Copasir, Salvini insiste e gioca la carta Volpi per convincere a dare la presidenza alla Lega

Quanto la partita sia delicata lo dimostra il cambio di cavallo in corsa per la Lega. Per la presidenza del Copasir (il Comitato parlamentare sulla pubblica sicurezza), che domani dovrà eleggere un nuovo presidente causa nomina a ministro di Lorenzo Guerini, in un primo momento il partito di Matteo Salvini sembrava orientato su Riccardo Molinari o Nicola Molteni: ora invece punterebbe su Raffaele Volpi, sottosegretario alla Difesa del Conte uno. Un personaggio con più storia istituzionale alle spalle, in qualche modo più “moderato”, qualità che per quell’incarico è sempre ben accetta. Il problema, per Salvini, è che Giorgia Meloni non ha intenzione di fare passi indietro. La carica, infatti, spetta all’opposizione: Forza Italia ha già la presidenza della Vigilanza Rai, quindi la partita è tra Lega e Fdi, che da tempo ha indicato in Adolfo Urso, ex An di lungo corso, il proprio candidato. “Ha il pedigree perfetto per quel posto”, dicono. Tra l’altro Urso è già vicepresidente dell’organismo, oltre a essere senatore: per il Copasir si usa seguire l’alternanza tra le due Camere e dopo Guerini, che è deputato, ci vorrebbe un membro di Palazzo Madama.

In vista di domani, dunque, tra le due forze di centrodestra è in corso un braccio di ferro. Anche se qualcuno sussurra che Meloni starebbe alzando il prezzo per poi ottenere, magari, una candidatura in più alle Regionali. Altri invece sostengono che al Quirinale sarebbe meglio visto Urso piuttosto che un salviniano. La partita è delicata perché proprio al Copasir dovrà riferire il premier Giuseppe Conte sul Russiagate, il presunto aiuto fornito agli Usa dalla nostra intelligence in agosto. Ma il Copasir potrebbe avere un ruolo anche nell’indagine Metropol a carico della Lega. Anche per questo Salvini non mollerà tanto facilmente.

Oggi l’Europa decide sui boss e la Cassazione su Brusca

Lotta alla mafia sul fronte europeo. È prevista per oggi la decisione della Corte europea per i Diritti umani sull’ergastolo ostativo.

Per il presidente della commissione antimafia Antimafia, Nicola Morra, “si dovrebbe lavorare affinché la nostra legislazione antimafia venga recepita da altri ordinamenti nazionali in attesa di una normativa europea contro la mafia, invece la Cedu, cioè una Corte europea di giustizia, vuole impedire che l’ergastolo, senza possibilità di alcun alleggerimento, di alcun beneficio, di alcuno sconto di pena, possa indurre mafiosi ad accettare la possibilità di collaborare con lo Stato, diventando fonti informative importanti per sconfiggerei sodalizi mafiosi”. Il timore concreto, e lo sottolinea lo stesso Morra, è che bocciando l’ergastolo ostativo “si delegittimi il 41-bis, che è un regime carcerario che impedisce al detenuto di continuare a relazionarsi con l’organizzazione di cui era parte”. Insomma per il presidente della commissione Antimafia bocciare l’ergastolo ostativo “sarebbe un colpo alla memoria di Falcone e Borsellino”.

Lotta alla mafia sul fronte interno. È atteso per oggi il verdetto della Cassazione sui domiciliari per Giovanni Brusca, uno dei più sanguinari tra i killer dei Corleonesi nella stagione delle Stragi, nonché responsabile di Capaci e della fine del piccolo Santino Di Matteo, sciolto nell’acido. Ieri il procuratore generale nella requisitoria ha chiesto che i domiciliari non siano concessi. “Brusca terminerà di scontare la pena in carcere nel 2022 se la Cassazione non aprirà ai domiciliari, ma potrebbe tornare libero alla fine del 2021 perchè ha uno sconto di 270 giorni come previsto dal regolamento carcerario”, ha spiegato l’avvocato Antonella Cassandro che ha firmato il ricorso all’Alta corte.

Cosa disse Conte agli 007 nei summit preparatori

Roma capitale di trame sul Russiagate che da tre anni imperversa nella politica americana, Donald Trump che annoda complotti internazionali per rivendicare le stimmate di vittima e strappare il secondo mandato, il governo italiano che offre la collaborazione dell’intelligence a William Barr, ministro della Giustizia, cioè procuratore generale degli Stati Uniti. Il premier Giuseppe Conte non ha intenzione di cadere in agguati di partiti di maggioranza e opposizione né di cedere la delega sui servizi segreti e si dice pronto a riferire al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) per smentire chi ritiene l’Italia sottomessa agli ordini della Casa Bianca. Conte ha spiegato ai suoi collaboratori che Trump non gli ha parlato mai di Barr.

La versione del premier riguarda i due incontri tra Barr e l’intelligence italiana e, soprattutto, le disposizioni che lo stesso Conte ha fornito ai vertici dei servizi segreti. Qualche giorno prima di ferragosto con il governo gialloverde in decomposizione dopo le bizze di Salvini dal Papeete, il primo ministro riceve una richiesta dall’ambasciata Usa. Gli americani chiedono di consentire al ministro Barr di ottenere notizie sul maltese Joseph Mifsud, controverso professore alla Link University, considerato una matrice del Russiagate e irreperibile da tempo. Palazzo Chigi reputa la domanda accettabile, ma ad alcune condizioni: se si tratta di uno scambio di informazioni tra 007 di Paesi alleati, ne va definito il perimetro; se è un’inchiesta giudiziaria (il ministro della Giustizia negli Stati Uniti è anche Attorney general e responsabile dell’Fbi), è necessaria una rogatoria.

L’Italia non ha interferito nella campagna presidenziale del 2016, è la convinzione del premier, che non ha visto mai Barr, però confrontarsi con gli americani è prezioso per dissipare i loro sospetti e capire qualcosa che sfugge a Chigi.

Per Conte la missione di Barr è un’occasione pure per l’Italia: nessuno ha sbagliato o deviato, ma è meglio sentire cosa sanno gli americani. Questa è l’indicazione di Conte a Gennaro Vecchione (Dis), capo del dipartimento che coordina l’intelligence. Il 15 agosto Vecchione, uomo scelto da Conte, ospita Barr negli uffici di piazza Dante, la sede degli 007 a Roma. La prima visita spinge Vecchione a organizzare una riunione più operativa col prefetto Mario Parente (Aisi, interni) e il generale Luciano Carta (Aise, esteri). Il capo del Dis è autorizzato da Conte e invita per iscritto Parente e Carta per l’appuntamento del 27 settembre con la delegazione Usa.

Prima del colloquio più delicato tra i servizi e Barr, il premier convoca Carta, Parente e Vecchione a Palazzo Chigi e ripete le sue istruzioni: collaboriamo per un interesse reciproco, non va consegnato materiale. Il dettaglio è rilevante. Conte vuole (e deve) dimostrare di aver fissato un perimetro politico per l’intelligence perché vuole (e deve) confutare la tesi che dietro la disponibilità con Barr ci fosse un vantaggio personale, l’investitura di Trump e poi il celebre “Giuseppi”. Il 27 settembre, allora, il ministro Barr torna in missione a Roma e discute con Carta, Parente e di nuovo Vecchione, sempre in piazza Dante, e poi rientra a Washington. I viaggi di Barr sono svelati dagli Stati Uniti, Conte non ha coinvolto altri se non i vertici dei servizi, non ha allertato il Copasir a ferragosto, il presidente era Lorenzo Guerini, attuale ministro della Difesa.

Il premier giudica l’episodio un semplice esempio di rapporto informale tra stati amici e, per replicare a Matteo Renzi, ribadisce che tiene per sé la delega ai servizi. Al Parlamento spetta il compito di valutare se il premier Conte e il fidato Vecchione hanno agito nel rispetto delle regole oppure se Conte ha reso l’Italia complice di azioni che per i democratici americani sono un abuso di potere di Trump, così grave da valere le dimissioni dalla Casa Bianca.

L’incontro Lotti-Savasta e gli altri guai giudiziari per la casata di Rignano

C’è un passaggio della requisitoria della pm Christine von Borries che allunga ombre su Tiziano Renzi. Ieri l’imprenditore Luigi Dagostino è stato condannato con Tiziano Renzi e Laura Bovoli per due fatture per operazioni inesistenti. Per quegli stessi pagamenti di 160 mila euro, uniti ad altri fatti ripercorsi nella requisitoria, Dagostino è però indagato anche per traffico di influenze. Se nel processo chiuso ieri in primo grado la pm contestava il versante “fiscale” della storia, nell’altra indagine contesta un aspetto più “politico-amministrativo”. Come ha ricordato ieri la pm Von Borries, “Luigi Dagostino nel maggio giugno 2015 chiese a Tiziano Renzi di fissare un appuntamento con Luca Lotti, allora sottosegretario a Palazzo Chigi per il pubblico ministero Antonio Savasta”.

Normali pubbliche relazioni, certo. Però la pm aggiunge che Savasta era proprio il pm “che avrebbe dovuto indagare anche Luigi Dagostino per uso di fatture false”. Savasta infatti aveva ricevuto alcune segnalazioni di fatture false emesse da alcune società nei confronti proprio di imprese di Dagostino. Ciononostante proprio lui chiedeva allo stesso Dagostino di aiutarlo a incontrare a Palazzo Chigi Luca Lotti. La pm Von Borries nella requisitoria ieri ha ripercorso questa triangolazione: l’imprenditore voleva avere buoni rapporti con il suo pm perché “Dagostino avrebbe dovuto essere indagato o iscritto dal pm Savasta come utilizzatore delle false fatture, cosa che non avveniva per molti mesi fino a che la stessa Finanza inviava una comunicazione di notizia di reato alla Procura di Firenze”. Ecco perché Dagostino chiede al nuovo amministratore della società Tramor di pagare con urgenza la seconda fattura. Ecco la ragione di quelle “somme non dovute ai coniugi Renzi per un importo complessivo di 20 mila euro (Party Srl) e 140 mila euro (Eventi 6 Srl)”.

La pm ha sottolineato che due giorni dopo l’emissione della prima fattura da 20 mila euro della Party Srl, Dagostino ottenne un incontro tra il suo potenziale accusatore Savasta (che poi sarà arrestato per altre storie tutte pugliesi di corruzione) e Luca Lotti, allora potentissimo braccio destro del premier. Pochi giorni dopo l’incontro c’è l’emissione della seconda fattura da 140 mila della Eventi6. L’appuntamento con Lotti per la pm è “frutto evidente di questa mediazione posta in essere da Tiziano Renzi a favore di Luigi Dagostino tramite il sottosegretario Luca Lotti”.

La sensazione è che la pm Christine von Borries, dopo avere incassato la condanna a un anno e nove mesi per entrambi i coniugi Renzi e a due anni per Dagostino, possa puntare a dimostrare che le operazioni inesistenti fossero il presupposto per un traffico di influenze. “L’incontro tra l’imprenditore Dagostino e l’allora sottosegretario Luca Lotti a Palazzo Chigi il 17 giugno 2015 – insorge l’avvocato Federico Bagattini – non c’entra nulla: è una coincidenza temporale, che non è esposta nel capo di imputazione e che quindi non ha il benché minimo riferimento e rilevanza rispetto a questa vicenda”. Il legale di Tiziano Renzi ha ragione. Il punto è proprio quello: l’incontro Savasta-Lotti non c’entra con l’inchiesta per false fatture ma potrebbe essere stato evocato dalla pm in una logica diversa, non fiscale. Insomma potrebbe essere la base fattuale della seconda indagine aperta nel 2019 per traffico di influenze illecite.

La Procura insomma potrebbe ritenere che i 160 mila euro furono dati nel 2015 alle società dei Renzi per “pagare” l’influenza di Tiziano su Lotti. Il padre dell’ex premier rischierebbe una seconda indagine per traffico di influenze illecite, fermo restando che Lotti comunque (come Luigi Marroni nel caso Consip) resterebbe fuori completamente come anche Laura Bovoli che nulla c’entra. Finora l’invito a comparire come indagato per traffico di influenze è stato inviato, però, solo a Luigi Dagostino. Se a Firenze siamo di fronte a un’ipotesi, il traffico di influenze è uno spettro reale per Tiziano Renzi a Roma. Sembrava svanito grazie alla richiesta di archiviazione presentata nei suoi confronti per il caso Consip dai pm Paolo Ielo e Mario Palazzi. Però il gip Gaspare Sturzo non ha accolto la richiesta e ha fissato un’udienza per lunedì prossimo. In quella sede, nel contraddittorio tra le parti, sarà affrontata la posizione del padre dell’ex premier.

A Firenze poi rimane aperta l’inchiesta più importante: otto mesi fa i coniugi Renzi hanno subito gli arresti domiciliari per pochi giorni con l’accusa di bancarotta in relazione alle società Delivery Service Italia e Europe Service.

L’indagine prosegue e si sarebbe estesa a una terza società, la cooperativa Marmodiv nel frattempo fallita.

Infine, c’è anche il processo per bancarotta in relazione al crac Direkta che si è aperto a Cuneo. Tra i rinviati a giudizio qui c’è solo la madre di Matteo Renzi, Laura Bovoli. La prossima udienza è fissata al 15 gennaio 2020.

False fatture per l’outlet, un anno e 9 mesi ai Renzi

La pessima notizia per i genitori di Matteo Renzi è arrivata alle quattro e mezza di ieri pomeriggio: il giudice di Firenze Fabio Gugliotta ha condannato entrambi a un anno e nove mesi di reclusione. L’accusa è di aver emesso tramite due società – la Eventi 6 e la Party Srl – due fatture per operazioni inesistenti. È una sentenza di primo grado: gli avvocati di Tiziano Renzi e Laura Bovoli hanno già annunciato ricorso. Come pure farà Luigi Dagostino, l’imprenditore che ha costruito il “The Mall”, il centro commerciale di Regello e che ieri è stato condannato a due anni per le false fatture pagate dalla Tramor Srl di cui in passato era amministratore alle società della famiglia Renzi, e per truffa. I tre imputati – ai quali è stata concessa la sospensione condizionale della pena – sono stati inoltre interdetti per un anno dai pubblici uffici e dal trattare con la pubblica amministrazione.

 

Gli approfondimenti sul centro commerciale

Al centro del processo ci sono dunque due fatture pagate dalla società Tramor. In particolare la fattura numero 1 del 15 giugno 2015, emessa dalla Party Srl per un valore di 24.400 euro, Iva inclusa, con oggetto “Studio di fattibilità commerciale per collocazione area destinata al ‘food’nel vostro nuovo insediamento nei pressi del The Mall a Reggello”; e la fattura numero 202 emessa quindici giorni dopo dalla Eventi 6 ma per un valore molto più ingente: 140 mila euro, più 30.800 di Iva. L’oggetto è simile alla precedente: “Studio di fattibilità di una struttura ricettiva e food con i relativi incomincia asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici”.

 

La difesa: Tiziano è solo un agente per la Eventi 6

Delle due società, Party Srl e Eventi 6 Srl, la Procura è convinta esser stato amministratore di fatto proprio Tiziano Renzi (mentre la Bovoli era l’amministratrice sulla carta). Prove di ciò per la pm Christine von Borriersono alcune email inviate da Tiziano Renzi (“Insieme siamo una forza e le difficoltà di uno chiunque egli sia sono da capire da parte di tutti”, scriveva il 21 giugno 2013) o anche i bilanci che Tiziano visionava. “Era suo diritto in quanto aveva un contratto di agente di commercio stipulato con la Eventi 6 il 2 febbraio 2014”, è la difesa rappresentata dall’avvocato Lorenzo Pellegrino.

 

Il dossier “copiato” e gli incarichi non scritti

Ma la pm è convinta soprattutto che le due fatture emesse nel 2015 siano false: “Manca un incarico scritto per entrambe” e “non è mai stato trovato lo studio di fattibilità praticamente identico per le due le fatture, presso la società Tramor srl”. Sul primo punto, l’avvocato Pellegrino spiega che è una “prassi commerciale di settore” la mancanza di incarichi scritti: succede anche per altri clienti della Eventi 6. E per dimostrare che le due fatture contestate in realtà sono reali, la difesa fa riferimento anche a un file ritrovato dalla Finanza. Quello denominato “Taste Mall Relazione” e che è stato inviato alla Tramor. Un elaborato che “rappresenta l’esito di uno studio composito, particolareggiato” per la difesa, ma che per la pm è una relazione – 8 pagine più 5 di planimetria – “scarna” e soprattutto “insufficiente” a giustificare una fattura da 170 mila euro.

 

Dagostino: “Pagai per sudditanza psicologica”

Per l’accusa prova della falsità delle fatture sta anche nelle dichiarazioni di Dagostino. L’imprenditore ha infatti detto di esser rimasto “abbastanza… perplesso sull’importo delle fatture… però in quel momento loro erano i genitori del Presidente del Consiglio e sinceramente ho subìto un po’ la sudditanza psicologica”. Che gli studi di fattibilità fossero salati, Dagostino lo dice in un’intercettazione del 19 marzo 2018: “Si doveva fare questa cosa perché dovevamo aprire il ristorante… lui ha contattato tutta una serie di persone (…) Mi ha dato un progetto (…) Lo so… che quello è un lavoro che valeva 50, 60 mila euro, 70…”

 

L’incontro a Palazzo Chigi con Lotti

Ieri la pm Von Borries ha anche fatto riferimento a un episodio esterno al processo, ma per lei significativo. È il 17 giugno 2015 – solo due giorni dopo dall’emissione della fattura della Party alla Tramor – che Dagostino sale a Palazzo Chigi. Bussa alla porta di Luca Lotti (estraneo al processo di ieri), un appuntamento che l’imprenditore “riuscì a ottenere grazie all’intermediazione di Tiziano Renzi”. “A tale appuntamento – ricostruisce il pm nella memoria depositata ieri – si recò Antonio Savasta, pm di Trani, l’avvocato Ruggero Sfregola (…) e lo stesso Dagostino”. “È una coincidenza temporale, che non ha il benché minimo riferimento e rilevanza rispetto a questa vicenda”, ha commentato l’avvocato Federico Bagattini.

E proprio il legale del padre dell’ex premier ieri in aula ha voluto sottolineare: “Questo è il processo a un imputato il cui nome è pesante. (…) Qui non si fanno processi politici” e ha aggiunto: “Qui lo Stato non ha rimesso un euro perché le cartiere non ci sono, non c’è un tesoretto illecito. Anzi in questa vicenda lo Stato ci ha guadagnato forse di più di 60/70 mila euro”. Ma le difese non hanno convinto il giudice che ha emesso una sentenza di condanna. Renzi – che con la moglie Laura Bovoli ieri non era in aula – ha commentato: “Il lavoro che mi viene contestato è stato regolarmente svolto, regolarmente fatturato e pagato. Sono certo che i prossimi gradi di giudizio lo dimostreranno. Almeno è stato appurato che non c’è un centesimo di evasione”.

“Non dimentico quel post. Però Grillo è cambiato”

Laura Boldrini, ex presidente della Camera, deputata eletta con LeU e appena passata al Pd “derenzizzato”, ha teso una mano dallo studio di Fabio Fazio all’ex nemico Beppe Grillo.

Onorevole Boldrini, lei ha detto: “Beppe Grillo scrisse ‘Cosa faresti alla Boldrini in macchina?’. Non posso dimenticare quella pagina, aprì una campagna molto dolorosa contro di me”. Ora è pronta a incontrarlo: perché ha maturato questa convinzione?

Il Movimento 5 Stelle è cambiato nei modi in cui fa politica, perché governare vuol dire anche assumersi delle responsabilità. Alcuni deputati del Movimento hanno cambiato il loro comportamento e anche, come documenta Flavio Aliverinini (suo portavoce, ndr) nel libro La grande nemica, opinione su quel post: oggi non lo condividerebbero più perché si sono resi conto di quante reazioni violente e minacciose ha causato. Penso sia arrivato il tempo giusto per incontrare Grillo.

Cosa gli vorrebbe dire?

Vorrei affrontare con lui le tantissime questioni legate alla Rete. A cominciare dalle tasse che questi giganti non pagano. Le multinazionali del web – tutte insieme da Amazon a Google Airbnb, Uber, Google, Facebook, Amazon, Apple, Twitter – hanno pagato in Italia nel 2018 tasse per 37 milioni di euro! Vogliamo o no mettere la parola fine a questa situazione?

Poi ci sono i temi legati alla sicurezza.

Credo che sia necessario responsabilizzare le piattaforme per quanto riguarda la rimozione dei contenuti illeciti. In Francia e in Germania il legislatore ha previsto multe per le piattaforme nel caso di mancata rimozione dei contenuti illeciti.

Lei si è occupata molto anche di revenge porn.

Siamo riusciti a introdurre il reato. Io ho lavorato con alcune associazioni, giuristi e psicologi: insieme abbiamo raccolto 100mila firme per una legge articolata sul revenge porn. Ma anche il Movimento 5 stelle ha una legge. Quindi dico: uniamo le forze. Le vittime hanno bisogno di assistenza psicologica e credo sia urgente introdurre l’obbligo per le piattaforme di rimuovere i contenuti come da regolamento del Garante della privacy.

Non servirebbe agire anche per limitare l’anonimato?

Sempre più spesso le persone insultano e minacciano identificandosi con nome e cognome perché pensano di potersi permettere tutto ai danni di qualcun altro.

Manca l’educazione digitale?

Eccome se manca! Per questo con il professor Rodotà nel 2015 abbiamo elaborato la Carta dei diritti e doveri di Internet, che elenca nero su bianco 14 principi fondamentali della Rete, a cominciare dalla tutela dei dati. Anche i genitori sono impreparati nell’educazione digitale, sia in termini di codici di comportamento che di conoscenza dei pericoli. Per questo serve assolutamente introdurre l’educazione civica digitale.

Pensa che Grillo le risponderà?

Spero di sì e vale la pena provarci: la mia apertura non è a livello personale. Credo che sia giusto unire le forze per migliorare la situazione. Abbiamo delle responsabilità verso la collettività, che devono necessariamente andare oltre le questioni personali: oggi il tema dell’odio in Rete deve essere urgentemente affrontato. E siccome Grillo con il Movimento 5 Stelle ha fatto del digitale uno strumento essenziale del suo agire politico il suo contributo può essere molto prezioso.

Umbria, Pd e M5S: storica prima volta dei simboli insieme

Curiosità, “cautela” e anche una battutaccia che gira di bocca in bocca tra i militanti del Movimento 5 Stelle presenti: “Saremo anche alleati ma il nostro simbolo è nettamente più bello”. Mettere insieme due forze politiche che fino a ieri si sono fatte le guerra può porre anche perplessità estetiche. Eppure, la prima uscita pubblica di Vincenzo Bianconi con alle spalle i simboli di Pd e M5S, è andata più che bene. “Macché bene, benissimo – risponde euforico il commissario dem Walter Verini che dell’alleanza in Umbria con i grillini è stato il fautore principale – vedere a fianco i due simboli che sostengono un candidato comune come Bianconi è veramente un fatto storico”.

La prima occasione per rendere pubblica, anche visivamente, l’alleanza Pd-M5S si è presentata domenica pomeriggio, quando al palazzetto dello sport di Ponte San Giovanni, alle porte di Perugia, è arrivato il segretario dem Nicola Zingaretti. Ufficialmente per presentare ai cittadini umbri le liste Pd al consiglio regionale, ma realmente per celebrare il matrimonio quasi obbligato tra i due coniugi giallorossi. Il risultato è stato buono, molto oltre le aspettative: i trecento posti in platea si riempiono subito e alla fine più di mille persone venute ad ascoltare Bianconi sono costrette a rimanere in piedi. Tra loro, nessun dirigente pentastellato (Luigi Di Maio nelle stesse ore era a Terni per un altro incontro elettorale) ma si presentano molti militanti e iscritti al Movimento. Solo curiosi, inviati dai vertici per vedere all’opera Bianconi o veri e propri sostenitori? Non è dato saperlo, ma tant’è: “Il fatto del giorno è che i due elettorati si stanno contaminando” dicono dallo staff del candidato governatore. Non solo: “Prima dell’incontro c’era una certa preoccupazione per l’accoglienza che avremmo potuto ricevere – è la sintesi della giornata – e invece da subito il clima è stato positivo”.

All’evento partecipano lo stesso Verini e, un po’ defilato, quell’Andrea Fora che si è ritirato dopo il veto dei 5 Stelle. Ma i presenti sono tutti per la coppia Zingaretti-Bianconi. Il primo parla poco di Pd, quasi a volerlo nascondere, e molto del candidato (“Vincenzo è l’uomo giusto perché rappresenta l’Umbria del lavoro e dell’onestà”) mentre il secondo, visibilmente emozionato, racconta di sé, della sua esperienza da imprenditore colpito dal terremoto del 2016 e poi da candidato civico che accontenta un po’ il Pd (“gli umbri vogliono lavoro e giustizia sociale”) e un po’ il M5S (“farò una legge sulla democrazia partecipata che parta delle persone e dai territori”). La fatica di stare tra l’incudine e il martello.

Nella base dem, l’euforia è palpabile: “Bianconi è una persona perbene” è il refrain che va per la maggiore tra i militanti. Dall’altra parte, quella pentastellata, qualche perplessità resta. E basta sentire il deputato Filippo Gallinella, che qui in Umbria è tra gli esponenti più ascoltati: “Quella di domenica era la prima volta con i due simboli insieme perché è la prima volta che accade che il M5S esplora una coalizione – dice quasi a volerne prendere le distanze – La cosa che mi tranquillizza è la ‘giunta civica’ dove i partiti non metteranno becco”. Eppure domenica, Bianconi ha riscosso successo anche tra i militanti pentastellati che erano entrati scettici nel palazzetto: “È stato bravo e ci ha convinto – dice un iscritto M5S venuto da Perugia – ma il nostro simbolo con le cinque stelle rimane comunque più bello”.

Alla fine, è tutta una questione di estetica. E la vera notizia è aver visto i due simboli uno accanto all’altro. Quello del Pd e quello del Movimento 5 Stelle.

Aula vuota, ma le riforme giallorosa salgono a sei

Un documento in 4 punti, con ben tre impegni costituzionali che accompagnerà il voto della Camera di oggi alle riforme costituzionali: è questa la (macchinosa) conclusione alla quale è giunta la maggioranza (M5S, Pd, Italia Viva e LeU) dopo settimane di trattative. Ieri c’è stato l’ inizio del dibattito (davanti a un’aula rigorosamente vuota). Oggi si vota il taglio dei parlamentari, che porterà i deputati a 400 (da 630) e i senatori a 200 (da 315). Nelle tre precedenti letture il Pd (e dunque pure Italia Viva) aveva votato contro. È Stefano Ceccanti, intervenendo in Aula, a motivare il sì dei Dem: “Abbiamo costruito un contesto a partire dalla formazione del nuovo governo”. Mentre Maria Elena Boschi di Iv chiarisce: “È una riforma che presa singolarmente non migliorerà il funzionamento delle Camere. Ma rispettiamo gli impegni”.

L’accordo è una paginetta densa che ha in calce le firme dei capigruppo presenti al vertice di maggioranza di ieri. E così quelle di Francesco Silvestri e Gianluca Perilli del M5S sono vicine a quelle della Boschi e Davide Faraone. Qualcosa di impensabile solo tre anni fa, quando M5S si oppose strenuamente alla riforma Boschi.

In sintesi, il documento contiene tre impegni costituzionali da attuare a ottobre e tre da attuare a dicembre, attraverso, presumibilmente, dei disegni di legge. Quanti e quali sarà tutto da vedere. E se c’è una data di inizio dei vari percorsi, nessuna data di fine viene evidentemente indicata. A ottobre: lo stop alla base regionale dell’elettorato del Senato, il cambiamento dell’elettorato attivo e passivo per la stessa Camera, nuove regole per i delegati regionali che eleggono il presidente della Repubblica. A dicembre: la legge elettorale, la sfiducia costruttiva, la presenza dei presidenti di Regione quando si discute di autonomia.

Prima di entrare nel dettaglio, va detto che sulla legge elettorale è ancora tutto aperto. L’accordo politico su quello che è il principale corollario della riforma, dunque, non c’è. Mentre uno dei principi cardine di questo accordo è l’armonizzazione di Camera e Senato, per evitare maggioranze diverse. “Garantire più efficacemente il pluralismo politico e territoriale, la parità di genere e il rigoroso rispetto dei principi della giurisprudenza della Corte costituzionale”, si legge al punto sul nuovo sistema elettorale. Chiosa il capogruppo di Leu, Federico Fornaro: “Siccome si riduce il numero dei parlamentari, il sistema elettorale che può aiutare a ridurre gli effetti di compressione della rappresentanza politica e di quella territoriale è certamente più proporzionale del Rosatellum”. In realtà, l’impegno è abbastanza generico da lasciare tutto aperto. La discussione interna al Pd è tra due modelli, uno proporzionale con soglia alta di sbarramento (fino al 5%). E uno a doppio turno con premio di maggioranza, coalizioni e possibilità di apparentamenti pure al secondo. Ma tutto questo andrà mediato con gli altri, che spingono per un sistema più proporzionale.

L’impegno è fare due leggi il più possibile identiche per Camera e Senato, come si dice (in filigrana) al punto due, in cui si parla del “​progetto relativo all’abbassamento dell’età per il voto per il Senato” (in corso di esame in quel ramo del Parlamento) “per equiparare i requisiti di elettorato attivo e passivo di Camera e Senato”. Non ci sarà il voto ai 16enni, ma anche per il Senato potranno votare i 18enni ed essere eletti i 25enni. Ancora. Verrà modificato “il principio della base regionale per l’elezione del Senato e per riequilibrare il peso dei delegati regionali che integrano il Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica”. Il Senato sarà su base nazionale e i delegati (oggi tre) diventeranno due. Al punto 4, si stabilisce che entro dicembre si avvierà un percorso per interventi “relativi alla struttura del rapporto fiduciario tra le Camere e il governo”. Tradotto: l’idea del Pd sarebbe arrivare a una fiducia votata dalle Camere riunite e alla sfiducia costruttiva (ovvero: se si sfiducia un governo bisogna indicare chi lo sostituisce). E poi “la valorizzazione delle Camere e delle Regioni” per l’attuazione dell’autonomia differenziata”. Ovvero, inserire i presidenti di Regione in Senato quando si discutono le leggi sull’ autonomia differenziata delle Regioni ordinarie. Il punto 3 è dedicato alla riforma dei Regolamenti parlamentari. Principio cardine: stabilire tempi certi per i decreti e limitare la possibilità di ricorrere alla fiducia.

Oggi dunque il voto. Il sì arriverà anche dall’opposizione, pure se c’è qualche incognita sulla Lega. Sarà da vedere se qualcuno chiederà il referendum: una possibilità concreta per prendere tempo (fino alla primavera inoltrata). È convinzione diffusa che pur di non arrivare a questo taglio più d’uno sarebbe disposto a far cadere il governo e chiudere la legislatura.

Geppetto e Pinocchio

La condanna di babbo e mamma Renzi a 1 anno e 9 mesi ciascuno per false fatture, cioè per frode fiscale, potrebbe essere una questione privata del signor Tiziano e della signora Laura. Non c’è alcun elemento che dimostri un qualunque ruolo del figlio Matteo nella vicenda. E il fatto che il loro amico Luigi Dagostino, imprenditore del ramo outlet, condannato (anche per truffa) a 2 anni, abbia dichiarato al processo di aver pagato nel 2015 quelle due fatture esorbitanti da 160 mila euro per “sudditanza psicologica” verso i “genitori del presidente del Consiglio”, non significa che Matteo ne sapesse qualcosa (anche se dovrebbe astenersi, per pudore, dal parlare di evasione fiscale). Ma solo che i genitori approfittavano della posizione del figlio per fare affari, per così dire, border line. Come del resto il babbo nel caso Consip e nelle avance del fido Carlo Russo al governatore Emiliano per un business in Puglia parlano da sé. Purtroppo per Matteo Renzi, è stato lui a trasformare le indagini sui genitori da questione privata a questione pubblica, cioè politica. Perché non s’è limitato a esprimere solidarietà ai congiunti, ma ha messo la mano sul fuoco sulla loro assoluta estraneità; non contento, ha accusato i magistrati di indagare su di loro per colpire lui con finalità politiche; e, non bastando, ha minacciato e addirittura firmato in pubblico raffiche di denunce ai (pochi) giornalisti che osavano raccontare gli scandali della sua famiglia, mescolando la sua figura pubblica a quelle private di babbo e mamma col noi maiestatico.

Il 22 febbraio scorso disse: “Sono fiero e orgoglioso di esser figlio di Tiziano Renzi e Laura Bovoli perché conosco i fatti e perché mio padre e mia madre vogliono difendersi nel processo… Noi non vogliamo impunità, immunità, scambi per non andare a processo. Noi non scappiamo come gli altri, vogliamo andare in quell’aula. Lì vedremo chi ha ragione e chi torto”. Ecco: fermo restando che non è prevista alcun’immunità per i parenti dei politici, dunque è ridicolo vantarsi di rinunciare a qualcosa che non esiste, ieri in quell’aula è arrivata la condanna. Il 13 febbraio aveva dichiarato: “Quando tuo padre viene intercettato, pedinato, seguito quasi fosse un camorrista per quattro anni, la sua vita scandagliata come mai era accaduto a un libero cittadino che fino a 63 anni aveva commesso forse quale unica infrazione un eccesso di velocità, è evidente che qualcosa non torna. Non voglio far leva su un elemento soggettivo, ovvero… come muta il clima al pranzo di Natale quando i tuoi familiari… ti considerano responsabile della crisi cardiaca che ha colpito tuo padre”.

Ora, la sentenza di ieri conferma che i genitori non sono stati indagati perché avevano quel figlio, ma perché facevano pasticci con le loro società: sennò non ci sarebbe stata alcuna indagine. “Chi ha letto le carte – sostenne Renzi il 18 febbraio appena i suoi finirono ai domiciliari – mi garantisce di non aver mai visto un provvedimento così assurdo e sproporzionato. Mai. Da figlio, sono dispiaciuto per aver costretto le persone che mi hanno messo al mondo a vivere questa umiliazione immeritata e ingiustificata. Se io non avessi fatto politica, la mia famiglia non sarebbe stata sommersa dal fango. Se io non avessi cercato di cambiare questo Paese, i miei sarebbero tranquillamente in pensione”. Invece chi ha letto le carte sa che le sue presunte riforme, con le indagini sui familiari, non c’entrano una mazza. A proposito di Consip, Renzi rincarò: “È indegno il tentativo di tacere sullo scandalo di un premier contro il quale elementi della magistratura, delle forze dell’ordine, dell’intelligence agiscono di concerto con qualche servitore dello Stato che arriva a falsificare prove e a meritarsi l’accusa di depistaggio”. Giusto il 3 ottobre il gup ha stabilito che nessun servitore dello Stato falsificò prove né depistò le indagini Consip, a parte il Giglio magico renziano: l’errore del capitano Scafarto nel riportare una delle migliaia di intercettazioni fu “sicuramente involontario” e ininfluente sul quadro accusatorio; e gli unici depistaggi “volti a impedire il regolare corso delle indagini” furono di “ambienti istituzionali vicini all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi”. Il quale ora dovrebbe scusarsi con Woodcock e Scafarto per averli calunniati e con gli italiani per averli buggerati con montagne di fake news.

Una volta però ne disse una giusta persino lui: “Il tempo è galantuomo. Mentre scrivo, mio padre non è stato condannato per nessuno dei reati contestati. E le uniche condanne sono arrivate a chi, come il direttore del Fatto Marco Travaglio, ha diffamato mio padre”. Ecco, il tempo è talmente galantuomo che suo padre e sua madre sono stati condannati per frode fiscale, mentre noi abbiamo scritto solo cose vere, ma purtroppo le nostre sentenze di primo grado sono arrivate prima di quelle sui suoi genitori: ergo ci vediamo in appello. Intanto apprezziamo l’improvvisa sete di verità che ha colto Renzi nell’intimare a Conte di fare ciò che ha già detto che farà: spiegare al Copasir il suo ruolo negli incontri fra i nostri 007 e un ministro Usa. Mentre ci auguriamo che il premier lo faccia al più presto, rammentiamo (a pag. 7) alcune questioncine che Renzi si scorda da anni di chiarire: le sue spese “istituzionali” da sindaco di Firenze; la soffiata a De Benedetti sul dl Banche; gli spifferi nel suo entourage sull’inchiesta Consip e il famoso incontro fra Tiziano-Romeo, sempre negato dai due e anche da lui, ma alla fine accertato; lo strano leasing dell’Air Force Renzi a un prezzo 26 volte superiore a quello speso da Etihad per acquistarlo; e altre cosette così. Ci fa sapere?

L’ultima follia social: soldi (veri) per comprare vestiti virtuali

C’è l’Intoxica Coat, una sorta di trench rigido giallo canarino venduto a 30 euro; o i Silverhood Metallic Track Pants, una specie di tuta argentata metallica stile spaziale, a soli 20 euro. Ma per le stesse cifre si può addirittura avere un super piumino azzurro per i mesi freddi o degli occhiali fluorescenti a 10 euro. Sono i prodotti della linea Neo–Ex dell’azienda norvegese Carlings.
Azienda che ha talmente a cuore l’ambiente da aver deciso di produrre, oltre alla sua collezione normale, dei vestiti a impatto ambientale zero. Andati a ruba poco dopo l’uscita della collezione, grazie anche al coinvolgimento di alcuni influencer, come la russa Daria Simonova, entusiasta della “convenienza di questi vestiti eco–friendly”. Insomma, tutto fantastico, se non fosse per un dettaglio non trascurabile. Questi abiti non li potrete mai infilare da soli, lottando con la zip oppure piangendo in camerino perché vi stanno stretti. Infatti, sono abiti unicamente virtuali, creati appositamente per Instagram.

“Indossarli” è facile: basta andare sul sito dell’azienda nella sezione Digital collection, scegliere un prodotto, caricare un’immagine di sé, pagare, aspettare che un designer lavori il capo per adattarlo (vi starà comunque bene), e poi, una volta avuta la foto, condividere massicciamente sui social network. Intorno alla collezione digitale ruota tutta una campagna dell’azienda – secondo cui, tra l’altro, questi vestiti democratizzerebbero la moda, visto il prezzo – sul tema della sostenibilità ambientale: mentre scorrono foto di devastazioni ambientali e alluvioni, un video dalla musica ansiogena spiega il dilemma angoscioso nel quale si trovano i giovani di oggi. E cioè: esprimere la propria creatività online, con l’obbligo però di non mostrarsi due volte con lo stesso vestito, o proteggere il proprio futuro? Carlings risolve agilmente il lacerante dubbio, perché consente di cambiarsi d’abito più volte senza emissioni. E anzi, precisa l’azienda, i ricavi vanno ad aiutare l’organizzazione no profit Water Aid.

Di fronte all’idea di vestiti a impatto zero perché mai prodotti – è come se, per eliminare la Co2 che viene dalla produzione di cibo si vendessero alimenti virtuali – ci si sarebbe aspettato un filo di scetticismo. Al contrario: le riviste di moda, da Elle a Vogue e Cosmopolitan, e i fashion blogger di varie latitudini hanno salutato con entusiasmo l’idea (You can #save the Planet while you #influence!), definendo anzi gli abiti virtuali – così come le nuove app e giochi che consentono di vestire avatar con abiti firmati, con fatturati da capogiro – la moda del futuro e una sfida eccitante. Visto che, finalmente, il mondo sarà liberato dalla plastica contenuta delle microfibre e dalle emissioni dell’industria della moda. Nessuno che abbia ricordato che, anche se i vestiti saranno digitali, qualcosa di reale dovremo pur indossarlo uscendo di casa. O che abbia fatto notare che, forse, più che risolvere il problema dell’’impatto ambientale questa tendenza lo aggrava, dal momento che esiste un filo diretto che unisce la perdita di contatto con la materialità della vita e la devastazione del pianeta. Insomma no, un selfie con abiti finti non ci renderà né migliori né più eco. E, comunque, va bene salvare la Terra, ma possibilmente senza rincoglionirsi. O farsi raggirare. Perché in fondo, “Neo Ex” significa, letteralmente, il nuovo che non c’è. Come i famosi vestiti dell’imperatore, appunto, che nessuno, tranne un bambino, ebbe il coraggio di smascherare.