Il precario risiko siriano. Dalla Nato agli Emirati: alleati e rivali di Ankara

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offensiva militare della Turchia in Siria prosegue, si intensifica e si allarga all’Iraq, mentre i curdi sotto attacco tentano di resistere e s’appellano alla comunità internazionale. Trump mette in guardia Erdogan: se non “agirà secondo le regole” – ma quali? –, “la Turchia sarà colpita molto duramente”, con sanzioni economiche e finanziarie (il Senato di Washington le sta già elaborando). L’escalation dei bombardamenti e dei combattimenti innesca l’ennesima catastrofe umanitaria in un Paese già devastato da otto anni di guerra civile: l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati segnala 60 mila persone in fuga nel Nord-Est della Siria. Il ministero della Difesa di Ankara, con il linguaggio dei bollettini di guerra, informa che l’azione contro le milizie curde “prosegue con successo secondo i piani”: “gli obiettivi prestabiliti sono stati conquistati” e l’offensiva va avanti “per via aerea e terrestre”. E c’è una cifra: sono 174 “i terroristi neutralizzati”.

In mancanza di un quadro d’insieme dell’operazione denominata “Fonte di Pace”, giungono notizie di singoli episodi. Sono almeno sette i villaggi curdi già caduti sotto il controllo dell’esercito turco, affiancato da milizie locali, tutti nei pressi di Tal Abyad e Ras al Ayn, i primi due centri frontalieri investiti dall’offensiva, chiavi d’accesso all’entroterra siriano nella zona centrale del lungo confine fra Turchia e Siria. La diplomazia internazionale è finora stata impotente a fermare il conflitto. Prima della riunione, ieri, del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sollecitata dai membri europei, il governo di Ankara ha assicurato che l’azione militare sarà “proporzionata, misurata, responsabile” e “prenderà di mira solo i terroristi, i loro rifugi, armi, equipaggiamenti”, con tutte le precauzioni – si afferma in una lettera – “per evitare danni collaterali alla popolazione civile”. La lega Araba terrà una riunione d’urgenza domani. L’Ue sollecita moderazione, ma la Turchia di Erdogan ha strumenti di ricatto nei suoi confronti: Ankara potrebbe, infatti, disconoscere gli accordi del 2016 e riaprire il transito di profughi dalla Siria verso l’Europa. La Nato vive uno dei momenti di crisi peggiori della sua storia: un alleato va in guerra per conto suo, contro l’avviso di tutti gli altri.

Il segretario generale dell’Alleanza atlantica Jens Stoltenberg sarà oggi in Turchia per una visita ufficiale da tempo programmata prima dell’avvio dell’offensiva. Stoltenberg vedrà il presidente Recep Tayyip Erdogan e il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu: difficile possa ottenerne qualcosa, perché l’unico partner capace di condizionare le scelte della Turchia sono gli Stati Uniti. E l’atteggiamento di Trump è stato quanto meno erratico, tra il “via libera” all’operazione turca, con il ritiro dalla zona dei militari, alla “messa in guardia”, minacciando sanzioni. Il rapporto fra Washington e Ankara è forse “inquinato”, in questo frangente, da rapporti d’affari e da interessi particolari. L’iniziativa di Erdogan non trova sostegno internazionale: Russia e Iran, che con la Turchia sono protagoniste del “processo di Astana” e che si sono ritagliate zone d’influenza in Siria, appaiono caute ed esprimono preoccupazione. L’Arabia saudita, che contende all’Iran l’egemonia regionale, non vede con favore crescere la presenza nell’area di un attore scomodo. Israele, che da tempo non è più in luna di miele con Ankara, teme si risveglino in Siria dinamiche ostili.

Nessuno, però, scende in campo al fianco dei curdi, a protezione dei curdi, che sono stati sul terreno gli artefici della sconfitta dell’Isis, che hanno difeso Kobane, conquistato la capitale del Califfato Raqqa, ripreso l’ultimo bastione dei miliziani jihadisti Baghuz. Nonostante la richiesta che i curdi fanno alla comunità internazionale: “Con la coalizione, abbiamo cancellato l’Isis. Ora siete con noi?, o con gli jihadisti?”.

“La notte in cui il serpente provò a portarmi via”

L a mano sinistra accarezza la tazzina del caffè, la destra giocherella con una sigaretta, tra le labbra arriva un sorriso: “Dopo quello che è successo non ho più paura di morire, so che le cose si possono risolvere: l’importante è cercare aiuto, e riuscire a farselo dare”. Alberto Airola, torinese, 49 anni, è un senatore dei Cinque Stelle, uno di quelli della prima ora. Ma è anche un uomo che aveva dentro “un serpente”, l’immagine con cui Airola rende di carne il suo nemico, la depressione. L’avversario che non ti avverte, “ti svuota giorno dopo giorno, te lo ritrovi a fianco, anche nel letto”. Quel rettile che una notte di agosto dello scorso agosto ha spinto Airola a tentare il suicidio, in casa sua. Non necessariamente chi è depresso arriva a pensarlo. “Di quella notte non ricordo nulla”, scandisce al tavolino di un bar a due passi dal Senato. Fa un gesto con il braccio, come a spazzare via l’incubo, però ha voglia di ricordare il resto, di raccontare tutto. “Sto conservando tutti i vostri articoli sul tema del suicidio: bisogna parlarne per aiutare le persone. E io voglio farlo”.

Così Airola racconta, senza schermi, senza omissioni. “È cominciato tutto con un senso di fallimento: ero insoddisfatto di me, mi sembrava di non aver raggiunto gli obiettivi politici che mi ero dato, di non essere utile ai cittadini. E avevo problemi personali”. Si sentiva stonato, non voleva più ascoltare e ascoltarsi. “Ho cominciato a prendere ansiolitici, Xanax. Me lo aveva prescritto il medico, sapeva della mia depressione, ma io prendevo dosi superiori a quelle prescritte. Non volevo più pensare. Volevo staccarmi dalla realtà…”. E si stacca Airola. Sempre più spesso. “E se talvolta mischi alcol e farmaci è ancora peggio”. Arriva a odiarsi. “Volevo annullarmi, ma rifiutavo di parlarne, e invece è la prima cosa che andrebbe fatta: confidarsi con persone terze, esperte, perché i familiari non hanno gli strumenti per capire certe cose”. Ma l’uomo morso dal serpente non lo sa, o forse non vuole saperlo. E a un tratto qualcosa si rompe. Airola torna a quei giorni, entra nei dettagli. “Volevo farla finita, ma la mia prima preoccupazione era come mi avrebbero ritrovato il giorno dopo. Per questo inizialmente ho pensato che preferivo addormentarmi…”. Pensa all’auto, al tubo del gas. È il pomeriggio di un giorno di agosto. Ma non si decide. La sera va a cena con degli amici. “Ridiamo e scherziamo, ma io ho sempre quel pensiero, chiudere, magari il giorno dopo”. Invece ci prova appena tornato a casa. Prima di tutto però pensa agli altri. Scrive diverse lettere, “agli amici”. Una è per la famiglia e un’altra per le forze dell’ordine: “Volevo chiarire che era una mia decisione, e che non c’entrava nessun altro”. Cambia “metodo”. E si infila nella vasca. Arriva il buio. Dovrebbe essere la fine. “Ma qualcosa dentro di me voleva vivere”. Qualcosa azzanna il serpente, e lo spinge a rispondere a un messaggio della sorella, che da giorni aveva notato strani segnali. “Non ricordo di averlo fatto”. Airola usa “parole sconnesse”, e non è strano: “Avevo preso quattro flaconi di benzodiazepine.”. Ma la sorella capisce. Parte immediatamente da casa, in un paese in provincia di Torino, e nel frattempo avverte il 118. Nell’attesa Airola esce dalla vasca e gira per la casa, sposta un libro, uno stendino, e finisce sul letto come un sonnambulo (“Me lo hanno raccontato poi”). È lì che lo trovano gli operatori sanitari, è lì dove lo salvano.

I primi giorni del dopo sono amarezza: “Sui giornali sono uscite balle e qualcuno ha passato delle mie foto alla stampa, mai pubblicate per fortuna”. E sono fatica: “Quello delle strutture psichiatriche è un mondo difficile”. Ma Airola esce dalla sua notte senza ricordi. “Mi è arrivato tantissimo affetto, messaggi, lettere: la mia famiglia e gli amici intimi mi sostengono. E ora ho una passione, la fotografia”. Riparte. “Ogni tanto l’ansia risale, ma sono in cura. E poi i farmaci non vanno demonizzati, lo Xanax può aiutare, ma va preso nel modo giusto, e non può essere la risposta”. La risposta è non staccarsi, dagli altri. “Un paio di persone mi hanno chiesto aiuto, consigli e io ho risposto. È importante”.

Il caffè è finito, accanto al bar sciamano turisti. Airola riflette: “So che ogni tanto qualche collega o persone comuni mi guardano sapendo cosa ho fatto, e magari pensano che questo mi abbia reso meno affidabile. Ma io non voglio farmi condizionare. E lo dico a tutti: non abbiate paura del giudizio degli altri”. Non ha più paura, Alberto di Torino. “L’altra sera in un ristorante un signore mi ha abbracciato, pensavo volesse parlare di politica. Invece mi ha parlato della moglie, mi ha detto che pensa ogni giorno a come farla finita. Ho provato ad aiutare, a raccontare”. Per gli altri.

Scalfari e il Papa: storia vera di un rapporto

Com’è noto ai lettori di Repubblica , la storia degli ultimi decenni è segnata sostanzialmente da un’unica figura: Eugenio Scalfari. È tanto vero che il nostro, dovendo avere una conversazione interessante, ha spesso scelto di parlare da solo. Una volta, anni fa, gli è piaciuto così tanto che ci ha scritto un intero libro: Incontro con Io (Einaudi). Negli ultimi anni, però, Scalfari ogni tanto incontra, oltre che se stesso, pure Papa Francesco e, quando lo fa, non resiste alla tentazione di raccontarlo ai suoi lettori. Problema: negli incontri tra Scalfari, Io e Bergoglio non si capisce mai chi parla e il quarto – che sarebbe il giornalista Eugenio, detto “il Truman Capote di Civitavecchia” – si confonde e finisce per raccontare fischi per fiaschi. A quel punto quei santi dell’ufficio stampa del Vaticano, pazientemente, si vedono costretti a smentire le frasi attribuite al Santo Padre. La prima volta accadde addirittura nel 2013, l’ultima l’altroieri: negli anni, infatti, Scalfari e Io hanno innovato politica vaticana e teologia facendo definire al Papa la Curia “lebbra del papato”, i cardinali “pedofili”, promettendo la fine del celibato per i preti, abolendo l’inferno (“non esiste”) e, da ultimo, negando la natura divina di Cristo durante il suo passaggio terreno. Tutti virgolettati, come detti, smentiti dal Vaticano. Essendo Il Fatto il giornale delle Procure, però, è in grado di anticipare che finalmente le fake news del Fondatore finiranno in tribunale: ai pm di Roma – e dove sennò? – è giunta infatti la denuncia per diffamazione di tale Gesù Di Nazaret.

Anche il Quirinale fa finta di niente sullo scandalo Eni

Il presidente della Repubblica è o dovrebbe essere anche l’ultimo baluardo del senso civico. Per questo ogni anno premia gli “eroi civili” che si sono distinti per il loro contributo alla società. I riconoscimenti che elargisce non sono semplici gagliardetti ma benedizioni laiche. Ieri Sergio Mattarella è venuto meno a questo suo ruolo di garante della Costituzione e dei valori che essa incarna e si è prestato a un’operazione che non è semplice marketing aziendale, ma un prezioso salvagente per le strategie di comunicazione di una società che vanta il record di scandali: l’Eni.

Mattarella ieri ha partecipato alla consegna degli Eni Award, premi assegnati dal gruppo petrolifero ai giovani ricercatori. I fotografi hanno immortalato le strette di mano del capo dello Stato con l’amministratore delegato Claudio Descalzi e con la presidente Emma Marcegaglia. La consegna degli Eni Award non è un’occasione istituzionale. Mattarella avrebbe potuto sfilarsi senza dare troppe spiegazioni, avrà sicuramente una lunga lista di impegni che è sempre costretto a declinare per mancanza di tempo. Invece ha scelto di partecipare e di stringere la mano a un manager sotto processo a Milano per quella che i pm considerano la più grande mazzetta della storia (1,2 miliardi a politici e faccendieri nigeriani per avere i diritti sul giacimento Opl 245), che è indagato per aver preso parte a un sofisticato depistaggio giudiziario che doveva sabotare l’indagine milanese attraverso dossier e altre finte inchieste, che è indagato anche per aver nascosto al mercato, agli azionisti e al consiglio di amministrazione il suo colossale conflitto di interessi (società riconducibili alla moglie Maria Magdalena Ingoba avrebbero venduto servizi all’Eni per 300 milioni in dieci anni). Nonostante tutto questo, Descalzi spera incredibilmente in una riconferma per un terzo mandato alla guida dell’Eni, nella primavera 2020. I timidi tentativi del Movimento 5 Stelle di sollevare il tema dello scandalo Eni sono evaporati in fretta, non si trova più un deputato disposto a fiatare sull’argomento. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non si è mai occupato della questione, se non per esprimere sostegno all’imputato Descalzi.

Nella coreografia del potere italiano, scene come quella di ieri hanno un preciso significato: il presidente Mattarella non considera imbarazzante farsi fotografare con un imputato per corruzione e, inevitabilmente, legittima il tentativo dell’Eni di confinare sullo sfondo le vicende giudiziarie e di tenerle separate dalle attività del gruppo. Come se si potesse giudicare un amministratore delegato senza considerare la mazzetta (bisogna sempre dire “presunta”, anche se presunta è soltanto la sua qualificazione giuridica) da 1,2 miliardi e il conflitto di interessi (presunto, ovviamente) da 300 milioni di euro. Emma Marcegaglia, sorridente, è il presidente che dovrebbe verificare che tutto avvenga secondo le regole, fare da contropotere all’amministratore delegato. Tutti gli sforzi di cui è rimasta traccia, invece, sono stati nella direzione opposta.

A Mattarella davvero va bene che la più strategica delle aziende italiane abbia al vertice simili protagonisti della cronaca giudiziaria? Dall’evento di ieri sembra proprio di sì. Il presidente della Repubblica, nella sua saggezza istituzionale, avrà fatto le sue valutazioni. Ma la prossima volta che pronuncerà qualche discorso pieno di nobili auspici sull’onestà, l’etica, la lotta alla corruzione e l’importanza dell’integrità per chi ricopre incarichi di vertice, qualcuno potrà sempre ricordargli la photo opportunity con l’indagato-imputato Descalzi.

L’università richiede unità, non autonomia

Il premier Giuseppe Conte ha molto opportunamente ottenuto lo stralcio della materia concernente l’istruzione pubblica dalle intese con le Regioni di cui all’art. 116 c.3 della Costituzione. Dette intese come è noto tendono a realizzare quella forma di federalismo differenziato con il quale alcune Regioni ottengono più competenze di quelle loro attribuite dall’art. 117 della Cost. Tuttavia si tenta di far rientrare dalla finestra quanto uscito dalla porta, nella materia dell’istruzione universitaria, utilizzando come grimaldello una rappresentazione estremista del concetto di autonomia delle istituzioni di alta formazione, nonché facendo uso improprio dello strumento dell’intesa Stato-università, soprattutto per quanto concerne la rottura dell’uniformità dello stato giuridico ed economico dei docenti, tutelato e garantito da norme costituzionali. È un tentativo promosso dagli stessi ambienti che attivano i processi di federalismo differenziato, che va respinto con forza. Viene da chiedersi se piacerebbe agli studenti e alle loro famiglie di Messina, Reggio Calabria, Bari, Napoli, che i loro professori all’università avessero una retribuzione inferiore e uno stato giuridico meno favorevole di quello dei colleghi del Nord: con la conseguenza che i medesimi professori vivrebbero con la valigia in mano pronti a trasferirsi, rendendo così più povero il patrimonio di competenze degli atenei delle zone meno dotate economicamente.

Si tratta di un problema molto serio che merita un approfondimento. L’istruzione universitaria, così come quella primaria e secondaria, è bene pubblico di interesse generale, che va gestito con estrema cautela perché attraverso l’istruzione si costruisce l’identità nazionale. L’identità è una narrazione fondata su tradizioni e simboli attraverso i quali si definisce certo un’identità di origine, fondata sulle appartenenze comunitarie di varia natura, ma soprattutto una identità di destino che si costruisce con il proprio lavoro e l’impegno sociale. L’alta formazione è strumento di edificazione dell’identità di destino del Paese, una identità non divisiva né egoistica, al contrario inclusiva e aperta al futuro. L’autonomia universitaria introdotta e disciplinata dalla legge n.240 del 2010 è prevista nella nostra Costituzione, ma va delimitata recuperandone un significato compatibile con l’inderogabile natura di bene di rilevanza nazionale dell’istruzione superiore. Si tratta di una autonomia funzionale, riconosciuta alle università per garantire un rapporto più efficace con le esigenze del territorio in cui sono insediate, e compatibilmente con la programmazione nazionale e il confronto anche internazionale con le analoghe strutture di ricerca e formazione. È consentito alle università di modellare la proposta formativa, di organizzare i corsi, strutturare gli organi della governance in modo da garantire che la domanda di formazione venga soddisfatta tenendo conto delle aspettative programmatiche del contesto territoriale.

Il progetto che punta a utilizzare l’autonomia per differenziare nettamente le università che possono godere di vantaggi territoriali rispetto a quelle che tale vantaggio non possono avere giustifica, erroneamente, tale vantaggio, invero fondato sull’oggettiva differenziazione dei contesti economici, con il merito scientifico e la superiorità didattica, entrambe puramente presunte, di tali strutture rispetto a quelle delle altre università. Tutto ciò lasciando in disparte il discorso sulla problematicità degli indicatori adottati per stilare classifiche non credibili delle strutture universitarie: scarsa credibilità avvertita anche nei mondi che tali indicatori hanno elaborato. Ancora più paradossali sarebbero gli effetti di questo distorto uso dell’autonomia universitaria per differenziare il trattamento economico e gli statuti giuridici di personale e docenti. Sul punto si impone una considerazione: l’autonomia universitaria ha avuto effetti disastrosi sullo stato giuridico dei docenti. Ha comportato la rottura dell’unità nazionale del ruolo docente, con la frantumazione in tanti ruoli quante sono le università, con effetti schizofrenici sul sistema.

Invece di vagheggiare forme di autonomia che enfatizzerebbero le differenze e le disuguaglianze, bisognerebbe – sia pure progressivamente e tenendo conto della condizione della finanza pubblica – ripristinare il ruolo unico dei docenti universitari, in analogia con il ruolo unico dei magistrati, finanziato secondo l’organico di diritto e non in riferimento alle risorse delle singole università e anche governato solo dallo Stato, ma in armonia con le esigenze degli atenei. Allo stesso modo un minimo di omogeneizzazione nelle forme di governo degli atenei costituisce strumento di affidamento sociale nella governance, evitandone la possibile dispersione localistica. Con il ruolo unico nazionale si ricondurrebbe a unità il sistema di reclutamento, favorendo così sia l’ingresso dei giovani sia la mobilità.

Solo con i nuovi residenti si salvano i paesi

Vivere nel luogo in cui sei nato, nella casa in cui sei nato, è una cosa rischiosa. È come giocare in fondo al pozzo. Si nasce per uscire, per vagare nel mondo. Il paese ti porta alla ripetizione. In paese è facile essere infelici. I progetti di sviluppo locale devono tenere conto di questo fatto: non li possono fare da soli i rimanenti, perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione. In genere ognuno fa quello che ha sempre fatto, giusto o sbagliato che sia. Ci sono due abitanti tipici, il ripetente e lo scoraggiatore militante. Spesso le due figure sono congiunte, nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non cambia passo, continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti della gratitudine, della letizia. È come se la natura umana in paese fosse più contratta, non riuscisse a diluirsi. E si rimane dentro un utero marcito.

Fatte queste premesse, come si fa a fare progetti di sviluppo locale? La chiave è dare forza a nuove forme di residenza. Il paese deve essere scelto e non subìto. Chi arriva da lontano ha un piglio, una disponibilità che non trovi in chi è affossato nel suo paese. Il residente a oltranza anche quando è animato da buona volontà tende a impigliarsi nelle proprie nevrosi. Il paese tende a essere nevrotico. Il paese non sta bene, questo è il punto. E non ha voglia di curarsi. Lo sviluppo locale si può fare partendo da queste premesse. Allora bisogna aprire porte che non ci sono, esercitarsi nell’impensato, essere rivoluzionari se si vuole riformare anche pochissimo. I paesi non moriranno, anche grazie ai loro difetti, grazie al loro essere luoghi che tutelano le malattie di chi li abita. In paese si fallisce, ma in un certo senso non si fallisce mai perché si fallisce a oltranza. Bisogna arieggiare il paese portando gente nuova, il paese deve essere un continuo impasto di intimità e distanza, di nativi e di residenti provvisori. Questo produce una dinamica emotiva e anche economica. E la dinamica è sempre contraria allo spopolamento: bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.

Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti solo dal punto di vista urbanistico, si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva. Il paese va aperto tenendolo raccolto. Lo sviluppo locale si fa ridando al paese una sua forma, ricomponendolo, rimettendolo nel suo centro, ma nello stesso tempo c’è bisogno di apertura.

Il mondo ha bisogno di paesi, ma non come luoghi obbligati, come prigioni per ergastolani condannati a vivere sempre nello stesso luogo. Il paese deve essere organizzato come se fosse un premio, non come una condanna.

Lo sviluppo locale si fa pensando a un luogo dove si premia un’esistenza, si dà una possibile intensità, quella che viene dall’essere in pochi, quella che viene dall’avere tanto paesaggio a disposizione. Allora non si dà sviluppo locale facendo ragionamenti quantitativi, mettendo il pensiero economico metropolitano nell’imbuto del paese. Ci vuole un pensiero costruito sul posto, ma non solamente dagli abitanti del posto. Spesso i paesi più belli sono quelli vuoti, come se fossero uccelli svuotati dello loro viscere. È come se la parte viscerale del paese fosse quella più malata, quella più accanita a tutelare la sua malattia. Un’azione di sviluppo locale allora deve essere delicata ma anche dura, deve togliere al paese i suoi alibi, i suoi equilibri fossilizzati, deve cambiare i ruoli: magari le comparse possono essere scelte come attori principali e gli attori principali devono essere ridotti a comparse. E allora non si fa sviluppo locale senza conflitto. Se non si arrabbia nessuno vuol dire che stiamo facendo calligrafia, vuol dire che stiamo stuccando la realtà, non la stiamo trasformando.

Mail box

 

Ma perché Alitalia deve pietire l’intervento dei “magliari”?

Entrai in Alitalia nel 1970 e ne uscii nel 2004. Vissi sempre a latere di una compagnia in cui le “cordate” politiche distribuivano ieri come oggi i loro uomini/donne, per non parlare del periodo di fulgore massonico con la presidenza di Giovanni Bisignani fratello del Bisignani P2, P3, P4 e via dicendo. Ero un cane sciolto e tale rimasi, purtuttavia sono grato a questa compagnia che ha permesso a me e alla mia famiglia di vivere decorosamente. Purtroppo vederla ridotta così com’è oggi sempre preda di un “tormentone” mediatico che la rimbalza in cieli sempre più lontani mi addolora.

È stata sempre terra di conquista e non ha mai conosciuto “attivi da mercati”. Portare i libri mastri in tribunale è stato sempre il leit motiv che l’ha accompagnata con il deliberato fine di far intervenire lo Stato a ripianare con il denaro pubblico. La formula funzionava.

Di recente ho fatto un viaggio in Turchia con la Turkish Airline, un bel viaggio aereo di ultima generazione, ottimo catering e servizio, pulizia, gentilezza e puntualità.

La domanda è: ma è mai possibile che l’Italia o meglio l’Alitalia con un mercato di 60 milioni di utenze potenziali, con l’80 per cento di opere d’arte e monumenti del mondo, con le sue ricchezze naturali e paesaggistiche sia ridotta a pietire l’intervento di quattro “magliari” che si sono messi allo sportello di Autostrade e Aeroporti di Roma, allevatori di pecore da filanda senza cognizioni di trasporto aereo?

Se richiamassero dalla pensione una decina di personaggi che conosco, maturati in Alitalia con esperienze da paura, vi assicuro che AZ tornerebbe a decollare.

Maurizio Dickmann

 

I curdi perseguitati per il loro desiderio di essere uno Stato

Il nuovo Sultano turco ha scatenato un’altra sanguinosa offensiva contro i curdi, violando i confini della Siria, che è uno stato sovrano. Proclama trionfante che verranno eliminati i “terroristi” . Vale a dire i combattenti che, a costo di migliaia di morti, hanno fermato i taglia gole islamici dell’Isis, quelli veri.

Gli stessi con cui Erdogan faceva affari e intratteneva rapporti più che torbidi. I curdi erano stati armati dagli americani per difendere gli interessi petroliferi e l’Occidente dagli attentati. Ora che sono stati abbandonati da Trump nessuno muove un dito. I discendenti di Salah al-Din (Saladino) sono un’anomalia che dovrebbe provocare empatia e scuotere le coscienze. Un popolo indo-europeo, distinto da turchi e iraniani e diverso dagli arabi, con 30 milioni di persone sparse tra 4 nazioni è il più numeroso e nel 21° secolo è ancora privo di un suo stato.

Osteggiato e perseguitato da tutti i vicini per il legittimo desiderio di crearne uno. Una etnia e una terra da sempre nella tragedia. Oppressi dagli arabi iracheni e gasati da Saddam Hussein, uccisi dagli iraniani, perseguitati da Assad, si battono da secoli per difendere la loro identità.

Ora è la volta di Erdogan e dei turchi, non nuovi ai genocidi (si pensi agli armeni). Eppure, non c’è una grande mobilitazione da parte degli “intellettuali progressisti” per questi 30 milioni di persone senza patria massacrate senza pietà a casa loro.

Mario Frattarelli

 

I dieci anni del “Fatto” festeggiati in rima

Ecco Fatto.

Qualcuno lo ha fatto,

è arrivato quatto quatto

a due lustri e un pochetto

senza slappi a alcun culetto.

Pancia dentro e fuori il petto

con onesto e fiero detto

suscitando gran dispetto

del venduto giornaletto

e dell’uomo “di sospetto”.

Io vi leggo e mi diletto

e con tanta stima e affetto.

Lucio Grandone

 

Il vostro quotidiano è libero e profuma ancora d’inchiostro

Il quotidiano Il Fatto Quotidiano ha senz’altro riscosso e continua a riscuotere un enorme successo e penso sia stato un evento epocale. Mai prima del 23 settembre 2009 si era visto, a mia memoria, un quotidiano completamente indipendente, finanziato con i soli proventi dei lettori e degli abbonati.

Questo particolare non insignificante, anzi, mi ha causato un tuffo al cuore e mi ha rinnovato la speranza di leggere la pura verità sulle cose che succedono in questo Paese martoriato. All’abbonamento ho preferito mantenere il rituale di passare giornalmente in edicola, dal mio amico edicolante, e comprare una copia del mio quotidiano che profuma ancora d’inchiostro. Grazie, grazie e ancora grazie per la vostra professionalità e la vostra integerrima propensione alla correttezza e alla trasparenza.

Antonio Lorusso

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’intervista a pag. 18 del giornale di ieri, abbiamo scritto Pietro Nissim al posto di Piero. Ce ne scusiamo con l’intervistato e con i lettori.
FQ

Per errore a pagina 3 del giornale di ieri abbiamo riproposto un pezzo a firma di Giampiero Gramaglia già pubblicato sabato scorso. Ci scusiamo con i lettori per la ripetizione.
FQ

Modello Lodi. Non solo Soumahoro, per gli stranieri è impossibile fare gli steward

Ho letto dell’episodio increscioso denunciato dal sindacalista italo-ivoriano Aboubakar Soumahoro. L’autista di un taxi gli ha detto due giorni fa a Roma: “Tu stai davanti o niente”, per poi rifiutarsi di farlo salire. Il lato peggiore di storie come questa è che cominciano a non fare più “notizia”. Il nostro è ormai il Paese che, per effetto dell’ultimo decreto a firma Salvini, rende la vita impossibile a circa 30 mila steward sportivi stranieri che, per lavorare, devono presentare documenti di buona condotta rilasciati anche dai Paesi d’origine, che ovviamente sono in guerra o non vantano enti istituzionali accessibili. È assurdo.
Linda Petroni

 

Sempre più complicato, a volte addirittura impossibile, diventare steward per un cittadino straniero. Molte società sportive rischiano di ingolfarsi nella gestione della sicurezza. L’ultimo decreto del Viminale, firmato il 13 agosto scorso dall’ormai ex ministro Matteo Salvini, introduce infatti norme più restrittive per l’accesso a questa professione. Per gli “aspiranti steward non aventi cittadinanza italiana – si legge nel decreto – i requisiti soggettivi devono essere verificati sia con riguardo al periodo di permanenza in Italia, sia con riferimento a quello nel Paese d’origine”. Una trafila burocratica enormemente più lunga nella migliore delle ipotesi, addirittura impossibile se lo Stato d’origine in questione non permette facile accesso agli enti istituzionali preposti al rilascio degli atti (“modello Lodi”, per intenderci). Una “zona grigia” che riguarda oltre quattromila steward stranieri (su 13 mila in tutto) già presenti nel circuito nazionale. “Le nuove regole – spiega Ferruccio Taroni, presidente Andes, l’associazione nazionale delegati alla sicurezza che gestisce oltre 30 mila steward negli stadi di tutta Italia – impongono la presentazione di documenti attestanti la buona condotta prodotti dalle autorità del Paese di origine dei ragazzi. Per assurdo, anche se gli aspiranti steward hanno vissuto solo quattro anni in un Paese straniero. In molti casi però si incontrano notevoli difficoltà a contattare gli enti e la burocrazia di questi Stati: spesso parliamo di Paesi in guerra. Non potendo ottenere questi documenti, i ragazzi non potranno più accedere al lavoro. Il danno è anche per le società sportive. La domanda del lavoro di steward è alta, ma l’offerta di personale non altrettanto. Chiediamo al nuovo governo e al presidente Giuseppe Conte di rivalutare questa situazione”.
Massimo Colonna

Renzi è mobile: oggi curdo, ieri…

Si sa com’èil nostro amico Matteo Renzi: mobile qual piuma al vento, cambia d’accento e di parola a seconda della parte in cui tira quel benedetto vento. Oggi, per dire, sta coi fratelli curdi: “I nostri fratelli curdi hanno combattuto gli estremisti dell’Isis distruggendo lo Stato Islamico. Lasciarli soli adesso è assurdo e profondamente ingiusto. La comunità internazionale non può fare finta di niente”, ha twittato mercoledì. Quando era presidente del Consiglio, nel 2015, se ne andò invece ad Ankara e “speriamo sia l’anno buono per l’adesione della Turchia all’Ue”; l’anno dopo – quello in cui l’Europa pagò a Erdogan 6 miliardi di euro per chiudere la rotta balcanica ai migranti – esprimeva “sollievo” perché il golpe militare contro il sultano era fallito. D’altronde, basta ricordarselo, il nostro amico Renzi è mobile, pure troppo: nel 2014 mandava una tantum “armi leggere e razzi anticarro” ai curdi per combattere l’Isis e nel 2014 e l’anno dopo e quello appresso pure vendeva centinaia di milioni di euro di grosse bombe e sistemi all’avanguardia al sultano Erdogan. Finché c’è guerra c’è speranza, si intitolava un vecchio film, e finché ci sono i social c’è Renzi che dice qualcosa con estrema sicumera oggi smentendo quel che ha fatto o detto ieri. Come non ci credete? Guardate che se non lo fate Matteo lascia la politica.

Lega Serie A, l’elezione del presidente è fuorilegge

Signore e signori, un momento di attenzione. La notizia, per chi segue le vicissitudini dello sgangherato baraccone del pallone italico, è che il presidente della Lega Serie A, Gaetano Miccichè, rischia la decadenza per l’irregolarità dell’elezione; contestualmente, anche il presidente del Coni Giovanni Malagò, che presiedeva l’assemblea, rischia una squalifica che significherebbe per lui l’addio alla poltrona del Coni.

Il procuratore Figc Pecoraro sta decidendo se aprire un’inchiesta sulla regolarità dell’elezione che definire taroccata è dire poco; e anche se le indiscrezioni cominciano a filtrare, le conseguenze potrebbero essere clamorose.

La guerra tra bande dei presidenti di Serie A – da una parte i “Topi di Campagna” capeggiati da Lotito e Preziosi e dall’altra i “Topi di Città” capitanati da Agnelli e Cairo (col totem Malagò alle loro spalle), la cui battaglia finale riguarderà la vendita dei diritti-tv per il triennio 2021-2024 (a Mediapro come vorrebbero i Topi di Campagna, a Sky come si augurano i Topi di Città) – è infatti ormai dichiarata: e Lotito & Company chiedono l’annullamento della nomina di Miccichè che fu pilotata da Malagò e imposta dalle pressioni prima di Agnelli e poi del dirigente della Roma (“Topi di Città”) Baldissoni.

È il 19 marzo 2018 e Malagò, a quel tempo commissario della Lega, presiede l’assemblea che deve portare all’elezione di Miccichè: che accetterà la carica, così dice, solo in caso di totale unanimità. Come si legge nel verbale dell’assemblea, al termine della discussione Andrea Agnelli “propone di procedere all’elezione per acclamazione”.

La circostanza appare strana: lo Statuto prevede che “tutte le votazioni che riguardano persone devono tenersi a scrutinio segreto”. Infatti, nonostante Malagò si sia affrettato a dare il suo ok alla proposta, il presidente dei revisori Simonelli e il presidente dell’ufficio legislativo, oltre che giudice sportivo, Mastrandrea, si oppongono: ci vuole lo scrutinio segreto. I rappresentanti dei club iniziano così a sfilare davanti all’urna. Conclusa la processione, prende però la parola Baldissoni, dg Roma e amico di Malagò, che a sorpresa rilancia la proposta di voto per acclamazione librando al cielo il suo “hurrà Miccichè”.

La claque dei Topi di Città si accoda e Malagò è sveltissimo a cogliere la palla al balzo proclamando “eletto per acclamazione” Miccichè. E i voti depositati nell’urna? Malagò dispone che non siano scrutinati ma piombati in un plico, sigillati e chiusi nella cassaforte della Lega. Cronaca vera, non barzelletta.

Ora, baracconata a parte, ci sono mille altre cose che non quadrano. Come può Miccichè, che fa ancora parte del Cda della Rcs di Cairo (Topi di Città) da lui supportato come Banca IMI nella scalata a Via Solferino, a non avvertire il grave conflitto d’interessi? Ed è normale che Miccichè, presidente di Banca Imi, rappresenti i presidenti di Serie A molti dei quali debitori di Banca Imi? Che razza di Circo è diventato il calcio (e lo sport) italiano? Il disprezzo delle regole è ormai il Primo Comandamento. E diciamolo, facciamo ridere i polli. Miccichè. Malagò. Ohibò.