Vedi Napoli e poi… ti offendi per lo spot troppo spiritoso

Napoli è bellissima, stupendissima e favolosissima. È l’ottava meraviglia del mondo dopo Machu Picchu e il sorriso di Ryan Gosling. È la città in cui tutti vorrebbero nascere e soprattutto morire, anche giovani, non fa nulla, basta che l’ultimo fotogramma impresso sull’iride prima di lasciare questa terra sia una cartolina di Mergellina. È la città in cui si mangia meglio, del resto la pizza è nata a Napoli e pure tutto quello che la compone. Inutile diffondere voci inesatte e offensive nei confronti della città di Napoli sul pomodoro. È vero infatti che il pomodoro fu scoperto dagli Aztechi ma come tutti sanno il vero nome di Montezuma era “MontediProcida”, detto anche Montezuma. Anche la storia secondo la quale il basilico sulla pizza verrebbe dalla lontana India è stata diffusa per oscurare e soprattutto offendere Napoli. Nessuno sa che la pianta era nativa di Pompei e cresceva solo a Pompei ma un napoletano sleale è riuscito a scappare dall’eruzione del 79 d.c. con una piantina in mano, salendo sulla prima nave per il Bengala. Che il pane lievitato sia stato inventato in Egitto, poi, è una fandonia che mira solo ad offendere Napoli e i napoletani. Lo sanno tutti che tra gli oggetti ritrovati nella tomba di Tutankhamon c’erano gioielli, scarabei verdi, rasoi di bronzo, un carro da caccia, la statua di Anubi e tre cartoni della pizzeria “O’ Vesuvio”.

False poi tutte le voci che alimentano una narrazione diffamatoria zeppa di pregiudizi e stereotipi infamanti che offendono Napoli e i napoletani.

Non è vero che a Napoli rubino biciclette e motorini. Io per esempio ho lasciato la mia Vespa fuori tutta la notte a Napoli e il giorno dopo la marmitta era ancora lì, attaccata al palo. E che dire della battuta di Ilaria D’Amico detta per fare la spiritosa, ma soprattutto per offendere Napoli: “Hanno sparato i fuochi d’artificio in stile un po’ partenopeo”? Hanno fatto bene i napoletani a denunciare la D’Amico e pure Sky. Lo sanno tutti che ai napoletani botti e mortaretti non piacciono: la notte di Capodanno a Napoli si spengono tutte le luci in città e ci si dedica alla meditazione del cuore di Osho.

C’è perfino chi, per offendere Napoli e i napoletani, afferma che la faccenda del sangue di San Gennaro sia una truffa intrisa di superstizione. Lo sanno tutti che i napoletani non sono superstiziosi e comunque chi lo sostiene solitamente muore giovane. C’è perfino chi osa sostenere che a Napoli ci sia il problema dell’immondizia. Una volta l’ha detto perfino Giletti che infatti è stato giustamente querelato da De Magistris per questa falsità che offende Napoli e tutti i napoletani. Se l’è cavata con le legge solo perché si sa che i magistrati ce l’hanno con Napoli, visto che passano tutto il giorno nelle aule di giustizia con le luci al neon, e invece a Napoli splende sempre il sole.

Ributtante poi l’ironia sulla musica neomelodica napoletana che è in assoluto la più bella del mondo. E chi dice il contrario lo dice perché vuole offendere Napoli e soprattutto i napoletani. Inutile star lì a replicare “E allora Mozart dove lo mettiamo?”, perché lo sanno tutti che Mozart ha composto Le nozze di Figaro solo perché è stato alle nozze di questo Figaro e non l’hanno invitato a quelle di Tony Colombo.

La si smetta una volta per tutte anche di associare Napoli alla camorra, perché che ci sia la camorra a Napoli è una voce messa in giro da Roberto Saviano, il quale voleva fare soldi scrivendo di camorra, ma soprattutto offendere Napoli e i camorristi napoletani. Sarebbe pure ora che chiedesse scusa perché non esiste che uno accusi i camorristi di essere responsabili della camorra, è come dire a uno che si guadagna da vivere con i libri, di scrivere libri per guadagnarsi da vivere. Accuse infamanti, a cui è ora di dire basta.

E il calcio? Chi afferma che Pelè era meglio di Maradona offende Napoli e i napoletani, ma soprattutto, chi non riconosce la superiorità calcistica e morale di Maradona è una brutta persona perché sicuramente si droga.

La più evidente falsità diffusa da chi offende Napoli e i napoletani è però quella secondo la quale il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, con l’invenzione dello sportello del Comune dedicato a chi vuole denunciare chi offende Napoli, stia cavalcando l’inesistente permalosità dei napoletani. I napoletani non sono permalosi e De Magistris non è populista, per dire sulla sua scrivania ci sono corni, ferri di cavallo, Che Guevara, Pulcinella e la copia mignon della chitarra di Pino Daniele ma non la salma di Totò. È un segnale di sobrietà, una scelta impopolare che solo chi ama offendere Napoli e i napoletani non può non riconoscergli.

Ad ogni modo, tutta questa breve premessa era per dire, con umiltà, che a me il tanto discusso spot delle merendine che ironizza sulla musica neomelodica ha fatto ridere.

Ricetta anti BZD: così il Regno Unito ha invertito l’onda

“Mi arrivano diversi ragazzi italiani con gravi dipendenze da benzodiazepine. Quando capiscono che il sistema qui è molto più rigido, allora se le fanno arrivare da casa. Da voi vengono prescritte con leggerezza per disturbi del sonno o di ansia lieve…”. Marco Nardelli è un giovane medico italiano, da sei anni general practitioner a Londra, Tower Hamlet. L’equivalente britannico del medico di famiglia: il presidio primo e cruciale dell’approccio del sistema sanitario britannico alla salute.

Si parte da una accurata visita iniziale: “C’è una valutazione bio-psico-sociale del paziente. Chi è la persona che ho davanti? Cosa causa lo stato di ansia o depressivo? Si può intervenire con un counseling psicologico appropriato o necessita di interventi mirati? In moltissimi casi la terapia psicologica da sola è sufficiente”, spiega Nardelli.

Approccio organico, interventi psicologici o sociali, terapie di sostegno pubbliche e gratuite, differenziate per categoria di paziente e attive in tempi rapidi. Dalle 6 alle 8 settimane (precedute da una seconda valutazione telefonica con un psicologo), per disturbi d’ansia o depressione minore. In presenza di pensieri suicidari si attiva poi il crisis team: un servizio psicologico di emergenza che contatta il paziente entro 48 ore , con sessioni di terapia a domicilio e linee telefoniche di supporto sempre attive.

“In Gran Bretagna, nella stragrande maggioranza dei casi, si prescrivono BZD ormai solo come terapia per situazioni particolarmente critiche. Non sono più consigliate come trattamento a lungo termine per il disturbo d’ansia generalizzato. Sulla base della diagnosi, se necessario, introduciamo farmaci più efficaci per la condizione alla base del disagio. Farmaci che non causino dipendenza”.

È così – con interventi di cura e prevenzione, una stretta sulle ricette, grazie anche a un database che monitora le quantità di prescrizioni da parte dei medici di base – che il Regno Unito contrasta la dipendenza da BZD: negli anni 70 e 80 endemica. Una costante revisione degli effetti collaterali e una serie di campagne mediatiche hanno poi cambiato completamente l’approccio. Oggi le indicazioni posologiche per questa classe di farmaci raccomandano un trattamento al massimo per 4 settimane. E la prima prescrizione non è mai superiore a 1-2 settimane, non ripetibile, e con un dosaggio iniziale minimo.

Il secondo filtro passa dal farmacista: anche qui le maglie sono strette. Sono sempre più diffuse ed incoraggiate le ricette elettroniche “domiciliate” presso una – e una sola – farmacia indicata dal paziente. Ogni prescrizione – a differenza dell’Italia dove è una ricetta libera, su carta bianca – è tracciata: impossibile la falsificazione. E fornire un farmaco senza ricetta qui è illegale: può costare il carcere e la revoca della licenza.

Non è, come ovvio, un sistema del tutto efficiente. Se è vero che il consumo di benzodiazepine è complessivamente in calo, l’ultima indagine di Nhs England, pubblicata nel settembre 2019 e relativa al 2017-18, segnala con allarme un eccesso di prescrizioni di antidepressivi, inclusi quelli a base di BZD, per periodi superiori ai 12 mesi. Ma i dati mostrano anche come queste prescrizioni siano concentrate in aree disagiate, dove le terapie di supporto, per mancanza di fondi, sono meno presenti, o meno efficaci. Contesti segnati da povertà e disoccupazione, in cui i medici di famiglia sono messi spesso di fronte a dilemmi etici e professionali. Come rischiare la dipendenza da antidepressivi, male minore per pazienti già dipendenti da alcool o droghe pesanti.

Ci sono, naturalmente, anche professionisti meno attenti che prescrivono con leggerezza ignorando le linee guida. E poi c’è, in rapida crescita, il mercato nero (di strada e online). A questo sarebbe per lo più correlato l’aumento dei suicidi da BZD, spesso in cocktail fatali con droghe o alcol: 420 nel 2018 in Inghilterra e Galles (il numero più alto dal 1993), 792 in Scozia (il più alto dal 1996).

Alle spalle, una politica che sulla lotta per la salute mentale mostra un impegno non solo retorico. Da un anno il Regno Unito ha un ministro per la prevenzione del suicidio, con il compito di implementare le raccomandazioni del piano nazionale anti-suicidio attivo ormai da un decennio. E lunedì scorso, il ministro della Salute, con la sua agenzia Public Health England, ha lanciato, con tanto di spot con William e Harry e mogli al seguito come speaker, “Every Mind Matters”. Una piattaforma online del sistema sanitario nazionale, per il supporto alla popolazione affetta da una qualche forma di sofferenza psicologica. Secondo gli ultimi dati, l’80 per cento del totale.

Inizia l’assedio a Johnson: il 19 ottobre voto ai Comuni

Soluzioni estreme per circostanze estreme: il parlamento britannico sarà convocato in seduta straordinaria il 19 ottobre, un sabato. Dal 1939 sono state solo 4 le sessioni di sabato, in emergenze come la Seconda guerra mondiale o quella delle Falkland. Il 19 promette di essere altrettanto decisivo: segue il Consiglio europeo del 17-18 ottobre, ultimo appuntamento utile per un accordo su Brexit fra Londra e Bruxelles prima del Brexit Day, a fine mese. E quindi: se dal Consiglio esce una soluzione condivisa la seduta sarà dedicata a votarla. In caso contrario, Boris Johnson è obbligato dalla legge Benn a chiedere all’Ue un’estensione dell’art 50 per evitare un no deal. Ha sempre dichiarato che rispetterà la legge ma che non vuole chiedere alcuna estensione. È una evidente contraddizione, e per quella data dovrà scoprire le carte.

È ancora possibile un compromesso fra Regno Unito ed Europa? Ieri il capo negoziatore europeo Barnier, riferendo con toni molto critici sullo stato dei negoziati, ha dichiarato che è “molto difficile, ma ancora possibile se c’è buona volontà da entrambe le parti”, aggiungendo però che l’Ue ha bisogno di soluzioni concrete “oggi, non domani”. E oggi Johnson incontrerà il primo ministro irlandese Leo Varadkar in un estremo tentativo di sbloccare l’impasse. Varadkar ha anticipato che vuole un compromesso ma “non ad ogni costo”. Sul fronte interno, Johnson ha dovuto rassicurare gli 80 parlamentari conservatori centristi di One Nation che, in caso di elezioni, non imposterà la campagna su un’uscita senza accordo e non stringerà alleanze elettorale con Nigel Farage. Condizioni necessarie per non perdere il loro sostegno.

La passione italiana di armare Ankara

Le notizie di guerra dal confine turco-siriano non si sono fatte attendere, e nemmeno la conferma da parte del presidente Edogan: l’esercito turco ha intrapreso le attività militari nel nord della Siria. Anche per la Rete Italiana per il disarmo – martedì si era rivolta ai parlamentari italiani la comandante curda Dalbr Issa – è l’Italia a potere e dovere intervenire “per fermare un’escalation di conflitto inaccettabile”. La Rid ha chiesto formalmente al ministro degli Esteri Luigi Di Maio “che vengano sospese con effetto immediato tutte le forniture di armamenti e sistemi militari verso il governo di Ankara, come prevede la legge 185 del 1990 che impedisce di inviare armi a Paesi in stato di conflitto armato”.

La Turchia, da anni, compare nell’elenco dei maggiori clienti dell’industria bellica italiana, e le forze armate turche dispongono di diversi elicotteri T129, di fatto una licenza di coproduzione degli elicotteri italiani di AW129 Mangusta di Augusta Westland. “Negli ultimi quattro anni l’Italia ha autorizzato forniture militari per 890 milioni di euro e consegnato materiale di armamento per 463 milioni di euro” ha sottolineato il coordinatore Francesco Vignarca. In particolare nel 2018 sono state concesse 70 licenze di esportazione definitiva per un controvalore di oltre 360 milioni di euro. Le cifre si traducono in: armi o sistemi d’arma di calibro superiore ai 19.7mm, munizioni, bombe, siluri, arazzi, missili e accessori, apparecchiature per la direzione del tiro, aeromobili e software.

Giorgio Beretta, analista sull’export di armi per la Rid, condanna l’incoerenza degli atteggiamenti italiani sulla questione siriana: “Non è accettabile che il nostro Paese, che ha attivamente sostenuto l’impegno delle popolazioni curde di contrasto all’Isis, continui a inviare sistemi militari alla Turchia che oggi intende occupare militarmente i territori curdi. È giunto il momento che anche il Parlamento faccia sentire la propria voce”.

Bombe turche sui curdi L’Ypg: “Uccisi anche civili”

Le bombe dall’esercito turco piovono da ieri sulla Siria settentrionale a est del fiume Eufrate, dove abita la maggior parte della popolazione di etnia curda, circa 3 milioni di persone. Ieri la Turchia, come previsto dopo la assurda decisione del presidente Trump di tradire gli alleati curdi e dare il via libera ad Ankara, ha avviato l’operazione militare a lungo minacciata per annientare le milizie curde con il pretesto di creare una “zona di sicurezza”. Come già accaduto l’anno scorso nell’offensiva contro il cantone di Afrin, quando definì l’invasione “ramoscello di pace”, il presidente turco Erdogan ha chiamato l’operazione militare con un nome da libro Cuore: Fontana di pace.

Si tratta dell’esatto opposto: una guerra vendicativa, ispirata da fini politici soprattutto interni a causa del drammatico calo di popolarità del Sultano in patria. Una guerra contro i coraggiosi combattenti curdi ai quali l’Occidente, Italia compresa, a partire dal 2014 aveva inviato armi e istruttori affidando all’Unità per la protezione del popolo (Ypg) la lotta sul campo contro i tagliagole dello Stato Islamico. E ora il nostro paese, così come il resto dell’Unione Europea, assieme ai vertici della Nato, alla Russia e all’Iran, invita Ankara a evitare un bagno di sangue che però è ormai cominciato.

Le Nazioni Unite intanto hanno convocato il Consiglio di Sicurezza. Le Forze Democratiche Siriane (Sdf), guidate dal Ypg, hanno fatto sapere che ci sono già numerose vittime tra i civili e di non essere in grado di continuare a monitorare i terroristi dell’Isis ancora presenti nell’area ma in sonno perchè impegnate a difendere la cittadinanza contro le bimbe del Sultano. “L’Sdf ha interrotto le operazioni anti-Isis perché è impossibile eseguire qualsiasi operazione mentre si è minacciati da un grande esercito proprio al confine settentrionale”, ha sottolineato una fonte militare curda. Un testimone ha riferito all’agenzia di stampa Reuters che migliaia di persone sono fuggite da Ras al-Ain, un territorio controllato dalla Sdf, verso la provincia di Hasaka. La Germania ha accusato la Turchia di voler far rinascere l’Isis. Nelle carceri curde ci sono circa 10mila terroristi del Califfato, tra cui migliaia di foreign fighters, che avranno modo di fuggire dato che i loro sorveglianti curdi ora dovranno pensare a difendere il Rojava (il nome con cui i curdi chiamano la fascia settentrionale della Siria dove vivono da secoli).

La Turchia “sta volontariamente rischiando di destabilizzare ulteriormente la regione e una rinascita dell’Isis attaccando la Siria nord-orientale”, ha affermato il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas dopo aver incontrato il Primo ministro italiano Conte. Durante la conferenza stampa con il Segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg, Conte, a propria volta, ha dichiarato di “essere preoccupato perchè potrebbero venire assunte iniziative che possono portare ad una ulteriore destabilizzazione della regione”. “Chiedo con forza alla Turchia di interrompere immediatamente ogni azione militare”, ha quindi dichiarato il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli. La Russia, che assieme alla Turchia e all’Iran è stata la fautrice dei negoziati di Astana sulla Siria, ha invitato i partner turchi “a riflettere attentamente sulla situazione in modo da non compromettere gli sforzi congiunti per risolvere la crisi siriana”. Lo ha riportato il Cremlino dando comunicazione di una conversazione telefonica tra il presidente russo e il suo omologo Recep Tayyip Erdogan. Colui che ha dato il via libera a Erdogan, ovvero Trump, ha twittato, cambiando ancora una volta atteggiamento, che “ciò che la Turchia sta facendo è una cattiva idea”. Intanto l’Isis ha rivendicato un attacco contro le forze curdo-siriane nel nord-est della Siria. Lo riferisce l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, secondo cui lo Stato islamico ha ammesso tramite i suoi canali sui social network la responsabilità di attacchi compiuti nelle ultime 24 ore contro basi e postazioni curde e Raqqa e nella città di Tabqa, sull’Eufrate. E la storia si ripete, ancora una volta, a scapito dei più deboli .

Pietro Nissim: “Mi ricorda l’attentato del 9 ottobre a Roma”

“Mi ricorda un altro terribile 9 ottobre, questo attacco neonazista di Halle: l’attentato alla sinagoga di Roma del 1982 in cui perse la vita un bambino. Una coincidenza agghiacciante”: Piero Nissim è un artista a tutto campo: scrive poesie, è attore, cantautore, burattinaio e va in giro per le scuole a raccontare di come suo padre Giorgio, uno dei Giusti, abbia salvato centinaia di persone dalla deportazione nei campi di sterminio nazisti: operava nella Delasem toscana, la stessa rete clandestina di aiuti in cui operò Gino Bartali.

“Quel bambino si chiamava Stefano. Aveva due anni.

Ucciso da cinque palestinesi del gruppo di Abu Nidal.

Attaccarono anche allora in un giorno di festa religiosa, durante lo shabbath. Si celebrava il bar mitzvah di alcuni ragazzi e lo Shemini Atzeret che chiude la festa di Sukkot.

Colpire i simboli della fede “nemica”…

Certo. Per questo non si può restare indifferenti a quello che succede. Ai morti in mare. Ai prossimi morti curdi, perché dopo la decisione di Trump, anche lì ricomincerà la mattanza. Il presente è figlio del passato, purtroppo.

Le radici del male.

Già. Non dobbiamo smarrire la memoria. Né sottovalutare i rigurgiti neonazisti e fascistoidi. Anche se il pericolo ci sembra minore, rispetto ai tempi della Shoah. Anche se certi politici minimizzano i nostri timori, questi sono segnali molto brutti. Vanno respinti. Forse, dovevamo essere meno tolleranti.

In che senso?

Non abbiamo rispettato ciò che la Costituzione prevede. Ossia il divieto di ogni forma di fascismo e razzismo. Una ragione potrebbe essere che dopo gli orrori della guerra, la gente voleva voltar pagina. Mio padre me lo spiegò col suo comportamento. Quando i giudici chiesero di testimoniare contro un fascista che lo aveva perseguitato e aveva danneggiato pesantemente la nostra famiglia, lui disse di lasciarlo perdere. Disse no alla vendetta. All’odio.

“Gli ebrei radice di tutti i problemi”: nel video del killer l’odio razziale

Halle, la città più popolosa della Sassonia-Anhalt, quasi 240mila abitanti. È il 9 ottobre: la piccola comunità ebraica locale festeggia in sinagoga lo Yom Kippur, il giorno dell’espiazione. Sono un’ottantina di persone. Il tempio si trova in Humboldtstrasse, nel quartiere Paulus, in centro. Sono le 14 e 45 quando un Suv Volkswagen grigio metallizzato frena bruscamente davanti alla sinagoga. Scende, armato sino ai denti, un uomo in tuta mimetica verde, mitra, pistole. Ha una maschera per non farsi identificare, sulla testa l’elmetto paramilitare regge una telecamera. Alla cintura, degli ordigni esplosivi. Stephan Ballier, neonazista sassone di 27 anni, riprende il suo attacco in diretta streaming per diffonderlo su un sito di videogame. Il filmato dura 35 minuti. Documenta l’assalto. Eccolo in auto, diretto verso la sinagoga. Inquadra armi e munizioni, sui sedili. Scende dall’auto. Grida: “Gli ebrei sono la radice di tutti i problemi!”. Davanti al tempio ebraico, Bellier dispone alcuni ordigni esplosivi. Poi, va all’assalto del portone centrale. Spara e cerca di entrare. L’assalto fallisce: “Il portone corazzato per fortuna ha resistito, tuttavia due persone sono rimaste gravemente ferite”, racconterà più tardi il rabbino Max Privorotzki, presidente della comunità ebraica di Halle.

La rabbia del terrorista che non è riuscito a sfondare il portone, si riversa poco più in là, dove c’è il cimitero ebraico. Spara all’impazzata. Ballier uccide una passante a sangue freddo. Ma non è finita. Gli spari continuano. A mezzo chilometro di distanza, piglia di mira un doner kebab, un ristorantino gestito da una famiglia turca: “Ha lanciato una granata, poi ha sparato dentro il locale, l’uomo che era seduto dietro di me c’è rimasto secco”, ha detto Conrad Roessler all’emittente Ntv, “io mi sono asserragliato nella toilettes”. Le due vittime non sono ebree, precisa il rabbino Privorotzki, ma questo non cancella lo spettro xenofobo, razzista ed antisemita del blitz neonazista enfatizzato dal video di Ballier.

Quando il terrorista raggiunge il Suv per fuggire, viene a sua volta filmato da una finestra. Il video è riversato nel web. Si vede il killer che spara, riparandosi dietro la vettura. Altro dettaglio: indossa un giubbotto antiproiettile. Ha un mitra, una pistola e un fucile d’assalto semiautomatico che ricarica con calma. Cerca di montare dalla parte del guidatore. È sotto tiro – la polizia. Si getta sull’asfalto tra la portiera e il Suv. Pare colpito. È immobile. Invece è una finta. Si rialza di scatto, sale in auto, mette in moto, sterza di novanta gradi e accelera, con la portiera che si richiude.

L’info globale è scatenata. Però la rivendicazione dell’attentato tarda. Tuttavia “le comunità online di estrema destra”, scrive su twitter Rita Katz, direttrice di Site (sito che monitora l’estremismo sul web) “hanno già fatto proprio l’attacco e chiamano l’ignoto sparatore ‘santo’. Lo stesso epiteto usato per Brenton Tarrant, il terrorista di estrema destra autore el massacro nelle moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda”. Sarà lei a scovare il video di Ballier. Il resto, è routine della prevenzione in caso di attacchi terroristici. Città isolata, popolazione invitata a restarsene “al sicuro” in casa. Lipsia è ad appena 30 chilometri. Dresda a un centinaio, Berlino a 175. Si viene a sapere di uno scontro a fuoco a Landsberg, Nel tardo pomeriggio la Frankfurter Allgemeine Zeitung annuncia l’arresto di “un tedesco bianco” le cui tracce porterebbero al Burgerland, in Austria. In serata arriva la conferma: la Bild Zeitung pubblica le foto dell’attentatore. Nel frattempo, le forze dell’ordine hanno avviato rastrellamenti e fermi negli ambienti neonazisti della Sassonia, la regione ex Ddr ad altissima densità neonazista. Dove il nazionalismo di estrema destra è nutrito dall’odio per gli immigrati, dall’islamofobia e dall’antisemitismo. Vogliono la chiusura delle frontiere, il “prima i tedeschi”, il no ai minareti. Sfruttano il tasso di disoccupazione – in Sassonia è il più elevato della Germania – per accusare la democrazia e i partiti tradizionali di tradimento. In nome di Dio, della Nazione e della Razza.

Indagine per abuso d’ufficio sul procuratore di Palermo

Il procuratore di Palermo Franco Lo Voi è indagato a Caltanissetta per abuso d’ufficio. Secondo quanto risulta al Fatto è un atto dovuto. I pm nisseni, durante un’indagine che riguarda altre persone, si sono imbattuti in alcuni elementi che li hanno obbligati all’iscrizione del procuratore nel registro degli indagati per una vicenda che riguarderebbe un parente. Ma la stessa Procura sembra orientata a chiedere l’archiviazione per il procuratore palermitano dopo gli ultimi accertamenti che sta cercando di fare in tempi brevissimi. Non vuole inserirsi, suo malgrado, nella partita incandescente della nomina del procuratore di Roma da parte del Csm.

Lo Voi, come si ricorderà, è tra i candidati alla Procura di Roma anche se neppure questa volta sembra il favorito. A oggi i candidati più papabili sono il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino (attuale reggente) e il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo. Il mese scorso la Quinta commissione, all’unanimità, ha deciso di azzerare il voto del 23 maggio che aveva espresso 4 preferenze per il procuratore generale di Firenze Marcello Viola ( Mi) e una ciascuno per Lo Voi (Mi) e Creazzo( Unicost). Si ricomincia il 22 ottobre con l’audizione dei candidati, dopo lo scandalo che ha portato alle dimissioni di 5 togati del Csm per l’incontro del 9 maggio con Luca Palamara, Cosimo Ferri e Luca Lotti proprio sulla nomina a Roma. Costretto alle dimissioni pure il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, accusato a Perugia di rivelazione di segreto a favore di Palamara, indagato per corruzione.

“La mafia resta aggressiva, i giudici devono poter valutare caso per caso”

“Non illudiamoci, la mafia è sempre pericolosa, anche quando non ammazza”. Franco La Torre, nato a Palermo nel 1956, è il figlio di Pio, lo storico deputato del Pci che insieme al democristiano Virginio Rognoni firmò la legge per introdurre il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. E per questo motivo Pio La Torre fu ucciso da Cosa nostra il 30 aprile 1982. “La decisione della Cedu, sul piano teorico, è in punta di diritto, ma…”.

Ma è un pronunciamento che può indebolire la lotta alle mafie, La Torre?

Stabilisce un principio universale di pena non definitiva, perché altrimenti si cancellerebbe la possibilità di un percorso di rigenerazione del detenuto colpevole. Ma, appunto, le mafie in Italia hanno dimostrato capacità di resistenza. Gli uomini d’onore hanno sempre considerato il carcere, prima della legge Rognoni-La Torre, 1982, come un passaggio obbligato nella propria carriera criminale. E hanno continuato a farlo anche dopo la Rognoni-La Torre fino alle introduzioni del 4 bis, voluto proprio da Giovanni Falcone alla Direzione degli affari penali e del 41bis, tra 1991 e 1992. Non a caso erano temi del “papello” di Totò Riina, le richieste allo Stato per fermare le stragi.

Prima di allora c’era il grand hotel Ucciardone…

Esatto, anche dal carcere i boss potevano svolgere i loro ruoli. Le sbarre erano abbastanza larghe da far entrare aragoste o notizie di appalti…

Quindi la Cedu ha commesso un errore?

Non sul piano del principio universale. La soluzione è il doppio binario: l’ergastolo ostativo come il 41 bis sono utili finché il criminale ha ancora una pericolosità sociale, ma è un giudice che deve decidere in ultima istanza, come già avviene. Come per i domiciliari di Giovanni Brusca e stiamo parlando di un terribile criminale, ma pentito a cui dobbiamo molto di quel che sappiamo ad esempio su Capaci. Però perché a Bernardo Provenzano, ridotto ormai in uno stato vegetativo, non è stato consentito di morire in un modo più dignitoso? Quale pericolo poteva rappresentare se fosse spirato nel proprio letto? Lo Stato deve dimostrare di essere superiore alla barbarie delle mafie.

Csm: c’è Di Matteo. Ma vince l’asse Ferri&Palamara

Lo scandalo nomine che ha fatto precipitare il Csm sull’orlo dello scioglimento non ha provocato tra i magistrati una valanga di indignazione assoluta se si guarda ai risultati delle elezioni suppletive per scegliere due togati in “quota” pm. Il più votato è stato Antonio D’Amato di Magistratura Indipendente, la corrente conservatrice, insieme a quella centrista di Unicost, più compromessa per il cosiddetto caso Luca Palamara, il pm accusato a Perugia di corruzione, spiato con un trojan mentre parlava di nomine con consiglieri e politici.

Ce l’ha fatta anche Nino Di Matteo, ma è arrivato secondo. Era considerato il favorito per la sua storia di magistrato antimafia irreprensibile, fuori da giochini di tipo clientelare delle correnti che hanno subìto una degenerazione. D’Amato, procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere, ha ottenuto 1.460 voti mentre Di Matteo 1.184. Sconfitta Unicost con il suo candidato Francesco De Falco, pm di Napoli, arrivato terzo con 530 preferenze in meno di D’Amato. Anche Area, la corrente di sinistra esce perdente: divisa al suo interno, aveva più candidati che si sono rosicchiati voti fra loro. Una scelta, però, rivendicata dal segretario Eugenio Albamonte: “È stata in linea con la richiesta dell’Anm di favorire un più ampio numero di candidature per restituire il potere di scelta agli elettori”.

La campagna elettorale segnata dalla corsa dei 13 candidati a chi era più estraneo non solo al correntismo ma anche alle correnti, ha fatto sì che pure D’Amato, iscritto a Mi dal 1988, dicesse che la sua era una candidatura “autonoma”. Può darsi che sia partita dalla base, ma di sicuro aveva il sostegno della sua corrente. Per alcune settimane solo della parte di Mi più legata a Claudio Galoppi, consigliere del Csm fino a luglio 2018 e ora consigliere giuridico della presidente del Senato Elisabetta Casellati. Voci filtrate da Mi, dicevano che D’Amato, per regolamenti interni, non godesse dell’appoggio del leader ombra della corrente Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa, deputato renziano del Pd ora di Italia Viva, tra i protagonisti dello scandalo nomine, insofferente a un intento, a quanto pare, di Galoppi di scavalcarlo.

Il successo elettorale di D’Amato, che mai ha speso una parola di condanna per quanto accaduto, fa capire che Mi si è ricompattata perché in gravissima difficoltà in Consiglio: fino a ieri era passata da 5 consiglieri a due a causa delle dimissioni forzate dei 3 togati Lepre, Cartoni e Criscuoli che proprio con Ferri, Palamara, Luca Lotti e i due ex consiglieri di Unicost Spina e Morlini ordivano piani per pilotare la nomina del procuratore di Roma.

Anche la parte di Unicost rimasta vicina a Palamara e rappresentata in primo luogo dall’ex consigliere Massimo Forciniti, sembra che almeno in parte abbia virato su D’Amato, per gli ottimi rapporti Palamara-Ferri. In parte, invece, sembra essersi astenuta. Infatti, De Falco, il candidato di Unicost post Palamara, guidata da Mariano Sciacca, non ce l’ha fatta: ha avuto 950 voti. Tanti, se si considera il terremoto politico-giudiziario deflagrato pochissimi mesi fa e partito dall’ex dominus proprio di Unicost.

Da un’analisi del voto è anche possibile che ci sarebbe stato un risultato elettorale diverso se Area non avesse avuto più candidati. Basta fare l’esempio più significativo: Fabrizio Vanorio, pm di Napoli considerato il rappresentante dell’ala minoritaria avversa al “romacentrismo” della corrente, ha ottenuto 615 preferenze mentre Anna Canepa, pm della Dna, della maggioranza di Area, 584. Insieme fanno 1199. Un soffio in più (5 voti) di Nino Di Matteo. Naturalmente, non è affatto detto che questi voti siano tutti sommabili fra loro.

I neo consiglieri D’Amato e Di Matteo subentrano ai dimissionari Spina e Lepre. L’ingresso di Di Matteo fa diventare maggioritario il gruppo di Autonomia e Indipendenza fondato, tra gli altri, dagli attuali consiglieri Davigo e Ardita e dall’ex consigliere Pepe. Di Matteo, però, ha sempre ribadito che voterà “secondo coscienza” anche se lo ha appoggiato AeI. Area resta con quattro consiglieri, Mi, come detto, passa da due a tre e Unicost resta con tre, dopo aver perso i dimissionari Spina e Morlini. Ma la compagine dei togati potrebbe mutare ancora perché ci sarà un’altra elezione suppletiva: l’8 e il 9 dicembre i 9 mila magistrati devono eleggere un giudice, dopo le dimissioni di Paolo Criscuoli, che ha resistito fino a settembre.