L’“amico fraterno” di un boss era alla direzione commerciale del J Medical, l’ambulatorio medico all’interno dell’Allianz Stadium della Juventus, società estranea alla vicenda . Il suo nome è Giuliano Pastore e ieri è stato arrestato con altre quindici persone dalla Squadra mobile di Torino nell’ambito di un’indagine per associazione a delinquere finalizzata a estorsione, usura e riciclaggio aggravati dal metodo mafioso. C’era anche lui, il 21 giugno 2016, ad accogliere al J Medical il presidente del Coni Giovanni Malagò. A svelare gli affari di Pastore è stato Pierpaolo Gherlone, ex presidente dell’Asti Calcio, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa nel processo “Barbarossa”. Gherlone, a corto di denaro, aveva ottenuto un prestito a tasso usuraio mediato anche da Pastore. Dall’inchiesta della Dda è emerso lo stretto contatto di Pastore con uno dei boss della ‘ndrangheta in Piemonte, Renato Macrì per il quale sarebbe stato una sorta di “consulente imprenditoriale/finanziario”, ma anche “amico fraterno”. Secondo il pm Valerio Longi, Pastore riciclava il denaro di ditte che truffavano banche e poi, insieme al boss e a un terzo complice, “strozzava” Gherlone
Soru torna alla Regione Sardegna. Con la destra
La giunta sarda di centro destra chiama l’ex presidente della Regione ed ex segretario del Pd Renato Soru. Il “patron” di Tiscali, tornato ormai al suo ruolo di imprenditore a tempo pieno come amministratore delegato dell’azienda cagliaritana leader delle Tlc, dovrebbe essere indicato a breve dall’assessora regionale all’Industria Anita Pili come consulente nel tavolo di “Agenda Industria” , la cabina di regia costituita dall’esecutivo di Christian Solinas per rilanciare il settore industriale isolano con investimenti mirati nel territorio. Un ruolo squisitamente tecnico, privo di qualsiasi implicazione partitica ma che certamente non è passato inosservato, dato che Soru è stato uno dei leader più carismatici del centro sinistra in Sardegna e non solo, con punte di contrapposizione anche aspra nei confronti degli avversari del centro destra. Antagonismo messo da parte dopo che quattro mesi fa Soru ha annunciato il ritiro dalla scena politica attiva. Si attendeva in queste ore la conferma ufficiale dei rumors di palazzo che però al momento rimangono tali, dopo che anche il governatore Christian Solinas aveva espresso il suo gradimento per l’expertise del tycoon sardo al servizio dell’organismo pensato per dar slancio all’industria nell’isola. Anche da Soru non arrivano conferme, ma neanche smentite dell’indiscrezione pubblicata dalla stampa locale.
Ragioni di merito e forse anche sentimentali dietro il placet dell’attuale presidente della Regione, sardista eletto con il sostegno determinante della Lega di Matteo Salvini, la cui carriera politica iniziò proprio nell’era Soru nel lontano 2004 con la nomina a direttore dell’Ente regionale per il diritto allo Studio. Pur trattandosi di un ruolo di consulenza, dunque privo implicazioni politiche dirette, la notizia è rimbalzata rumorosamente nella direzione regionale del Pd, che si è tenuta nelle scorse ore ad Oristano: nessuno ne sapeva niente. Ma dopo i primi istanti di stupore, fra i dirigenti dem prevale il fair play: Renato Soru è stato per dodici anni ai vertici del partito e alla guida del centro-sinistra in Sardegna, ha ricoperto ruoli importanti, poi ha annunciato il suo ritiro dalla politica attiva, non ha rinnovato la tessera ed è un libero cittadino che fa quello che vuole nella sua veste di imprenditore.
Qualche imbarazzo per l’assessora Pili, costretta ad un rapido ridimensionamento della questione: “‘Agenda Industria”, si legge in un comunicato ufficiale, emesso a meno di 24 ore dalle prime indiscrezioni “non prevede nomine né designazioni a tempo stabile, oltre al Comitato stesso. I veri protagonisti della programmazione industriale saranno le comunità e i territori attraverso la rappresentanza datoriale, sindacale e dei sindaci”.
“Gli diedi dei soldi”. Il deputato Sozzani smentito a verbale
Diecimila euro di finanziamento illecito finiti nelle tasche del deputato di Forza italia Diego Sozzani, all’epoca consigliere regionale del Piemonte e candidato nel 2018 per un seggio, poi ottenuto, in Parlamento. La contestazione della Procura di Milano è chiara. Per questo capo d’imputazione l’accusa ha chiesto e non ottenuto dalla Camera gli arresti ai domiciliari per Sozzani. Il politico che resta indagato ha sempre sostenuto la sua innocenza rispetto a quel finanziamento. Ha parlato più volte di fumus persecutionis nei suoi confronti, di sentirsi provato psicologicamente. Davanti alla giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha consegnato una memoria costruita attorno alla inutilizzabilità delle intercettazioni. Eppure negli atti depositati dai magistrati dopo l’avviso di chiusura indagine notificato a 71 indagati, c’è un verbale che pare mettere la parola fine al dibattito. Chi parla, infatti, è il presunto pagatore del finanziamento. Si tratta di Daniele D’Alfonso, dominus della Ecol Service, ritenuto il grande foraggiatore di mazzette ai politici e, secondo i pm, vicino alla ’ndrangheta. L’imprenditore sentito a giugno dai pm sostiene che quel pagamento fu illegittimo chiudendo il cerchio della vicenda e lasciando, secondo la Procura, poco spazio alle repliche.
Sostiene D’Alfonso che il “pagamento avvenne attraverso l’emissione della falsa fattura” e le “modalità di pagamento mi vennero indicate prima” da Nino Caianiello, presunto “burattinaio” del sistema, “poi da Sozzani (…) che mi mise in contatto con Mauro Tolbar”, presunto collettore delle tangenti. Il pagamento avviene attraverso una falsa fattura emessa da un società riferibile ad Alessandro Crescenti, imprenditore bresciano che secondo l’accusa si è prestato a emettere fatture false. A verbale conferma i passaggi. “Tolbar mi disse che doveva prendere da Ecol service 10.000 euro senza specificarmi la motivazione, lui non poteva fatturarla”. Torniamo però a Sozzani, il quale ha fatto arrivare alla Procura di Milano la versione che quel denaro in realtà era un credito che lui avrebbe vantato nei confronti di D’Alfonso per una prestazione professionale mai pagata. Una posizione nuova e legittima se provata. Anche per questo l’obiettivo della difesa di Sozzani è quello di riportare il politico davanti al giudice Raffaella Mascarino per illustrare questo quadro. Al momento l’interrogatorio non è avvenuto e sul tavolo restano le parole di D’Alfonso. “Sozzani – dice – mi venne presentato da Caianiello prima delle Politiche 2018, me lo presentò come referente di Forza Italia a Novara. Mi disse che Sozzani aveva già lavorato con altre aziende che come la mia operavano nel settore delle bonifiche. Mi chiese di incontrarlo per poter espandere la mia attività commerciale anche sul Piemonte”.
E ancora: “Io spiegai a Sozzani l’operatività di Ecol service, Caianiello mi disse che dovevo dare una mano a Diego, che in quel momento era impegnato nella campagna elettorale e fu sempre Caianiello a quantificare in 10 mila euro la somma del finanziamento poi erogato”. Oltre al verbale c’è un’intercettazione di D’Alfonso, che al padre spiega: “Quello lì di Alessandria, consigliere regionale del Piemonte di Forza Italia, noi gli stiamo dando una mano (…). Va a Roma lui adesso, gli stiamo dando una mano per la campagna”. Questa storia, per come messa a verbale, tutto sembra tranne che un credito che Sozzani vantava da D’Alfonso, il quale ai pm spiega come grazie al politico la sua Ecol Service ha ottenuto diversi lavori.
Tesei, la candidata di Salvini “col buco”
“Follow the money”. La regola base dell’inchiesta sul caso Watergate vale, oltre 40 anni dopo e parecchio più in piccolo, pure in Umbria. Seguire i soldi, in questo piccolo comune di 6mila anime arroccato tra i vigneti e gli uliveti, significa leggere bilanci con previsioni un po’ troppo ottimistiche (eufemismo) per illuminare la parabola di Donatella Tesei, candidata governatrice da Matteo Salvini.
Qui a Montefalco, negli ultimi dieci anni il sindaco è stata proprio Tesei, avvocata 61enne dal 2018 elette in Senato con la Lega. Palazzo Madama, però, non le basta: lei è ambiziosa e Salvini ritiene che la sua “capacità amministrativa” possa essere la caratteristica giusta per conquistare l’Umbria dopo decenni di governi rossi. Eppure non è tutto così semplice, perché la situazione del Comune di Montefalco e non è rosea come servirebbe a Tesei e alla Lega.
Il gruppo consiliare “Siamo Montefalco” ha spulciato le carte e studiato i bilanci dal 2010 ad oggi e il quadro che ne esce fuori è chiaro: il prospetto del 31 dicembre 2018 allegato al rendiconto consuntivo approvato dalla Giunta Tesei certifica un buco di bilancio da 1.617.672,16 euro che, spalmato sui 5.626 abitanti, significa un disavanzo “pro capite” di 287 euro. Un valore molto più alto rispetto ad altri comuni umbri con grossi problemi come Perugia (204 euro) e Terni (233 euro).
Dal 2010 in poi la situazione di Montefalco è andata via via peggiorando: il prospetto riepilogativo del triennio 2010-2012 certifica come di anno in anno l’avanzo dell’amministrazione sia continuamente diminuito (da 4,2 milioni nel 2009 a 2,2 milioni dopo un solo anno di “cura Tesei” fino ai 919 mila euro del 2012).
Nel 2017 è intervenuta la Corte dei Conti dell’Umbria che, analizzata la situazione fino al 2014, ha certificato “uno squilibrio tra gli accertamenti e gli impegni” finanziari. Il problema, scrivono i giudici contabili nella sentenza letta dal Fatto, erano i cosiddetti “residui attivi”: l’amministrazione sovrastimava le entrate fiscali e puntualmente ogni anno incassava una cifra inferiore. Peccati che poi quei soldi venissero spesi ugualmente.
Il differenziale tra le entrate stimate e quelle effettivamente riscosse si è accumulato di anno in anno fino ad arrivare agli 1,6 milioni di disavanzo attuale. A febbraio la Giunta è stata autorizzata a chiedere alle banche un prestito fino a 1,2 milioni per pagare i fornitori e a luglio la responsabile dell’area finanziaria della nuova giunta di centrodestra, Maria Vittoria Paglialunga, è stata costretta ad approvare una manovra “lacrime e sangue” per scongiurare un altro mezzo milione di disavanzo tagliando servizi, aumentando in modo retroattivo l’addizionale Irpef e mantenendo ai valori massimi Imu e Tari. Per questo i consiglieri comunali di opposizione hanno preparato un esposto che sarà presentato all’Anac e in Procura.
Lunedì Tesei ha risposto dicendo che “non esiste alcun buco di bilancio” ammettendo un disavanzo di soli 375mila euro e che il “riaccertamento straordinario dei residui è già stato coperto in 30 anni”. Ergo: saranno ripagati in trent’anni come prevede la legge, ma il disavanzo resta. Anche Matteo Salvini la difende: “Andateci a Montefalco – ha detto al Corriere dell’Umbria – non ci sono turisti solo a Ferragosto, è un comune bello. I problemi di bilancio? Tutto risolvibile”. Convinto lui.
Renzi alla ricerca dell’audience perduta (con troppi complotti)
L’ultima è questa: Matteo Renzi che vuole fare fuori Giuseppe Conte per sostituirlo con Luigi Di Maio mantenendo però la maggioranza M5S-Pd. Lo ha detto il solitamente bene informato Paolo Mieli, lunedì sera a “Otto e mezzo”, ma ieri l’indiscrezione era pure sulla prima pagina del Foglio con questo titolo: “Perché Renzi triangola con Di Maio per togliere il M5S dalle mani di Conte”. Sorge di getto la domanda: ma perché mai qualcuno dovrebbe pensare a sfasciare un governo appena nato, per grazia ricevuta dopo l’autogol di Matteo Salvini, per poter mettere in piedi un nuovo governo con un altro premier ma con la stessa maggioranza?
Un’idea apparentemente insensata se non tenessimo conto che colui a cui essa viene attribuita si chiama Renzi, un tipo assetato di visibilità di suo e adesso pure per il partitino Italia Viva. Visibilità: per carità niente di nuovo sotto il cielo del potere, ci spiega la storica Eva Cantarella ricordando il bisogno smodato di apparire di un Gaio Giulio Cesare (che, si sospetta, invadesse le Gallie per poi poterci scrivere un libro, anzi otto). Il problema nasce quando non ci sono guerre da dichiarare e neppure governi da dimissionare da una spiaggia romagnola. Senza contare le vendite dei giornali e gli ascolti dei talk ritornati ai precedenti numeri non brillantissimi, dopo l’ubriacante estate del mojito. Alla ricerca dell’audience perduta non è che manchino le notizie.
I morti in mare? Troppa tristezza e poi il becerume contro i migranti tira di meno tanto che perfino la consueta vergogna salviniana (“vittime del buonismo”) cade nel vuoto. Conte e l’intrigo dei servizi segreti? Troppo complicato da spiegare. Il taglio dei parlamentari? Se assieme ai 5 Stelle lo votano tutti, per non incorrere nel reato di casta e connesse ragioni elettorali (le imminenti elezioni umbre), dov’è lo scontro? La manovra economica? Uffa. Si raschia il barile con la polemicuzza sull’analogia tra Leopolda e Papeete (copy il pidino Andrea Orlando), buona tuttalpiù per un basso pagina.
No, per la fabbrica della panna montata occorre qualcosa di molto più tosto. In un film americano del 1997, “Sesso e Potere”, per distogliere l’opinione pubblica da uno scandalo sessuale che coinvolge la Casa Bianca si organizza con successo degli ascolti una finta guerra degli Usa contro la piccola Albania. Qui da noi, più modestamente, per guadagnare mezzo punto di share si ipotizzano cervellotici golpe di palazzo per togliere di mezzo un premier, quel Conte in cima ai sondaggi della popolarità.
Renzi è quello che è ma un processo alle (cattive) intenzioni non lo merita ancora. Colpisce invece l’assoluta spensieratezza con cui si accendono riflettori su possibili scenari complottardi. Ma non c’era l’Iva da sterilizzare? E il cuneo fiscale da ridurre? E l’azzeramento delle rette degli asili nido per le famiglie a basso reddito? Se poi osi parlare di bene comune o di interesse del paese, quasi ti ridono in faccia.
Ma poi siamocosì convinti che le persone normali (non certo gli spin doctor) non chiedano altro che continuare a sopravvivere sul- l’otto volante del- l’instabilità permanente, delle crisi (o quasi crisi) inspiegabili, delle sbronze da ipertrofia dell’ego? Sicuri che negli uffici, nei bar o sul metrò gli interrogativi su cosa diavolo dirà Renzi alla Leopolda siano avidamente sviscerati? E se alla fine avesse ragione il placido Nicola Zingaretti con i suoi toni impercettibili, il suo eloquio da latte alle ginocchia che zitto zitto pratica il massaggio cardiaco al Pd e incrementa le tessere? Per dirla (al contrario) con Pietro Nenni: piazze (televisive) vuote, urne piene?
I soliti malpancisti disertano la festa. Ora c’è il fronte Ilva
L’altro lato del taglio è una festa pallida, con tanti 5Stelle rimasti lontani da striscioni e forbici di cartone. L’altra faccia del Movimento che semina comunicati sulla “giornata storica” sono i no minacciati sull’Ilva, con diversi senatori decisi a non votare il ripristino di una parziale immunità penale per i proprietari di Arcelor Mittal, a cui proprio il M5S aveva tolto qualsiasi scudo. Perché è vero, ieri a Montecitorio non si è materializzata la scissione, e nessuno ha avuto la forza di votare contro, cioè di attirarsi l’espulsione. Ma facce, sussurri e assenze confermano che qualcosa di profondo si è rotto nel M5S, e chissà come si può riaggiustare.
Chissà come si può ricucire con scontenti come l’ex ministra alla Salute Giulia Grillo che, seduta su uno scalino con pantaloni fucsia (“Non devo più vestirmi da ministra”) lo dice così: “Non so se andrò a Italia5Stelle (la festa nazionale in programma sabato e domenica, ndr), mi pare difficile”. Alla Camera raccontano che altri big potrebbero disertare l’evento per i dieci anni di vita del Movimento, mentre in piazza Montecitorio il capo politico Luigi Di Maio e parlamentari vari festeggiano il taglio dei parlamentari a favore di telecamere. Ma alcune decine di deputati, malpancisti o peones stanchi di certi riti, se ne restano dentro la Camera a fumare e chiacchierare in cortile. “Non ne possiamo più di queste cose” scandisce una giovane eletta. Sigaretta tra le labbra, passa Riccardo Ricciardi, deputato di Massa in corsa come nuovo vicecapogruppo: “Perché non sono in piazza? Ai flashmob non sono mai andato”.
In diversi vogliono tenersi a distanza da quel modo di celebrare che ebbe il suo culmine esattamente un anno fa nella festa per il reddito di cittadinanza dal balcone di Palazzo Chigi, con Di Maio e i suoi a giurare: “Abbiamo abolito la povertà”. Invece molti dei suoi deputati passano la “giornata storica” a discutere della votazione del prossimo capogruppo che oggi dovrebbe concludersi senza esito, perché i candidati sono tre e nessuno sembra poter raggiungere il quorum del 50 per cento più uno dei voti. Neppure il favorito Francesco Silvestri, l’attuale vicecapogruppo: in lizza con Anna Macina, deputata della commissione Affari costituzionali che ieri in Aula ha letto la dichiarazione di voto per il Movimento, e con Raffaele Trano, membro della commissione Finanze. Ma oggi, salvo sorprese, non vincerà nessuno. Proprio come in Senato, dove i candidati sono quattro (l’ex ministro Danilo Toninelli, l’attuale vicecapogruppo Gianluca Perilli, Marco Pellegrini e Stefano Lucidi). E allora si dovrà ripartire da zero, perché gli equilibri latitano nel M5S.
Piuttosto domina un clima denso di rancori e recriminazioni, che rischia di guastare la festa di Napoli, dove sabato sera dovrebbe materializzarsi anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Un eletto su 5, raccontava ieri l’Adnkronos, non ha ancora versato i 1.500 euro richiesti per l’evento. E poi ci sono certe, pesanti parole: quelle della deputata calabrese Dalila Nesci che al fattoquotidiano.it aveva annunciato di volersi candidare a governatore della Calabria. Poche ore dopo, sempre sul Fatto, Di Maio ha detto no: “Dalila è intelligente sa che non si può fare”. E proprio ieri il capo ha incontrato il segretario dem Zingaretti per discutere di un accordo in Calabria. Nel frattempo però sul tema ha fatto irruzione l’ex ministra al Sud Barbara Lezzi, tagliente nel suo post in difesa di Nesci: “Siamo tutti abbastanza intelligenti per capire che, avendo derogato per Cancelleri, non esiste più nessuna regola che impedisca a Dalila di candidarsi”. E Lezzi si riferisce alla nomina a viceministro del Mit dell’ormai ex capogruppo del Movimento nell’Assemblea regionale siciliana. Ma la senatrice è in trincea anche su altro.
Per esempio è tra i più contrari al ripristino di una parziale immunità penale per i proprietari dell’acciaieria Ilva. Norma contenuta nel decreto imprese, ora in commissione a Palazzo Madama. “Ma ad oggi almeno 10-12 senatori non la voterebbero” ammettono dai piani alti. E a convincerli non è servita neppure la riunione di giovedì scorso al Mise, con una delegazione che ha incontrato il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli. L’ex capogruppo in Senato ha provato a lungo a mediare ma poi, raccontano, ha preso atto della situazione: “Sul testo ci affideremo al Parlamento, e ognuno si assumerà le proprie responsabilità”.
Si sta come tacchini a Natale: così si suicidò Montecitorio
Non sono tacchini festosi che attendono di essere spennati per il pranzo di Natale. Paiono tacchini confusi e nervosi, piegati dalla realpolitik al suicidio di massa. “Non è che facciamo un favore a Renzi?”, sibila Beatrice Lorenzin col filo di disperazione di chi sa che dovrà entrare in aula, che quest’oggi assomiglia alla stanza del boia e pigiare il pulsante verde, quello della ghigliottina. Nessuno le dà conforto. La disciplina di partito, ora che anche lei è del Pd, prescrive l’eutanasia assistita.
Tocca pure ad Alessia Morani, infelice per il destino barbaro visto che è anche sottosegretaria. Vestita di nero, come la giornata richiede: “E cosa vuole che voti?”. “Me tocca”, s’arrende la romana Renata Polverini, appena ingaggiata da Italia Viva, l’aggressivo gruppo di mischia renziano.
Più che deputati paiono trapassati. Si festeggia la morte che nessuno vorrebbe, si annuncia la fine che nessuno chiede. E allora succede che si dia agli uffici, affinchè stampino e pubblichino il testamento, i pensieri più cervellotici, le dichiarazioni eccentriche, piuttosto disperanti se lette sotto il profilo della logica e della ragionevolezza.
Il renziano Roberto Giachetti, per esempio, conquista la palma di super tacchino con un discorsetto niente male: “Voterò sì per disciplina di gruppo ma sappiate che sono pronto già da domani a raccogliere le firme per un referendum che spazzi via questa riforma”.
Mentre dà il collo al boia già lo ritrae, dice e poi disdice, vota sì ma annuncia il no, in un capitombolo logico che lo conduce dritto nel gruppo dei pensatori scombinati, dei politici infrequentabili.
Segue il crinale dello sconquasso Emanuela Rossini, del partito autonomista: “Questo è un prezzo da pagare, ed è utile per la nostra reputazione pagarlo”. I politici stanno antipatici alla gente, perciò meglio scomparire per un po’. “Poi, quando avremo ricostituito una relazione positiva con la società, potremo anche valutare se riformare questa riforma e ritornare sui nostri passi”.
Riformare la riforma. O anche resuscitare i morti. Non c’è nessun prete che accompagni questo corteo funebre parolaio. Si nota un filo di mestizia (e molto altro) persino tra i grillini, i promotori di questo enorme taglio di poltrone. Quando annunciarono la loro battaglia fondativa mai avrebbero pensato che sarebbe giunta così presto l’ora di fare i conti con le proprie idee. Adesso sono in fila e sorridenti, pronti a farsi autoesplodere. Sono loro che infatti pagheranno il conto più salato. Lo spiega bene Andrea Orlando, il vicesegretario del Pd: “Da oggi in poi nessun gruppo sarà in grado di riportare in Parlamento lo stesso numero di deputati e senatori. Dico di più: se Salvini scende un altro po’ nei sondaggi, se tocca quota 25 per cento, avrà meno parlamentari di oggi”.
Chiarito il punto? Suicidio di massa ma differito. Almeno tre anni assicurati di vita. Ecco allora la Lorenzin: “Vuol dire che Renzi potrà immaginare un altro governo oltre questo”. Ecco Alessandro Fusacchia, che ha appena divorziato con Emma Bonino e ora è parcheggiato al gruppo misto in attesa di capire: “Renzi mi ha detto: mica è certo che sarà sempre Conte premier”. E Paolo Lattanzio, grillino di Bari: “Conte fa ombra non solo a Renzi”.
Ah, come non capirlo? Anche Luigi Di Maio viene accreditato come antipatizzante in sonno del presidente del Consiglio. Di Maio che ora è ai banchi del governo, sempre due sedie distante dal premier, per festeggiare la vittoria più potente, più forte, più clamorosa dei Cinquestelle di governo.
Baci e abbracci quando Roberto Fico annuncia il verdetto. La poltrona è a rischio per le ultime file. Anche i politici si dividono tra ricchi e poveri. Tra chi comanda e chi patisce. “Non ho problemi, per me già la ricandidatuira è una questione che devo valutare bene”, dice Paolo Sodano, grillino di Agrigento. E Luca Carabetta, compagno di fede residente in Val di Susa: “Un lavoro ce l’ho”.
Il taglio dei parlamentari è legge: 553 sì e solo 14 no
Alla fine è un plebiscito. Con una seduta di psicanalisi collettiva, la Camera taglia sé stessa. Lo fa con una maggioranza bulgara, con pochi precedenti: 553 favorevoli, 14 contrari e 2 astenuti. Alla quarta e ultima lettura, la riforma costituzionale voluta dai Cinque Stelle fa il pieno, ora è legge dello Stato. Dalla prossima legislatura il numero dei parlamentari sarà ridotto di oltre un terzo: la Camera passa da 630 a 400, il Senato da 315 a 200; nel complesso si scende da 946 a 600 eletti. A parte +Europa e alcuni “cani sciolti” la votano tutti. Ma proprio tutti: M5S, Pd, Italia Viva, Leu, Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia. Senza alcuna distinzione: quelli che prima erano contrari e ora sono favorevoli; quelli che prima erano in maggioranza e ora sono all’opposizione, quelli a cui piace e quelli a cui fa schifo.
La schizofrenia degli onorevoli non è tanto nell’automutilazione (molti perderanno il posto nella prossima legislatura) ma nell’incredibile rituale che l’accompagna. Nelle tre ore di dibattito sulla legge piovono critiche da destra, centro e sinistra (esclusi ovviamente i Cinque Stelle). Chi prende la parola ne descrive i limiti e gli aspetti critici. Quasi tutti sostengono che sia una norma demagogica, che crea problemi invece di risolverli. Ma alla fine dicono sì. Quando si illumina il monitor della votazione si accende un mare omogeneo di luci verdi: l’impatto cromatico è davvero inconsueto.
Il più lucido nel descrivere questo gesto di dissociazione collettiva è Simone Baldelli di Forza Italia: “Tutti gli interventi che ho ascoltato, per la loro consequenzialità logica, porterebbero a votare contro; non fanno altro che enumerare le mille ragioni per cui bisognerebbe votare contro. E invece alla fine c’è dichiarazione di voto a favore”. Il quadro è chiaro: i Cinque Stelle hanno voluto e imposto questa legge, gli altri vanno a traino: Pd, LeU e i renziani per “lealtà”, ovvero perché hanno un accordo con i grillini da cui dipende la tenuta del nuovo governo. La Lega perché in origine era nella maggioranza che aveva presentato la riforma (votandola nelle prime tre letture). Fratelli d’Italia e Forza Italia, perché non potevano mettere la faccia su un rifiuto che avrebbe “puzzato di Casta”.
Così prende forma il plebiscito riluttante. Il più scisso di tutti è il renziano Roberto Giachetti. Non è una novità: in passato – per “disciplina di partito” – aveva votato pure contro sé stesso, ovvero contro la legge sulle droghe leggere di cui era primo firmatario. Stavolta si supera: dice sì al taglio dei parlamentari ma allo stesso tempo si dichiara contrario e annuncia che da oggi raccoglierà le firme per il referendum confermativo. Anzi: “Se ci saranno le firme necessarie costituirò un comitato per il no a questa riforma”.
Nell’assurdo dibattito della Camera – cui assiste anche il premier Giuseppe Conte – non mancano momenti di puro teatro, come quello regalato dall’ex grillino Matteo Dall’Osso (ora in Forza Italia): “Sono proprio felice! Ma sono felice, felice, felice! Siete tutti qua, ma veramente, siete qualcosa di veramente meraviglioso! Voi vi volete castrare da soli, siete fantastici, ma veramente!”. Oppure quello dell’esimio Giorgio Silli, che annuncia il prezioso voto favorevole del gruppo “Cambiamo!-10 Volte Meglio”, una micro componente del Misto (e poi passa 10 minuti a smontare la legge pezzo per pezzo). Alcuni sbraitano (specie Sgarbi che parla di “stupro della democrazia” alludendo alla presunta violenza del figlio di Beppe Grillo), molti sbuffano, tutti alla fine dicono sì. Gli unici a esultare sono i deputati del Movimento Cinque Stelle, che festeggiano in piazza con paio di grandi forbici di cartone che tagliano un manifesto pieno di poltrone.
Volpi al Copasir fa arrabbiare “Giuseppi”
Ci è voluto un faccia a faccia tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni per sbloccare il nodo che si era creato nel centrodestra sulla presidenza del Copasir, che alla fine andrà a un leghista, Raffaele Volpi, ex sottosegretario alla Difesa nel Conte 1. Ed è proprio Giuseppe Conte ad aver messo lo zampino in questa vicenda. Ma andiamo con ordine.
Dopo la presidenza di Lorenzo Guerini (Pd), la guida del Copasir spettava all’opposizione di centrodestra. Lega o FdI, dunque, perché Forza Italia già vanta la guida della Vigilanza Rai. Così negli ultimi giorni è andato in scena un duro braccio di ferro tra Salvini e Meloni: il primo ha fatto tre nomi (Volpi, Molinari, Molteni), per poi convergere su Volpi, mentre Fdi ha sempre puntato sull’attuale vice presidente Adolfo Urso.
La situazione era di impasse, tanto che la Lega a un certo punto si è rivolta al suo ex alleato, il Movimento 5 Stelle. Che al Copasir vanta tre membri: Federica Dieni, Francesco Castiello e Antonio Zennaro. Il piano di Salvini è sembrato quello di riesumare l’alleanza giocando di sponda coi pentastellati per imporre il suo uomo, che sarebbe stato votato anche dal Pd: per prassi, il nome indicato dall’opposizione viene votato anche dalla maggioranza. Quando però inizia a girare questa voce, è il centrodestra a insorgere. “Non voglio credere che ci sia un tentativo in atto tra 5 Stelle e Lega”, avvisa Ignazio La Russa. “La presidenza del Copasir spetta all’opposizione, sarebbe molto grave se vi fossero interferenze dalla maggioranza”, afferma il forzista Maurizio Gasparri. Il tentativo però è in atto, tanto che la notizia arriva all’orecchio di Conte, che va su tutte le furie. Un remake dell’alleanza con la Lega da parte dei grillini non può essere possibile, significherebbe indebolire anche la sua leadership. “Vorrebbe dire che un sottile filo gialloverde tra M5S e Lega esiste ancora e che alla bisogna la vecchia maggioranza può essere riciclata”, osserva un esponente di FdI. Così, se qualche tentazione grillina di soccorso alla Lega c’è stata, è stato proprio Conte a stopparla. A quel punto al Carroccio è stato costretto a ricucire con gli alleati.
Da qui il summit con Meloni, in serata, per sbloccare l’impasse su Volpi. Resta ora da vedere quale sia stata la contropartita per il passo indietro di Fdi. Meloni infatti ieri ha acquisito un bel credito, che farà valere sulle trattative per le regionali. Qualcuno dice che avrebbe ottenuto la candidatura nelle Marche e in Puglia. Altri che avrebbe addirittura spuntato l’Emilia con Galeazzo Bignami al posto di Lucia Borgonzoni.
“Occhio a Trump”: Conte “invitato” a usare prudenza
C’è molta attenzione nel Pd per come Giuseppe Conte ha gestito e gestirà ancora il “caso William Barr”, ossia l’incontro avvenuto in Italia tra il ministro della Giustizia di Donald Trump e i servizi segreti italiani a proposito delle mail di Hillary Clinton hackerate dai russi e recapitate allo staff del presidente Usa. Già pochi giorni fa, ormai ex costola dei Dem, Matteo Renzi aveva “consigliato” al premier di affidare la delega sui Servizi segreti a persona di fiducia e comunque di affidarsi a competenze migliori delle sue.
Ieri è stata la volta di un vecchio conoscitore della politica e degli apparati italiani, Luigi Zanda, il quale ha dichiarato di non aver “ben compreso” se è vero che l’Italia, “su input di Conte, abbia chiesto all’amministrazione americana chiarimenti sui comportamenti dei Servizi italiani nel periodo di governo dei due ex Presidenti del Consiglio Renzi e Gentiloni che, per caso, sostengono il governo Conte”.
Zanda, come Renzi, mette il dito nelle contraddizioni di un caso che, nella ricostruzione dell’amministrazione Trump, sarebbe nato proprio con i governi di centrosinistra, aizzati dall’ex presidente Barack Obama per incastrare l’attuale inquilino della Casa Bianca. Mentre invece, i fatti raccontati dal rapporto Mueller, cioè l’indagine dell’Fbi contro il presidente Trump, dicono una cosa che sembra più lineare: nel 2016 tal Joseph Mifsud, avvocato collegato alla Link University di Roma (presieduta da Enzo Scotti e considerata molto vicina al M5S, ma in realtà dalle interlocuzioni più ampie) fece sapere al consulente internazionale della campagna elettorale di Trump, George Papadopoulos, dell’esistenza delle mail hackerate.
Ma ieri da palazzo Chigi l’ipotesi che il governo italiano abbia richiesto alle autorità americane informazioni sui Servizi italiani, è stata definita come “totalmente priva di fondamento”. Voglia di chiudere una politica come ha fatto anche Renzi dichiarando che a lui “non interessa fare polemica ma solo difendere la professionalità degli agenti dei Servizi”.
Ma nel Pd ci si preoccupa che l’azione del presidente del Consiglio si svolga “con la prudenza e la cautela” che un tal caso richiede. Il punto è che il ruolo giocato da Mifsud getta l’Italia dentro lo scontro che imperversa a Washington. “Sa perché Trump ha dovuto mandare Barr in Italia?” dice una fonte che ha ampie conoscenze nei Servizi: “Perché non può fidarsi dell’Fbi e nemmeno della Cia”.
Quel che viene rimproverato a Conte, aver propiziato l’inopportuno incontro tra il livello “politico” Usa, William Barr, e quello “operativo” italiano, i vertici di Dis, Aise e Aisi, ha dunque come genesi una manovra politica di Trump che cerca disperatamente di smontare il rapporto Mueller. Se Conte avesse promesso qualcosa agli Stati Uniti, si ragiona in ambienti della nostra Intelligence, e questo impegno non fosse onorato, “gli Usa non la prenderebbero bene e le conseguenze sarebbero molto imbarazzanti”.
Per questo ci si aspetta prudenza e un profilo basso. Le dichiarazioni di ieri sono apparse un po’ eccessive a chi ragiona come ragionano i vertici dei Servizi e la speranza è che ora Conte “faccia il Conte”, cioè si comporti con quella cautela e moderazione che lo ha caratterizzato. Perché nei rapporti tra i Servizi a livello internazionale non si scherza e lo scontro definitivo che si sta giocando negli Usa richiede il massimo della cautela.
Così come richiede cautela la gestione degli uomini dei Servizi stessi che da questa vicenda possono uscire ammaccati. In particolare il generale Vecchione, capo del Dis che finora è il vero consigliere diretto del premier in tema di Intelligence.
Ieri il premier, intervenendo proprio presso la sede del Dis per la cerimonia di assunzione dei nuovi arruolati al Sistema di Informazione per la sicurezza della Repubblica, ha ribadito la “piena fiducia nei vertici” cercando di rassicurare gli animi. Solo che a questo punto è importante sapere se e cosa è stato promesso a Barr e se l’equilibrio tra la politica, ovvero l’attuale quadro politico, e l’Intelligence permane o se invece è destinato a essere messo in subbuglio. In quel caso si aprirebbe una fase complicata per il governo.