Negoziati flop. Tusk a Bojo: “Stai giocando a scaricabarile”

Macancano 22 giorni al 31 ottobre, che almeno sulla carta è Brexit Day, il giorno in cui cioè il Regno Unito uscirà dall’Unione europea e il messaggio del governo britannico ieri era che i negoziati con l’Europa sono al punto di rottura perché Bruxelles rifiuta di accettare “le ragionevoli e costruttive proposte britanniche”.

Che il piano britannico, così formulato, cioè con le nuove proposte in sostituzione della backstop non sia accettabile per l’Unione si era capito da qualche giorno e ora la strategia del governo di Boris Johnson sembra essere quella del blame game: dare pubblicamente la colpa all’Ue del fallimento della trattativa, facendo dell’ostilità all’Europa il tema dominante di una campagna elettorale che sembra sempre più vicina.

Ieri una fonte anonima di Downing Street ha diffuso il presunto contenuto della telefonata fra Johnson e Angela Merkel. La Cancelliera tedesca avrebbe “chiarito che un accordo è estremamente improbabile, sia ora che mai, e che pensa che la Ue abbia il veto sulla possibilità che il Regno Unito lasci l’unione doganale”.

Una fuga di notizie molto inusuale per questo tipo di comunicazioni fra capi di governo, che sembra studiata per irritare sia Berlino che Bruxelles. Di sicuro ha irritato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk che ieri in un tweet all’indirizzo di Boris Johnson ha scoperto le carte: “Quello che è in gioco non è vincere qualche stupido scaricabarile. In gioco c’è il futuro dell’Europa e del Regno Unito, e la sicurezza e il benessere dei nostri popoli. Non vuoi un accordo, non vuoi una estensione, non vuoi revocare, quo vadis?”. Certo è che “a questo ritmo non si vede come si potrebbe essere pronti per il Consiglio” europeo del 17 e 18 ottobre, ha fatto sapere un’ altra fonte Ue.

Il lato machista della Brexit. È caccia alle “streghe” pro-Ue

“Avevo 17 anni quando Jo Cox è stata uccisa. Ero al telefono con mia madre, Yvette Cooper, e mi ricordo che mi ha interrotto per dirmi che una deputata era stata colpita”.

Oggi Ellie Cooper ha 20 anni. La madre Yvette, laburista, è una delle parlamentari britanniche più impegnate nel fermare Brexit. Come Jo Cox, giovane promessa del Labour uccisa nella sua circoscrizione elettorale il 16 giugno 2016, pochi giorni prima del referendum su Brexit, mentre faceva campagna per Remain. Tutta la famiglia paga il conto ogni giorno. “Ho paura quando su Twitter la vedo chiamata bugiarda e traditrice. Quando la nostra casa si riempie di pulsanti di allarme, porte blindate e dispositivi per intercettare lettere esplosive. Ho paura perché il 16 giugno 2016 due bambini hanno salutato la madre che andava a fare il suo lavoro di deputata e non l’hanno più rivista. Da allora vivo nel terrore che possa accadere anche a mia madre”. La Cooper non è l’unica. Secondo la polizia, dal 2017 al 2018 i reati contro i parlamentari sono passati da 151 a 341.

Anna Soubry per opporsi a Brexit ha lasciato il partito conservatore. È stata chiamata nazista da un gruppo di Leavers davanti al Parlamento e alle telecamere, minacciata online e al telefono del suo ufficio elettorale con le parole: “Ditele che morirà”, avvisata con un tweet: “Stai attenta, ricordati che fine ha fatto Jo Cox”.

Heidi Allen, conservatrice Remainer appena passata ai Lib-Dem. Una domenica mattina apre la porta di casa e si trova di fronte Ian Couch, ex soldato, che cerca di metterle in mano le sue medaglie al valore e si lancia in una violenta difesa di Brexit. È l’uomo che la minaccia da mesi via mail e Twitter. Allontanato dalla polizia, condivide su un network di estrema destra informazioni dettagliate sull’indirizzo della deputata. Lui è stato arrestato. Lei vive blindata.

Jesse Smith, laburista e amica di Jo Cox. Minacce, insulti, attacchi vandalici al suo ufficio elettorale a Birmingham. Lei è fra quelle che reagiscono attaccando: ripubblica i tweet di minacce, le lettere minatorie, i nomi di chi la insulta. Ed è fra le più esplicite nel denunciare il clima di caccia alle streghe in cui Brexit ha fatto precipitare il dibattito politico nel Regno Unito, fuori da Westminster, certo, sui social, per le strade, nelle lettere minatorie, nelle minacce fisiche, ma anche, questo lo sviluppo più recente e preoccupante, nello scontro violentissimo fra Boris Johnson e il Parlamento. Perché anche lì si è toccato il fondo il 25 settembre, in uno scontro verbale che ha scioccato l’opinione pubblica. Camera dei Comuni appena riaperta dopo che la Corte Suprema aveva dichiarato illegale la sospensione di 5 settimane imposta dal governo. Boris Johnson è in aula, usa un linguaggio di sfida, chiama i parlamentari zombie, la legge Benn che hanno votato per impedire un’uscita del Regno dall’Ue senza accordo “una resa”, piuttosto che chiedere all’Ue una estensione preferisce “finire morto in un fosso”. Una deputata laburista lo invita a moderare le parole, ricorda proprio Jo Cox e le ripercussioni reali di una retorica incendiaria. Lui risponde: “Humbug, Cazzate. Il modo migliore per onorare la memoria di Jo Cox è concludere la Brexit”. È un punto di non ritorno per un paese ancora legato ad una convenzione politica di fair play che Johnson in pochi mesi da premier ha spazzato via, con atti e parole. È allora che la ventenne Ellie Cooper decide di parlare: “Non twitto molto, specialmente su temi politici, ma dopo le agghiaccianti scene viste in Parlamento ieri sera non posso più tacere.

Il linguaggio usato dal nostro primo ministro – non un populista di estrema destra o un giornalista provocatore – è semplicemente incommentabile. Il fatto che il capo del nostro governo usi parole che incitano alla violenza verso i deputati è così pericoloso che non so come possa trovare posto in una società moderna”. Partono gli inviti bipartisan alla moderazione, a riportare un po’ di civiltà nel dibattito. Ma i pozzi sono avvelenati. Il giorno dopo Jesse Smith pubblica una foto della mail minatoria che ha appena ricevuto. C’è scritto: “Profetico che Boris Johnson abbia detto che preferisce ‘finire morto in un fosso’. È quello che succederà a chi non porta a casa Brexit”.

Il cambiamento climatico è il nuovo apartheid

Le grandi aziende, le istituzioni finanziarie e i cittadini socialmente consapevoli devono collaborare per tirarci fuori dall’abisso del cambiamento climatico. Hanno la forza per generalizzare l’uso delle energie rinnovabili e per trasformare i combustibili fossili nel tabacco dell’industria energetica.

All’Assemblea generale delle Nazioni Unite della scorsa settimana oltre 60 leader mondiali si sono dati nuovi obiettivi climatici, e 66 Paesi si sono impegnati a raggiungere il traguardo delle “zero emissioni” di carbonio entro la metà del secolo. Ma tra questi mancavano gli Stati Uniti, il Giappone, l’Australia, l’Arabia Saudita e il Brasile.

Il segretario generale del- l’Onu, António Guterres, punta tutto sulla pressione che i giovani attivisti possono creare sui rispettivi governi per far sì che si impegnino di più nella risposta a quella che lui chiama giustamente “emergenza climatica”. Anche io penso che i giovani lungimiranti siano gli agenti del cambiamento di domani, ma per ottenere un cambiamento oggi sono le aziende e le istituzioni finanziarie a dover agire. Devono unirsi alle oltre 1.100 istituzioni che hanno già annunciato di voler disinvestire i loro circa 11 trilioni di dollari da attività legate ai combustibili fossili.

La campagna di disinvestimento ha due gambe: da un lato bisogna abbandonare i combustibili fossili, dall’altro si deve investire in energie rinnovabili. A disinvestire sono stati in molti (e molti altri devono ancora farlo), ma relativamente pochi hanno investito in rinnovabili. Questo secondo passo è invece fondamentale per rendere l’energia pulita più accessibile e spingerci al punto di svolta energetico rappresentato dalla messa al bando dei combustibili fossili.

Negli anni 70 e 80, quando lottavamo contro l’apartheid, una delle leve più importanti per noi fu ottenere il sostegno di grandi aziende che ascoltarono il nostro invito a disinvestire. Avevamo trasformato l’apartheid in un nemico globale; adesso è il turno del cambiamento climatico.

Le multinazionali dell’energia continuano tuttavia a cercare attivamente nuove riserve di combustibili fossili, anche se gli scienziati ambientali ci dicono che non saremo mai in grado di utilizzarle. Il fatto è che quando avremo sfruttato queste riserve le temperature globali saranno aumentate a tal punto che il mondo come lo conosciamo oggi avrà cessato di esistere. Lo scorso luglio non è stato soltanto il mese più caldo mai registrato a livello globale, ma anche il 415° mese consecutivo con temperature superiori alla media del XX secolo. Se non lo controlliamo ora, il cambiamento climatico finirà per distruggere tutti i progressi che l’umanità ha compiuto dalla seconda guerra mondiale a oggi: i valori di uguaglianza, responsabilità condivisa, diritti umani e giustizia. E getteremo al vento gli obiettivi di sviluppo sostenibile stabiliti dall’Onu per il 2030.

L’ex segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ci ha ricordato che rispetto al cambiamento climatico possiamo scegliere due atteggiamenti: “rimandare e pagare” oppure “pianificare e prosperare”. È un monito chiaro e un appello ad agire: sarà ascoltato da chi detiene il potere economico? I ricchi e i potenti devono convincersi a pagare. Hanno causato la maggior parte del disastro in cui ci troviamo: il loro vincolo non è legale, ma basato sull’etica e sui valori umani.

Purtroppo, invece, i leader di alcuni dei maggiori agenti del cambiamento climatico stanno mostrando scarso interesse per i diritti umani e per la giustizia. Si sta concretizzando la triste prospettiva di quello che alcuni definiscono un apartheid climatico, in cui i ricchi possono pagare per proteggersi dalle conseguenze peggiori, mentre per i poveri non c’è scampo.

Le grandi aziende devono contribuire a colmare questo divario. Il settore finanziario, in particolare, deve reinventarsi, orientandosi su investimenti sostenibili sia nei mercati sviluppati che in quelli in via di sviluppo. E se non lo faranno volontariamente, gli attivisti dovranno insistere perché lo facciano comunque.

Il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni si è rivelato un metodo efficace in Sudafrica perché la causa ha potuto contare sul sostegno di una massa critica sia all’interno che all’esterno del paese. Ma ciò non è stato possibile senza un cambiamento di mentalità. Questa volta il mondo intero deve riconoscere che perpetuare lo status quo significherebbe condannare le generazioni future alla violenza e all’insicurezza.

Il vero potere non ce l’ha chi possiede le bombe più potenti o i conti bancari più abbondanti; il vero potere ce l’ha chi elegge le persone di potere, investe nei loro sistemi e tollera il fatto che calpestino i diritti degli altri. Questo potere va usato con saggezza.

 

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Quelle sette scomode verità per fermare il declino italiano

Per spiegare il rapporto tra gli italiani e la politica, specie la politica economica, si sono affermate due tesi. La prima: gli italiani hanno sempre ragione, quindi anche le misure più bislacche, le promesse più clientelari, le diagnosi meno radicate nei numeri sono legittime, perché siamo in democrazia. E in democrazia, come ha detto Davide Casaleggio, “a sbagliare non è mai chi vota”. La seconda tesi è che gli italiani sono analfabeti funzionali che votano contro i loro interessi, manipolati da bulli e demagoghi. Sono due semplificazioni pericolose, che provo a contestare nel libro Sette scomode verità sull’economia italiana (che nessuno vuole guardare in faccia), edito da Utet.

Nel dibattito pubblico italiano parliamo delle cose sbagliate e ci accapigliamo su temi e provvedimenti che affrontano problemi immaginari mentre quelli reali incancreniscono. Appena finito di discutere di una flat tax mai esistita, ecco lo scontro sulla tassa sulle merendine o sul “family act”. Tutto questo non accade perché gli italiani si sono rimbecilliti. Bensì per il rifiuto di riconoscere che la situazione del Paese dipende dalla somma di precise scelte politiche, legittimate dalle elezioni, delle cui ripercussioni non tutti gli elettori sono consapevoli.

Solo se i partiti vengono costretti a confrontarsi sulle questioni serie che stanno portando l’Italia a un declino irreversibile gli elettori potranno scegliere tra ricette alternative. Ma per farlo bisogna riconoscere alcune scomode verità celate dietro consolidati luoghi comuni. Ecco la mia personale selezione.

1) “Lavorare meno, lavorare tutti”. Da dieci anni aspettiamo che il mercato del lavoro torni al livello pre-crisi. All’apparenza ci siamo riusciti, gli occupati sono di nuovo 23,3 milioni e i governi di ogni colore ci martellano con i loro commenti trionfali ai dati mensili dell’Istat e a sinistra piace l’idea di ridurre gli orari di lavoro, per redistribuire fatica e salari. Ma stiamo già applicando il principio “lavorare meno, lavorare tutti”: a parità di occupati, lavoriamo 1,8 miliardi di ore in meno ogni anno rispetto al 2008. Posti di lavoro a tempo pieno sono stati sostituiti da part time imposti, migliaia di lavori ben pagati nell’edilizia sono svaniti, rimpiazzati da altri nei servizi, frammentati e discontinui. Solo in Italia il cambiamento tecnologico spinge lavoratori e imprese in basso senza creare posti di lavoro in cima (programmatori, statistici, ingegneri).

2) “Un nuovo miracolo economico”. I problemi del mercato del lavoro dipendono da quelli della crescita. Politici ed elettori sono in continua attesa di una ripresa che, è chiaro, non arriverà mai: ogni anno produciamo circa 68 miliardi di euro di ricchezza in meno che dieci anni fa. Certe caratteristiche del Paese – arretratezza industriale, piccole imprese, economia sommersa – sono state per una fase una leva competitiva, poi sono diventate una zavorra di cui non riusciamo a liberarci. Perché in questo declino alcuni prosperano.

3)“Studia quello che ti pare, basta che ti piaccia”. La crescita dipende da scelte individuali e collettive. Quelle più importanti riguardano l’istruzione. In molti sono d’accordo con Flavio Briatore: la laurea non serve. Invece studiare aiuta a trovare lavoro e ad avere salari migliori. Ma troppi studenti investono gli anni migliori per acquisire una formazione che non li prepara al mercato del lavoro. Un po’ per colpa delle imprese, troppo piccole per aver bisogno di professionalità sofisticate. Un po’ per colpa degli studenti, prigionieri della cultura del “pezzo di carta” e dell’idea che una formazione generale, soprattutto umanistica, apra tutte le porte. Lo Stato, poi, ha fatto peggio: in piena crisi ha tagliato gli investimenti in istruzione.

4) “Per il bene dei giovani”. I tagli alla scuola non sono un caso: in nessun Paese come in Italia il peso della crisi è stato scaricato sui giovani. Danno e beffa: devono pagare con le loro tasse e i loro contributi anche provvedimenti elettorali a carico dei baby boomers come “quota 100” e viene loro richiesto di approvarli perché “per ogni neo-pensionato verranno assunti tre giovani” (falso). Dal 2008 i giovani si sono impoveriti, gli anziani sono diventati più ricchi e il loro stile di vita è migliorato. Ma i giovani sono pochi e votano meno degli anziani.

5) “È ora di tagliare gli sprechi”. Lo squilibrio tra giovani e vecchi è parte del problema generale con la spesa pubblica. Ogni anno il governo promette di tagliare gli sprechi. In realtà si limita ad aumentare il debito, per finanziare una spesa pubblica che aumenta inesorabile, senza distinzioni tra quella utile e quella clientelare. Perché dietro ogni spreco c’è una famiglia di elettori.

6) “Gli italiani vengono prima dello spread”. Dopo il 2011 c’è chi come Matteo Salvini ha costruito un’intera carriera affermando la supremazia delle esigenze politiche su quelle dei mercati finanziari. Ma il debito pubblico è l’inevitabile conseguenza della nostra continua richiesta allo Stato di aumentare le spese, senza mai preoccuparci della loro efficacia. La storia del nostro debito ci ricorda che non si tratta di una calamità naturale, ma del frutto consapevole e desiderato di una scelta collettiva che rinnoviamo a ogni elezione.

7) “Si evade per sopravvivere”. Dietro la montagna del debito si nasconde lo scandalo dell’evasione fiscale. Che non è soltanto quella delle multinazionali del web, ma anche un fenomeno di massa che condiziona le preferenze elettorali. Gli evasori prosperano perché nessuno li vuole colpire e tutti i partiti cercano i loro voti. Rompere questo patto è necessario per ritrovare un rapporto sano con le tasse e la spesa pubblica. Il primo passo è riconoscere che gli evasori non evadono per sopravvivere a un fisco ostile, ma per sottrarre risorse ai contribuenti onesti.

Dopo il fallimento delle élite con la crisi globale del 2008 (in Europa con quella dell’euro del 2011), siamo entrati nella stagione del populismo. Di fronte ai risultati, la fiducia nei “competenti” è evaporata, come è comprensibile. Passata la fase della protesta che reclamava il potere per l’uomo comune, il contesto sta già cambiando. Con la recessione globale in arrivo e dopo aver sperimentato il fallimento delle ricette nazionaliste (vedi Brexit), cresce una domanda di proposte radicali, ma efficaci e di buon senso. Per discuterne sul serio, però, dobbiamo abbandonare i luoghi comuni e affrontare quelle scomode verità che per troppo tempo non abbiamo voluto sentire.

Altro che equo compenso, si può lavorare gratis per la Pa. Lo dice il Tar

Lavorare come consulente senza essere pagato, solo per aggiungere un’altra riga al curriculum. Il copyright di questo modo di pensare appartiene a molti imprenditori, ma da tempo la Pubblica amministrazione sta aderendo a questa impostazione. Pure diversi tribunali, chiamati a pronunciarsi in merito, stanno sposando la causa: è di una settimana fa l’ultima sentenza che dichiara legittimo un incarico gratuito, l’ha emessa il Tar del Lazio.

Riguarda un bando pubblicato dal ministero dell’Economia a febbraio: cercava un esperto di diritto nazionale ed europeo societario, bancario e dei mercati e intermediari finanziari e chiedeva “esperienza accademica e/o professionale documentabile di almeno cinque anni”. Solo che non intendeva pagarlo.

Un avvocato ha presentato ricorso e il caso è finito al Tar, che ha deciso il 30 settembre, stabilendo che non si trattava di un contratto di lavoro a tutti gli effetti perché nell’avviso “non era prefissata la frequenza e l’entità dell’eventuale prestazione”. Non è la prima sentenza che va in tal senso, ma dopo che a fine 2017 era stata approvata la legge sull’equo compenso, fortemente voluta dagli ordini professionali, si sperava in un cambiamento di tendenza. Invece proprio quella legge non è riuscita ad avere efficacia. Il Tar l’ha ignorata con un argomento singolare: essa va applicata “laddove il compenso in denaro sia stabilito” e quindi “esso non potrà che essere equo”.

Insomma, questa volta il compenso non c’è proprio, quindi non ha senso chiedersi sia o non sia congruo. Ma che vantaggio avrebbe un professionista a lavorare gratuitamente per lo Stato? “La possibilità – dicono i giudici – di farlo valere all’interno del proprio curriculum vitae”. Cosa che farebbe gola soprattutto ai più giovani.

Il governo Conte 2, comunque, ha nel programma – oltre al salario minimo per i dipendenti – un nuovo intervento sull’equo compenso per i liberi professionisti. Questa sentenza sarà un motivo in più per accelerare.

Il declino di Bim, crediti marci e patrimoni in fuga

Era la storica banca della Torino bene, fondata dai Segre, commercialisti di fiducia dei De Benedetti e che annoverava tra i soci il fior fiore della borghesia imprenditoriale sabauda. Tempi lontani, ormai andati per Banca Intermobiliare. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta: dai guai con Danilo Coppola al passaggio nel 2010 sotto le insegne di Veneto Banca, fino alla conquista poco meno di due anni fa da parte dell’accoppiata dei fondi Trinity-Attestor. Tanti passaggi, un solo risultato: una lenta consunzione e una banca che perde acqua da tutte le parti. Dimagrita, erosa dalle perdite, ormai un punticino nell’universo bancario.

La storia di Bim è quella di un’eutanasia che ha avuto il suo epicentro negli anni del possesso da parte di Veneto Banca e che neppure i nuovi padroni sono stati in grado di arrestare. Produceva negli anni buoni poco più di 130 milioni di ricavi annui; oggi se tutto va bene ne fa meno di 50. Gestiva masse dei clienti per oltre 12 miliardi che fruttavano buone commissioni. A fatica ora ne porta a casa meno di 5 miliardi. E se i patrimoni fuggono insieme ai private banker che li gestiscono, le entrate commissionali svaniscono. Solo nel 2015 la banca incassava oltre 80 milioni di commissioni nette, nel 2018 ha chiuso il bilancio con 35 milioni di commissioni di gestione. E più la banca dimagriva più le perdite si cumulavano. Dal 2012 Bim ha segnato rosso nei conti per la bellezza di quasi 400 milioni. Per una banca che faceva in media 100 milioni di ricavi annui perdere 400 milioni in pochi anni è drammatico.

A causare la voragine non solo l’attività in declino del risparmio gestito, ma la profonda pulizia dai bilanci di sofferenze e incagli. Anno su anno le svalutazioni sui crediti malati si sono contabilizzate per la cifra record di 390 milioni di euro. I primi colpi di ramazza li ha dati la controllante Veneto Banca svalutando tra il 2102 e il 2016 ben 320 milioni. Poi Trinity ci ha messo del suo con perdite sui crediti solo nel 2018, suo primo anno di controllo pieno, per 67 milioni. Ma come fa una banca che fa di mestiere il gestore dei risparmi a perdere a rotta di collo sui crediti?

In realtà pesa un intreccio perverso: credito facile agli imprenditori del Nord-Ovest che in cambio affidavano i loro patrimoni alla banca. Con la crisi ecco che molti smettono di ripagare i debiti e anche di lasciare le fortune di famiglia in banca. Bim si avvita così doppiamente. Crediti marci che zavorrano i bilanci e patrimoni che fuggono. E certo la gestione di Veneto Banca finita in liquidazione non ha brillato. Tanto che gli imprenditori torinesi capitanati da Piero D’Aguì, storico ex ad della banca volevano riprendersi la Bim nel 2014. Nel tentativo fallito di riacquisto, la Bim era valutata oltre mezzo miliardo. Sono passati meno di 5 anni e oggi vale in Borsa 96 milioni. Un calvario per i piccoli azionisti che ormai non ci sono quasi più. Trinity è all’89% del capitale e meno di due anni fa ha comprato il 68% del capitale a 24 milioni di euro. Arrotondato con l’Opa, l’esborso è stato di 30 milioni (Trinity ci ha messo altri 90 milioni in aumento di capitale). Ma il divario di valutazione resta formidabile.

A livello civilistico (art. 2446) Bim necessita di una nuova ricapitalizzazione nei primi mesi del 2020, prevista per altri 100 milioni, di cui 44 messi da Trinity. Il precedente piano industriale non ha mantenuto le promesse e pochi giorni fa i nuovi vertici hanno riapprovato un nuovo piano al 2024. Gli auspici profumano di miraggio: masse al raddoppio e più investment banking per fare il primo utile nel 2022. L’unica cosa certa sono i tagli. Via un terzo dei dipendenti e un terzo degli sportelli. Ma se ti privi di chi dovrebbe raccogliere nuovi patrimoni, come raddoppierai le masse in gestione?

Singapore conquista Genova. Gestirà 2 milioni di container

La partita fra multinazionali dei trasporti per il controllo dei porti mercantili è feroce, ma l’Italia – che vive di import/export via mare (53% del totale) – non ha pedine e non si accorge neppure di quando fa da scacchiera. Nei giorni scorsi nel porto di Genova è emerso, solo attraverso indiscrezioni e comunicazioni interne, che Vte e Sech costituiranno una società comune, controllata dalla prima, per gestire le rispettive strutture. Nomi ignoti ai più, ma Vte è concessionario del più importante terminal contenitori italiano (a Prà, 10 km dal centro genovese) e appartiene a Psa, leader mondiale nel terminalismo portuale, espressione del fondo sovrano di Singapore Temasek. Sech è in mano ai fondi anglo-francesi Infracapital e Infravia e gestisce un terminal container nel porto storico.

Il senso dell’operazione non è immediato. Vte è una miniera d’oro per gli azionisti, Sech è in perdita da un paio d’anni. Il primo ha dimensioni (banchine, specchi acquei di manovra, piazzali) per seguire l’inarrestabile dinamica di gigantismo delle navi, l’altro no. La finalità è, quindi, strategica e si innesta nello scenario mondiale che vede i grandi armatori internazionali ridursi di numero e aumentare di potenza (Maersk, Msc, Cosco). Fenomeno su cui da anni l’inascoltata Ocse lancia allarmi per le perniciose distorsioni oligopolistiche sulla movimentazione delle merci, sulla gestione dei porti e sulle relazioni con gli stakeholder, lavoratori in primis. Psa vuole Sech perché, anche se non è redditizio, è adiacente a un terminal in costruzione, di dimensioni simili e concesso al gruppo svizzero Msc. Se non lo comprassero i singaporiani, potrebbe farlo l’armatore di Msc, realizzando una struttura di ampiezza tale da minacciare ulteriormente il mercato di Vte. Tutto questo ha effetti sui prezzi delle merci e, quindi, su cittadini e imprese. Ma l’interesse pubblico è massimo perché le strutture in questione sono dello Stato. Che, tuttavia, sembra subire passivamente.

Per il terminal in costruzione (Bettolo) gli italiani hanno speso 250 milioni di euro. Sech avrebbe dovuto integrarlo alla sua struttura e cogestirlo con Msc. I due, però, hanno litigato e Msc è rimasta sola. Non prima che Sech ottenesse dall’Autorità portuale un prolungamento al 2045 della concessione. Presentando un piano industriale che ora, con la fusione in Vte, giocoforza muterà. Eppure, saltato ogni tassello dell’onerosa pianificazione pubblica né Authority né Mit hanno fatto una piega. Neppure di fronte al fatto che l’operazione sia una concentrazione su cui, nonostante la somma dei fatturati (204 milioni di euro) non comporti obbligo di notifica, l’Antitrust dovrà comunque pronunciarsi dato che gli azionisti di Sech e di Vte controllano i maggiori terminal di Livorno e Venezia. Che sommati a Genova significano 3 milioni di contenitori movimentati annualmente, in un mercato italiano che ne vale meno di 7,5. Come se, in ambito aeroportuale, si consentisse a Sea che gestisce gli aeroporti di Milano e Bergamo di prendersi anche Venezia, Bologna e Torino. Tra le polemiche 10 anni fa l’Autorità Portuale non bloccò lo scambio di partecipazioni di minoranza fra Vte e Sech, prendendo per buono l’asserito carattere esclusivamente finanziario dell’operazione e limitandosi a imporre una modifica ai patti parasociali. Ora farà lo stesso?

Proprio la legge portuale vieta a un concessionario di controllare due terminal nello stesso porto per movimentare lo stesso tipo di merce. Anche volendo sostenere che la risposta migliore alle concentrazioni in mare sia favorire quelle in banchina, il caso Vte-Sech appare quindi smaccatamente contra legem. L’Autorità portuale è responsabile di supervisionare e regolare i flussi occupazionali in porto. Al Sech, che ha rese per contenitore uguali a quelle di Vte, i dipendenti costano il doppio e gli impiegati sono più degli operai. È pensabile che i singaporiani non modifichino questo status quo? Almeno su questo aspetto, l’Autorità ha assicurato che non ci saranno problemi dalla fusione, ma l’impressione resta: il mondiale delle infrastrutture lo guardiamo distrattamente in poltrona, anche quando si gioca in casa nostra.

Def, da Bankitalia all’Upb: nessuno crede alla coperture dalla lotta all’evasione

“Un obiettivo difficile da raggiungere”, “arduo da quantificare”. Un ricorso troppo “massiccio” che mette in dubbio l’impianto complessivo delle coperture della manovra. La scommessa giallorosa di maxi entrate per oltre 7 miliardi dalla lotta all’evasione non convince le principali istituzioni chiamate a valutare la nota di aggiornamento al Def. Dalla Banca d’Italia all’Inps alla Corte dei Conti fino all’Upb (l’Ufficio parlamentare di bilancio), che pure ha validato la cornice della prossima manovra, arrivano perplessità sulle aspettative di gettito, anche perché le misure, osservano, non sono definite. Via Nazionale sostiene che il taglio al cuneo fiscale non è un’operazione da sottovalutare, sebbene le risorse siano ancora risicate, mentre accende un faro sulle coperture: è “arduo” valutare quanto si possa incassare dalla lotta all’evasione, alla quale il governo attribuisce ben 7 miliardi di euro di recupero. Per il presidente della Corte dei Conti Angelo Buscema “le favorevoli, condizioni dei tassi di interesse devono consentire di avviare il rapporto debito/Pil su un percorso credibile di riduzione”. L’Upb esprime dubbi sulle coperture: “È un obiettivo piuttosto ambizioso”.

Reddito, arrivate all’Inps la metà delle integrazioni dei beneficiari

Alle 8 di ieri mattina l’Inps aveva già ricevuto la metà delle autocertificazioni integrative (264.637) delle domande di Reddito o Pensione di Cittadinanza in risposta agli sms che l’Istituto di previdenza sociale ha inviato venerdì a quanti hanno presentato la domanda prima del 2 aprile 2019. La necessità dell’integrazione nasce dalla circostanza che per le prime richieste effettuate è stato utilizzato un modello provvisorio che, dopo la conversione del decreto sul Reddito, ha ora bisogno di ulteriori dati. In pratica, più di una famiglia su due (in totale quelle beneficiarie del sussidio sono 976.852) dovrà svolgere questo adempimento entro il 21 ottobre, altrimenti la prestazione verrà sospesa. Per aggiornare la domanda il beneficiario del sussidio deve collegarsi al sito indicato nello stesso sms inviato dall’Inps e seguire le indicazioni riportate.

Barriere a rischio, il metodo usato da Autostrade per risparmiare 1,2 miliardi

Possiamo chiamarlo il metodo Autostrade: per 5 anni il colosso controllato dall’Atlantia dei Benetton ha evitato di pagare 1,2 miliardi per mettere in sicurezza le barriere, non più a norma, su tutta la sua rete: una manomissione che riguarda oltre 1600 viadotti in base ai documenti consultati dal Fatto e all’attenzione dei magistrati di Avellino. La storia è sintomatica dei meccanismi che hanno fatto la fortuna dei signori del casello.

Andiamo con ordine. Il 18 settembre scorso, mentre Atlantia discuteva la cacciata di Giovanni Castellucci, Luciano Benetton dettò alle agenzie: “Siamo sotto choc per quello che appare dai comunicati della giustizia”. Poche ore dopo silurava l’uomo che per 15 anni li ha coperti d’oro spremendo profitti dalla concessionaria anche a spese della manutenzione. Erano le ore degli arresti di Genova per i falsi reporti sui viadotti. Ma anche dei sequestri della procura di Avellino per la mancata messa in sicurezza delle barriere (new jersey) dopo la strage del bus precipitato a luglio 2013 dal viadotto “Acqualonga” (A16).

Ed è proprio l’inchiesta campana che illumina il metodo. Per la strage di Avellino (40 morti) – con il pulmann caduto dopo aver sfondato le barriere con i tirafondi ormai marci – a gennaio scorso sono stati condannati i dirigenti di tronco ma non i vertici di Autostrade, tra cui Castellucci, assolto dall’accusa di omicidio colposo. La loro linea di difesa è che in Autostrade esiste un sistema di compartimenti stagni che permetterebbe ai dirigenti di decidere di non effettuare la manutenzione sulle barriere dei viadotti, risalenti a prima del 1992, senza informare i massimi vertici. La procura di Avellino la pensa diversamente: il procuratore Rosario Cantelmo e la pm Cecilia Annechino hanno fatto ricorso contro la sentenza considerando la mancata manutenzione sulle barriere il frutto di “una chiara e inequivoca scelta operativa” di Castellucci.

Dopo la strage, Autostrade ha deciso di correre ai ripari a modo suo. Invece di sostituire le barriere, vecchie di 30 anni, ha deciso di modificare il sistema di ancoraggio, cambiando i tirafondi cosiddetti “Liebig plus” con le barre filettate inghisate in malta cementizia. L’operazione viene fatta su tutti i viadotti della rete di Aspi, quasi 3mila chilometri, senza informare il ministero delle Infrastrutture. Nel 2015 il capo dell’Ufficio ispettivo di Roma (Uit), Placido Migliorino, che vigila sulle autostrade del centro sud, se ne accorge. Informa il ministero e chiede ad Autostrade di mettersi in regola visto che la misura ha compromesso la capacità delle barriere di reggere gli urti perchè non è equiparabile al vecchio sistema Liebig. Il colosso dei Benetton avvia una guerra di carte bollate che trascina la vicenda per anni, finché a luglio 2018 il Consiglio superiore dei lavori pubblici dà ragione a Migliorino: i due sistemi (liebig e barre filettate) “non sono equivalenti”. A marzo 2019 un componente del Consiglio, l’ingegner Alfredo Mortellaro spiega ai magistrati di Avellino, che hanno aperto un’inchiesta bis, che Aspi avrebbe dovuto sostituire i vecchi Liebig con un dispositivo della medesima tipologia, ma questo “avrebbe comportato un costo superiore”.

La melina ha poi evitato ad Autostrade di dover sostituire tutte le barriere sulla rete, così come gli impone il cronoprogramma stabilito dal ministero sulla base dei criteri fissati da Migliorino, per un costo di 1,21 miliardi. Per 5 anni ha preso tempo, cavandosela con poche decine di milioni e tutelando così i profitti che gira ad Atlantia, i cui azionisti si fingono sotto choc quando si muovono i magistrati.

A maggio scorso la procura di Avellino ha impresso una svolta, ottenendo il sequestro di 12 viadotti sulla A16 (Napoli-Canosa). Dopo altri mesi di stallo, a settembre ha chiesto e ottenuto dal Gip il sequestro di altre 10 barriere sulla A14 tra Teramo e le Marche. Agli atti dei pm c’è il cronoprogramma di Migliorino, diviso per tre fasce di priorità: una lista di 15 pagine per oltre 1600 viadotti (e 200 tratte stradali) con barriere da sostituire. Nella fascia 1 ne ricadono 310, i cui new jersey vanno sostituiti per primi. Ci sono quelli della A14 sequestrati, ma anche altri viadotti, come Sampierdicanne (A12, Chiavari-Lavagna) o il San Donato (A01, Milano Sud), solo per citarne alcuni. Ai primi 100 posti si piazzano viadotti che secondo gli esperti hanno un “indice di prestazione”(Ip) non molto dissimile da quello che verosimilmente avrebbero avuto le barriere usurate dell’Acqualonga.

Dopo la bocciatura del Consiglio superiore dei lavori pubblici e i sequestri, il ministero sperava che Autostrade accettasse il cronoprogramma, aiutata anche dalla richiestaall’Autorità anticorruzione di poter effettuare i lavori senza bandire le gare. Invece il 28 settembre il colosso dei Benetton ha chiesto il dissequestro dei viadotti proponendo di risolvere il problema rimettendo i Liebig alle barriere. Un’operazione a costo bassissimo. Il Gip di Avellino l’ha respinta il 2 ottobre: le barriere vanno sostituite e basta. Il direttore della rete di Autostrade, Enrico Valeri ha spiegato ai pm che del piano di sostituzione delle barriere al momento esiste “solo l’avallo verbale dell’amministratore delegato”.

È solo l’ultima tappa di una guerra infinita. Basti pensare che dal 2014 Aspi e altri concessionari del Centro Sud non hanno mai avuto approvati dall’Uit di Roma i piani annuali di manutenzione, perchè ritenuti inadatti a risolvere i problemi emersi su viadotti e gallerie. Finora se ne sono infischiati contestando l’obbligo di dover sottostare al via libera dell’ufficio guidato da Migliorino, che per 4 anni ha contestato i gravi inadempimenti. Solo dopo la tragedia del Morandi i concessionari hanno deciso di sedersi al tavolo.