La domenica di Cairo: l’incontro con Silvio e l’idea della “discesa”

Nel pomeriggio di domenica Silvio Berlusconi ha accolto Matteo Salvini e Giorgia Meloni nella sua casa-ufficio milanese di via Rovani per un bel vertice del centrodestra che fu e a cui non crede più nessuno: “Uniti” alle prossime Regionali e maggiore “coordinamento” dei gruppi parlamentari, il topolino partorito dalla montagna del faccia e faccia.

Giornata di incontri, quella di domenica, per il fu Cavaliere, che la mattina aveva invece aperto le porte di casa sua, quella di Arcore, a un altro ospite: Urbano Cairo, presidente e amministratore delegato di Rcs, editore di La7, già manager della Publitalia del Biscione e oggi venditore di pubblicità in proprio, nonché patron del Torino calcio. Insomma, a livello imprenditoriale una replica al momento un po’ più in piccolo del pensionando Caimano, di cui fu giovanissimo persino assistente personale.

L’incontro, segreto, sarebbe stato preparato e officiato dai due eterni alter ego di Silvio, Fedele Confalonieri e Gianni Letta: dagli uomini del partito Mediaset dunque, non dalla corte politica dell’anziano re di Arcore, il fu cerchio magico della declinante Forza Italia, che infatti smentisce sdegnato persino l’ipotesi di una chiacchierata tra i due editori.

Il motivo è semplice: anche se non si sa cosa i due si siano detti, il retropensiero di tutti corre alla sempre negata, “per ora”, volontà di Cairo di seguire anche in politica il percorso di quel che sembra il suo modello. Che l’editore di Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport e La7 ci pensi, nonostante il conflitto di interessi che già perseguitò Berlusconi, è il segreto di Pulcinella: giusto alla fine di agosto ha rilasciato un’intervista al Foglio pomposamente intitolata “Un altro governo è possibile. Il manifesto politico di Urbano Cairo”.

All’interno di quel colloquio c’è anche una frase che non può non riverberarsi nell’incontro di domenica: “Io non sono e non sarò mai l’erede del Cavaliere. Io sono molto diverso da lui. Per essere ancora più chiaro: non vivo nell’attesa di ricevere una qualche investitura, né intendo assumere la guida di partiti già esistenti che hanno attraversato una parabola puntellata di successi e fallimenti. Nella vita non si prende il posto di qualcun altro… Se si vuole compiere il grande passo, si dà vita a una creatura inedita, la s’inventa di sana pianta. Gli innovatori inventano il nuovo, non riciclano il vecchio”. Difficile che Cairo, incensato sui suoi media come Xi Jinping in Cina, abbia cambiato idea e pensi di caricarsi Forza Italia: d’altra parte lo spiegò allo stesso Berlusconi proprio ad agosto, in un precedente incontro in cui il re di Arcore gli offrì sostanzialmente la guida di un nuovo “partito dei moderati” da fondare all’uopo.

E allora? Il padrone di La7 sta pensando di entrare in politica? “Al momento (sic) l’idea non mi sfiora”, aveva detto alla giornalista Annalisa Chirico un mese e mezzo fa. Nel frattempo, però, lo spazio politico di questi benedetti “moderati” , il mitico centro, s’è riempito come non mai: Carlo Calenda è uscito dal Pd e cerca di capire cosa fare; Matteo Renzi s’è scisso dando vita a un partitino che promette di svuotare Forza Italia; da Milano si muove per rappresentare quell’area anche a livello nazionale il sindaco Beppe Sala. Se Cairo sta pensando di candidarsi al prossimo giro – tra un paio d’anni abbondanti se l’ircocervo giallorosé regge – deve iniziare a muoversi adesso, anche se, come al solito, sotto traccia: “Progettavo la scalata a Rcs da dieci anni senza farne mai parola con nessuno, nell’assoluto riserbo”.

Ovviamente i tacchini di Forza Italia, già pronti alla strage di Natale via taglio dei parlamentari e crollo elettorale, non vedono di buon occhio le mosse di Cairo: loro preferirebbero gestire il declino, magari trovando un modo gentile per farsi salviniani. Eppure il suo nome è considerato quello giusto per prendere in mano l’eredità di Forza Italia dentro pezzi rilevanti dell’inner circle berlusconiano: ad esempio i lettiani (nel senso dello zio Gianni e non di #enricostaisereno), ma anche Marina Berlusconi gradirebbe la “discesa in campo” (citazione) di un imprenditore così simile al padre.

Il buon Urbano intanto, che praticamente tutti i giorni finisce in pagina sui suoi giornali, costruisce con cura la sua figura pubblica, si guarda intorno curioso, fa quattro chiacchiere con l’uomo che dal nulla s’inventò un partito di governo giusto 25 anni fa e gioca coi media sulla leggenda del suo impegno politico. L’annuncio, se mai ci sarà, arriverà solo a cose fatte: d’altronde ha progettato la scalata a Rcs per dieci anni senza dirlo a nessuno. E poi pure Berlusconi fece più o meno così…

“Il Parlamento europeo ha avuto coraggio: non siamo più agli ordini dei capi di Stato”

“La candidata proposta da Emmanuel Macron non offre né la garanzia d’indipendenza né quella d’integrità che il Parlamento Ue esige da chi dovrà ricoprire il ruolo di commissario. Non siamo più la Camera che si limita a registrare le decisioni di capi di Stato ed esponenti della Commissione”. Manon Aubry è capo-delegazione de La France Insoumise, il movimento fondato da Jean-Luc Mélenchon che a Strasburgo aderisce al gruppo di sinistra (Gue).

Ci spiega cosa è successo con Sylvie Goulard? Perché la maggioranza dei deputati ha respinto la sua candidatura a commissario?

Le irregolarità nei rimborsi e la consulenza strapagata per il think tank americano sono elementi ormai noti a tutti, da Bruxelles all’opinione pubblica internazionale. Per noi della Sinistra europea, fuori dai giochi politici degli altri gruppi parlamentari, la questione principale è proprio quella che riguarda la sfera etica e l’integrità della candidata. Da due settimane portiamo avanti una campagna contro di lei. Se Goulard fosse passata, avremmo gettato il disonore su questa istituzione. Ma per fortuna l’Eurocamera si è fatta sentire: ne ammiro il coraggio e sono felice per la decisione presa.

C’è chi ipotizza una vendetta di popolari e socialisti contro i macroniani perché i commissari di Ungheria e Romania sono stati bocciati…

Ma Goulard ha comunque qualcosa da rimproverarsi, è quello che non va.

Lo sponsor di Goulard è il presidente francese Emmanuel Macron. Se lei è stata giudicata inadatta al ruolo, anche lui ha responsabilità?

Senza dubbio per Macron si tratta di uno smacco. Credeva di potersi imporre con la forza, come fa di solito. Ma a Bruxelles le cose non vanno in questo modo. Ricordiamoci che Goulard si è dimessa da ministra della Difesa nel 2017, per una inchiesta ancora in corso. Se non era degna di ricoprire un ruolo di governo allora, perché oggi avrebbe potuto farlo per l’esecutivo comunitario? L’Europa per lei conta meno della Francia?

Dopo questa bocciatura, Macron dovrà indicare un sostituto. Ipotesi o suggerimenti?

Non azzardo, vorrei solo sottolineare un elemento: dopo il voto del Parlamento, Macron dovrà essere molto più cauto.

Anche la presidente designata della Commissione Ursula von der Leyen?

Tre commissari bocciati anche per conflitto d’interessi non era mai successo nella storia dell’Ue. E poi Von der Leyen partiva già con una maggioranza risicata. Provo a darle un consiglio: eviti il modello Macron.

Goulard bocciata, schiaffo a Macron che attacca Ursula

Il più furibondo è Emmanuel Macron, ma anche Ursula von der Leyen esce ammaccata dalla bocciatura di Sylvie Goulard a commissaria europea.

Il Parlamento europeo riunito in comitato, l’ha infatti respinta a schiacciante maggioranza con 82 voti contro 29 e 1 astenuto. Non sono stati solo i “sovranisti” o le forze di opposizione, Gue e Verdi, a votare contro ma anche settori della maggioranza che si riconosce in Von der Leyen, compreso il M5S e, soprattutto, i Popolari tedeschi.

Macron non l’ha presa bene tirando accusando gli eurodeputati di “giochetti politici”. Poi si è rivolto espressamente a Von der Leyen ricordando che al momento di avanzare la candidatura francese aveva proposto tre nomi. Fu la neo-presidente tedesca a scegliere la Goulard, sua dirimpettaia a Parigi quando era ministero della Difesa di Berlino. Da quell’incarico, però, nel 2017 Goulard dovette dimettersi per via di un’inchiesta sui posti di lavoro fasulli registrati quando era parlamentare europea. Senza contare che, come ha ricordato il quotidiano francese Mediapart, era finita nel mirino di Transparency International per essere stata “consigliera speciale” di un think tank americano (a 10 mila euro al mese) lanciato da Nicolas Berggruen, uomo d’affari che Forbes ha definito un “finanziere avvoltoio” proprio mentre era anche parlamentare europea.

La principale contestazione di Strasburgo, ieri, è relativa proprio al doppio standard di ministra francese dimessasi a Parigi ma poi nominata commissaria a Bruxelles: “Goulard ha ritenuto che i commissari europei non dovrebbero avere gli stessi standard dei ministri francesi”, ha infatti sottolineato l’eurodeputata danese Pernille Weiss.

Ma il principale imputato è il Ppe. Dal profilo del gruppo è apparso un tweet del coordinatore, Christian Ehler, che invitava la Goulard “a ritirarsi prima della votazione in commissione alle 14”. In un altro tweet, anch’esso cancellato, si scriveva che “la freghiamo al secondo voto”.

Lo scontro può essere ricondotto a una voglia di vendetta di Manfred Weber l’europarlamentare tedesco indicato dal Ppe come presidente della Commissione, ma che invece Macron ha sacrificato nel risiko delle nomine. Weber ieri ha solo dichiarato di “non essere mai stato consultato sulle nomine”, giudizio secco e gelido allo stesso tempo. Politicamente è più forte la spiegazione di un Europarlamento che ha fatto capire al presidente francese che la Ue non è la Republique e che quindi non può decidere a suo piacimento.

Macron ha così chiamato in causa Von der Leyen la quale aveva assicurato che sul nome di Sylvie Goulard avrebbe sentito personalmente tutti i leader dei vari gruppi parlamentari di maggioranza, Popolari, Socialisti e Liberali. Telefonate andate a vuoto e che chiamano in causa le capacità della Von der Leyen.

L’intero equilibrio costruito sulle nomine apicali europee ora viene indebolito. La crisi di governo rumena, apertasi ieri, costringe peraltro a rinviare l’insediamento della Commissione – a cui manca l’esponente francese e quello ungherese, oltre alla Romania – a dopo il 1° novembre. Von der Leyen ha ieri dichiarato che la candidatura francese “resta aperta”, ma ha comunque dovuto ammettere la difficoltà di avere tre nomi ancora non coperti.

Quanto alla Francia ora deve indicare una sostituta – possibilmente donna per rispettare l’equilibrio di genere chiesto da Von der Leyen – e la più accreditata è l’attuale ministra della Difesa, Florence Parly, che però ha già rifiutato la nomina (in caso di donne, si fa il nome anche di Segolene Royal). Nel caso Macron puntasse su degli uomini potrebbero emergere Michel Barnier, attuale negoziatore per la Brexit o Clément Beaune, consigliere dello stesso Macron. A quel punto potrebbe aprirsi anche il capitolo del portafoglio assegnato alla Francia.

Manette agli evasori, il testo 5S: le pene salgono fino a otto anni

Hanno scritto quanto promesso, perché lo hanno detto ovunque di voler azzannare i grandi evasori. Lo predica da settimane il premier Conte, lo ha garantito poche ore fa il Guardasigilli Bonafede: anche di fronte alle titubanze del ministro dell’Economia, il dem Roberto Gualtieri, manifestate un paio di giorni fa in audizione alla Camera: “Sul carcere agli evasori non ci sono misure allo studio”. E invece ecco le pene molto più alte per gli evasori, assieme a soglie di punibilità molto più basse, ridotte di un terzo e talvolta di un quarto. Eccola la linea dura del ministero della Giustizia, contenuta nella bozza di normativa inviata al Tesoro per essere inserita nel decreto fiscale. Ma chissà quanto rimarrà delle misure draconiane dopo i tavoli e le trattative con il Pd. Difficile valutare l’impatto delle norme pensate dai tecnici di Via Arenula, tarate sulla linea del Movimento. Più severe anche di quelle proposte nel dicembre scorso in un emendamento alla legge Anticorruzione dalla presidente della commissione Giustizia, Francesca Businarolo. “Sulla lotta all’evasione facciamo sul serio, va fatto per la maggioranza dei cittadini che è corretta e porta sulle spalle il peso dello Stato”, ha ribadito ieri a Montecitorio la viceministra dei 5Stelle all’Economia, Laura Castelli.

Il giro di vite sui reati tributari è in quattro mosse. Viene rafforzato l’impianto sanzionatorio e vengono abbassate le soglie oltre le quali scatta il penale, alzate dalla riforma di del governo Renzi nel 2015. A queste si aggiungono misure complementari, come la possibilità di confiscare i beni dei condannati e l’estensione della responsabilità amministrativa alle società per i reati tributari. Andiamo con ordine. Nelle sanzioni di natura patrimoniale si rendono applicabili anche a chi sia stato condannato per delitti tributari misure pensate per il contrasto ai crimini mafiosi. Si consente il sequestro e la confisca dei beni e delle disponibilità finanziarie del condannato in via definitiva per le quali non sia in grado di giustificare la legittima provenienza. Il giudice potrà disporre la confisca anche nei casi di estinzione del reato, come l’amnistia e la prescrizione. Ma si è operato anche sul versante penale, con una stretta della riforma renziana e un aumento delle pene. Con le nuove norme viene punito con la reclusione da quattro a otto anni (invece che da 1 anno e sei mesi a sei anni) chiunque si avvalga di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti e che indichi in una delle dichiarazioni annuali relative, elementi passivi fittizi. Se l’ammontare è inferiore a euro 100 mila (la vecchia soglia era fissata a 150 mila) si applica la reclusione da 1 anno e sei mesi a 6 anni. La dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici è punita con la reclusione da tre a otto anni e non più da un anno e sei mesi a sei anni.

La dichiarazione infedele, finora punita con una pena da uno a tre anni, passa a due fino a cinque anni di carcere. Basta che l’imposta evasa sia superiore ai 100 mila euro e non più ai 150 mila. Inasprimenti di pena sono previsti anche per l’omessa dichiarazione e per le emissioni di fatture per operazioni inesistenti. Se l’importo non rispondente al vero indicato nelle fatture o nei documenti, per periodo d’imposta, è inferiore a 100 mila euro, si applica la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni. L’occultamento o la distruzione di documenti contabili vengonoperseguiti portando la reclusione prevista finora da un minimo di un anno e sei mesi a sei a una previsione compresa tra tre e sette anni. Il penale nell’omesso versamento di ritenute scatta oltre un ammontare di 50 mila euro e la soglia per gli omessi versamenti Iva scende a 100 mila euro. Nel 2015, Renzi aveva alzato le soglie rispettivamente a 150 mila e 250 mila. Insomma, si torna a prima della riforma.

Altra novità introdotta è la punibilità delle società come responsabili dei reati tributari. In sostanza viene estesa anche a queste fattispecie la responsabilità amministrativa prevista dalla legge 231 del 2001. Nello schema 5S si applica il sequestro e la confisca anche in danno della persona giuridica, cioè la società, se beneficiarie degli illeciti tributari e il cui patrimonio non era direttamente aggredibile.

La nuova norma, si legge nella relazione tecnica, punta a superare le incertezze interpretative manifestatesi in giurisprudenza sull’applicabilità dell’attuale disciplina sulla sequestrabilità e confiscabilità dei beni per i delitti tributari commessi in associazione o per reati presupposti dei delitti di riciclaggio o autoriciclaggio, la truffa ai danni dello Stato o il falso in bilancio, per i quali sarà chiamata a rispondere anche la società nell’interesse della quale sono stati commessi.

“Anche i dem nel 2013 proponevano lo stop, ora sembrano Salvini”

Sulla prescrizione si litiga ancora. Il senatore Pietro Grasso non nasconde un certo fastidio: “Bonafede – spiega – ha detto più volte che la crisi dei gialloverdi è nata dal veto della Lega sulla riforma della giustizia. Ecco, sembra quasi che la nuova maggioranza voglia ricalcare la linea di Salvini e compagni”.

LeU è la sola a sostenere Bonafede sulla prescrizione.

Io chiedevo il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado già quando ero magistrato. È una questione di coerenza personale. Le dico di più: era nel programma del Pd nel 2013. E lo stesso Andrea Orlando, quando presiedeva il Forum Giustizia, era perfettamente d’accordo con questo principio, come è ben documentato nei lavori del forum.

Cosa è cambiato da allora per Orlando e compagni?

Probabilmente vuole difendere la riforma che ha fatto approvare da ministro nella passata legislatura, che ha stabilito il congelamento della prescrizione per 18 mesi. È stata una mediazione politica al ribasso: in quella maggioranza c’era Alfano… Il risultato è che sono stati allungati i tempi della prescrizione senza minimamente accorciare quelli dei processi. Che è invece l’obiettivo della legge di cui discutiamo ora.

Cosa risponde a chi sostiene – come gli avvocati penalisti – che il blocco della prescrizione produrrà il “fine processo mai”?

La norma sulla prescrizione serve a stabilire un punto fermo da cui partire per intervenire sull’intero sistema processuale. L’obiettivo di fondo è far arrivare meno procedimenti possibili al dibattimento. La sfida è migliorare l’efficienza del sistema, riuscendo a preservare le garanzie della difesa. Oggi il 75% dei processi si prescrive prima del primo grado. Bisogna lavorare sui “colli di bottiglia” che generano gli arretrati.

Renzi vorrebbe “salvare” la prescrizione per chi è assolto in primo grado.

Per la Costituzione la presunzione di innocenza resta tale fino alla sentenza definitiva. E questo vale tanto per l’innocente quanto per il colpevole: non ci può essere una distinzione in questo senso.

Bonafede ha dichiarato che con la sua riforma l’80% dei processi penali saranno chiusi in 4 anni. Somiglia un po’ a Di Maio che abolisce la povertà, non trova?

(Sorride) La riforma Bonafede prevede i seguenti termini: due anni per il primo grado, un anno per l’appello e un anno per la Cassazione. Alle attuali condizioni del processo, è un obiettivo totalmente utopico. Se si facessero tutti gli interventi giusti, forse si potrebbe arrivare a rispettare i termini della legge Pinto: quattro anni per il primo grado e un anno a testa per appello e Cassazione. Sei anni in tutto. Non bisogna porre obiettivi irraggiungibili, altrimenti poi si viene accusati di non mantenere le promesse.

È giusta l’azione disciplinare per i “negligenti”?

Non è solo un problema di negligenza: bisogna aumentare le risorse, migliorare l’organizzazione, guardare al numero e alla complessità dei casi assegnati. Io in tre anni da giudice del maxi processo su Cosa Nostra ho fatto solo quel processo… sarei stato passibile di azione disciplinare? Certo, i negligenti vanno puniti, ma la sanzione va ancorata a principi obiettivi.

C’è polemica anche sul sorteggio dei giudici del Csm.

Credo che quella norma rischi di essere incostituzionale, senza nemmeno risolvere il problema delle correnti nel consiglio.

E come si risolve?

In Italia ci sono 145 Tribunali. La mia proposta è creare 150 piccoli collegi basati sul numero di magistrati, sulla continuità territoriale e tenendo conto dei tribunali più grandi. Così i magistrati, conoscendo i colleghi, possano scegliere sulla base della stima e del merito. Tra i delegati si passa ad un’elezione di secondo livello: il Ministero disegna un numero di circoscrizioni – sugli stessi criteri – pari ai togati da eleggere al Csm. I delegati votano al proprio interno, dapprima con maggioranza qualificata poi con eventuale ballottaggio, il rappresentante al Csm. In questo modo è difficile immaginare accordi correntizi. Approssimando molto, la sintesi è “ogni tribunale un delegato, ogni dieci delegati un membro del Csm”.

Com’è il bilancio delle prime settimane di governo?

In chiaroscuro. Sullo ius culturae si fischietta, sui decreti Sicurezza si tace, Quota 100 si conferma, sul blocco della prescrizione si protesta: dov’è la discontinuità? Portare avanti l’agenda Salvini mentre lui fa opposizione e dover rispondere ogni giorno alle provocazioni di pezzi della maggioranza è un massacro. Servono più coraggio e più forza.

Blocca-prescrizione, il Pd comincia a rassegnarsi

“C’è la volontà di arrivare a un’intesa” (Roberta Pinotti, responsabile Giustizia dem), “proveremo a fare una sintesi” (Michele Bordo, vice capogruppo in Commissione Giustizia Pd), “Lo spirito dell’incontro è stato costruttivo” (Alfredo Bazoli, capogruppo in Commissione Giustizia Pd), “dobbiamo ragionare in maniera pragmatica, siamo d’accordo tutti che bisogna fase in modo che ci sia il minor numero di prescrizioni possibili” (Andrea Giorgis, sottosegretario alla Giustizia, Pd). Così parlano i dem che hanno partecipato all’incontro di ieri con il Guardasigilli, Alfonso Bonafede. L’oggetto era la riforma della giustizia, il problema resta lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado, che è già legge ed entrerà in vigore il 1° gennaio prossimo, come ha stabilito la Spazzacorrotti, varata un anno fa dal governo gialloverde (anche se poi Salvini a luglio tentò una retromarcia). Per il ministro, che lo ha ribadito pure ieri, è una priorità irrinunciabile. Per il Pd, uno scoglio (quasi) insormontabile. Da Via Arenula sottolineano che sul tema nulla è stato chiesto. L’impressione è che siano i Dem a iniziare a cedere. Un po’ tutti i partecipanti sottolineano come un dato positivo il fatto che il ministro si sia detto pronto a rinunciare alla proposta del sorteggio dei giudici del Csm, a favore dell’elezione. E pure che sul tavolo sia apparsa anche la legge-bavaglio sulle intercettazioni di Andrea Orlando, finora rinviata, che entrerebbe in vigore nel 2020. Potrebbe essere materia di scambio? Allo stato, vista la rigidità del ministro, non sembra possibile. Ciò su cui insistono tutti nel Pd è che ci sarà “un processo più rapido” (uno dei cardini della riforma Bonafede). E dunque, la maggioranza s’incontrerà di nuovo, il ministro presenterà approfondimenti scritti, poi si andrà in Cdm.

Insomma, le posizioni restano distanti (come ci ha tenuto a sottolineare Bazoli), ma l’esecutivo non può cadere su questo. Non a caso, ieri, il vertice è stato a due: è il Pd il maggior puntello del governo giallorosso in questo momento, è il Pd che si è scelto il ruolo di “forza responsabile” (locuzione che altri traducono con “pesce in barile”). E quindi è con questo partito che Bonafede deve arrivare a una mediazione. Ma che la soluzione sia tutt’altro che facile, lo dice la scelta di Orlando. “Non mi occupo più di giustizia, l’ho fatto sapere ai miei colleghi del Nazareno”, andava dicendo l’ex Guardasigilli in questi giorni. “Non è opportuno che un ex ministro parli con un ministro”. Non sarà forse che il vice segretario dem abbia visto la difficoltà di portare a casa un buon risultato e preferisca dunque sfilarsi? Non solo. “Di giustizia si occupa Orlando”, era la convinzione di Dario Franceschini. I due non vanno esattamente d’accordo. E c’è da scommettere che nei Dem si litigherà. Quale modo migliore di lasciargli la patata bollente?

Fine pena vediamo

Facciamo così. Siccome il cosiddetto “ergastolo ostativo” – cioè vero, senza sconti né scappatoie – l’hanno inventato Falcone e Borsellino e l’hanno ottenuto soltanto nell’agosto del 1992, da morti ammazzati per mano della mafia, chi non è d’accordo la smette di tirare in ballo Falcone e Borsellino quando parla di lotta alla mafia. Per un minimo di coerenza, e anche di decenza, chi lo considera – come la Corte di Strasburgo e la sua Grande Chambre – una forma di tortura, una violazione della Costituzione, una negazione del valore rieducativo della pena, un ricatto per estorcere confessioni, un’istigazione alla delazione, liberissimo: ma deve prima ammettere che Falcone e Borsellino, oltre a tutti i magistrati e i giuristi vivi che ne condividono i metodi, erano aguzzini, torturatori, ricattatori e violatori della Carta. Già, perché purtroppo la demenziale doppia sentenza di Strasburgo, che giudica contrario alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo l’ergastolo ostativo, ha raccolto molti e trasversali consensi in Italia. Fra i tanti, quelli di Luigi Manconi su Repubblica, del rag. Claudio Cerasa e Giovanni Fiandaca (quello che “Il processo Trattativa è una boiata pazzesca”) sul Foglio, di Vittorio Feltri e Filippo Facci su Libero (solo che a Facci un collega dispettoso ha messo un titolo alla rovescia, “L’Europa dà una mano a mafiosi e brigatisti”, e ci ha pure azzeccato), di Mattia Feltri su La Stampa, di Tiziana Maiolo sul Dubbio, di Mauro Palma sul manifesto. Oltre ovviamente ai mafiosi e i terroristi coi loro avvocati e amici: ma questi almeno si capisce perché non sopportano l’ergastolo. Gli altri un po’ meno.

Intanto sarebbe ora di chiamare le cose con il loro nome. L’ergastolo ostativo è una trovata all’italiana per definire ciò che nei paesi seri si chiama ergastolo e basta. Se l’ergastolo è la condanna a vita, l’aggettivo “ostativo” non ha senso. Se non devi uscire mai, non esci mai: punto. Sennò che ergastolo è? Invece in Italia non c’è nulla di più provvisorio delle sentenze definitive e nulla di più temporaneo dell’eternità. Siamo il Paese dell’“entro e non oltre” e del “severamente vietato”. E nel Codice penale l’unica certezza della pena è che non verrà eseguita. Quella scritta nelle sentenze non corrisponde mai a quella che espia il condannato. Fino a 4 anni di “reclusione” si resta a casa o ai servizi sociali, cioè fuori: con tanti saluti alla reclusione. E dalle pene superiori ai 4 anni vanno detratti i 4 anni di non-reclusione più i 45 giorni a semestre di “liberazione anticipata” per buona o regolare condotta (3 mesi all’anno: un quarto della pena).

Anche per gli ergastolani. Che, nella sentenza hanno “fine pena mai”, ma nella realtà “fine pena sempre” o “vediamo”, con 4+X anni d’anticipo (dipende dell’età al momento della condanna). Fino all’altro giorno l’unica certezza, nell’incertezza, era che dal 1992 i benefici non si applicavano ai detenuti per i reati più gravi: tipo mafia, terrorismo, sequestro di persona, traffico di droga e (grazie alla legge Spazzacorrotti del 2018) tangenti. Il che, almeno per quel tipo di ergastolani, rendeva l’ergastolo una cosa seria: cioè “fine pena mai” non trattabile. A meno che, si capisce, non dessero segni concreti di ravvedimento collaborando con la giustizia per aiutare lo Stato a reprimere e prevenire reati. Ora, improvvisamente e inopinatamente, questo principio di minima civiltà diventa un “trattamento inumano o degradante” per mafiosi e terroristi ergastolani. Che, secondo le Corti europee, meriterebbero permessi premio, liberazione anticipata, lavoro esterno, semilibertà e altre scappatoie anche se non collaborano. Anche i mafiosi che restano mafiosi, essendo noto a tutti – fuorché a quelle anime belle – che si è mafiosi a vita (“fine mafia mai”) e si smette di esserlo soltanto in due modi: morendo o collaborando. Il che rende surreale, ai limiti del Comma 22, tutto il dibattito sull’ergastolo “ostativo”, cioè vero, che impedirebbe la “rieducazione” e la “riabilitazione” del condannato. Intanto perché ci si può riabilitare e rieducare in carcere, come dimostrano i numerosi casi di ergastolani che studiano, si diplomano, si laureano, partecipano a percorsi riabilitativi e rieducativi nelle strutture interne dei penitenziari, senza uscire di galera. Ma soprattutto perché, almeno per chi è inserito in organizzazioni fondate sull’omertà – come quelle terroristiche, quelle mafiose e quelle tangentizie – l’unico sistema per uscirne è quello di parlare, dei propri delitti e di quelli dei complici, rendendosi inaffidabile ai loro occhi e dunque uscendo dal giro.

Se un mafioso, un terrorista o un tangentista non denuncia i suoi complici, rimane un terrorista, un mafioso o un tangentista a tutti gli effetti (anzi, ancor più potente e più influente di prima sugli impuniti rimasti liberi grazie al suo silenzio). Dunque non si è affatto rieducato né riabilitato. Perciò non ha senso contestare l’ergastolo ostativo perché non aiuta la rieducazione, quando tutti sanno che è l’unica arma per spingere alcuni ergastolani a rieducarsi davvero, cioè a parlare, per accedere ai benefici. Ma questo, obietta Feltri jr., è “un ricatto di Stato”! Se ci riflettesse, potrebbe dirlo per tutte le pene di tutti i Codici penali: se commetti quel reato, ti metto in galera per tot anni. In realtà sono semplici avvertimenti a scopo deterrente rivolti ai criminali. Che, se delinquono, sanno benissimo a cosa vanno incontro. Sta a loro scegliere. Se sono mafiosi o terroristi e commettono omicidi o stragi, sanno che finiranno all’ergastolo vero, cioè non usciranno più se non con le gambe davanti. E, se vorranno uscire da vivi, dovranno dire tutto ciò che sanno. In ogni caso non sarà lo Stato che li ha ricattati o torturati. Saranno loro che se la sono cercata.

Pelù duetta con Greta: il rock è a tinte verdi

La premessa è un monito a chi vuole strumentalizzare l’impegno ambientalista del leader dei Litfiba: da Peste nel 1988 passando per Woda Woda (1990), Stesso futuro (2002), Tribù (2006) e Intossicato (2016) sono tante le canzoni con una sensibilità manifestata durante tutta la carriera dell’artista fiorentino. Non sorprende, quindi, l’uscita di un nuovo brano a “tinte verdi”, Picnic all’inferno, in arrivo il 18 ottobre, nel quale – virtualmente – nasce un duetto con Greta Thunberg, con estratti dal suo discorso a Katowice nel 2018. Pelù ha voluto spiegare la sua scelta alla stampa, presentando anche un tour di sei date in partenza da Roma (13 novembre), Bologna, Treviso, Milano, Torino e Firenze.

“È solo l’antipasto di un anno, il 2020, nel quale festeggerò quarant’anni di vita artistica”, racconta Piero, “la scrittura delle canzoni deve nascere da una esigenza interna, altrimenti smetto di fare l’artista. Non concepisco musica in nessun altro modo e so di avere pagato anche un prezzo con le mie scelte. Credo che alcune mie canzoni hanno avvicinato molte persone al tema della natura. Sulla questione ambientale sono sempre stato sensibile sin da bambino: devo ringraziare mio padre perché la domenica ci portava a fare passeggiate a Monte Morello. Ho fatto anche il Boyscout!”. L’artista ha contattato lo staff di Greta inviando brano e traduzione del testo e poco dopo è arrivata l’approvazione: “Mi ha colpito sua determinazione e la frase ‘non si è mai troppo piccoli per cercare di fare la differenza’. Ho tre figlie, una delle quali millenial: posso solo sperare che scuola, famiglia e social, i tre pilastri della nostra quotidianità riescano a trasmettere ai nostri ragazzi ad avere rispetto per ambiente”.

Pelù per un attimo si scopre profeta raccontando un singolare aneddoto: “La canzone era già pronta a fine primavera e mi ha colpito che una frase del testo (‘Piccola guerriera scesa dalla luna, come una nave di vichinghi nella notte scura, alla casa bianca forte come un manga’) si sia realizzata con il viaggio negli Stati Uniti fatto in barca a vela”. Il videoclip del nuovo singolo sarà presentato venerdì 11 al festival ImagInAction di Ravenna: Pelù ha anticipato che è stato girato nelle strade di Milano con un tavolino portatile in mezzo al traffico, sulla falsariga del celebre spot di Ernesto Calindri “contro il logorio della vita moderna”. Prima dei saluti un augurio: “Spero che un gruppo di matti riformi il partito dei Verdi che da noi è scomparso”. Finale col botto: “A Teulada in Sardegna ci sono stoccate le riserve di napalm destinate al Vietnam e mai utilizzate. Da Comiso sono state portate lì ma questo nessuno lo scrive”.

Pecore allupate e cani tossici: le operette immorali di Cornia

C’era una volta un cane tossicodipendente, che fece invaghire una prostituta pazzamente. C’era un’altra volta un farfallo cavolaio, bello di giorno, stupratore di notte. Un’altra volta ancora c’era un micio ambizioso, che aspirava a diventare il gatto con gli stivali, ma – tra un negozio di scarpe e l’altro, tutti carissimi, peraltro – incontrò solo una vecchia megera, e fu pure costretto a portarsela a letto: andò a finire bene, però, come nella miglior tradizione favolistica, rispolverata, rinverdita e ricreata dall’estro di Ugo Cornia nelle Favole da riformatorio, appena edite da Feltrinelli.

Più che fiabe, queste sono operette immorali, delinquenziali, spassosissime: dopo le Operette ipotetiche licenziate anni fa (con Quodlibet, 2010), lo scrittore modenese torna all’altra sua passione, gli Animali (sempre Feltrinelli, 2014), tragicomici protagonisti di queste storiette goduriose come baci della buonanotte. Segue incubo. Che dire, infatti, della cicogna esistenzialista, in preda al “sentimento dell’estrema tragicità dell’esistere”, che decide di sbarazzarsi dei neonati gettandoli contro le rocce? Una fan di Sofocle, si capisce, ma dopo una serie di aborti spontanei il suo piano di “politiche antistrazio” viene scoperto. L’ha fatto per risparmiare ai piccoli la fatica di venire al mondo e vivere, tenta di giustificarsi lei. “Be’, se la pensavi così, non era meglio se ti sbattevi te contro una rupe?”, replicano i compaesani: prima vogliono linciarla, poi si limitano a licenziarla.

Stessa sorte – la pubblica lapidazione – la rischiano l’alligatore e il piviere, travolti da un’insolita passione in laguna. Gli abitanti della palude, però, non sono così contenti; anzi, sono proprio tutti indignados con le chiappe degli altri: “Non abitano neanche nella stessa casa, è solo sesso”, sbuffa la pecora bacchettona. La situazione precipita quando l’uccello adotta una paperetta orfana, portandosela appresso nei suoi incontri col coccodrillo: per farla stare buona, la piazzano davanti alla tv e poi vanno in bagno a fare i (loro) porci comodi. Sollevazione generale tra i concittadini: solo la pecora ritratta, commossa dalla figlia adottiva e dagli amplessi tra le quattro mura anziché nel canneto.

Delle più originali è “la favola degli animali truccati”, oppressi dalla specie, dall’istinto, stufi “di dovere essere sempre loro stessi”. E così si ribellano alla propria natura: il leone si traveste da zebra, la cavallina si dichiara lesbica, la mucca flirta col cinghiale… Contronatura è anche la liaison tra il lupo emarginato e la pecorella smarrita, prima in preda a un “tipico attacco d’ansia di chi perde il gregge”, poi sempre più allupata: sulle loro tracce si mettono il pastore e il cacciatore, ma, proprio nell’inseguimento del bestiame, i due uomini si scoprono anch’essi innamorati folli, e via di “gran tiramenti”.

Le umane presenze sono in minoranza, ma altrettanto bizzarre dei soci animali: contadini ingessati insieme alla loro fattoria; maestri del sonno; bambini a forma di rastrello e amici degli elefanti… È il bestiario però a offrire le migliori soddisfazioni al lettore onnivoro (no veg): struzzi deflorati; millepiedi in cerca di scarpe; cervi in cassa integrazione – c’è la crisi –; lupi che fanno la rana part-time – c’è la crisi –; alci che non reggono, e si suicidano – c’è sempre la crisi. E poi, Raperonzolo, Aglionzolo, Cipollonzolo e compagni di briscola vittime della jihad agroalimentare; facoceri maniaci sessuali; il bue tabagista e l’agnellone salutista… con sconfinamento nel mondo “diversamente animato” degli oggetti: tessuti parlanti e orge nel letto tra cotone, lana, seta ed elasten. Flanella esclusa.

Non mancano, infine, i personaggi di favole “vere” riscritte ad hoc, come il lupo di Cappuccetto Rosso, sordastro più che furbastro, e il solito scemo di Pinocchio, che, stanco di stare in una fiaba, si trasferisce in un noir a fare lo spacciatore-mafioso-pappone, imbeccato dal Gatto e la Volpe. Finirà in legal thriller.

A parte qualche (perdonabile) scurrilità di troppo, questo è un libro raro nel panorama editoriale nostrano: stralunato, surreale, ricco di invenzione, cioè inventiva e invettiva, perché l’amorale della favola è sempre necessaria, così come il ghigno del sadico fustigatore. Cornia fa il verso alle fiabe tradizionali e insieme stigmatizza vizi e vezzi contemporanei, dalla retorica del “naturale” alla trincea delle diverse tribù. Ecco venti favolette geniali, “dissacranti e fanciullesche – si legge nell’aletta di copertina – per un Natale ‘da riformatorio’”. E soprattutto per anime belle che credono più al riformatorio che al Natale.

Quel giorno in cui il corpo rinnegò anche al pane

Dal 17 ottobre sarà in libreria “Pantagruel”, una nuova rivista di letteratura della Nave di Teseo, che avrà cadenza quadrimestrale. Al pane sarà dedicato il primo numero: pubblichiamo il racconto di Claudia Durastanti “Corpo è una vecchia parola”.

Avevo trentanove anni quando il pane è sparito dalla circolazione. Prima erano spariti l’olio di oliva, il caffè, il miele, la carne di maiale e avevo imparato a non sentirne la mancanza. Io e i miei colleghi andavamo avanti a integratori, verso ora di pranzo la sala mensa dell’ufficio si trasformava in un’officina meccanica, si sentiva solo il frastuono dei frullatori. All’inizio li avevamo chiamati “supercibi”, poi erano diventati cibi e basta. Erba di grano, maca, frutto del drago, polline, giaco; li infilavamo in un miscelatore insieme all’acqua e li bevevamo nel corso della giornata, seduti alla scrivania. Quando uscivamo non eravamo spossati, ma avevamo un certo languore addosso; eravamo sollevati dalla scomparsa del cibo che ungeva le vaschette o si sbriciolava, anche se a volte mi sorprendevo a triturare sostanze immaginarie con la bocca, a digrignare i denti.

Io ero troppo grande, ormai, e appartenevo alla generazione disgustosa e incredula che aveva consumato carne rossa due volte alla settimana, ma le nuove leve avrebbero perso quel tratto evolutivo; aggredire la carne era una prerogativa che non serviva più.

L’ultima volta che avevo visto del pane era stato a un mercato alimentare nel fine settimana, ma già allora non somigliava per niente a quello che mangiavo da piccola. Ero stata abituata a distinguere tra il pane sciapo e quello salato, dalla crosta molle o dalla crosta dura, ma quando mi ero trasferita in Inghilterra c’era stata un’esplosione di farine, di modi alternativi di concepire un cibo antico e banale. Avevo mangiato pane fatto con qualsiasi tipo di seme, verdura amara o condimento, tanto da chiedermi perché quegli ammassi glutinosi e scuri venissero chiamati “pane” anche se non lo erano, nello stesso modo in cui chiamavamo “cibo” sostanze che a malapena ci nutrivano e invece non chiamavamo “droghe” le pillole che venivano erogate dai dispenser nelle metropolitane e contenevano microdosi di allucinogeni. Da un certo momento in poi, mi era stato chiaro che il primo requisito di una società in trasformazione non era trovare nuove parole, ma cambiare il significato di quelle che c’erano, svuotarle e riempirle di contenuti alternativi, come se il futuro fosse lo spot pubblicitario di un prodotto che esisteva almeno dagli anni cinquanta e portava sempre lo stesso nome. Era più facile contrabbandarlo così: la marca non cambiava mai, cambiavano solo gli attori dello spot e il jingle, e delle qualità del prodotto non ci si preoccupava più. Almeno io non lo facevo.

Prima di sparire del tutto dal mercato, il pane era diventato fuori moda, e ci si vergognava a comprarlo. Nessuno voleva produrlo e il grano si era rivelato una coltura instabile, dopo millenni di affidabilità: le nuove locuste, i pesticidi, la desertificazione. C’era stata persino una fase filantropica, in cui il pane esposto sugli scaffali dei supermercati proveniva dai centri per i rifugiati o dagli istituti di detenzione; la lavorazione della farina era affidata agli stranieri, ai prigionieri, a tutti quelli che erano in un regime coatto. Ricordo una confezione dai colori brillanti, in cui fette simmetriche di pane ai multicereali venivano vendute sotto la dicitura: “Il pane del buon immigrato”, come se fosse una parabola religiosa.

Quel messaggio samaritano strideva con l’aspetto plasticoso della confezione, e il prodotto di solito restava invenduto. Io lo avevo già sostituito con barrette di semi e di cereali che mi cuocevo da sola al forno e avvolgevo in strati di alluminio prima di metterle nello zaino al mattino. Poi i telegiornali avevano trasmesso lo stesso tipo di servizio che era andato in onda quando erano spariti il caffè, il miele e la carne di maiale: il pane non sarebbe stato più ufficialmente in commercio, e la produzione domestica sarebbe crollata del tutto.

Presto sarebbe stato difficile procurarsi anche il lievito, e coloro che se lo scambiavano in privato al fine di ottenere un pane più autentico e naturale avrebbero perso interesse a tenere viva quella tradizione. Tramontata la moda della panificazione, sarebbero passati a vari tipi di fermentazione, anche nel tentativo di rendere commestibili vari tipi di ossa e di scarti, fin quando non si sarebbero messi a sintetizzare nuovi supercibi che alla fine erano diventati solo cibi.

Io ero solo contenta che mia madre e mia nonna fossero morte: non volevo immaginarle mentre digrignavano i denti nel tentativo di triturare qualcosa, o che impastassero l’aria con le mani, alla ricerca di una sostanza che cedesse sotto la loro pressione. A me erano rimasti residui di quel bisogno, e mi ritrovavo con un corpo che era solo una vecchia parola: la parola “corpo”, senza nessun segno di vita, o di fame, che lo identificasse come tale.