Casellati vuole prendersi la “macchina” del Senato

Un primo tentativo l’aveva già fatto alla fine dello scorso anno: stoppato in extremis. Poi è tornata alla carica a luglio, ma la sua richiesta è stata respinta con danni. Ora però la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha deciso di forzare la mano e andare fino in fondo: è intenzionata a revocare lo stato maggiore di Palazzo Madama guidato dal segretario generale Elisabetta Serafin che è diventata il suo bersaglio più grosso. E così sostituire con persone di sua più stretta fiducia, gli attuali vertici della macchina amministrativa del Senato che conta su 644 dipendenti e un budget di 490 milioni di euro all’anno.

L’affare, insomma, è delicatissimo. E almeno finora i gruppi parlamentari hanno resistito ai desiderata di Casellati e del suo cerchio magico: l’ex Guardasigilli del governo Berlusconi, Nitto Palma, che la presidente ha voluto a tutti i costi al suo fianco nel ruolo di potentissimo capo di gabinetto oltre che consigliori più ascoltato. E Claudio Galoppi, toga di punta di Magistratura Indipendente, arruolato come vice capo di gabinetto al Senato dopo la fine del suo mandato al Consiglio superiore della magistratura, consesso in cui ha seduto per anni al fianco della stessa Casellati.

Ma partiamo dalla fine. Martedì 8 ottobre, la presidente ha invitato a pranzo nella sua dimora a Palazzo Giustiniani, i capigruppo dell’opposizione. Attorno al tavolo Anna Maria Bernini di Forza Italia, Massimiliano Romeo della Lega e Luca Ciriani di Fratelli d’Italia, convocati per affrontare la questione che le sta più a cuore: la sua esigenza di liberarsi dei vicesegretari generali e dei direttori degli uffici del Senato che rispondono al segretario generale Serafin, che invece li vorrebbe prorogare.

Il mercoledì precedente, ma a cena, Casellati aveva tentato di sensibilizzare sull’argomento anche i capigruppo della maggioranza Gianluca Perilli (M5S), Andrea Marcucci (Pd), Davide Faraone (Italia Viva), Loredana De Petris (Misto) e Julia Unterberger (Autonomie). Anche in quella occasione il menù era stato lo stesso: tra un fiore di zucca imbottito e un branzino, tra una chiacchiera sulla situazione politica e il calendario dei lavori, era tornata a bomba. Questa volta con maggiore determinazione: sventolando un parere dell’Avvocatura dello Stato che le darebbe la copertura giuridica per procedere con le sostituzioni e finalmente mettersi alle spalle mesi e mesi di una guerra sotterranea ai massimi livelli della Camera alta del Parlamento italiano.

Come? Convocando a breve il Consiglio di presidenza dove sono rappresentate tutte le forze politiche che saranno chiamate ad approvare le sue scelte. Dopo lo scivolone di luglio quando Casellati aveva tentato il blitz con un risultato che si era rivelato disastroso oltre che imbarazzante.

Il perché è presto detto: prima della pausa estiva, al concistoro di Palazzo Madama – il Consiglio di presidenza dove siedono, al fianco di Casellati, i quattro vicepresidenti del Senato, i tre senatori questori e i 9 segretari – che aveva convocato per defenestrare i più alti funzionari dell’amministrazione non si era presentato praticamente nessuno. E anzi per tutta risposta più d’uno le aveva fatto intendere chiaramente l’intenzione di disertare la riunione finché non si fosse decisa a cambiare l’ordine del giorno. E così la Presidente era stata costretta a soprassedere ancora una volta.

Perché Casellati aveva cominciato a preparare il terreno per lo spoils system già pochi mesi dopo il suo insediamento. Contando di portare a casa il risultato a dicembre dopo l’approvazione del bilancio interno. E così prendere il pieno controllo della macchina che sente resisterle. Ma l’aula di Palazzo Madama il giorno dell’approvazione del documento aveva fatto muro, con un tributo corale al lavoro di Serafin e del suo staff. Una blindatura in piena regola.

Tutto sull’happening di Italia Viva: gadget, slogan, dietologi e pure Joker

Non so a voi, ma a me questa nuova avventura di Matteo Renzi e della sua “Italia Viva” entusiasma parecchio, per cui quest’anno ho deciso che per la prima volta andrò alla Leopolda. Intanto mi ha incoraggiata il tema, “Italia 2029”, perché discutere di un’Italia in cui non ci saranno più né la Leopolda né Matteo Renzi mi pare uno slancio di umiltà davvero ammirevole.

E poi la frase del fondatore “Non paragonate il Papeete alla Leopolda”, mi è parsa onesta. Non vedo cosa c’entrino l’uno con l’altro. Al Papeete la Giaguara è una cubista ventenne con perizoma maculato, non c’è Dario Nardella e almeno ci si diverte. Interessante anche l’iniziativa legata alle tessere di Italia Viva: l’iscrizione sarà esclusivamente online e per ogni tessera sottoscritta Italia Viva si è impegnata a piantare un albero. Per la cronaca, saranno piantati tutti a Roma nel posto auto di Nicola Zingaretti (la macchina dovrebbe riuscire a entrarci comunque). Innovativa, poi, l’idea di Matteo Renzi di coinvolgere i giovanissimi affidando a questi ruoli di prim’ordine.

Il leader di Italia Viva ha infatti affermato che i coordinatori provinciali saranno spesso i Millennials, per cui la prima domanda che verrà fatta loro non sarà “Con chi stai?”, ma “A cosa pensi?”. Secondo i primi rilevamenti la riposta più gettonata sarà “Alla figa”, seguita da “Alla necessità di emettere titoli di sconto fiscale evitando tagli al welfare”. Anche i primi slogan lanciati da Matteo mi sembrano di una certa efficacia: “No all’ aumento dell’Iva sì a Italia Viva!” è un po’ una rivisitazione in chiave moderna di “Per ridipingere una parete grande non ci vuole un pennello grande, ma un grande pennello!”.

Condivido poi l’ottimismo espresso da Matteo Renzi quando è andato ospite a Otto e mezzo: “Italia Viva punta alla doppia cifra nel 2023!”. In effetti, tecnicamente, lo 0,3 per cento è doppia cifra. Il primo punto del programma di Italia Viva mi sembra inoltre coraggioso, impopolare, di rottura: non aumentare le tasse agli italiani. Il secondo punto, annunciato alla Leopolda, sarà “un milione di posti di lavoro!”. “Poi “dentista gratis per tutti!”. A quel punto partirà la musica “Italia Vivaaa e siamo tantissimi!” ed entrerà il noto condannato di cui Matteo è figlio naturale: Tiziano Renzi o Silvio Berlusconi, a seconda di quello dei due che non ha impegni quel giorno.

Bella anche l’affermazione dell’ex leader del Pd: “Italia Viva sarà l’unico partito a vocazione femminista!”. Sarà emozionante vedere una donna occupare tutti i ruoli che contano, per esempio: Maria Elena Boschi segretario, Maria Elena Boschi sottosegretario, Maria Elena Boschi tesoriere, Maria Elena Boschi portavoce, Maria Elena Boschi capo ufficio stampa, Maria Elena Boschi capo boy scout, Maria Elena Boschi capo animatore Viaggi del Ventaglio. Non solo, Renzi ospite della Gruber ha specificato che Italia Viva terrà sempre conto della parità di genere e del fondamentale principio di uguaglianza, ovvero “tutti quelli che sono rimasti nel Pd sono ugualmente stronzi, senza distinzione di sesso, colore e orientamento sessuale”.

Un’altra buona notizia è che i gadget delle precedenti edizioni della Leopolda saranno confermati, sebbene leggermente ritoccati: la famosa t-shirt col gufo e la scritta “Io non posso entrare” diventerà “Posso entrare pure io perché serve gente” e quella con l’immagine del T-rex e la scritta “I dinosauri non si sono estinti da soli”, diventerà “I dinosauri non si sono estinti da soli. IO SÍ”.

Anche la lista degli ospiti, quest’anno, ha subito leggere modifiche. Tutta colpa di Alessandro Baricco, che alla Leopolda 2012 disse che la sinistra doveva superare a sinistra la gente che non vuole cambiare e invece Renzi aveva capito che bisognava superare la sinistra, ed è successo quel che sappiamo. Per questo, stavolta ci sarà il dietologo Vincenzo Lemme, famoso per insultare le persone che vogliono dimagrire, in un intervento dal titolo “Non vi voterà un cazzo di nessuno” che si spera corroborante e motivante.

Ma il vero colpaccio della Leopolda sarà l’ospite più celebre – in un certo senso il personaggio dell’anno – e cioè Joker, record d’incassi al botteghino di quest’autunno. Joker è un tizio che fa il clown, poi si convince di essere il figlio di un miliardario di Gotham, ma quando scopre che non è così uccide la madre e diventa un leader popolare. Renzi è un leader popolare, poi si convince di essere il figlioccio di un miliardario di Arcore, quando scopre che non è così uccide Enrico Letta e diventa un clown. La vera difficoltà, sul palco della Leopolda, sarà distinguere l’uno dall’altro.

Manette agli evasori: il Pd vuol rimandare la norma al 2020

Ufficialmente hanno detto sì. “Sono d’accordo sul carcere per gli evasori”, assicura il segretario del Pd Nicola Zingaretti a Otto e mezzo. Però la sostanza è un’altra, i dem le manette per chi ruba al Fisco non le vogliono ora e non le vogliono così. Piuttosto vogliono prendere tempo e la strategia la chiarisce sempre lui, Zingaretti: “Stasera è stato deciso che questa parte andrà vista nella delega sulla lotta all’evasione e collocata dentro quello che sarà lo strumento per combattere l’evasione fiscale”.

Tradotto, le norme ideate dal ministro della Giustizia del M5S Alfonso Bonafede per alzare le pene a chi evade (fino a un massimo di otto anni di carcere rispetto agli attuali sei) e abbassare le soglie di punibilità devono essere tolte dal decreto fiscale, che dovrebbe approdare in Consiglio dei ministri già lunedì, e traslocare in un provvedimento apposito, a parte: un bel disegno di legge che slitterebbe al 2020, dopo la sessione di bilancio.

Del resto, sempre Zingaretti precisa e delimita il recinto: “Queste norme devono essere collocate dentro una strategia che metta in campo altre misure, digitalizzazione e controllo”. Insomma, piano e con giudizio. E la motivazione tecnica del Pd, fornita ai 5Stelle in una lunga riunione al ministero dell’Economia, è che norme di carattere penale non possono essere inserite nel decreto fiscale. “Una giustificazione fragile, il carcere per gli evasori va fatto ora, altro che” ringhia una fonte di governo del Movimento. Ma non sarà affatto facile, perché i dem hanno tanti dubbi e nessuna fretta.

Lo aveva chiarito già in mattinata il viceministro all’Economia dem, Antonio Misiani, problematico: “Il carcere per gli evasori è già previsto, la valutazione è in corso. C’è una proposta in discussione di inasprimento per le fattispecie più gravi. Vedremo”. Ma in giornata si fa sentire anche il capogruppo del Pd in commissione Giustizia, Alfredo Bazoli, e siamo quasi al no: “Ho molti dubbi sull’ennesimo aumento delle pene edittali, che come l’esperienza insegna non hanno alcuna efficacia dissuasiva sui comportamenti illeciti e che peraltro sono già state abbondantemente ritoccate negli anni scorsi”. Così non può stupire che nella riunione al Tesoro i dem e Leu seminino perplessità, partendo dalle norme sulla confisca, che nella bozza di Bonafede può colpire i condannati in via definitiva anche dopo l’estinzione del reato per amnistia o prescrizione. E quella parte sui reati prescritti, raccontano, non convince neppure il ministro dem Roberto Gualtieri. I toni non sono da lite, ma la distanza c’è. E si allarga sulle soglie di punibilità e sulle pene, anche se le contestazioni non sono molto dettagliate.

Non c’è un gioco di controproposte al tavolo, dove invece il renziano Luigi Marattin si mostra cautamente favorevole all’impostazione dei 5Stelle. Tanto che il rappresentante di Italia Viva lo dice anche in chiaro: “In principio non sono contrario all’aumento delle pene per gli evasori, ma sono contro gli slogan. Le pene si possono anche aumentare, ma la vera sfida è fare i processi in fretta”.

E il riferimento è alla riforma della giustizia e, in controluce, alla nuova prescrizione che ai renziani proprio non piace, ma che da gennaio entrerà in vigore, perché è dentro la legge Spazzacorrotti voluta e scritta sempre da lui, Bonafede. Così partite diverse si incrociano, nel nome di esigenze differenti. E del resto è anche per non lasciare il fianco scoperto ai renziani che Zingaretti giura che lui le pene draconiane per gli evasori le vuole, eccome. Ma delle modalità ora dovranno discutere anche i capi delegazione Dario Franceschini e Luigi Di Maio assieme al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che la mano pesante sui grandi evasori la promette da tempo. E che ad occhio non potrà rinviare tutto così facilmente.

Incubo flop per la X Leopolda: vip, dem e Comune disertano

“Fino all’anno scorso, se andava via la luce bastava chiamare il Comune e in quattro e quattr’otto si risolveva tutto. Alla prossima Leopolda, per ovvie ragioni, non sarà più così”. Che Matteo Renzi non sia più il dominus nemmeno di Firenze, si capisce da questa battuta che gira tra i corridoi di Palazzo Vecchio. E spiega anche plasticamente le difficoltà organizzative, ma soprattutto politiche, che l’ex premier sta incontrando in vista della Leopolda numero dieci, l’atto fondativo del suo nuovo partito “Italia Viva”. Qui, nella stazione abbandonata alle porte di Firenze, il prossimo fine settimana Renzi presenterà il logo su cui è al lavoro da agosto, ci saranno i tradizionali tavoli di lavoro (50, invece di 100) e ha già annunciato “un’alluvione di idee, proposte e progetti per i prossimi dieci anni”.

Nulla di nuovo rispetto agli scorsi anni, almeno nella retorica. Il format e gli allestimenti invece, saranno tutti nelle mani del manager dei vip Lucio Presta, che ha prodotto anche il documentario dell’ex premier “Firenze secondo me”. I suoi uomini sono già al lavoro da giorni. Il palco per Renzi viene prima di tutto.

Ma quest’anno l’ex premier e i suoi stanno incontrando più ostilità del solito sia dal punto di vista organizzativo che politico. Se come ogni anno, allestimento, ospiti e programma saranno aperti fino all’ultimo momento utile, dopo la scissione la Leopolda 10 si è trasformata nell’atto fondativo di un nuovo partito. E se la kermesse fondativa del renzismo ha perso negli anni molto del suo smalto, quest’anno Renzi è costretto a invertire la tendenza. L’organizzazione è in mano al trio Boschi-Rosato-Bellanova. Renzi ufficialmente sta un passo indietro, ma in realtà supervisiona tutto quello che conta. Secondo quanto risulta al Fatto, è ancora tutto “in alto mare” anche per le diffidenze del Comune e della giunta Nardella che non vuole farsi troppo “contaminare” con l’evento politico di un altro partito.

Il Pd diserterà in massa l’evento. Il sindaco di Firenze, renziano della prima ora, è rimasto con i Dem e spiega – quasi a volerne prendere le distanze – che andrà alla Leopolda solo per “fare i saluti istituzionali”. Non andranno invece quegli ex fedelissimi che sono rimasti nel Pd come Alessia Rotta, Andrea Romano, Alessia Morani, Andrea Marcucci e Simona Malpezzi. “È solo un sollievo non andarci quest’anno – dice al Fatto un ex renziano di ferro – perché almeno non devo organizzare nulla”.

Renzi, seppur informalmente, continua a invitarli, perché così facendo il Pd legittimerebbe “Italia Viva” ma alla fine si dovrà accontentare dei suoi fedelissimi più qualche sparuta presenza tra cui spicca il nome di Simona Bonafè, segretaria Pd toscana ed europarlamentare, “costretta” ad andare perché eletta ai vertici del partito regionale proprio grazie al sostegno di Renzi. E perché le Regionali sono dietro l’angolo. Né lei, né gli (eventuali) altri andranno domenica quando ci sarà il tradizionale discorso di chiusura del capo.

“Rispetto agli anni precedenti ci sono molti più problemi – conferma un dem toscano che ha sempre sostenuto l’ex premier – perché la Leopolda di quest’anno è diventato l’atto di nascita di un altro partito e anche chi si trova nella zona grigia tra andare o rimanere nel Pd è in seria difficoltà: se va, a quel punto sarà etichettato come un traditore”. Dall’altra parte della barricata i renziani si attendono un nuovo smottamento dal Pd proprio come effetto della Leopolda: la due giorni di Firenze dovrà servire anche a convincere amministratori, sindaci e semplici iscritti a passare a “Italia Viva”.

Nel Pd toscano però sta aleggiando anche un altro retropensiero, che arriva dopo l’annuncio di Renzi di una possibile lista in appoggio a Stefano Bonaccini alle prossime regionali in Emilia: la Leopolda potrebbe anche servire all’ex premier per lanciare il suo candidato per le elezioni in Toscana dell’anno prossimo e mettere così i bastoni tra le ruote ai dirigenti che stanno tentando i primi approcci tra Pd e M5S. E gli occhi sono tutti puntati sul sindaco di Viareggio, Giorgio Del Ghingaro, eletto nel 2015 con una lista civica di sinistra, invitato ufficialmente da Renzi a fare un intervento dal palco. Sugli ospiti “vip” invece non ci dovrebbe essere quel parterre de roi che ci si attendeva: confermati i soliti Brunello Cucinelli (“Trovo sempre bello andare a parlare in pubblico, dove mi invitano” spiega al Fatto), il finanziere Davide Serra e il padre degli 80 euro, l’economista Marco Fortis. Tra le assenze di peso invece spicca quella di Oscar Farinetti, che negli ultimi giorni, pur continuando a “stimare” Renzi, lo ha criticato per la decisione di lasciare il Pd.

Salvini mette un dito nell’Occhiuto a Silvio

Tensioni continue nel centrodestra. Con Silvio Berlusconi che ieri ha ufficializzato l’adesione di Forza Italia alla manifestazione di sabato prossimo a Roma (ma B. non ci sarà, ha detto Salvini) e poi ha lanciato di nuovo la candidatura di Mario Occhiuto in Calabria, sperando a questo punto in un appoggio di Matteo Salvini. Che invece, per tutta risposta, ha messo una pietra tombale sul sindaco di Cosenza. “La Lega non sosterrà Occhiuto. Ci sono tante donne e uomini calabresi senza problemi con la giustizia che possono rappresentare meglio il futuro di questa splendida terra”, fanno sapere dal Carroccio. “Noi aderiamo alla manifestazione e loro che fanno? Rompono i patti sui territori? Il candidato in Calabria spetta a noi. Senza pari dignità non c’è centrodestra”, replica Mara Carfagna.

Occhiuto è indagato per bancarotta fraudolenta per il fallimento di una società di cui era amministratore, ma è pure sotto indagine per associazione a delinquere nell’inchiesta della Procura di Catanzaro che ha coinvolto anche l’ex governatore Pd, Mario Oliverio. Tutto ciò si somma agli strascichi delle tensioni per l’elezione del presidente del Copasir, andata al leghista Raffaele Volpi dopo un duro braccio di ferro tra Lega e FdI (che voleva Adolfo Urso), e a quelle sulla manifestazione salviniana di sabato 19 a Roma.

Qualche giorno fa il partito della Meloni si è offerto di dare una mano sull’organizzazione: San Giovanni non è piazza del Popolo, riempire il luogo simbolo della sinistra non è uno scherzo. Ma Salvini ha respinto l’offerta: pullman (finora 400) e treni speciali saranno targati Lega, Meloni potrà dare il suo contributo con un po’ di truppe romane. Questo perché Salvini vuole che la piazza di sabato sia quasi esclusivamente leghista, con gli alleati relegati al ruolo di comprimari. “L’idea del corteo contro il governo è nostra, poi si sono aggiunti gli altri. Non vedo perché dovremmo cedere il brand…”, spiega un deputato padano. Da qui il malumore degli altri due. Specialmente nel partito berlusconiano dove, nel fronte più anti-salviniano, non si fanno i salti per l’adesione a un’iniziativa che suonerà come l’ennesima investitura del leader leghista come capo assoluto della coalizione. Che ora comprende anche il “traditore” Giovanni Toti. Una mancata adesione, però, come qualcuno aveva ventilato dalle parti di Arcore (Francesca Pascale), avrebbe avuto il sapore di uno strappo troppo forte alla vigilia del voto in Umbria, dove l’alleanza può vincere. Anche se il distacco tra Donatella Tesei (centrodestra) e Vincenzo Bianconi (Pd e M5S) si sta riducendo. E qualcuno in FI punta il dito sull’iper presenzialismo del leader leghista: “Salvini è sempre in tv, ma questo alla lunga è controproducente. La gente non ne può più…”, si dice tra i berluscones.

Dieci anni dopo, ora tocca a Grillo ricompattare il M5S

Dieci anni dopo, la foto di ieri non combacia con quella di oggi. Perché ora il Teatro Smeraldo a Milano, dove il 4 ottobre 2009 Beppe Grillo battezzò i suoi Cinque Stelle, è un ristorante della catena Eataly, quella del renziano (tuttora?) Oscar Farinetti. E il Movimento sorto per abbattere i partiti governa con il Pd, dopo un anno e mezzo con la Lega. Ma tanto in politica conta solo il presente, con il M5S che da questa mattina si ritroverà a Napoli per la sua festa, Italia5Stelle, due giorni per celebrare un compleanno.

in diversi,però, non hanno voglia di soffiare sulle candeline. Così alle note assenze delle ex ministre Giulia Grillo e Barbara Lezzi si aggiungeranno altri tra eletti e attivisti storici, una porzione non piccola del corpaccione del Movimento che ce l’ha sempre con lui, il capo politico Luigi Di Maio, accusato di essere un autocrate, di decidere da solo. Ed è attorno a questo cronico nodo che ruoterà la festa. Perché ai piani alti il timore è quello di una scarsa affluenza proprio per il malessere interno. E c’è chi teme anche qualcosa in più, contestazioni più o meno organizzate. Anche per questo sarà fondamentale la presenza di Beppe Grillo, che all’ora di cena parlerà dal palco dell’Arena Flegrea. Il fondatore e garante proverà a ridare corpo a un Movimento slabbrato, affaticato dalle mille novità calate dal capo e vidimate sul web dagli iscritti (dal mandato zero al patto elettorale in Umbria).

Per paradosso la principale innovazione è quella che Di Maio non avrebbe mai voluto, l’accordo di governo il Pd. “Ero il più scettico di tutti, ma Grillo e il voto su Rousseau hanno deciso così”, ha ammesso il ministro. E stasera il garante tornerà a dire che la strada è quella, costruire un nuovo centrosinistra. Se ne è fatto una ragione anche Di Maio, che con il Pd non si trova male. “I dem sono seri, spesso collaborativi e spesso autonomi dai vertici, mentre nella Lega decideva tutto Matteo Salvini”, raccontano 5Stelle di governo. Poi, certo, c’è Matteo Renzi, con cui Di Maio ha giocato di sponda sull’Iva e a cui giorni fa ha chiesto di non portarsi via altri eletti grillini. Ma i problemi il capo ce li ha sempre, e specialmente, in casa.

Così da Napoli rilancerà sul team del futuro, una squadra di 12 persone ripartite per temi nazionali, a cui affiancherà decine di referenti regionali. Sarà la struttura a 5Stelle, con ruoli a cui ci si potrà candidare, e dal palco Di Maio spiegherà le modalità. Ma non solo, “lanceremo anche nuove riforme” ha garantito ieri. Potrebbe parlarne oggi sul palco con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, assieme a cui si farà intervistare. E saranno sorrisi per forza, tra due uomini che convivono nella distanza, allargatasi nelle ultime settimane.

E poi c’è tutto il resto. C’è l’umore cupo dei tanti parlamentari che invocano un’assemblea degli iscritti nella quale riscrivere regole e rotta. E per molti di loro il primo obiettivo resta tirare giù Di Maio, capo rinnovabile da Statuto. Che però ha un vantaggio non da poco, di capi alternativi non se ne vedono all’orizzonte. Anche Di Maio sa che i big vogliono una cabina di regia, una vera segreteria. Mentre gli attivisti guardano da fuori. E spesso non capiscono. Il senatore romano Emanuele Dessì riassume: “In questa fase dobbiamo riconquistare elettori. C’è bisogno di una scossa, di recuperare entusiasmo”.

Anche nella Regione Lazio governata dal segretario dem Nicola Zingaretti. Il laboratorio dell’alleanza col M5S, dove tre giorni fa i dieci consiglieri grillini si sono spaccati, ufficialmente sull’elezione del nuovo capogruppo, di fatto sulla trattativa con il Pd per sostituire due assessori entrati nel governo con tecnici graditi al M5S.

Alla fine è stata riconfermata Roberta Lombardi, il cui voto da regolamento è valso doppio. “Una forzatura opposta al principio dell’uno vale uno”, accusa la consigliera Valentina Corrado. Per tenere a bada i suoi, Lombardi ha promesso il sì del M5S a una mozione di sfiducia della Lega per Zingaretti, proprio lei fautrice dell’intesa coi dem. Ma il Pd è tranquillo, perché in Consiglio ha i numeri. E il governo con Di Maio non dovrebbe risentirne.

Sei regioni su nove: ribaltone giallorosa alle urne del 2020

Nove Regioni tra questo autunno e la primavera del 2020. Per riprendere terreno rispetto al centrodestra, che nell’ultimo anno ha conquistato tutti i territori in cui si è votato, Pd e 5 Stelle valutano di replicare l’alleanza di governo. Lo faranno di certo in Umbria il prossimo 27 ottobre, potrebbero farlo altrove, anche a seconda di come andrà nella regione rossa della dimissionaria Marini. D’altra parte occorre invertire la rotta. Nel 2018, dopo le elezioni del 4 marzo (nello stesso giorno il centrosinistra riuscì a tenere il Lazio, mentre il centrodestra sbancava in Lombardia), l’avanzata leghista ha lasciato il segno: vittoria dell’asse Lega-FdI-FI in Molise, Friuli Venezia Giulia, Val d’Aosta e Trentino Alto Adige. Nel 2019, stesso copione e vittoria del centrodestra in Abruzzo, Sardegna, Basilicata e Piemonte. Ora però i giallorosa ci sperano: nelle prossime nove Regioni, numeri e sondaggi sembrano confortanti.

Umbria. Quasi tutti i sondaggisti concordano: la candidata di centrodestra Donatella Tesei è avanti, ma la corsa alla Regione è aperta. Secondo Noto, la leghista avrebbe una forbice tra il 47 e il 51 per cento, con Vincenzo Bianconi che sarebbe tra il 39 e il 43. Stesso margine rilevato da Swg, che dà la Tesei tra il 48 e il 52, in vantaggio su Bianconi (41-45). Per Youtrend, Tesei al 47,2 e Bianconi al 43,1. Ma è Ixé a dare speranza a Pd e M5S, perché il 43% di incerti porterebbe i due candidati a un testa a testa in cui è Bianconi a essere in leggero vantaggio: 29,7 a 29,4.

Calabria. Alla fine FdI, che puntava su Wanda Ferro, ha dovuto cedere a Forza Italia, che sembra aver scelto il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto (caldeggiato da Sgarbi, che teme per il suo arresto). Il Pd ha scaricato Oliverio (che potrebbe correre da sé) e cerca l’intesa coi 5S, con Pippo Callipo favorito. GPF Inspiring Research riporta come intenzioni di voto un 28,2% al centrodestra e un 18,7 per l’asse 5Stelle-Pd, ma con una percentuale di indecisi o non votanti che arriva oltre il 53%. Guardando i risultati delle ultime Europee, favorevoli ai giallorosa, non è certamente il centrodestra il favorito.

Emilia-Romagna. Secondo la Dire, un sondaggio interno al Pd dà il centrosinistra avanti (44,5%) sul centrodestra (43,6). Il margine diventa rilevante aggiungendo l’8,5 % dei 5 Stelle. Il punto è se il M5S accetterà Bonaccini: il governatore ha ottimi consensi personali, superiori a quelli della leghista Borgonzoni, che pure nei giorni scorsi si è detta in possesso di sondaggi che la danno in testa (rispetto ai giallorosa divisi?). Prima di decidere sull’asse Pd-5S si aspetteranno comunque i risultati dell’Umbria. E sullo sfondo c’è Renzi: l’Emilia-Romagna potrebbe essere la prima Regione con le liste di IV.

Toscana. Il ballottaggio tra centrosinistra e centrodestra pottebbe essere sbilanciato dal patto Pd-5Stelle. Qui i grillini non sono fortissimi (12,7% alle Europee), ma comunque scongiurerebbero l’avanzata leghista. Occorrerà però superare la candidatura del renziano Eugenio Giani, tenendo conto anche della scissione. Il Nazareno vorrebbe Simona Bonafé, ma lei per ora non ci pensa e cerca un nome unitario, mentre Nardella ha lanciato Brenda Barnini. A destra sembrava certa Susanna Ceccardi, che però si è defilata al punto che adesso la candidatura potrebbe persino passare a FdI di Meloni.

Campania. Pd e 5Stelle sono nettamente favoriti, pur in mancanza di sondaggi per le Regionali. Messi insieme, alle ultime Europee il centrosinistra e il M5S hanno preso più del 55%, mentre il centrodestra, pur nel massimo splendore leghista, si è fermato al 38%. La coalizione potrebbe però farsi del male da sola, litigando sul candidato. De Luca tira dritto verso la ricandidatura, anche a costo di allearsi coi “gialli”, ma i 5 Stelle pretendono un nome nuovo. Non è da escludere, allora, che sia il Nazareno a scaricare il governatore, proprio come avvenuto in Calabria.

Puglia. Emiliano tre giorni fa ha ripetuto di avere “il dovere” di ricandidarsi. Fino a qualche anno fa sarebbe stato perfetto per l’asse coi 5 Stelle, che lui stesso caldeggiava, ma da mesi non si sopportano più. Qui, come in Campania, l’accordo potrebbe saltare sul nome del candidato. I 5 Stelle sono forti: alle Europee sono stati sopra il 26%, col centrosinistra oltre il 25. Il centrodestra intanto pensa a Fitto e punta a ricucire le distanze: il 26 maggio ha preso il 45%.

Liguria. Giovanni Toti si ricandida, dicendosi sicuro che gli alleati lo sosterranno. Un po’ meno sicuri sono quelli di Forza Italia, dato che ancora il mese scorso il portavoce forzista Mulè escludeva di poter votare il governatore scissionista alle Regionali. In ogni caso qui la partita sembra apertissima: alle ultime Europee i giallorosa hanno preso il 49%, il centrodestra poco più del 47%. E diversi esponenti locali dell’asse Pd-5 Stelle hanno già aperto all’alleanza.

Marche. Un sondaggio precoce di Bidimedia dà in vantaggio il centrodestra (41%) nelle intenzioni di voto rispetto a 5 stelle e centrosinistra, presi però singolarmente. In caso di alleanza, anche qui si arriverebbe probabilmente a un testa a testa. In questi giorni Matteo Ricci, sindaco dem di Pesaro, ha dato un segnale notevole, aprendo la giunta a un assessore grillino e augurandosi di “aprire una pista per il futuro”. Nel centrodestra, pare che la Regione possa andare a FdI e nel caso il nome forte sarebbe quello di Guido Castelli, ex sindaco di Ascoli.

Veneto. È l’unica Regione dove il centrodestra è in netto vantaggio. Il governatore Zaia, che grazie a una legge regionale può correre per il terzo mandato, ha lanciato un progetto di alleanza tra una sua lista, la Lega e una civica sindaci a suo supporto. Salvini però sembra non aver gradito, puntando a tener dentro alla coalizione anche gli alleati storici di centrodestra. In ogni caso, anche guardando le ultime Europee (62,6% centrodestra, 34% giallorosa) non dovrebbe esserci partita, sia in caso di asse 5 Stelle-Pd sia in caso di corsa solitaria. Anche se le frenate di Salvini sull’autonomia restano una forte incognita.

James Cont 007

Avevamo deciso di aspettare di saperne qualcosa di più, prima di commentare lo strano caso di James Cont detto 007, essendo abituati a basarci sui fatti e non sui boatos. Poi abbiamo letto la seguente dichiarazione di Salvini, rilasciata a un’ora pericolosamente tarda del pomeriggio dell’altroieri: “La parabola di Conte la vedo bella che finita… può andare ovunque quando vuole. Lo vedo confuso, da cinque giorni dice tutto e il contrario di tutto, ma evidentemente c’è qualcosa che non torna. Chiedeva chiarezza da me, ora il popolo chiede chiarezza a lui”. Già il fatto che Salvini dia del “finito”, “confuso” e contraddittorio a Conte mette di buonumore: è come se Rocco Siffredi desse del pornodivo a Carlo Giovanardi. Il fatto poi che gli intimi di fare “chiarezza” a nome di un fantomatico “popolo” è davvero irresistibile. Conte non ha ancora detto una parola sul tema (dunque difficilmente, a differenza di Salvini, può dire “tutto e il contrario di tutto”) perché chiede da dieci giorni di essere sentito dal Copasir, cioè dal comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Invece da un anno il Parlamento chiede invano a Salvini di chiarire in commissione Antimafia e nelle aule parlamentari due faccenduole da niente: i suoi rapporti col fido Arata, indagato per una presunta tangente al fido Siri e socio occulto di quel Nicastri appena condannato a 9 anni per mafia a causa dei suoi legami con un altro Matteo (Messina Denaro); e le sue trasferte a Mosca con Savoini, indagato per corruzione internazionale con altri due italiani e tre russi che trattavano una fornitura petrolifera da Gazprom e una stecca di 65 milioni di dollari per la campagna europea della Lega (certamente chiesta, non si sa se versata).

Ciò che sfugge a Salvini è che Conte è sospettato (si fa per dire) di rapporti con un Paese alleato da 75 anni, a cui precedenti governi hanno reso servigi infinitamente più scandalosi (l’ok al sequestro di Abu Omar, il segreto di Stato per intralciare le indagini e infine la grazia agli spioni della Cia condannati, per non parlare della vergogna del Cermis e di tante altre). Invece Salvini e/o i suoi cari sono sospettati di rapporti con nemici chiamati Russia e Cosa Nostra. Se questa lievissima differenza sfuggisse solo a lui, poco male. Ma siccome i giornaloni al seguito dei due Matteo azzardano ridicoli paralleli tra caso Salvini-Russia e presunto caso Conte-Usa, è forse il caso di rammentare qualche dettaglio. Tutto ciò che sono accusati di aver fatto Siri, Arata e Savoini – se confermato – sarebbe illecito. Tutto ciò che è accusato di aver fatto Conte – se confermato – sarebbe lecito.

A meno che qualcuno non tiri fuori una legge, una norma, un regolamento, che vieta ai capi dei servizi di incontrare il ministro di un paese amico. Resta da capire se la condotta di Conte, oltreché lecita, sia stata anche opportuna. Al momento, risulta quanto segue. Il ministro della Giustizia americano Barr, in vacanza in Italia ad agosto, fa chiedere a Conte dall’ambasciatore Usa di poter incontrare i vertici dei servizi. Conte – che dirà di non averne mai parlato con Trump né con Barr – autorizza l’incontro. Che avviene il 15 agosto nella sede del Dis in piazza Dante a Roma, dove Barr arriva col consueto corteo di auto di scorta e rappresentanza: quanto di meno clandestino si possa immaginare. Quando sa dagli 007 che tipo di informazioni interessano al ministro, Conte detta loro le regole d’ingaggio per il secondo incontro del 27 settembre, sempre in piazza Dante: nessun documento potrà essere consegnato, salvo richieste di rogatoria da Barr (che è pure General Attorney, cioè primo magistrato d’America e responsabile dell’Fbi) alla magistratura italiana. Invece le semplici informazioni sul Russiagate interessano a entrambi i governi. Se ci fossero state deviazioni di personaggi o ambienti legati ai nostri servizi (Link University, Mifsud ecc.) contro Trump o la Clinton alle Presidenziali 2016, la nostra intelligence dovrebbe saperlo e intervenire. Idem quella americana a parti invertite.
Di solito questi scambi di notizie avvengono tra omologhi: cioè tra servizi e servizi. Dunque l’incontro fra un’autorità politica (ma anche giudiziaria) come Barr ed entità tecniche come i nostri servizi (ma sotto il controllo e con le regole dettate dal premier) è lecito, ma irrituale. Il che non significa che sia inedito: chi può dire che non sia mai accaduto in passato, solo perché non si è mai saputo? Diversi capi di Stato, soprattutto del Medio Oriente e dell’Africa, sono usi contattare personalmente alcuni capi dei nostri servizi, per antiche consuetudini. Ma ovviamente, trattandosi di regimi autocratici, nessun funzionario si sogna di spifferare la notizia ai giornali, come invece accade nell’America di Trump dilaniata dalla guerriglia politico-elettoral-spionistica. Perciò, prima di giudicare, è meglio attendere che Conte e i capi di Dis, Aise e Aisi raccontino al Copasir quel che è accaduto. Tutto dipenderà da un elemento che ancora nessuno conosce: quali notizie si siano scambiati gli italiani e l’americano. Quando lo sapremo, capiremo se chi accusa Conte di nascondere altarini indicibili o addirittura di aver venduto i nostri servizi a Trump in cambio dell’appoggio al suo nuovo governo (col tweet pro “Giuseppi”) aveva regione o raccontava balle. Al momento nulla autorizza i due Matteo e i giornaloni al seguito a menare scandalo. E tutto ci autorizza a sospettarli di voler screditare il nemico comune: Giuseppe Conte, che va abbattuto a ogni costo per motivi che ci sfuggono, ma forse un giorno scopriremo. Nell’attesa, ci orientiamo con la bussola dell’esperienza: di solito, se uno ha Salvini, Renzi e i giornaloni contro, è gravemente indiziato di stare dalla parte giusta.

Un’adolescenza transgender: il diritto di scegliersi la propria identità

L’adolescenza non è una passeggiata per nessuno, ma per qualcuno può essere molto complicata: P. è un ragazzo che vorrebbe essere ragazza, si fa tagliare i capelli da donna, piace a uomini a cui piacciono le donne e che mai si classificherebbero come omosessuali. P. la mia adolescenza trans è il nuovo libro di Fumettibrutti, che è lo pseudonimo di Yosefine Jole Signorelli, che a sua volta è P. Con lo stile brutale eppure poetico che abbiamo conosciuto in Romanzo esplicito, Fumettibrutti racconta una adolescenza sempre in bilico tra il disastro e la rinascita, in cui il sesso è uno dei tanti modi (forse il più superficiale) di interazione con gli altri. Sulla carta, quella di P. sembra una vicenda di repressione e drammi: adolescente in provincia al Sud, una madre amorevole ma troppo cattolica, un fratello affetto da autismo, i soliti bulli a scuola. E l’impressione di stare nel corpo sbagliato che spinge P. a darsi a tutti e a tutte perché – pensa – nessuno potrà mai amare un simile scherzo della natura. Ma quella che ci racconta Fumettibrutti è soprattutto una storia di affermazione e riscatto: quando arriva il momento della terapia ormonale, che inizierà a trasformare il corpo, P. è già cambiato nello spirito. Ha accettato la sua irriducibile unicità della quale la fluidità del genere è uno degli aspetti ma non l’unico rilevante. Questo non è un graphic novel che scandalizzerà i bigotti ossessionati dalle teorie gender, nonostante le scene esplicite. Perché è un racconto niente affatto morboso di quel percorso che tutti abbiamo affrontato per definire la versione adulta di noi stessi. Per qualcuno, come P., questo comporta superare barriere più alte della media. Ma se l’esito è la serenità e la consapevolezza, un simile sforzo merita quantomeno rispetto.

 

“Ho tradito e potrei farlo di nuovo”

Sul gruppo Facebook che porta il suo nome da qualche giorno è scattato il conto alla rovescia. C’è chi prepara torte con i suoi riccioli in pasta frolla e chi sogna di stirargli le camicie. “Un affetto che mi sconvolge, preferisco non pensarci perché è commovente”. Eppure lui, Niccolò Fabi, l’antidivo, per tornare ha usato proprio il suo corpo. Nel video di Io sono l’altro, il primo singolo di Tradizione e tradimento, in uscita oggi, si vede soltanto lui, t-shirt bianca e sguardo in camera. “Non doveva essere così: il mio corpo doveva servire da contenitore per alcune elaborazioni grafiche, ma ci siamo resi conto che non funzionava. E così abbiamo scelto: un’unica clip, senza tagli. Un mio enorme atto di coraggio dopo un altro fallimento”.

Fabi, come può parlare di fallimento, dopo aver lasciato un pubblico adorante, alla fine del tour per l’album Una somma di piccole cose?

È stato un percorso che ha attraversato varie fasi, compresa quella dell’undicesimo trasloco in 22 anni. Il cambiamento, il movimento sono la mia ossessione. E se da un punto di vista umano ha conseguenze complesse, da quello artistico rende tutto importante. Con quel disco avevo goduto della libertà di poter mostrare la mia attitudine artistica e avevo trovato nel pubblico stima e consenso. Una magia impossibile da ricreare, una consapevolezza potentissima, seguita da una domanda: e ora che faccio?

E che ha fatto?

Per un anno non ho preso in mano una chitarra: ho vissuto, sofferto, gioito. Poi, però, ho sentito che la mia vita si stava impantanando. Evidentemente la scrittura – ma ne avevo già un vago sospetto… – non è per me un’attività professionale e neanche artistica: è un’autoterapia. Ho bisogno di scrivere canzoni per mettermi in equilibrio, io che sono perennemente in disequilibrio.

Non ha il sacro fuoco dell’arte?

Professionalmente della musica non mi frega nulla – ovvio, è mia compagna nella vita quotidiana –, io non scrivo e non canto meglio di altri. Quello che rende i miei brani scottanti (Scotta è il secondo singolo tratto dall’album, ndr) è la mia ipersensibilità. Non è il linguaggio artistico che rende un po’ speciale ciò che scrivo, ma il suo significato. Solo che, dopo un disco così intimo e intimista, volevo alleggerire. Sono andato a Ibiza e, con la producer Costanza Francavilla, ho tentato di virare sull’elettronica, di fare una cosa insolita, di gusto, carina.

Ma credo non le sia piaciuta.

Ho rischiato di perdere la mia identità “sociale”, quella riconosciuta dagli altri, e di tornare a essere uno dei cinquemila che fanno quelle cose.

Quindi s’è redento?

Ho iniziato a uscire dall’impasse raccontando quello smarrimento (altro brano, I giorni dello smarrimento, ndr). Quando ho riascoltato la mia voce in quel pezzo, mi sono detto: “Ma di che cazzo stamo a parla’? Io qua devo andare a parare”. La mia vita, i miei occhi, la mia pelle sembrano fatti apposta per raccontare quella cosa lì. Allora ho accettato il fallimento.

Rieccoci, con il fallimento.

Tornare a raccontare alcune cose è stato il fallimento della speranza di poter essere altro, ma è anche la conferma di avere tra le mani un piccolo tesoro. Ho utilizzato il tradimento per valorizzare la tradizione con i miei compagni storici, Bob Angelini e Pier Cortese.

C’è un brano, Amori con le ali, in cui unisce arpeggiatore e chitarra acustica.

Un’ode al movimento. Se vogliamo creare un diagramma alle cui estremità ci sono la tradizione e il tradimento, quella canzone è la più a destra di tutte.

E la più a sinistra?

Quella che dà il nome all’album.

In questi giorni i firmacopie, poi riparte in tour nei teatri. Cosa si aspetta?

Ritrovo i teatri, la mia dimensione, e chiederò alle persone di fare un passo in più. La scaletta riserverà sorprese.

Tradirà il pubblico?

Chiederò la loro fiducia per togliere alcune ritualità e provare a sperimentare. Il mio dovere è tradire alcune certezze.