Sentenza Montante: “Raffinate operazioni e potere occulto”

L’ex presidente di Confindustria Sicilia Antonello “Montante è stato il motore immobile di un meccanismo perverso di conquista e gestione occulta del potere che, sotto le insegne di un’antimafia iconografica, ha sostanzialmente occupato, mediante la corruzione sistematica e le raffinate operazioni di dossieraggio, molte istituzioni regionali e nazionali”. Sono le parole del gup di Caltanissetta, Graziella Luparello, nella sentenza di condanna in primo grado dello scorso maggio, a 14 anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione (pronunciata con rito abbreviato e dunque con lo scontro di un terzo della pena). Era, per il giudice, alla “direzione, promozione e organizzazione” di una vera e propria organizzazione ed entrava in rapporto con alte cariche della polizia, dell’Arma dei carabinieri, Guardia di Finanza e servizi d’intelligence, oltre che con la politica. Per questo motivo sono stati condannati in abbreviato l’ex funzionario della questura di Palermo Marco De Angelis (4 anni), l’ex funzionario del Servizio centrale operativo della polizia e oggi questore di Vibo Valentia Andrea Grassi (1 anno e quattro mesi) e l’ex colonnello della Guardia di Finanza di Caltanissetta Gianfranco Ardizzone (3 anni). A Caltanissetta invece sono imputati, nel processo che si svolge con rito abbreviato, il generale dei carabinieri ed ex direttore dell’Aisi (i servizi segreti interni) Arturo Esposito, l’ex presidente del Senato Renato Schifani, l’ex capocentro della Dia di Palermo e colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata. Il questore di Roma Carmine Esposito è indagato a Palermo per rivelazione di segreto.

Montante, scrive il gup, di “mestiere faceva il ricattatore seriale”, impegnato nella “raccolta incessante di dati riservati, documenti e registrazioni di conversazioni”. Un archivio segreto custodito in un bunker, nascosto dentro casa, con documenti cartacei e cd-rom, dove erano catalogate lettere, telegrammi, email, sms, l’elenco dei regali fatti, contributi concessi, persino fotografie scattate insieme ai ministri, politici, capi della polizia, vertici di tutte le forze dell’ordine e magistrati. Quella di Montante, scrive il giudice, era una “mafia trasparente, apparentemente priva di consistenza tattile e visiva, e perciò in grado di infiltrarsi eludendo la resistenza delle misure comuni”, che gli ha permesso di presiedere UnionCamere, Sicilindustria e arrivare alla vicepresidenza della Confindustria nazionale, più l’investitura a cavaliere del lavoro, e le nomine al consiglio direttivo dell’Agenzia dei beni confiscati e reggente censore nel consiglio di Palermo della Banca d’Italia.

“Buttiamo 150 anni di antimafia. Così non parla nessuno”

Nicola Gratteri, procuratore capo a Catanzaro, entra ed esce dal carcere per una serie di interrogatori di ‘ndrangheta. “Ho appena saputo della sentenza sull’ergastolo. In ambito europeo l’Italia conta pochissimo, anche piano normativo, e ogni tentativo di omologare i Codici produce accordi o verdetti al ribasso. Nel resto d’Europa le nostre mafie vendono coca e comprano tutto ciò che è in vendita, di solito senza sparare, così nessuno avverte pericolo. E le istituzioni europee, molto attente al piano bancario e monetario, politicamente e giudiziariamente non esistono. E noi quali codici antimafia dovremmo applicare? Quelli della Lettonia o della Scandinavia?”.

I giudici di Strasburgo invitano l’Italia a modificare l’ergastolo ostativo per concedere benefici penitenziari ai condannati irriducibili.

I mafiosi tireranno un bel sospiro di sollievo. É passata l’idea che puoi commettere qualunque crimine, anche il più abietto, poi alla fine esci di galera. Un principio devastante che non possiamo permetterci di accettare: cancellerebbe 150 anni di legislazione antimafia. Per motivi culturali, ma anche pratici, viste le conseguenze che avrebbe non solo in Italia. Ma in tutta Europa.

Ce le illustra?

Quello che questi giudici non capiscono è che un capomafia resta tale per tutta la vita. Anche se è detenuto da decenni, anche se è vecchio e malato, anche se è paralizzato in sedia a rotelle, continua a comandare e a dare ordini muovendo gli occhi. Tanto, mica deve fare le gare di sollevamento pesi. La sua unica forza è l’omertà. L’importante, per i mafiosi, è che non abbia mai detto una parola. Il solo fatto di non aver mai parlato gli vale il rispetto e la perpetuazione del potere nella sua organizzazione.

E l’ergastolo ostativo?

Unito all’isolamento del 41-bis, è la garanzia che il boss non uscirà mai e non potrà esercitare il potere. Dunque rimane un capomafia “in sonno”, come i massoni. Se cade questa barriera, crolla tutta la lotta alla mafia. Basta la prospettiva di uscire un giorno o l’altro, anche fra 10 o 15 anni, perchè un boss torni a essere un capo a tutti gli effetti.

L’ergastolo ostativo, associato al 41-bis, è anche la molla per indurre molti mafiosi a collaborare.

Sono essi stessi a confessarcelo. Nessuno, salvo rare eccezioni, si pente per ragioni morali, religiose, ideologiche, né la legge lo chiede. Chi parla lo fa per convenienza: perché vuole tornare dalla moglie, perché ha figli piccoli e vuole vederli crescere, perché non sopporta l’isolamento o l’idea di lasciare il carcere solo da morto, perché vuole rifarsi una vita, perchè sogna di spirare nel proprio letto. Se ora, dopo questa sentenza, venisse modificata la norma italiana del carcere ostativo e anche i mafiosi irriducibili potessero ottenere permessi e altri benefici, l’aspettativa o la speranza di tornare a casa, anche per qualche giorno, e soprattutto di morire nel proprio letto, senza dire una parola, perchè mai dovrebbero collaborare?

Crolleranno le collaborazioni?

È inevitabile. Se sai di uscire anche senza collaborare, stringi i denti a bocca chiusa, resisti ancora qualche anno e intanto guadagni meriti agli occhi dell’organizzazione criminale, perchè conterai sempre più, prima o poi tornerai a comandare e morirai nel tuo letto. Ma c’è un’altra conseguenza gravissima.

Quale?

Chi oggi è all’ergastolo ostativo e al 41-bis, messo inevitabilmente da parte perchè condannato a restare in cella a vita e dunque impossibilitato a esercitare il potere, aumentarà a dismisura la propria influenza e tornerà al centro dell’attenzione della sua cosca, visto che in futuro uscirà. Inizierà a inviare a chi sta fuori le sue ambasciate, che avranno un peso enormemente più forte, visto che fra qualche anno potrà chieder conto, da capo e da libero, della loro eventuale inosservanza a chi non gli avesse obbedito.

Falcone e Borsellino l’avevano capito, e lo pagarono con la vita.

Avevano capito che, per spezzare l’omertà, non c’è che l’ergastolo vero, quello che si chiama “ostativo”, anche se molti gattopardi fingono di dimenticarsene: hanno sempre in bocca Falcone e Borsellino quando gli conviene per farsi belli nelle parate e nei convegni. Ma poi, all’atto pratico, si guardano bene dallo sposarne il progetto intero: ne prendono qualche brandello a scopo autopromozionale. Nel ‘92 Falcone almeno non sapeva di morire, non ci pensava, la fase acuta della sua sovraesposizione era passata, lavorava al ministero da perdente, perchè era stato sconfitto, anche se poi alla sua morte tutti i gattopardi si affrettarono ad abbracciarne il cadavere. Ma Borsellino sapeva che sarebbe stato ammazzato, e visse quei due mesi scarsi fra Capaci e via d’Amelio pensando ogni giorno che sarebbe morto. Iniziò a morire, psicologicamente ancor prima che fisicamente, quando tornò a Palermo da Roma e capì che il potere reale l’aveva scaricato. Noi cerchiamo di tenere viva la loro lezione perchè i morti non si possono difendere. Ma dobbiamo difenderli soprattutto dai gattopardi che se ne appropriano per tradirli meglio, ammantandosi di “progressismo” e “garantismo”. Per fortuna, il giochino di costoro è complicato da un fatto che non avevano previsto: la memoria di Falcone e Borsellino ha contagiato migliaia di giovani che continuano ad affollare le manifestazioni antimafia.

Questa sentenza avrà molti consensi anche in Italia.

Certo, piacerà a chi si spaccia per “progressista” e “garantista” per interessi inconfessabili o anche soltanto per seguire la moda. A chi racconta che un sistema legislativo come quello antimafia italiano che rende non conveniente delinquere, non è “progressista”. Ma è retrogrado, è “fascista”. L’antimafia delle parole va bene a tutti. Quella dei fatti, che ti costringe a metterci la faccia e a rischiare, piace a pochi.

Bagarella, Sandokan e il vecchio Cutolo: 955 “fine pena mai”, i capimafia sono 1 su 4

Gli ergastolani che non possono accedere ai benefici perché non hanno mai voluto collaborare con la giustizia e hanno di conseguenza il cosiddetto ergastolo ostativo sono quasi due terzi di chi è stato condannato al carcere a vita.

Su 1796 ergastolani, i detenuti con l’ostativo che impedisce permessi premio e pene alternative come i domiciliari e la libertà condizionata, sono 955, secondo dati del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Quasi cinque anni fa, a gennaio 2015, erano 855. Di questi 955, secondo i dati più recenti e disponibili, i boss mafiosi con ergastolo ostativo e pure al 41 bis, sono 251 su oltre 700 complessivi sottoposti al regime del carcere duro.

Fra loro, capi storici e stragisti di Cosa nostra come il cognato di Totò Riina, Leoluca Bagarella, il capomafia di Catania Nitto Santapaola, Giuseppe Graviano, Piddu Madonia. Hanno anche l’ergastolo ostativo camorristi del calibro di Raffaele Cutolo (da oltre 25 anni in isolamento), Francesco Schiavone detto Sandokan, Michele Zagaria e Giuseppe Setola. Fra i 955 ergatsolani con l’ostativo ci sono pure boss della ’ndrangheta calabrese come Domenico e Pasquale Condello, Rocco Pesce, Antonino Imerti e così via.

Dei detenuti che non possono accedere ad alcun beneficio fanno parte anche molti del cosiddetto circuito di alta sicurezza “As1”, cioè condannati per associazione mafiosa, che sono stati al 41 bis, a cui non è stato prorogato il carcere duro ma che sono considerati ancora boss pericolosi se dovessero poter comunicare con l’esterno. A ottobre 2019, secondo dati Dap, sono 163.

Rimanendo nell’ambito degli ergastolani con l’ostativo, condannati per aver fatto parte della criminalità organizzata ma che sono scesi, per così dire, nella scala della pericolosità, sono in 442 coloro che si trovano nel circuito alta sicurezza denominato “AS3”.

Invece, i detenuti con l’ergastolo ostativo condannati per eversione e terrorismo sono 17 e sono nel circuito denominato “As2”. Fra loro c’è Nadia Desdemona Lioce, delle “Nuove Brigate Rosse”, coinvolta negli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi.

L’ergastolo ostativo fu concepito proprio per dare una possibilità di scelta ai boss mafiosi, la stragrande maggioranza di questo tipo di popolazione di detenuti, di subire le conseguenze di restare fedeli a Cosa Nostra o di collaborare con lo Stato, come ha ricordato anche l’ex procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ed ex giudice a latere del Maxiprocesso di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non a caso, come hanno raccontato diversi magistrati nei giorni scorsi al Fatto Quotidiano, dall’approdo del Maxiprocesso in Cassazione, in poi, anche con il famoso “papello” allo Stato di Totò Riina , il chiodo fisso di Cosa Nostra è stato quello di ottenere l’abolizione dell’ergastolo ostativo per poter sperare nei benefici e quindi evitare di morire in carcere. O peggio ancora per evitare che sempre più boss abbiano la “tentazione” di diventare pentiti.

Italia-’ndrangheta in Europa: la Cedu fa vincere il boss Viola

L’Italia sconfitta a Strasburgo. La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha respinto il suo ricorso. Ora la parola passa a Roma, alla Corte costituzionale.

Ieri cinque giudici della Grand Chambre di Strasburgo hanno ritenuto non ammissibile il ricorso italiano contro la sentenza Cedu sul cosiddetto ergastolo ostativo del 13 giugno 2019.

L’ergastolo ostativo è il carcere a vita senza sconti di pena né benefici (lavoro fuori dal carcere, permessi premio, misure alternative alla detenzione), applicato in Italia per reati gravissimi, come l’associazione mafiosa o il terrorismo, quando il condannato non collabori con la giustizia. È regolato dall’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, contro cui ha fatto ricorso un detenuto italiano, Marcello Viola (condannato per omicidi plurimi, occultamento di cadavere, sequestro di persona e detenzione di armi) a cui erano stati rifiutati due permessi premio e la libertà condizionale. Il 13 giugno 2019 la Corte europea gli ha dato ragione, stabilendo che l’articolo 4 bis viola l’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani, quello che vieta la tortura e le punizioni inumane e degradanti.

Ora che i cinque giudici europei hanno detto no alla richiesta d’appello del governo, la sentenza “Viola contro Italia” diventa definitiva. Che cosa cambia? Le decisioni della Cedu non hanno effetto vincolante, ma dovrebbero spingere i 47 Paesi membri del Consiglio d’Europa ad adeguare le legislazioni nazionali alle sentenze della Corte. L’Italia dovrebbe dunque riformare l’ordinamento penitenziario, cancellando l’articolo 4 bis e non subordinando più i benefici carcerari alla collaborazione con la giustizia. La sentenza non impone però alcun obbligo a risarcire i condannati che lo chiedano, perché i giudici europei il 13 giugno non hanno liquidato il danno a Viola, ma gli hanno solo riconosciuto un rimborso di 6 mila euro per le spese.

Vincolante sarà invece la sentenza della Corte costituzionale italiana, che tra due settimane, il 22 ottobre, si pronuncerà sul caso di Sebastiano Cannizzaro, condannato per associazione mafiosa. Deciderà se è incostituzionale la carcerazione che esclude i permessi premio.

In realtà, l’istituto dell’ergastolo ostativo è già stato più volte ritenuto conforme ai principi costituzionali di ragionevolezza e di tendenziale finalità rieducativa della pena: perché solo la scelta di collaborare dimostra la dissociazione del condannato dal contesto mafioso, mentre la determinazione a non collaborare dimostra la persistenza del legame criminale. Chi collabora può uscire dall’ergastolo ostativo. E lo supera anche chi non può più collaborare perché ha avuto una “limitata partecipazione al fatto criminoso” o perché non può più aggiungere nulla di nuovo a quanto già scoperto dalla giustizia. Per questo molte voci autorevoli dell’antimafia, da Nino Di Matteo a Sebastiano Ardita, da Gian Carlo Caselli a Luca Tescaroli, da Federico Cafiero De Raho a Pietro Grasso, hanno difeso il sistema antimafia vigente, nato dalle intuizioni di Giovanni Falcone, sostenendo che è sperimentato ed efficace e che garantisce il percorso rieducativo del condannato, perché fa cessare il blocco dei benefici carcerari quando il condannato, collaborando, dimostri di aver rotto il legame con l’organizzazione criminale a cui apparteneva. Ora la sentenza Viola ritiene inammissibile che la sola mancanza di collaborazione possa dimostrare che il condannato non abbia reciso i legami mafiosi, perché quella scelta potrebbe essere dettata anche dalla paura di mettere a rischio la propria vita e quella dei propri congiunti.

Soddisfatti della decisione Cedu i radicali di “Nessuno tocchi Caino”: “È un pronunciamento storico”. Contrariato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: “Non condividiamo nella maniera più assoluta questa decisione, ne prendiamo atto e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano e una scelta che lo Stato ha fatto tanti anni fa: una persona può accedere ai benefici a condizione che collabori con la giustizia”. Il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra: “La Cedu ha deciso di andare allo scontro con l’Italia”.

Il senatore Pietro Grasso ricorda che “l’abolizione dell’ergastolo era uno dei punti del papello di richieste che Riina pretendeva dallo Stato per fermare le stragi”. E Maria Falcone: “Rivolgo un appello alla politica perché trovi una soluzione che non vanifichi anni di lotta alla mafia”.

La sentenza-papello

Se Totò Riina avesse saputo che era così semplice cancellare l’ergastolo, nel 1992 si sarebbe risparmiato le stragi, le trattative con lo Stato, forse anche l’arresto e sarebbe morto nel suo letto. Non aveva previsto, uomo di poca fede, che un giorno sarebbero arrivate la Corte europea dei diritti dell’uomo e poi in appello la Grande Chambre a trasformare l’Italia nell’Eldorado di mafiosi e terroristi, spazzando via la loro bestia nera: l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario che esclude dai benefici carcerari (permessi, semilibertà, liberazione condizionale, liberazione anticipata, lavoro esterno) i condannati a vita per i delitti più gravi. Un verdetto sciagurato che trasformerà l’ergastolo in una burletta, farà sparire i collaboratori di giustizia e rimetterà in sella i boss irriducibili grazie all’aspettativa di uscire un giorno di galera. A meno che il governo, il Parlamento, la Consulta e i giudici italiani non se ne infischino dell’invito a smantellare l’antimafia e l’antiterrorismo per evidenti esigenze di sicurezza nazionale, come sarebbe sommamente doveroso, finchè a Strasburgo non siederanno giudici più competenti e meno scriteriati.

L’articolo 4-bis detto “ergastolo ostativo” per facilitare la comprensione ai cialtroni che ancora s’indignano se “fine pena mai” vuol dire “fine pena mai”- fu introdotto nel 1992, dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio: Falcone e Borsellino dovettero morire ammazzati perchè lo Stato si dotasse delle armi antimafia che da vivi avevano chiesto mille volte, invano. Anch’essi, se avessero previsto la sentenza di ieri, si sarebbero forse risparmiati quella fine terribile. Eppure era chiaro a tutti che, per spezzare il vincolo di omertà che garantisce lunga vita e impunità ai clan, occorreva una controspinta formidabile a parlare, almeno pari alla convenienza a tacere e alla paura delle vendette trasversali. Quella controspinta i due giudici (e molti altri con loro) la individuarono in una “tenaglia” a due ganasce: ampi benefici per chi collabora con la giustizia, rischiando la propria pelle e quella dei propri famigliari; e l’ergastolo vero, duro e isolato, senza sconti né scappatoie, per chi tace. Risultato: migliaia di “pentiti” in pochi anni fecero luce almeno sulla manovalanza mafiosa delle stragi, aiutando lo Stato a catturare centinaia di boss, killer e favoreggiatori, a dare un nome a migliaia di colpevoli di delitti insoluti, a sequestrare montagne di armi e soldi.

Poi, faticosamente e fra mille ostacoli, presero a svelare le verità più indicibili, di cui pochissimi erano a conoscenza, sulla trattativa e i mandanti esterni. E lì partirono le controriforme all’insegna del cosiddetto “garantismo” di destra, di centro e di sinistra, sempre a vantaggio dei colpevoli e mai delle vittime.
Riina aveva subito colto gli effetti devastanti della tenaglia studiata da Falcone e Borsellino. Infatti, ai primi vagiti del decreto Scotti-Martelli sul 41-bis (e il 4 bis), varato dopo Capaci ma poi accantonato in Parlamento fino a via d’Amelio, aveva messo nero su bianco nel “papello” della trattativa con il Ros che le stragi sarebbero finite solo con l’abolizione dell’ergastolo e del 41-bis, cioè del carcere duro ed eterno: ne andava della sopravvivenza di Cosa Nostra, legata a filo doppio alla regola aurea dell’omertà. Lo sapevano e lo sanno tutti: tranne la Cedu e la Grande Chambre, col contorno dei “garantisti” più o meno pelosi all’italiana. Eppure, a queste anime belle perse nell’astrattismo di un diritto iperuranico, ignorante e sganciato dalla realtà, basterebbe leggere i messaggi e gli avvertimenti di boss come Giuseppe Graviano, che da dieci anni minaccia di parlare (non solo nei conciliaboli col compagno di ora d’aria, ma anche a verbale) se non saranno rispettate le promesse fatte nel 1992-’94 e sempre (in parte) tradite. Ora anche lui si batterà una mano sulla fronte: anzichè faticare le sette camicie a ricattare B. e Dell’Utri, gli bastava inoltrare una domanda in carta bollata a Strasburgo.

L’anti-inno alla gioia dei chiaroscuri Wilco

Jeff Tweedy è un artista che possiede un gusto perverso per le antinomie. Nel cinquantaduenne musicista americano da sempre si bilanciano in equilibrio instabile la paura del buio e l’ambizione alla luce, la speranza e il disincanto velato da amarezza. Non sorprende quindi che abbia intitolato la propria autobiografia (pubblicata in Italia da Big Sur, da leggere per scoprire un insospettato talento del raccontarsi anche con la parola scritta) Let’s Go (So We Can Get Back), e che il nuovo album in studio dei suoi Wilco, l’undicesimo in un quarto di secolo, sfoggi in copertina un ironicamente pomposo (che Beethoven lo perdoni) Ode to Joy. Un “inno alla gioia” che non ha nulla di epico né di liberatorio, pur rifuggendo dalla cupezza che invece sembra affliggere molta produzione musicale odierna.

I tempi sono duri per tutti e le nuove canzoni dei Wilco non offrono ricette salvifiche. Se non un sincero invito a ritrovare l’empatia tra esseri umani, a provare a forzare quella bolla claustrofobica che anche la tecnologia contribuisce a costruirci attorno restringendo lo spazio collettivo (“I’m worried about the way we’re all living, If I stay in bed all day, I won’t escape my domain” canta Tweedy in One and a Half Stars), a rinfocolare il desiderio di cambiare. In Ode to Joy i Wilco non evolvono verso qualcosa di ignoto, ma appunto “vanno avanti in modo da tornare indietro”, riscoprendo una felice ispirazione che nei precedenti, poco focalizzati e poco rifiniti, Star Wars e Schmilco sembrava inesorabilmente perduta. Un ottimo disco, che con gli ascolti ripetuti avvolge e affascina nonostante la veste spoglia e i toni chiaroscurali. Canzoni fatte da tessiture morbide ma non banali, nelle quali fuoriclasse come il chitarrista Nels Cline e il batterista Glenn Kotche che inizialmente sembrano sotto-utilizzati contribuiscono con sobrietà e tocchi essenziali ma decisivi. Un anti-inno alla gioia dal quale paradossalmente si esce rinfrancati nonostante le contraddizioni tipiche di Tweedy. Come dice il titolo di uno dei brani migliori, “l’amore è dappertutto: fate attenzione”.

La poesia di Cave rende il dolore più sopportabile

La prima reazione al nuovo lavoro dell’artista australiano è il pudore. Dinanzi a un dolore così lancinante e per nulla razionale quale la perdita di ciò che più di caro si ha al mondo ci si pone in punta di piedi cercando di comprendere e seguire il filo dall’artista per elaborare il lutto. Ghosteen dipana e porta a compimento quanto iniziato con Skeleton Tree: è un album diviso in due parti, i temi sono stati scritti dall’autore stesso: “La prima parte sono i bambini, la seconda i genitori, Ghosteen è uno spirito migrante”. La dedica è tutta per Arthur, il figlio caduto da una scogliera quattro anni fa, in preda a una crisi da acido. Il vuoto ha spinto il cantautore a scavare nel profondo con una tale forza da portare a compimento forse la migliore opera della sua carriera. Epico e monumentale con una grande spiritualità – anche se frastagliata e mai lineare – e intriso di compassione e dolore, Ghosteen potrebbe accostarsi per certi versi ai grandi capolavori musicali con un grande tema d’ispirazione, da The Wall ad opera di Waters sino a Sign o The Times di Prince, passando per i grandi album di Dylan e di Joni Mitchell. Poesia e riferimenti al mondo invisibile, enigmi da decifrare e cerniere tra il mondo fisico e ciò che non riusciamo a comprendere. È proprio la poesia sembra essere la chiave per sublimare un dolore altrimenti insopportabile e per non perdere definitivamente la bussola della mente, soprattutto per affrontare la quotidianità con un fardello non comune. E, in un momento storico nel quale sembra fuori luogo affrontare il tema della morte in pubblico per mancanza di coraggio, il segnale di Cave è controcorrente rispetto all’abitudine di rimuovere ciò di cui non si vuole parlare. Del resto l’artista ha creato un portale (Red Hand Files) per dialogare a 360 gradi con i fan su qualunque argomento senza filtri e fronzoli su vita privata e pubblica e proprio in questo contesto ha anticipato l’uscita del disco. L’unica soluzione accennata sembra essere la conquista della pace interiore, sia attraverso l’immagine di Buddha presente nella finale Hollywood o attraverso un percorso interiore laico nell’apertura di Spinning Song. E la musica? Gran parte della svolta elettronica e acustica è senza dubbio merito di Warren Ellis. La potenza del suono è paradossalmente il suo candore, vibrazioni soffici come neve. La musica risulta l’accompagnamento a uno speech sul modello di Dylan ma con l’aggiunta di una sottile impermeabilità degna del migliore Eno.

Le foto dell’album di Matt Thorne mostrano un Nick Cave in bianco e nero, in un paesaggio desolato ma calmo, vicino al mondo spirituale evocato dal suo amico Wenders nel Cielo sopra Berlino. Come un metaforico paio di occhiali per cercare di vedere oltre l’apparente dolore, in un parallelo universo nel quale ritrovare l’essenza delle persone amate.

Ciak, si rigira. Da Rosy Abate a Dallas, i fan resuscitano gli eroi

Morte rinviata causa proteste dei fan. Ciak, si rigira: l’ultima vittima – o meglio rediviva – dei malumori social è Rosy Abate, protagonista della fiction omonima giunta alla seconda stagione. Rumors la davano per spacciata nel prossimo episodio di venerdì, e apriti cielo: il popolo del web ha tempestato il produttore Pietro Valsecchi di mail contrariate, rabbiose, minacciose, tanto da far riscrivere il finale. “Stiamo rilavorando al montaggio dell’ultima puntata, per favore ora non inondatemi più di messaggi”, ha spiegato il patron di Taodue.

La regina della malavita siciliana, nata nella precedente fiction Squadra antimafia, non è il primo personaggio a resuscitare dopo le rimostranze di spettatori e/o lettori: il caso più eclatante è quello di Bobby Ewing in Dallas, fatto sparire in un incidente stradale nel 1985 perché l’attore (Patrick Duffy) si era stancato del ruolo. A quel punto anche gli aficionados si stancarono della soap e gli autori furono costretti a riesumare Bobby, facendo finta che la morte fosse solo un incubo della moglie. In Italia, invece, il primo a scatenare in absentia l’indignazione dei fan è stato Corrado Cattani, il commissario de La piovra, interpretato da Michele Placido e freddato – nella finzione – da 137 pallottole a soli 47 anni. Sul fronte dei buoni, e dei poliziotti, non è solo: Luigi Alfredo Ricciardi – creato dalla penna di Maurizio De Giovanni – è da poco uscito di scena ne Il pianto dell’alba (Einaudi). Dopo le proteste dei lettori – con tanto di mobilitazioni in libreria – il giallista ha accennato un timido passo indietro: “Il ciclo si è chiuso, però non escludo che tra due o tre anni io possa andare a trovare Ricciardi… Potrei raccontarlo in una fase storica diversa”.

Non l’hanno spuntata invece i fan di Game of Thrones che, a maggio, hanno linciato gli autori per il finale: la loro petizione su Change.org ha ottenuto quasi un milione di sottoscrizioni, mentre la casa di produzione Hbo ha provato a rilanciare, annunciando un episodio pilota, una serie prequel e due libri dell’autore del romanzo originale, George R.R. Martin, che racconteranno in modo diverso il finale del Trono.

Più saggia, o forse furba, è stata J. K. Rowling, consapevole delle pressioni dei fan sulla sopravvivenza di Harry Potter: “Ho sempre saputo che la sua storia sarebbe finita col settimo libro – dichiarò nel 2007 prima dell’uscita dei Doni della morte –, ma dirgli addio è stato più duro del previsto”, guardandosi bene, però, dall’uccidere il suo maghetto-tesoretto. Al contrario, i creatori di Gomorra, la serie, si sono sbarazzati del cattivone Ciro Di Marzio nella terza stagione. I commenti sui social non sono stati teneri, da “Vi odio” all’insuperabile, lucidissimo “Vi conviene farlo resuscitare o fallite”. Detto fatto, a fine anno arriverà lo spin-off L’immortale, diretto e interpretato da Marco D’Amore, alias Ciro.

Tra i classici, il redivivo più celebre resta Sherlock Holmes: Conan Doyle lo uccise ne L’Ultima avventura, salvo poi ravvedersi per gli insulti dei lettori, riesumandolo ne L’avventura della casa vuota con la scusa della sparizione voluta dal governo britannico. Poirot se ne va in Sipario, ma la volitiva Christie se ne infischiò delle rimostranze dei fan: odiava l’investigatore belga, e lui si vendicò portandola con sé nella tomba tre settimane dopo l’uscita del libro. Stessa sorte infausta – senza resurrezione alcuna – è toccata a Manuel Vázquez Montalbán, morto quasi contemporaneamente al suo Pepe Carvalho, e a Jean-Claude Izzo, spirato poco dopo il suo Fabio Montale. Entrambi erano amici di Andrea Camilleri: per questo, pare, il siciliano non ha mai dato alle stampe l’ultima indagine di Montalbano, defunto e polveroso solo nei cassetti della Sellerio. Laddove non arrivano i fan, ci pensa la scaramanzia.

Gli eroi anti-Isis: “Usa traditori, non potete lasciarci così”

All’alba l’incubo si è trasformato in realtà. Pochi minuti prima che il sole cominciasse a sorgere a Rojava, l’area a maggioranza curda nel Nord Est della Siria, viene pubblicato il comunicato stampa della Casa Bianca che non lascia equivoci. Il presidente americano Donald Trump ha dato il via libera alla Turchia a invadere. La notizia corre sui media di informazione locale, poi messaggi e telefonate. E in meno di un’ora l’incredulità si trasforma in rabbia. Centinaia di persone si sono immediatamente radunate nelle città di Serekanye e Tal Abyad, lungo il confine con la Turchia, nei punti dove erano stanziati alcuni mezzi militari americani. “Non lasciateci”, hanno cominciato a urlare. Ma i motori dei blindati erano già accesi, pronti a partire. A nulla sono servite le proteste e le grida. “Traditori, avevate promesso di difenderci, non ci potete lasciare così”. E invece lo hanno fatto, al loro posto in serata sono arrivati mezzi delle Forze Democratiche Siriane (la siglia internazionale è Sdf, Sirian Democratic Forces). La gente è subito scesa in piazza. Da Kobane a Derik. Decine di migliaia di persone in corteo per dire “no alla guerra” e affermare la volontà di difendere la rivoluzione che va avanti dal 2012, e l’esperimento di autogoverno attuato grazie al Confederalismo Democratico. “Combatteremo fino all’ultimo respiro”. Con il passare delle ore gli appelli si moltiplicano: dalla comunità cristiana all’assemblea delle donne, tutti avvertono delle conseguenze “non solo per la Siria, ma per tutto il mondo”. In tardo pomeriggio un gruppo di giovani si è radunato davanti agli uffici delle Nazioni Unite a Qamishli, la città principale del Rojava, per condannare l’operazione militare turca a cui è già stato dato un nome: “Fontana di Pace”. Un’ironia amara dopo che l’operazione “ramoscello di ulivo” nel gennaio 2018 ad Afrin, una zona sempre a prevalenza curda, ha portato all’uccisione di migliaia di civili.

La Turchia è stata accusata da diverse organizzazioni umanitarie, incluse Amnesty International e Human Right Watch, di crimini di guerra: rapimenti, arresti, violenze, saccheggi. Quasi 170 mila persone hanno dovuto lasciare le proprie case poi rioccupate da milizie islamiche. La paura è proprio questa. “Non lasceremo che si ripeta quello che è accaduto ad Afrin” ripetono gli ufficiali delle Fds, una coalizione di milizie curde e arabe che ha combattuto la guerra contro lo Stato Islamico e tutt’oggi impegnate a proteggere la regione che conta oltre cinque milioni di persone. “Ci difenderemo a ogni costo”, spiega un comunicato nel pomeriggio. La verità è che per molti ufficiali delle Fds questa è stata una “coltellata alle spalle”, soprattutto dopo aver ceduto alle pressioni per smantellare le postazioni di difesa su pressione di Washington che avrebbe dovuto proteggere la regione dalla Turchia. “Gli Stati Uniti dovranno spiegare alla popolazione perché non hanno onorato i loro impegni”, ha detto Mustafa Bali, portavoce delle Fds. Le minacce turche erano già cominciate a fine luglio. L’incursione era stata scongiurata solo grazie all’intervento della coalizione internazionale, e in particolare degli Stati Uniti, che ha implementato un meccanismo di sicurezza sul confine, obbligando le Unità di Protezione del Popolo (Ypg) a smantellare le fortificazioni e arretrare una trentina di chilometri dal confine dove Ankara aveva già costruito il terzo muro più lungo al mondo. Per ben tre volte i mezzi blindati Usa accompagnati da un convoglio di turchi aveva effettuato delle ricognizioni sul territorio siriano. Poi, la scorsa notte, la svolta. Oltre a quello che succederà ai civili c’è anche il grande timore per le quasi 90mila persone affiliate allo Stato Islamico che sono in prigione e nei campi. Le Fds hanno annunciato che non hanno il personale per tenere sotto controllo la situazione vista l’imminente invasione e temono che questa situazione dia una nuova spinta alle cellule dormienti. Il 30 settembre, in un audio il leader di Isis Abu Bakr al-Baghdadi, aveva incitato alla rivolta. Nei campi non aspettavano altro che l’incursione turca. “Arriveranno a liberarci”, ha spiegato una donna inglese a fine agosto. “E lo Stato Islamico vivrà un nuovo giorno”.

Trump si fa più in là. Erdogan e il piano di una Siria senza curdi

La trattativa iniziata con una telefonata nel dicembre scorso tra il presidente americano Donald Trump e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, per discutere del ritiro delle truppe americane dalla fascia settentrionale della Siria a est del fiume Eufrate, a maggioranza curda, e la realizzazione di una zona cuscinetto, sembra ormai conclusa a favore del Sultano. Dopo una telefonata avvenuta lo scorso agosto e un’altra nella serata di ieri tra i due presidenti, Trump ha dichiarato che i soldati americani – circa 2.000 – stanno lasciando il Rojava (il nome con cui i curdi chiamano questa parte del territorio siriano al confine con la Turchia). Nonostante il Pentagono sia ancora parzialmente contrario alla fuoriuscita dei soldati americani, la decisione di Trump è prevalsa anche grazie alle dimissioni durante questi 11 mesi di alcuni falchi dell’amministrazione come l’ex ministro della Difesa Mattis e il consigliere per la sicurezza Bolton che si erano fermamente opposti. Per motivare il suo “regalo” al Sultano e tentare di zittire gli alleati, come l’Unione Europea, che ha criticato la decisione, Trump ha scritto alcuni tweet in cui ha spiegato che le milizie curde non sono state tradite dagli Usa. “Li abbiamo pagati profumatamente per combattere al nostro fianco contro l’Isis”, ha sottolineato The Donald.

L’Unità di Protezione del popolo curdo nota con l’acronimo Ypg, ovvero la spina dorsale delle Forze Democratiche Siriane, Sdf – che comprendono anche gruppi di arabi siriani – commenta con il portavoce delle Sdf, Gabriel Kino: “La decisione di Trump è una pugnalata alla schiena”, ha esordito Kino. “Resta il fatto che, per quanto abbiamo saputo finora, i soldati americani si ritireranno solo dai punti di osservazione lungo il confine e dentro la zona cuscinetto che ancora noi non sappiamo con certezza quanto sarà profonda. Che sia profonda 32 chilometri, come vuole Erdogan, o 5 chilometri come vorrebbe il Pentagono, i soldati statunitensi rimarranno nella zona che sarà ancora sotto il nostro controllo, che comprende l’ultima propaggine del Rojava e la zona di Raqqa”. Secondo Kino, parte dei soldati americani rimarranno in questa area in quanto membri della coalizione internazionale formatasi nel 2014 per combattere con i curdi contro l’Isis. All’interno della coalizione, ancora operativa, ci sono oltre ai soldati americani anche inglesi, francesi, canadesi e tedeschi. A convincere Trump a rompere gli indugi, secondo molti osservatori internazionali, è il tentativo di mostrare ai propri elettori che sta realizzando ciò che ha promesso nella sua prima campagna elettorale, ovvero di riportare a casa i soldati impegnati sui fronti mediorientali, come per l’appunto la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan. Ma finora il piano non gli è riuscito e “tradire i curdi” è la soluzione più facile. Trump, che spera nella rielezione l’anno prossimo, si trova in una posizione più debole rispetto ai mesi scorsi a causa della procedura di impeachment per la questione Ucraina. Erdogan e Trump si incontreranno a Washington a novembre quando si capirà probabilmente cosa il presidente turco abbia offerto a Trump in cambio del sostegno alla sua richiesta di stabilire una zona cuscinetto nel Rojava. Di certo si sa ciò che Erdogan ha offerto alla Russia per il via libera all’annientamento dei curdi dello Ypg: Idlib, la provincia nell’ovest siriano roccaforte dei jihadisti di al Qaeda dove l’esercito turco ha ottenuto mesi fa di stabilire un’altra zona di sicurezza senza però riuscire a convincere i terroristi islamici a deporre le armi. Ci sono altre due ragioni per cui Erdogan ha pressato Trump a effettuare il ritiro e a permettere al proprio esercito di entrare in un territorio sovrano. La prima riguarda l’obiettivo di Ankara di sbarazzarsi dei milioni di profughi siriani di etnia araba fuggiti in Turchia durante questi 8 anni di guerra in Siria. Il progetto prevede la costruzione di 140 villaggi e vale 26 miliardi di dollari.

La seconda è ribaltare l’assetto demografico del Rojava mandando questi profughi arabi nella zona finora abitata soprattutto dai curdi. Per quanto riguarda il capitolo assai spinoso dei combattenti stranieri dell’Isis catturati e detenuti nelle prigioni del Rojava e della zona più meridionale controllata dalle Forze democratiche siriane, sarà la Turchia a farsene carico. Ma secondo i curdi, i giudici militari turchi saranno molto accondiscendenti nel giudicare questi prigionieri, 10 mila terroristi più 25 mila loro familiari. In realtà la Turchia sarà parzialmente responsabile dei detenuti appartenenti all’Isis. “Sarà responsabile di tutti i combattenti dell’Isil catturati negli ultimi due anni”, ha dichiarato l’addetto stampa della Casa Bianca, Stephanie Grisham.