Primi nomi per il prossimo Conclave: c’è il papa nero, ma anti-migranti

Giorni di grandi discussioni intorno alla Chiesa cattolica rivoluzionata dal pontificato di papa Francesco. Da un lato le spinte centrifughe e contrapposte, quasi para-scismatiche, dei progressisti della Chiesa tedesca su celibato e donne e dei clericali di destra contro il Sinodo speciale sull’Amazzonia aperto ieri da Bergoglio; dall’altro i tredici nuovi cardinali “creati” dal papa e che disegnano la nuova geografia del Conclave che verrà.

Da sabato, infatti, i porporati nominati da Francesco sono la maggioranza. Cioè 67 su 128 cardinali elettori. Questi ultimi sono suddivisi così: 16 nell’America del Nord; 7 nel Centro America; 13 nell’America del Sud; 54 in Europa (di cui 23 italiani); 18 in Africa; 16 in Asia; 4 in Oceania. Di qui allora i primi profili che cominciano a delinearsi per la successione al pontefice argentino. Sinora, negli scorsi mesi, erano emersi già due nomi.

Il primo è quello di Pietro Parolin, segretario di Stato (il “premier” del Vaticano), che potrebbe incarnare una mediazione perfetta tra la Curia romana e il magistero francescano. Il secondo profilo dà invece il volto alla suggestione di una Chiesa ancora più vicini agli ultimi: il filippino Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila. L’ultimo Concistoro ha però ampliato la rosa, come scritto da Paolo Rodari su Repubblica di ieri. Gli italiani potrebbero puntare anche su don Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e legatissimo alla Comunità di Sant’Egidio.

Ma soprattutto comincia a prendere forma una domanda: chi sarà il candidato dei clericali di destra, che in questa era sovranista sono schierati contro la misericordia di Francesco su vari fronti: dalla liturgia ai risposati, dai migranti all’Islam?

Ecco quindi avanzare il nome del cardinale africano Robert Sarah, nominato dallo stesso Bergoglio prefetto della Congregazione per il culto divino. Guineano, Sarah potrebbe essere il papa nero ma con posizioni decisamente sovraniste e anti-Ong sull’immigrazione. Per la serie: “Se l’Occidente continua su questa via funesta esiste un grande rischio, che esso scompaia invaso dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari”.

La sentenza anti camorra: “Boss risarcisca Casal di Principe”

Non sono eroi maledetti. Non rappresentano l’anima del Sud, ma del Sud sono la rovina. Non sono uomini d’onore, ma merde, guappi di cartone senza onore e dignità. Questa è la camorra. E allora, caro Coen, da un piccolo ufficio giudiziario, quello di Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta, arriva una grandissima notizia. La Corte di Assise ha accolto la domanda di risarcimento danni presentata dal Comune di Casal di Principe nel processo contro Walter Schiavone. Uno di quei boss feroci e senza onore che per decenni hanno insanguinato la provincia di Caserta e deturpato l’immagine di un paese di brava gente come Casal di Principe. Ma leggi cosa scrivono i giudici. “Il Comune deve essere significativamente risarcito delle conseguenze negative sofferte sul proprio territorio a causa delle associazioni camorristiche”. Se queste parole faranno scuola ispirando altri giudici, la camorra è nei guai davvero. Perché si riconosce un dato: la presenza dei boss è la rovina dei territori, a Scampia, alla Sanità, a San Giovanni a Teduccio, insomma, nei quartieri dove si spara, si chiede il pizzo, si spaccia droga, la camorra è la causa principale di regressione e abbandono. Quindi capi, soldati e organizzatori delle piazze di spaccio vanno puniti e devono risarcire la comunità. La camorra, scrivono i giudici di Santa Maria, esercitava a Casal di Principe “un potere impositivo di stampo militare devastando il territorio, arrecando indubbie ferite esistenziali ad ampie fasce di popolazione”. Nelle zone sotto il dominio dei boss “i cittadini erano privati della libertà” e la camorra “è stata un ostacolo alla piena e proficua esplicazione della persona umana”. Parole nette e chiare che accolgono finalmente il grido di dolore urlato per anni da Renato Natale, il medico sindaco anticamorra del paese. Quante volte me lo ha detto Renato, “qui abbiamo vissuto sotto il tallone di ferro di una dittatura militare”. Oggi è scritto in una sentenza pronunciata in un’aula dove campeggia una scritta. “La legge è uguale per tutti”.

Nazione appesa al tortellino, per dimenticare il Russiagate

Ame il tortellino al pollo non dispiace. È buono. Per Ernesto Galli della Loggia, invece, è “buonista”. Secondo lui, l’ormai famosa iniziativa della Curia di Bologna che ha proposto tortellini (anche) al pollo in occasione della festa di san Petronio, patrono della città, è frutto di “umanesimo buonista”. Un’ostentazione cioè di buoni sentimenti. Ma buonista, nel lessico delle destre, ha un significato ormai denigratorio. Fa il paio con radical chic. Tortellino chic? Infatti, chi ha colto l’occasione di scatenare una crociata sovranista per difendere il santo sepolcro del tortellino felsineo col ripieno di maiale? L’ineffabile Salvini. Il quale ha sproloquiato di “tradizione culinaria offesa”, di assalto alle radici culturali. Evocando l’invasione islamista e l’africanizzazione del Paese. Vedrete, dopo il tortellino, toccherà al ragù… A parte il fatto che ognuno può scegliere il tortellino che vuole, di che stiamo parlando? Il mondo va alla malora, la xenofobia dilaga – a Milano sono comparsi 500 annunci per affitti che escludono gli stranieri (di colore soprattutto, e islamici); a Mantova un maestro postava su Fb video violenti e intrisi di discriminazione razziale – e noi disquisiamo di tortellino identitario? Caro Fierro, è una furbata. Si dirotta lo sdegno dell’opinione pubblica dalle grane (verrà il turno del Grana…) che attanagliano la Lega col Russiagate. Perché, pure stavolta, si pesta nel mortaio del nulla. La tradizione, chi la rivendica non la conosce. Alla fine del ’700 tal Francesco Leonardi, chef personale di Caterina II di Russia, scrisse nel ricettario L’Apicio modernoche il ripieno dei tortellini si tritava con “del petto di pollo arrosto”, aggiungendo “midollo di manzo ben pulito, parmigiano grattato, un pezzetto di butirro, sale, noce moscata, cannella fina, e due rossi d’uova crudi”. La carne di maiale compare nel 1871 (Cuoco sapiente), ma unito ancora al pollo. Vent’anni dopo Pellegrino Artusi aggiunse prosciutto crudo e la mortadella. Il pollo fu sloggiato nel 1974, con atto notarile. Come vorrebbe Salvini, con gli immigrati.

Per salvare la democrazia va smantellato Facebook

Tre governi stanno chiedendo il permesso a Facebook di spiare tutte le nostre comunicazioni. Per il nostro bene, ovviamente, “dobbiamo trovare il modo di bilanciare le esigenze di proteggere i dati con la necessità per le agenzie di sicurezza di accedere alle informazioni di cui hanno bisogno per investigare crimini commessi e e prevenire quelli futuri”, scrivono a Mark Zuckerberg il ministro della Giustizia americano William Barr, quello dell’Interno degli Stati Uniti e quello dell’Australia.

La questione è delicata: da mesi Zuckerberg sta progettando il nuovo universo Facebook, quello che integrerà i social che ha acquisito, inclusi WhatsApp e Instagram. Dopo gli scandali sulla diffusione a parti terze dei dati degli utenti, Zuckerberg ha promesso più privacy per tutti, con l’estensione della criptazione end-to-end delle comunicazioni a tutti i servizi. Tradotto: come su WhatsApp, i messaggi devono diventare visibili soltanto al mittente e al destinatario ma l’infrastruttura che permette lo scambio, non deve poterli leggere. Per Zuckerberg è un sacrificio necessario: forse non potrà succhiare preziose dati dalle comunicazioni (come fa Google da GMail), ma ha la garanzia di non essere responsabile del contenuto.

Ora che le bacheche di Facebook sono in declino come strumento di condivisione di notizie, sempre più informazione e disinformazione passa per i gruppi di WhatsApp. E non è una svolta rassicurante: a febbraio teorie del complotto e fake news diffuse via WhatsApp dopo un attacco terroristico in India hanno causato 30 morti. Nessuno controlla, nessuno può rimuovere i messaggi fasulli o pericolosi, come fa con dubbia legittimità Facebook dalle bacheche. Zuckerberg ha l’esigenza di prendere le distanze da quello che succede sulle sue piattaforme, la cosa che gli interessa è che noi non possiamo andarcene altrove: tutti devono restare nella galassia Facebook, anche pedofili e terroristi (che comunque potrebbero sempre trovare altri servizi di messaggistica ancora più riservati, è la risposta ai critici).

Facebook da tempo non è più un’azienda normale, sta diventando qualcosa di simile a una infrastruttura (poco) regolata e a un ente regolatore esso stesso. I suoi piani per una moneta parallela, Libra, rendono evidente che Zuckerberg si sente a capo di uno Stato 4.0 molto più che di una start up troppo cresciuta. I governi di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia stanno provando a sfruttare quello che un polveroso filone di teoria economica considera il lato positivo del monopolio: se c’è una sola azienda molto grande, per la politica è più facile trattare con chi la dirige e trasmettere i propri input alla società. Magari i consumatori ne risentono, ma nel lungo periodo il mondo è più ordinato e sicuro che se ci fosse un mercato selvaggio fuori dal controllo dei governi. C’è una gigantesca falla in questa teoria, evidente proprio dal caso Facebook: quando il monopolista accumula troppo potere, è la politica a dover obbedire. O almeno è costretta a chiedere permesso. A noi cittadini, utenti e impotenti, si prospettano due sole opzioni, una peggiore dell’altra. Primo scenario: Facebook si piega alle richieste dei governi e Zuckerberg, l’Fbi, la Cia, l’Nsa, il Mi-6 britannico potranno decidere se e quando violare la nostra privacy. Secondo scenario: sarà l’ex studente di Harvard Mark Zuckerberg a decidere le politiche di sicurezza anti-terrorismo e anti-pedofilia, mentre i governi eletti dai cittadini assisteranno passivi.

C’è un’alternativa? L’unico modo è intervenire alla fonte del problema, l’eccessiva estensione dell’influenza di Facebook. L’errore della politica è stato permettere che una sola azienda acquisisse società potenzialmente concorrenti per consolidare la sua presa su miliardi di persone. Le autorità Antitrust americane non hanno avuto da obiettare quando Zuckerberg ha comprato WhatsApp e Instagram perché una vecchia teoria, tanto influente quanto superata, della “scuola di Chicago” dice che finché i prezzi non salgono per il consumatore finale la politica non deve ostacolare le imprese. Nel mondo digitale le cose sono più complicate.

La senatrice democratica Elizabeth Warren, sempre più vicina a diventare la sfidante di Donald Trump alle elezioni 2020, ha un piano per smantellare i colossi del digitale, a cominciare proprio da Facebook, costringendoli a vendere rami d’azienda per riportare la concorrenza in un settore dove ormai ci sono soltanto monopoli e cartelli. In un audio diffuso dal sito The Verge, Zuckerberg annuncia una guerra legale contro la Warren e si dice pronto anche “ad andare ai materassi”. Strategie legittime, se non fosse che Facebook, WhatsApp e Instagram sono anche le infrastrutture di comunicazione da cui passerà gran parte della campagna elettorale del 2020. L’arbitro, in questa partita, sta dicendo di tifare contro una delle due squadre in campo. E la cosa che teme di più non è un governo ostile, ma il mercato.

Questa tensione tra grande impresa, governi democraticamente legittimati e diritti dei cittadini è la grande questione del nostro tempo. Il fatto che lo scontro sia soprattutto negli Stati Uniti non deve darci l’impressione sbagliata: anche il futuro della democrazia italiana dipende dall’esito di questo scontro epocale tra poteri e diritti.

Strage a Kitzbuhel. Uccide la ex, il nuovo fidanzato e tutta la famiglia

Si chiamava Nadine, aveva 19 anni, e due mesi fa aveva deciso di rompere la sua relazione con Andreas, 25 anni. Ma l’uomo, come troppo spesso accade, non aveva accettato la decisione della ragazza. E così, nella notte tra sabato e domenica, si è armato di pistola per uccidere lei e sterminare la sua intera famiglia: padre, madre, fratello e il suo nuovo fidanzato. Dopo aver compiuto la strage, il pluriomicida si è consegnato alla polizia confessando: “Ho ucciso 5 persone”. La tragedia, purtroppo simile a tante altre storie di femminicidio a ogni latitudine, ha scosso all’alba la cittadina di Kitzbuhel, in Austria, località delle Alpi nota soprattutto per i suoi impianti sciistici e gli sport invernali. Secondo la ricostruzione della polizia e dei media locali, ieri sera Nadine e Andreas si erano incontrati per caso in un ristorante, forse lei era in compagnia del suo nuovo compagno, di 24 anni, ed era scoppiata l’ennesima lite. Alle 4 di mattina, l’assassino si è presentato nella villetta dove viveva la famiglia della ragazza. Ad aprire la porta è stato il padre che, dopo una nuova discussione, è riuscito a mandarlo via. L’uomo è quindi tornato a casa, ha recuperato da una cassaforte una pistola detenuta legalmente dal fratello e, alle 5.30 del mattino, si è ripresentato alla porta della villetta familiare. Di nuovo, il padre di Nadine (59 anni) è andato ad aprire, ma stavolta Andreas non si è limitato a discutere: ha sparato e lo ha ucciso. Una volta entrato in casa, ha ucciso anche il fratello (25 anni) e la madre (51) di Nadine. La ragazza dormiva con il nuovo fidanzato in un appartamento ricavato al piano superiore. Il suo assassino ha quindi deciso di arrampicarsi sul balcone, rompere il vetro di una finestra, intrufolarsi nell’abitazione e dare seguito al suo piano criminale, sparando e uccidendo la coppia.

Quando Khashoggi incontrò Bin Landen sui monti afghani

L’algerino Abdullah Anas ha combattuto per dieci anni al fianco del celebre comandante Ahmad Shah Massoud nelle montagne dell’Afghanistan. Nel suo libro To the Mountains. My Life in Jihad (Hurst Publishers), uscito di recente, accenna appena a Jamal Khashoggi. Vi si legge che è nella macchia afghana che il giornalista assassinato ha incontrato Osama bin Laden. L’autore scrive che Khashoggi, bin Laden, lui stesso e altri volontari arabi uniti ai guerriglieri tentarono, poco prima della caduta del “tiranno rosso” Mohammad Najibullah, nell’aprile 1992, di convincere le fazioni afghane ad unirsi per evitare la guerra civile. Il fallimento fu clamoroso. All’epoca il giornalismo era una copertura per Khashoggi che lavorava per il principe Turki al-Faysal, capo dei servizi segreti sauditi per più di 20 anni, vicino al direttore della Cia William Casey e membro della famiglia reale. Nipote di Adnan Khashoggi, il noto trafficante d’armi e uomo più ricco del mondo, che orchestrò i più grossi contratti del regno, il giornalista svolse un ruolo nei flussi militari che hanno alimentato la resistenza afghana. In alcune foto circolate all’epoca, Khashoggi è vestito da mujaheddin e stringe o un kalashnikov o un lanciarazzi RPG-7. In realtà non ha mai combattuto, come del resto bin Laden, diversamente da quanto si è creduto, ma i guerriglieri afghani godevano di una tale reputazione, per aver respinto l’esercito sovietico nel 1988-89, che era diventata quasi una moda farsi fotografare con loro. Negli anni 90, la sua vicinanza a bin Laden gli permise di diventare il “messaggero” del principe Turki al-Faysal. Il fondatore di al Qaida cominciò a prendere le distanze dal regime saudita a già dal 1985. Ma il potere saudita, data l’importanza della sua famiglia (suo padre aveva costruito molti palazzi reali) e il prestigio acquisito tra i giovani sauditi, pensò di poterne frenare la deriva terroristica. Robert Fisk, reporter britannico delThe Independent, ha confermato i legami tra Khashoggi e bin Laden. Poi, quando bin Laden prese la via del radicalismo violento, il giornalista si allontanò dall’uomo che chiamava con rispetto Sheikh Osama.

Khashoggi è stato dunque vicino tanto a bin Laden che agli 007 sauditi e alla famiglia reale. Lui stesso veniva da una grande famiglia saudita di Jeddah, sul Mar Rosso, con lontane origini turche, non nobile ma legata alla monarchia. Era cugino di Emad Khashoggi, il ricco uomo d’affari che ha costruito il castello di Louveciennes, in Francia, copia moderna del castello di Vaux-le-Vicomte, che il principe ereditario Mohammad bin Salman (Mbs) ha acquistato per 275 milioni di euro. Ed era cugino anche di Dodi Al-Fayed, morto a Parigi nel 1997 nell’incidente d’auto in cui morì la principessa Diana. Suo nonno, turco, era stato il medico personale di Abd al-Aziz bin Abd al-Rahman al Saud, il fondatore del regno. Si può dunque immaginare che per Khashoggi la monarchia saudita non avesse misteri. Che anzi conoscesse tutti i segreti di famiglia. “Khashoggi sapeva tutto del potere saudita e conosceva i rischi” che rappresentava, ha scritto Fisk. Negli anni 80 del jihad in Afghanistan, Khashoggi frequentò i Fratelli Musulmani. “Ma si trattava dei Fratelli sauditi, un ramo che non è legato alla confraternita internazionale. All’epoca in cui, nelle università saudite, si insegnava Sayyid Qutb (ideologo islamista radicale, promotore del jihad contro i regimi del mondo arabo, che Nasser ha fatto impiccare nel 1966, ndr), non era la più radicale delle correnti presenti in Arabia. Nel contesto politico dell’epoca, essere un Fratello era il minimo. L’islamismo è un fenomeno generazionale. “Questo periodo può essere paragonato alla Francia del 68 e ai suoi gruppi di estrema sinistra”, ha spiegato Stéphane Lacroix, professore associato a Sciences-Po e ricercatore al Centro di studi e richerche internazionali (Ceri), che conosceva bene Khashoggi. Più tardi questi anni di attivismo gli furono molto criticati. A partire dal 2002, Riad iniziò infatti la sua guerra contro i Fratelli Musulmani.

Dopo gli attacchi al World Trade Center dell’11 settembre 2001, Khashoggi divenne consigliere per la stampa del principe Turki, ambasciatore a Londra, poi a Washington, con la missione di ripristinare l’immagine del regno, minata dal fatto che 15 dei 19 kamikaze dell’11 settembre erano sauditi e che un rapporto del comitato di intelligence del Senato parlava del ruolo dell’Arabia Saudita nell’organizzazione degli attentati. Nel 2003, due mesi dopo la nomina, fu costretto a dimettersi da direttore del quotidiano saudita Al-Watan. Posto che ritrovò nel 2007 e che lasciò di nuovo nel 2010 per via di un editoriale critico sul salafismo. Durante la Primavera araba, Khashoggi prese posizione per il cambiamento. Ma volle credere in bin Salman, salito al potere nel giugno 2017. Si aspettava di entrare nel team di giovani consulenti formatisi come lui nelle università Usa, che il principe stava riunendo in per realizzare il suo vasto piano di riforme battezzato “Vision 2030”. Mbs non lo chiamò. “Nei confronti di Mbs, l’atteggiamento di Khashoggi è stato per molto tempo ambiguo – ha osservato David Rigoulet-Roze, direttore della rivista Orients Stratégiques -Ha appoggiato le sue ambizioni riformatrici, ma rifiutava il suo carattere autocratico che soffocava ogni accenno di contestazione. A determinare la rottura è stata la disastrosa guerra in Yemen. Poi, con le primavere arabe, Khashoggi divenne un problema per il regno saudita – ha continuato Rigoulet-Roze – Per Khashoggi, il futuro della regione passava per l’integrazione del movimento islamista nelle nuove forme di governo”. Il giornalista saudita, secondo Stéphane Lacroix, non può essere considerato un Fratello musulmano: “Difendeva solo l’idea che non ci può essere democrazia nel mondo arabo escludendo gli islamisti dalla politica”.

Nel settembre 2017, Khashoggi partì negli Usa per fuggire all’ondata di arresti di intellettuali nel regno. Il Washington Post gli mise a disposizione una rubrica settimanale nella quale il giornalista attaccò regolarmente Mbs. Il regime saudita cominciò a temerlo. E non solo come editorialista. Nel gennaio 2018, Khashoggi fondò Dawn, acronimo di Democracy for Arab World Now, una piattaforma registrata nel Delaware (Usa), che riuniva giornalisti, attivisti e lobbisti di correnti islamiche liberali favorevoli alla democrazia. “Jamal aveva una rete di contatti incredibile – ha sottolineato Lacroix – Aveva legami con le istituzioni politiche occidentali. Il suo account Twitter contava circa un milione di contatti”. Il 28 settembre commise l’errore fatale di recarsi al consolato saudita di Istanbul per ottenere i documenti per risposarsi con una giornalista turca, Hatice Cengiz. Gli venne chiesto di tornare la settimana seguente: era un trappola. Khashoggi non uscì più da quel palazzo. Una cosa è certa: fu interrogato, torturato e ucciso nel consolato. Il suo corpo fu fatto a pezzi. Il 2 ottobre arrivarono in Turchia 15 sauditi, tra cui diversi ufficiali dell’esercito e personaggi vicini a Mbs, tra cui Maher Abdulaziz Mutreb, che accompagna spesso il principe nei suoi viaggi. Questi avrebbero preso delle camere d’albergo, sarebbero andati al consolato e ne sarebbero usciti poche ore dopo per poi decollare di nuovo per Riad. Secondo l’inchiesta dell’Onu, pubblicata a giugno, esistono “prove credibili” dell’implicazione del principe nell’omicidio Khashoggi. Viene anche sottolineata la responsabilità dell’Arabia Saudita in quanto Stato e chiesto alla comunità di sanzionare Mbs congelando i suoi beni all’estero. “Il principe ereditario ha preso il rischio di altri crimini simili all’omicidio di Khashoggi, indipendentemente dal fatto che abbia ordinato direttamente o meno il crimine”, ha scritto Agnès Callamard, responsabile dell’inchiesta. Gli inquirenti hanno avuto accesso alle registrazioni audio “agghiaccianti e spaventose” fornite dai servizi di intelligence turchi. Ma come mai il giornalista, l’“iniziato”, consapevole dei segreti del regno, non si è reso conto del pericolo, data la violenza nota del principe, detto il “feroce”? Né ha tenuto conto di quanto era già accaduto al suo amico, il potente e ricchissimo principe Al-Walid bin Talal, un’“intoccabile” si pensava, che fu arrestato e umiliato tra novembre 2017 e gennaio 2018 al Ritz-Carlton Hotel di Riad, con altre 10 persone accusate di “corruzione” da una commissione presieduta da Mbs, e quindi spogliato di gran parte della sua fortuna. “Si spiega perché ciò che è accaduto non ha precedenti – ha detto David Rigoulet-Roze – Neanche lui che conosceva bene l’istituzione dall’interno poteva immaginare cosa sarebbe successo. E proprio in Turchia, paese dei suoi antenati e del presidente ‘fratello’ Erdogan”.

Alla vigilia del primo anniversario della morte del giornalista saudita, Mbs ha detto per la prima volta, in un documentario su PBS, che l’Arabia Saudita si assumeva la sua responsabilità nell’omicidio del giornalista, senza accennare però ad un suo coinvolgimento diretto: “Mi assumo tutta la responsabilità, perché è accaduto sotto la mia direzione”. Ha ripetuto cioè le stesse cose che aveva già detto in precedenza, che è stata un’operazione non autorizzata e che si erano commessi degli errori, riaffermando poi la sua autorità. Come per dire: “Il paese è nelle mie mani”, ha osservato Lacroix. Senza pressioni internazionali l’omicidio del giornalista, che aveva sollevato un grande scandalo internazionale, oggi sembra sepolto. Intanto Riad continua a operare per far passare il giornalista come membro dei Fratelli Musulmani. “L’emozione resta forte tra i congressmen e i senatori Usa ma non si traduce in ritorsioni. Trump fa da parafulmine – ha sottolineato Lacroix – Ma i sauditi hanno fatto un errore: si sono messi contro i democratici (e alcuni repubblicani). Puntando su Trump si sono fatti dei nemici. È probabile che la questione saudita sia sollevata dai democrat durante la campagna per il 2020”.

(Traduzione di Luana De Micco)

L’Africa è alla moda: migranti in sartoria, gli abiti vanno a ruba

Chissà che colore ha la speranza per Djbi e Junior. Per noi è verde, ma per questi ragazzi africani forse è gialla o azzurra. Djbi se ne sta al bancone della sartoria, davanti a lui sono appese stoffe colorate. Ogni tanto prende una striscia di viola, di rosa, di bianco. Li intreccia, poi li osserva per vedere l’effetto che fa: “Bello”. Forse Djbi li immagina addosso a una modella in una sfilata. Ne hanno già fatto qualcuna, anche se non c’era una passerella, ma il centro di accoglienza.

Djbi e Junior vivono nel campus di Coronata a Genova. Sono ospitati in un Cas – un Centro di Accoglienza Straordinaria – dove insieme con oltre duecento richiedenti asilo attendono l’esito della loro domanda. Intanto imparano un lavoro. E con i vestiti che realizzano dicono la loro storia: “Vivevo in Senegal”, racconta Djbi, 24 anni, “poi ho affrontato l’inferno dei campi libici e rischiato la vita sui barconi”. Ha sfiorato la morte per cercare un vita decente e realizzare il suo sogno. E forse c’è riuscito: “Mia nonna era sarta”, racconta con un accento africano e genovese, “passavo ore a osservarla lavorare. Il mio sogno oggi è fare il sarto”. Junior è nigeriano e vuole fare lo stilista. Ha estro e talento, lo vedi dai vestiti che indossa. Hanno stile i quattro ragazzi della sartoria: “Cerchiamo un mix tra abiti occidentali e tessuti che facciamo arrivare dall’Africa, anche per sostenere i produttori locali”, racconta Sara Malaspina che segue la sartoria. Del resto lo stile africano si sta affermando: alla settimana della moda di Dakar arrivano da tutto il mondo.

Così a Coronata nascono pantaloni dal taglio classico, ma con inserti vivacissimi; poi magliette dalle tinte accese che ricordano il cielo e il sole dell’Africa. All’inizio era un esperimento, ma nei mercatini di Genova gli abiti sono stati notati. Oggi li vedi addosso agli studenti della vicina università. E pensare che nel palazzone di Coronata una volta c’era l’ospedale di San Raffaele. Poi arrivò il degrado. Oggi ci sono gli immigrati: “Oltre alla sartoria e alla falegnameria c’è un corso di ristorazione. Ottanta ragazzi hanno trovato lavoro”, spiega Manuela Dogliotti, responsabile del percorso formativo. Non tutto è stato facile: “Nel quartiere alcuni erano favorevoli, altri avevano dei timori. Ma noi li abbiamo ascoltati, perché i timori spesso erano motivati”. L’idea è quella di un campus per gli immigrati e insieme per i residenti che oggi possono rivolgersi alla sartoria o alla falegnameria. Che usano palestra e campetto. I genovesi entrano nel campus e gli immigrati entrano in città: “C’è chi fa volontariato e assiste i malati negli ospedali. I soldi investiti nell’accoglienza vanno spesi bene”, conclude Manuela che lavora per una società a progetto che unisce Migrantes e la cooperativa ‘Un’altra storia’.

Sono diversi i destini, come i colori delle stoffe di Djbi: il rosso da noi è l’amore, mentre in tanti paesi dell’Africa rappresenta il lutto. Cambiano le tinte, ma amore, dolore e speranza sono uguali.

Scempi a norma di legge: il sentiero diventato strada

“Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore”: questo celebre passo di Isaia porta al suo vertice letterario una similitudine che a tutti noi viene spontanea. La strada come metafora di un pensiero, di un modo di stare al mondo, di un modo di essere: la fatica virtuosa di un sentiero stretto che si percorre a piedi verso una vetta, opposta alla facilità commerciale e deludente di uno stradone che viola un bosco permettendo alle macchine di andare e venire anche là. È proprio questo il salto che è stato compiuto sul Monte Coronato: nella Bassa Val di Cecina, il meraviglioso entroterra toscano della costa rese celebre dal promontorio di Populonia, dal mare di Baratti. Un’area interna: come sempre salvata dalla sua selvaticità, dalla sua relativa difficoltà di accesso. Eppure un luogo amatissimo dalla comunità dei residenti, che amavano salire a piedi fino alla cima del monte, dove corre il confine tra San Vincenzo e Castagneto Carducci e dove, tra le rovine di un piccolo romitorio medioevale, lo sguardo abbraccia l’Isola d’Elba, e il resto dell’Arcipelago toscano.

Tutto inizia nel 2013, quando un privato che possiede un’azienda agricola sul Monte Coronato chiede alla competente Unione delle Colline Metallifere e alla Regione Toscana di poter allargare una strada nel bosco. La procedura è corretta, le autorizzazioni arrivano, il lavoro si fa. Ma quando, è ormai il 2016, alcuni cittadini cercano il loro antico sentiero nel bosco, trovano al suo posto una strada carrabile ottenuta spianando e sbancando: uno scempio ambientale clamoroso, in un luogo baciato da Dio.

Ma come è stato possibile che una cosa del genere sia avvenuta proprio in quella Toscana che fa del suo paesaggio un retoricissimo cavallo di battaglia, con migliaia di euro spesi per pubblicizzarlo in tutto l’orbe? La risposta è terribilmente banale: è possibile perché tutte le autorizzazioni sono state rilasciate tenendo ben fermo il deretano su una sedia d’ufficio, mentre nessuno andava sul campo a verificare se i fatti dichiarati corrispondessero al vero. Ebbene, non era così: e chiunque oggi lo può verificare grazie ai rilievi e alle fotografie effettuati dall’ingegnere Maurizio Bacci in una documentatissima perizia commissionatagli da Legambiente Costa Etrusca. Di fatto, non esisteva la “viabilità poderale” che il proprietario chiedeva di manutenere e allargare: esisteva un meraviglioso sentiero di montagna, largo tra i 50 e i 120 cm al massimo. Un sentiero che ora non c’è più, e che è stato sostituito da una strada larga tra i 3,5 e i ben 9 metri, per una media di 5 metri. Una strada per automobili che ha fatto sparire il sentiero per i viandanti, e che – a causa del suo nuovo fondo – non consente più il passaggio delle biciclette, che prima lo percorrevano abitualmente. La strada, scrive Bacci, è stata realizzata attraverso “demolizioni della parete rocciosa, con conseguente creazione di condizioni di instabilità, dissesto delle scarpate, degrado ambientale e paesaggistico; 2) deposito disordinato di scogliera e inerti di varia pezzatura per sostenere il terrapieno, provocando fenomeni di dissesto protratti lungo le scarpate a causa delle condizioni di instabilità e del rotolamento incontrollato; 3) abbandono di alberi e ramaglie derivanti dal taglio della vegetazione”. Il risultato è che “l’assetto idrogeologico sia nettamente peggiorato; anzi si può affermare che si è passati da uno stato idrogeologico stabile e privo di rischio a un assetto instabile e tale da determinare condizioni di dissesto e rischio idrogeologico”. Ma a cosa serve questa assurda strada nel bosco, apparentemente proiettata verso il nulla? Serve a sparare: la strada è funzionale ad aumentare di molto l’attività venatoria, facendo giungere i cacciatori ad appostamenti il cui valore economico (davvero elevatissimo) è stato moltiplicato a dismisura dalla nuova infrastruttura. La lobby della caccia è – in Toscana, e non solo – trasversale e potentissima, e finora i tentativi di Legambiente di far prendere in considerazione i propri esposti giudiziari sono stati frustrati. Ma i cittadini non si sono arresi, e il 16 agosto del 2017 salirono in almeno un centinaio lungo la strada che aveva cancellato il loro sentiero, fino al Romitorio, dove Salvatore Settis tenne loro un breve discorso sul senso vero dell’articolo 9 della Costituzione: che è proteggere l’ambiente, il paesaggio e il patrimonio culturale a chiunque appartengano, mettendo sempre l’interesse generale e l’utilità sociale prima degli interessi privati.

L’amministrazione comunale di Castagneto Carducci ha saputo ascoltare, e la sua sindaca Sandra Scarpellini ha scritto: “Se chiudo gli occhi, avendo l’immagine attuale del mio territorio, e li riapro tra dieci anni, rischio di rimanere molto male”. L’unico modo per evitarlo, è vigilare e pretendere il rispetto dei beni comuni: e così nel novembre 2018 il Comune ha dichiarato abusiva la strada, ordinandone la demolizione e la rimessa in pristino del sentiero, e minacciando in caso contrario l’acquisizione gratuita al patrimonio pubblico. Il privato è ricorso al Tar, e a giorni si aspetta la sentenza: la cui portata va ben oltre il caso specifico, pur assai importante. Perché la domanda è: esiste ancora un giudice capace di fermare chi crede che il “terribile diritto” della proprietà privata sia sacro e inviolabile? È dalla risposta a questa domanda che capiremo se le nostre vie e i nostri pensieri coincidono ancora, almeno un poco, con quelli della nostra Costituzione.

La ragazza con la lode: “I migliori se ne vanno, in Italia tirocinio a vita”

Se ne era andata una prima volta via da Milano dopo la laurea triennale in Sociologia della criminalità organizzata. Una tesi strana, che ancora mi chiedo come potesse essere spuntata nella mente di una ragazza ventunenne. Né mafia e politica, né ruolo della donna, né beni confiscati, e nemmeno impresa mafiosa. Ma “Strategie di contrasto alle organizzazioni mafiose sul piano internazionale. Il ruolo di Europol”. L’aveva fatta benissimo, una ricerca sul campo che l’aveva portata a girare, intervistare e leggere documenti. E che le era valsa la lode. Era il dicembre del ’14. La persi di vista con il dispiacere che ogni professore prova quando uno dei migliori, specie se giovanissimo, spicca il volo. Chissà dove andrà, chissà che farà. Semplice. Se ne andò ad Amsterdam, la città che fa sognare i giovani di essere più liberi. Fece un master in “Studi sulla sicurezza”. Terrorismo, criminalità organizzata, cybercrime, ma anche comunicazione istituzionale. Qualche mese in Inghilterra “alla pari”, e poi due stage successivi in due grandi organizzazioni internazionali. Tra noi solo un sms ogni tanto, in occasioni particolari.

Poi, nel ’17, la proposta del rientro: “La farebbe una ricerca sulla ‘ndrangheta a Brescello? Non sarà semplice. Non è infiltrazione, ma controllo sociale vero e proprio”. Monica rispose di sì. Con le cautele e le timidezze di chi ha superato da poco i 25. “Sarà aiutata, non solo da me”. Vinse il timore delle situazioni imprevedibili. Appena giunta in paese fu avvistata subito dai guardiani dei portici, e seguita con moto. Non si perse d’animo, anche se le si leggevano le esitazioni in faccia. Maturò rapidamente, allestì un progetto perfetto. Andò avanti fino a un certo punto, poi l’annuncio previsto: “Ho vinto un bando all’estero”. Partì di nuovo. Destinazione, una nuova grande organizzazione internazionale.

In Olanda, dove inizia a serpeggiare e radicarsi la mafia marocchina, in lotta cruenta con quella caraibica. E in cui la ‘ndrangheta, grazie all’eterna rimozione, muove oggi passi da gigante. Mi racconta di avere collaborato con “31 mag”, un giornale telematico che prende nome dal prefisso dell’Olanda, e che si è caratterizzato per avere ospitato nella sua sede, da poco demolita per farci un parcheggio, più di quaranta sans papier, e il cui direttore, Massimiliano Sfregola, ha subito perciò le minacce grevi dei soliti haters bercianti. È sempre lucida nell’analisi di quanto accade. La passione del giornalismo, peraltro, non l’ha mai lasciata. Riuscì a ottenere il tesserino scrivendo per il Gazzettino metropolitano di Sesto San Giovanni, “la mia palestra giornalistica, anche se faceva parte di un progetto di Caltagirone”, e ora questo titolo proprio non lo vuole perdere. “E se poi mi serve ancora devo ricominciare tutto daccapo? Non ci penso nemmeno. Così ogni tanto mia madre mi chiama dall’Italia e mi dice che c’è da pagare la bolletta dell’Ordine”.

La scruto, incontrandola per lavoro dopo quasi 2 anni in una capitale europea. Evoca immagini cinematografiche. La memoria, si sa, procede per sbalzi e schizzi. La rivedo ragazzina uscita dal liceo linguistico di Sesto appollaiata con un gruppo di coetanei sui gradini di Scienze politiche. O tra decine di compagni piena di stupore sulla “Nave della legalità” che porta studenti di tutt’Italia a Palermo per il 23 maggio. O quando fonda (“sì, ero tra i fondatori” ricorda con pudore, come a non prendersi meriti abusivi) il grande presidio universitario di Libera. O quando si aggira per Casal di Principe per un’edizione dell’università itinerante. O scopre una vocazione precoce all’analisi strategica degli scenari del crimine.

È incredibile come pochi anni di distanza riconsegnino ai miei occhi una giovane donna elegante nel suo cappotto rosso e sobriamente truccata, stimata nella propria grande e prestigiosa organizzazione di pubblica utilità, di cui mi vieta severamente di fare il nome. Mi parla delle sue letture, Valerio Massimo Manfredi, Isabel Allende e naturalmente la criminalità organizzata. “Se tornerei in Italia? Per fare un altro stage a 30 anni? Se mi piacesse e mi desse da mangiare sì. Perché vede, è una questione di dignità. Non posso più chiedere i soldi a mia mamma”. Semplice, diretta. Riconsegnandomi il dramma di un Paese chiacchierone e irresponsabile che allontana la metà dei figli migliori. “Che sogno ho? La consapevolezza che il mio lavoro sia utile per la società”. E mi sento felice che non sia cambiata.

Come han cambiato l’Italia le rivoluzioni industriali

Citando Joseph Schumpeter, la mostra “Il progresso inconsapevole. L’impatto delle rivoluzioni industriali”, curata dal professor Luca Mocarelli, e organizzata dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, si affida al concetto di distruzioni creatrici. Perché, in effetti, le trasformazioni che sono scaturite dalle 4 rivoluzioni industriali oggetto della Mostra, si sono riversate su tutta la società, sui rapporti sociali, le abitudini, plasmando i territori, modificando le culture.

L’iniziativa ha quindi lo scopo di riflettere su questi processi di cambiamento convinti che “tutti i passaggi legati alle rivoluzioni industriali e al loro impatto sulla società mostrano che questi processi aprono anche spazi a nuove possibilità e che l’uomo, con il suo agire collettivo, è in grado di affrontare la sfida posta dal cambiamento”.

La mostra si snoda in un percorso di dieci tappe (tecnologia, competenze, territori, lavoratori, conflitto, welfare, tempo, società, progresso, sviluppo), narrando un cambiamento importante innescato dalle rivoluzioni industriali.

La documentazione è basata sul patrimonio della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, ma anche sull’Archivio di Sesto San Giovanni e i materiali video delle TecheRai.

Ci saranno riproduzioni di manifesti e fotografie d’epoca, opuscoli e carte d’archivio. Ad esempio una ricca serie di documenti delle Società di mutuo soccorso della seconda metà dell’800, quelle in cui si sono consolidati i legami di solidarietà operaia e di costruzione di soggetti politici. Particolarmente efficace il documento di una delle associazioni mutualistiche in cui Giuseppe Garibaldi accetta di esserne il presidente. Ma si troverà anche l’opuscolo dei primi anni ‘40 del ‘900 con cui William Beveridge elabora il suo progetto di Welfare che fonderà il sistema inglese.

Ancora sull’ ‘800 ci sarà la prima edizione dei Grundrisse di Karl Marx e, della fine del XIX secolo il saggio On Machinery di Charles Babbage, cioè colui che per primo ebbe l’idea del calcolatore programmabile.

Il tema del conflitto costituirà un punto di avvio importante visto che la mostra si apre nell’anniversario dell’Autunno caldo, che verrà esplicitamente ricordato, e si chiuderà nel 2020, cioè nell’anniversario dello Statuto dei lavoratori.

Ma se le precedenti rivoluzioni industriali erano improntate al dominio dell’uomo sulla Natura oggi la rivoluzione tecnologica vede quest’ultima rivendicare il proprio spazio e imporre vincoli e limiti. Rivedere il documento del Club di Roma del 1974 che poneva i suoi allarmi sullo sviluppo sostenibile sarà quindi un esercizio utile a ragionare su nuovi equilibri possibili anche ecologici.

Grazie ai video della Rai, invece, si getterà lo sguardo sulla quarta rivoluzione industriale sul computer del razzo Saturno (visibile qui in pagina) e una serie di immagini sulla robotica e sulle tecnologie a essa legate.

A completare la mostra, poi le opere a olio prodotte da 5 giovani artisti, coordinati da Arianna Vairo, che hanno raccontato le dieci tematiche puntando a provocare nuove emozioni.