da Washington i nostri travagli sono solo trascurabili danni collaterali.

Ritorno ad Atene: democrazia diretta per salvare i partiti

La stampa estera, più di quella italiana, torna insistentemente sulle due figure politicamente più eccentriche e indecifrabili della recente politica italiana: Di Maio e Conte. L’uno ha 33 anni, è capo politico del maggiore partito italiano ed è stato due volte deputato, tre volte ministro e per quattro anni vicepresidente della Camera. L’altro ha 55 anni, è professore ordinario di Diritto privato, non ha mai fatto politica ma in soli due anni è stato due volte il presidente del Consiglio. La sorprendente ascesa di Conte è attribuita, oltre che a una fortunata combinazione di circostanze, al divario tra il suo buon livello culturale e quello mediocre di molti altri politici appartenenti al suo gruppo di riferimento.

Dunque Conte sarebbe una dimostrazione vivente che con la cultura si mangia. Invece il primato di Di Maio in un movimento politico come i 5 Stelle, molto bellicoso e competitivo, non può essere spiegato se non con la sua intelligenza e con il suo carattere.

In entrambi i casi, tuttavia, si tratta di persone prive di un solido background culturale in campo politico. Eppure l’Italia è stata la culla della politologia non solo per i Machiavelli e i Guicciardini, ormai lontani nel tempo, ma anche per i Gaetano Mosca, i Vilfredo Pareto, i Robert Michels molto più vicini a noi. Ma, trattandosi del Movimento 5 Stelle e della sua inclinazione alla democrazia diretta, forse il politologo più affine a Di Maio e a Conte non è un italiano ma un russo, universalmente considerato, insieme a Mosca, Pareto e Michels, il fondatore della sociologia politica e dei partiti politici. Vale la pena di conoscerlo.

Moisei Ostrogorski, nato a Grodno nel 1854 e morto a San Pietroburgo nel 1921 dopo aver studiato e insegnato in Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, nel 1902 pubblicò la sua opera maggiore – La democrazia e i partiti politici – in cui riportava i risultati di una scrupolosa ricerca comparativa condotta in Inghilterra e negli Stati Uniti, i due paesi allora ritenuti democratici per antonomasia. Il suo lavoro partiva dalla constatazione che è difficile definire il concetto di popolo e di democrazia se perfino nella democratica America le elezioni politiche erano vinte puntualmente da chi aveva più soldi da investire nella propria campagna elettorale. Inoltre Ostrogorski constatava che, anche in quelle democrazie, “non appena un partito, pur creato per il più nobile scopo, si sforza di perpetuare se stesso, tende alla degenerazione oligarchica”. E nota ancora: “Tutti i partiti politici tendono a ridurre la democrazia interna e l’autonomia dei parlamentari eletti, i quali man mano smettono di comportarsi da pensatori autonomi e rappresentanti dei propri elettori per ridursi a funzionari dei partiti stessi”.

Nei primi decenni del Novecento gli altri grandi padri della sociologia politica davano per spacciata la democrazia a causa delle sue intrinseche patologie: Mosca e Weber ne affidavano le sorti alle élite; Pareto e Michels a Mussolini. Ostrogorski, invece, conservò intatta la sua fiducia nella democrazia e avanzò alcune proposte per contrastare le patologie che la insidiavano. Convinto che non basta il diritto di voto concesso a tutti per assicurare a una nazione la democrazia e che non basta il solo momento elettorale per esercitarla, sostenne che l’unica vera democrazia è quella diretta, sperimentata in quegli anni nella Svizzera e nella California.

A questo punto vale la pena di soffermarci un attimo sul concetto stesso di democrazia diretta e sul ruolo che, all’interno di uno Stato, giocano il governo e l’amministrazione. L’apparato governativo e amministrativo di uno Stato non è altro che intermediazione tra i vertici statali e il popolo mentre la democrazia diretta non è altro che l’azzeramento di ogni intermediazione. Di solito l’esempio storico cui si fa riferimento è l’Atene del V secolo a.C. dove ogni cittadino aveva il diritto-dovere di partecipare all’Assemblea che accentrava tutti e tre i poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Per sedere in Assemblea occorreva avere almeno 20 anni, essere di padre ateniese e, a partire dal 451 a.C., anche di madre. I cittadini a pieno erano circa 40.000. La Pnice, ossia il luogo in cui si riuniva l’Assemblea, conteneva circa 20.000 persone e ogni cittadino partecipante poteva presentare una sua proposta, poteva chiedere la parola e aveva il diritto di essere ascoltato per tutto il tempo necessario al suo intervento. Tutte le cariche amministrative duravano un solo anno ed erano conferite per sorteggio affinché anche gli dei si assumessero le loro responsabilità.

Tutti i cittadini erano alfabetizzati e che ognuno di essi, giunto all’età di 40 anni, aveva assistito ad almeno 300 rappresentazioni teatrali: tutti i votanti possedevano un livello culturale che garantiva la comprensione dei problemi su cui votavano.

Secondo Ostrogorski, questo tipo di democrazia, così come l’organizzazione, il referendum e le petizioni che essa oggi comporterebbe, è possibile ed efficace solo in presenza di un adeguato livello di coscienza socio-politica nei cittadini, ottenuta attraverso l’adeguata istruzione delle masse e il loro costante esercizio del proprio giudizio. “Ecco perché è doppiamente importante in una democrazia elevare il livello intellettuale e morale delle masse: con esso si aumenterà automaticamente il livello morale di coloro che si ritengono superiori alle masse”.

Oltre alla democrazia diretta, Ostrogorski auspica che la durata dei partiti sia a tempo determinato. Essi dovrebbero dichiarare in anticipo qual è la loro particolare rivendicazione politica e, una volta raggiunto l’intento, o vanificato o fallito, dovrebbero sciogliersi, impedendo così “il mantenimento di quelle armate regolari con l’uso delle quali si conquistava e si sfruttava il potere”. Finalmente, “messa al servizio esclusivo di questa causa, l’organizzazione di partito sarà riportata al suo ruolo di mezzo e cesserà di essere un fine; dianzi padrona tirannica sarà obbligata a farsi docile serva”.

A suo avviso, per combattere il sopruso dei partiti non occorrono altri partiti, ma la mobilitazione popolare e l’azione civile dei “gruppi di pressione” mirati al raggiungimento di obiettivi specifici, senza nessuna intenzione di trasformarsi in partiti e presentarsi alle elezioni. In tal modo, Ostrogorski riduce i partiti a movimenti.

Hai cannato la maturità? Fai il concorso in Parlamento…

Oltre duemila nelle prime 24 ore. Tante sono le candidature arrivate a Palazzo Madama per il concorso per 60 posti di “coadiutore parlamentare” lanciato dal Senato. A Montecitorio si sono appena chiusi i termini per presentarsi a quello da “consigliere parlamentare” (grado più alto) e ne sono arrivate in tutto 16.500: la Camera alta strapazzerà quella bassa tenendo conto che si può fare domanda fino all’8 novembre. Probabile che alla fine saranno decine di migliaia gli aspiranti ai 60 posti liberi in Senato (in realtà 10 sono riservati a chi già è interno), tanto più che lo stipendio d’ingresso non è niente male: a spanne 1.720 euro netti al mese per fare lavoro di segreteria, richiedere materiale, formattare dossier, sbrigare la posta e cose così.

Normale, insomma, che ci sia la fila in un Paese che non brilla per opportunità lavorative da quel dì (ma adesso che iniziano a darsi da fare i navigator del modello Mississippi sarà tutta un’altra musica…). Un po’ meno normali sono invece i requisiti stabiliti dall’ufficio del personale di Palazzo Madama: cittadinanza italiana, età tra 18 e 45 anni e “diploma di scuola media superiore di secondo grado che consenta l’accesso ai corsi di laurea presso università italiane, conseguito con una votazione non inferiore a 39/60 o a 65/100”.

Tradotto: un diploma con un voto finale corrispondente al 6 e mezzo, risultato che praticamente comprende tutti i diplomati. Scelta bizzarra, forse eccessivamente inclusiva, per così dire, tanto più che tradizionalmente l’asticella si fissava a 54/60 che sarebbe un rotondo 90/100 con l’attuale maturità. Nessuno sarà lasciato indietro dall’ufficio personale del Senato e da Alberti Casellati, presidente del Senato e protettrice di chi ha cannato l’esame di maturità. Chissà che un bel 39/60 alla fine risulti vincitore: sarebbe una bella storia di riscatto. O no?

Arriva la Rai di Salini (e salva la De Santis)

Forse sarà il piano industriale a togliere le castagne dal fuoco all’ad Rai Fabrizio Salini: grazie alla sua applicazione e alla conseguente nomina dei nuovi nove direttori di contenuto, potrà evitare la sostituzione della direttrice di Raiuno Teresa De Santis, di cui nei giorni scorsi si dava imminente l’uscita. Non sarebbe nemmeno dovuta arrivare a fine novembre, periodo in cui ci sarà l’addio di Carlo Freccero a Rai2: un’occasione ghiotta, secondo alcuni, per far fuori anche la direttrice di Raiuno in perenne crisi di ascolti. Molti, però, intravedevano la sua uscita prima, entro la fine di ottobre.

Ora invece pare non sia più così. Un po’ perché il rapporto tra Salini e De Santis non è così cattivo come viene dipinto. E un po’ perché con le nuove direzioni di genere i direttori di rete conteranno molto poco. Diventeranno dei channel manager e le decisioni importanti su programmi e palinsesti passeranno sopra la loro testa. “Saranno dei semplici coordinatori, quasi dei passacarte di decisioni altrui”, spiegano dall’azienda. Molto però dipenderà dal Cda straordinario convocato la prossima settimana proprio sul calo di ascolti. I numeri lì parleranno chiaro e Raiuno è la rete che perde di più: -1,4% di share nel day time, – 2,4% sul prime time. In totale le tre reti generaliste perdono il 2,3 sull’intera giornata e il 3,9 sul prime time. Sarà in quel cda che si capirà di più sul futuro di De Santis e lì conterà molto anche la politica. Due giorni fa, intanto, la direttrice ha tenuto una riunione con la redazione de La vita in diretta (uno dei punti deboli della rete) per introdurre dei correttivi nel tentativo di risollevare gli ascolti.

Nel frattempo in Viale Mazzini ci si prepara alla rivoluzione con l’avvio delle nuove direzioni di contenuto. Il sì del Mise al piano industriale di Salini suona come una fiducia nei suoi confronti della nuova maggioranza di governo, specialmente da parte del Pd. Per Nicola Zingaretti Salini era un oggetto non identificato ma ora pare che i due abbiano stabilito un contatto: secondo Repubblica si sono addirittura visti e la notizia non è stata smentita.

Ora passiamo ai nomi in ballo. All’intrattenimento day time – ruolo importantissimo – dovrebbe andare Stefano Coletta, che a Rai3 sta facendo bene. Per il day time circola il nome di Andrea Vianello. All’approfondimento news sembra destinato Antonio Di Bella, che però è in corsa pure per sostituire Freccero a Raidue. A Rai Cinema e serie tv c’è Roberta Enni. A Rai Doc potrebbe planare Maria Pia Ammirati (ora alle Teche).

Poi qualche conferma: Luca Milano a Rai Kids, Elena Capparelli a Format e Digital, Silvia Calandrelli alla Cultura e Tinny Andreatta alla Fiction. Altre poltrone importanti sono la Distribuzione, con Marcello Ciannamea; il Coordinamento, con Angelo Teodoli; il Marketing dove sarà confermato Roberto Nepote. Alla guida della redazione che accorperà Tgr, Rainews e Televideo è destinata Giuseppina Paterniti, con Andrea Montanari suo possibile sostituto al Tg3.

Dicono poi che Monica Maggioni sia stufa di stare a RaiCom, anche perché il canale in inglese ha meno budget del previsto. Mentre è ancora da decifrare il canale istituzionale di cui sarà direttore Fabrizio Ferragni. Cosa trasmetterà? E, soprattutto, non si pesterà i piedi con Rai Quirinale di Andrea Covotta e Rai Parlamento, corazzata con 36 giornalisti diretta da Antonio Preziosi?