Per la politica Calenda ha un fiuto da dromedario

Ognuno ha i suoi sogni. C’è chi vorrebbe un autografo da Nardella, chi un figlio da Orfini: io voglio rinascere Calenda. L’ho detto anche a Travaglio, ma lui è poco convinto: sbaglia, perché nessuno è come Carletto nostro. Voglio rinascere Calenda per una serie di motivi. Anzitutto, anche se in tivù spesso non sembra, perché è una brava persona, come sa chi lo conosce anche solo superficialmente e non ignora come e quanto stia vicino alla moglie malata e ai suoi tre figli. Già solo questo sarebbe sufficiente, ma poi c’è tutto il resto: la politica e l’estetica.

Voglio rinascere Calenda perché è uno che si è tatuato uno squalo la notte prima di sposarsi, da ubriaco fradicio, e adesso quello squalo “pare un tonno” perché lui (e lo squalo) sono ingrassati; ciò nondimeno, lui su Twitter mostra fiero l’adipe maschio in riva a un lago dove è rimasto solo un cigno perché, verosimilmente, gli altri se li è pappati tutti lui. Voglio rinascere Calenda perché mi piacerebbe avere Luigi Comencini nonno, per poi recitare a dieci anni nella serie Cuore e arrossire quando mi bacia Giuliana De Sio. Voglio rinascere Calenda perché uno che chiama “Gatta” (e basta) la sua gatta ha un senso del minimalismo al cui confronto Carver gli spiccia casa. Voglio rinascere Calenda perché insulta tutto e tutti, sui social come in tivù, poi però chiede sempre scusa: è un uomo garbato, però a scoppio ritardato. Voglio rinascere Calenda perché come ammazza lui i partiti non li ammazza nessuno, e in questo senso se si iscrive a Italia Viva siamo a posto.

Voglio rinascere Calenda perché ha un fiuto per la politica paragonabile a quello di un dromedario tonto per la trifola, però lui si atteggia sempre come uno statista maramaldo che tutto sa e nulla ignora. Voglio rinascere Calenda perché l’efferatezza con cui ha distrutto dall’interno Montezemolo e Monti mi ha ricordato quasi l’ispettore Callaghan. Voglio rinascere Calenda perché l’autostima è importante, e uno che guida una forza (?) che se va bene prende l’1 per cento ma che in tivù guarda tutti dall’alto neanche fosse Churchill che brutalizza Marattin, è un uomo che certo nulla teme. Voglio rinascere Calenda perché ogni volta che pontifica basterebbe che qualcuno gli dicesse “Oh, Carle’, ma tu esattamente chi cazzo sei?”, solo che nessuno glielo dice perché restiamo tutti (giustamente) affascinati da questo suo senso comico di onnipotenza contagiosa.

Voglio rinascere Calenda perché ha avuto un’idea così banale – l’ennesimo “centrino” – che l’ha avuta pure Renzi, eppure lui è sopravvissuto all’onta senza fare neanche un plissé. Voglio rinascere Calenda perché da ministro ha avuto la stessa attenzione per gli operai che ha Cruciani per gli shampoo, ma adesso si improvvisa proletario e manifesta in piazza con gli operai (per esempio della Embraco), e se qualcuno lo contesta lui li manda pure affanculo dicendogli “Zitto che se non era per me eri già licenziato”. Voglio rinascere Calenda perché è come un Renzi che non ce l’ha fatta, cioè uno che non ce l’ha fatta due volte, però lui resiste e insiste come Rocky Balboa. Voglio rinascere Calenda perché ce l’ha menata per decenni col liberismo di questa fava, poi però l’altro giorno ha detto con candore mitologico “Per 30 anni ho ripetuto le cazzate del liberismo” (amen). Voglio rinascere Calenda perché non ha memoria di se stesso, cambia casacche quasi più di Lorenzin e passa la vita a fare e disfare, eppure quando lo vedo da Floris mi esalta come Ardiles in Fuga per la vittoria. Ecco perché voglio rinascere Calenda. Però in un’altra vita. Anzi magari quella dopo ancora.

Abolire l’ergastolo? Un segnale ai mafiosi

L’iniziativa di abolire la pena dell’ergastolo viene in questi giorni riproposta. Sicuramente, merita massimo rispetto per le ragioni di umanità e giuridiche che la sottendono. L’abolizione era stata prevista nei progetti di riforma del codice penale del 1973 e in quello elaborato dalla commissione Grosso, e in occasione della riforma del rito abbreviato del 2000.

Mi chiedo se sia eticamente accettabile la sua estensione al mafioso irriducibile e se sia compatibile con il proposito di contrastare efficacemente l’azione, il potere e la pericolosità delle strutture mafiose radicate nel nostro Paese. In proposito, si impone di riportare alla memoria cosa accadde agli inizi degli anni Novanta. I vertici di Cosa Nostra idearono e attuarono le stragi del 1992 e del 1993 con la prospettiva di ottenere, fra l’altro, proprio l’abrogazione dell’ergastolo, una volta raggiunta la consapevolezza che le condanne irrogate (fra le quali 19 all’ergastolo) nel giudizio di appello del maxi-uno, istruito dal pool guidato da Antonino Caponnetto, sarebbero divenute definitive. Perciò, eliminare il carcere a vita significa oggettivamente favorire la mafia, al di là dell’intenzione di chi si è fatto portatore della proposta. Al contempo, la proposta invia al mafioso un segnale pericoloso di interessata disponibilità delle classi dirigenti a interagire con il sistema mafioso e costituisce un segnale di debolezza e di indulgenza dello Stato, nei confronti dei cittadini e delle vittime di mafia, che inevitabilmente percepiscono un atteggiamento ingiustificato di buonismo nei confronti di chi è portatore di lutti e dolore, di chi li imprigiona nelle loro paure e si impadronisce dei proventi del loro lavoro senza fare nulla per meritarlo, attraverso l’estorsione. Non si può dimenticare mai che i componenti delle strutture mafiose continuano a controllare il territorio, inquinano il tessuto sociale ed economico del Paese e impediscono la fruizione delle garanzie collettive della libertà e della sicurezza. I mafiosi manifestano un’attitudine a generare violenza e morte che impone la loro perpetua sepoltura civile e un serrato isolamento dal mondo esterno per neutralizzare le loro condotte e l’interruzione dell’esercizio del loro potere anche dal carcere, attuabile con l’irrinunciabile regime carcerario di cui all’art. 41 bis O.P.. I mafiosi non possono essere rieducati, perché non mostrano alcun segnale di resipiscenza e permangono in perpetuo all’interno del sodalizio, dal quale possono fuoriuscire solo con la morte o la collaborazione. Devono avvertire il peso dell’afflizione e la forza dello Stato, con il quale per troppo tempo hanno saputo e potuto convivere e trattare. In ogni caso, quand’anche dovessero dare segnali di mutato atteggiamento, l’ordinamento penitenziario già prevede la possibilità di affievolire il rigore della pena di cui si tratta. La perpetuità dell’ergastolo, infatti, non è assoluta: l’ergastolano può essere ammesso al lavoro all’aperto e alla liberazione condizionale quando abbia scontato almeno 26 anni di pena, se ha tenuto un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento. La sanzione è ulteriormente riducibile, a seguito dell’applicazione dell’istituto penitenziario della liberazione anticipata, che consente di detrarre 45 giorni per ogni semestre di pena scontata, se il detenuto partecipa all’opera di rieducazione. Ma non solo. Il rigore della pena può essere affievolito dalla concessione di permessi premio (per non più di 45 giorni all’anno, dopo dieci anni di detenzione, periodo che può essere ridotto di un quarto per effetto dell’applicazione della liberazione anticipata) e dalla semilibertà (con il limite dell’espiazione di almeno vent’anni di pena). Un ergastolano può essere liberato condizionalmente dopo diciannove anni e sei mesi, avendo già usufruito di 428 giorni di permesso. A ciò si aggiunga che l’ergastolo è stato ritenuto dalla Consulta incostituzionale per i minorenni, nei cui confronti quindi non potrà mai essere applicato.

Pertanto, il proposito di abolire l’ergastolo trova in sé ben poche ragioni d’essere, visti gli istituti premiali già esistenti nella vigente legislazione. Se poi teniamo conto che tale pena è prevista da vari Paesi europei quali il Portogallo, la Spagna, la Germania che fortunatamente non conoscono le gravi problematiche del crimine mafioso, ci rendiamo conto di quanto singolare sia rinunciare alla forza deterrente di questa sanzione per camorristi, ‘ndranghetisti o mafiosi irriducibili. D’altro canto, la general-prevenzione e la neutralizzazione a tempo indeterminato di certi criminali rientrano tra i fini della pena non meno della sperata emenda, come ha ricordato la Corte Costituzionale con la sentenza numero 264 del 22 novembre 1974. Gli stessi cittadini italiani hanno ritenuto che l’abolizione dell’ergastolo indebolisca inopportunamente l’apparato intimidativo, visto l’esito negativo del referendum abrogativo del 1981.

Non toccate quella Leopolda

Per carità, non toccategli la Leopolda. Loro non sono più renziani, sono rimasti nel Pd, non hanno aderito a Italia Viva, non sono scissionisti e non possono essere accusati di intelligenza col nemico – che poi in teoria sarebbe un amico, lui, Matteo, l’ex segretario, alleato di governo nel Conte bis. I vari Guerini, Serracchiani, Rotta, Morani, Malpezzi siedono ancora nei vecchi seggi con i vecchi compagni del Partito democratico, mica stanno lavorando per Renzi dall’altra parte della barricata. Però, ecco, non toccategli la Leopolda, sennò s’incazzano. Non si può mica paragonarla al Papeete, come ha fatto il vicesegretario Andrea Orlando. Altrimenti inizia la batteria delle dichiarazioni post renziane. In fotocopia. Guerini: “La Leopolda è stata negli scorsi anni luogo di proposte e idee e di passione politica. Quest’anno non ci andrò, ma va guardata con rispetto”. Morani: “Il paragone tra #Leopolda e #Papeete è sbagliato e poco corretto nei confronti delle tante persone che frequentano quel luogo per discutere di politica”. Rotta: “Paragonare la #Leopolda al #Papeete è un errore madornale che fa male a tutta la comunità del Pd”. Malpezzi: “La Leopolda non è il Papeete ma luogo di elaborazione politica. Dico a Orlando che quella storia va rispettata”. Insomma, loro sono rimasti, ma non vanno mica provocati.

Sisma e camorra, appalti a moglie e amici: è l’Italia del qui se magna

La corruzione è il male endemico, la piaga che non guarisce, il vizio nazionale che trafuga ogni anno miliardi di euro. Di corruzione non c’è più traccia nel dibattito politico anche se le mazzette continuano a tener banco, intascate o solo annunciate. Solo pochi anni fa è stata istituita, con grande sfoggio di fanfare, l’Autorità nazionale anticorruzione. Quelle che seguono sono alcune delle vicende giudiziarie giunte sul tavolo di Raffaele Cantone, che poche settimane fa si è dimesso dalla presidenza. Abbiamo scelto di riferire solo delle mazzette a bassa intensità, piccoli traslochi di denaro, favori di variegata e modesta natura. È questo il bancone della tangente prêt-à-porter, la dazione quotidiana che nessuno vede più, che non fa scandalo e quasi quasi nemmeno sporca più. Così fan tutti. E amen.

 

Le macerie, oro del terremoto

Le macerie sono il tesoro indiscutibile. Ogni terremoto produce tonnellate di pietre da raccogliere e mura da abbattere e colline da spianare. Movimento terra e trasporto delle macerie risultano il piatto prelibato. Non a caso la camorra ha il suo core business proprio nel movimento terra e a L’Aquila nei mesi e negli anni successivi al sisma, ha dato prova delle sue performance. L’Abruzzo, ma anche l’Umbria e le Marche.

A San Benedetto del Tronto i finanzieri mentre svolgevano noiose indagini sull’evasione dell’Iva, s’imbattono in una serrata trattativa telefonica tra un dipendente della Regione Marche Stefano Mircoli e l’amministratrice della Dimensione Scavi, Cristina Perotti. Lui provvedeva ai subappalti, organizzava, sorvegliava, occultava. Lei acquisiva commesse in cambio di una partecipazione azionaria del funzionario in una new company. Solo pochi mesi fa l’amministratrice aveva tributato alla sua azienda un grande omaggio: “Ci siamo messi a disposizione per affrontare un compito difficile e impegnativo”. A giugno le manette per lui e per lei, decise dalla Procura di Ascoli Piceno. A luglio la consegna agli arresti domiciliari. I due si dicono innocenti, il magistrato è certo del contrario: corruzione e turbativa d’asta.

Ci sarà il processo, e incrociamo le dita.

 

Il farmaco raccomandato

Perché un medico con una altissima reputazione professionale, con un bagaglio internazionale di relazioni, con incarichi prestigiosi e ben remunerati, deve farsi beccare dalla finanza come un furfante abituale? Perché deve offrire i suoi polsi ai militi, la vergogna alla sua famiglia e la convinzione al procuratore della Repubblica di Parma che oggi è come ieri: “Come Tangentopoli, nulla è cambiato”.

La procura scopre un sistema di connessione e manipolazione di report sull’efficacia di alcuni farmaci per il trattamento dei malati in cura presso la struttura complessa di ematologia e il centro midollo osseo dell’ospedale di Parma. Finisce in manette il professor Franco Aversa, direttore del centro, con l’accusa di comparaggio farmaceutico, corruzione, induzione a dare o promettere utilità. Nei guai anche altri nove medici. Il sistema puntava a ottenere sponsorizzazioni e altri benefit in cambio di prescrizioni compiacenti per medicinali evidentemente inutili. Aversa sceglieva anche (“Devo fare la lista dei buoni e dei cattivi”) i suoi collaboratori profilando i bandi sulle capacità dei concorrenti. Concorsi farsa, dice la procura. Al processo, Aversa dovrà difendere non solo il suo conto corrente, ma la sua vita, la sua coscienza di medico, e dare anche un senso alla scelta di destinare il proprio talento a quelle che l’accusa ritiene volgari e illegali compromissioni della scienza con gli affari.

 

Sindaco e imprenditrice

Tra moglie e marito non mettere il dito. Gennaro Marsiglia è sindaco di Aieta, provincia di Cosenza, e responsabile finanziario dei comuni di Buonvicino e Maierà. Sua moglie Chiara Benvenuto è vicepresidente di una cooperativa che svolge servizi per i comuni. Andrea Biondi, amico del sindaco, guida una seconda cooperativa. Nel nome della trasparenza e della efficienza Marsiglia ha fatto fifty fifty: ha affidato i servizi comunali (dal servizio sociale a quello scolastico) a sua moglie e all’amico. Tutto andava perfettamente bene quando la procura, infischiandosene dell’amore di Marsiglia per la consorte, e della sua fiducia cieca nel valore dell’amicizia, ha arrestati tutti e tre. L’amico aveva ancora cinquemila euro nel portafogli, prontamente restituiti. “Appalto amico”, ha titolato il procuratore. Due su tre hanno già patteggiato.

 

Il re dei rifugiati

Si chiama Paolo Di Donato ed è il re dei rifugiati. Amministratore del consorzio Malaventum, ha aperto tredici centri di accoglienza negli anni d’oro degli sbarchi sottratti a ogni forma di controllo, accogliendo contemporaneamente fino a 800 richiedenti asilo. “Mi occupo del sociale, ma non sono un prete, devo fare utili”, spiegò.

C’è di meglio che dare accoglienza ai migranti? Per le imprese last minute è un affarone. Il nostro giornale, in un’inchiesta pubblicata nel gennaio del 2017 aveva segnalato come la prefettura di Benevento avesse disposto lo spostamento di 19 migranti da un centro sospeso per via delle segnalazioni negative in una struttura nata come impianto per allevamento dei conigli. Alla prefettura di Benevento leggono il giornale e li ritrasferiscono. Li mandano come pacchi dono a una struttura di Sant’Agata dei Goti.

I migranti diventano così assegni circolari, beni mobili che assicurano ad imprenditori di pochi scrupoli fatturati significativi. La procura se ne accorge e indaga. Finiscono in cella un funzionario della prefettura, un carabiniere, un dipendente del ministero della Giustizia, un imprenditore e l’ex amministratore del consorzio Malaventum, il re dei rifugiati. Cinque arresti, trentasei indagati. Corruzione, frode in pubbliche forniture, rivelazione di segreti di ufficio.

 

L’autovelox compassionevole

Al volante andate piano e se vi trovate a Tursi, provincia di Matera, andate pianissimo. Perché lì la polizia municipale è una belva. In pochi mesi ha elevato più di 13 mila multe. Il comune, preoccupato per la sicurezza di noi automobilisti e tenuto conto che Tursi è esposta a flussi veicolari notevolissimi, aveva pianificato un sistema di speed check da fare invidia a New York. Non c’era angolo del paese che non avesse una centralina, non un incrocio senza una telecamera. Bastava un alito di velocità e zac! multa assicurata. Alla multa seguiva però, secondo le risultanze dei magistrati di Matera, spesso una negoziazione amicale e assai compassionevole. Il patteggiamento si risolveva spesso in una modesta dazione di danaro: ogni multa emessa e poi ritirata e convertita in una stretta di mano e pochi spiccioli procurava alla società installatrice un euro. Ogni autovelox in funzione 391 euro al comandante della polizia municipale.

Non cifre astronomiche, però anche gli ufficiali di polizia tengono famiglia e sanno che agli automobilisti dev’essere concesso il massimo dello sconto possibile. Quindi il piccolo fuori busta.

Il comandante dei vigili è purtroppo finito in gattabuia, e con lui altre cinque persone. Dovranno subire un processo, speriamo in tempi brevi. Nei bar della città il dibattito freme: e ora che fare degli autovelox?

 

3 appartamenti al prezzo di 1

A Correzzana, tremila anime vicino Monza, un imprenditore chiede e ottiene una licenza edilizia per costruire degli appartamenti. Come compensazione offre la costruzione di un centro polifunzionale e presenta una fideiussione a garanzia dell’impegno.

Gli appartamenti si completano, il centro sociale invece no. Mario Corbetta, sindaco e assessore all’urbanistica, non ritiene di escutere la fideiussione. Fa invece un bell’investimento immobiliare per sé e la sua famiglia: compra dall’imprenditore inadempiente due appartamenti e due box nella vicina città di Cesano Maderno. Sua figlia invece si innamora di un delizioso appartamentino con box e giardino ad Arcore. I tre acquisti sono un affare: 246 mila euro in tutto.

L’opposizione grida allo scandalo, allo scambio di favori, lui risponde: “no al killeraggio”: “Non mi dimetto, assicura.

 

Bolzano e gli appalti fru fru

Anche da Bolzano cattive notizie. L’ex direttore dell’ufficio edilizia dell’ospedale di Bolzano ha chiesto di patteggiare la pena per i reati di corruzione e turbativa d’asta. Marco Facchini distribuiva con disinvoltura i lavori di modica entità, quelli sotto la soglia dei 40 mila euro e dunque sottratti al rigore delle gare d’appalto.

Chiedeva in cambio poche cose: tinteggiatura dei muri di casa, piccoli lavori di falegnameria, qualche volta anche di carpenteria . L’hanno pure filmato mentre intascava una mazzetta. Ma lui ha subito restituito tutto: quattromila euro, quasi niente.

 

L’anno orribile di La Spezia

Falsificazioni di verbali di gara, turbativa di gare tramite la costruzione di bandi su misura e l’‘invito’ fatto ai concorrenti ostili di ritirare la candidatura, gare per l’acquisto di attrezzature ospedaliere truccate alterando il punteggio tecnico attribuito all’azienda ‘amica’, e ancora minacce agli appaltatori per avvalersi per forniture e subappalti di aziende ‘amiche’.

Sono alcuni dei comportamenti illeciti contestati a un manager dalla Asl 5 di La Spezia dalla Guardia di Finanza, nell’ambito di un’inchiesta che ha portato all’emissione da parte della Procura della Repubblica di La Spezia di 11 misure cautelari personali, di cui 4 in carcere e 7 ai domiciliari, resesi necessarie “per interrompere la continua attività criminosa, di cui si sono avuti riscontri fino a pochi giorni fa su gare in corso di svolgimento, nonché per impedire l’inquinamento di fondamentali elementi probatori”, spiega in una nota la Guardia di Finanza .

Il 2018 è stato l’anno orribile dell’Asl numero 5 di La Spezia. Tutto un florilegio di reati e di pressioni alcune veramente singolari.

Un dirigente, per esempio, costringeva una società che stava realizzando una residenza sanitaria protetta ad acquistare i serramenti nel suo paese d’origine, in provincia di Catania.

Cosa faranno in Sicilia a lucchetti e maniglie?

(2. fine)

“Messina Denaro, le camicie di marca e il postino con la bicicletta elettrica”

Ha i capelli neri, è stempiato e non è più “affetto da strabismo”, ma è ancora magro e per questo veste pantaloni con le pences, indossa solo camicie di marca acquistate da Dell’Oglio, a Palermo, insieme alle scarpe Alexander, reperibili anche nel negozio di Trapani “Stefania Moda’’: è l’ultimo identikit del superlatitante di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, contenuto in un’informativa del Ros depositata nell’udienza preliminare del processo all’ex sindaco di Castelvetrano (Trapani) Antonino Vaccarino, accusato di avere veicolato verso il boss trascrizioni di intercettazioni riservate ricevute dal tenente colonnello dei carabinieri in servizio alla Dia di Caltanissetta Marco Zappalà.

Nel processo è imputato anche l’appuntato Giuseppe Barcellona che risponde di accesso abusivo al sistema informatico, e che è la fonte delle notizie dell’identikit, ricevute, avrebbe sostenuto, da un confidente descritto come “una persona onesta che conosce il latitante sin da giovane”.

Nell’informativa è scritto che durante una notifica a casa dell’appuntato, Barcellona, “chiedendo di parlare da solo con lo scrivente (un ufficiale dei Ros, ndr) riferiva di avere appuntato su un foglio alcune notizie (ricevute asseritamente da una fonte confidenziale, nei mesi precedenti il proprio arresto), inerenti il latitante Messina Denaro’’.

Nel foglio mostrato all’ufficiale, oltre ai dati somatici, anche il nome di uno dei postini del boss (“che si sposta con una bici elettrica nei pressi di un bar pasticceria che è solito frequentare’’), e la notizia dell’esistenza a Castelvetrano di una serie di “cunicoli sotterranei che dai bagni pubblici delle piazze conducono sotto terra a una chiesa sconsacrata”. Adesso per cristallizzare le dichiarazioni dell’appuntato, che ha sempre sostenuto di avere obbedito a un ordine superiore, in un incidente probatorio i pm della Dda di Palermo Francesca Dessì e Pierangelo Padova hanno chiesto di interrogarlo, e il gip deciderà il prossimo 10 ottobre.

Da Dell’Utri ai soldi di Lega e Forza Italia: così parlò Caianiello

“Vorrei manifestare la mia volontà di iniziare una collaborazione perché voglio cambiare vita e tagliare i legami con le persone con le quali ho condiviso il mio percorso politico”. Carcere milanese di Opera. Interno giorno. Nino Caianiello, il presunto puparo del tangentificio Lombardia, ha appena finito la frase. Sono le 14:33 del 3 settembre. Davanti a lui il pubblico ministero Lugi Furno prende nota. Dopo gli arresti del 7 maggio, dopo i primi incontri interlocutori, il lavoro del magistrato ha fatto breccia, Caianiello ha deciso di parlare. Da lì saranno altri cinque verbali e centinaia di pagine, in buona parte coperte da omissis e contenute nei 70 faldoni depositati dai pm di Milano dopo l’avviso di fine indagini consegnato la scorsa settimana a 71 indagati.

Dunque si inizia. “Nella provincia di Varese esiste un sistema di retrocessioni che prevede forme di finanziamento ai partiti. Con riferimento agli incarichi elettivi di partito e alle nomine nelle società pubbliche le retrocessioni (…) negli ultimi otto anni si sono tradotte, a livello provinciale, nella associazione Agorà liberi e forti. Il 10% era stringente per quanto riguarda i finanziamenti da parte dei soggetti che assumevano incarichi elettivi (…). Per i professionisti le retrocessioni oscillavano tra il 4 e il 7%”. Tra i vari, Caianiello cita il parlamentare di FI Diego Sozzani detto “paperino”, salvato dalla Camera che ha respinto la richiesta d’arresto avanzata dalla Procura. “In relazione agli incarichi che otteneva la Green Line c’era un accordo direttamente con Sozzani per il riconoscimento nei miei confronti di una quota del corrispettivo”. Il rapporto con Sozzani risale al 2012. All’epoca Caianiello, dopo la condanna per corruzione non poteva avere rapporti con la pubblica amministrazione. “Da quel momento le mie fonti di sostentamento consistevano in piccole consulenze, fra cui la Sky Lab di Sozzani”. Ancora prima, nel 1999, quando la sua carriera politica è in piena ascesa, si mette a disposizione di Marcello Dell’Utri, ex senatore di FI condannato per concorso esterno a Cosa Nostra. All’epoca Dell’Utri, già nel mirino dell’antimafia, corre per le elezioni europee. “Me lo presentò Massimo Buscemi (ex assessore regionale nelle giunte Formigoni, ndr) e fece sì che io potessi seguire Marcello Dell’Utri nella sua campagna del 1999 (…). Sono stato al suo fianco (…), ero sempre in macchina con lui, assistevo alla sua campagna elettorale”.

Torniamo alla cosiddetta “decima”. “Secondo un accordo non scritto, coloro che rivestivano incarichi elettorali erano tenuti a versare il 10% della loro indennità ad Agorà (…). Era una sorta di sensibilizzazione che veniva fatta ai professionisti privati che prendevano incarichi dalle partecipate”. Questa “sensibilizzazione (…) venne condivisa con il coordinamento provinciale di Varese nella persona anche di Lara Comi”. E ancora: “A Gallarate esisteva un gruppo elitario di professionisti legati ai vari partiti, i quali monopolizzavano tutti gli incarichi relativi al settore Urbanistico (…). La voce che da sempre girava era che tali professionisti erano disponibili a retrocedere delle somme a fronte degli incarichi ricevuti”. C’è poi il capitolo Lega e i rapporti con gli influenti rappresentanti del Carroccio sul territorio. Si parla sempre delle trattative “politiche” per le nomine. “A quei tavoli veniva Matteo Bianchi”, oggi parlamentare della Lega al momento non indagato.

Caianiello invece nega la presenza dell’avvocato Andrea Mascetti, professionista molto vicino al numero due della Lega, Giancarlo Giorgetti. “Con Mascetti non ho mai trattato temi del genere”. Questo passaggio è contenuto nel verbale di giugno, quando Caianiello ancora non aveva deciso di collaborare. Sul tema è ritornato, ma le sue frasi sono coperte da omissis. Allo stato Mascetti non è indagato. Di lui parla però Alberto Bilardo, ex commissario cittadino di FI a Gallarate, soprannominato per sua stessa ammissione “Biladro”. Dice durante la sua collaborazione davanti al pm Furno: “Nella Lega non c’è una persona che prende i soldi, ma c’è una suddivisione degli incarichi. Quando Mascetti prende degli incarichi poi fa lavorare altri professionisti. Mascetti è una persona di fiducia dell’onorevole Giorgetti. Caianiello mi aveva detto del ruolo importante di Mascetti in quanto deteneva le leve economiche”. Aggiunge Laura Bordonaro, ex dirigente di una partecipata, anche lei indagata: “Mascetti e Caianiello, durante le Amministrative 2019, si sentivano per accordi sui vari sindaci (…). Mascetti è il professionista maggiormente sponsorizzato dalla Lega. Viene indicato come persone che finanzia la Lega anche mediante associazioni che a lui facevano capo come Terra Insubre”.

Forza Italia mi sta stretta, meglio Renzi: se va male ho la pensione

Renata Polverini è di destra quando si arrabbia, di sinistra quando sta tranquilla.

Perdo le staffe di rado, però a volte ci vuole. Col tempo e l’età ho imparato ad apprezzare la giornata moscia, la piccola fetta di noia quotidiana, il massaggio ai piedi, il mare al mattino presto.

Più aggressiva da governatrice del Lazio.

Avevo poco più di quarant’anni, l’ansia di prestazione, la voglia di fare, il senso del dovere.

Immortale quel comizio a Genzano in cui chiamò “zecche comuniste” i contestatori di sinistra che protestavano.

Erano quelli con i cani.

I punkabbestia.

Li avevo addosso dalla mattina, mi inseguirono in tutti gli appuntamenti di quella campagna elettorale e allora non ce la feci più.

Zecche comuniste!

E che cazzo! Non è una medaglia nel curriculum, anzi mi costa rievocare quel momento però io mi sentii bene, liberata.

Era pugnace, volitiva, molto di destra.

Moltissimo no. Mai stata nel Msi per esempio. Hanno diffuso una mia foto col braccio alzato. Hanno manipolato il frame e con un fermo immagine pare che io faccia il saluto romano.

Acqua passata. Comunque tanta acqua: dal Duce al Truce.

Sul duce rido e sorvolo. Chi sarebbe il truce?

Lei combatte il trucismo del nuovo centrodestra e poi se ne va con Matteo Renzi.

Io ho scelto Forza Italia perchè era il partito delle libertà civili. Mi sono accorta invece che la sua posizione odierna è supina al sovranismo leghista, ostaggio del fuoco salviniano. Questa cosa non mi interessa, non fa per me. Che politica è quella sull’immigrazione? La mia proposta di concedere ai ragazzi con un corso regolare di studi la cittadinanza non è una concessione all’animo buono, ma un modo per integrare le culture, di tentare di non sprofondare nei ghetti come in Francia. L’emarginazione porta alla delinquenza, incide sulla coesione sociale. Un diritto in più agevola la costruzione di una cittadinanza consapevole dei diritti e dei doveri e non di sbandati incattiviti e senza identità civile in giro per le città.

Lei era segretaria dell’Ugl.

L’ho fatta conoscere, avere un peso politico, tirata via dalle catacombe.

Grazie a Floris, allora conduttore di Ballarò.

Prima di invitarmi al programma mi fece fare due lunghissime interviste tecniche. Mi provò, voleva capire chi fossi, quali idee avessi.

Superò la prova brillantemente.

Direi proprio di sì.

Più che il suo sindacato, conoscemmo lei. Renata, la sindacalista gnè gnè. Gnè con la destra, gnè con la sinistra.

Avevo bisogno di accreditare la mia struttura, farla entrare nel vivo delle relazioni. Furono anni splendidi: a proposito di relazioni, seppi costruirne di variegate e potenti. Dire che non mi abbiano aiutato nella carriera personale sarebbe un’ipocrisia.

La Ugl l’ha scaricata. Anzi, è a processo per l’utilizzo delle carte di credito del sindacato. Acquisti personali fatti pagare alla cassa comune. Quel viaggio a New York, l’intimo di Victoria Secret.

È stata una porcata fatta a me. Fango per sporcare il mio viso, solo per quello. Una porcata decisa quando hanno scelto di svendere il sindacato a Salvini. Quelle carte di credito erano in dotazione al mio ufficio, ma non per le mie spese personali. Furono acquistati piccoli doni e regali ai colleghi non certo a miei amici. La titolare ero io, in quanto segretaria. Ero io titolare dell’ufficio, ma la firma era di altri.

Comunque è passato tanto tempo.

Infatti non capisco perché lei rievoca, intigna. Ha sempre bisogno di essere così cattivo?

La vedo già parlare a nome del gruppo di Italia Viva a favore del governo.

Com’è profetico…

Un mese, massimo due. Per Natale è contributrice netta di Giuseppe Conte. (Passa in Transatlantico Annagrazia Calabria, collega di Forza Italia e si avvicina: Renata, non ci far leggere sui giornali quello che farai, dai parliamone!)

Va bene.

Tutti la cercano, la tirano per la giacca. Intanto domani si vota a favore del taglio dei parlamentari.

È una stronzata, ma si deve votare sì.

Sta per tagliare il ramo su cui è seduta.

E che non lo so? Ma tira un vento nel Paese che non ammette riflessioni, resistenze, pensieri ostili.

Un peccato. Magari ci rimette la poltrona.

Non ho più ansie da prestazione. Mi sono sempre pagata volontariamente i contributi pensionistici per il mio lavoro precedente alla politica. I colleghi mi dicevano: ‘Ma perché spendi questi soldi, abbiamo il vitalizio’. E io: ‘Non si sa mai’. Hai visto ora col vitalizio come siamo messi? Sono spendacciona ma in certe cose una formica perfetta. Sa che ho anche un’assicurazione privata sanitaria oltre quella della Camera?

Lei è troppo tranquilla, ha la faccia di una quota 100.

Posso andare in pensione, sì.

Bisogna ringraziare Salvini, lo ricordi. Per chi fa politica anche una grande libertà.

È una grande libertà, la pensione è una grande rete di protezione che ti libera dagli assilli.

Potrà andarsene con Renzi e magari fare in futuro ulteriori capriole.

Potrò fare e dire tutto, ah ah ah.

Ammettiamo che domani il Parlamento decida di chiudere le Regioni.

Io direi assolutamente sì. Le province hanno un senso, le regioni no.

Detto da una governatrice.

Troppo grandi, troppo pesanti. Da chiudere assolutamente.

Renzi è paraculo.

È bravo invece.

Troppo disinibito.

Scaltro, efficace.

Ha solo il quattro per cento.

Con tre interviste ha già fatto il quattro.

E se resta imbullonato sotto al cinque?

Buonasera.

Tagli, penali, bufale, risparmi “fasulli”: storia infinita dei caccia della discordia

L’acquisto degli F-35 da parte dell’Italia assomiglia a una Never ending story. Iniziata nel 2002, avrà la sua prima definizione con il Memorandum of Understanding del 2007 firmato dall’allora sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri (governo Prodi-2).

Il programma prevedeva inizialmente l’acquisto di 131 caccia ma il governo Monti, nel 2012, li riduce a 90 (60 in versione convenzionale e 30 in versione a decollo corto e atterraggio verticale per la portaerei Cavour).

Nel Memorandum è già contenuta la smentita all’ipotesi che, in caso di ritiro dal progetto, l’Italia debba pagare una penale. Alla sezione 19, paragrafo 4, infatti, si legge che “ogni partecipante può ritirarsi da questo Memorandum scrivendo 90 giorni prima il suo intento agli altri Partecipanti”. L’unico impegno si determina quando “il ritiro di un Partecipante si verifica prima della chiusura della linea di produzione” in tal caso “il partecipante che si ritira pagherà la sua quota dei costi di chiusura della linea al momento del suo ritiro”. L’assenza di penalità è stata peraltro ribadita dalla Corte dei Conti nella sua delibera 15/2017.

Dalla decisione del governo Monti di portare a 90 l’impegno complessivo, il Parlamento ha dibattuto più volte di un’ulteriore revisione. Nel 2014 la maggioranza a Montecitorio approvò la mozione per dimezzarne “il budget finanziario originariamente previsto”, cosa che però non è mai avvenuta.

Come nota la campagna “No F-35” della Rete italiana Disarmo, si è verificato sempre e solo “uno slittamento” degli impegni di spesa provocando risparmi nell’immediato ma non nella spesa complessiva.

L’ultimo programma di acquisizione ufficiale risale al 2016 a firma della ministra pd, Roberta Pinotti che, appunto, prevede i 90 aerei da acquisire. Così al momento risultano acquistati o ordinati 28 aerei ma il ministero della Difesa è in procinto di ordinarne al più presto altri 22. Su questo punto si era verificato uno scontro tra l’ex ministra Elisabetta Trenta e i vertici militari.

Secondo i calcoli effettuati dalla Rete Disarmo un aereo costa almeno 155 milioni di euro, mentre secondo quelli del M5S oscilla tra i 120 e i 150: più bassi nelle dichiarazioni dei costruttori, più alti nei bilanci effettivi dei ministeri della Difesa.

Il problema è che a questi costi vanno sommati i costi di esercizio che sono molto più alti. Un piano da 30 velivoli, infatti, dal costo base di 3,6 miliardi salirebbe, al netto dei benefici di imposte e di costruzione di parti in Italia (in particolare a Camerino), a quasi 16 miliardi.

Il M5S ha elaborato un piano alternativo che prevede di fermarsi a 30 F-35 (15 all’Aeronautica “per completare la dotazione, già in corso del 32° Stormo di Amendola” e 15 alla Marina per il GrupAer imbarcato su Nave Cavour), e di completare la dotazione con 30 cacciabombardieri leggeri M-346FA e 30 cacciabombardieri pesanti TyphoonT4. Si spenderebbero complessivamente circa 8 miliardi invece di 16 e, assicurano i 5Stelle, si acquisirebbero “velivoli più maturi quindi affidabili” senza penalizzare l’industria nazionale e rimanendo al passo dell’industria europea.

“Sugli F-35 non arretriamo: è una battaglia identitaria”

Gianluca Ferrara, capogruppo M5S in commissione Esteri al Senato, è tra quelli che più di tutti hanno contestato l’ipotesi di confermare l’accordo sugli aerei F-35 con gli Usa.

Non è stato imbarazzante contraddire il presidente del Consiglio?

No, nessun imbarazzo. Abbiamo ribadito solo la storica e arcinota posizione del M5S sugli F-35, che vede l’intero Movimento compatto nel chiedere la revisione di questo programma. Non ho contraddetto Conte, al contrario: ho ribadito la nostra fiducia in Conte e nel fatto che farà la scelta giusta. Conte si è detto d’accordo con il Movimento 5 Stelle sulla necessità di rinegoziare la partecipazione italiana al programma F-35. E siamo certi che lo farà.

Ma non intendete prendere delle iniziative parlamentari?

Il dossier F-35 è in mano alla Presidenza del Consiglio: al momento non sono previste iniziative parlamentari. Se ce ne fosse il bisogno, il Movimento 5 Stelle si esprimerebbe compattamente per la rinegoziazione e la rimodulazione del programma, come ha sempre fatto in passato. Questa è una battaglia identitaria su cui non arretreremo mai. I cittadini italiani per sentirsi sicuri e tutelati dallo Stato non hanno bisogno di nuovi cacciabombardieri strategici nucleari, ma di nuovi ospedali, nuove scuole e nuovi treni pendolari. Il Movimento 5 Stelle è consapevole della forza politica del complesso militare-industriale e del pericolo che esso rappresenta per la democrazia e per la pace: investire in armamenti aggressivi contrari alla nostra Costituzione e funzionali solo agli interessi militari della superpotenza americana significa rimanere prigionieri di un’economia di guerra che per sua natura alimenta tensioni e conflitti.

I vertici militari, tanti opinionisti, anche i vostri alleati, sostengono che gli F-35 siano fondamentali per la difesa militare italiana.

La più grande bufala della propaganda pro F-35 è che non esistano alternative per garantire la difesa aerea nazionale. Non è vero! Le analisi costi-benefici chieste dal nostro ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta dimostrano chiaramente quello che, a microfoni spenti, dicono da anni anche industriali e militari onesti: all’Italia non servono 90 F-35, ma ne basterebbero la metà: i 15 a decollo verticale per la Marina e una trentina per l’Aeronautica. Il rimpiazzo naturale dei vecchi caccia leggeri Amx sono i nuovi caccia italiani M-346, che costano un quinto, mentre i vecchi bombardieri Tornado sono già in sostituzione con i Typhoon di produzione europea, di cui si potrebbe valutare la versione aggiornata come fatto da tedeschi e inglesi.

Qual è la stima esatta del costo complessivo del programma da 90 aerei F-35?

La programmazione originaria prevede l’acquisto di altri 62 F-35 oltre ai 28 già acquistati e ordinati. Tra costi di acquisizione e costi operativi parliamo di un impegno finanziario di oltre 50 miliardi di euro. Una cifra insostenibile per i bilanci della Difesa italiana, che drenerebbe tutte le sue risorse di esercizio e limiterebbe investimenti in settori più rilevanti per la sicurezza nazionale, a partire dalla cyber- security. L’alternativa di cui parlavo ci farebbe risparmiare almeno 20 miliardi in trent’anni da investire in sanità, istruzione e trasporti e garantirebbe per l’Italia ritorni industriali e occupazionali decisamente superiori a quelli, tutt’altro che entusiasmanti, dell’attuale programma F-35.

Ma non si rischia di pagare delle penali in caso di “rimodulazione” del programma?

Mi fa rabbia che ci sia ancora chi, pur di difendere interessi che non sono certo quelli nazionali, continua a propagandare balle colossali come quella delle penali contrattuali che impedirebbero ogni rimodulazione del programma. Le penali non ci sono come non ci sono state nel 2012 con il taglio da 121 a 90 aerei, e come ha confermato la Corte dei Conti nel 2017 scrivendo chiaramente che ‘l’opzione di ridimensionare la partecipazione nazionale al programma non è di per sé soggetta a penali contrattuali’. Ci potrebbe essere solo una riduzione di commesse per lo stabilimento Leonardo di Cameri, che però sarebbe ampiamente compensata dall’avvio di programmi alternativi, molto più vantaggiosi per l’industria nazionale e molto meno onerosi per i contribuenti.

Quelli che… chiedono spiegazioni

Ora i due Matteo – Renzi e Salvini – fanno la morale al premier Giuseppe Conte sulla gestione della delega ai Servizi segreti e sui rapporti con lo studio Alpa. Conte farà bene a chiarire ogni cosa ma i due omonimi della politica italiana, oltre alla ricorrenza dell’onomastico, hanno avuto e hanno in comune la strategia del silenzio o delle balle senza contraddittorio, quando è toccato o tocca a chiarire qualcosa di scomodo. Tra omissioni, amicizie imbarazzanti, spericolate avventure all’estero di alcuni collaboratori. Negare di conoscerli, ai tempi dei social, è sempre più difficile. Può bastare una foto.

 

Salvini

Dal “russo” Savoini ai 49 milioni, fino all’affare dell’eolico

Matteo Salvini non solo chiede al presidente Giuseppe Conte di mollare la delega ai servizi segreti, ma pretende anche di diventare presidente del Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi. Forse, prima di diventarne presidente, sarebbe il caso che andasse al Copasir a spiegare alcune vicende che hanno coinvolto lui e la sua Lega.

1. Salvini deve spiegare chi è Giampaolo Savoini. Leghista doc, presidente dell’Associazione Lombardia-Russia. Dopo lo scandalo dei rubli, Salvini ha quasi negato di conoscerlo, ma poi è stato inchiodato dalle fotografie che dimostrano la sua presenza, sempre al fianco di Salvini, in tutte le missioni in Russia.

2. Savoini era presente anche all’incontro segreto avvenuto il 18 ottobre 2018 all’hotel Metropol di Mosca, dove era arrivato insieme a Salvini. Al Metropol, Savoini, affiancato da un avvocato d’affari e un consulente finanziario, incontra tre russi che gli propongono una fornitura da 1,5 miliardi di dollari di prodotti petroliferi russi.

3. I prodotti petroliferi erano da vendere a Eni (che smentisce), con un 6% di sconto. Che rapporti aveva stretto Salvini, quand’era al governo, con Eni e i suoi manager?

4. Quello sconto era da dividere tra faccendieri russi (2%) e intermediari italiani della Lega (4%), così da far arrivare nelle esauste casse del partito 65 milioni di dollari. Un finanziamento illecito dalla Russia con amore per ringraziare Salvini del suo sostegno a Putin.

5. La Procura di Milano sta indagando per corruzione internazionale sull’affare, che poi non si è concluso. Ma che l’incontro sia avvenuto e che la promessa dell’illecito finanziamento sia stata fatta è provato dalla registrazione audio finita sul sito americano Buzzfeed. Salvini ha dichiarato che la sua Lega non ha mai ricevuto dalla Russia né “un centesimo di rublo, né un goccio di vodka”. Ma – a parte il fatto che l’affare doveva essere concluso in dollari e non in rubli – che cosa ci faceva Savoini al Metropol? Per chi trattava?

6. Il giorno prima, il 17 ottobre 2018, Salvini aveva incontrato Dmitry Kozak, viprepremier russo con la delega all’energia. Poi era andato a cena al ristorante Rusky. Con lui c’erano Savoini, Ernesto Ferlenghi (presidente di Confindustria Russia e manager dell’Eni in Russia), Luca Picasso (direttore di Confindustria Russia), Claudio D’Amico (consigliere dell’allora vicepremier per le questioni strategiche) e Luca Paganella (capo di gabinetto di Salvini). Di che cosa hanno parlato quella sera?

7. Dalle casse della Lega sono spariti 49 milioni di euro di finanziamenti pubblici ricevuti sulla base di giustificativi irregolari. Salvini ha sempre scaricato la responsabilità sulla Lega Nord di Umberto Bossi e di Roberto Maroni. Ma in quegli anni Salvini non era su Marte: davvero non sapeva che cosa stava succedendo nel partito?

8. Non si è accorto neppure degli affari di un suo senatore e sottosegretario di governo, Armando Siri? È indagato per corruzione, per una tangente da 30 mila euro promessa dall’ex deputato Paolo Arata in cambio di incentivi a favore dell’energia eolica da inserire nella manovra economica.

9. Era un favore da fare a Vito Nicastri, imprenditore siciliano ritenuto tra i finanziatori della latitanza del boss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro.

10. Niente da dire neppure sui soldi che il tesoriere della Lega, Giulio Centemero, avrebbe nascosto nella onlus Più Voci, mentre erano invece finanziamenti al partito?

 

 

Renzi

Il Tfr di “famiglia”, papà condannato, i Rolex arabi, ecc.

Anche l’altro Matteo, Renzi, fresco di partito personale, Italia Viva, dopo l’uscita dal Pd, avrebbe diverse risposte ancora da fornire.

1. L’affaire Digistart. La società di consulenze è stata creata da Renzi a maggio. Ora ne annuncia la chiusura, indignato da chi ha insinuato che la società serviva a lucrare con la sua attività politica. Ma se non fossero usciti gli articoli, chissà. Marco Carrai al Fatto dice che il 25 settembre si è dimesso da amministratore delegato.

2. Il complotto Woodcock-Scafarto-il Fatto: nel libro Avanti si alludeva alle indagini Cpl e Consip di W. e del Noe, e ai nostri scoop, come frutto di una macchinazione per incastrare lui e il papà Tiziano. Tesi crollata giovedì con la sentenza che ha prosciolto il maggiore del Noe Scafarto, perché i suoi errori erano “chiaramente involontari”.

3. Consip, Matteo Renzi sapeva dell’indagine? Un suo fedelissimo, Filippo Vannoni, lo ha detto al pm di Napoli Woodcock. Renzi non ha chiarito, né la Procura di Roma, che lo ha sentito due volte, ha pensato di porgli la questione.

4. “Mio padre sotto inchiesta per il cognome che porta”. Ovvero: Tiziano Renzi perseguitato perché papà del premier. Ma ora che Renzi è solo un senatore semplice, come si spiega la condanna di ieri per fatture false?

5. Romeo e “Luca”, Renzi jr, Renzi sr. Consip: in pubblico Matteo Renzi dice di essere sicuro che il padre non abbia mai incontrato Alfredo Romeo. In un’intercettazione, però, quando urla, dice di non credergli e lo invita a dire la verità “in quanto in passato la verità non l’hai detta a Luca …”. A chi si riferiva? Lotti? Non si sa.

6. Il pasticcio delle nomine e delle spese a Firenze. Condanne della magistratura contabile poi annullate per presunti sperperi di quando fu sindaco e presidente della Provincia. L’ultima condanna è di luglio e riguarda la nomina di quattro direttori generali. Non l’ha commentata, lasciando l’incombenza agli avvocati: “Finirà tutto in un nulla come in passato”.

7. L’assunzione sospetta e quel Tfr salvato. Assunto nel 2003 come dirigente nell’azienda di famiglia, la Chil srl, 11 giorni prima che l’Ulivo lo candidasse alla Provincia, Renzi ha goduto di 9 anni di contributi versati dalla collettività. Grazie ai quali ha poi maturato un Tfr di circa 40 mila euro. La vicenda è finita nell’inchiesta conclusa ieri nella condanna di Tiziano e quando noi del Fatto invitammo Matteo a donare allo Stato un tfr ottenuto in quel modo, non abbiamo avuto risposta.

8. La soffiata a De Benedetti: l’Ingegnere chiede al suo broker di investire 5 milioni in azioni di banche popolari dopo che Renzi gli ha anticipato un decreto sul tema, e per questa vicenda finisce a processo il solo broker. Dalle carte emerge una confidenza tra l’editore-imprenditore e il premier che avrebbe dovuto essere chiarita fino in fondo.

9. L’air force Renzi: come è stato possibile pagare 168 milioni di euro con un leasing da otto anni un aereo che poteva essere comprato a soli 7 milioni?

10. I Rolex dell’Arabia Saudita donati nel 2015 a una delegazione di governo, furono incamerati dalla Presidenza del Consiglio e poi spariti a lungo. L’orologio destinato a Renzi non appariva nell’elenco dei beni ricevuti per la funzione – e restituiti – che l’ex premier ha dovuto compilare lasciando l’ufficio. Poi sono riapparsi tutti i Rolex, ne abbiamo le foto. Sono davvero tutti?