Nella Berlino liberata l’ex commissario ebreo Oppenheimer ritorna a indagare

La guerra è finita da più di un anno, Berlino è stata liberata dall’Armata Rosse e l’ex commissario Richard Oppenheimer – scampato ai lager perché ha sposato l’ariana Lisa – può finalmente andare in giro senza la stella gialla sul braccio. Siamo alla fine del 1946 e la capitale tedesca è divisa tra gli Alleati e i sovietici. Le regole cambiano da zona a zona. Oppenheimer lavora da impiegato all’Ufficio ricerche ma viene reclutato dal suo “amico” Aksakov, colonnello del famigerato Nkvd, il commissariato del popolo per gli affari interni dell’Urss. I due hanno risolto un caso in precedenza e adesso l’ex commissario ebreo ha un compito delicato: scagionare dall’accusa di omicidio un tedesco stalinista di nome Georg Hüttner. Nel caos della Berlino postnazista la sinistra è dilaniata da uno scontro tra socialdemocratici e comunisti.

Hüttner è indiziato per la morte di un certo Orminski, un Volksdeutsche, ossia un fuggitivo dell’Est teutonico. Il cadavere è nudo e ricoperto di scritte. Indi si verificano altri omicidi e i sospetti di Oppenheimer, che fa da consulente al vecchio collega Billhardt, rimasto in polizia, si concentrano su un serial killer. L’assassino lascia un segno sulle case delle vittime, come l’Angelo della Morte. La lista nera (traduzione di Angela Ricci) è il quarto romanzo delle serie inventata dal bravissimo Harald Gilbers e offre un “paesaggio” storico, sociale e politico purtroppo di grande attualità. Tra le macerie di Berlino, infatti, dilagano la disperazione dei profughi (o migranti), la miseria e la lotta per la sopravvivenza, l’omofobia, il gelo che uccide e l’eterno antisemitismo. Un giallo democratico nel senso più alto del temine.

 

 

Massini, una ballata “coi piedi” di donna

Miglior lancio non poteva averlo l’ultimo romanzo di Stefano Massini. Gliel’ha offerto gratis il direttore sportivo della Roma, Gianluca Petrachi, il quale, volendo spiegare agli interlocutori che nel calcio non tutti i contatti sono fallo, ha pensato bene di fare un tuffo all’indietro di qualche decennio e affidarsi al classico “non è uno sport per signorine”. E non è un caso che a pagina 65 di Ladies football club (Mondadori) il signor Hubert Walker, cent’anni fa imprenditore nel settore armamenti a Sheffield, petracheggi: “Mai e poi mai / si era sentito che il football fosse cosa da gonnelle”.

La storia del libro è presto detta. Undici operaie di una fabbrica di bombe, spariti i mariti in quella che si chiamava Grande Guerra prima che si dovesse numerarle, si mettono a giocare a pallone durante una fatidica pausa pranzo e finiscono per fondare, appunto, il Ladies football club del titolo. Un omaggio che Massini – autore teatrale celebrato, ormai sbarcato pure in tv – rende alle prime squadre di calcio femminili nel tono post-epico che è uno dei più naturali alla sua voce: laddove la leggenda dell’eroe, o nel caso specifico delle eroine, sopravvive nei toni dell’ironia e del grottesco, ma senza mai cedere al cinismo o, peggio, alla superficialità.

D’altra parte il pallone, è ormai accertato, esiste raramente come fatto, ma sempre come simbolo: qui siamo nel campo dell’ovvio e, sotto alla palla, si nasconde il riscatto di undici rappresentanti di una doppia minorità – undici donne, undici operaie – che prendono a calci la vita, la guerra, il matrimonio, la solitudine, il patriarcato, il dolore e, ovviamente, lo stato di cose presente (un po’ di Marx non guasta mai). E lo fanno eroicamente anche se questa rivoluzione, raccontata oggi, non ha nulla di realmente sovversivo: il calcio femminile piace a tutti, in fondo – ne siamo convinti – pure a Petrachi.

Massini, che da romanziere ha all’attivo un capolavoro come Qualcosa sui Lehman, torna in questo libro, per così dire, sul luogo di due differenti delitti: il primo è la fabbrica tutta al femminile che aveva già affrontato nello spettacolo “sindacale” (poi film) 7 minuti, il secondo è la forma della ballata adottata appunto per raccontare la storia della famiglia Lehman, con meno sperimentazioni grafiche e linguistiche, ma la stessa felice capacità di descrivere i personaggi con pochi, ellittici tocchi (d’altronde cosa sarebbe il pelide Achille senza l’ira funesta?).

Eppure la sensazione è che in Ladies football club lo scrittore finisca per spiaggiare il suo indubbio talento – così capace di sorpresa, umanità e complessità quando affronta guerre vere (i soldi, il lavoro) – nei lidi rassicuranti dell’immaginario progressista in cui, pur volendo, non si riesce a dar fastidio a nessuno: tanto la battaglia è finta e il cattivo s’è arreso da quel dì. Che questo appeasement culturale avvenga in ambito calcistico fa poi sfiorare all’autore quella che definiremmo la “Zona Buffa”, nel senso dell’avvocato Federico, volto Sky così efficace da aver imposto all’immaginario collettivo il modello di riferimento del racconto sportivo. Osvaldo Soriano ci perdonerà, ma a Pensare coi piedi, ormai, si rischia di essere o inoffensivi o Petrachi.

 

“Peaky Blinders”, oltre al crime drama c’è l’Inghilterra per nulla scontata

Chi pensa che Peaky Blinders sia la solita serie tv su un gruppo di criminali senza scrupoli ci ha preso solo a metà. Siamo nell’Inghilterra negli anni Venti e la serie segue le vicende di una banda di delinquenti realmente attiva a Birmingham fra fine Ottocento e inizio Novecento. Curiosa l’origine del nome Peaky Blinders, che tradotto in italiano sarebbe “paraocchi a punta”: i componenti della gang, che vestivano abiti su misura e pantaloni a zampa d’elefante, cucivano nelle visiere dei loro cappelli lamette da barba che all’occorrenza potevano diventare coltelli. Nella serie prodotta dalla Bbc il loro leader incontrastato è Tommy Shelby, interpretato da Cillian Murphy, un uomo geniale e tormentato che è riuscito nell’impresa di portare la sua famiglia di origini gitane fin dentro al Parlamento britannico (“Una tenda, poi una barca, poi una casa, poi una villa: una bella ascesa” gli dice Winston Churchill nell’ultimo episodio della quinta stagione, disponibile su Netflix da qualche giorno). E qui arriviamo al cuore di Peaky Blinders, che è sì un ottimo crime drama, sicuramente uno dei migliori in circolazione, ma anche molto di più. Peaky Blinders è un viaggio affascinante nella storia della Gran Bretagna a cavallo tra le due guerre. Ci sono il dramma dei reduci dal conflitto mondiale – Tommy e i suoi fratelli hanno combattuto in trincea – e le tensioni fra cattolici e protestanti in Irlanda. C’è Churchill, una figura molto più oscura e controversa di come ci è stata raccontata dalla storiografia ufficiale. E nella quinta stagione arriva pure Oswald Mosley, il leader dei fascisti britannici, personaggio interessante e non così conosciuto al di fuori del Regno Unito. Steven Knight, il creatore della serie, ha già annunciato che nella prossima stagione comparirà “una figura storica che potrebbe sorprendere molte persone”. Ecco, la buona notizia per chi si è già guardato i sei nuovi episodi è questa: ci saranno anche una stagione 6 e una stagione 7, che si concluderà “con l’inizio delle sirene antiaeree della Seconda Mondiale”. Parole di Knight che, pare, sta ragionando su un paio di spin-off.

 

Romeo and Juliet: un film già visto

Tutta colpa di Baz Luhrmann se da vent’anni a questa parte ci tocca vedere (quasi sempre) un Romeo biondino e con ciuffetto alla DiCaprio, una Giulietta palliduccia e con lacrimuccia e un Mercuzio in versione sboccata e drag queen, tanto il film (del 1996) ha contagiato e inquinato l’immaginario della tragedia degli amanti “nati sotto contraria stella”.

Passa ora in Italia il Romeo and Juliet – in lingua originale – di Chris Pickles, ospite per il quinto anno consecutivo, con la sua Bedouin Shakespeare Company, del Globe Theatre di Roma diretto da Gigi Proietti. Come ricorda il regista nelle note, “dell’opera sono state prodotte quasi 50 versioni cinematografiche (la prima nel 1908) e più di 200 altri film ispirati alla storia, oltre ad adattamenti sotto forma di opere liriche, balletti, musical, mimi, versioni orchestrali e rap. Il Trono di Spade potrebbe forse essere considerata la versione rimaneggiata di Romeo e Giulietta per la generazione contemporanea”. Già, e allora perché riallestirlo e, soprattutto, rivederlo?

Lo spettacolo di Pickles è molto fedele al Bardo: due adolescenti isterici, in preda alle prime fregole sessuali, si cacciano nei guai pur di sposarsi, esacerbando il conflitto tra le rispettive famiglie, già nemiche da tempo. Oltretutto c’è il grave problema dell’insonnia: Romeo non dorme da due giorni; ovvio che poi ne ammazzi uno e ne sposi un’altra (non la ritrosa Rosalina di cui è innamorato all’inizio della pièce). Insomma, molti colpi di testa e molti colpi di scena sotto il solleone della “bella Verona”.

Se la performance dei protagonisti (Jack Forsyth-Noble e Joanna Lucas) è buona, ma standard, a fare la differenza – come spesso in questa tragedia – sono la balia (Kali Peacock, che veste anche i panni del Principe, o meglio Principessa) e Mercuzio (Michael Watson-Gray, che interpreta pure Frate Lorenzo), ovvero i ruoli comici. Qui, però, la (sotterranea) commedia è più formale che sostanziale, affidata ai colori – troppi – di luci e costumi, alle coreografie, a balli e battibecchi in un allestimento un po’ paesano che sfrutta lo spazio solo orizzontalmente. Con buona pace del balcone, che fa la scena del balcone e poco altro.

Fedele, fin didascalico e didattico, è questo Romeo and Juliet: non che al Globe di Londra oggi facciano le piroette, o stravolgano Shakespeare come piace tanto a noi, ma qualche guizzo, e soprattutto aria, non sarebbe guastato in quasi tre ore di recita. Pur godibile e ben orchestrato, curato e confezionato, questo resta uno spettacolo per le scuole e i turisti, laddove il cinismo, la malizia e l’ironia non sono che pallide comparse, le scene drammatiche diventano lacrimose, quelle comiche suonano triviali e il finale, lì per lì arioso, evapora presto dallo stato incantevole a quello stucchevole. Troppe romanticherie latine, insomma: ridateci la perfida Albione.

 

“Padre nostro”, storia di violenza e amicizia (con Favino)

Pierfrancesco Favino è tornato sul set per interpretare Padre nostro, il terzo lungometraggio di Claudio Noce in cui recitano anche Barbara Ronchi e i giovanissimi Mattia Garaci e Francesco Gheghi. Ispirato a un fatto di cronaca, racconterà la storia di due ragazzini, Valerio e Christian, e dell’estate in cui faranno i conti con una scoperta terribile, la violenza degli adulti, e con una meravigliosa, la forza dell’amicizia. Dopo le riprese romane la lavorazione si è spostata sulle coste lucane grazie al sostegno della Calabria Film Commission, alla produzione affidata alla PKO Cinema & Co dello stesso Favino, Lungta Film e Tendercapital Productions, in collaborazione con Vision Distribution.

Dopo le riprese di Non odiare, un’inquietante opera prima di Mauro Mancini di cui è protagonista con Sara Serraiocco, Alessandro Gassmann arriverà lunedì a Napoli per girare Ritorno al crimine, sequel della fortunata commedia di Massimiliano Bruno Non ci resta che il crimine, di cui sarà ancora uno degli interpreti principali con Marco Giallini, Gianmarco Tognazzi, Edoardo Leo e Ilenia Pastorelli e le new entry Carlo Buccirosso, Corinne Clery e Loretta Goggi. L’iperattivo Alessandro tornerà a Napoli a dicembre per la terza edizione della serie di Rai 1 I bastardi di Pizzofalcone (questa volta diretta da Monica Vullo) e riallestirà da regista lo spettacolo teatrale di Maurizio De Giovanni Il silenzio grande di cui dirigerà in estate anche una versione per il cinema.

Lillo e Greg torneranno al cinema con D.N.A. Decisamente Non Adatti, una nuova commedia di cui sono sia registi che protagonisti con Anna Foglietta, nel ruolo due ex compagni di scuola elementare molto diversi tra loro che si rivedono da adulti e decidono di scambiarsi i codici genetici per migliorare le proprie vite.

 

Terrorismo e Cia: sbatti il “Report” in prima pagina

Se avete canaglia nostalgia di Tutti gli uomini del presidente, se più recentemente vi hanno stuzzicato Vice, The Post e Spotlight, non potete perdere questo The Report, che infila la macchina da presa nel Programma Detenzione e Interrogatorio intrapreso dalla Cia dopo l’11 settembre 2001 e nel correlato Rapporto, 525 pagine desunte da 6.700, presentato al Comitato ristretto per l’Intelligence del Senato nel 2014.

A redigerlo, con altri, l’investigatore Daniel J. Jones incaricato dalla senatrice Dianne Feinstein di indagare sugli “interrogatori avanzati” di sedicenti terroristi in giro per il mondo affidati dall’Agenzia a due psicologi, James Mitchell e Bruce Jessen, buoni a nulla ma pronti a tutto: waterboarding, privazione del sonno e altre torture. Il “lato oscuro” (copyright Dick Cheney) abbracciato dagli Usa per combattere al Qaeda & C. che però non diede alcun risultato, salvo ignominia e raccapriccio: “La violenza – osserva lo psichiatra James Gilligan – è un tentativo di rimpiazzare la vergogna con l’autostima”, e quando è di Stato, be’, abbiamo un enorme problema.

A sondarlo è ora Scott Z. Burns, valente sceneggiatore per Steven Soderbergh e per il nuovo 007 No Time to Die, che dirige un compreso e compito Adam Driver (Jones) e una misurata ed efficace Annette Bening (Feinstein) in un thriller senza enfasi, clamore e scorciatoie, che ne ha per tutti, repubblicani e democratici, ma deve solo alla verità.

L’indagine è poderosa quanto preziosa, il film la esalta in senso minimalista, ovvero ne prende atto, ne dà contezza con forma piana, devozione e distacco insieme: sul poster campeggia “truth matters”, ma ancor prima contano le persone, i funzionari pubblici dediti e indefessi e “finché ce ne saranno come Daniel J. Jones penso ci sia speranza”. Non c’è la vita privata del Senate staffer, solo la ricerca in seno a un’Agenzia ostile; non c’è il monumento al giornalismo, che aiuta l’inchiesta ma non può, non deve tutto, giacché tocca allo Stato assumersi le proprie responsabilità, la propria resipiscenza; non ci sono i colpi di scena spettacolari e le esche emotive, bensì la piena fiducia nel pubblico, caso sempre più raro. Dopo Sundance, Toronto e Londra, The Report passa alla XIV Festa di Roma il 23 e il 27 ottobre, prima di una tre giorni in sala (18 – 20 novembre) e dell’approdo su Amazon Prime Video dal 29 novembre: è una visione che nobilita, civilmente e cinematograficamente. E chissà che Burns non metta mano anche al Russiagate e agli altri “casini” di Trump: “La prima bozza della Storia è spesso sbagliata, si corre il rischio di fraintendere, bisogna essere pazienti: prima di fare il mio lavoro, giornalisti o ricercatori come Daniel devono fare il proprio”. Anche i whistleblowers: Jones crede ce ne siano “almeno due su Trump, e il programma protezione va rafforzato: The Report serve a incoraggiarli, la verità è alla nostra portata”.

@fpontiggia1

Il Nobel che vinse 2 VOLTE

Dopo un anno di sospensione – a causa dello scandalo molestie che investì il marito di una (allora) giurata – l’Accademia di Svezia è tornata a pronunciarsi sulla Letteratura, assegnando due Premi Nobel: quello del 2018 è andato alla polacca Olga Tokarczuk, mentre del 2019 vincitore è l’austriaco Peter Handke. Due voci del fu impero austro-ungarico, quando non c’era l’Ue, ma la colta Mitteleuropa, che dettava l’agenda culturale a tutto il mondo. Da opposti fronti – lui nazionalista e filo-serbo, lei attivista libertaria nella Polonia dei conservatorismi – i due scrittori ben rappresentano le contraddizioni del Vecchio continente oggi, la cui unità e unicità, si spera, passa ancora per la poesia.

 

Olga, la “vagabonda” osteggiata in patria

La 57enne polacca Olga Tokarczuk – insignita del Nobel per la letteratura relativo all’anno 2018 – è una di quelle autrici per cui il tempo della scrittura è sempre inferiore a quello della ricerca. Quando sceglie una storia da raccontare cade nella trappola di una ossessione totalizzante, al punto che liberarsene significa licenziare pagine capaci di trattenere tutto ciò che i sensi e l’intelletto hanno sperimentato.
Leggere i libri della Tokarczuk è come salire a bordo di un bus che muta senza sosta tragitto e destinazione. Tutto è confuso, aperto, in divenire. Una singolarità che l’autrice deve alla “fortuna di essere nata polacca”. Sì, perché la sua lingua madre non è mai precisa ma fluida. Una lingua perfetta per la poesia. Non a caso i due polacchi premiati con il Nobel sono stati sinora Milosz nel 1980 e la Szymborska nel 1996. Una lingua che l’autrice padroneggia con mano sicura, con un talento cresciuto a dispetto della distruzione della grammatica perseguita a suo tempo dal regime comunista. Questa sua capacità di nominare le cose alimenta il suo impegno di attivista politica, avversa al feticcio identitario e ai nazionalismi e per questo bersagliata in patria.
I giurati di Stoccolma hanno giustificato il Nobel con questa motivazione: “Per l’immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta il superamento di confini come una forma di vita”. Tocca menzionare in tal senso I vagabondi (Bompiani, 2018), a tutt’oggi l’opera che l’ha imposta in Italia dopo che alcuni suoi libri precedenti erano usciti in sordina per piccoli editori come e/o, Nottetempo e Fahrenheit 451. I vagabondi è un testo che esplora il senso contemporaneo del viaggio in tutte le sue declinazioni, dal pellegrinaggio al turismo di massa. Il viaggio non è più attraversare uno spazio lineare ma procedere a salti, da un punto all’altro con frenesia. La scrittura è fedele a questo cambiamento: le storie emergono e spariscono per poi ritornare, frasi e brani galleggiano sulla pagina come elementi mobili che si allungano e si ritraggono. Come se la sintassi fosse in simbiosi perfetta con il mondo spezzettato e a frammenti che lo sguardo cattura. Se esiste un’etica della letteratura per la Tokarczuk equivale a “penetrare l’apparenza”, come si legge in Casa di giorno, casa di notte, uno dei suoi libri precedenti. Una narrativa che sprigiona una libertà creativa che non è arbitrario considerare un felice risarcimento dopo il doppio scacco dei totalitarismi che ha mortificato la sua Polonia.
Crocifisso Dentello

 

Handke, il filo-serbo poeta dell’Austria infelix

“Per un lavoro influente che con ingegnosità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità umana”. Così, senza nemmeno un accenno di polemica, l’Accademia di Svezia motiva il conferimento del Premio Nobel per la letteratura 2019 allo scrittore austriaco Peter Handke (classe 1942).
Cagioni di polemica, a Stoccolma, ve ne era più d’una: Handke, che dal ’90 vive a Chaville fuori Parigi, nel 2014 – quando a vincere fu Patrick Modiano – definì il premio una “falsa canonizzazione”, che andrebbe “finalmente abolita”. E aveva, vieppiù, ammesso che essere annoverato tra i papabili “ti infastidisce, e allora ti infastidisci con te stesso perché ci pensi: è una cosa indegna e al contempo si diventa per un po’ se stessi indegni”. Su questo, “passons” (freghiamocene, come direbbero i suoi vicini di casa francesi)! E agli accademici non è importato nemmeno che nella guerra serbo-bosniaca lo scrittore abbia appoggiato la Serbia di Milosevic, per Handke solo colpevole – lui che è stato accusato di crimini contro l’umanità – di aver creato una strada alternativa al capitalismo, e per ciò demonizzato dai media occidentali.
Ciò che in sede di decisione sarà forse valso è proseguire l’opera di valorizzazione della letteratura del margine, oltre le maglie dei generi e in controtendenza al mainstream. Dal suo canto, raggiunto ieri davanti alla chiesa di Chaville, Handke rivendica le sue posizioni: “Non ho nulla da cambiare: la mia natura è la mia natura” e considera la scelta dell’Accademia “coraggiosa”.
Come outsider, l’autore si fa notare già dall’esordio nel 1966 sia in qualità di drammaturgo, con Insulti al pubblico, una pièce che si scaglia contro il torpore intellettuale degli spettatori e fa spettacolo ancorché dichiari “Questa sera non c’è spettacolo”; sia di scrittore con I calabroni, un romanzo perturbante a partire dalla sua indefinibilità: la storia di tre fratelli in Carinzia (dove l’autore è nato e cresciuto) che diventa una riflessione sui simboli della letteratura stessa.
Rinomato anche al cinema (ha sceneggiato con Wim Wenders Il cielo sopra Berlino), il giudizio sul Nobel spetta come sempre al lettore che, oltre a I calabroni, ha amato la sua Donna mancina e trova ora in libreria Prima del calcio di rigore, L’ambulante (Guanda, che ha ricuperato questo autore) e i suoi testi teatrali per Quodilibet, tra cui Ancora tempesta e I bei giorni di Aranjuez. La decisione è presa: Handke non imiterà Bob Dylan (accetto ma non ritiro) né Jean-Paul Sartre (rifiuto e vado avanti), ma ritirerà il premio “se Dio mi lascerà andare”. Amen.
Angelo Molica Franco

Il manifesto online e il bonus per uccidere

“Dov’era la polizia quando il killer neonazista ha tentato di assalire la nostra sinagoga?”: il giorno dopo il raid di Stephan Balliet ad Halle an der Saale, le polemiche sono roventi. La tiepida solidarietà del borgomastro di Halle, il fatto che da mesi la sinagoga è bersaglio di cortei dell’estrema destra che quasi ogni shabbath percorrono indisturbati la Humboldstrasse dove si trova il tempio israelitico, tutto contribuisce a imbarazzare il governo centrale.

Il ministro degli Interni, Host Seehofer, ha promesso che d’ora in avanti i luoghi di culto ebraici saranno “protetti meglio”, ma la comunità (poco più di 600 persone) accusa la polizia di non aver garantito la protezione nel giorno dello Yom Kippur, nonostante le minacce. I servizi d’intelligence fanno sapere che 12700 estremisti di destra considerati pericolosi sono schedati, ma come mai gli è sfuggito Balliet? Terrorismo di stampo neonazista: “Il carattere dell’uomo è marcato da un antisemitismo feroce e da odio verso gli stranieri”. Nella sua auto sono state trovate delle borse con 4 chili d’esplosivo. Tolleranza zero, chiede la Merkel. Risponde a muso duro Ronald Lauder, presidente del Consiglio Mondiale Ebraico: “Basta con le chiacchiere. Abbiamo bisogno di fatti, non di parole”. Il collega Josef Schuster, presidente del Consiglio Centrale degli ebrei tedeschi, chiosa: “Ciò che è avvenuto è scandaloso”. Il problema è che Halle è uno dei centri in cui l’estrema destra è più forte, nel cuore di una Sassonia dove l’Alternative fur Deutschland, ha preso il 24 per cento dei voti. Pegida, il movimento neonazi più corposo, ha sede a Dresda. Un’ora d’auto da Halle.

Impossibile che il killer abbia fatto tutto da solo se non nell’esecuzione dell’attentato. Non per la fornitura di armi, l’addestramento, la scelta della piattaforma web in cui postare il video. Premeditato. Il primo ottobre, infatti, il killer ha preparato un documento, per giustificare “l’operazione Halle”. Il file ha una scritta in giapponese che lo qualifica come “Manifesto”, “una guida spirituale per gli uomini bianchi scontenti”. Il testo, in inglese, è di 4 pagine (una è bianca: forse voleva aggiungere qualcosa nel caso fosse riuscito a sfuggire alla polizia): una sola frase c’è in cui invita ad uccidere ebrei, comunisti, musulmani, e “traditori”. Allegati al manifesto due file. Il primo contiene, nei dettagli, il progetto d’assalto, comprese foto di armi e munizioni varie. Il secondo è l’indirizzo url del link in cui trovare il video dell’attacco, battezzato “Anon”. Nel lessico della galassia nera vuol dire “futuro” ma è anche l’acronimo di anonymous. L’anonimato di chi si batte contro gli immigrati, gli ebrei, le femministe. In calce alla pagina bianca del “manifesto”, una minuscola legenda: “Grazie per averlo letto”. È evidente il maldestro tentativo di imitare Brenton Tarrant che lo scorso 15 marzo uccise una cinquantina di persone nella moschea di Christchurch, in Nuova Zelanda. Emerge l’odio verso le donne: “Il femminismo è la causa della bassa natalità in Occidente, che agisce come capro espiatorio per favorire l’immigrazione di massa”. La “radice di tutti i i problemi sono gli ebrei”. Il video, riversato nella piattaforma per videogiochi in streaming Twitch, l’hanno visto in 2200 prima che fosse eliminato. Sfruttare i canali della cultura “weeb”, in cui prevale la dottrina del “tecnobarbarismo”, è tipico dell’estrema destra. E Balliet, nel suo video, parla e si comporta come il protagonista di un videogioco. E in uno dei due allegati, offre “bonus” per bersagli: “i membri del governo d’occupazione sionista”. Ossessione dell’immaginario neonazista.

L’Europa prova a rispondere, ma Erdogan ricatta sui migranti

“Hey, svegliatevi. Lo dico di nuovo: se provate a presentare la nostra operazione come un’invasione, sarà semplice: apriremo le porte e vi manderemo 3,6 milioni di migranti”. L’approccio di Recep Tayyip Erdogan nei confronti dell’Unione europea sembra quello di un bullo e la minaccia con cui ha sempre tenuto in scacco i Paesi europei, quella dei profughi, viene agitata senza scrupoli.

Il ricatto, del resto, è stato creato dalla stessa Ue, in particolare dalla Germania, e ora viene ritorto contro un’Europa che a parole prende le distanze dal presidente turco, condanna l’invasione in Siria e l’offensiva contro i curdi, ma in realtà si dota di ben poche armi per ottenere risultati. Ieri i paesi che hanno convocato l’ambasciatore turco sono stati Francia, Belgio e l’Italia che ha assunto una iniziativa decisa dimostrando compattezza tra i due principali alleati di governo, Pd e M5S.

La posizione europea, espressa sia dall’Alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, sia dal presidente Juncker, è sicuramente chiara. E ieri si è rafforzata con la presa di posizione assunta all’Onu dove i membri europei del Consiglio di Sicurezza hanno chiesto ad Ankara “di cessare l’azione militare unilaterale”. La Ue terrà lunedì il suo Consiglio degli Affari esteri dove si aspettano ulteriori iniziative anche se qui a quella giornata molte cose accadranno sul terreno.

Sarà senz’altro da seguire la missione che vedrà oggi il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg nella capitale turca dove incontrerà personalmente Erdogan. Stoltenberg finora ha solo chiesto alla Turchia di mostrare “moderazione” nell’operazione contro le forze curde in Siria e di non mettere a rischio la lotta contro l’Isis. Al momento non sembra una posizione fortissima che, ovviamente, risente della posizione statunitense.

La Germania, paese più esposto verso la Turchia, ha condannato “nella maniera più severa” l’operazione con il suo ministro degli Esteri, Heiko Maas: “La Turchia sta rischiando un’ulteriore destabilizzazione della regione e la rinascita dello Stato islamico” ha scritto su Twitter Maas chiedendo alla Turchia “di porre fine all’offensiva”.

Il sottosegretario francese agli Affari europei, Amelie de Montchalin, ha poi reso noto che “Francia, Germania e Regno Unito stanno preparando una dichiarazione comune che sarà estremamente chiara sulla condanna di Ankara”, mentre l’8 ottobre il presidente Emmanuel Macron aveva garantito alla rappresentante curda Ilham Ahmed di essere “al fianco delle Forze democratiche siriane”. Più energiche, però, Francia, Belgio e Italia che hanno convocato l’ambasciatore turco nelle rispettive capitali. E ancora più netta la Norvegia che ha annunciato, con il ministro degli Esteri, Ine Eriksen Soreide, la sospensione delle nuove esposizioni di armamenti verso Ankara.

La strada delle sanzioni, però, sembra oggi poco probabile di fronte ai vari interessi in gioco con la Turchia: dal nodo energetico al rapporto con un’area mediorientale in subbuglio fino alla questione migranti. Da segnalare ad esempio anche l’impatto sulla Libia con il Parlamento di Tobruk, espressione del generale Haftar, che ha chiesto alla Lega Araba di estromettere il governo di al Serraj perché alleato della Turchia.

Ieri, infine, si è resa molto visibile anche l’Italia con l’iniziativa del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che si è detto “fermamente contrario a soluzioni militari” e aggiungendo alla “condanna” dell’iniziativa di Ankara, la convocazione dell’ambasciatore turco. Di Maio ha poi avanzato la proposta di affidare al rappresentante Ue ad Ankara, la mediazione del conflitto e la proposta sarà portata al Consiglio di lunedì. Martedì, poi, il ministro italiano riferirà al Parlamento. Sul punto va segnalata la forte convergenza con il Pd che, con Nicola Zingaretti, utilizza le stesse parole del leader M5S: “Inaccettabile”.

“Bombardano le dighe per farci scappare”

Nisrin Abdullah, comandante delle Unità femminili di Protezione del Popolo curdo (Ypj), si trova al confine tra la Turchia e il Rojava, per tentare di impedire all’esercito turco di entrare sul territorio. Mentre le parliamo al telefono, si sentono i colpi dell’artiglieria di Ankara. “Stanno bombardando senza sosta le città di confine, tra cui la più nota è Kobane. Noi non siamo ben equipaggiati e numerosi come loro”. I jet e i droni turchi intanto prendono di mira le infrastrutture idriche per lasciare i civili senza acqua potabile e costringerli a fuggire. “Hanno già distrutto la diga di Mansoura a 12 chilometri da Derik e la riserva idrica di Aluk che provvede a rifornire di acqua potabile 2 milioni di persone. Si tratta di un crimine di guerra. Inoltre dobbiamo continuare a difenderci anche dalle cellule in sonno dell’Isis che si sono già risvegliate e ieri hanno attaccato alcuni villaggi attorno a Raqqa”. La comandante ci ha inviati video e foto di civili uccisi o mutilati, tra cui un bambino con una gamba spappolata mentre viene soccorso dai medici. “I familiari dei jihadisti dell’Isis, che si trovano nei campi profughi festeggiano perchè sperano che i turchi uccidano i nostri compagni a guardia delle prigioni cosicché i loro mariti e padri saranno liberi di tornare in Europa attraverso la Turchia da dove provengono”. Mentre parliamo le truppe paramilitari turcomanne e arabe che fiancheggiano l’esercito turco cercano di invadere Qamishlo. Lì c’è una prigione in cui sono detenuti centinaia di tagliagole dell’Isis.