Ucraina, il testimone Volker inguaia Donald

“Fammi il favore: indaga su Joe Biden e suo figlio”: la frase detta dal presidente Usa Donald Trump al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella galeotta telefonata del 25 luglio, non fu buttata lì per caso: c’era dietro tutto un lavoro di preparazione, e di pressione, che Kurt Volker, l’ex inviato speciale Usa per l’Ucraina, ha raccontato al Congresso, nella sua deposizione a porte chiuse di giovedì.

Le dichiarazioni di Volker, dimessosi una settimana fa, la prima testa a cadere in questa vicenda, sono ricostruite dalla stampa Usa. Secondo Volker, docente alla Arizona State University, il team di Trump sapeva che le informazioni che stavano arrivando da fonti ucraine su Joe Biden e suo figlio Hunter, in affari con la Burisma, un’azienda energetica ucraina, non erano attendibili: ne era ben al corrente Rudy Giuliani, l’avvocato personale del presidente, che incontrò più volte emissari ucraini.

Inoltre, dopo la telefonata del 25 luglio, Volker e il rappresentante Usa presso l’Ue Gordon Sonland scrissero, in accordo con Giuliani, una dichiarazione che il presidente ucraino avrebbe dovuto diffondere come propria, impegnandosi a indagare sui Biden e sulle presunte interferenze ucraine in Usa 2016 pro Hillary Clinton. È una tesi complottistica che Trump cavalca e cui apparentemente crede: che, cioè, il Russiagate sia una montatura democratica con complicità internazionali. Consegnata a un consigliere del presidente ucraino, la dichiarazione non venne mai rilasciata.

L’ex inviato speciale Usa per l’Ucraina, il primo teste chiamato a deporre nell’indagine per l’avvio d’una procedura di impeachment contro il presidente Trump, ha consegnato al Congresso scambi di messaggi con suoi interlocutori: se ne ricava che i diplomatici statunitensi si chiedevano essi stessi se la Casa Bianca stesse organizzando una sorta di baratto con l’Ucraina. Una cosa era chiara a Washington e a Kiev: Trump non avrebbe mai concesso a Zelensky l’incontro da lui desiderato nello Studio Ovale, e gli aiuti attesi, se il presidente non si fosse impegnato a indagare sui Biden.

La testimonianza di Volker ha ulteriormente compromesso la posizione di Trump, ma anche quella di suoi collaboratori di primo piano: il segretario di Stato Mike Pompeo e funzionari del Dipartimento di Stato, come l’ambasciatore ad interim a Kiev Bill Taylor.

Il piano di scambiare la dichiarazione di Zelensky con la visita alla Casa Bianca saltò quando Politico rivelò il blocco da parte di Trump di 250 milioni di aiuti militari a Kiev. “Ora stiamo dicendo che l’assistenza sulla sicurezza e la visita alla Casa Bianca sono condizionate alle indagini” sui Biden, scrisse Taylor preoccupato. “Penso sia folle”, aggiunse. Parole che sono un atto d’accusa per la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato.

Volpi s’insedia al Copasir: “Conte dovrà aspettare”

“Le priorità le decide il Comitato e nel momento in cui il Comitato avrà fatto un suo ordine del giorno, insieme a tutti i rappresentanti dei gruppi, contatteremo sicuramente la segreteria del presidente Conte e concorderemo con lui i tempi dovuti per questi incontri che sono così spesso sollecitati”. Ci ha tenuto a chiarirlo appena eletto, il neo presidente del Copasir, il leghista Raffaele Volpi.

Se Giuseppe Conte pensava di andare davanti al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica subito è rimasto deluso. Ieri, mentre si scagliava contro le “ricostruzioni fantasiose” dei giornali, ribadiva la sua disponibilità a riferire al Copasir, “nei tempi che lo stesso Comitato parlamentare riterrà opportuni”. Ma i tempi non saranno così ravvicinati e il premier dovrà aspettare a dare la versione ufficiale nella sede che lui stesso ha individuato come la più adatta per farlo: l’ufficio di presidenza si riunirà la settimana prossima, poi bisognerà fare il calendario. E non è detto neanche che l’audizione del premier sulla visita di William Barr in Italia e le sue richieste ai servizi segreti italiani, sia il primo impegno in agenda. Potrebbe slittare dopo la fine dell’indagine conoscitiva sul 5G (tema di primaria importanza per gli Usa), e anche dopo i dossier su Siria, Libia, Turchia.

Un allungamento dei tempi che, se da una parte potrebbe avvalorare la tesi che non si tratta di materia così importante, in realtà contribuisce a tenere il premier sulla graticola. Quello che è certo è che si tratterà di un’audizione di carattere generale. Come da prassi.

Il neo presidente del Copasir non faciliterà il compito a Conte, ma neanche dovrebbe metterlo troppo in difficoltà. Il profilo di Volpi depone per questo tipo d’atteggiamento: giorgettiano, prima ancora che salviniano, è sempre stato più attento alle esigenze di Washington di quanto abbia fatto tradizionalmente il Carroccio. Ed è considerato di fondo un moderato. Nel governo gialloverde è stato Sottosegretario alla Difesa e si è distinto per la posizione, in linea con quella della Lega e in contrasto con il M5S, a favore del mantenimento dei contratti sugli F-35. Ha preso 6 voti ed è stato eletto grazie a quello determinante di Adolfo Urso (vicepresidente) e il sostegno di Enrico Borghi (Pd) ed Ernesto Magorno (Iv). Un voto solitario è andato a Elio Vito (Fi), che, secondo le ricostruzioni, avrebbe indicato se stesso anziché Volpi. Tre invece le schede bianche, riconducibili ai Movimento 5Stelle. Federica Dieni, Francesco Castiello e il capogruppo, Antonio Zennaro. “Auguro buon lavoro a Volpi e auspico un clima più sereno”, ha detto quest’ultimo. Aggiungendo: “Con molta probabilità saranno pianificate le audizioni del presidente del Consiglio e dei ministri del Cisr (Comitato interministeriale per la Sicurezza, quindi Esteri, Difesa, Interni e Giustizia) come previsto con l’insediamento di un nuovo governo”. M5s e lo stesso Conte non erano esattamente entusiasti di Volpi. Ma anche Urso parla di dossier che hanno la precedenza. E spiega: “Non siamo un palco o un comizio. Siamo un comitato”.

L’ultima volta che Volpi ha visto Conte è stato un mese prima della caduta del governo gialloverde. E lo ha fatto per segnalargli alcune criticità.

La situazione continua a essere estremamente scivolosa. Sergio Mattarella si appresta a volare negli Usa, dove vedrà il presidente Donald Trump. Ieri c’è stato un pranzo al Quirinale con il premier e alcuni ministri: l’occasione è di prassi (la preparazione del Consiglio europeo della prossima settimana), ma non si esclude che Conte e Mattarella abbiano parlato del Russiagate. In tutto questo, Conte continua a tenere per sé la delega ai Servizi. Una parte del Pd, Luigi Zanda in testa, invita il premier a usare prudenza con Trump. Ma l’indicazione al Nazareno è quella di non chiedergli di rimettere le deleghe. È la traduzione di quanto ha detto Lorenzo Guerini (ministro della Difesa) in un’intervista al Corriere: “La scelta è sua come prescrive la legge”.

L’avvocato di Mifsud e l’acquisto scontato della quota di Link

C’è un avvocato centrale nella spy-story che potremmo chiamare ‘Russia-Gate2, la Vendetta’.

Si tratta del legale di Joseph Mifsud, 59 anni, il professore maltese al centro del girone di ritorno di questo duro campionato tra democratici e repubblicani americani per stabilire quale sia la vera storia dello scandalo delle precedenti elezioni.

Per orientarsi in questo fuoco incrociato di informazioni pilotate è determinante capire se il professor Mifsud abbia giocato nel 2016 per i servizi russi contro gli Stati Uniti o per i servizi occidentali contro Trump. Per sciogliere l’enigma del professore maltese è molto utile approfondire la figura del suo avvocato: Stephan Claus Roh, 51 anni, nato in Germania e residente a Monaco, con studi a Zurigo, Londra Hong Kong e Berlino esperto fiscalista.

In queste storie di spie piene di polpette avvelenate è buona norma partire dai dati non modificabili come quelli delle camere di commercio. Un dato noto, dichiarato dallo stesso Roh più volte nei mesi scorsi, è che il legale svizzero-tedesco ha comprato il 5 per cento della società che gestisce la Link University. Il Fatto ha cercato di capire meglio questa operazione.

L’Università presieduta dall’ex ministro Dc Vincenzo Scotti è in realtà gestita da una società, la Global Education Management Srl, creata nell’ottobre 2012 e di proprietà di Vanna Fadini, 64 anni, amministratrice unica della Srl, per una quota del 77 per cento. Il resto era interamente nelle mani di Achille Patrizi, dirigente della Link che si occupa con impegno anche delle attività sportive.

Nell’agosto del 2016 Patrizi, 69 anni, cede all’avvocato Roh il 5 per cento, restando titolare del 18, con una scrittura privata firmata da Achille Patrizi stesso e dall’avvocato Stephan Roh in rappresentanza della società Global Drake Ltd, della quale l’avvocato detiene il 100 per cento.

Questo acquisto, secondo quanto dichiarato da Roh, gli sarebbe stato consigliato dal suo cliente e amico Mifsud. Proprio in quel periodo il professore maltese era diventato molto importante – grazie alle sue relazioni – alla Link University. Per esempio il primo dicembre 2016, poche settimane dopo la vittoria di Trump, proprio alla Link si tenne un convegno al quale parteciparono e furono fotografati insieme Joseph Mifsud, Stephan Roh e Alexey Klishin, Direttore del Centro di sociologia del diritto presso l’Istituto di ricerca socio-politica all’Università di Mosca.

L’acquisto delle quote fu fatto quattro mesi prima di quell’incontro e sei mesi prima che il professore fosse sentito dal direttore del Fbi, Robert Mueller, per l’inchiesta sul Russia-Gate.

Il prezzo di acquisto indicato nella scrittura privata Patrizi-Roh è pari a 250 mila euro. Molto più basso rispetto al valore di libro pari a 900 mila euro. Un prezzo che appare ancora più basso se lo si confronta con altri atti depositati alla camera di commercio. Nell’agosto del 2017 la Global Education Management Srl decide di aumentare il capitale sociale da 18 milioni a 27 milioni e 652 mila euro con un sovrapprezzo di 2 milioni e 348 mila euro.

Ciò vuol dire che all’avvocato Roh è stato permesso di comprare il 5 per cento a 250 mila euro, come se la G.E.M. Srl valesse 5 milioni. Mentre un anno dopo a chi entra con l’aumento di capitale si chiede di pagare 12 milioni, come se la società valesse sette volte di più, in tutto circa 35 milioni di euro.

L’aumento deliberato nel 2017 non va in porto ma la socia-amministratrice Vanna Fadini non demorde. Nel 2018, il 9 febbraio, c’è una nuova assemblea dei soci nella quale si conferma la scelta e “il presidente informa l’assemblea di avere individuato nella società di diritto maltese Suite Finance SCC PLC il profilo idoneo (…) e che detta società ha già espresso il proprio impegno a procedere in tal senso in breve termine”. Nel verbale si dice sostanzialmente che la Suite Finance era disponibile a mettere i 12 milioni di euro per avere un terzo della società che gestisce l’Università Link. A oggi l’aumento non è stato sottoscritto.

Abbiamo chiesto ad Achille Patrizi perché avesse ceduto a un prezzo così basso il suo 5 per cento a Roh, ci ha risposto “Io non ne so nulla” e ha attaccato il telefono. A quel punto abbiamo chiesto all’ufficio stampa di Link Campus che ci ha fornito invece una risposta articolata a tutti i quesiti. La premessa è che “la Link Campus University è un’Università non statale dal 2011 e non ha alcun finanziamento pubblico. GEM ha circa 100 dipendenti, tramite i quali fornisce servizi a Link Campus University e nel contratto di servizio libera l’Università dai rischi di impresa”. Poi alla domanda specifica sul silenzio del socio Patrizi, la replica è “GEM è società di diritto privato e Patrizi ha tutto il diritto ad essere esposto solo in termini di legge. Comunque dalle visure camerali tutti i passaggi risultano”.

Ma allora perché vende a così poco?

“L’avvocato Stephan Roh, finanziere e investitore – è la risposta della Link Campus – sottoscrive un contratto per vendere il 44 per cento della GEM al valore da lui stimato, dopo due diligence, di 20 milioni. Per questo ottiene una quota del 5 per cento della GEM a prezzo di favore di 250 mila euro in cambio dell’impegno a reperire gli investimenti di cui sopra entro giugno 2017. Non avendo trovato i nuovi soci abbiamo chiesto a Roh di liberare le sue quote dietro riacquisto”.

Quindi Roh, quando nel dicembre 2016 partecipava al convegno alla Link con Mifsud e l’ex funzionario pubblico, ora docente dell’università di Mosca, il russo Alexey Klishin, stava per trovare chi avrebbe pagato 20 milioni di euro per una quota notevole ma pur sempre di minoranza della Link.

Poi, spiega la Link, “l’aumento non è stato concluso e per le stesse ragioni abbiamo richiesto a Roh il rientro delle quote e lo abbiamo diffidato. Non sappiamo se l’acquisto del 5 per cento gli sia stato consigliato da Mifsud. In ogni caso non c’è nessuna relazione tra un finanziamento non andato a buon fine e l’affidamento di un insegnamento mai partito per Mifsud”.

La Link tiene a precisare infine che la società Suite Finance SCC PLC non c’entra nulla con Roh, come effettivamente risulta anche consultando internet. La società fa riferimento a investitori toscani e ha come amministratore Gabriele Carratelli.

La verdinità perduta

Siccome sono masochista, mi leggo avidamente tutti i commenti sul taglio dei parlamentari da 945 a 600 (400 deputati e 200 senatori). E ne ricavo un’impressione: ammazza quanto rosicano i giornaloni! Ma anche tre domande. 1) Perché mai il taglio sarebbe una brutta notizia? 2) Perché mai lo sarebbe solo oggi, mentre era sempre stato cosa buona e giusta quando ci provavano – senza riuscirci – la Bicamerale Bozzi del 1983 (514 deputati e 282 senatori), la Bicamerale De Mita-Iotti del 1994 (400 e 200), la Bicamerale D’Alema (500 e 200), la schiforma di centrodestra nel 2006 (518 e 252), la bozza Violante del 2007 (512 e 186), la schiforma Boschi-Verdini del 2016 (630 deputati e 100 senatori non più eletti)? 3) Perché mai 945 parlamentari, non uno di meno né di più, garantirebbero i sacri valori della democrazia, della rappresentanza, della Costituzione e della Resistenza, mentre 600 sarebbero uno stupro antiparlamentarista, qualunquista e populista? Bisognerebbe spiegarlo alla Germania (709 deputati e 69 senatori), alla Spagna (350 e 265), agli Usa (435 e 100): tutti stuprati a loro insaputa. Se tutti ci provavano invano dal 1983 -prima che si chiamasse “populismo” tutto ciò che vuole la gente- forse è perchè lo sapevano tutti che il nostro Parlamento è sovradimensionato: abbiamo 96 mila abitanti per deputato, contro i 133 mila della Spagna, i 116 mila di Francia e Germania, i 114 dell’Olanda. Ora avremo un deputato ogni 151mila e risparmieremo pure: un bel sacrificio da una classe politica che tanti ne chiede ai cittadini e così riabilita parzialmente le istituzioni dal discredito in cui le ha cacciate.

Poi, certo, ci vorrà una legge elettorale conseguente: la crisi di rappresentanza viene di lì, dai parlamentari nominati anziché eletti e dunque tendenti al trasformismo perché svincolati da ogni impegno con gli elettori (la Boschi paracadutata da Arezzo a Bolzano, Fassino da Torino a Ferrara e a suo tempo Mattarella da Palermo a Trento: do you remember?). Gira e rigira, il problema di lorsignori è soltanto uno: la riforma è popolarissima e, quel che è peggio, è dei 5Stelle. I quali, ora che son riusciti dove quelli bravi e competenti avevano fallito, rischiano di guadagnare consensi. Di dimostrare che riescono a migliorare persino i vecchi partiti. E di smentire chi li dipinge come degli incoerenti che rinfonderano le proprie bandiere per le poltrone (invece ne tagliano un terzo, anzitutto a se stessi). Infatti i giornaloni hanno scatenato contro il taglio dei parlamentari un fuoco di sbarramento che difficilmente avremmo visto se si fossero ripristinate la garrota, la pena di morte e le leggi razziali.

E mai avevamo visto per le 60 leggi vergogna di B.. La Stampa, in overdose da rosicamento, per non dare la notizia s’è inventata il consueto scisma quotidiano: “Taglio dei parlamentari, fronda nel M5S: prende forma la scissione. Oggi il voto decisivo: 30 grillini si sfilano, riforma a rischio” (risultato: 553 Sì, 14 No, 2 astenuti; chissà dove s’erano nascosti i 30 volponi). Carlo Nordio, sul Messaggero, ha spiegato affranto che l’“umiliante pedaggio ridurrà la rappresentatività e persino le entrate (è noto che i parlamentari contribuiscono al finanziamento del loro partito)”. Testuale. Ma niente, non se l’è filato nessuno. Ezio Mauro, su Repubblica, è riuscito a scrivere che la sforbiciata è “un rito pagano” (tre pateravegloria) che “altera il sistema senza preoccuparsi di ricomporlo”, “produce un disequilibrio al di là delle cifre”, roba tipica del “perno qualunquista e anti-istituzionale dei 5Stelle, che continuano a produrre antipolitica anche dalle stanze del governo, non essendo in grado di pensare altrimenti”, poveri baluba. E poi: “definitiva semplificazione del concetto di rappresentanza, appiattimento del parlamento su una formula demagogica da gettare in pasto agli istinti dell’elettorato”, il famoso popolo bue, “come già con la ‘rottamazione’ proclamata (non si precisa da chi, ndr)”, “tentativo di introdurre il vincolo di mandato, manomettendo la libertà costituzionale dei parlamentari” (di vendersi un tanto al chilo al miglior offerente, come han fatto in 950 negli ultimi 11 anni), “adulazione del popolo mentre lo si inganna”. Perbacco.

Mauro ha pure scoperto che Di Maio era “in evidente difficoltà dopo lo scontro con Salvini e un’alleanza col Pd che non è stato capace di motivare” e

“aveva bisogno di uno scalpo da gettare nell’arena”. Tipo previdente, questo Di Maio: il primo dei quattro voti sulla riforma è del 7 febbraio e lui già sapeva delle rottura con Salvini e dell’alleanza col Pd in agosto, ergo già preparava lo scalpo per l’arena. Mauro non dorme la notte perché il contagio grillino ha infettato “Pd e renzisti, sempre contrari a questa riforma mutilata e mutilante”: strano, noi li ricordavamo nel 2016 sulle barricate del referendum a spacciare il taglio dei parlamentari per nascondere lo scempio di un terzo della Costituzione; e, quel che è più comico, su quelle barricate c’era pure Repubblica al gran completo. Anche Massimo Giannini è in ambasce perchè il Pd, contaminato dal M5S, perde la verginità, anzi la verdinità (le ultime volte governava con B., Verdini e Alfano). E, quel che è peggio, fa qualcosa di buono e popolare insieme: non sia mai. Dunque giù botte contro il “grottesco Truman Show in piazza”,“la scenetta da b-movie”, “lo spot circense”, ma soprattuto contro i pidini grillizzati che “si calano le braghe” (parola del “vecchio saggio Macaluso”, e ho detto tutto), “la televendita populista”, “la purga contro la Casta” in vista del “mitico regno di Gaia” casaleggiano, “finalmente dominato dalla dittatura della Rete e liberato dai vecchi legacci del parlamentarismo”. Pare infatti che i 600 parlamentari superstiti non saranno più eletti: li sceglierà direttamente Casaleggio su Rousseau.

“Ero così fatto che persino Keith mi fissava”

“Sapevo cantare e suonare il pianoforte, ma di sicuro non avevo la stoffa della pop star”. Per assurdo che sembri, a scriverlo è Elton John in Me (Mondadori, traduzione di Michele Piumini e Valeria Gorla), lo scandaloso racconto autobiografico della star inglese.

Dopo un’infanzia travagliata – Reginald Kenneth Dwight (all’anagrafe) nasce a Pinner nel 1947, nella periferia di Londra, da genitori “testardi e irascibili” che non fanno altro che litigare – scopre la musica a tre anni grazie alla nonna, “che amava bere e giocare a carte”, una donna che non si faceva turbare da nulla. “Come quella volta che scesi le scale urlando per chiederle di liberarmi il pistolino impigliato nella cerniera”. Gli esordi arrivano presto. Per un po’ fa pianobar nei pub e studia alla Royal Accaemy di Londra (che alla fine abbandonerà) e suona l’organo nel gruppo dei Bluesology di Long John Baldry. Tuttavia, spiega Elton, “volevo fare la mia musica”. E, dopo aver risposto a un annuncio della Liberty Records sul New Musical Express, grazie a un provino pessimo conosce l’allora diciassettenne agricoltore Bernie Taupin, oggi paroliere tra i più stimati.

Non mancano gli eccessi: nel giugno del 1983, mentre girava il videoclip di I’m still standing a Cannes, in una pausa dalle riprese si è ubriacato a forza di Martini Vodka con i Duran Duran. Tornato sul set dopo essersi fatto anche due strisce di coca, si spoglia nudo e si rotola a terra. Poi distrugge la camera d’albergo del suo assistente personale. O quando, suonando con i Rolling Stones, si accorge che Keith Richadrs lo fissa: “Ho pensato che lo facesse perché era sbalordito dai miei contributi improvvisati alla loro opera. Dopo alcune canzoni, è finalmente penetrato nel mio cervello che l’espressione sul suo viso non suggeriva un profondo apprezzamento musicale”. E i dolori, come nell’annus horribilis del 1997, quando morirono due grandi amici: Gianni Versace e la principessa Diana. Di Lady D racconta che una sera, Richard Gere e Sylvester Stallone stavano per fare a botte per lei. Dopo la morte di Gianni, invece, Elton si occupa di mandare Donatella in una clinica per disintossicarsi dalla cocaina. La dipendenza di lei, lui la conosce bene: “Prima di ripulirmi, avevo sniffato con lei molte volte”, ammette. E Donatella accetta a una condizione: “Niente cibi grassi”.

Tra i colleghi, qualche antipatia: “Madonna la prendevo sempre in giro perché cantava in playback”; “Tina Turner era un cazzo di incubo”. E ammirazione: “Non appena io e Gaga ci conoscemmo, fu evidente che eravamo fatti della stessa pasta”. Protagonisti silenziosi del libro come numi tutelari, il marito David e dei figli Zachary e Elijiah. Sull’amore e sulla paternità, scrive, “non ho nulla d’illuminante da dire che non abbiate già sentito centinaia di volte”. E chiosa con deliziosa discrezione: “Tutti quei cliché sono veri”.

L’uomo Vitruviano non va a Parigi: stop a Franceschini

Ieri il presidente della sezione seconda del Tar del Veneto ha stabilito che, per ora, Leonardo non va in Francia. Il decreto ha sospeso l’efficacia sia del provvedimento del Direttore delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, sia (più clamorosamente) del memorandum d’intesa tra il ministero per i Beni Culturali italiano e il ministero della Cultura francese firmato dal risorto Dario Franceschini il 24 settembre scorso. Quest’ultimo – recita il decreto, entrando decisamente nel merito – “per la parte in cui viola il principio dell’ordinamento giuridico per cui gli uffici pubblici si distinguono in organi di indirizzo e controllo, da un lato, e di attuazione e gestione dall’altro”. La camera di consiglio è fissata alla prossima settimana (esattamente al 16), abbreviando i tempi per decidere nel merito prima della data dell’inaugurazione della mostra (24 ottobre). È una (prima e parziale, epperò significativa) vittoria di Italia Nostra, che con la sua sezione veneziana non si è arresa di fronte alla prepotenza del ministro per i Beni culturali e ha deciso di adire la via della giustizia amministrativa.

La benemerita associazione che combatte per la tutela del patrimonio culturale, ha fatto notare che il disegno di Leonardo è fragilissimo e appartiene al fondo principale del museo veneziano (perché riconosciuto tale in una lista ufficiale redatta dalla direzione precedente): e dunque rientra doppiamente tra le opere d’arte che “non possono comunque uscire” dal territorio della Repubblica, neppure temporaneamente (così la legge: cioè il comma 2 dell’articolo 66 del Codice dei Beni Culturali). Non sapendo come aggirare queste inaggirabili prescrizioni, il provvedimento del direttore dell’Accademia seguiva la tattica più italiana: faceva finta di nulla. Per questo Italia Nostra scrive nel ricorso che “non aver motivato circa l’appartenenza del bene di cui si discute al fondo principale delle Gallerie dell’Accademia rende l’atto impugnato affetto da eccesso di potere per difetto di istruttoria e carenza della motivazione”. Ma non si tratta di una questione “solo” procedurale: l’opera è davvero troppo importante e troppo malridotta perché anche questa volta si possa fare come se la legge non ci fosse. L’associazione ha potuto accedere ai documenti interni del museo, che parlano assai chiaro: “L’ipotesi di mostrare il foglio nell’autunno dello stesso anno al Louvre, quindi in un arco temporale brevissimo, contravvenendo alle norme tecniche e conservative illustrate sopra, sottopone il disegno a un rischio elevato ed eccessivo non giustificabile e sostenibile per un’opera di tale rilevanza” (così il funzionario responsabile del Gabinetto Disegni e Stampe delle Gallerie dell’Accademia, Valeria Poletto).

Ma la parte più importante – cioè quella che ha più ricadute per l’intero governo del patrimonio culturale – è la parte in cui il ricorso afferma che un ministro non può, in un accordo internazionale, impegnare l’amministrazione di cui è non il capo ma l’organo politico: “Un ministro della Repubblica Italiana non avrebbe mai dovuto adottare un atto che impegna l’amministrazione dei beni culturali verso l’esterno, disponendo direttamente di risorse patrimoniali, economiche, organizzative, strumentali e di controllo”. Come riconosce il decreto del Tar (in un passaggio che dovrebbe interessare la Procura della Repubblica di Roma), firmando il Memorandum italo-francese, Franceschini ha violato la Legge Bassanini, che impedisce di estendere la discrezionalità politica nel campo delle decisioni amministrative che, nel caso dei Beni Culturali, si formano su base tecnico-scientifica (ma il comitato tecnico scientifico competente è stato tenuto accuratamente alla larga da questo prestito).

La nota diffusa dal Mibact dopo la sospensione sostiene che il Memorandum sia stato redatto solo dopo gli atti amministrativi: una difesa smentita dalla data del provvedimento dell’Accademia (del 30 settembre: sei giorni dopo) e da una lettera del direttore generale dei Musei al direttore dell’Accademia (20 settembre) in cui si “suggerisce” che, a valle di un accordo politico diplomatico, la direzione del museo avrebbe potuto rimangiarsi il no tecnico. Un abuso in piena regola.

Lo stop del Tar potrebbe essere un primo passo per ripristinare la legalità e affermare anche giudiziariamente che la politica non può fare del patrimonio culturale della Nazione quello che vuole: non può piegare scienza e coscienza dei funzionari. Una norma di civiltà, che però è stata finora calpestata dall’invadente cesarismo su cui Dario Franceschini ha fondato la sua conquista politica del patrimonio culturale italiano. Ci sarà un giudice a Venezia? Lo capiremo presto.

Gli “Outsider” di lusso del Mff

Erotismo, outsider e documentari: è Milano Film Festival, che domani sigilla la ventiquattresima edizione nella nuova sede del Cinema Odeon. Diretto per il secondo anno da Gabriele Salvatores, a quattr’occhi con Alessandro Beretta, oltre a mettere a concorso sette opere prime in anteprima nazionale e quarantuno film brevi di registi under 40, continua a illuminare i lavori di grandi nomi non distribuiti in Italia, The Outsiders. Definizione che ben si attaglia all’americano Harmony Korine, il cui The Beach Bum ha aperto con il fattone Matthew McConaughey tra Miami e malinconia, al film di chiusura First Love del maverick nipponico Takashi Miike, ma pure a The Souvenir (in programma oggi) di Johanna Hogg, excursus anni Ottanta con formato famiglia e voltaggio sentimentale, starring Tilda Swinton e la figlia Honor Swinton Byrne all’esordio. Sguardo desiderante per due donne senza mezze misure, la modella e sexworker Eva Collé in Searching Eva (oggi) di Pia Hellenthal e l’epitome stessa dell’erotismo fumettistico indagata da Giancarlo Soldi in Cercando Valentina – Il mondo di Guido Crepax, bellezza e esperienza si condensano nelle masterclass Italian Beauty Stories: dopo Valeria Solarino e Laura Chiatti, oggi tocca a Giulia Michelini e domani a Margherita Buy. Sul versante maschile nazionale, viceversa, potere al documentario: da Berlino, uno dei titoli migliori dell’anno, Selfie di Agostino Ferrente, che dà onori e oneri dell’autoritratto via iPhone a due adolescenti napoletani; dal Sundance, La scomparsa di mia madre di Beniamino Barrese, che si guarda in casa e ritrae la modella e femminista Benedetta Barzini; da Venezia, Fulci For Fake di Simone Scafidi, che tra finzione e realtà fa l’identikit al “terrorista dei generi” Lucio Fulci. Per i più piccoli, invece, il milano film festivalino: incontri, laboratori, suggestioni a due fasce d’età, 4-7 e 8-12 anni.

Atwood, King o il fu Roth: il Nobel che verrà. Forse

È come nel famoso gioco in scatola “Indovina chi?. Ogni anno a ottobre tutti si divertono a scoprire un identikit. Si rincorrono le domande per circoscriverlo: uomo o donna? Giovane o anziano? Europeo o asiatico? A tenere in mano la carta coperta i giurati di Stoccolma. Parliamo del Nobel per la Letteratura. Domani festa doppia. Oltre al premio 2019 si assegna quello del 2018, congelato dopo lo scandalo che ha coinvolto l’Accademia di Svezia.

Nelle case editrici di tutto il mondo impazza, come da tradizione, il toto-Nobel. Si scorrono le quotazioni dei bookmaker, si azzardano pronostici badando più alla suggestione geopolitica che alla reputazione critica dei candidati. Spesso non sono mancate le sorprese, così come si sono preferite parabole più marginali a quelle di chiara fama.

Abbiamo interpellato quattro autori e quattro autrici di casa nostra per scoprire chi sono e perché i colleghi che auspicherebbero vedere premiati. Emerge un elenco di nomi internazionali tutti noti, stabilmente presenti in libreria. Nessuna concessione a scelte elitarie o misconosciute.

Vale per tutti la premessa di metodo che illustra Rosella Postorino: “Posto che ogni premio ha il difetto imperdonabile di premiare una persona e di escludere tutte le altre, indico due autori non perché li consideri i più importanti al mondo ma perché sono importanti per me”. Postorino sceglie la canadese Margaret Atwood, tra le più premiate autrici viventi di narrativa e di fantascienza (dal suo Il racconto dell’ancella è tratta una fortunata serie televisiva) perché “racconta la violenza – contro il corpo femminile e non solo – insita in ogni società, con un’inventiva e un’intelligenza stupefacenti. Io la invidio più di chiunque altro”. E António Lobo Antunes, il più importante autore portoghese contemporaneo insieme al compianto José Saramago, perché “racconta la violenza della vita stessa, e lo fa con una stratificazione di voci e di memorie che costruisce un’architettura di bellezza abbagliante”. Anche Paolo Di Paolo menziona la Atwood e in un felice desiderio di inclusione sciorina tra gli altri Murakami, Nadas, Noteboom, gli israeliani Yehoshua e Grossman, e il nostro Claudio Magris. Ma il nome spiazzante che vorrebbe sentire pronunciare giovedì alle 13 in diretta tv è quello dello scrittore che più ha inciso nell’immaginario del nostro tempo: “Se si dovesse premiare un autentico e prodigioso creatore di mondi, direi Stephen King”.

Walter Siti esprime affezione per un altro monumento della letteratura statunitense: Philip Roth. Invoca un Nobel postumo, sebbene il regolamento parrebbe non consentirlo. E menziona il francese Emmanuel Carrère, tra i massimi rappresentanti della nonfiction letteraria. Dice Siti: “Dipendesse da me i due Nobel li darei a Philip Roth e Emmanuel Carrère perché, in due modi diversi e quasi opposti, tengono viva l’idea della letteratura come forma insostituibile di conoscenza”. La coppia americano-francese è proposta anche da Luca Doninelli che esclama: “Dio mio, per favore, un po’ di grandezza!”. Doninelli è il più perentorio di tutti: “Esiste un solo nome: Cormac McCarthy. Se non lui, Houellebecq. Perché tutti gli altri scrittori sono mezze cartucce al loro confronto”. Bel contrasto tra lo schivo McCarthy, narratore di epopee western sospese nel tempo, e il controverso Houellebecq, interprete a tinte cupe della contemporaneità occidentale. Per restare dentro i confini della letteratura a stelle e strisce, ecco il nome di Marilynne Robinson, autrice dell’acclamato Gilead. Nicola Lagioia non ha esitazioni: “Robinson meriterebbe il Nobel per come ha raccolto l’eredità di William Faulkner e di Toni Morrison facendola brillare sotto una luce nuova”. Un’altra scrittrice di primo piano, l’irlandese Edna O’Brien (che Roth aveva definito la migliore in lingua inglese tra le viventi) è la scelta appassionata di Valeria Parrella. “Perché è profonda e scandalosa” spiega, “perché ha scritto di tutto: romanzo, racconto, teatro. E perché credo che abbia testimoniato molto delle donne europee degli ultimi quarant’anni”. Esattamente come la francese Annie Ernaux, autrice paradigma dell’asciuttezza di stile, proposta da Nadia Terranova “per aver fatto del suo io privato un noi collettivo”. Terranova si augura anche Domenico Starnone: “Per la profondità e la spudoratezza con cui ha raccontato i legami familiari”. Carmen Pellegrino resta in Europa scegliendo uno dei maestri della letteratura in lingua tedesca, l’austriaco Peter Handke: “Per il suo grande rumore del mondo, questo mondo che talvolta è percettibile solo in un tempo interiore; un canto alla sua durata sotto passi compiuti o immaginati; passi che lasciano orme, un’epopea di orme”.

La comandante curda: “L’Italia ci aiuti Io torno a combattere con la mia brigata”

“L’Italia si faccia portavoce presso la Nato, l’Ue e le Nazioni Unite per trovare una soluzione democratica alla questione curda, nell’ambito di una conferenza di pace internazionale”. È Dalbr Issa, comandante delle Unità di Protezione Popolare del popolo curdo (Ypg) che nel 2017 guidò la campagna per liberare Raqqa dall’Isis, a rivolgersi – in tuta mimetica – al Parlamento italiano per scongiurare “i pericoli che ci aspettano”. “In queste ore – ha ammonito – potrebbe esserci un attacco sanguinoso, violento, criminale sul nostro territorio”.

La richiesta all’Italia di spendersi in maniera attiva per la pace non è casuale: “Sin dall’inizio – ha raccontato Issa – a partire dalla resistenza di Kobane, l’Italia come Stato e come popolazione ci ha mandato tantissimi aiuti, è stato uno dei Paesi che ci ha dato il maggiore supporto”.

Ieri, dopo l’annuncio del ritiro americano dal confine tra Siria e Turchia e dopo che circa 14mila combattenti siriani filo-turchi sono stati allertati dalle forze militari di Ankara in Siria per essere usati nell’eventuale operazione militare, la delegazione curda invitata a parlare a Montecitorio dal deputato di Leu Erasmo Palazzotto ha gridato al “tradimento”: “Se la Turchia interverrà sul nostro territorio vorrà dire che l’Occidente, la coalizione erano sul territorio solo per l’Isis, non per una soluzione democratica e per la libertà di tutti. Ma sarà anche un tradimento verso la disciplina e la serietà degli Stati se chi finora ha combattuto al nostro fianco contro l’Isis e ha sempre parlato di valori di libertà e democrazia oggi si ritira perché al fronte si trova un altro alleato”. “In ogni caso – ha assicurato la comandante – risponderemo a qualsiasi tipo di attacco e ci difenderemo, non importa se è uno Stato grande o piccolo. Siamo stati fondati per questo: difendere il nostro popolo, i nostri valori, la nostra libertà e il nostro territorio. Come abbiamo risposto all’Isis risponderemmo a un attacco dello Stato turco”.

L’Isis, d’altronde, potrebbe approfittare del conflitto turco-curdo e riespandersi nella regione perché – ha avvertito Issa – “non è completamente finito, ancora ci sono operazioni militari che stiamo conducendo per liberare la regione”. Terminata la missione in Italia Issa tornerà in Siria. “Sono una comandante, la mia brigata mi sta aspettando e io devo tornare da loro, nel Rojava, per combattere al loro fianco. O meglio, per resistere”.

È economica la guerra tra Trump ed Erdogan

Dopo le critiche piovutegli addosso non solo dal Pentagono ma anche da parte dei più autorevoli senatori e deputati repubblicani, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha provato a fare marcia indietro circa la nefasta decisione di permettere all’esercito del despota turco Recep Tayyip Erdogan di invadere il territorio sovrano della Siria nord-orientale a maggioranza curda. The Donald lo ha fatto con la solita modalità: un tweet dai toni violenti e megalomani in cui minaccia Ankara di guardarsi bene dall’andare oltre i limiti, pena la distruzione economica, come già aveva fatto in passato.

Erdogan, che incontrerà Trump il 13 novembre a Washington, ha reagito pubblicamente affermando di non temere le minacce di nessuno. Ma, in realtà, il presidente turco le teme, e non poco. L’economia del paese è in recessione da più di un anno e l’inflazione a due cifre, oltre alla disoccupazione, sta impoverendo la classe media che in questi ultimi 15 anni ha votato in massa il partito di Erdogan e lo ha scelto come presidente della Repubblica. Alle ultime elezioni comunali, avvenute lo scorso marzo, il partito della Giustizia Sviluppo di Erdogan è stato superato dal più forte partito di opposizione, il repubblicano Chp che l’altro ieri ha criticato aspramente la decisione di Erdogan di invadere il nord della Siria con la scusa di stabilire un “corridoio di pace”. Il motivo principale per cui la Turchia è in recessione è la fuga degli investimenti stranieri, spaventati dalla deriva dispotica del Sultano. A contribuire alla svalutazione monstre della valuta turca era stato l’intervento a gamba tesa della Casa Bianca l’anno scorso, in seguito alla decisione di Ankara (storico membro Nato con gli Stati Uniti) di acquistare il sistema di difesa antimissile russo S-400 anzichè quello americano. Una delle misure più penalizzanti per l’economia dell’ex tigre asiatica prese dagli Usa fu l’aumento delle tariffe su alcuni prodotti turchi d’importanzione e l’imposizione di sanzioni ai funzionari governativi turchi più vicini al Sultano.

Vedremo dunque nei prossimi giorni se Erdogan eviterà di massacrare i curdi del Rojava, come intimatogli da Trump. Intanto sul terreno pare che circa 14mila combattenti siriani arabi filo-turchi siano stati allertati dalle forze militari di Ankara per essere usati nell’eventuale operazione militare. Lo ha detto, citato dai media siriani filo-turchi, Yusuf Hammud, portavoce del Fronte nazionale siriano, il più ampio raggruppamento di combattenti arabi siriani cooptati dalla Turchia in funzione anti-curda nel nord della Siria. Il governo siriano, leggasi il Cremlino che ha mantenuto al potere il presidente-dittatore al-Assad da parte sua ha invitato i curdi di Siria a “tornare nell’abbraccio della patria siriana” per evitare di “sprofondare negli abissi”.

Per quanto riguarda la questione dei familiari dei 10mila detenuti dell’Isis nelle prigioni del nord-est della Siria affidate dalla coalizione anti-Isis al gruppo armato curdo Forze democratiche siriane (Sdf), sarebbero detenuti “in condizioni disumane”, secondo Human Rights Watch. Migliaia di minorenni siriani e di varie altre nazionalità accusati di appartenere all’Isis, sono da tempo in attesa di giudizio. Le carceri sono sovraffollate e l’accresciuta possibilità di un’invasione turca della Siria nord-orientale – osserva l’organizzazione per i diritti umani – “sottolinea l’urgente necessità che i Paesi garantiscano immediatamente che i loro cittadini imprigionati possano tornare a casa per riabilitazione, reintegrazione e procedimenti giudiziari adeguati in linea con gli standard internazionali”. Il problema è che i curdi non hanno né personale sufficiente né soldi per costruire prigioni e campi profughi secondo gli standard teorizzati dalle organizzazioni umanitarie.