Alberghi e fondi: Bianconi sotto accusa

C’è un mistero e un potenziale conflitto d’interessi che aleggia sulla gestione dei contributi per la ricostruzione post-terremoto e che riguarda il candidato ed ex imprenditore di Norcia, Vincenzo Bianconi. Un passo indietro. Il 30 ottobre 2016 la città umbra viene colpita da un violento sisma producendo danni quasi irreparabili e tra gli imprenditori più colpiti c’è anche Bianconi che, insieme alla sua famiglia, gestisce hotel e ristoranti di lusso tra cui Palazzo Seneca e gli stellati Vespaia e Granaro del Monte. L’ex Presidente di Federalberghi fa un censimento dei danni alle proprie strutture e chiede al Comune – che poi gira tutto alla Regione Umbria – i contributi per ricostruire e riprendere le proprie attività. La ricostruzione però va a rilento e Bianconi minaccia in diverse interviste di lasciare Norcia a causa dei ritardi. Il 19 agosto il gruppo consiliare del Pd che fa opposizione alla giunta di Nicola Alemanno (Forza Italia) presenta un’interrogazione sui “ritardi e il sostegno economico” per la ricostruzione perché i consiglieri dem si sono accorti che qualcosa, nella gestione dei fondi, non va.

La risposta del sindaco, peraltro sostenuto dallo stesso Bianconi, arriva il 30 settembre ed è stata raccontata ieri dal Corriere dell’Umbria: a Norcia sulle 27 imprese alberghiere rimaste in piedi, solo tre hanno avuto il via libera per i lavori e due di queste – il Grotta Azzurra (5,5 milioni) e Les Depandaces (340 mila euro) – appartengono al gruppo Bianconi. I permessi per le due strutture sono arrivati dall’Ufficio speciale per la ricostruzione rispettivamente con due decreti del 29 agosto 2019 e del 18 aprile 2019.

Ma non ci sono solo gli alberghi da ricostruire: la società di Bianconi ha vinto anche gare di appalto per le mense dei moduli abitativi di Norcia e frazioni (la sua Sporting Hotel Salicone ha ottenuto poco più di 2,5 milioni) ma anche per il trasporto scolastico dei bambini (circa 250 mila euro). Un totale di circa 9 milioni di euro, l’80% dei contributi riguardanti Norcia. Il sindaco Alemanno ha tenuto a precisare che “tutte le procedure sono state espletate nel solco rigido del rispetto delle norme previste” mentre ieri Bianconi ha risposto duramente agli attacchi del Corriere dell’Umbria, di proprietà della famiglia Angelucci: “Quando si dice che le uniche strutture che hanno preso i soldi del terremoto sono quelle di Bianconi perché candidato si dice una falsità. Questa è campagna elettorale sporca, è merda”. Il governatore facente funzione dell’Umbria, Fabio Paparelli, dice al Fatto che “i contributi sono stati assegnati in base a chi li presentava prima” e accusa il quotidiano locale di “essere diventato l’organo ufficiale della Lega”.

Se dovesse essere eletto governatore però si potrebbe venire a creare un potenziale conflitto di interessi perché Bianconi dovrebbe affidare contributi alle sue stesse aziende: in un’intervista al Fatto di due settimane fa però aveva garantito che in tal caso non sarà lui “a firmare le procedure per ottenere i fondi”.

Intanto martedì sera il programma Cartabianca ha mandato in onda un sondaggio di Ixè in cui per la prima volta viene certificato il sorpasso di Bianconi sulla candidata della Lega Tesei: 29,7 a 29,4%. Una sfida all’ultimo voto.

Zingaretti “offre” a Di Maio il candidato in Calabria

Nicola Zingaretti ha offerto a Luigi Di Maio la possibilità di scegliere il candidato presidente della Regione Calabria. D’altra parte, il Pd ha deciso di non presentare un proprio esponente, ma di ripetere quanto fatto in Umbria: cercare un nome all’interno della società civile.

Lunedì sera Zingaretti e Di Maio si sono visti a cena. Un incontro che fa parte di un percorso di avvicinamento e di una strategia ben precisa. Il segretario del Pd ha deciso che l’esperienza del governo è di primaria importanza e dunque va puntellata in tutti i modi. Con un patto che comprende le Regionali, ma pure con una mano a Di Maio a mantenere la sua leadership. Perché il Pd ha capito che la durata del governo passa per quella della tenuta del capo politico dei Cinque Stelle.

Ma non c’è solo questo. Sono mesi che il Nazareno ha fatto sapere al presidente, Mario Oliverio – per cui è stato chiesto il rinvio a giudizio per abuso d’ufficio e corruzione nell’inchiesta “Lande desolate” su alcuni appalti gestiti dalla Regione Calabria – che non ne sosterrà la ricandidatura. Lui resiste strenuamente. Ha chiesto le primarie, sta minacciando di presentarsi comunque con una lista civica, minaccia di fissare le elezioni già il 15 dicembre e non il 26 gennaio (come in Emilia-Romagna) per non dare tempo al patto di compiersi (anche perché l’idea è comunque di aspettare il risultato umbro) e alla segreteria di fare le liste. Sono mesi che Zingaretti ha mandato un commissario in Calabria, Stefano Graziano. Che gli sta ripetendo continuamente che il Nazareno non intende sostenerlo. “Abbiamo detto chiaramente che Oliverio non è il nostro candidato – dice Graziano – noi ci siamo posizionati su un candidato civico e stiamo lavorando in quella direzione. Vediamo se lo faremo insieme ai 5 Stelle. Dall’incontro tra Zingaretti e Di Maio mi pare ci sia stato un passo avanti”.

La questione è spinosa per il segretario, che è stato eletto anche grazie ai voti del governatore calabrese (e infatti non ne ha mai chiesto le dimissioni, mentre ha spinto Catiuscia Marini in Umbria a farlo).

Non è un caso se il Pd la prende larga e insiste sul fatto che Oliverio deve fare un passo indietro nel nome del “rinnovamento”. “Il nostro non è un giudizio negativo su di lui. L’esigenza di rinnovamento è precedente rispetto alla possibilità di avere un’alleanza elettorale con i 5 stelle”, spiega il responsabile per il Sud del Pd, Nicola Oddati. Tra i nomi che si fanno c’è quello di Pippo Callipo, il patron del tonno, che piace ai Cinque Stelle. Se Di Maio lo vuole, per il Pd va bene. I due dovrebbero rivedersi nei prossimi giorni.

Ma la prima mission è quella di concentrarsi sull’Umbria: si vota il 27 ottobre, i sondaggi non sono più sfavorevoli come all’inizio. E se il candidato Vincenzo Bianconi dovesse vincere, il segretario del Pd è pronto a rivendicare il fatto che si tratta di una vittoria senza Renzi, che non ha presentato le liste.

Il patto comprenderà l’Emilia-Romagna? Sembra difficile. Perché la ricandidatura di Stefano Bonaccini non è in discussione (almeno per ora) e i Cinque Stelle non possono sostenerlo. Uno dei dossier più complicati da gestire sarà quello della Toscana. Lì il leader di Italia Viva vorrà dire la sua. Per questo, c’è chi pensa a Simona Bonafè, segretaria del Pd regionale, che nasce renzianissima, ma che oggi è vicina al segretario (ed è rimasta, infatti, nel Pd). Per ora lei pubblicamente si è definita non disponibile.

La vigilia della festa tra assenze, polemiche e due fumate nere

Ancora prima che lo facessero senatore, alle feste dei Cinque Stelle, Gianluigi Paragone faceva l’anchor man. Quest’anno, invece, non solo non sarà sul palco: non si vedrà nemmeno giù. Niente trasferta a Napoli, fa sapere, lui che al secondo governo Conte nemmeno ha votato la fiducia: “Cosa vado a dire, che sono contrario su tutto? Me ne sto a casa mia”. È “senza entusiasmo” anche Barbara Lezzi, ministra del Sud fino a due mesi fa: pure per lei, niente Italia 5 Stelle, non ha nulla da festeggiare, “non ne ho proprio voglia”. Lo stesso farà Giulia Grillo, un’altra ex ministra non riconfermata nella squadra giallorosa, che adesso accusa Luigi Di Maio di non averla “appoggiata” nemmeno quando sedeva a palazzo Chigi con i gialloverdi. E per la prima volta potrebbe disertare perfino l’altro Grillo, il fondatore, per ragioni però non politiche, ma legate alle vicissitudini giudiziarie del figlio, indagato per violenza sessuale di gruppo.

Come vigilia, emozionata lo è. Dopodomani la base del Movimento è chiamata a raccolta, per di più si festeggia il compleanno numero 10. Ma il rischio è che diventi la vetrina di un partito lacerato. Non che non sia già successo: basti pensare all’edizione di due anni fa, quella che si tenne a Rimini, in cui si rischiò addirittura che Roberto Fico – all’epoca assai polemico per la decisione di introdurre la figura del capo politico – venisse escluso dal palco. L’ultima, la festa di Roma, era ancora sotto la sbornia del governo con la Lega, e fu di fatto monopolizzata dalla guest star, Giuseppe Conte.

Oggi è tutto diverso. E lo certifica il voto con cui ieri i parlamentari sono stati chiamati a scegliere i nuovi capigruppo di Camera e Senato. Due fumate nere, visto che nessuno dei candidati ha superato il 50 per cento dei voti. A Montecitorio ha pesato l’exploit di Raffaele Trano, che si è messo a capo dei deputati al primo mandato, non proprio soddisfatti di come era andata la gestione uscente del gruppo parlamentare. Ha preso 61 voti, solo 6 in meno del favorito Francesco Silvestri, già vicecapogruppo, che ha costruito col bilancino le candidature del suo direttivo, mettendo in squadra anche un “dissidente” come Riccardo Ricciardi.

Probabile che alla fine la spunti Silvestri: ora si riparte da zero, ma i 33 voti di Anna Macina e i 17 che sono rimasti a guardare votando scheda bianca, dovrebbero convergere su di lui, magari in cambio di alcuni posti nel direttivo che guiderà gli onorevoli. Al Senato quello che si avvicina più alla maggioranza è il “governista” Gianluca Perilli: 43 voti, comunque 11 meno del necessario. L’ex ministro Danilo Toninelli si è fermato a 24, ancora dietro Stefano Lucidi (15) e Marco Pellegrini (14).

Di Maio si mostra sicuro, dice che “non teme scissioni” e aggiunge che “non vede l’ora” di condividere le responsabilità della gestione M5S. Per ora, però, i segnali del cambiamento non si vedono: i sottosegretari che non sono stati riconfermati erano stati avvisati di un incontro da tenersi prima della trasferta napoletana, per chiarire i malumori rimasti in sospeso. Poi però, dal capo, non è più arrivata nessuna convocazione.

Malagò-Spadafora: lite sul capo dei Giochi

Lo scontro ai vertici dello sport italiano è piuttosto clamoroso: da una parte c’è il presidente del Coni Giovanni Malagò, dall’altra il neoministro Vincenzo Spadafora. L’argomento potrebbe sembrare secondario per i non addetti ai lavori, ma lo “scazzo” tra le due cariche è ad alta intensità: si discute del Ceo delle future Olimpiadi invernali di Milano e Cortina del 2026.

La pietra dello scandalo è il nome dell’ex team principal della Ferrari Stefano Domenicali, che ieri è stato reinserito nella short-list dei pretendenti alla più prestigiosa poltrona nella struttura organizzativa dei giochi olimpici.

Domenicali – molto gradito al sindaco di Milano Giuseppe Sala – sarebbe un’indicazione precisa di Malagò, che avrebbe scavalcato senza tanti complimenti il ministro dello Sport.

Spadafora non ha nascosto la sua irritazione. Nemmeno un po’. Non per il nome di Domenicali – di per sé considerato stimabilissimo – ma per il metodo usato da Malagò. Tre giorni fa a Verona infatti si era tenuta una riunione – “diretta” da Malagò e Spadafora, ma alla presenza dei governatori Luca Zaia e Attilio Fontana e dei sindaci Giuseppe Sala e Gianpietro Ghedina – proprio per coordinare le scelte sull’amministratore delegato per le Olimpiadi. Da quella sede era uscita una terna di nomi: Tom Mockridge, ex Sky, Alberto Baldan, ex Rinascente e Grandi Stazioni e Vincenzo Novari, ex ad di “3”. Il convitato di pietra però era proprio Domenicali: l’uomo della Ferrari era il preferito di Malagò, ma avrebbe negato la sua disponibilità alla candidatura.

Quarantotto ore dopo, invece, Domenicali torna nella short-list senza alcun ulteriore confronto tra il ministro e il presidente del Coni. Per Spadafora sono piuttosto evidenti le impronte digitali di Malagò su questa manovra: “Il nome di Domenicali – fa sapere il Cinque Stelle – non era presente né nella prima né nella seconda lista uscita da Verona, perché non era nelle condizioni di poter garantire la sua disponibilità. Malagò aveva detto di confidare in un suo ripensamento, puntualmente avvenuto. Metto in discussione solo il metodo e la poca chiarezza rispetto a quanto era emerso pubblicamente, soltanto poche ore prima”.

Il presidente del Coni smentisce di aver influito sulla scelta di Domenicali e attribuisce la sua scelta alla società di consulenza Spencer Stuart, incaricata di collaborare al processo decisionale. Il ministro dello Sport risponde che non era nemmeno a conoscenza di questo incarico. Il clima sui Giochi non è particolarmente sereno.

Il “circo” di Cateno contro i pm: piduisti, fascisti e legali dei clan

Attenzione: la democrazia è in pericolo. Di più: “Così la democrazia muore”. Colpa di corruzione, criminalità organizzata e politici incapaci? Macché: le cause sono semmai l’immigrazione e “il problema della giustizia in Italia”, come evidenziato recentemente dai “fatti di Bibbiano” e “dalla trattativa Stato-Mafia”. Sulla base di queste premesse il Comune di Messina guidato da Cateno De Luca ospiterà domenica una giornata di dibattiti nella sede del Municipio. Il tenore degli incontri è deducibile dalla lista degli ospiti: fascisti più o meno dichiarati, nostalgici della P2, avvocati di persone legate alle cosche.

“È un minestrone inquietante – accusa il giornalista Antonio Mazzeo, che ha chiesto spiegazioni alle istituzioni, senza risposta – reso ancor più sconvolgente dall’accostamento di temi che non c’entrano nulla tra loro”. In effetti al mattino si parlerà, appunto, di magistratura, tenendo insieme la trattativa Stato-Mafia e l’inchiesta sugli affidamenti dei minori a Bibbiano. Un volo pindarico a cui darebbe senso, secondo gli organizzatori (oltre al Comune c’è l’associazione “Sole che sorgi”), l’inadeguatezza della giustizia italiana. Con tanti saluti ai pm che da decenni tentano di scoprire qualcosa sui mandanti occulti delle stragi di mafia. D’altra parte a parlar di trattativa non ci saranno i magistrati, ma lo psichiatra Alessandro Meluzzi, il filosofo Diego Fusaro, un paio di assessori messinesi e di docenti universitari, ma soprattutto Tommaso Calderone, eletto in Regione con Forza Italia e avvocato che ha assistito moltissimi imputati affiliati o accusati di essere affiliati alla mafia. Insieme ad altri, Calderone si è infatti occupato della difesa, per esempio, di Giovanni Rao, Salvatore Micale, Antonino Calderone e Sebatiano Puliafito – accusati di 4 omicidi tra il 1998 e il 2001 – e di decine di presunti mafiosi arrestati nelle inchieste “Gotha”.

Altro invitato dal Comune è Augusto Sinagra, avvocato e professore di Diritto delle comunità europee alla Sapienza ma molto più conosciuto per il suo passato. Registrato come tessera 946 della P2 (ma lui nega, dando la colpa all’errore di un ragioniere), è stato il difensore di Licio Gelli fino a farne un vanto e il titolo di un suo libro (Ho difeso Licio Gelli. Storia di un avvocato alla sbarra), prima di candidarsi con CasaPound alle ultime elezioni politiche. Un curriculum controverso, arricchito per altro dalla difesa di diversi militari argentini vicini al dittatore Jorge Videla, tra cui il presunto torturatore Carlos Luis Malatto e il golpista Jorge Antonio Olivera.

Non è tutto. Oltre a Armando Manocchia, direttore di Imola Oggi – sito di informazione a forti tinte di destra – ecco poi che nel pomeriggio si aggiungono nomi altrettanto interessanti.

Come Orazio Maria Gnerre, uno dei più noti esponenti italiani della corrente “rossobruna”. Si tratta di un pensiero che ritiene superati i concetti di destra e sinistra e punta a un ribaltamento dei meccanismi liberali. Un sovranismo “à la Fusaro”, appunto. Ma a rendere Gnerre celebre alle cronache sono stati soprattutto i suoi legami con la Russia. Il rossobruno è infatti indagato nell’inchiesta sui reclutatori di mercenari nel Donbass, oltre ad aver partecipato a più incontri con l’onnipresente leghista Gianluca Savoini e persino col politologo russo Aleksandr Dugin, stimatissimo dai sovranisti e molto vicino a Putin.

Con la discussione che volge al tema dell’immigrazione non mancherà poi la rappresentante di Noi con Salvini, Luciana Verdiglione, che sarà al fianco di Giuseppe Sottile del Movimento Vox Italia (ancora una volta, legato a Fusaro). Ed è proprio il filosofo torinese l’unico ad aver risposto alle polemiche sollevate da Mazzeo, intervenendo in una discussione sui social: “Bau bau, sento abbaiare. I cani abbaiano, la carovana prosegue”.

E poi ancora: “La stupidità di chi, ragliando, vuole impedire ad altri di parlare. Che poi è l’essenza del fascismo”. Prima cani e poi asini, insomma.

È in questo clima che al dibattito sulle migrazioni parteciperà anche la saggista Ornella Mariani, nota per rifiutare l’appellativo di “scrittrice” (“esistono maschile, femminile e neutro; scrittore è neutro”) e per aver definito l’Islam una “pratica tribale” la cui adesione “richiede la prescrizione di ignoranza, brutalità e imbecillità”. Posizione ribadita più volte, ma che ora la Mariani potrà ripetere con tutti gli onori di Cateno De Luca e del suo Comune. Arrestato per evasione fiscale poco dopo la sua elezione a consigliere regionale con un movimento vicino all’Udc, De Luca è rimasto sindaco della città sullo Stretto, eletto a capo di una coalizione civica.

Piovono soldi pubblici sull’azienda di Marcucci

Alla Cassa depositi e prestiti assicurano che l’operazione è partita ben prima del governo giallorosa, e soprattutto di non esserne gli ideatori. Fatto sta che i soldi del colosso pubblico che gestisce il risparmio postale finiranno, magari suo malgrado, ancora una volta nella Kedrion e soprattutto, in parte, direttamente alla famiglia Marcucci che controlla il colosso degli emoderivati e schiera in politica il capo dei senatori Pd Andrea Marcucci, renziano, azionista e membro del cda.

L’operazione è progettata dal Fondo strategico italiano (Fsi) guidato da Maurizio Tamagnini, di cui Cdp è un quotista avendo investito circa 500 milioni sugli 1,5 miliardi raccolti dall’ex banchiere di Merrill Lynch. Fsi rileverà un 10% dalla Sestant, la holding dei Marcucci, e poi verrà lanciato un aumento di capitale, secondo Repubblica, di circa 50 milioni. A cui non parteciperà la Sestant, che diluirà la sua quota di controllo al 55%, mentre parteciperanno Fsi (arrivando così al 20% totale) e Cdp equity, azionista dal 2012 con circa il 24%.

Kedrion è un colosso nel settore degli emoderivati, i medicinali creati dal plasma. Ha chiuso il 2018 con quasi 700 milioni di ricavi e 11 di utile netto, di cui 4 distribuiti ai soci. Una crescita che in Italia è andata avanti inarrestabile, fin dalla fondazione da parte del capostipite Guelfo Marcucci. Per oltre 20 anni, con i figli a presidiare la politica, Kedrion ha agito in regime di sostanziale monopolio in Italia: una legge del 2005 aveva aperto il mercato, ma i vari governi si sono scordati i decreti attuativi fino alla fine del 2014. Solo di recente ha iniziato a perdere qualche gara regionale (è successo in Toscana a fine 2018).

A meno di due mesi dalla nascita del governo giallorosa, in una sola mossa, con la regia di Tamagnini, la famiglia Marcucci riesce nell’impresa di mantenere il controllo dell’azienda e monetizzare parte delle sue azioni prima dell’aumento di capitale. La manovra, pare, sarebbe partita ben prima, a inizio 2019, dopo che Kedrion ha visto sfumare per mancanza di investitori un tentativo di ricapitalizzazione pensato nell’estate 2018.

Oggi Cdp, guidata da Fabrizio Palermo, assiste da spettatore mettendoci però i soldi. È l’effetto di una situazione grottesca. Nel 2012 il Fondo strategico, nato dentro Cdp e affidato a Tamagnini, soccorre Kedrion con un aumento di capitale e un prestito convertibile, 150 milioni in tutto. Fsi aveva come missione di investire in quote di minoranza di aziende strategiche da lanciare poi in Borsa. Invece ha fatto un po’ di tutto: ha investito, per dire, nella Inalca Carni (gruppo Cremonini) o negli hotel del gruppo londinese Rocco Forte, nella pavese Valvitalia (che costruisce valvole) o nel gruppo edile Trevi. Un minestrone in cui nessuno sa scorgere una logica industriale.

Nel 2016 il presidente di Cdp, Claudio Costamagna, nominato l’anno prima da Matteo Renzi, riorganizza le partecipazioni, che finiscono tutte in Cdp Equity. Viene messo in piedi un nuovo Fondo strategico, gestito dalla Fsi Sgr. Ad agosto 2017 succede l’incredibile: Costamagna cede per pochi spiccioli la maggioranza della Sgr a un veicolo posseduto dallo stesso Tamagnini e altri manager, la Magenta 71, che diventa così gestore di un fondo dove Cdp ha investito 500 milioni di euro. Costamagna ne diventa presidente, fino alla scorsa primavera.

La mossa di Tamagnini è incomprensibile: perché comprare le azioni dalla holding di famiglia dei Marcucci anzioché investire tutto sul capitale dell’azienda? Sicuramente il risultato è che Cdp paga due volte: attraverso Cdp equity e attraverso Fsi.

Anac e le altre autorità ostaggio delle solite spartizioni dei partiti

Ogni anno la corruzione in Italia fa bruciare decine di miliardi di euro, brandelli di prodotto interno lordo, le stime variano con un po’ di confusione, a volte si gonfiano, altre si sgonfiano, però la corruzione, malefica, permane. Eppure la nomina del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) – con il rientro di Raffaele Cantone in magistratura, annunciato il luglio scorso e previsto tra un paio di settimane – sta per finire nell’ammasso di nomine che la politica ha rinviato per costruire, veto su veto, la spartizione perfetta, impresa ancora più ardua dopo il cambio di maggioranza di governo e la scissione di Matteo Renzi.

Il 16 giugno s’è concluso il settennato di Antonello Soro e colleghi al Garante per la Privacy, l’11 luglio è scaduto il mandato di Angelo Cardani e commissari in Agcom, l’Autorità per le comunicazioni. Un recente decreto ha prolungato la prudente ordinaria gestione di Privacy e Agcom al 31 dicembre, magari con la speranza che la politica trovi il coraggio nelle buone intenzioni di fine anno. Adesso Privacy e Agcom sono in compagnia dell’Anticorruzione.

Per l’Anac è il momento delle precauzioni. Cantone sta per sbrigare le ultime pratiche, ma il governo è convinto che sarà complicato scegliere con rapidità il successore, perché il processo di nomina è assai ampio: il premier propone il capo (o un consigliere) di Anac al Quirinale di concerto con i ministeri di Funzione Pubblica, Gustizia e Interno, dopo l’approvazione dei due terzi delle commissioni affari istituzionali di Camera e Senato. Allora l’Anac, già un mese fa, ha chiesto un parere all’Avvocatura dello Stato: aspettando il futuro presidente, che facciamo? La risposta è semplice: assume la guida dell’Autorità il componente più anziano del collegio, cioè il professore Francesco Merloni, cattedra di diritto amministrativo all’Università di Perugia, tra i fautori di quel pacchetto di leggi per reprimere la corruzione che porta il nome di Paola Severino, ex ministro della Giustizia. Per rendere effettiva l’indicazione dell’Avvocatura, però, c’è bisogno di una norma. Nessun timore: il ministero per la Funzione Pubblica vuole infilare l’emendamento in un decreto legge del 21 settembre che transita in Parlamento per la conversione. Così l’Anac può funzionare, seppur con quattro anziché cinque membri, e raggiungere l’agognata meta di luglio 2020. Cosa succede il prossimo luglio? L’intero collegio compie sei anni e quindi decade, e la politica sarà chiamata ad assegnare cinque posti all’Anac. Più facile stringere un accordo.

Il tavolo di Agcom e Privacy, invece, è in continuo movimento. S’è aggiunta Italia Viva di Renzi, che da partito al governo può reclamare il vertice di un’Autorità o almeno un paio di seggiole, come gli alleati di Partito democratico e Cinque Stelle. Un lacerto di potere, però, va lasciato alla consistente, e pare compatta, opposizione di centrodestra. In Parlamento ci sono in palio otto poltrone tra Camera e Senato, quattro ciascuno per Privacy e Agcom, più il presidente di Agcom che dovrà ottenere l’investitura del premier, del ministro dello Sviluppo Economico e sempre dei due terzi delle commissioni parlamentari competenti.

Perciò i fabbricatori di nomine, quelli che trattano con le segreterie di partito e ammiccano alle frotte di candidati, meritano la massima compassione, soprattutto se inconsapevoli del valore di Anac, Agcom e Privacy. Per dire, l’Agcom ha in agenda sciocchezze del tipo: sviluppo della tecnologia internet veloce 5G, bando di gara per le frequenze televisive e passaggio al digitale terrestre di seconda generazione, applicazione della legge sul divieto di promozione del gioco d’azzardo. Il Garante della privacy ha milioni di cittadini e migliaia di aziende da tutelare dalle invasioni sui dati personali. E l’Anac ha quei miliardi di corruzione da combattere, ogni giorno, ogni anno. Auguri.

È morto Penati: da sindaco di “Stalingrado” ai guai giudiziari

È stato l’ultimo vero leader della “ditta” a Milano, dopo i capi forgiati nel vecchio Pci, affondati da Mani pulite, e prima dei ragazzi del Pd, in qualche modo suoi figli, che oggi hanno affidato la guida del loro schieramento all’“alieno” Giuseppe Sala. Filippo Penati è stato un politico vecchio stile, cresciuto nella Sesto San Giovanni che dimenticava di essere stata la Stalingrado d’Italia e chiudeva la sue fabbriche per aprire centri commerciali. È morto di tumore, a 66 anni. Di Sesto è stato prima assessore (dal 1985 al 1993) e poi sindaco (dal 1994 al 2001), infine presidente della Provincia di Milano (dal 2004 al 2009). Pierluigi Bersani, segretario del Pd, nel 2009 lo chiama a Roma a guidare la sua segreteria politica. Nel 2010 tenta invano di conquistare la Regione su cui regna ancora Roberto Formigoni.

Proprio da sindaco di Sesto diventa protagonista della vicenda giudiziaria che ha segnato la sua vita. L’imprenditore Giuseppe Pasini racconta di avergli pagato una supertangente di 5 miliardi e 750 milioni di lire, come anticipo di una mazzetta complessiva di 20 miliardi di lire, per ottenere di poter costruire sull’area Falck. Nel 2011 schiva l’arresto, chiesto dal pm, soltanto perché il gip non lo concede, pur riconoscendo “gravi indizi di reato”. Segue un lungo processo che termina, per le accuse principali, con la prescrizione. Aveva giurato che ci avrebbe rinunciato, ma la sua assenza dall’aula nel momento cruciale la fa scattare comunque. Il processo viene celebrato soltanto per alcune imputazioni minori, da cui viene assolto. Da presidente della Provincia, si concentra sull’asset più prezioso, l’autostrada Milano-Serravalle. Penati compra le quote del gruppo Gavio, che incassa una plusvalenza di 176 milioni. La Corte dei conti nel 2015 lo assolve, ma nel luglio 2019 lo condanna a risarcire, insieme ai suoi undici coimputati, un danno di 44,5 milioni di euro.

Il mutuo di Siri e l’uomo del Metropol: anche Salvini è appeso a pc e smartphone

Le verità sono nascoste nei dispositivi elettronici. Di tutti. Se cellulare e pc di Tiziano Renzi agitano il figliolo Matteo, leader di Italia Viva, un pc e uno smartphone turbano la Lega di Salvini, l’altro Matteo: sono di Armando Siri e Gianluca Savoini. Il 2 ottobre la Giunta delle elezioni e delle immunità del Senato ha dato il via libera al sequestro del computer di Armando Siri, l’ex sottosegretario ai Trasporti della Lega. Ora tocca all’Aula. La richiesta di autorizzazione a procedere per accedere al computer del parlamentare era stata avanzata il 30 luglio dalla Procura di Milano, dopo una perquisizione della Guardia di Finanza negli uffici dell’associazione di Siri. Il leghista è indagato per autoriciclaggio per un prestito ottenuto a San Marino. È indagato anche per corruzione a Roma ma questa è un’altra storia.

Risale a fine luglio il sequestro di telefonini, computer e materiale informatico di proprietà di Gianluca Savoini, uomo della Lega e presidente dell’associazione culturale Lombardia-Russia, nell’ambito dell’inchiesta milanese per corruzione internazionale sull’incontro dell’ottobre 2018 all’hotel Metropol di Mosca, dove Savoini e altri due italiani avrebbero negoziato una vendita di petrolio con uno “sconto” che sarebbe andato in parte ai russi e in parte, 65 milioni di euro, alla Lega. Nello smartphone c’è una bozza dell’accordo, poi saltato.

La difesa di Savoini ha depositato ieri ricorso in Cassazione contro il provvedimento con cui il Tribunale del Riesame ha confermato l’utilizzabilità dell’audio dell’hotel Metropol.

Il cellulare di babbo Renzi potrebbe riaprire Consip

Il contenuto del cellulare di Tiziano Renzi, sequestrato il 3 ottobre, potrebbe non interessare solo la Procura di Firenze. Ma anche quella di Roma, dove il padre dell’ex premier è ancora sotto inchiesta in uno dei filoni dell’indagine Consip, accusato di traffico di influenze. I pm però hanno chiesto l’archiviazione, rigettata per ora dal Gip Gaspare Sturzo che ha fissato un’udienza per lunedì prossimo. Quel giorno si saprà se il gip deciderà di archiviare, oppure di rinviare a giudizio Tiziano Renzi o anche di delegare nuove indagini. Così pure a Roma potrebbe tornare utile il contenuto del telefonino ma solo qualora dovessero emerge elementi che gli investigatori riterranno rilevanti.

Il reato contestato al “babbo”, ma per vicende diverse, tra Roma e Firenze è lo stesso: il traffico di influenze. Al centro dell’indagine toscana c’è un incontro del 17 giugno 2015 tra l’allora sottosegretario Luca Lotti e l’imprenditore Luigi Dagostino, che sarebbe stato organizzato da Tiziano Renzi. È un appuntamento che viene citato dal pm fiorentino Christine Von Borries durante la requisitoria del 7 ottobre scorso: quel giorno si discuteva il processo per false fatture a Tiziano Renzi e alla moglie Laura Bovoli. Entrambi sono stati condannati in primo grado a un anno e nove mesi. Dagostino è stato condannato a due anni. Il processo riguarda due fatture pagate dalla Tramor, di cui Dagostino è stato amministratore, a due società dei Renzi: vi è una fattura del 15 giugno 2015, emessa dalla Party Srl per un valore di 24.400 euro Iva inclusa, e una seconda, emessa 15 giorni dopo, dalla Eventi 6 dal valore di 140 mila euro più Iva. Per l’accusa le due fatture sono false. Durante la requisitoria quindi la pm Von Borries ha fatto riferimento all’episodio – esterno al processo – dell’incontro a Palazzo Chigi di Dagostino con Lotti. “Fissai con Lotti tramite Tiziano Renzi un appuntamento dicendogli che volevo portargli un magistrato che aveva interesse a mostrare una proposta di legge”, dice Dagostino il 30 aprile 2018.

Il magistrato presente era Antonio Savasta, pm di Trani (poi arrestato per altre vicende) “che avrebbe dovuto indagare anche Dagostino per uso di fatture false”, ricostruisce l’accusa. Per la pm l’incontro è stato “frutto evidente di questa mediazione posta in essere da Tiziano Renzi a favore di Dagostino tramite Lotti”.

Due giorni prima dell’incontro infatti – ricostruisce la pm – “la Party srl di Laura Bovoli (amministratore di diritto) e Tiziano Renzi (amministratore di fatto) emette la fattura n. 1 a favore della Tramor amministrata ancora da Dagostino e che viene pagata di lì a poco”. Il 30 giugno 2015 viene emessa la fattura dalla Eventi 6. La sensazione è che la Von Borries ora voglia puntare a dimostrare che le operazioni inesistenti fossero il presupposto per un traffico di influenze. Da qui il sequestro del 3 ottobre – di cui ha scritto ieri La Verità – del cellulare, di un pc e una pen drive del padre dell’ex premier. “Un atto dovuto – spiegano i legali di Renzi -. (…) È subito emerso che non vi sia nulla di rilevante e pertinente alla vicenda. Il pc era già stato consegnato agli inquirenti per ben due volte e ad ore tutti i beni saranno restituiti. (…) L’ipotesi in potenziale contestazione non è fondata ed al momento è formulata in maniera molto generica”. Dall’analisi del cellulare e del pc quindi bisognerà capire se il “babbo” fece davvero da mediatore con Lotti.

Ma il contenuto del telefonino potrebbe interessare anche Roma. Siamo nel campo delle ipotesi: solo l’esito finale dell’analisi della Finanza darà delle risposte certe.

Cosa facesse Renzi nell’estate 2015 e nel 2016 la Procura di Roma lo ha scoperto, in parte, dal sequestro di un altro cellulare, quello di Carlo Russo (non di Tiziano Renzi, mai sequestrato da Roma). Russo da poco è stato rinviato a giudizio. Secondo l’impostazione dei pm capitolini faceva accordi con l’imprenditore Alfredo Romeo, offrendo in cambio influenze sui vertici Consip, ma senza che Tiziano Renzi ne fosse al corrente. Da qui l’accusa di millantato credito per Russo e la richiesta di archiviazione per Tiziano Renzi. Dal cellulare di Russo però i pm scoprono varie cose, ad esempio “un’incontro Tiziano Renzi, Russo, Romeo in Firenze il 16 luglio 2015”. Nonostante la prova dell’incontro (negato dai tre), la Procura non cambia idea perchè ritenuto troppo datato rispetto agli accordi Russo-Romeo. Il 14 ottobre arriverà la decisione del Gup Sturzo. Ma qualora dall’analisi di cellulare o pc di Tiziano Renzi dovesse emergere circostanze rilevanti, per il “babbo” potrebbe non concludersi non solo il capitolo fiorentino, ma anche quello romano.