Accuse e investitori in fuga, ora Libra traballa

Non ha ancora preso forma ma è già arrivata la prima defezione di peso al progetto “Libra”, la criptovaluta di Facebook che nelle intenzioni del fondatore Mark Zuckerberg dovrebbe creare una rete di pagamenti online diretti, con una moneta criptata ma stabile, che aggiri gli intermediari bancari.

Mentreannuncia di essere pronta a sbarcare, unica e sola, sul mercato cinese, Paypal – uno dei maggiori circuiti di pagamento online – abbandona la barca di Facebook a meno di una settimana dalla riunione di Ginevra durante la quale si dovrà approvare lo statuto della associazione Libra e nominarne il board. Soprattutto, l’abbandona proprio mentre l’Ue chiede maggiore chiarezza in linea con i dubbi pervenuti da ogni parte del mondo, soprattutto dai banchieri centrali. A Bruxelles, il vicepresidente della commissione Ue, Valdis Dombrovskis (che sarà responsabile dei mercati finanziari anche nella nuova Commissione) ha inviato al social network due questionari chiedendo di conoscere i dettagli di Libra. Ufficialmente l’obiettivo è definire una linea Ue sul modo in cui la criptovaluta debba essere regolata. Una mossa inevitabile che oggi Dombrovskis potrà esporre nel corso della sua audizione al Parlamento europeo per la conferma del suo ruolo nella Commissione Von der Leyen. Ma la criptomoneta è sotto osservazione anche da parte dell’Antitrust europeo per il rischio di danneggiare la libera concorrenza online, soprattutto considerate le dimensioni di Facebook (almeno 2 miliardi di utenti) e il fatto che controlli sia WhatsApp sia Instagram.

Le preoccupazioni sul progetto non arrivano però solo dalle istituzioni. I colossi dei circuiti di pagamento elettronico che avevano appoggiato l’idea, Visa e Mastercard, potrebbero ritirare nome e collaborazione. Le voci, partite dal Wall Street Journal, non sono state smentite dai diretti interessati. La causa? Il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inviato a loro e agli altri componenti del progetto (tra cui Paypal e Stripe) la richiesta di una analisi del sistema, per assicurare che Libra rispetti le regole contro il riciclaggio di denaro. E finire nel mirino dei regolatori americani non piace alle aziende. Nell’ordine, poi, il governo francese si è già detto contrario all’iniziativa, la Federal Reserve Usa ha chiesto chiarimenti e lo stesso ha fatto il Congresso. Perplessità sono arrivate finanche dal governo indiano che potenzialmente è il mercato più vasto per Facebook. In estate, la britannica Financial Conduct Authority aveva messo in guardia il G20 sui rischi legati a un uso diffuso delle valute digitali mentre, oltre la ormai consolidata opposizione della senatrice Elizabeth Warren, anche il presidente Usa Donald Trump in un tweet ha scritto che “se Facebook e altre compagnie vogliono diventare una banca, devono ottenere un nuovo documento di autorizzazione bancaria ed essere soggette a tutte le regole bancarie”. In Italia, a luglio si era opposto il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco.

Senza partner finanziari Libra può fare ben poco: se le banche sono escluse e anzi sono il principale soggetto a rischio sostituzione, il sistema ha bisogno di una rete attraverso cui far convertire le monete dei vari Paesi in criptovaluta e arrivare ai rivenditori. Una idea che rischia di schiantarsi contro i timori delle istituzioni e la concorrenza delle banche. Finora, infatti, ancora nessuno dei 28 membri della Libra Association ha consegnato i 10 milioni di dollari richiesti per finanziare la creazione della moneta e la rete per i pagamenti. Anche la lettera di intenti che è stata firmata non era vincolante.

Anche le tasse sono low cost. Così Ikea ha eluso 1 miliardo

L’impero svedese dei mobili low cost rischia una stangata nei prossimi tre mesi. Come riporta Reuters, la Commissione europea sarebbe pronta a chiudere l’indagine aperta nel dicembre 2017 sui due accordi fiscali (tax ruling) che l’Olanda ha concesso nel 2006 e nel 2011 a Ikea e che gli hanno permesso di pagare meno tasse del dovuto alterando con aiuti di Stato la concorrenza. Così entro la fine dell’anno la multinazionale potrebbe essere condannata a pagare all’Olanda, dove già versa tasse irrisorie, milioni di euro di imposte arretrate. Un’indiscrezione supportata dal duro colpo che in questi giorni i Paesi Bassi hanno promesso di sferrare ai colossi societari rivedendo il proprio sistema fiscale accusato di essere troppo vicino a un paradiso fiscale. Pensando all’Italia, basta ricordare che in Olanda dal 2014 c’è la sede legale di Fca, ci sarà quella di MediaForEurope, la nuova holding che unirà Mediaset italiana e spagnola, e da sabato scorso è diventato operativo il trasferimento ad Amsterdam della sede legale di Cementir (gruppo Caltagirone).

Bruxelles, interpellata dall’agenzia di stampa inglese, si è rifiutata di commentare l’indiscrezione confermando che è tuttora in corso l’indagine contro la multinazionale svedese (che di svedese però, come vedremo, non ha nulla) scaturita da uno studio commissionato nel 2016 dal gruppo dei Verdi del Parlamento Ue. Secondo il dossier, Ikea ha eluso 1 miliardo di euro di tasse tra il 2009 e il 2014 con una perdita per ogni Paese – si legge nel documento di 34 pagine – che va dal 35% in meno incassato in Belgio al 46% di Danimarca e Svezia fino al -64% della Francia. Tanto che, secondo Marc Auerbach, l’autore del rapporto, solo nel 2014 il mancato incasso finale dei profitti di Ikea si sarebbe tradotto in una perdita di 36,6 milioni di euro per la Germania, 23,8 milioni per la Francia e poco più di 10 milioni per la Svezia. Una babele tributaria che vale la pena ricostruire attraverso il modello di business della società svedese basato sul franchising (nel 2018 il fatturato ha superato i 38 miliardi di euro) e che viaggia tra Olanda, Lussemburgo e Liechtenstein.

I negozi Ikea in giro per il mondo versano, infatti, il 3% del loro fatturato a una società olandese, l’Inter Ikea Systems, a sua volta controllata da una fondazione, la Stichting Ingka, che sposta i soldi in Lussemburgo sotto forma di interessi su un debito da rimborsare a un’altra società del gruppo, la quale a sua volta paga al fisco solo lo 0,06% delle cifre ricevute. A seguire, i ricavi finiscono la propria corsa in Liechtenstein, dove i dividendi giungono nella pancia di un’altra fondazione del gruppo senza essere tassati. Un’articolata scatola cinese resa possibile da due complessi accordi fiscali: il primo risale al 2006 e ha permesso a Ikea di trasferire commissioni di licenza dall’Olanda al Lussemburgo; quello del 2011 prevede che le royalties vengano trasferite, sotto le sembianze di un prestito interaziendale, nel Liechtenstein. Inter Ikea, contattata da Reuters, ha dichiarato che “tutte le società che lavorano con il marchio Ikea pagano le tasse in linea con le leggi e i regolamenti”.

Il dossier è in mano alla riconfermata commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, che dal 2016 segue l’indagine, e che può contare su diversi precedenti, come la vittoria ottenuta due settimane fa quando la Corte di giustizia europea ha dato ragione all’Ue in una controversia con Fca, obbligando il gruppo italoamericano a pagare 30 milioni di euro in “tasse arretrate” al Lussemburgo. Mentre a settembre 2018 Apple ha restituito all’Irlanda 13 miliardi di euro di imposte non versate che la Commissione le ha intimato di pagare al termine di una lunga indagine. Così come Google ha pagato alla Francia 965 milioni di euro per due contenziosi fiscali. Fino adesso delle multinazionali sotto indagine solo Starbucks ha vinto: la Corte di giustizia Ue ha annullato la decisione della Commissione sugli aiuti di Stato dell’Olanda.

Ilva e auto, corsa a ostacoli del dl clima

Un testo programmatico più che interventista, che se da un lato stabilisce il quadro in cui inserire da oggi in poi la battaglia per il clima, dall’altro (rispetto alla sua prima stesura) rimanda alla legge di Stabilità, quindi a dicembre, la rimodulazione e la riduzione dei sussidi dannosi per l’ambiente e probabilmente – perché la definizione del testo è ancora in corso – anche il potenziamento della Valutazione di impatto ambientale con l’introduzione della Valutazione dell’impatto sanitario per gli impianti compresi nei Siti di interesse nazionale, si legga “Ilva”.

Nelle ultimeore è circolata una versione non definitiva del decreto sul clima. Decreto che, salvo decisioni diverse, dovrebbe arrivare al prossimo Consiglio dei ministri, giovedì. Sul testo finale si lavora ancora, ma nella bozza circolata in questi giorni ci sono sia elementi definitivi sia altri su cui si sta trattando e che potrebbero slittare. Rispetto alla versione precedente, entrano alcune norme di tipo strategico: dall’istituzione di una commissione interministeriale con gli istituti nazionali tecnici scientifici (dall’Istat all’Enea) per il monitoraggio delle emissioni e il contrasto ai cambiamenti climatici, alla redazione di un omonimo programma nazionale che indirizzi, regoli e armonizzi le politiche ambientali e produttive e che potrebbe contare sul 35% delle risorse disponibili del Fondo sviluppo e coesione 2021-2027. Si prevede, inoltre, che ogni due anni ci sia una “Legge per il clima” come collegato alla legge di bilancio con “una relazione tecnica che evidenzi lo stato di attuazione degli interventi previsti nelle precedenti leggi per l’attuazione del Piano nazionale integrato energia e clima nonché nel Programma strategico nazionale per il contrasto ai cambiamenti climatici e la qualità dell’aria, indicando gli effetti che ne sono derivati per i cittadini, le imprese e la pubblica amministrazione”. Come già anticipato, si rimanda invece alla legge di Stabilità l’annunciato taglio dei 19 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi e anche la loro ripartizione (inizialmente si prevedeva una riduzione del 10% annuo dal 2020) mentre si discute ancora sugli incentivi alla mobilità sostenibile (potrebbero essere confermati i 225 milioni di dotazione ministeriale) con un bonus mobilità (1.500 o 2mila euro) per chi rottama auto (fino alla classe Euro 3 o Euro 4) entro dicembre 2021. Il bonus potrà essere usato per abbonamenti al trasporto pubblico locale e di biciclette, anche a pedalata assistita. Confermato, invece, un massimo di 20 milioni l’anno da destinare a progetti di creazione, ammodernamento o allungamento delle corsie per i mezzi pubblici nelle città e fino a 10 milioni di euro l’anno per finanziare progetti sperimentali per il trasporto scolastico con mezzi elettrici, ibridi o comunque non inferiori a Euro 6. Restano le norme per velocizzare la pianificazione d’emergenza per gli impianti di stoccaggio e trattamento rifiuti e i sei milioni per programmi di formazione sull’ambiente nelle scuole.

La grande incognita è il potenziamento della Valutazione di impatto ambientale con l’inserimento della valutazione del danno sanitario, aggirando così l’opposizione di Arcelor Mittal all’inserimento del danno sanitario nell’Autorizzazione integrata ambientale. Il rischio tangibile però è che possa essere bocciato perché non considerato come avente carattere d’urgenza. Per questo potrebbe finire direttamente nel collegato ambientale alla legge di Stabilità.

“La manovra è restrittiva”. Scontro con Confindustria

La prima manovra del governo giallorosa è “espansiva” o “restrittiva”? La risposta a questa domanda sta nei numeri della Nota di aggiornamento al Def (Nadef) appena approvata. Ieri, intanto, ha provocato un botta e risposta tra governo e Confindustria.

Nella sua analisi sulle prospettive dell’economia, il centro studi di Viale dell’Astronomia guidato da Andrea Montanino conferma la previsione di un Pil fermo nel 2019 e in lieve crescita nel 2020 (+0,4%) solo se il governo neutralizzerà l’aumento dell’Iva tutto in deficit. La manovra – spiega – si preannuncia “la più restrittiva dal governo Letta a oggi”. Anche se quello degli industriali non è un giudizio negativo: una “correzione è necessaria”, dice Montanino.

Licenziando la Nadef il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha spiegato che la manovra sarà “moderatamente espansiva”. Ieri, in audizione alle Camere, ha replicato parlando di “intonazione fiscale espansiva”. Eppure nella Nadef il governo si limita a dire che lo scenario “programmatico”, cioè quello con le misure da varare, è “meno restrittivo nel 2020 ” in confronto al “tendenziale”, cioè quello a legislazione vigente. Si passa da un deficit tendenziale dell’1,4% del Pil al 2,2 programmatico. Lo stop agli aumenti dell’Iva ha un impatto positivo dello 0,2% sul Pil, che nel 2020 è previsto salire dello 0,6%.

Il ragionamento di Confindustria però affonda nei numeri. Disinnescando interamente in disavanzo i 23 miliardi di aumenti Iva il deficit salirebbe al 2,7% del Pil. Per portarlo all’obiettivo del 2,2 per cento serve una manovra netta restrittiva per 0,5 punti di Pil, circa 8 miliardi di euro. Che andranno “coperti”. A oggi le coperture da trovare ammontano a 14 miliardi, tra tagli di spesa e detrazioni fiscali e lotta all’evasione. Misure che difficilmente possono avere un impatto positivo sull’economia.

Gli aumenti agli statali per ricucire coi sindacati

Almeno a parole, l’incontro è stato distesto, eppure dietro i sorrisi ci sono ancora molte distanze e punti da chiarire tra il governo e i sindacati, ricevuti ieri dal premier a Palazzo Chigi. Il primo riguarda il rinnovo del contratto per il pubblico impiego, l’unica vera novità emersa dall’incontro: il governo ha promesso di stanziare 5,4 miliardi per garantire gli aumenti agli statali e – per Cgil, Cisl e Uil – sarebbe il minimo per sedersi a trattare, ma vogliono capire se si tratta di un impegno effettivo o di una cifra ballerina. Il secondo è il taglio del cuneo fiscale e anche qui i 2,7 miliardi annunciati sono ritenuti davvero troppo pochi. Ma la delusione maggiore è sulla previdenza: alle tre sigle non va giù che nella prossima manovra non ci sia nulla in favore di chi è già in pensione o spera di andarci qualche anno prima. Vorrebbero una riduzione delle tasse per gli ex lavoratori, la rivalutazione degli assegni e un nuovo intervento per alleggerire i requisiti di uscita della legge Fornero, ma su questo capitolo non ci sono aperture.

La lista della spesa presentata da Maurizio Landini, Anna Maria Furlan e Carmelo Barbagallo è molto lunga e a metterla tutta in pratica servirebbero molte risorse, ben al di sopra delle disponibilità. Intanto i tre sindacati hanno apprezzato il metodo: oltre al premier, ad accoglierli c’erano il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e la titolare del Lavoro Nunzia Catalfo. Il nuovo governo li sta coinvolgendo prima della stesura della legge di stabilità, con un ciclo di incontri. Insomma, sono finiti i tempi delle convocazioni separate di Matteo Salvini al Viminale, ora Palazzo Chigi si presenta come un interlocutore unico. Il problema è che, salvata la forma, resta la sostanza che allontana l’esecutivo dalle parti sociali.

Il contratto nazionale del pubblico impiego, malgrado sia stato rinnovato con grande ritardo all’inizio del 2018, è formalmente già scaduto da dieci mesi. I sindacati si aspettano un robusto incremento nelle buste paga dei 3,2 milioni che operano nella scuola, nella sanità, nelle forze dell’ordine, nei ministeri e negli enti locali. I numeri circolati finora – con il Def che non cifra nessun aumentod egli stanziamenti – avevano diffuso agitazione. Ieri Conte e Gualtieri hanno tirato fuori i 5,4 miliardi. I sindacati vogliono verificarne la credibilità: a margine dell’incontro principale, la questione è stata approfondita in un tavolo tecnico che però – a quanto pare – non è stato risolutivo.

In materia fiscale, non si è parlato del possibile “bonus figli” che – secondo indiscrezioni – potrebbe assorbire gli 80 euro di Renzi (“non saranno cancellati”, ha spiegato ieri Gualtieri). Le novità prospettate, però, sono giudicate troppo timide: “Il taglio del cuneo lo vogliamo – ha detto il segretario della Cgil Maurizio Landini – ma le cifre ancora non sono sufficienti, vanno aumentate”. Viene richiesto uno sforzo maggiore, che allarghi la platea dei beneficiari oltre chi guadagna meno di 26 mila euro, come previsto dall’ipotesi attuale. Una posizione simile a quella di Matteo Renzi. I sindacati, però, chiedono che a beneficiare della sforbiciata siano pure i pensionati. Il leader della Uil Carmelo Barbagallo sostiene anche che “non ha convinto la poca chiarezza sulla rivalutazione delle pensioni”. Gli aumenti degli assegni legati all’inflazione sono stati rallentati dalla legge di stabilità 2019, quella “giallo-verde”, e non sembrano esserci prospettive per rivedere il meccanismo nell’immediato. Così come, sebbene sia previsto di mantenere Quota 100, non sono all’orizzonte nuove forme di flessibilità in uscita, fortemente sostenute dai sindacati per superare la legge Fornero. “Quota 100 lascia aperti alcuni problemi che già avevamo evidenziato – ha avvertito la segretaria Cisl Anna Maria Furlan – e deve partire un confronto chiaro per una previdenza più equa per tutti”.

Italia, il primato in Sardegna: 8 su 10 sono uomini anziani

Il primo fu John Grant, commerciante di Londra. Nel 1662, pubblicò un libretto sulle cause di morte nella sua città: i dati erano organizzati in tabelle che riportavano i tassi di mortalità per causa, a beneficio di medici, commercianti e governanti. Quattrocento anni dopo, i metodi per classificare il fenomeno suicidario sono divenuti sempre più sofisticati, ma con standard di rilevazione – nei Paesi dove esistono – non uniformi. Il suicidio viene poi spesso archiviato come decesso di altro tipo: per evitare lo stigma alla famiglia, per “rispetto” alla memoria, per quello che certifica il medico legale. Ergo, i numeri sono sottostimati. Eppure l’Oms sottolinea da tempo la necessità di dati affidabili, anche sui tentativi di suicidio: almeno 10 volte tanti quelli riusciti. Ma in Italia questa informazione non esiste (del resto, il nostro Paese non è tra i 38 che hanno attivato un piano nazionale di prevenzione del suicidio). Le informazioni che abbiamo provengono così da: accessi al Pronto soccorso, schede di dimissione ospedaliera e dati sulla mortalità Istat. Manca quindi un quadro aggiornato e completo.

Dati generali. Il suicidio è indubbiamente un fenomeno connesso alla salute mentale della popolazione, ma può anche essere letto come un indicatore di “disagio” e di debole coesione ed integrazione sociale. I principali fattori di rischio documentati nell’ideazione suicidaria sono rappresentati dal genere maschile (78% dei suicidi sono uomini), dall’età anziana (cresce all’aumentare dell’età, specie dopo i 55-65 anni), dalla presenza di un disturbo psichiatrico e dall’abuso di sostanze, e in particolare di alcol (nei Paesi dove sono state istituite leggi che bloccano o riducono fortemente il consumo di alcol, i tassi di suicidio si sono ridotti notevolmente). Fattori di tipo culturale, ambientale e socio-demografico possono poi giocare un ruolo nel determinare la variabilità dei tassi di suicidio. Come anche la presenza – e l’efficienza – di servizi territoriali di assistenza. Nella nostra prima puntata di Sherlock, abbiamo raccontato, grazie al prof. Maurizio Pompili, come giochino un ruolo anche i “fattori di vulnerabilità a breve termine”, che assumono un’importanza cruciale quando si inscrivono in un “terreno fertile”, in grado di lasciare crescere un dolore dilagante e via via più difficile da contenere. Perdita del lavoro, trappole emotive, improvvisi problemi abitativi o legali, per citare quelli più comuni. Senza un evento profondamente traumatico, in alcuni casi il suicidio non si sarebbe mai verificato.

Italia. Ci sono circa 4.000 morti per suicidio ogni anno. Livelli particolarmente elevati di mortalità per suicidio si osservano nelle province del Nord-Est e in quelle dell’arco alpino, mentre nelle regioni del Sud i dati sono più bassi (anche grazie alla tenuta di un forte tessuto relazionale). La Sardegna rappresenta un’eccezione: assieme a Valle d’Aosta e Provincia autonoma di Bolzano detiene il primato. In generale, le ultime stime disponibili rilevano un aumento dei suicidi rispetto alla metà del primo decennio del 2000. Una situazione che si è poi stabilizzata: rispetto al biennio 2012-2013, per gli uomini il tasso di mortalità per suicidio resta stabile tra gli anziani, ma si riduce tra i 35-64 anni (riavvicinandosi ai livelli del 2006-2007, precedenti alla crisi economica del 2008). Per le donne, la riduzione del tasso interessa dai 65 anni in su. Secondo l’analisi di questi indicatori socioeconomici, il suicidio è quindi più frequente dove ci sono più occupati. Il suicidio negli adolescenti è invece negli ultimi decenni sensibilmente aumentato, specie nei ragazzi.

Mondo. I suicidi, dati Oms, sono circa 800.000. Il 60% avviene in Asia, in particolare in Cina, India e Giappone, dove, a causa della numerosità delle popolazioni avvengono circa 4 suicidi su 10 (da tenere presente, però, che per molti Stati dell’Africa e per alcuni del Sud-Est asiatico i dati non sono disponibili).

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DIRITTO DI REPLICA

Egregio Direttore, ho aderito al Movimento 5 Stelle, che mi ha cercato e si è presentato sotto le mentite spoglie di un’entità politica democratica che faceva vanto di principi solidaristici e di tutela ambientale. “Nessuno rimanga indietro” e “uno vale uno” non dovevano essere solo slogan ma principi che son, invece, stati traditi dai vertici del Movimento. Ho condiviso i principi, non tutte le posizioni del Movimento; in particolare, non condivido l’assetto verticistico e oligarchico del Movimento 5 Stelle 2017, di cui solo ora tutti, attivisti e portavoce, sembrano accorgersi, oltre all’assoluta mancanza di ogni possibilità di dialogo e discussione, impossibilità che ha portato alla mia espulsione. Non avrei avuto difficoltà ad adeguarmi a una decisione presa democraticamente e dopo chiara e franca discussione nel Gruppo parlamentare, se vi fosse stata come richiesto, ma – viceversa – ogni confronto è sempre stato espressamente impedito dai vertici del Movimento, che facevano calare decisioni dall’alto, senza che nessuno potesse contribuire a elaborarle e modificarle, e questo non era in alcun modo il Movimento 5 Stelle che mi aveva cercato. Per quel che riguarda la questione della Mozione Tav, non posso non osservare che la Mozione presentata dal Movimento in Senato ad agosto, oltre a non essere esplicitamente rivolta al Governo, è un capolavoro d’ipocrisia, dato che era ben chiaro che su quel punto il Movimento era minoranza, e la scelta di proseguire l’opera era stata confermata dal Presidente del Consiglio Conte, senza che il Movimento avesse deciso azioni politiche reali per opporsi. Di cosa si sta, quindi, parlando? Questi sono solo i fatti, non altro. Saluti.

Gregorio de Falco

Caro senatore, mentre mi complimento per la prontezza di riflessi con cui si è accorto – con appena 9 anni di ritardo – dell’organizzazione e delle regole del movimento a cui ha aderito, con cui si è candidato e si è fatto eleggere, la trovo piuttosto disinformato sulla questione Tav. Come lei sa, il Contratto di governo giallo-verde prevedeva di ridiscutere integralmente l’opera con i partner europei e francesi. Cosa che il premier Conte ha fatto, senza riuscire a smuovere il governo Macron e la commissione Juncker. a quel punto la palla è passata al Parlamento, unico soggetto istituzionale deputato ad annullare eventualmente il trattato italo-euro-francese che prevede l’(inutilissima, costosissima e inquinantissima) opera cosiddetta “Tav Torino-Lione”. I 5Stelle hanno presentato una mozione che impegnava il Parlamento in tal senso. Tutti gli altri partiti hanno presentato e/o votato mozioni in senso contrario, quello cioè di realizzare l’inutilissima, costosissima e inquinantissima opera. Purtroppo le mozioni pro Tav hanno prevalso su quella anti Tav, grazie ai voti della Lega, di Forza Italia, del Pd e di Più Europa, alla cui mozione lei aveva curiosamente aderito pur essendo stato eletto in un movimento dichiaratamente No Tav fin dalla sua nascita. Cioè tradendo platealmente i suoi elettori. Nel malaugurato caso in cui la sua carriera politica dovesse proseguire, ovviamente in un altro partito, le suggerisco di informarsi bene sul suo programma e sulle sue regole, onde evitare spiacevoli sorprese postume a lei e soprattutto ai suoi elettori.

M. Trav.

 

In un articolo pubblicato domenica su Il Fatto – “Bazoli e Del Vecchio insegnano a Greta a guardare al futuro” – vengono espresse delle valutazioni negative sul gruppo Generali, di cui si fa fatica a capire l’origine. Assicurazioni Generali è il primo operatore assicurativo in Europa. Opera in 50 paesi nel mondo, conta circa 70 mila dipendenti e una rete di agenti che raggiunge oltre 150mila unità. 55 milioni di persone nel mondo sono clienti Generali. In Italia, un assicurato su tre è cliente del gruppo. Assicurazioni Generali è presente in molti Paesi del Sud America (primo operatore in Argentina) e in Asia, dove è tra i primi assicuratori non cinesi operanti in Cina, ed è in espansione nei Paesi a maggior crescita economica dell’area: India, Vietnam e Indonesia, per citarne alcune. In Europa, oltre a essere il primo operatore in Italia e il secondo in Germania, è in posizioni di leader in mercati quali Repubblica Ceca, Serbia, Croazia, Ungheria, Francia, Portogallo e Spagna. Difficile capire da cosa derivi la definizione di “regionale”. Quanto alla traiettoria della compagnia, Generali ha chiuso l’ultimo bilancio con una continua crescita degli utili (2,3 miliardi di euro) e dell’indice di solidità patrimoniale (216%), che rappresenta un’eccellenza tra i competitor mondiali. Pochi giorni fa, la rivista Forbes ha riconosciuto Generali tra le 250 migliori società al mondo e primo gruppo assicurativo globale nella classifica “The World’s Best Regarded Companies”, unico brand italiano insieme a Ferrari.

Rispettiamo qualunque opinione, ma preferiamo quelle documentate e fondate sui fatti.

Roberto Alatri, Responsabile relazioni con i media Assicurazioni Generali

Il numero di dipendenti brandito come indice di buona salute è sintomo di declino. Anche vantarsi dei 2,3 miliardi di utili – fingendo di non sapere che nel 2018 Allianz ne ha fatti 7,4 e Zurich 3,7 – sembra denunciare una visione del mondo un po’ regionale. Ringrazio quindi della cortese lettera che conferma l’assunto. Declino però l’invito a documentarmi sulle creative graduatorie della rivista “Forbes”, sperando che non si elaborino lì sopra le strategie delle Generali. I lettori del “Fatto” sanno che, sfidando la supponenza degli addetti stampa, non ci documentiamo sulle loro veline ma sui loro bilanci.

Giorgio Meletti

Stampa libera. In molti aiutano Salvini: non per costrizione, ma per libera scelta

 

Caro Andrea Scanzi, ho letto con grande gusto il tuo commento “Quei non salviniani che aiutano Salvini” (Il Fatto, 2 ottobre). Anche se utilissima, la tua panoramica dei soltanto presunti sostenitori dell’attuale governo risulta eccessivamente benevola nei confronti di alcuni, se non tutti, costoro. Li presenti come sciocchi e/o autolesionisti. Dimentichi che il piano B di Lorsignori – detentori del potere del grande denaro, con funzionari e/o politici che li considerano la principale realtà che conta – è e resta Salvini, ora moderato, ora estremizzato da Berlusconi e Meloni. Da cui la preferenza, per ora frustrata, di un voto anticipato. Per costoro le elezioni anticipate sarebbero tuttora una “no loose solution”. L’ingegner Carlo De Benedetti, nel corso di un’intervista a Lilli Gruber, ha avuto il merito di essere chiaro. Il giornale di cui è proprietario lo è meno. A meno che non si leggano le righe e, soprattutto, tra le righe di Stefano Folli, colui che io considero la mia stella d’Oriente: nel senso che vado nella direzione opposta a quella da lui suggerita. All’affacciarsi della crisi di agosto egli ha messo in atto un fuoco di sbarramento tipico di chi avversa una prospettiva, elencando le ragioni per le quali non si verificherà. Quando il presidente della Repubblica, il combinato disposto Salvini-Renzi, con Conte che ha improvvisamente mangiato volpe e spinaci, hanno reso inevitabile la rapida nascita del nuovo governo, ecco che l’ex portavoce di Giovanni Spadolini dedica la sua pressoché quotidiana fatica a indicarne debolezze e manchevolezze, vere o presunte. Non sarebbe male se tutti noi, nello spiegare ad altri ciò che è sotto gli occhi di tutti, tenessimo presente il consiglio di Gola Profonda del Watergate: seguire il denaro e i suoi giochi di potere anche politico. O è una pista troppo poco montanelliana per il tuo Direttore?

Gian Giacomo Migone

 

Ciao Gian Giacomo, Salvini è senz’altro per molti sinistrati l’opzione B. Dissento però sul ritenere le persone da me citate – e che stimo – come soldatini di De Benedetti: così come io scrivo quel che voglio e Marco o Antonio mai mi han negato libertà per esser poco montanelliano o troppo gaberiano, così reputo i Damilano e i Giannini persone libere. La situazione è più semplice: non è che Damilano e Giannini ricevano ordini da De Benedetti, è che la pensano proprio come lui. Non è che Saviano segua gli ordini della Bonino, è che la pensa come lei (infatti l’ha votata). Questi osservatori sono fatalmente “pidicentrici”: conta solo “il partito”. Molti di loro, fino a ieri teneri con la sciagura Renzi, odiano poi il M5S come io odio le infradito, e se potessero farebbero solo prime pagine con titoli tipo “Di Maio boia” o “Conte suca!”. Abbiamo il migliore dei governi oggi possibili e questi qua, per nulla salviniani, ne fanno invece il gioco. Forse per miopia, forse perché con lui al potere venderebbero più copie, forse perché si sentirebbero ancor più nel giusto. O tutte e tre le cose. Peccato. Un abbraccio.

Andrea Scanzi

Non dite a Carlo Conti che è tornato il “1994”

Forse è solo istinto di emulazione. Tangentopoli non è finita benissimo, e lo stesso si può dire per la serie Sky Atlantic cui va riconosciuto il merito di volerla raccontare. La prima stagione, intitolata 1992, il racconto della nascita di Forza Italia intrecciata al divampare dell’inchiesta Mani Pulite, è stata una piccola rivoluzione per la nostra fiction, tradizionalmente divisa tra preti, ispettori e ispettori preti.

Ma con questo 1994, atto conclusivo della trilogia, siamo in pieno riflusso – riflusso narrativo non meno che politico. Il pubblicitario interpretato da Stefano Accorsi è diventato un genio del male assetato di potere più dei coniugi Underwood messi assieme, di cui il paterno berlusca fatica a placare i bollenti spiriti; il leghista di Pietro Caprino rampa anche lui di brutto, Miriam Leone a forza di letti è stata eletta deputato (e fin qui…); da Miss Montecitorio si scoprirà suffragetta del femminismo, si teme il #metoo, ma alla fine non perderà né vizio né pelo. Insomma: chi aveva degli ideali li butta nel cesso, chi non li aveva scopre quanto sarebbe stato ridicolo crederci. In tale fosco fumettone le vicende storiche fanno giusto tappezzeria, anche se sullo sfondo si riconoscono un po’ tutti. C’è Silvio al pianoforte, c’è Occhetto con il suo completo marrone, si riconoscono in ordine sparso Di Pietro, Dell’Utri, Bossi, Pivetti, Melandri, Finocchiaro… Manca solo Carlo Conti, altrimenti non ci sarebbero più dubbi, siamo finiti in Tale e quale show.

Riciclaggio, la doppia marcia dello Stato

Caro direttore, si parla molto di evasione fiscale in questi giorni. Meno male. Ma c’è un aspetto dell’evasione fiscale di cui si parla un poco meno, il riciclaggio. Questa – come dice spesso il procuratore di Milano Greco – è l’altra faccia dell’evasione fiscale e della corruzione. Il danaro sottratto al fisco e oggetto di mercimonio delle pubbliche funzioni, come quello proveniente dalle attività criminali delle mafie, non può certo essere fatturato e seguire percorsi tracciabili. Deve quindi essere riciclato e reimmesso nel circuito e cancellare le proprie impronte.

È per questo che Giovanni Falcone metteva l’accento sulle ricerche dei flussi finanziari: follow the money. Nel mondo esistono organismi preposti proprio a questo, andare a caccia dei soldi sporchi, le Fiu (Financial Intelligence Units). In Italia abbiamo la Uif. La Uif italiana partecipa alle rete mondiale delle Fiu per scambi informativi essenziali a fronteggiare la dimensione transnazionale del riciclaggio e del finanziamento al terrorismo. Secondo le direttive europee e le raccomandazioni del Gafi (cioè l’organismo internazionale di lotta al riciclaggio) – la Uif raccoglie informazioni su operazioni finanziarie sospette, cioè quelle formalmente lecite ma che, per le loro caratteristiche di anomalia, possono nascondere meccanismi di riciclaggio (per esempio, pagamenti o prelevamenti di uguali importo contenuto ma ripetuto spesso in pochi giorni). Sono obbligate a fare segnalazioni alla Uif banche, poste, assicurazioni professionisti, gestori di gioco ecc. La Uif “dissemina”, vale a dire analizza e diffonde tra gli organi di indagine, polizie e magistratura, queste informazioni per aiutare le inchieste, la prevenzione e la repressione. Il Gafi e le direttive europee antiriciclaggio (da ultimo, la quarta e la quinta) prescrivono che questa attività di condivisione e disseminazione delle informazioni sulle operazioni sospette (e su chi le compie) sia – tra le varie autorità preposte – la più ampia possibile: dovrebbero essere coinvolte l’Agenzia delle entrate, l’Agenzia delle dogane e l’Anac. Purtroppo, governo e Parlamento stanno andando in direzione opposta e stanno violando le direttive 849/2015 e 843/2018, limitando la condivisione dei dati solo alla polizia valutaria e alla Direzione investigativa antimafia e prevedendo per le altre il segreto d’ufficio per queste informazioni, in modo che le varie autorità non se le possano comunicare. Lo stesso vale per l’accesso alle informazioni investigative (stiamo parlando di informazioni investigative nei casi in cui non sia stato ancora deciso il formale avvio dell’azione penale): hanno inserito tante di quelle condizioni che non renderanno possibile un accesso fluido, tempestivo e completo.

La settimana scorsa le commissioni di Camera e Senato hanno espresso il parere sulla bozza di decreto legislativo che recepisce la quinta direttiva. Ebbene, invece che andare avanti facciamo come i gamberi e torniamo indietro. Il testo del decreto non solo disapplica la quarta direttiva, ma non applica la quinta e addirittura la norma è in contrasto con la delega e la normativa comunitaria.

Non solo lo sbandierato intento di combattere l’evasione fiscale sarà di fatto reso più complicato ma, per esempio, la polizia postale non potrà fare segnalazioni alla Uif, con ciò rendendo più difficile la punizione dei pedopornografi. Ho l’impressione che, nella maggioranza di governo, la mano sinistra non sappia quel che sta facendo la destra; oppure che vi sia una terza mano che invece sa benissimo che cosa fa mentre le altre due… dormono.