Ergastolo ostativo, dopo l’Europa il rischio Consulta

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha le idee chiare: “L’unica pena che non finisce mai è quella che sono costretti a soffrire i familiari delle vittime della mafia”. E per questo ritiene “non condivisibile” la decisione della Cedu che ha chiesto invece al nostro Paese di modificare la legge sull’ergastolo ostativo che impedisce a chi si sia macchiato di gravissimi reati di uscire dal carcere anche solo temporaneamente, a meno che non decida di collaborare con la giustizia.

“In casi del genere, come per il boss mafioso che decide di collaborare con la giustizia, in quel momento lo Stato ha la dimostrazione che è stato reciso il legame con la mafia” ha spiegato il Guardasigilli che ora però dovrà trovare una soluzione per superare i rilievi di Strasburgo a cui il 22 ottobre potrebbero sommarsi quelli della Consulta. Chiamata a stabilire la costituzionalità delle norme che escludono l’accesso ai benefici di legge (e in particolare alle uscite temporanee dal carcere) agli ergastolani modello non formalmente dissociati dalla consorteria criminale. Sul tavolo il caso di Sebastiano Cannizzaro, in carcere dal 1998 per associazione mafiosa, che avrebbe avuto da allora “una condotta rispettosa del programma rieducativo” in carcere senza però poter mai usufruire di permessi premio: di lì il suo ricorso fino in Cassazione che poi ha rimesso alla Consulta la questione.

Una pronuncia di incostituzionalità potrebbe avere effetti dirompenti almeno quanto l’allarme che si è creato per la sentenza della Cedu che ha stabilito che l’ergastolo ostativo viola l’articolo 3 della Convenzione Europea sui Diritti umani.

Il Movimento 5 Stelle ieri ha convocato una specie di gabinetto di guerra per studiare le contromosse che possano in qualche modo sterilizzare gli effetti della pronuncia della Corte di Strasburgo a cui si preparano a bussare anche i boss più incalliti oggi condannati al regime del 41 bis: il sottosegretario alla Giustizia Ferraresi più una nutrita delegazione di parlamentari grillini delle commissioni Giustizia di Camera e Senato si sono dati appuntamento negli uffici di Nicola Morra all’Antimafia per capire che fare. Il prossimo passo sarà aprire il confronto con gli alleati di governo, specie con il Pd dove sul tema dell’ergastolo ostativo e del 41 bis le sensibilità sono diverse. Stefano Vaccari della segretaria dem è netto: “Non concordiamo assolutamente con la sentenza europea: denota una scarsa conoscenza del fenomeno mafioso, della sua portata globale e degli strumenti atti a combatterlo. Così facendo si vanifica la tanto dolorosa quanto approfondita conoscenza maturata negli anni dal nostro Paese nel contrastare proprio questo fenomeno. Mettere in discussione l’ergastolo ostativo e il 41 bis significa far tornare indietro la lotta alle mafie di un secolo. La legislazione antimafia italiana è presa a modello in tutto il mondo”.

Ma non la pensano tutti così al Nazareno e non da ora. Nella scorsa legislatura Roberto Speranza e Enzo Amendola, che oggi sono insieme al governo Conte, uno per conto di Leu e l’altro per il Pd, avevano presentato un disegno di legge per depennare l’ergastolo e stigmatizzare in particolare quello ostativo definito dai due “una pena di morte al rallentatore, in insanabile contraddizione con la carta Costituzionale”.

E lo stesso avevano fatto Sandro Gozi e il radicale Roberto Giachetti. Più recentemente Enza Bruno Bossio (l’unica deputata dem ad aver dichiarato in anticipo il proprio voto contrario all’arresto del forzista Diego Sozzani) ha presentato una proposta ora all’attenzione della commissione Giustizia della Camera. Che punta a rivedere la preclusione assoluta all’accesso ai benefìci penitenziari da parte dei soggetti all’ergastolo ostativo che decidano di non collaborare.

Al posto della collaborazione “potrebbe assumere rilievo un complesso di comportamenti che dimostrino il distacco del condannato medesimo dalle associazioni criminali: dissociazione esplicita, prese di posizione pubbliche, adesione a modelli di legalità, interesse per le vittime dei reati, radicamento del nucleo familiare in diverso contesto territoriale. Ma anche l’impegno profuso per l’adempimento delle obbligazioni civili derivanti dal reato e, quindi, il concreto interesse dimostrato per attività di risarcimento o, più in generale, di riparazione in favore delle vittime del reati” si legge nella proposta della deputata del Pd. Che prevede esplicitamente che per negare l’accesso ai benefici debbano essere indicati puntualmente i collegamenti tra il condannato e il sodalizio criminale “infatti, frequentemente, – si legge ancora – la magistratura di sorveglianza per negare la concessione dei benefìci in questione si limita a trascrivere in modo apodittico, riproducendo il contenuto generico delle informative del comitato provinciale per la sicurezza pubblica o delle Forze di polizia, senza enunciare gli elementi di fatto dai quali ha tratto il proprio convincimento afferente i collegamenti del condannato con la criminalità”. Chissà che ne pensa Bonafede.

Operazione San Siro, la grande abbuffata del nuovo stadio

Il calcio è magico. E lo stadio di San Siro di notte magiche ai tifosi ne ha regalate tante. Ma nei prossimi mesi ci stupirà. Sta per scoccare la più grande magia della sua storia: la moltiplicazione dei milioni e del cemento. Milan e Inter hanno infatti chiesto al sindaco di Milano il via libera per costruire un nuovo stadio e abbattere quello vecchio. I giornali si sono concentrati sugli aspetti estetici del nuovo derby: è più bella la “cattedrale” trasparente disegnata da Populous o il “doppio anello” progettato da Manica-Cmr? Già escluse altre due proposte, lo “stadio verde” di Stefano Boeri e quello degli americani di Hok. Ma a ben guardare, la storia del nuovo San Siro ha poco a che fare con lo stadio e il calcio e molto invece con grattacieli, alberghi, spazi commerciali: è un’operazione immobiliare da 1,2 miliardi di euro. Ecco la magia, la zucca che si trasforma in carrozza: un’area di 250 mila metri quadrati, oggi destinata ad attività sportive, con un tocco di bacchetta magica viene trasformata in area edificabile. La bacchetta magica si chiama legge sugli stadi e permette a Milan e Inter di chiedere un indice di edificazione di 0,70 (il doppio di quanto è concesso ai comuni mortali nel resto di Milano, 0,35).

Protagonisti di questa saga: due squadre aliene di cui non si conoscono i proprietari; Paolo Scaroni, presidente del Milan; Alessandro Pasquarelli, amministratore delegato del gruppo Yard; Ada Lucia De Cesaris, capo dei renziani di Italia Viva a Milano; il sindaco Giuseppe Sala, incerto se dire sì all’operazione.

Macché sport, largo ai grattacieli!

Lo stadio di San Siro c’è già. Funziona. Volendo, lo si può ristrutturare e ampliare. C’è un progetto che si chiama Re-thinking San Siro (ripensare San Siro) che dimostra come si possa farlo nuovo: abbattere il terzo anello, ricostruire il primo, togliere le sette torri laterali, edificare un nuovo blocco sul lato ovest e installare una nuova copertura.

Questi interventi sarebbero sensati se si volesse davvero rinnovare “la Scala del calcio”. Ma non è questo l’obiettivo dei misteriosi padroni di Milan e Inter. Quello che vogliono è costruire, con la scusa dello stadio, un nuovo quartiere con negozi, uffici, centro commerciale, ristoranti, cinema, spazi per concerti e spettacoli. Un paio di grattacieli svettano nel progetto Populous (il colosso Usa che ha fatto prima lo studio di fattibilità e poi, in evidente conflitto d’interessi, ha presentato la sua proposta), ma anche in quello Cmr-Sportium con l’architetto statunitense David Manica.

Ristrutturare il Meazza costa troppo, dicono Milan e Inter: oltre 500 milioni, a cui si sommano 115 milioni di mancati introiti perché sarebbe necessario sospendere le partite per cinque anni. Costruire lo stadio nuovo costa invece 650 milioni. Fidarsi di queste cifre è però come chiedere all’oste se il suo vino è buono. Del resto, c’è in Italia un esempio di ristrutturazione realizzata senza perdere una sola partita: quella dello stadio Friuli di Udine, che certo è molto più piccolo di San Siro, ma che comunque è stato rinnovato in due anni senza mai interrompere le attività.

Ma se ristrutturi il glorioso Meazza ottieni soltanto uno stadio rinnovato. Se invece lo abbatti e lo edifichi nuovo, grazie alla legge sugli stadi puoi costruire un sacco di roba attorno che con gli stadi non c’entra nulla, ma che fa incassare una montagna di soldi. Certo, bisogna dimenticare l’articolo 305 della stessa legge sugli stadi: “Gli interventi (…) sono realizzati prioritariamente mediante recupero di impianti esistenti”. Ecco dunque i nuovi progetti, che permettono di realizzare il vero affare, che non è lo stadio: 180 mila metri quadrati di spazi commerciali, 66 mila di uffici, 15 mila di hotel, 13 mila per intrattenimento, 5 mila di spazio fitness, 4 mila di centro congressi.

Interesse pubblico? Non esattamente…

La legge sugli stadi prevede che l’operatore privato (in questo caso Milan e Inter alleati) presenti un progetto, poi l’amministrazione pubblica (il Comune di Milano) ha 30 giorni per stabilire se è d’interesse pubblico. Se l’amministrazione non decide in questi tempi, la pratica passa al governo. Per San Siro i 30 giorni scadono oggi, 10 ottobre 2019: ma il termine sarà prorogato. Anche perché è complicato definire d’interesse pubblico un’operazione immobiliare privata su terreni pubblici dopo aver abbattuto uno stadio pubblico: sia i terreni sia il Meazza sono infatti proprietà comunale.

“Perché il Comune non fa una vera gara?”, si chiede Luca Beltrami Gadola, direttore dell’autorevole giornale online Arcipelago Milano. “È un affare privato: dove sta la pubblica utilità? Il sindaco Sala dovrebbe stare anche attento alla Corte dei conti: non sta cedendo ai privati un valore che dovrebbe invece rimpinguare le casse comunali?”. Al Comune arriverebbero soltanto 55 milioni come oneri d’urbanizzazione e 5 milioni all’anno come canone, per una concessione di 90 anni. Mentre i ricavi stimati dalle squadre sono di quasi 200 milioni l’anno (70 dallo stadio e 125 da quello che chiamano “polo ricreativo”), con il rientro degli investimenti in 32 anni.

“È un regalo ai due club”, sostiene anche Basilio Rizzo, decano dei consiglieri comunali. “Adesso il sindaco vuole coprirsi con un voto del consiglio, ma che cosa votiamo? Io non voto prima di vedere le 750 pagine che Milan e Inter hanno depositato a Palazzo Marino e che non vogliono farci vedere. Se non mi mettono a disposizione le carte, mi rivolgerò al Tar”. Oltretutto, conclude Rizzo, “ridurranno i posti, da 80 a 60 mila, e aumenteranno i prezzi dei biglietti”. Protestano anche gli abitanti del quartiere: perché lo stadio nuovo dovrebbe essere costruito a soli 60 metri dalle abitazioni.

Chi c’è dietro? Il mistero della proprietà

David Gentili, presidente della Commissione comunale antimafia, è preoccupato per l’opacità di chi propone l’operazione: “Le normative antiriciclaggio impongono di sapere chi sono le persone fisiche che stanno dietro all’affare. Il Comune di Milano, dopo i rilievi dell’Anac (l’Autorità anticorruzione), si è riservato di non assegnare gli spazi in Galleria alle società che non dichiarano i propri titolari effettivi. Nel caso di Milan e Inter, abbiamo oscure catene di comando che si perdono nei paradisi fiscali delle Cayman, del Delaware, del Lussemburgo”.

L’azionista di maggioranza dell’Inter è Suning Holdings, società cinese di Zhang Jindong, che possiede il 68,55 per cento. “Alle Cayman”, ricorda Gentili, “sta il 31 per cento dell’Inter: controllato da Lion Rock, il fondo di Hong Kong guidato da Daniel Kar Keung Tseung, che ha acquistato (per conto di chi?) le quote di Tohir”.

La proprietà del Milan è un enigma ancora più grande. Il cinese Li Yonghong ha pagato alla Fininvest di Silvio Berlusconi oltre 600 milioni per avere la squadra e poi l’ha persa perché non è riuscito a trovarne altri 32. Strana storia, ma così i soldi sono girati, estero su estero, e il Milan è diventato, almeno apparentemente, americano: del fondo Elliott, che detiene il 99,93 per cento del club attraverso la lussemburghese Rossoneri Sport Investment Lux. La faccia che si vede, prima e dopo il kamasutra finanziario, è sempre quella di Paolo Scaroni, il più berlusconiano dei manager italiani, presidente del Milan e vicepresidente di Rothschild, la banca d’affari che, guarda caso, aveva garantito “la completa affidabilità finanziaria” di Mr. Li. Quello che è trasparente invece è che i bilanci sono in rosso: 33 milioni per il Milan, 18 per l’Inter. Che cosa c’è di meglio, allora, di una succulenta operazione immobiliare per rimettere in sesto i conti? Ci sta pensando Goldman Sachs: la banca d’affari, già advisor dell’Inter per cui ha emesso un bond, ha preparato il piano finanziario dell’operazione. Lo studio di fattibilità è stato messo a punto da Yard, sviluppatore immobiliare che ha tra gli azionisti il gruppo DeAgostini e come amministratore delegato Alessandro Pasquarelli (ex ad di EuroMilano). Resta da segnalare un’altra perla del “Modello Milano”. Nel gruppo di chi tratta con Sala per far riconoscere “l’interesse pubblico” all’operazione, c’è Ada Lucia De Cesaris, partner dello studio legale AmmLex, che lavora per le squadre ed è stato fondato da Guido Bardelli, già presidente della ciellina Compagnia delle opere. È la stessa Ada Lucia che fu vicesindaco di Milano e assessore all’urbanistica e che è appena passata dal Pd a Italia Viva, il nuovo partito di Matteo Renzi.

Bonaccorti, il “return” pare “C’è posta per te” ma low cost

Ho qualcosa da dirti, ma a volte sarebbe meglio tacere. Il programma di Enrica Bonaccorti è interessante non per la sua pochezza, ma come prova della triste deriva del sistema televisivo. Sky ha pompato la rubrica in onda su Tv8 come “il grande ritorno della Bonaccorti”, e c’è del vero. Bonaccorti ha un grande avvenire alle spalle, emerge in Rai con il rotocalco Italia sera in coppia con Mino Damato, poi segue il pifferaio di Arcore, si ritrova a Non è la Rai barattando Damato con Antonella Elia, studia da Raffaella, ma non riesce a laurearsi. Di recente si era riconvertita in opinionista a gettone, quelli che dispensano pareri alla spina sui grandi temi del Paese, dal moijto di Salvini alle corna di Giulia Di Lellis. Ed ecco “il grande ritorno”; chi non ha trovato il modo di parlare con una persona cara con il cuore in mano trova il coraggio di farlo nella finta caffetteria di Enrica. Sul coraggio, niente da dire. Sul resto… Ho qualcosa da dirti è una riedizione low cost di C’è posta per te, stesso show delle anime semplici o dei morti di fama in bellavista, la scuola De Filippi corretta con un po’ di D’Urso nella speranza di alzare gli ascolti (perfino le Drag Queen a insidiare Platinette). Cara pay-tv, abbiamo qualcosa da dirti; con X Factor avevi ipotizzato un’idea di intrattenimento alternativo, avevi perfino provato a far fare il piccolo Letterman a Cattelan (e mal te ne incolse). Ma ora perché pagare l’abbonamento? Oggi la tua Temptation Island si chiama Cologno Monzese.

I maestri del diritto e le basi scientifiche che non esistono

Affermati giuristi hanno manifestato serie perplessità sulla riduzione dei parlamentari. Quegli esperti premettono come clausola di stile di non voler discutere il merito del provvedimento, ma subito dopo attaccano quel profilo nel tentativo di vivisezionarlo, muovendo pesanti critiche alla logica dei numeri, all’effettività dei risparmi, al presidio della rappresentatività oltre che, ovviamente, alla carenza di una normativa di collegamento. Nessuna delle obiezioni sembra irresistibile. La prima richiede la prova che il nuovo numero dei parlamentari risponda a un dato assiologico di sicura dimostrazione scientifica. Posto tuttavia che quel dato è per definizione indimostrabile, per carenza di termini idonei alla discussione del presunto teorema, si conclude che la riduzione è di per sé sbagliata. È agevole ricordare che un argomento fondato su presupposti inesistenti non si risolve in una confutazione logica bensì nel battere un pugno sul tavolo. Soprattutto se tra chi dubita del provvedimento vi sono coloro che avevano accolto con tripudio la riforma costituzionale del 2016. Quanto ai risparmi, sbandierati per plausibili fini propagandistici, si può concedere che non saranno eccezionali, con l’avvertenza di non confondere gli effetti collaterali di modesto rilievo con la sostanza della rimodulazione di organi costituzionali pletorici per migliorarne la capacità di lavoro e l’efficienza. Il vero risparmio si ottiene da una legislazione più adeguata e coerente ai bisogni della popolazione. Milioni di spesa pubblica in meno, tuttavia, non hanno mai fatto male a nessuno.

Quanto alla rappresentatività, i maestri del diritto pubblico sembrano inserire i numeri degli attuali parlamentari in una formula alchemica, la sola capace di garantirne l’equilibrio e di consolidare gli istituti democratici. Sarebbe interessante domandare su quale dimostrazione scientifica si basano i cabalistici numeri 630 e 315. Nei panni di quei professori, mi domanderei invece quale rilievo e rappresentatività hanno assunto quei numeri a fronte di una legislazione fatta di decreti legge, molti convertiti con la fiducia, e di una legge finanziaria di fine anno costruita su un maxiemendamento progettato e redatto nel chiuso dei ministeri. La rappresentatività va costruita e garantita non solo con misure numeriche, soprattutto in una stagione istituzionale acida come l’attuale. L’ulteriore obiezione secondo la quale i numeri ridotti non darebbero spazio alle competenze e alla rappresentanza della società civile, per essere i segretari di partito troppo preoccupati di trovare i posti per i vari ras, è intimamente contraddittoria in quanto i medesimi docenti danno per scontato l’avvento del sistema proporzionale puro. Con il proporzionale le liste sono redatte nelle segrete stanze dei partiti senza che competenza, idoneità a rappresentare un territorio e intelligenza politica assumano il minimo rilievo. In questo senso il proporzionale puro, come praticato in Italia, è metodo elettorale in collisione permanente con la nozione di rappresentatività. Per superare l’enorme criticità basterebbe riprodurre, con gli opportuni adattamenti, il sistema per l’elezione dei sindaci, in pratica un maggioritario a doppio turno con elevato grado di personalizzazione e quindi di conoscenza dei singoli candidati. Quanto alla mancanza di una normativa di collegamento, è chiaro che andrà prodotta. I tempi ci sono tutti. Quel che non viene detto, però, è che la riduzione dei parlamentari si imponeva dall’entrata in vigore delle autonomie regionali ed era diventata addirittura urgente dopo la riforma costituzionale del 2001. Allora nessuno, per quanto mi consta, si pose la logica della rielaborazione e degli effetti delle riforme sulla rappresentanza nazionale.

I talk show sono gli steroidi di Salvini

A un certo punto della sera di martedì, mentre traeva fomento dalla terza ovazione del pubblico dell’omonima trasmissione, Salvini è sembrato entrare in un evidente stato di alterazione psico-fisica – Salvini che, è bene ricordarlo, esiste e gode di tanto consenso perché per anni è stato insufflato di steroidi proprio dai talk show, felicissimi di ridursi a suoi casini da caccia.

Da Floris c’era un’infilata di giornalisti pronti a metterlo in difficoltà sui temi a lui meno cari, come il Russiagate. “Domani gli italiani si svegliano con la paura di un’invasione della Russia o il problema è che i figli non trovano lavoro?”, ha risposto, come se fossero due alternative logiche. La tattica di bassa semiologia di Salvini è nota: agli italiani non interessa X (dove X sono magagne della Lega presentate come questioni lunari e pedantesche) ma le tasse/il lavoro/le pensioni/il prezzo del latte/i neri stupratori-ladri-spacciatori, con l’aggravante inedita, l’altra sera, del caso di un bambino disabile di Narni a cui Salvini ha promesso di mandare gli infermieri a casa (lui spiccia micro-questioni che il governo delle élite non ha la volontà di risolvere). In questo modo, Salvini fa credere che tutto ciò che non è X sia sottovalutato da chiunque non sia Salvini. A giudicare dalla claque, che escludiamo si sia portato dietro dal Papeete e dunque era autenticamente incantata dalla sua performance cardiovascolare, si direbbe che la tattica funziona ancora. Il turpiloquio lo galvanizza: “Non ho preso un rublo. Dove cazzo vuole cha abbia messo 60 milioni di dollari? Ma secondo lei, io sarei qua a parlare con lei se avessi 60 milioni di dollari? O sarei ai Caraibi?”. Salvini immagina l’italiano-tipo del tutto incapace di capire la differenza tra l’arricchimento di un politico corrotto e un sistema di corruzione internazionale che a riguarderebbe, se provato, vicendevoli favori su campagne elettorali, compravendita di petrolio e influenze varie. L’arena di DiMartedì ha apprezzato che Salvini sorvolasse sulla noiosa questione del “complotto” ai suoi danni e si ri-arrogasse il diritto di riferire del suo comportamento solo al pubblico televisivo: “È un anno che andate avanti con questo pippone sulla Russia, gli italiani vogliono sentir parlare di taglio delle tasse e problemi della vita reale!”; ma poi non sa parlare che dell’Umbria, dove è in corso la campagna elettorale.

Il trucco è lo stesso di sempre: se l’interlocutore fa una premessa, Salvini concentra l’attenzione sulla premessa, impedendogli di continuare il discorso. Così è riuscito per anni a giocare a flipper coi giornalisti, trattati come cani lanciati a inseguire un bastone. Se come l’altra sera qualcuno premette: “I bambini muoiono in mare”, Salvini si aggancia: “E che è, colpa mia?”, il che obbliga le persone a pensare di chi sia la colpa se i bambini muoiono in mare (per quelle sintonizzate sul suo bias di conferma, delle madri che li mettono sui gommoni); e da lì scatena il domino della passivo-aggressività: “È sempre colpa di Salvini! Manca che la Raggi dica che non riesce a svuotare i cassonetti per causa mia!”. Il pubblico urla, applaude, drogato dalla vertigine dello spostamento, dimentico della questione-matrice.

Forse non si aspettava nemmeno lui una platea così calda. Come un politico così modesto e pedestre riesca ancora a incanalare i sentimenti collettivi lo spiega la psicologia delle folle di Gustave Le Bon: “L’autoritarismo e l’intolleranza sono per le folle sentimenti che esse sostengono e praticano con estrema facilità. Le folle rispettano la forza e sono mediocremente impressionate dalla bontà, che al più è valutata come una forma di debolezza. Se le masse volentieri calpestano il despota detronizzato, è perché, avendo quegli perduto la sua forza, rientra nella categoria dei deboli che, non temuti, meritano disprezzo”. Ciò significa che Salvini, se non piagnucola, non è affatto finito.

Scuola: abbandono e nuovi sudditi

Don Milani lo diceva così: “La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde”. Dalla sua Lettera a una professoressa ci separano 52, inutili, anni visto che i numeri dell’ultimo studio Invalsi sulla dispersione scolastica restituiscono una fotografia spaventosa dell’Italia 2019. I dati riguardano sia studenti che non arrivano al diploma superiore (dispersione esplicita) sia ragazzi che pur concludendo il ciclo di studi, ci arrivano con un livello di competenze così basso che è come se non avessero mai messo piede in classe (dispersione implicita).

Ed eccoli i numeri di questo male: 21 per cento nel Lazio, uno studente su cinque; 23 per cento in Molise, quasi uno su quattro; 25,7 in Basilicata e 26,8 in Puglia. E poi: Campania (31,9), Calabria (33,1), Sicilia (37) e Sardegna (37,4). Solo Veneto, Friuli e la provincia di Trento riescono a stare nei pressi dell’obiettivo europeo (10 per cento di tasso di dispersione); le altre regioni del Centronord sono fra il 15 e il 20; al Sud in genere si supera il 25%.

Come si vede il Paese è spaccato in due. Anzi è proprio rotto. E per fortuna che l’arrivo del nuovo governo ha sventato lo sciagurato progetto autonomista delle Regioni (Veneto e Lombardia soprattutto) che si volevano fare una scuola “differenziata”, lasciando il Sud al proprio destino (più che differenziato, differenziale come le classi dove finivano i disabili e gli alunni con problemi di apprendimento). A livello europeo invece siamo quartultimi, prima di Romania, Malta e Spagna. Ma se è sconvolgente il numero di abbandoni, ancora di più lo è quello della dispersione implicita, che in Italia tocca il 7,1 per cento (nel Centronord non più del 3/4 per cento; in Calabria oltre il 15 per cento). Si tratta di ragazzi che arrivano al livello due su cinque in italiano e matematica: stanno per prendere il diploma, ma hanno le stesse competenze di ragazzini di terza media e non sono in grado di capire un libretto di istruzioni di media difficoltà. Sommando questi quasi analfabeti a quelli che abbandonano la scuola arriviamo al 22,1 per cento, cioè un ragazzo su cinque.

È un’emergenza gravissima, e giustamente il premier Giuseppe Conte ne ha parlato nel suo discorso di insediamento. Ma i discorsi non bastano e bisognerà che il governo prenda provvedimenti urgenti. La questione potrebbe impegnare il ministro Fioramonti più efficacemente di merendine e crocifissi, anche se questi dati non possono e non devono essere confinati alla sola dimensione scolastica. Sono un allarme sociale a cui si aggiunge quello che periodicamente arriva dall’Ocse sul cosiddetto analfabetismo funzionale: il 70% degli adulti italiani risulta non in grado di comprendere adeguatamente testi lunghi e complessi per elaborare le informazioni richieste, contro il 49% della media dei 24 Paesi partecipanti. Livelli simili a quelli dell’Italia post-unitaria quando l’analfabetismo era al 74 per cento e la maggioranza delle persone firmava con la X.

Ora i dati sulla dispersione scolastica chiamano plasticamente in causa l’Unità nazionale, viste le enormi differenze tra le aree geografiche del Paese. E qui è giusto ricordare quel che il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia, rigettando l’idea (a nostro avviso incostituzionale) dei concorsi regionali ha detto: “Il sistema scolastico merita di essere al centro delle politiche pubbliche, senza diventare ostaggio di una nuova propaganda politica. Una cosa è decidere se nelle valli le classi sono da 15 o 25 bambini, un’altra è assumere insegnanti. Mi interessa la lotta a tutte le disuguaglianze, non i concorsi regionali”.

Lo citiamo qui perché il punto centrale riguarda proprio le disuguaglianze, gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona e che la Repubblica dovrebbe rimuovere (articolo 3 della Costituzione). Invece per anni e anni abbiamo sentito i leader politici straparlare di merito ed eccellenze, degli studenti migliori e della necessità di premiarli, come se il resto del mondo, la maggioranza che non primeggia, non esistesse o fosse ininfluente. A forza di perder tempo con queste sciocchezze siamo tornati indietro di un secolo, dimostrandoci talmente ignoranti da non capire quanto pericolosamente antidemocratico sia il nostro livello di ignoranza. O forse no. Forse una classe dirigente mediocre ha bisogno di un popolo che non sia in grado di giudicare il suo operato, che non sa pensare perché incapace di organizzare un ragionamento. Se abbiamo sempre meno strumenti cognitivi, non capiamo cosa succede attorno a noi: sudditi, non più cittadini. E dire che il rendimento dell’investimento in conoscenza è il più alto di tutti, perché è la radice del progresso sociale, la condizione per lo sviluppo economico. Lo diceva Benjamin Franklin più di due secoli fa.

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Editoriali brevi: dipende sempre dall’argomento

Mi sono abbonata sulla fiducia e sapevo che sarebbe stato un successo! Non mi avete mai deluso. Vorrei suggerire un premio fedeltà per gli abbonati a estrazione: una cena con i 3 giornalisti preferiti. Per me sarebbe difficile, ma la scelta ricadrebbe ovviamente su Marco Travaglio in primis, poi su Daniela Ranieri e Massimo Fini. Solo un fattore economico mi frena dal diventare socia del Fatto, ma mi piacerebbe tanto. Vi saluto con immensa stima – un saluto particolare a Nat il grandissimo! Continuate così.

P.S. Caro Travaglio, ci hai messi a dieta? È da agosto che i tuoi editoriali sono più brevi. È comunque un piacere leggerti, ma la dose quotidiana a cui ci hai abituati che fine ha fatto? Siamo stati cattivi? Scherzo!

Angelica Fraulo

 

Cara Angelica, grazie di cuore per il tuo entusiasmo, ma cerca di non esagerare. È vero che per un mesetto ho scritto editoriali dimezzati che chiudevano in prima pagina anziché girare in ultima. Sia perché le prime volte ero in vacanza (rovinata da Salvini), sia perchè spesso mi frulla in testa il motto di Montanelli: “Giramento di pezzo, giramento di coglioni”. Poi ci ho un po’ preso gusto e ho deciso di regolarmi volta per volta: ci sono temi che meritano pezzi lunghi e altri per cui basta la forma breve. Anche se, come diceva Voltaire, ci vuole più tempo a essere brevi che a essere lunghi.

Ps. Sicura su quella storia delle cene? I giornalisti mi sa che è meglio conoscerli da lontano che da vicino…

M. Trav.

 

Lunga vita al “Fatto” e al suo mensile “MillenniuM”

Ho finito di leggere il N° 27 di MillenniuM dedicato ai dieci anni dell’evento giornalistico più rivoluzionario che si potesse verificare nel nostro Paese. Ho letto ogni singolo articolo come fosse un gustoso boccone di una appetitosa pietanza. Hanno alimentato la mia mente (sempre più preda di scenari pessimi per il futuro) di speranze; commovente “Il mio angelo custode” di Franca Rame; poetico “Cari amici vi scrivo” di Lucio Dalla; ho ritrovato i miei pensieri nei commenti di Lorenza Carlassare, Luca Mercalli, Daniela Ranieri, Andrea Scanzi, Maurizio Viroli.

Non sono pochi dieci anni per un quotidiano cartaceo e anche se il giorno dopo va bene per incartarci le patate (come diceva, più o meno, Luigi Pintor), continuando ad aver la Costituzione come guida, avrà lunga vita. Lo auguro anche MillenniuM.

Pietro Antonicelli

 

5G: la tecnologia è finanziata dal profitto, la scienza arranca

Dal dibattito in commissione parlamentare sul progetto 5G (connessione di quinta generazione) emerge da tanti, ignoranti quanto pappagalleschi interventi, che non esistono evidenze scientifiche sulla nocività dell’esposizione ai campi elettromagnetici 5G (che non è riferimento alla Generazione Greta). Non ci sono evidenze scientifiche sulla nocività dell’assunzione di derivati della cannabis; anzi, in taluni casi sono scientificamente note qualità terapeutiche: dunque avanti con il proibizionismo. Esistono evidenze scientifiche sulla nocività degli alcolici, del tabacco, del gioco d’azzardo: dunque avanti perché lo Stato ci guadagna. L’evidenza scientifica è un optional. La si invoca o, tranquillamente, la si mette da parte a seconda delle convenienze. Nel caso della generazione 5 delle frequenze elettromagnetiche annotiamo, sommessamente, che sarebbe difficile avere dati statisticamente significativi capaci di orientare eventuali scelte perché li si ottiene solo in sequenze di anni. Su questa tecnologia la scienza arranca. La tecnologia è ampiamente finanziata con l’orizzonte del profitto, la scienza vive di elemosine ed è spesso costretta a inseguire finanziamenti privati. Così non va. Ecco allora lo slogan “Non fermiamo il futuro” e la possibilità di “magnifiche sorti e progressive”, realizzate grazie ai “prenditori” e all’economia che smuovono. Sono loro i benefattori che ci mettono a disposizione scienza e tecnologia per prepararci un futuro migliore! Avanti tutta, contro la decrescita felice e i gretini. Degli effetti dei campi elettromagnetici, chi se ne frega!

Melquiades

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo “Barriere a rischio, ASPI risparmia un miliardo in sicurezza”, desideriamo informarvi che la Società intende installare nuove barriere dotate di marcatura CE sulle tratte delle autostrade A16 e A14 oggetto di sequestro, auspicando in questo modo di ridurre i disagi al traffico e tenendo così conto delle posizioni espresse dai tecnici della Procura di Avellino. Sulla base di questa decisione, Autostrade per l’Italia ha presentato martedì 8 ottobre una nuova istanza di dissequestro delle barriere oggetto di provvedimenti da parte della magistratura. In caso di accoglimento dell’istanza di dissequestro, i lavori di sostituzione potranno partire a stretto giro.

Peraltro lo scorso luglio il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha richiesto a tutte le concessionarie autostradali italiane la predisposizione di piani finalizzati ad omogenizzare a standard europei le barriere di sicurezza installate: Autostrade per l’Italia, insieme alle strutture territoriali del Ministero, svilupperà anche tale piano di natura pluriennale che riguarderà l’intera rete nazionale.

Confermando la piena disponibilità ad avviare rapidamente la sostituzione delle barriere, la società ribadisce che le barriere attualmente installate sono sicure – come stanno dimostrando anche gli esiti dei controlli tecnici in corso – e che non c’è nessuna volontà di risparmiare sulla sicurezza delle barriere.

Autostrade per l’Italia

L’abuso di benzodiazepine rischia di aggravare la spirale del dolore

Siamo proprio sicuri che le benzodiazepine e i farmacisti permissivi siano tra le prime cause di suicidio? Ho fatto il medico per quarant’anni, sono stato testimone di tre suicidi “riusciti “e uno fallito. Le benzodiazepine non c’entravano neanche per caso.

G. G.

 

Caro G., nella nostra inchiesta non abbiamo mai detto che “le benzodiazepine e i farmacisti permissivi sono tra le prime cause di suicidio”. Abbiamo cercato, con molta delicatezza e accuratezza, e cercando di guardare – ed entrare – nel dolore degli altri, di squarciare un velo su quella che più che essere una strage silenziosa, è una strage rimossa. Alcuni rivendicano la libertà dell’individuo di scegliere la vita o la morte: l’esperienza, invece, insegna – come il prof. Maurizio Pompili, l’unico suicidologo che abbiamo in Italia ci ha spiegato – che chiunque pensi al suicidio come possibile soluzione è alle prese con uno stato di sofferenza al grado massimo di insopportabilità. È sofferenza. È tormento della mente. Diversamente da quello che pensiamo, non è un movimento verso la morte: è un movimento di allontanamento da noi stessi, e da questo dolore. Spesso, senza un evento “lesivo”, come lo chiama Pompili, senza un evento profondamente traumatico (la fine di una relazione, le difficoltà finanziarie, la perdita del lavoro, un problema abitativo o legale…), il suicidio non si sarebbe verificato. È ovvio che questi “fattori di vulnerabilità a breve termine” assumono un’importanza cruciale quando si inscrivono in un “terreno fertile”. In questo terreno fertile – non siamo noi a dirlo, ma la letteratura scientifica – l’abuso di sostanze, in primis l’alcol, può avere un ruolo. Così come la dipendenza da megadosi di benzodiazepine. In queste situazioni gli iniziali benefici che si avvertono grazie alle proprietà ansiolitiche e sedative delle BZD divengono “specchi per le allodole, inganni generativi di situazioni conflittuali, di sofferenza, di senso di inadeguatezza”, ci raccontano al centro di Verona diretto dal dottor Fabio Lugoboni. Aumentando così, spesso, la spirale del dolore. Fino a quando non si colora tutto di nero. E ci si ritrova in un pozzo buio, dal quale diventa impossibile uscire.

Oggi si chiude la campagna dell’Oms per la Giornata per la salute mondiale quest’anno dedicata al tema del suicidio. Parliamone. Parliamone. Parliamone.

Maddalena Oliva

Danza macabra su Alitalia Benetton lancia Lufthansa

È come una danza macabra intorno al cadavere. E il cadavere è quello di Alitalia che dopo aver ricevuto dal governo tra metà 2017 e il 2018 la bellezza di 900 milioni di euro per tirare avanti, ora è di nuovo con le casse vuote. I danzatori sono il governo, i Benetton, le Ferrovie e la compagnia americana Delta. Tutti coloro che si sono affannati o hanno fatto finta di farlo dicendo di voler salvare il moribondo. Ad essi tra martedì sera e mercoledì pomeriggio si è aggiunto un altro danzatore di talento: la più grande e potente compagnia aerea europea, la tedesca Lufthansa. Quest’ultima si è fatta avanti, per la verità, con una mezza offerta, una semplice partnership commerciale, l’ingresso nell’alleanza internazionale Star Alliance e nemmeno un euro di capitale. Poca roba rispetto a ciò che aveva detto di voler impegnare la rivale Delta, 100 milioni di euro per il 10 per cento dell’azionariato Alitalia. Lufthansa, però, è arrivata trainata dai Benetton che nell’Alitalia dovrebbero mettere circa 350 milioni di euro e questo traino implicitamente moltiplica il valore di quel poco che la compagnia tedesca è disposta a rischiare.

Di fatto i Benetton dopo aver lavorato per mesi dietro le quinte dell’affare Alitalia ora stanno conquistando la scena arrivando perfino a dettare agenda e condizioni. Lo fanno ricorrendo al “metodo Mion”, da Gianni Mion, il manager storico e la mente della famiglia di industriali veneti, colui che ha ripreso lo scettro del comando aziendale dopo che alcune settimane fa era stato giubilato Giovanni Castellucci. A metà dicembre di 7 anni fa, Mion sottoscrisse una specie di pronunciamento nei confronti del governo di allora, diretto da Mario Monti. Con una pagina intera a pagamento sul Corriere della Sera e Repubblica, intimò di fatto all’esecutivo di approvare subito le nuove tariffe per Fiumicino. Detto fatto: prima di Natale le nuove tariffe furono approvate e da allora i Benetton hanno potuto sommare il bancomat aeroportuale a quello autostradale.

Ora lo schema viene ripetuto. Con una lettera alle Ferrovie e al ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, alcuni giorni fa i Benetton hanno esplicitato ciò che era chiaro a tutti, ma che fino ad allora avevano pervicacemente negato a livello ufficiale. E cioè che loro stavano trattando per Alitalia con lo scopo di salvare le concessioni autostradali in pericolo dopo il crollo del ponte di Genova. Seguendo lo schema Mion, ieri Atlantia ha alzato la posta: in mezza riga di agenzia di stampa, Luciano Benetton ha cannoneggiato da Londra la posizione di Delta spalancando le porte alla rivale tedesca. “Lufthansa ha molta esperienza e anche il progetto Alitalia dovrebbe passare attraverso chi ha esperienza tecnica e di gestione”. Come dire: i tedeschi sì che se ne intendono, gli americani di Delta, invece, finora hanno lasciato molto a desiderare.

Con un sincrono perfetto, è spuntata subito dopo la proposta Lufthansa inviata la sera prima alle Ferrovie e al ministro Patuanelli. E pure i tempi hanno fatto dedurre che Benetton e tedeschi si siano mossi d’intesa. Con quale finalità? Forse l’obiettivo dei Benetton è prolungare la danza macabra per trattare con più tempo con il governo le concessione autostradali? Ma se non li mette Lufthansa, i 100 milioni che avrebbe dato Delta, alla fine chi li mette, i Benetton? E cosa farebbero questi ultimi se Delta volesse restare della partita? Di sicuro sia Delta sia Lufthansa dimostrano di puntare solo alle spoglie di Alitalia, i passeggeri dei voli ricchi verso il Nord America.

Soru smentisce l’incarico dei sardoleghisti “Solo audizioni”

“Nessuna nomina, nessuna indicazione formale, niente di niente”. Renato Soru smentisce con decisione i rumors che lo accreditavano come consulente tecnico per l’industria nel costituendo tavolo di regia della giunta sardoleghista di Christian Solinas e precisa: “Non esiste tra me e l’esecutivo regionale nessun contratto o rapporto di consulenza. Il mio nome è circolato senza che nessuno avesse parlato con me e senza che io avessi dato alcuna adesione”.

Il caso nasce in seguito ad un incontro fra l’assessore all’Industria Anita Pili ed i rappresentanti delle organizzazioni sindacali e datoriali. In quella sede l’assessore annuncia la prossima istituzione dell’organismo “Agenda Industria”, strumento derivante da una precedente legge del centro-sinistra ed articolato su due livelli: uno politico, comprendente la rappresentanza dell’esecutivo e delle parti sociali, e uno tecnico. Per il tavolo tecnico viene fatto, fra i vari nomi, anche quello dell’ex presidente della Regione ed ex segretario Pd Renato Soru, oggi tornato al suo ruolo di imprenditore a tempo pieno alla guida di Tiscali. Un’uscita improvvida da parte di Pili, che poi smentirà si sia mai parlato di incarichi di alcun tipo. Il tycoon sardo intanto liquida le polemiche e chiarisce il suo punto di vista: “Credo si siano confusi i termini della questione. Un conto è invitare a parlare i protagonisti dei vari settori, come è normale che sia da parte di un tavolo del partenariato economico e sociale, un conto è parlare di nomine. Io mi occupo di innovazione e tecnologia”, prosegue Soru. “E ho semplicemente detto che se mi invitano a parlare in un tavolo di questo genere, andrò in audizione a portare il mio contributo come sono andato in audizione al Parlamento, in Commissione europea e in contesti simili”.