Tutte le colpe nello scandalo di Bio On

Quello di Bio On è uno scandalo che si sta consumando nel silenzio: fino a luglio era considerata una miracolosa start up delle bioplastiche e in Borsa valeva quasi un miliardo di euro. Oggi e’ sotto indagine da parte della Consob, dopo che il fondo americano Quintessential ha denunciato le stranezze nei suoi bilanci (come raccontato per primo dal Fatto), e vale solo 130 milioni. I tanti piccoli soci che protestano sui social contro Quintessential e contro il Fatto – chissa’ se veri esseri umani o account teleguidati – ora tacciono o manifestano una comprensibile preoccupazione. Iniziano a capire che indietro non si torna, dopo la semestrale con 10 milioni di perdita in sei mesi e la pasticciata strategia di comunicazione del fondatore Marco Astorri per spiegare numeri imbarazzanti (tutta colpa di Quintessential, anche se i conti si riferiscono a prima delle denuncie del fondo, ma anche scelta di rinviare ricavi al futuro sulla base di un nuovo piano industriale ancora da scrivere…).

Questa storia solleva domande, facili col senno del poi. La prima: come e’ stato possibile prendere sul serio Marco Astorri tanto a lungo? I giornali e i siti che gli hanno dato credito quando raccontava di aver rivoluzionato le bioplastiche con qualche ricerca su Google (prima si occupava di skipass…) e qualche brevetto acquisito alle Hawaii, dovrebbero prendersi una parte di responsabilita’ del disastro. Tra i pochissimi che avevano segnalato qualche stranezza nel modello di business di Bio On – che dichiarava ricavi milionari ma bruciava cassa – va segnalato Business Insider. Anche Borsa Italiana e la politica qualche riflessione dovrebbero farla: il segmento Aim dove Bio On e’ quotata (come la societa’ editrice del Fatto) prevede meno regole e meno burocrazia del listino principale. Ma siamo sicuri che ci sia qualche buona ragione per applicare questa normativa semplificata anche un’azienda che valeva un miliardo e ora ha perso quasi il 90 per cento del valore? Chi lo spiega agli azionisti che, per colpa loro ma non solo loro, hanno perso tutto?

Caos norme e poche certezze, l’altra faccia della finanza “verde”

Sconosciuti solo dieci anni fa, oggi i green bond sono considerati gli strumenti chiave per finanziare la transizione dell’economia mondiale verso un futuro sostenibile. Sul mercato ne circolano per 691,5 miliardi di dollari e oltre la metà sono emessi in euro: alla Borsa italiana ne sono quotati una settantina, mentre la Borsa di Londra ne lista un centinaio. Ma chi controlla che i principi di questi titoli siano rispettati e i progetti finanziati siano davvero sostenibili?

Le obbligazioni verdi raccolgono fondi per settori ecocompatibili come le energie rinnovabili, l’efficienza energetica, le abitazioni sostenibili. Gli emittenti, che siano società private, governi o istituzioni sovranazionali, vendono questi titoli a fondi pensione, compagnie assicurative e fondi sovrani che gestiscono decine di migliaia di miliardi. Il primo green bond è del 2007, quando la Banca europea per gli investimenti lanciò un’obbligazione attenta al clima. Secondo la Climate Bonds Initiative, organizzazione no profit globale di certificazione, le emissioni nel 2017 hanno raggiunto i 162 miliardi di dollari, il 78% in più del 2016. L’anno scorso i green bond hanno raccolto 167,6 miliardi di dollari e quest’anno puntano a un nuovo record. Il leader di mercato nel 2018 erano gli Usa, con emissioni per 34 miliardi di dollari, seguiti da Cina (31 miliardi) e Francia (14 miliardi): l’Italia si è piazzata solo sedicesima con 3 miliardi di dollari.

Negli ultimi anni i green bond sono stati emessi anche da alcuni Stati. Il primo titolo pubblico verde fu emesso a dicembre 2016 dalla Polonia raccogliendo 750 milioni di euro. A gennaio 2017 la Francia raccolse 7,5 miliardi. Alcuni Paesi in via di sviluppo, come le Fiji e la Nigeria, stanno seguendo questi esempi. Nei giorni scorsi, anche il ministro dell’Economia Roberto Gualteri ha annunciato che l’Italia vorrebbe “emettere green bond, titoli di debito italiani destinati a sostenere gli investimenti nella sostenibilità ambientale”.

Resta da capire quale forma avranno i “BTp verdi”. Per maturare, infatti, al mercato di questi titoli servono standard obbligatori e controlli globali comuni. Invece sinora l’adesione alle regole è volontaria e gli “enti certificatori” sono indipendenti solo di nome: le loro valutazioni “terze” sono pagate dagli emittenti, le verifiche riguardano solo l’aderenza formale dei prospetti ai principi teorici.

Gli standard internazionali, i Green Bond Principles (Gbp), sono stati emessi nel giugno 2014 da un consorzio che unisce emittenti, sottoscrittori e investitori che aderisce all’Associazione internazionale del mercato dei capitali (Icma). Sinora hanno ottenuto l’accettazione su base volontaria di circa 200 emittenti, ma manca un elenco di “controllori” certificati. I Gbp hanno quattro punti chiave: uso della raccolta; selezione dei progetti ammessi ai finanziamenti; gestione dei fondi; rendicontazione. La raccolta e l’uso dei fondi dei titoli verdi va inserita in una posta specifica del bilancio verificata da una “terza parte”. Anche una commissione tecnica del Parlamento europeo l’anno scorso ha presentato una bozza di regole comuni sulla finanza sostenibile e un albo dei controllori, ma pochi giorni fa il Consiglio europeo, che rappresenta i governi, ha rinviato di due anni e mezzo l’adozione della classificazione Ue delle attività finanziabili.

Sul mercato dei green bond intanto arrivano anche emittenti privati italiani. Dopo Enel, che il 10 settembre ha raccolto 1,5 miliardi di dollari con un titolo ambientale, Generali il 23 settembre ha lanciato un’obbligazione verde da 750 milioni di euro destinata a investitori qualificati. Secondo la società il titolo “è conforme al Green Bond Framework” del Gruppo Generali e oggetto di una ‘Second Party Opinion’ emessa da Sustainalytics”. Generali però conferma di aver pagato l’“opinione di fonte terza” di Sustainalytics “in linea con le prassi di mercato”. L’ammontare pagato al “controllore” è riservato in base “a un accordo di riservatezza firmato con Sustainalytics”. Generali fa poi sapere che l’“opinione di fonte terza” “è finalizzata solo a verificare che la struttura del green bond sia conforme alle linee guida dei Green Bonds Principles”, mentre “il Green Bond Report che verrà pubblicato entro un anno dall’emissione sarà oggetto di audit da parte di Ernst & Young”. Sei le categorie di investimenti ammissibili ai finanziamenti: edilizia verde, efficienza energetica, energie rinnovabili, gestione sostenibile dell’acqua, riciclo riuso e gestione dei rifiuti, trasporti puliti.

Con la diffusione dei titoli verdi, però, aumentano anche i sistemi di valutazione di sostenibilità dei loro acquirenti, i grandi investitori globali: i rating principali sono quelli di Morningstar, Msci Esg Research, Sustainalytics, Climetrics, Iss Environmental e Social Equality Score. Ma le differenti metriche usate dai “certificatori”, le difformità di basi dati, le mancanze di controllo dell’impatto reale creano valutazioni molto distanti dello stesso strumento. Così le “pagelle” premiano i fondi che comprano titoli delle grandi società rispetto a quelli delle piccole imprese, i bond dei Paesi sviluppati a quelli dei Paesi in via di sviluppo. Distorsioni che favoriscono il greenwashing, la rappresentazione “verde” di imprese e strumenti finanziari che, messi alla prova, “verdi” non sono.

Aziende italiane tra i tulipani o il paradosso del meccanico

Sabato scorso anche la Cementir s’è fatta ufficialmente olandese trasferendo tra i tulipani la sede legale: ora si chiama Cementir Holding NV, ma continua a vendere cemento in giro per il mondo arricchendo la famiglia Caltagirone. L’azienda della potente famiglia romana non si sentirà sola nei Paesi Bassi: le società italiane con sede legale in Olanda sono legione e basti dire che recentemente ha fatto lo stesso percorso la (holding) Mediaset dei Berlusconi e meno recentemente la fu Fiat oggi Fca e pure la cassaforte della famiglia Agnelli, la Exor. Perché questa migrazione? I motivi sono due: da un lato il diritto olandese rende più facile controllare l’azienda con un pacchetto di controllo (cioè anche se non si ha la maggioranza assoluta delle azioni) e dall’altro – e soprattutto – perché la tassazione sugli utili finanziari in Olanda è pressoché nulla. Anche le cose da ricordare a questo punto sono due: 1) l’erosione del gettito che le multinazionali attuano grazie a sistemi in gran parte legali solo in Italia vale, a spanne, circa un punto di Pil l’anno (in soldi 18 miliardi); 2) gli emigranti fiscali Caltagirone, Berlusconi e Agnelli/Elkann sono tra i principali editori italiani, punti di riferimento di prestigiosi media che quasi ogni giorno ci danno poderose lezioni sulla spesa pubblica, la crescita, i ritardi del Paese, la rava, la fava e ovviamente la pericolosità del meccanico che non fa la fattura. D’altronde vuoi mettere quanto sono più civili in Olanda?

Dopo la riduzione dei parlamentari ora il proporzionale

Ieri ci siamo destati con un’interessante intervista (su Repubblica) al senatore Pier Ferdinando Casini – parlamentare da 36 anni, nel corso dei quali si è potuto sedere ovunque in tutto l’emiciclo, passando dalla Dc al Ccd, poi all’Udc, prima con Berlusconi poi contro, in mezzo la Rosa Bianca, poi Monti, ma anche con Letta, Renzi e Gentiloni. L’ultima volta è stato eletto con la coalizione di sinistra in Emilia (i bocconi amari per i bolognesi non sono i tortellini al pollo), ma è iscritto al gruppo delle Autonomie. Ritenendo la riforma del taglio dei parlamentari “demagogica”, sostiene il Casini che, mentre nel Dopoguerra “le eccellenze delle professioni accedevano alle cariche pubbliche e ne erano ripagate da una reputazione crescente, di qui a poco solo i disoccupati e i titolari di assegni sociali riterranno conveniente fare il parlamentare”. Impossibile pensare a una pubblicità migliore a favore della riforma, eccetto forse l’immagine di Montecitorio lunedì, giorno della discussione, con solo 35 deputati a presidiare l’aula.

Di demagogico in tutta questa storia c’è la questione economica: il risparmio (circa 100 milioni l’anno) è poca cosa e quando c’è di mezzo il buon funzionamento delle istituzioni, e quindi la qualità della democrazia, non è mai un argomento degno di considerazione. Ora, come i nostri lettori sanno, il taglio è netto: i senatori passano da 315 a 200, i deputati da 630 a 400. E noi pensiamo e speriamo, a differenza di Casini, che la riduzione dei posti induca le forze politiche a candidare i migliori: come ha spiegato il professor Neppi Modona al nostro giornale, per i partiti sarà controproducente presentare candidati impreparati o men che onorevoli.

Molti giuristi hanno posto l’accento sulla necessità di modificare alcune norme di funzionamento delle Camere, ma la vera questione è quella della legge elettorale, prevista dall’intesa di governo, da cui dipenderà interamente il buon esito di questa riforma. Come ha detto Lorenza Carlassare, che dieci anni fa esatti spiegò i principi fondamentali della Costituzione ai lettori del nostro neonato giornale, “il mio giudizio favorevole è condizionato al fatto che veramente si faccia una riforma elettorale in senso proporzionale”. Perché? Il combinato disposto del taglio dei parlamentari e dell’attuale legge elettorale determinerebbe una compressione eccessiva della rappresentanza: l’Abruzzo, per dire, 1,3 milioni di abitanti, eleggerebbe un solo senatore, in alcune regioni verrebbero eletti solo parlamentari di maggioranza. La nuova legge elettorale va approvata in fretta per due ragioni: perché metterebbe in sicurezza la riforma costituzionale e perché, come prescrive il Codice di buona condotta in materia elettorale del Consiglio d’Europa, le leggi elettorali, la composizione delle commissioni e la suddivisione delle circoscrizioni non dovrebbero poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione.

È al fondo una questione di igiene democratica: i cittadini devono sempre essere nelle condizioni di poter votare. Sull’ineludibile necessità di un sistema proporzionale, prendiamo di nuovo a prestito le parole della professoressa Carlassare, che invita a rileggere i lavori della Costituente: “La proposta di Mortati di inserire in Costituzione il principio della rappresentanza proporzionale non venne accolta solo perché non si voleva vincolare il legislatore futuro, ma alla fine diventò un ordine del giorno approvato dall’assemblea. Dice: ‘L’assemblea costituente ritiene che l’elezione alla Camera debba avvenire secondo il sistema proporzionale’”. A maggior ragione con un Parlamento dimagrito di un terzo: impossibile pensare a un ritorno del maggioritario, come vorrebbero Prodi e Veltroni.

Riforma del fisco: gioco dell’oca tra detrazioni e abracadabra contabili

Duecentoquaranta euro al mese per figlio sarebbe una riforma che mette qualcosa nelle tasche degli italiani, e questa è cosa buona e giusta. Naturalmente in qualche modo dovrà prendere risorse dalle tasche dagli italiani (si parla di varie rimodulazioni, per esempio di quota 100, del reddito di cittadinanza, degli 80 euro), ma anche qui niente da dire. La leva fiscale – il chi paga cosa, e quanto, e il chi riceve cosa, e quanto – è uno strumento per cercare una specie di equilibrio economico dove non ci sia chi ha troppo poco. Il lato comico, semmai, si può trovare nel gioco dell’oca infinito di detrazioni e bonus, premi, esenzioni, moduli, magie contabili, abracadabra da commercialisti, e tutti i mesmerismi che si aggrappano come alghe a un regime fiscale.

Dunque, a farla breve, che lo Stato intervenga sull’economia delle famiglie è sacrosanto, anche se c’è una cosa che suona bizzarra: ogni ritocco dei redditi operato negli ultimi anni è fatto, appunto, solo di interventi statali e pare che parlare invece di politiche salariali sia come bestemmiare in chiesa. Di fatto, il peso dei bonus, delle detrazioni, degli 80 euro, del reddito di cittadinanza, è sostenuto dalla comunità (spesso a debito, quindi dai figli della comunità), mentre i salari sono fermi.

La forbice che si allarga tra la parte benestante degli italiani e quella povera è una realtà conclamata dell’ultimo decennio (dice l’Istat che nel 2008 la parte più povera della popolazione poteva contare su un reddito che corrispondeva al 2,6 per cento del totale, che dieci anni dopo è scesa all’1,8). È una forbice che ricalca quella tra profitti e salari, tra dividendi e stipendi, tra quello che porta a casa un azionista e quello che porta a casa un lavoratore.

Il doveroso rabbocco che lo Stato farebbe (con i 240 euro a figlio, per esempio, ma anche con altri mezzi e sistemi) è un sostegno al potere d’acquisto dei cittadini che ha tutta l’aria di una supplenza: ti veniamo incontro perché il tuo reddito non basta, perché il tuo salario è fermo, perché a guardare le dinamiche dei salari in Europa l’Italia è quella dove non crescono, e paiono inchiodati.

Insomma, dal grande dibattito nazionale su come e in che modo e in che quantità dare una mano ai redditi degli italiani (al netto delle convenienze tattiche, sia Pd che 5 Stelle hanno dato qualcosa), brilla per assenza la parte privata che paga gli stipendi. Quella classe imprenditoriale di cui pare obbligatorio dire sempre che è un’eccellenza, eroica, indomita, innovativa, eccetera eccetera, secondo la ben nota retorica, non solo non sembra intenzionata a partecipare a questa piccola redistribuzione, ma non ne discute neanche. Anzi, capita sempre più spesso che sposti qui e là, dove più conviene, residenze fiscali, e quartier generali, o che delocalizzi, o che precarizzi i lavoratori.

Probabilmente c’è, alla base di tutto questo, un vecchio tabù, cioè che si possa sconfiggere la povertà senza toccare la ricchezza. Anzi, il pensiero dominante (e abbondantemente praticato) è che se stanno meglio i ricchi, poi cadrà qualche briciola dalla tavola anche per gli altri, una cosa che si continua a sostenere, ma che è smentita nei fatti e dai numeri in modo clamoroso negli ultimi dieci anni.

Se davvero lo Stato intende attuare una politica economica che va incontro ai redditi medio-bassi, cosa che si spera fortemente, dovrebbe chiamare a partecipare anche quella parte di Paese che negli ultimi dieci anni si è arricchita, anche con grandi aiuti pubblici, decontribuzioni, sconti, sanatorie, salvataggi. Insomma, il capitalismo italiano. E la sinistra, parlandone da viva, dovrebbe cominciare a pensare che la battaglia per il salario – il lavoro in cambio di condizioni di vita decenti – non è una cosa da bolscevichi assatanati, ma una delle sue ragion d’essere.

Afghanistan, l’acqua calda 18 anni dopo

Su Repubblica del 3.10 ho letto, per la prima volta in Italia, un esauriente reportage su Afghanistan firmato da Giampaolo Cadalanu (mi spiace per Marco, ma delle buone cose le fanno anche loro soprattutto da quando alla direzione c’è Carlo Verdelli). Il reportage si divide in due parti: un’analisi dell’inviato del Guardian Jason Burke e un’intervista a uno dei più importanti comandanti talebani Qadir Hekmat. Burke, che resta ovviamente filo-occidentale, afferma: “Gli attacchi dell’11 settembre si fecero all’insaputa dei leader talebani dell’epoca”. Questo io lo scrissi fin dai primi giorni e l’ho riportato poi nel mio libro Il Mullah Omar del 2011, di cui alcune “anime belle”, una giornalista di Libero e una deputata pdl, noti campioni della libertà d’informazione, chiesero il sequestro.

Il comandante talebano Qadir sostiene in sostanza che il governo del Mullah Omar non impediva alle donne di studiare. Un uomo di parte, si dirà. Però sarebbe bastato leggere all’epoca i documenti ufficiali del governo talebano per rendersi conto che Qadir dice la verità. È scritto infatti in un decreto del novembre 1996: “Nel caso che sia necessario che le donne escano di casa per scopi di istruzione, esigenze sociali o servizi sociali devono coprirsi concordemente alle norme della Sharia islamica”. Spiega Qadir a Cadalanu: “Mi dica, in Italia una donna può girare nuda senza violare la legge? Non credo, sarebbe subito arrestata. Ecco, quelle sono le vostre regole, la nostra è la Sharia, e prevede che le donne portino l’hijab” (non il burqa, come in Occidente si è sostenuto fino all’estenuazione). E aggiunge: “L’emirato aveva grandi progetti dedicati alle donne, ma non ha fatto in tempo a svilupparli. Non è vero che siamo contrari all’istruzione femminile, basta che le scuole siano separate da quelle maschili. Nelle zone controllate da noi, le ragazze vanno a scuola regolarmente”. L’emirato aveva grandi progetti dedicati alle donne, ma non ha fatto in tempo a svilupparli. Questo stupirà e scandalizzerà tutti quelli che per diciotto anni si sono bevuti la propaganda occidentale. La verità è che i Talebani, ai tempi del governo del Mullah Omar, non poterono sviluppare il loro programma sull’istruzione femminile perché impegnati in una lotta logorante da Massud che non accettava di esserne stato sconfitto. Avevano quindi altre priorità. E si può capirli. I Talebani non solo non sono legati all’Isis ma lo combattono dal 2015 quando gli uomini di Al Baghdadi hanno cominciato a penetrare in Afghanistan. Qualcuno ricorderà, forse, la “lettera aperta” del 2015, che noi soli abbiamo pubblicato sul Fatto, di Omar ad Al Baghdadi in cui gli intimava di non entrare in Afghanistan. Questa lotta all’Isis sta nei fatti e non avrebbe nemmeno bisogno di chiarimenti. Comunque, se proprio si vuole, la si ricava anche incrociando le dichiarazioni del giornalista del Guardian e del comandante talebano. Dice Burke: “I Talebani non hanno mai cercato di espandere i confini dell’Afghanistan… non permetterebbero a nessun gruppo o individuo di usare l’Afghanistan come trampolino di lancio per degli attacchi internazionali”. Insomma non hanno nulla a che fare col terrorismo internazionale come si è sempre sostenuto e si continua a sostenere non solo sui media italiani ma su tutti i media occidentali. I Talebani hanno sempre concentrato i loro attacchi su obiettivi militari e politici cercando di risparmiare il più possibile i civili per la semplice ragione che è proprio sull’appoggio di buona parte della popolazione che hanno potuto sostenere una resistenza che dura da diciotto anni. Dice Qadir: “Noi non attacchiamo mai obiettivi civili, matrimoni, funerali. Americani e Isis, sì… non c’è un solo villaggio dove gli invasori non abbiano commesso crimini di guerra o ucciso innocenti”. Premesso che il reportage di Repubblica e di Cadalanu resta eccellente, non di meno suscita un moto di indignazione. È troppo facile, troppo comodo e persino ipocrita scoprire l’acqua calda dopo diciotto anni, quando ormai gli americani hanno perso la guerra (“la guerra che non si può vincere”) e Trump è deciso a ritirare le truppe perché, da buon imprenditore, ritiene inutile, a questo punto, spendere 45 miliardi di dollari l’anno. Bene. È dal 1996 che scrivo queste cose sull’Afghanistan e altre non meno gravi e occultate dalla disinformatia occidentale. Ma mai, dico mai, che i media italiani, televisione, radio, giornali abbiano sentito almeno la curiosità di interpellarmi su questa vicenda e su qualsiasi altra vicenda, mentre sui talk vedo evoluire la solita “compagnia di giro”. Sono un emarginato, nel modo subdolo e vile che si addice ai nostri tempi tanto democratici in cui non si fa che parlare di libertà proprio mentre la si nega. Scrisse Indro Montanelli nella prefazione al mio libro Il Conformista: “Gliela faranno pagare calando su di lui una coltre di silenzio: da quando i roghi non usano più, è la sorte che attende i conformisti che non si conformano”.

Mail Box

 

Solo un intervento legislativo può rivoluzionare Eni

Sono trascorsi nove anni dal primo articolo del Fatto che raccontava lo scandalo giudiziario Eni-Shell in Nigeria. Nel frattempo nuovi scenari politici sono sorti e la proposta del senatore pentastellato Vito Petrocelli di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta, con l’intento di effettuare una pulizia interna volta alla tutela degli interessi nazionali e al rispetto dell’etica pubblica, è caduta nell’oblio, ma l’ad Claudio Descalzi, confermato nel proprio ruolo nel 2014 da Renzi e di nuovo nel 2018 da Conte, resta ancora il numero 1 dell’ente pubblico più controverso d’Italia, proprio mentre il processo per corruzione internazionale che lo vede imputato entra nella fase più calda. Noi non ci stiamo. Proveniamo da ogni parte della società civile, facciamo riferimento a orientamenti politici diversi e ci siamo uniti in una battaglia coraggiosa, perché convinti del fatto che solo attraverso un pianificato intervento legislativo possa rivoluzionarsi la condotta dei vertici Eni. Abbiamo, quindi, inviato una lettera ai parlamentari del M5S affinché venga riproposta l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta che abbia come obiettivo precipuo quello di indagare sulle molteplici fattispecie corruttive emerse, sulla presunta condizione di conflitto d’interessi relativa ai coniugi Descalzi, sui profili di danno ambientale causati sul suolo italiano e straniero, nonché sulle modalità di intervento e di contatto esperite con i governatori dei Paesi coinvolti e sulle ripercussioni che quest’ultime hanno sui territori ove la società esercita la propria attività. In un millennio che prospetta ai leader di oggi e di domani il compito di gestire sistematicamente i flussi migratori, l’Italia non può rischiare di veder menomata la propria reputazione. Se aspiriamo a rivoluzionare le condizioni di vita nel Terzo mondo, rivoluzionare Eni è il primo passo da compiere.

Carmen Calì, Francesco Maggiurana

 

Renzi attacca sull’Iva dimenticando le sue “clausole”

Renzi si atteggia a gran sostenitore del bisogno assoluto di trovare i 23 miliardi necessari per disinnescare le “clausole di salvaguardia” che potrebbero condurre a un aumento dell’aliquota ordinaria dell’Iva dal 22% al 25%. Non ho però letto su alcun quotidiano, con il risalto necessario, che la più rilevante “clausola di salvaguardia” da disinnescare era proprio stata messa dal governo Renzi, era cioè frutto della sua incapacità di previsione sull’andamento dell’economia e dello sciocco ottimismo dei bilanci e delle spese, seguite subito dalla decisione di trasferirne automaticamente l’onere ai governi successivi, che è appunto l’effetto delle “clausole di salvaguardia” in caso di erronee previsioni contabili. La cosa più divertente è però che il suo stesso governo aveva approvato anche una riforma della legge di Bilancio che vietava le clausole di salvaguardia, che poi egli stesso violò per primo, adottando una clausola di salvaguardia che ora ha anche la faccia tosta di ingiungere al governo Conte di disinnescare, atteggiandosi a gran sacerdote dei conti pubblici dopo averne compromesso la tenuta! Altro che “Italia viva”: siamo semmai nell’Italia sfacciata e parolaia, tipica del “piccolo imbonitore fiorentino”.

Emilio Zecca

 

Trieste, perché chi ha sparato era senza manette?

Si è fatta tanta polemica sulla foto dei due giovani americani ammanettati in questura dopo aver ucciso a coltellate un carabiniere, e oggi dobbiamo piangere altri due servitori dello Stato, i carabinieri uccisi a Trieste da uno dei dominicani che in caserma risultavano essere non ammanettati. E che quindi hanno potuto sottrarre un’arma e sparare.

Vorrei sapere come si sente oggi la persona che veicolò la foto dei due americani ammanettati contribuendo così a generare il contesto mediatico che poi di conseguenza ha causato la tragedia, per la ovvia paura dei carabinieri di Trieste di ammanettare i due delinquenti.

Enrico Costantini

 

Il “Fatto”, da 10 anni sempre con la schiena dritta

Grazie Fatto Quotidiano! Per tutte le notizie che hai documentato egregiamente in questi anni, per averci fatto sapere tutto quello che nessun giornale raccontava, per essere equidistante da plausi e da castighi, per aver onorato il decoro e l’importanza di una stampa libera, per essere nato in un momento storico privo di voci libere, per aver trovato penne straordinarie in mano a menti aperte, per esserci nei momenti cruciali della vita del nostro Paese, per ricordarmi che la schiena dritta è la forma di dignità più alta.

Infine, caro Fatto amico mio, grazie per le stupende, divertentissime, impagabili strisce di Stefano Disegni.

L’augurio è di continuare così, sempre così.

Susanna Di Ronzo

 

Le vostre 24 pagine bastano alla causa della stampa libera
Compro il Fatto da sempre e continuerò a comprarlo anche se dovesse costare 5 euro! Chi non si rende conto del perché Repubblica ha 90 pagine e il Fatto solo 24 non ha ancora capito cosa sia la stampa libera.

Romano Lenzi

Civiltà? Luce e gas non sono beni di prima necessità, almeno per lo Stato

 

All’età di 85 anni mi sono posto una domanda, alla quale mi auguro voi sappiate darmi una risposta: perché, riferendosi ai beni di prima necessità, si parla solo e sempre di acqua? L’energia elettrica e il gas non lo sono? La prima è sempre in crescita a livello di costi, eppure siamo nel 2019 e le tecnologie sono in crescita. Ci deve essere qualcosa che non comprendo visto che se ne parla dagli anni Settanta del secolo scorso, come io stesso posso testimoniare. Indubbiamente ci devono essere interessi “di potere”. Grazie per l’attenzione e spero, quale lettore del Fatto, in un vostro intervento.

Antonio Ragozzino

 

Gentile Antonio, a ricordarci che l’energia elettrica e il gas non sono ancora considerati beni di prima necessità, e non lo saranno ancora per molto, sono due eventi istituzionali. Il primo, ma ultimo in ordine temporale, è il chiacchiericcio che si sta facendo intorno al taglio dell’Iva dal 10% al 5% sulle bollette di luce e gas. Qualora l’imposta venisse ridotta, il risparmio complessivo sarebbe pari a circa 26 euro l’anno, vale a dire poco più di 2 euro al mese, e la spesa finale per la famiglia tipo scenderebbe a 546 euro. Peccato, però, che attualmente l’Iva per i beni alimentari, di prima necessità e beni agricoli sia fissata al 4%. Quindi anche se venisse approvata la riduzione, luce e gas non rientrerebbero comunque nella fascia più agevolata. E sul fronte del gas va anche peggio: solo sui primi 480 metri cubi di metano consumati si applica l’Iva al 10%, mentre sui restanti l’imposta sale fino al 22%. Nell’ottobre 2017, questo il secondo evento, a sancire che l’elettricità non è un “bene indispensabile alla vita” è stata la Cassazione. La pronuncia riguarda il caso di una donna pugliese, dichiaratasi sfrattata, senza lavoro e con una figlia incinta, che si era abusivamente allacciata alla rete sostenendo di non avere i soldi per la bolletta. Ma per la Suprema Corte, l’elettricità permette “agi e opportunità” che migliorano sicuramente la vita, ma non averla non mette a rischio l’esistenza. Di conseguenza, non sussiste nessuno “stato di necessità” che giustifica il ricorso a un atto illecito. Non volendo minimamente giustificare un reato né mettere in dubbio le ragioni del diritto, ci si può solo continuare a domandare come nell’attuale società si possa sopravvivere in una casa senza luce e metano. Tanto che, nonostante non siano considerati beni di prima necessità, le famiglie più bisognose ricevono un bonus sulla bolletta elettrica a dimostrazione dell’effettiva diseguaglianza nella spesa.

Patrizia De Rubertis

Benzodiazepine l’oppio delle masse

Sembrava essersene definitivamente liberato. Una quotidianità scandita dall’assunzione di smodate quantità di gocce di lormetazepam, il principio attivo del Minias, un ipnotico. Quasi un rituale ossessivo. Invece G. non ha retto e si è ucciso. Per impiccarsi ha atteso che la moglie uscisse a fare la spesa. Erano passati solo pochi mesi da quando era stato dimesso dall’Unità operativa per il trattamento della dipendenza da benzodiazepine del Policlinico G.B. Rossi di Verona. L’unico centro sanitario pubblico in Italia (fino al 2017, in Europa), specializzato nella cura di chi si ritrova schiavo di megadosi di BZD, benzodiazepine in forma di compresse e gocce per dormire, o anti-ansia. “Prima di togliersi la vita era tornato da noi per ringraziarci”, ricorda lo psichiatra Fabio Lugoboni, responsabile del centro di Verona. Non c’erano stati segnali premonitori.

Il fatto è che il caso di G. non è isolato. “La correlazione tra questi farmaci, che danno dipendenza, e il suicidio è forte”, dice Lugoboni. “Ad alti dosaggi le benzodiazepine diventano prepotentemente depressogene, e quindi l’idea suicidaria assume grande rilevanza. Stiamo facendo degli studi. Non c’è interesse delle cause farmaceutiche a fare questo genere di ricerche…”. Nella storia delle persone che sviluppano dipendenza da BZD, ci sono diversi tentati suicidi. In dei casi la tragedia avviene. “È così che, valutando retroattivamente i ricoveri effettuati da noi negli ultimi due anni – racconta Lugoboni – abbiamo scoperto che quattro nostri pazienti, dopo essere stati dimessi, a distanza di tempo, si sono uccisi. Tradizionalmente, uno dei fattori con una forte correlazione con l’ideazione suicidaria è proprio l’abuso di sostanze. Ma gli effetti delle benzodiazepine sono peggiori”.

L’unità operativa “Medicina delle dipendenze”, a Verona, è un micro-reparto nell’ospedale. Secondo piano, quattro posti letto. Ci lavorano – in un silenzio avvolgente – quattro medici e nove psicologi. Da quando è nato, nel 2001, ha accolto 1.400 persone: una media di 180 ricoveri all’anno, contro una domanda, in continuo aumento, che richiederebbe uno sforzo, e una disponibilità di posti, almeno quattro volte quella attuale. Chi arriva qui è già stato risucchiato dalla spirale.

“Le persone che si rivolgono a noi, mediamente, assumono ogni giorno l’equivalente di 356 mg di Valium, l’unità di misura utilizzata per indicare la quantità di benzodiazepine. Qualcosa come 35 fiale”, spiega il dottor Lugoboni. Insonnia, ansia, forte stress emotivo. E così che si comincia. Con il Minias (il 60% dei ricoveri è per dipendenza da questo farmaco). Oppure con il Tavor (lorazepam), lo Xanax (alprazolam).

O con l’En (delorazepam). Quello che usava Marta.

In commercio in Italia sono presenti 26 principi attivi riconducibili alle benzodiazepine, con oltre 370 farmaci di specialità, inclusi i generici. Le benzodiazepine appartengono alla fascia C dei farmaci. Medicinali utilizzati per patologie di lieve entità, o considerate minori. Per questo non rimborsabili – tutti tranne il Rivotril (clonazepam) – dal Servizio sanitario nazionale. Eppure, in questa fascia, la fascia C, sono i top seller: i farmaci con obbligo di prescrizione più venduti in Italia (il consumo si è attestato a questi livelli nell’ultimo decennio). Basta una ricetta libera su carta bianca, ripetibile per 3 volte in 30 giorni. Con una spesa, secondo l’ultimo rapporto OsMed, che ha superato i 535 milioni (+ 15 milioni in un anno), su un totale di 2,9 miliardi. La chiave del successo di questi agenti farmacologici – che non sono registrati come antidepressivi, è bene ricordarlo – è da rintracciare, per il dottor Lugoboni, “non solo nella sostanziale mancanza di tossicità acuta delle BZD nel breve periodo, e nella conseguente facilità prescrittiva da parte dei medici. Dipende dal fatto che, anche in tempi brevi, le BZD possono dare dipendenza. Ecco perché il loro uso è strettamente raccomandato per tempi molto limitati (massimo 4 settimane), e solo in presenza di disturbo grave e disabilitante. Ma regna la disattenzione e la mancanza di consapevolezza degli effetti dell’uso a lungo termine. Da parte dei medici come dei pazienti stessi”.

In Italia a fare uso di benzodiazepine è il 10% della popolazione, circa 6 milioni di persone. Più donne che uomini. Oltre la metà, sono consumatori cronici che assumono BZD in modo scorretto. Con dosaggi massimi, oltre le indicazioni terapeutiche consigliate, e per lunghi periodi. È c’è “chi via via scivola impercettibilmente verso dosi sempre più alte”. Parliamo del 2-7% della popolazione, spiega Lugoboni. “E capisci di essere dipendente quando, pur assumendone grandi quantità, non dormi più la notte perché il farmaco ha smesso di funzionare”.

Così hai bisogno di aumentare le dosi. Sempre di più. È accaduto a Barbara, 55 anni, impiegata, una brutta delusione sentimentale: è per questo che si avvicina al Minias. “Ho iniziato 15 anni fa, prendevo otto gocce alla sera. Sono arrivata a bere direttamente dai flaconi. Una ‘ciucciatina’, e ne facevo fuori due al giorno. Non mi rendevo conto di niente. Poi, però, quando cercavo di smettere, precipitavo in una angoscia fortissima. Avevo forti tremori, una sofferenza indicibile: erano crisi di astinenza. All’inizio il Minias me lo aveva prescritto lo psichiatra. Poi ho continuato con il medico di base. Spesso andavo da farmacisti che me lo davano senza prescrizione, o con la ricetta scaduta”. Proprio come accadeva a S., 32 anni, otto flaconi al giorno e 1.800 euro al mese, per comprarli. Con o senza la ricetta del medico, più spesso grazie a farmacie compiacenti. B., 39 anni, figlia di uno psichiatra, ne prendeva 1.800 grammi ogni giorno (180 compresse): spendeva 100 euro al giorno. Il suo farmacista era accomodante, i medici del suo entourage familiare anche. Ogni giorno aveva voglia di prendere la pastiglia un po’ prima del solito. Ogni giorno sempre di più.

Entra in scena il cosiddetto Doctor Shopping. “Noi lo chiamiamo così”, spiega Pier Luigi Bartoletti, medico di famiglia e membro del comitato centrale della federazione nazionale degli Ordini dei medici. “È il paziente che, per procurarsi la sua ‘dose’ giornaliera, fa ricorso a tutti gli escamotage possibili, arrivando persino a cambiare più volte il medico di base, pur di raggiungere lo scopo”.

“Spesso ci sono colleghi – prosegue Bartoletti – che cedono alle richieste, mentre la cautela dovrebbe essere massima, perché le benzodiazepine influiscono molto sull’attività cerebrale. Certo, ci può essere un problema di adeguata formazione professionale che può riguardare i dottori più anziani, ma non è detto siano questi ad avere la prescrizione facile…”. Se il medico si rifiuta di prescrivere, parte la caccia ai farmacisti disposti a chiudere un occhio. “Davanti a ricette scadute o già timbrate tre volte, o peggio contraffatte, il farmacista dovrebbe sempre fare partire una segnalazione al proprio ordine e all’azienda sanitaria locale – spiega Paola Minghetti, docente di legislazione e tecnica del farmaco all’Università degli studi di Milano – ma è evidente che l’attenzione non è sufficientemente elevata”.

Che ci sia poca consapevolezza dei danni provocati dalle benzodiazepine anche tra il personale sanitario lo dimostra il fatto che i pazienti del centro veneto sono, nel 13% dei casi, proprio medici e infermieri: iniziano ad assumere BZD per sostenere il forte stress dovuto a turni di lavoro massacranti, e poi si ritrovano pure loro imbrigliati.

A sviluppare dipendenza sono uomini e donne. Età media: 43-44 anni. Uno su due non ha storie di vita complesse alle spalle, non ha disturbi mentali, non ha avuto dipendenze da droghe o alcolici precedenti. E, nel 65% dei casi, ha un livello di istruzione alto o medio alto. “Per tutti la qualità della vita precipita”, spiega Lugoboni. “Si sprofonda nella disistima, nel senso di schiavitù. Si ha la sensazione di non avere più il controllo sulla propria esistenza. Si soffre di insonnia. Le capacità cognitive intanto diminuiscono, e aumentano gli incidenti”.

Barbara è una donna ancora spezzata, nonostante il percorso terapeutico intrapreso per uscire dalla dipendenza. “Le benzo sono farmaci maledetti. All’inizio pensi di stare bene, aumenti il dosaggio. Ma quando cominci a superare le dosi terapeutiche diventa difficilissimo smettere. Vivevo in una dimensione distante dalla realtà, distaccata da tutto e da tutti. Le emozioni ovattate, non provavo più gioie, persa ogni relazione. Il Minias era il mio unico pensiero fisso. Ne avevo sempre una scorta in casa. Soffrivo, e facevo soffrire la mia famiglia. Ora vedo un po’ di luce”.

La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Ti siedi a tavola e la tua vita non è più la stessa.

3 – Continua

Morte Fadil, Polanco: “Timori su Putin non B.”

“Nel corso degli anni in cui ho frequentato Silvio Berlusconi, ho incontrato a cena ogni genere di persone alcune anche molto importanti, fra queste la più importante è stato il presidente Putin. Non ho avuto particolari rapporti con Putin”. E quanto mette a verbale Marysthell Polanco, ascoltata dai pm di Milano che indagavano sulle cause della morte di Imane Fadil. È stata sentita lo scorso 15 marzo in procura. “Il presidente Putin è molto legato a Berlusconi e so che ha una stanza a lui riservata anche in Sardegna presso Villa Certosa. Berlusconi ci tiene molto a tutelare il suo rapporto con Putin”. E a proposito delle rivelazioni sulle cene ad Arcore, la Polanco ha affermato di “non temere una reazione di Silvio Berlusconi, ma di Vladimir Putin”