Ripensare San Siro si può: costa meno, ma ai club non va

Più che il calcio, serve il ciclismo, per capire che cosa sta succedendo a Milano attorno allo stadio di San Siro. I protagonisti ora sono in surplace: fermi, come stanno i ciclisti in pista sulle loro biciclette, in attesa che l’altro faccia per primo la sua mossa o tiri la volata. Milan e Inter hanno avanzato la loro proposta: abbattere il Meazza e costruire un nuovo impianto, facendo scattare la legge sugli stadi che permette di innalzare edifici che rendono l’operazione un ricco investimento immobiliare da 1,2 miliardi di euro. L’amministrazione, il Comune di Milano, deve approvare il progetto e dichiarare “l’interesse pubblico”.

Entrambe le parti sono ferme e aspettano che si muova l’altro. Le squadre sono in attesa della decisione del Comune; il sindaco Giuseppe Sala non se la sente di decidere da solo con la sua giunta e ha chiesto che si pronunci il Consiglio comunale. Così i tempi si allungano. Sala ha già annunciato che il Meazza dovrà ospitare la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali, dunque fino al 2026 non ha intenzione di farlo abbattere. Le due squadre hanno fatto filtrare di avere pronto un piano B: andare a costruire lo stadio sull’area Falck a Sesto San Giovanni. Più un bluff da poker che un’azione da gol.

Non sarà facile far scattare “l’interesse pubblico” per il progetto di Milan e Inter. Perché si dovrebbe realizzare su terreni pubblici e abbattendo uno stadio di cui è proprietario il Comune. Le dimensioni dell’affare sono ormai chiare: 180 mila metri quadrati di spazi commerciali, 66 mila di uffici, 15 mila di hotel, 13 mila per intrattenimento, 5 mila di spazio fitness, 4 mila di centro congressi. Lo stadio sembra davvero solo il pretesto per costruire torri e grattacieli attorno. Secondo le cifre rese note dai proponenti, l’impianto sportivo costerà 650 milioni, quindi peserà solo la metà dell’investimento totale (1,2 miliardi). E renderà nel tempo molto di meno del resto: dei 200 milioni circa che le squadre prevedono di ricavare all’anno, solo 70 verranno dallo stadio e 125 da quello che chiamano “polo ricreativo”. Al Comune, le briciole: 5 milioni all’anno come canone, per una concessione di 90 anni, più 55 milioni una tantum come oneri d’urbanizzazione. In questo scenario, riprende forza la soluzione di ristrutturare il Meazza. Non solo per la sua storia gloriosa, ma anche per evitare un’operazione che il Sala che plaude a Greta e scende in piazza con i ragazzi che manifestano per il futuro del pianeta non si può permettere. Ristrutturare costa meno (500 milioni) che abbattere e ricostruire (650 milioni). Ai costi di ristrutturazione, le squadre aggiungono altri 115 milioni di mancati introiti perché sarebbe necessario sospendere le partite – dicono – per almeno tre anni. Previsione dubbia, visto che a Madrid stanno rimettendo a nuovo lo stadio continuando a giocare.

Il progetto di ristrutturazione c’è. Si chiama Re-thinking San Siro (ripensare San Siro) e prevede un’operazione in sei mosse. La prima: smontare l’attuale copertura. La seconda: demolire il terzo anello, realizzato nel 1990. La terza: rimuovere sette delle undici torri aggiunte nel 1987, lasciando soltanto le quattro agli angoli. Quarta mossa: rinnovare il primo anello. Quinta: costruire un nuovo edificio sul lato ovest, che possa ospitare bar, ristoranti, spazi commerciali, sale per incontri e altre funzioni. Sesta e ultima mossa: installare la nuova copertura. Gli spazi interni sarebbero riorganizzati, con la costruzione di sei sale vip, uno store di 750 metri quadrati, un museo di 1.000, un ristorante panoramico, bar, una nuova sala stampa. I posti a sedere, che oggi sono 79.344, alla fine dei lavori sarebbero 58 mila, con 8.150 posti “premium”.

Rinnovare “la Scala del calcio”, dunque, si può. Ma non se il vero obiettivo è innalzare nell’area un paio di grattacieli.

“Andreotti mi disse: come si fa smettere l’avvocato di Sindona?”

Esistono i servizi deviati? “Ma deviati da chi? Da che cosa? Esistono i servizi. Tutto il resto è una cazzata giornalistica”. E i misteri di Stato? “Ma al massimo ci sono i segreti di Stato”. Che differenza fa? “Una cosa segreta non è un mistero. Perché qualcuno che sa alla fine c’è sempre. Soprattutto se il presidente del Consiglio in carica era Giulio Andreotti o Francesco Cossiga”.

Parla a ruota libera Francesco Pazienza, una vita nei servizi segreti, indicato come il capo del “Supersismi”, coinvolto in numerose vicende giudiziarie: dal crac Ambrosiano al depistaggio sulla strage di Bologna. FQMillenniuM lo ha raggiunto nel suo buen retiro di Lerici, in Liguria, dove è tornato ad abitare dal 2007, quando lo hanno rilasciato per l’ultima volta, dopo 12 anni di carcere. Il suo lungo racconto, che spazia dalle trame di casa nostra ai grandi intrighi internazionali, si può leggere sul mensile diretto da Peter Gomez, in edicola da domani. Un numero dedicato alle stragi di Stato in occasione dei cinquant’anni dalla bomba di piazza Fontana.

Pazienza continua a professarsi innocente per i reati che gli sono stati contestati. La strage di Bologna? “Io il 2 agosto 1980 ero a New York. Mambro e Fioravanti (i due terroristi dei Nar condannati in via definitiva, ndr)? Puoi dare un incarico sporco a dei ragazzotti, ma il giorno dopo devi eliminarli. Questi sono ancora vivi”, dice l’ex 007. E comunque, sostiene, “Bologna non l’hanno fatta i servizi, al mio amico Cossiga una volta gli scappò: era un transito”. Sarebbe? “Una bomba esplosa per sbaglio. Io volevo dirlo ai giudici dell’ultimo processo, ma non mi hanno voluto sentire”.

Chissà come è andata veramente. Di sicuro c’è solo che la vita di Frank Pazienza, per come la racconta lui, è molto simile a un film: una di quelle pellicole di spie, spregiudicate missioni segrete e colpevoli che alla fine la fanno sempre franca. La cena con il re dei narcotrafficanti Pablo Escobar (“Mi propose di lavorare con loro, rifiutai”). E poi l’amicizia con Manuel Noriega, l’ex dittatore di Panama di cui ricorda ancora il numero di telefono diretto, l’escort più costosa di Parigi scovata per l’ammiraglio Eduardo Massera, piduista e membro della sanguinaria giunta militare argentina, fino al “Billygate” orchestrato con Mike Ledeen per incastrare il fratello del presidente Usa Jimmy Carter e azzopparlo nella corsa presidenziale vinta poi, nel 1980, da Ronald Reagan.

E poi i contatti con il clan dei Gambino, la più potente delle cinque famiglie mafiose di New York, grazie alla quale sostiene di aver sventato un attacco all’ambasciata jugoslava di Roma da parte degli ustascia, terroristi croati di estrema destra. “Andai a incontrare il loro capo per convincerlo a evitare di fare casino, ma niente: diceva che loro avrebbero fatto quello che volevano perché erano protetti dalla Cia. Allora andai a prendere un caffè al bar Milleluci, il quartier generale dei Gambino. Quell’attentato non lo fecero mai”. Il motivo? “Quella notte i Gambino fecero saltare in aria l’auto del capo degli ustascia”.

Torna spesso sulle trame che hanno attraversato la storia italiana dagli anni 70 e 80, Pazienza: “I servizi erano partitizzati come la Rai”, dice. “Santovito era un uomo di Giulio Andreotti, la I divisione la guidava uno indicato dai comunisti. La II divisione era diretta da un pappagallo della Cia. Poi c’era il centro raggruppamento Roma che spiava i politici italiani. C’era un centro d’ascolto, ovviamente illegale: tutto finiva sul tavolo di Santovito che poi lo passava ad Andreotti”. A questo proposito svela un aneddoto mai raccontato ai giudici: “Un giorno Santovito mi mandò da Andreotti. Io vado e il presidente mi fa: c’è questo avvocato di Sindona che sta dicendo un sacco di stupidaggini. Come si fa a farlo smettere? Gli consigliai, con un po’ d’ironia, di rivolgersi alla divina provvidenza. Rispose dicendo che l’aveva già fatto e per questo ero lì”. E ancora: “Prima della deposizione di Palermo, mi chiamò l’avvocato della Democrazia cristiana, Giuseppe De Gori, e mi offrì 200 milioni. Giuro: aprì la cassaforte e tirò fuori una busta piena di mazzette con scritto Banca d’Italia. Queste, mi fece, te le manda il presidente. Io presi un pacco di banconote, tirai fuori 400 mila lire per le spese di viaggio e andai via”.

Conte: “Riferirò al Copasir sugli incontri tra Barr e 007”

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è pronto a riferire al Comitato parlamentare per la sicurezza. Lo ha assicurato ieri lo stesso premier con una lettera inviata al neo presidente del Copasir Raffaele Volpi: Conte ha garantito disponibilità a riferire sul cosiddetto Russiagate, cioè gli incontri tra i vertici dei nostri servizi segreti e il ministro della giustizia americano William Barr ad agosto e settembre. Nei giorni scorsi, il premier ha spiegato che Donald Trump non gli ha parlato mai di Barr durante gli incontri avuti per motivi politici.

Gli incontri “chiacchierati” che il ministro della Giustizia americano ha avuto con i vertici dei nostri 007 sono due. Poco prima di ferragosto, quando il governo M5S-Lega era agli sgoccioli, a Palazzo Chigi è arrivata una richiesta dall’ambasciata Usa. Gli americani chiedevano di consentire al ministro Barr di ottenere notizie sul maltese Joseph Mifsud, controverso professore alla Link University, che Washington considera legato al Russiagate, che ormai ha fatto perdere le sue tracce da mesi. Conte non avrebbe visto personalmente Barr, ma ha considerato utile un incontro tra i nostri 007 e gli americani per ottenere informazioni che a Roma non circolano, per questo motivo avrebbe autorizzato Gennaro Vecchione, capo del Dis (il coordinamento dei Servizi italiani), a ospitare Barr nella sede romana degli 007. Successivamente c’è stata una riunione effettiva con il prefetto Mario Parente e il generale Luciano Carta, rispettivamente al vertice di Aisi e Aise, i servizi segreti interni ed esterni. La versione di Palazzo Chigi è che quel vertice è da inquadrare in un semplice rapporto tra Paesi alleati. Intanto anche l’ex ministro e presidente della Link University Vincenzo Scotti prende le distanze parlando al Washington Post: “Non sono stato contattato da alcuna autorità italiana o americana in merito al Russiagate e a Mifsud. Quel prof una pericolosa spia? Pare una fiction”.

Corruzione, la difesa di Romeo: “Abbiamo fatto pedinare chi lo accusa: lavora per la concorrenza”

La difesa di Alfredo Romeo ci prova: durante l’udienza di ieri del processo in cui l’imprenditore campano è accusato di corruzione lancia un asso contro Marco Gasparri, l’ex dirigente della Consip che ha ammesso di aver intascato mazzette da Romeo. Secondo i pm si tratta di 100 mila euro consegnati in tre anni (2014-2016) in cambio di informazioni riservate o suggerimenti sulle offerte di gara. Per questi fatti, Gasparri ha patteggiato una pena a 20 mesi, mentre Romeo ha negato le mazzette ed è andato a processo. Nell’udienza di ieri i suoi legali hanno depositato i risultati delle indagini difensive svolte anche pedinando (“per un totale di 101 giorni esclusi i sabato e le domeniche”) l’ex dirigente e dalle quali emerge che Gasparri sta collaborando con la Team Service “società concorrente” “che – spiega l’avvocato Gian Domenico Caiazza – proprio grazie alle sue accuse all’avvocato Romeo, è subentrata alla Romeo Gestioni Spa al primo posto nella graduatoria per l’aggiudicazione di alcuni lotti della gara Fm4 Consip”. E ancora: “Riteniamo Gasparri inaffidabile. Potrebbe emergere che la chiamata in correità di Gasparri nei confronti di Romeo possa aver avuto ragioni di interesse personale”. Dopo l’accusa di corruzione, Gasparri è stato licenziato da Consip. A marzo 2018 ha aperto una società di consulenza, la MaGas Srl. “Ritengo che quello sollevato in udienza sia un argomento risibile – ha commentato al Fatto Alessandro Diddi, legale dell’ex dirigente – Gasparri si è determinato ad ammettere i fatti sulla base degli esiti degli accertamenti della Procura”. E la mossa della difesa di Romeo non impressiona il pm Palazzi, convinto che a sostengo dell’accusa ci siano altre prove come le intercettazioni. In aula i legali dell’imprenditore hanno presentato anche un atto del Noe: una relazione su un accertamento che apporta la firma di un carabiniere che quel giorno non era a Roma, ma in Sicilia.

Kievgate, arrestati in Usa due soci di Rudy Giuliani

Avevano in tasca un biglietto di sola andata e, alle 6 del mattino, attendevano di partire per Vienna dal Dulles International Airport, lo scalo internazionale di Washington, D.C. Li hanno arrestati prima che salissero sull’aereo: Lev Parnas e Igor Fruman, due partner di Rudy Giuliani, l’avvocato del presidente Trump, l’uomo che lavorava per convincere l’Ucraina a indagare su Hunter, il figlio di Joe Biden, potenziale candidato democratico a Usa 2020.

L’arresto di Parnas e Fruman, cittadini americani, nati rispettivamente in Ucraina e Bielorussia, quando quella era Unione sovietica, è più che un colpo d’avvertimento per l’ex ‘sceriffo’ e sindaco di New York e per la Casa Bianca. L’inchiesta sull’Ukrainagate, che ha innescato una procedura d’impeachment contro il presidente, s’avvicina all’ ‘inner circle’ del magnate showman: Giuliani è il primo a rischio di saltare, ma la fila di quelli che potrebbero doversi ‘sacrificare’ per difendere il presidente è lunga, dall’ambasciatore presso l’Ue Gordon Sondland fino ai segretari alla Giustizia William Barr e di Stato Mike Pompeo.

La Fox pubblica un sondaggio secondo cui una maggioranza di americani è favorevole all’impeachment. E la Cnn racconta che Giuliani, insieme a Trump nello Studio Ovale, cercò di convincere l’allora segretario di Stato Rex Tillerson, poi dimessosi, a uno scambio di prigionieri con la Turchia: protagonisti il pastore americano Andrew Brunson, che Ankara riteneva implicato nel presunto golpe 2016, e un cliente di Giuliani, l’imprenditore turco Reza Zarrab, vicino al presidente Erdogan, accusato dagli Usa di violazione delle sanzioni all’Iran. Tillerson si rifiutò: lo scambio avrebbe creato un precedente e incoraggiato altri governi a ‘sequestrare’ cittadini americani per scambiarli con loro cittadini.

Il capo della campagna presidenziale di Trump nel 2016, Paul Manafort, è stato condannato perché fece il lobbista per gli ucraini filo-russi del presidente Yanukovich; e proprio in Ucraina Giuliani andava sollecitando sponde contro Biden, mentre Barr cercava in Italia prove di un fantomatico complotto democratico anti-Trump nel 2016. Parnas e Fruman sono accusati di finanziamenti illeciti alle campagne del presidente, candidato alla rielezione, e di altri esponenti repubblicani.

La stampa non manca di rilevare l’anomalia di Giuliani, che aveva come clienti e interlocutori uomini d’affari con interessi in Ucraina, mentre negoziava per conto del presidente con le autorità ucraine.

Le Commissioni della Camera che stanno conducendo l’indagine sull’impeachment hanno emesso mandati di comparizione per Parnas e Fruman, ordinando loro di consegnare tutti i documenti rilevanti entro mercoledì e di presentarsi poi a testimoniare. Parnas e Fruman stavano fuggendo all’estero proprio per non comparire, ieri e oggi, come erano stati invitati a fare, davanti alle Commissioni della Camera. Dopo l’arresto sono stati portati in tribunale per avere fatto “transitare soldi stranieri per candidati a cariche federali e statali”, tutti repubblicani, aggirando – è l’accusa – le leggi tramite uno schema di riciclaggio che coinvolgeva una società energetica fondata in Florida, la Global Energy Producers.

Nel 2018, avrebbero così donato 325 mila dollari a un comitato elettorale pro-Trump, due giorni dopo aver ricevuto un bonifico di 1,2 milioni da un avvocato specializzato nell’assistere clienti stranieri che acquistano proprietà in Usa. A Giuliani, che a maggio li presentava come suoi clienti, Parnas e Fruman avrebbero presentato diversi magistrati ucraini, in particolare l’ex procuratore generale Viktor Shokin e il successore Iuri Lutsenko, per parlare dell’inchiesta sul figlio di Biden (che è stata riaperta: le pressioni di Trump hanno sortito effetto sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky). Si sospetta, inoltre, che Parnas e Fruman abbiano contribuito alla rimozione dell’ambasciatrice Usa a Kiev, Marie Yovanovitch, che non condivideva le critiche di Trump contro Biden. La diplomatica testimonierà oggi al Congresso.

FI e l’ombra dei Graviano sul primo “club” in Sicilia

Quando il 27 gennaio 1994 i carabinieri arrestano i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, a Milano, viene sequestrato un telefonino Microtacs Motorola alla futura moglie di Filippo. Il super-consulente Gioacchino Genchi scopre che in un anno “stranamente” ha effettuato solo 6 chiamate e ne ha ricevute 7. Per Genchi “è verosimile che sia stato utilizzato per la ricezione di telefonate da utenze installate in sede fissa (private e pubbliche, cabine ecc..) per le quali in Italia non è prevista la registrazione del traffico”. I Graviano sfruttavano il buco (poi coperto) della rete per rendersi invisibili. Tranne che per 13 chiamate.

La prima era al 161, l’ora esatta, un test. Ne restano 12: una a uno spedizioniere di Palermo, tre a un meccanico di Misilmeri, imparentato con il boss Pietro Lo Bianco di Misilmeri, ‘lo zio Pietro’ per Graviano.

Tre telefonate, concentrate tra il 10 e l’11 dicembre del 1993, sono con un incensurato insospettabile: Giovanni La Lia, classe 1964.

Ai carabinieri il 13 aprile 1994 disse: “Sono in attesa di occupazione e al momento svolgo l’incarico di presidente del club Forza Italia di Misilmeri che è stato costituito il 2 febbraio 1994”, appena una settimana dopo la discesa in campo di Silvio Berlusconi. I soci fondatori del direttivo erano lui e altre quattro persone, tra cui la sorella. La sede era al suo indirizzo. Un club casa e famiglia. Aggiunse: “Ho conosciuto soltanto i signori Angelo Codignoni e Gianfranco Micciché, il primo è uomo di fiducia di Berlusconi e presidente dell’Associazione Nazionale Forza Italia e il secondo neo-deputato”. Niente di strano. Li aveva conosciuti “nei primi giorni di febbraio 1994 in occasione di un incontro all’Hotel San Paolo Palace”. A domanda specifica rispose “ricordo un Dell’Utri della Fininvest credo se ne sia parlato in televisione”. Poi tornò il 18 aprile per precisare “mi sono informato, è un onorevole di Forza Italia che non ho mai conosciuto”.

Sulle tre telefonate tra il telefonino del presidente di uno dei primi circoli di Forza Italia e il cellulare usato dai boss Graviano, il regista operativo delle stragi del 1993, i giornalisti e gli investigatori si interrogano da 25 anni.

Genchi pensò che fosse stato prestato perché quel cellulare effettua chiamate incoerenti con un incensurato. La Lia poi aprirà un’attività a Misilmeri e infine si trasferirà al nord dove lavora onestamente da decenni. Eppure per mesi, a partire da gennaio 1993, il suo telefonino sembra in preda ai demoni: fa chiamate quasi esclusivamente con il cellulare intestato al macellaio Giovanni Tubato, poi accusato di avere custodito l’esplosivo della stragi e infine ucciso il 20 agosto 2000.

Altre telefonate con Salvatore Benigno e una persino con Gaspare Spatuzza, il 9 luglio 1993. L’8 giugno 1993 c’è anche una chiamata al boss Giorgio Pizzo. All’improvviso il telefonino di La Lia, sotto elezioni, cambia giro. Il 26 gennaio, Berlusconi scende in campo e il 6 marzo il cellulare di La Lia chiama il cellulare 0336-4477… intestato alla casa di sondaggi preferita dal Cavaliere del 1994: la milanese Diakron di viale Isonzo. Il 22 marzo 1994, pochi giorni prima del trionfo di FI, una chiamata all’utenza di Salvatore La Porta, coordinatore regionale di Forza Italia Sicilia. Poi una chiamata a un volto storico della politica siciliana, l’ex deputato regionale Dc Vittorino La Placa, altre ai parlamentari di Forza Italia, Gaspare Giudice e Michele Fierotti. Tutti assolutamente al di sopra di ogni sospetto. Tutti non ricordano di avere mai conosciuto La Lia.

I carabinieri gli chiesero se avesse mai prestato il cellulare, ma l’allora 30enne replicò: “l’apparecchio è rimasto sempre in mio possesso”. I tabulati furono acquisiti dai pm che indagavano sulle stragi del ‘93 a Firenze. Nessuno ha decifrato il mistero e La Lia non è mai stato indagato.

Le uniche chiamate spiegabili del cellulare sequestrato ai Graviano sono le 5 effettuate con Fabio Tranchina. Il panettiere classe 1971 che fu sentito due giorni dopo La Lia disse di non ricordare nulla. In realtà era l’autista dei Graviano dal 1991. Poi Tranchina è stato arrestato e si è pentito nel 2011 dopo un altro fermo. L’11 maggio 2018 al processo ‘ndrangheta stragista’ il pm Giuseppe Lombardo lo interroga anche sul misterioso La Lia.

PM: Lalia Giovanni le dice qualcosa?

Tranchina (T): Il cognome… sinceramente se lo devo abbinare al cognome… il cognome non mi ricordo nulla”

PM: Quindi come cognome non le dice nulla

T: No(…) dottore io sinceramente non mi ricordo. Il cognome non mi dice nulla perché magari non conosco il cognome… io mi ricordo di Giovanni, c’era una persona che grosso modo ai tempi poteva avere la mia stessa età, questa persona pure ultimamente faceva sporadicamente da autista a Giuseppe Graviano. E se non ricordo male veniva dalle parti di Misilmeri, Palermo, però non lo so se parliamo della stessa persona .

PM: E si chiamava Giovanni di nome?

Tranchina: Sì

PM: In che senso faceva sporadicamente l’autista a Giuseppe Graviano?

T: qualche volta lo accompagnava al posto mio (…) In rarissime occasioni ho notato la presenza di questo (…) ai tempi avrà avuto la mia età o forse qualche un paio di anni in più (…) questa persona l’ho conosciuta solo in occasione che ci siamo incontrati per strada o perché Giuseppe era in macchina con me che lui andava avanti e faceva da battistrada o viceversa non abbiamo mai avuto nulla in Comune.

Le dichiarazioni non hanno portato a nessuna indagine. Sono imprecise e comunque tardive. Poi l’autista ‘Giovanni’ sarebbe poco più grande mentre La Lia ha 7 anni in più di Tranchina. Per la trasmissione

 

“Ora ci sono 450 milioni per l’ambiente. Le cose scomparse? Torneranno tutte”

Sono contento. Per il ministero dell’Ambiente è un momento storico”. Il ministro Sergio Costa esulta per l’approvazione, ieri, del decreto clima in Consiglio dei ministri dopo settimane di battaglia e ritocchi al testo.

Ministro, non starà esagerando?

Lo dico con rispetto, ma per la prima volta si riconosce l’urgenza della tutela ambientale. È stata una soddisfazione aver convinto i miei colleghi e il premier che c’erano le condizioni per una risposta immediata. E perciò provo anche un po’ di emozione.

È stato un decreto dal lungo percorso: partiamo da tre cose positive.

Introduce un modo diverso di concepire le azioni ambientali: non solo doveri delle istituzioni ma anche reciprocità con il cittadino. Nel momento in cui diamo contributi ai commercianti (5 mila euro, ndr) per inserire un angolo di prodotti sfusi nei loro negozi, diventano un alleato ambientale e un presidio nei piccoli centri così come lo è chi sceglie di acquistarli. E ancora, mi piace la riforestazione urbana, i fondi (30 milioni, ndr) ai Comuni per promuovere l’imboschimento verticale e orizzontale, quindi parchi e angoli verdi nelle città ostaggio di smog e particolato.

Ne manca ancora una.

Sono nonno: gli scuolabus che accompagnano i miei nipoti a scuola sono vecchi e inquinanti. Abbiamo messo risorse (fino a 20 milioni, ndr) per farne comprare di nuovi ed ecologici, ibridi o parzialmente.

Il testo, però, ha perso per strada parti rilevanti e molte sono state ridimensionate. C’è il bonus rottamazione da 1.500 euro da spendere per mezzi pubblici o per acquistare una bicicletta, ma prima erano 2.000 e la rottamazione è passata da fino a Euro 4 a Euro3…

Le bozze sono bozze, lanci una idea, ti confronti con altri ministeri, lo fai con il mondo scientifico. E così scopri che fino agli Euro 3 c’è un problema certo, una sorta di soglia indiscutibilmente dannosa al di sotto della quale non c’è la stessa certezza. E decidi di conseguenza. Nella prima bozza non era prevista la rottamazione per i motocicli. Ora c’è, fino a 500 euro.

È scomparsa anche la riduzione dei Sussidi Ambientali dannosi.

C’è un motivo tecnico. Nel Nadef, la nota di aggiornamento del Def, si parla già dei sussidi ed è stata approvata e deliberata dal consiglio dei Ministri. Sarei stato un narciso, oltre che antigiuridico, a ribadirla. Il taglio è dove è giusto che sia, sarà ora il Tesoro a fare le sue valutazioni.

Cosa auspica?

Scelte di buon senso. Che la riduzione ci sia, anche se più lenta (la bozza prevedeva un calo del 10%l’anno, quasi 2 miliardi ndr) ma costante. E che si salvaguardino le categorie minacciate assicurando loro magari una compensazione pari al sussidio tolto.

Via anche il potenziamento della Valutazione d’Impatto Ambientale, con l’inserimento della valutazione dell’Impatto Sanitario. Una norma chiaramente legata anche a Ilva.

La Vis ha un motivo tecnico e giuridico: non era urgente ed era una norma di carattere strutturale. Il rischio era che fosse cassata. La inseriremo nel Collegato ambientale alla legge di Stabilità.

E ora?

Voglio migliorare la norma in fase di conversione. Dare contributi sugli ecocompattatori delle città, inserire un premio per quella più verde d’Italia e pianificare meglio con il ministero dell’Istruzione i programmi sull’educazione ambientale. Una cosa poi mi rende orgoglioso.

Cosa?

Abbiamo stanziato 450 milioni di soldi del ministero. Arrivano dalle aste verdi, quelle che rispondono al principio “chi inquina paga”. Presi da lì e indirizzati su programmi ambientali e virtuosi.

Dai paradisi fiscali Ue una rapina all’Italia da 7 miliardi all’anno

Lotta all’evasione, carcere, scontrini. Temi fondamentali. Eppure, il fisco italiano ogni anno subisce una perdita silenziosa che arriva sulle pagine di cronaca ciclicamente, ma per breve tempo e poi dimenticata. Per farla semplice: le multinazionali trasferiscono nei paradisi fiscali, europei e non, almeno 24 miliardi di dollari di profitti realizzati in Italia ogni anno. Una cifra che genera un mancato gettito fiscale di 7,5 miliardi di dollari, il 19 per cento di tutto quello che arriva dall’imposta sulle imprese. Gli ultimi calcoli, che integrano e precisano quelli di database già esistenti (Ocse e Orbis soprattutto), sono di missingprofits.world, progetto realizzati da Gabriel Zucman, economista francese che si occupa di disuguaglianze economiche e da due ricercatori danesi, Thomas Tørsløv e Ludvig Wier.

Il focus sull’Italia è interessante perché identifica anche i principali paradisi fiscali destinatari dei profitti (il dettaglio nell’infografica). La stragrande maggior parte sono nell’Ue:ç Lussemburgo su tutti, poi Irlanda, Paesi Bassi, Belgio, Malta e Cipro. Tre miliardi e mezzo di utili sono invece localizzati fuori dall’Unione: Svizzera (2,6 miliardi, pari al 3%), Bermuda, Caraibi, Porto Rico, Hong Kong, Singapore. Sono soprattutto tre i metodi con cui le multinazionali eludono il fisco: attraverso la manipolazione dei prezzi di esportazione e importazione all’interno del gruppo stesso (transfer pricing); il pagamento di interessi sui finanziamenti infragruppo; e infine con il posizionamento strategico negli altri paesi dei cosiddetti “beni immateriali”, come sedi dedite solo ai servizi. Dalle analisi dei tre studiosi emerge ad esempio che nei paesi a bassa tassazione le filiali estere delle multinazionali sono quasi sempre più redditizie delle imprese locali, e viceversa. Si sono accorti però che mentre in questi paesi il rapporto tra i profitti e i salari delle multinazionali era altissimo se confrontato con quello dei paesi ad alta tassazione, la differenze con i livelli di produttività e di capitale-lavoro era invece quasi inseistente. L’unica spiegazione, quindi (confermata poi dai dati) è che i profitti aumentano perché c’è una quota rilevante che arriva da fuori.

Si tratta di un vizietto che piace molto: a livello globale, infatti, circa il 40% degli utili delle multinazionali (pari a oltre 650 miliardi nel 2016) viene trasferito ogni anno in paradisi fiscali facendo risparmiare alle aziende (perdere alle casse dei governi dei Paesi a cui vengono sottratti) quasi 200 miliardi, il 10% delle entrate fiscali globali. Olanda, Lussemburgo&C. riescono poi nell’impresa di avere un gettito molto più alto di quello dei paesi a tassazione elevata. In Italia, Francia, Germania, Spagna e Usa, per esempio, le imposte sulle imprese rappresentano circa il 3 % del Pil, nei paradisi fiscali quasi il doppio o anche il triplo.

L’Ue ne esce oltretutto malissimo: “I paesi che non sono paradisi fiscali – si legge nello studio – risultano i più colpiti dalle pratiche elusive: il 35% dei profitti spostati, a livello mondiale, proviene dall’Ue”. Ovviamente, i big del digitale sono i campioni. “Google e Alphabet nel 2017 hanno riportato 23 miliardi di ricavi alle Bermuda dove l’aliquota dell’imposta sul reddito delle società è zero” si legge. Secondo i dati del ministero dell’Economia, Google, Amazon, Airb&b, Twitter e Tripadvisor hanno versato nel 2018 al fisco solo 14,3 milioni di euro. La lista dei colossi italiani trasferiti all’estero è lunga, specie in Olanda (Fca, Cementir etc.). Ieri il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha annunciato (in Lussemburgo) l’arrivo da gennaio di una “digital tax” sui profitti maturati in Italia. La misura c’era già nella vheccia manovra, ma è rimasta lettera morta (perché mancano i decreti attuativi). Vale 600 milioni di incassi l’anno.

Stretta fiscale a tappeto. Ma il gettito non basta

Rimborsi fiscali decurtati da eventuali debiti con l’erario, lotta alle frodi su accisa e Iva dei carburanti, lotteria degli scontrini, ma anche la possibilità di confiscare i beni agli evasori condannati in via definitiva, come si fa contro la mafia. Sono alcune delle misure contenute nei 51 articoli della bozza del decreto fiscale, collegato alla manovra 2020, su cui sta lavorando il governo per recuperare 7,2 miliardi di euro. All’appello mancano ancora parecchi miliardi, visto che dalle prime stime indicate dalle relazioni tecniche al momento si dovrebbe arrivare a poco meno della metà: da 2,3 a 3,4 miliardi di euro, nell’ipotesi più ottimistica. Anche perché ci sono ancora misure in lavorazione: dall’unione Imu-Tasi agli incentivi per i pagamenti elettronici. Il recupero più consistente dovrebbe arrivare dalle norme sulle compensazioni tra crediti fiscali e debiti contributivi (circa 1,5 miliardi il primo anno) e dagli interventi contro le frodi sui carburanti (1,1-1,3 miliardi). Ecco una guida alla stretta sull’evasione.

Confisca evasori. Si procederà alla confisca di beni “per sproporzione” nel caso di condanna penale per evasione di imposte sui redditi e Iva. La confisca, che di fatto estende le norme antimafia, scatta quando il condannato non può giustificare la provenienza dei fondi accumulati.

Compensazioni. La misura che dovrebbe dare maggiore ritorni – 1 miliardo nel 2020 e 878 milioni nel 2021 e nel 2022 – è la stretta sui crediti d’imposta che diventeranno una sorta di bancomat per sanare i debito col fisco. Una rilevante novità che riguarda professioni e famiglie. Per le partita Iva, se il credito vantato è superiore a 5mila euro, si dovrà prima presentare una dichiarazione e poi richiedere il rimborso tramite i canali telematici dell’Agenzia delle Entrate. Sotto torchio pure le famiglie: chi ha già ricevuto una cartella superiore a 100 euro non riceverà nel 730 il rimborso Irpef delle spese mediche o del mutuo, perché questo credito d’imposta verrà trattenuto dal fisco che erogherà poi la differenza, se ancora c’è, garantendo un maggior gettito annuo di 467,6 milioni di euro.

Nuovo condono. Nonostante le rassicurazioni (“basta condoni”) arrivate da più parti del governo giallorosa, è prevista la riapertura della rottamazione ter, senza effetti negativi per il gettito, per allineare le scadenze e consentire di far rientrare nella mini-sanatoria anche i ritardatari che non hanno già saldato la prima o unica rata alla scadenza del 31 luglio. Spostata al 30 novembre la scadenza del primo versamento o del saldo. Si attendono 46 milioni quest’anno e 52 nel 2020.

Carburanti. Per contrastare il meccanismo delle frodi carosello (società teste di legno che acquistano all’estero prodotti petroliferi aggirando l’Iva per poi rivendere il carburante in Italia incassando l’imposta), entro il 30 giugno 2020 verrà istituito un sistema informatizzato che monitorerà il flusso dei carburanti consentendo un maggior gettito tra 100 e 200 milioni di euro l’anno. Prevista anche l’introduzione di una Dichiarazione accise semplificata (Das) che farà recuperare tra 400 e 910 milioni.

Fattura elettronica. Fisco e Guardia di finanza potranno utilizzare i file Xml della fatturazione elettronica (oltre 850 milioni inviate nei primi sei mesi del 2019) per finalità diverse da verifiche e controlli fiscali. In altre parole, le procure potranno accedere alle e-fatture senza limiti.

Lotteria scontrini. Dopo tre anni ai box, dal 2020 la creatività per combattere l’evasione consentirà di recuperare 13,5 milioni di euro. Per partecipare all’estrazione è necessario che i contribuenti, al momento dell’acquisto, si facciano battere lo scontrino con il proprio codice fiscale che verrà trasmesso all’Agenzia delle Entrate. Previste multe tra i 500 e i 2.000 euro ai commercianti che rifiutano o non comunicano al fisco i codici fiscali.

Giochi. Slittano la sostituzione delle vecchie slot machine con quelle di nuova generazione e l’indizione della gara sulla concessione delle scommesse, in seguito alla sospensione del bando da parte del Consiglio di Stato. Previsti un agente sotto copertura per scovare irregolarità nelle sale da gioco e un registro unico degli operatori (200 euro l’iscrizione). Le banche che trasferiscono denaro dai giocatori alle sale gioco online non autorizzate rischiano una multa fino a 1,3 milioni. I condannati per criminalità organizzata o riciclaggio non potranno più avere delle concessioni.

Giallorosa in trasferta a Pesaro: Ricci dà una delega alla capogruppo M5S

Non è solo il governo giallorosa, a produrre inedite convergenze a livello locale. Dopo l’alleanza in Umbria sul nome di Vincenzo Bianconi, con tanto di manifesti elettorali con i simboli affiancati, da ieri Pd e Movimento 5 Stelle hanno avviato anche la prima collaborazione in un comune italiano: a Pesaro il sindaco renziano (ma rimasto nel Pd) Matteo Ricci ha assegnato alla capogruppo dei 5 Stelle in consiglio comunale, Francesca Frenquellucci, la delega a “Università e Pesaro Studi”. Obiettivo? Provare a riaprire corsi universitari anche nella città di Gioacchino Rossini mettendo a disposizione della vicina Università di Urbino un edificio del Comune. Eppure la decisione di Ricci ha assunto subito rilevanza politica: oltre a essere la prima volta che le due forze di governo si alleano a livello comunale, in molti pensano che la nomina di Frenquellucci possa aprire una strada prima a un appoggio esterno dei 5 Stelle in consiglio e poi a una alleanza in vista delle regionali delle Marche del 2020. E ad ammetterlo è stato ieri lo stesso Ricci: “È una sinergia importante – ha detto dopo la firma – credo che possa diventare un laboratorio politico amministrativo nazionale”. Poi la prima richiesta al M5S: “Da loro ci aspettiamo un’opposizione collaborativa e costruttiva, ma questa è una collaborazione che farà bene alla città e allo sviluppo della politica italiana. Anche in vista delle elezioni regionali”.

A questo proposito gli occhi dei dirigenti di Pd e M5S marchigiani sono tutti puntati sulla vicina Umbria, dove il prossimo 27 ottobre si capirà se l’esperimento dell’accordo a livello regionale possa essere davvero vincente. Nel frattempo, i grillini locali si godono una vittoria sul tema di “Pesaro Studi”: quello di riportare l’Università anche a Pesaro era un cavallo di battaglia del M5S già dalla scorsa campagna elettorale e adesso i grillini possono riuscire a portarlo a termine. La roadmap, infatti, è già definita: nei prossimi giorni Frenquellucci e Ricci incontreranno il rettore dell’Università di Urbino, Vilberto Stocchi, per iniziare a parlarne. Nel frattempo, la nomina della capogruppo pentastellata ha provocato la rabbia delle opposizioni di centrodestra: “I 5 Stelle hanno tradito il voto dei pesaresi – hanno scritto in una nota i consiglieri di Lega, FdI e Forza Italia – l’inciucio Pd-M5S ormai è avvenuto anche qui”. “Sono dei nani politici – la risposta al vetriolo del M5S – l’apertura dell’amministrazione verso le nostre proposte ci inorgoglisce e ci rende fieri”.