“Uteri vaganti e altri pregiudizi: così i Greci vedevano le donne”

Ripetiamo spesso che all’antica Grecia, di cui amiamo definirci eredi, dobbiamo tutto. La cultura, l’idea di democrazia, la storiografia, la filosofia, la scienza, il teatro… Lungo elenco a cui Eva Cantarella – grecista e giurista – aggiunge anche alcuni aspetti, “legati al loro modo di intendere il rapporto tra generi”.

Professoressa, il libro s’intitola “Gli inganni di Pandora”. Era la Eva dei greci?

In realtà Pandora ha una storia ben peggiore. Nella Genesi si dà conto della nascita di Eva, la compagna di Adamo, creata da una sua costola, destinata a tenergli compagnia: dunque in posizione subalterna. Per renderci conto di quale sia la sorte destinata a Pandora dobbiamo tornare a Prometeo, reo di aver rubato il fuoco agli dèi, consentendo agli uomini lo sviluppo della civiltà. Per punirlo (e con lui l’intera umanità che beneficia del furto) gli dèi creano Pandora, un prodotto artigianale fatto di terra e acqua. Tutti gli dèi le fanno dei doni: è bellissima e seducente, ma ha anche un’indole ambigua, un cuore pieno di menzogne e discorsi ingannatori.

Il risultato è la prima donna.

Che era “un male così bello” – kalon kakon, come la definisce Esiodo – da renderla inevitabilmente “un inganno al quale non si sfugge”. E infatti gli uomini cominciano a conoscere l’infelicità, perché Pandora – spinta dalla curiosità che da allora “è femmina” – apre il famoso vaso che contiene tutte le calamità del mondo. Sul fondo rimane solo Elpis, la speranza. Dopo l’arrivo di Pandora, all’umanità non resta che quella.

Il libro parte dal racconto mitico ma poi passa al pensiero logico, che però è ugualmente scoraggiante.

Nel Corpus Hippocraticum – in cui sono raccolte opere mediche di varia attribuzione – si leggono cose incredibili. Del corpo delle donne, specie dei loro organi interni, i medici allora sapevano ben poco: la dissezione dei cadaveri comincia solo nel II secolo. Quindi si basano sul sangue mestruale. C’è chi dice che ne hanno troppo, dato che lo espellono con le mestruazioni, e chi pensa invece che proprio per questo ne abbiano meno degli uomini. La cosa su cui tutti erano d’accordo è che nei corpi femminili il sangue iniziava ad accumularsi nell’utero con la pubertà, all’arrivo della quale le ragazze dovevano assolutamente sposarsi. Se non lo facevano il sangue, non trovando una via di uscita, provocava sintomi simili a quelli dell’epilessia.

Platone, nel Timeo, parla dell’utero come di un organo “vagante”. Ce lo spiega?

Lo dicono in molti, e ci crede anche Platone. Ma Platone aveva un rapporto speciale con le donne. Per gli uomini greci era abituale avere rapporti amorosi e sessuali anche con altri uomini: il rapporto “pederastico”, con un ragazzo tra i 13 ei 17 anni circa, era parte integrante della formazione del cittadino greco. Nel corso della loro vita quindi essi avevano sia rapporti che noi chiameremmo omosessuali sia rapporti etero (parole che peraltro contestualizzate in Grecia non hanno alcun senso). Ma a Platone le donne non interessavano minimamente e a dir la verità ne aveva un’opinione tutt’altro che lusinghiera. Come dimostra, ad esempio, la sua celebre teoria sulla reincarnazione, secondo la quale al momento della morte, coloro che avevano vissuto bene, sarebbero tornati all’astro dal quale erano discesi. Ma quelli che avevano vissuto male “sarebbero trapassati in natura di donna; e se neppure allora avesse smesso la loro malvagità, si sarebbero tramutati ogni volta in qualche natura ferina, a seconda delle cattive inclinazioni che si fossero ingenerate in lui” (Timeo, 42, b-c). Ma torniamo all’utero vagante, da cui eravamo partiti . Secondo gli ippocratici se il sangue restava troppo a lungo nell’utero senza poter raggiungere la vagina (nelle giovani vedove, ad esempio, o per lontananza dei mariti…) poteva accadere che andasse alla ricerca di organi più umidi, in altre parti del corpo come il cuore o i polmoni.

Oreste viene processato per l’uccisione della madre. Ma viene assolto.

Nell’Orestea di Eschilo (la tragedia che vieta la vendetta, segnando la nascita del diritto), il primo tribunale ateniese, creato da Atena per giudicare Oreste, lo assolve perché “non è la madre la genitrice, ma il padre”. Un’opinione evidentemente condivisa dalla maggioranza degli ateniesi.

I greci avevano perfino dubbi sul fatto che le donne contribuissero a fare i figli!

Aristotele però ammetteva che avessero un ruolo. Secondo lui il sangue era il cibo che, se non espulso dall’organismo, veniva elaborato dal calore corporeo. Ma la donna, avendo un calore corporeo minore, non poteva compiere l’ultima trasformazione, grazie alla quale, negli uomini, il sangue diventava sperma. E dato che la riproduzione aveva luogo quando il seme maschile “cuoceva” il residuo femminile, il contributo femminile era quello passivo della materia.

Viviamo il tempo della fluidità: la Mattel mette sul mercato una Barbie che può essere maschio o femmina. Che ne pensa?

Intanto voglio dire che esistono anche le situazioni intermedie, che sono naturali e non mostruosità. Però trovo pericoloso responsabilizzare bambini piccoli rispetto a questioni esistenziali così importanti.

Sono passati millenni, ma certi retaggi restano: qual è il peggiore?

Quelli legati alla cura e alla maternità, il concetto di proprietà della donna che sta alla base dei femminicidi. E poi il fatto che le donne che non vogliono figli si devono giustificare: è uno stigma sociale che trovo insopportabile.

“Saviano, eri un compagno e adesso sei un borghese”

Ogni tanto è bene dare una sbirciata a Il Bolscevico, l’Organo del Partito marxista-leninista italiano, che lotta contro “il fascismo e la borghesia dominante” con analisi spesso dotte e puntute, specie su scuola e lavoro. Ci ha colpito però il 2 ottobre leggere una filippica durissima contro Roberto Saviano, una specie di dossier completo di sue lettere alla redazione, alla luce dell’intervista rilasciata dallo scrittore al Venerdì di Repubblica del 20 settembre.
In questa intervista, accusa Il Bolscevico, Saviano “non fa cenno del non breve e pur intenso rapporto, durato oltre un anno, che intrattenne con il Pmli e Il Bolscevico nel suo periodo giovanile, nel passaggio tra l’adolescenza e la maturità”.

Considerando che oggi Saviano ha 40 anni, si sta parlando di cablogrammi che risalgono a più di 20 anni fa. il Bolscevico rivela che Saviano allora “si definiva, come nella sua prima lettera spedita al Pmli il 3 maggio 1996… ‘un ragazzo da sempre impegnato nella lotta di classe e militante della sinistra rivoluzionaria extraparlamentare’, di tendenza ‘guevarista/trotzkista’”. Se non basta, che dire di “quando, già compiuti i 17 anni, in una seconda lettera…, rivolgendosi ai ‘cari compagni del Bolscevico’”, si definiva anzi ‘un marxista-leninista di Caserta’, precisando di comprare saltuariamente il nostro giornale”?

In forza di mille altre prove prodotte, il Bolscevico sostiene la tesi che Saviano avrebbe tradito i suoi ideali giovanili (peraltro, inquieta la prassi del giornale marxista-leninista di conservare per 23 anni le lettere di ogni ragazzino che contatti la redazione) per diventare un tiepido borghese riformista. Gli si rimprovera che “nel 1997 affiggeva i manifesti del Partito”, e oggi “deplora e condanna pubblicamente l’uso della violenza rivoluzionaria, come fa nel 2010, attaccando su la Repubblica la battaglia storica degli studenti che in Piazza del Popolo rispondono alla violenza della polizia”.

È la stessa accusa che si fa da 50 anni al Pasolini di Valle Giulia, infatti citato. Ma, stante l’aporia che i bolscevichi non sono in grado di produrre nessuna lettera in cui il Saviano adolescente elogi la violenza, l’escalation delle imputazioni è feroce. Non è chiaro se si tratti di una specie di outing, di sputtanamento ai danni del Saviano personaggio famoso “accolto dalla classe dominante nei suoi salotti più prestigiosi” (tanto per rovinargli la piazza), o di una reazione a un tradimento affettivo. Nell’intervista a Simonetta Fiori Saviano parla dei demoni con cui convive e della sua giovinezza inesistita (“La mia famiglia è come se fosse morta, completamente disgregata, 13 anni fa”), senza nominare i suoi trascorsi filo-bolscevichi; ma, a parte che vi compare in una inequivocabile foto da ragazzo con la maglietta di Che Guevara, perché avrebbe dovuto? Non è pensabile che la sua formazione si sia incarnata nelle battaglie che ha condotto, co-evolvendosi con la sua biografia spezzata?

Il giornale gli riconosce le lotte “contro la camorra e tutte le mafie, in difesa dei migranti e dei rom contro il razzismo, la xenofobia e il fascismo… contro l’aspirante duce d’Italia Matteo Salvini”, “il berlusconismo…, mafia capitale, l’attacco alla libertà di stampa del ducetto Di Maio e i suoi ‘taxi del mare’, il demagogo De Magistris e il corrotto De Luca, il decreto fascista e razzista Minniti”; ma gli rimprovera di non condurle “da marxista-leninista”, bensì “da liberale riformista borghese, tutte all’interno del regime capitalista e neofascista”. Sembra la fotografia dei difetti che, a volte anche parodisticamente, si imputano al fideismo massimalista, dal non saper fare i conti con la transitorietà alla spietatezza con cui il collettivo e l’ontologico sovrastano il personale e il contingente. Non è comprensibile che un uomo che vive sotto scorta per minacce di morte abbia fatto sua la critica della violenza, pure proletaria?

Eppure Saviano è un intellettuale che conduce, secondo la sua accorata testimonianza, una vita del tutto estranea al trafficare e al manipolare correnti (“Vivo la vita d’un malato o d’un carcerato, e sai come riesco a consolarmi? Dicendomi che in realtà sono un privilegiato, libero da patologie e da sentenze di pena”), a meno di non alludere al famigerato “attico a New York” inventato da Salvini, Meloni ecc.

La stoccata finale su un Saviano radical chic contiene un’allusione fatua: “Perché non spiega come si è potuto creare questo oscuro cambiamento tra il Saviano rivoluzionario e antiriformista di ieri e quello riformista, liberale, pacifista e in certi momenti finanche anticomunista e reazionario di oggi? E in ogni caso, perché nascondere questo passato, a meno che non se ne vergogni di fronte alla classe dominante borghese…?”.

L’“oscuro cambiamento” di Saviano forse è solo cambiamento. È quella figura che Marx affronta nei Manoscritti economico-filosofici quando parla di ciò che rende un uomo “dialetticamente” felice; è il divenire che in Materialismo ed empiriocriticismo Lenin associa alla imprescindibilità, in ordine alla rivoluzione, della vita quotidiana. Dice Saviano: “Mi manca poter sbagliare liberamente. Oggi ogni mio errore è osservato, spiato, amplificato, come se la mia vita fosse una cittadella assediata, che non ammette spazi di debolezza”.

Il Bolscevico pensa di fare una cosa radicalissima attaccando Saviano sul piano del privilegio individualista piccolo-borghese: esattamente ciò che fanno da 13 anni, dall’uscita di Gomorra, i camorristi, i berlusconiani, CasaPound, Vincenzo De Luca, i devoti a Santa Maria Elena Boschi, i benpensanti borghesi, i troll sui social, i “napoletani veri”, i mafiosi, i salviniani e i semplici invidiosi.

“Vuol ricattare tutti dal centro. Punta a essere il nuovo Craxi”

Porge una “premessa confessoria”, Fabio Mussi – filosofo, già ministro dell’Università e della Ricerca, oggi esponente di Sinistra italiana – “in genere ci azzecco ma con Matteo Renzi, devo arrendermi”. Il leader di Italia Viva dissemina nei territori i suoi “circoli”, li incista in quel che resta del Pd e sembrano vere e proprie cellule dormienti pronte a far crollare il governo di Giuseppe Conte.

Cadrà tutto?

La risposta è ‘boh, e chi lo sa?’. Avendo egli – con un ribaltamento della sua dottrina – sponsorizzato la nascita del governo dovrebbe essere interessato alla sua sopravvivenza ma c’è l’imprevisto in agguato. E già si vede: c’è già il tirare a mollare. E ogni giorno porta la sua pena. Ecco l’Iva….

Proprio lui che diede gli 80 euro.

…L’elargizione del Principe, quella; avesse lavorato sul cuneo fiscale sarebbe stato equo ma….

…Ma adesso fa saltare il tavolo.

Diversi anni fa, quando Renzi cominciò la scalata, mi fu chiesto cosa ne pensassi e io, sciagurato, risposi: ‘Considero la possibilità che diventi segretario tanto probabile quanto quella di essere colpito da un meteorite’. Sbam!

Sbam!?

Centrato in pieno. Le mie capacità di analisi su quello che può fare lui sono limitate. Questa dei suoi circoli è un’altra manifestazione dell’esattezza della teoria di René Thom sul caos, ovvero, inneschi un albero degli eventi da un ramo all’altro – trac-trac – e nella direzione del caos non c’è altro da fare.

Aggredisce la fortezza di Nicola Zingaretti.

È ragionevole pensare che il grosso di quel tanto che conquisterà Italia Viva, ma la porzione non so prevederla, venga dal Pd.

Sogna di far sedere i propri parlamentari al centro, il famoso centro…

…Portando alle estreme conseguenze il mito del centro, certo; ma su questo non mi sento di dare la colpa a Renzi. Lui è stato il capo indiscusso del Pd. A lui – anche se poi caduto col Referendum – si deve la botta di vita del 40% alle Europee; tutti usano la metafora di Ghino di Tacco…

Ovvero Renzi come nuovo Craxi che era socialista, non centrista.

È il Pd a essere nato male; nel 2007 – non aderendo – ne intravedevo il difetto di nascita: farsi strada al centro proprio quando il mondo si radicalizza e gli orientamenti si spostano sulle ali estreme. Non vorrei apparire cavernicolo ma tra le categorie rimaste vive ci sono la destra e la sinistra.

Il centro si restringe?

Veniamo dalla crisi del 2008, siamo nel vortice della radicalizzazione dei rapporti economici, dell’opinione pubblica e degli interrogativi – tutti radicali – di cui una volta si sarebbe detto propri ‘del destino della civiltà’. Il lavoro esiste, è merce vilissima, pagato sempre meno ed è perciò urgente riconquistare alla politica le masse di popolo. In assenza di una sinistra, la destra politica diventa beneficiaria dei danni perpetrati dalla destra economica, dov’è e cosa fa in questo contesto questo centro?

Alla sinistra è rimasta la Ztl.

Siamo alle prese con Italia Viva, rendiamoci conto: la distanza tra quello di cui siamo costretti a occuparci e quello che dovremmo studiare per affrontare è la questione del nostro tempo.

“Italia viva” (e vegeta): il partitino prendi-tutto

“Quante divisioni ha il Papa?”. È la domanda che Iosif Stalin pose ai suoi generali a Yalta. La stessa che risuona in modo allarmato al Nazareno (“quante divisioni ha Matteo Renzi?”), e che per ora non trova risposte. Vedrete alla Leopolda 10, 18-20 ottobre, è il refrain dei renziani. Nella tre giorni che sancirà la nascita di “Italia Viva”, gli indecisi ufficializzeranno il loro passaggio, i dubbiosi (tra un intervento dal palco e un apericena con promesse di future candidature), scioglieranno riserve, i convinti rafforzeranno le loro ragioni. Nel frattempo abbiamo cercato di capire cosa succede nei mitici “territori”, iniziando dalla culla del “renzismo”, la Toscana. Terra d’arte, di paesaggi stupendi, ma in perenne e “machiavellica” attesa del “nuovo principe”. Qui Matteo Renzi può contare su una lunga schiera di amici, tutti ben collocati nel sistema di potere regionale e nel Pd. Molti ancora “in sonno”. Raccontano che anche Dario Nardella, sindaco di Firenze e più renziano di Matteo, sia in attesa. O forse no. “Dario – dicono i bene informati – può decidere di non seguire l’avventura di Italia Viva e di giocarsi una partita tutta interna al Pd. E non da comprimario, ma da leader”. Riconfermato sindaco al primo turno alle scorse elezioni comunali col 57% (con la Lega relegata al 14,4% dentro un centrodestra sconfitto al 28, e i Cinquestelle umiliati con un misero 6%), ha un bel mazzo di carte da giocare. Rimane Luca Lotti, ai tempi d’oro del renzismo trionfante considerato da alcuni il Richelieu di Matteo (per altri meno buoni semplicemente un moderno Franco Evangelisti), ma ha i suoi guai col processo Consip. Resta nel Pd di Zingaretti, anche perché sembra che tra lui e Renzi non corra più il buon sangue di una volta.

Non passano con Italia Viva i consiglieri regionali. Renzi ha dichiarato che il suo partito non presenterà liste alle prossime elezioni, e in Toscana si vota in primavera. Trasmigrare ora non conviene. Solo “dichiarazioni di interesse” da parte del consigliere Antonio Mazzeo (10mila voti), imprenditore pisano ed ex responsabile organizzazione del Pd toscano, coinvolto nel crac della società editrice de l’Unità, della vicepresidente del Consiglio Lucia De Robertis (aretina da 5mila preferenze), e di Gianni Anselmi, eletto a Piombino. “Dopo le regionali verranno da noi”, assicurano i renziani. Ma la partita vera in Toscana si gioca sulla scelta del candidato destinato a sostituire il governatore Enrico Rossi. Ed è in buona parte tutta interna alla galassia renziana ancora dentro il Pd. Stefania Saccardi, assessore regionale alla Sanità e fedelissima di Matteo, è una delle aspiranti e vuole le primarie. Renzi, però, l’ha bloccata con una telefonata dal tono perentorio: “Cara Stefania, come sai ti considero una risorsa importante, ma il nostro candidato è Eugenio Giani. Con lui si può vincere”. Stop. Giani è l’attuale presidente del Consiglio regionale, una macchina macina voti. Toccherà ad un’altra fedelissima di Renzi della prima ora (con Maria Elena Boschi coordinò le primarie del 2012 per le liste renziane), dipanare la matassa. Si tratta di Simona Bonafé, europarlamentare e segretaria regionale del Pd. Anche lei guarda con “simpatia” alla Leopolda, nel frattempo deve difendersi dagli attacchi concentrici dei suoi e dei “zingarettiani” che la accusano di non essersi battuta a dovere contro l’esclusione dei toscani dal governo. Ma se la Toscana è in attesa (sempre “machiavellica”, s’intende) a Milano le cose vanno più veloci.

La prima uscita pubblica di “Italia viva” è stata un successo che ha stupito lo stesso Renzi. Salone degli affreschi dell’Umanitaria stracolmo, nonostante la contemporaneità della partita Milan-Torino, di bella gente da “Milano da bere”. In sala scarsa la presenza di militanti Pd delusi, molte facce nuove, ceto medio, professionisti, bancari e architetti. Ada Lucia De Cesaris, avvocato, ex assessore e poi vicesindaco delle giunte Pisapia, è l’anima e il motore del nuovo partito di Renzi. Viene dalla Fgci (organizzazione dei giovani del Pci). “Non voglio fare parallelismi fuori luogo – ci dice – ma ho notato la stessa volontà di partecipare, di essere sul territorio e costruire qualcosa di diverso con umiltà”. Una ex comunista, ex numero due di un sindaco come Pisapia che il comunismo voleva rifondarlo, ora con Renzi? “Sono stata vicesindaco ma con le mie posizioni. In politica e nelle istituzioni merito, competenza e pragmaticità sono indispensabili. La mia evoluzione è antica. Da noi vengono persone che vogliono mettersi in gioco, volti nuovi, rappresentanti di ceti sociali in questi anni esclusi dalla politica”. Che succederà in Lombardia? “Molti amministratori, sindaci, presidenti di municipalità, consiglieri comunali, stanno mostrando un forte interesse. Alla Leopolda e nei mesi che seguiranno ci saranno passaggi e dichiarazioni importanti”. Nell’attesa è già battaglia all’interno di “Italia Viva” milanese. Perché nella corsa alla leadership è sceso in campo anche Mattia Mor. È il giovane rampantissimo imprenditore genovese che Renzi volle candidare, e poi far eleggere, nel collegio di San Siro. Se la piccola borghesia e il mondo delle professioni guardano alla De Cesaris con interesse, quando parlano di Mor, storcono il naso. Non sono per i suoi trascorsi imprenditoriali non proprio esaltanti (il fallimento da 2,2 milioni della sua Blomor), ma per le sue performance tv. Da Quelli che il calcio a Uomini e donne, fino al Grande Fratello 10.

Anche Napoli si muove. Nella patria di Gennaro Migliore (una volta pupillo di Bertinotti e aspirante rifondatore del comunismo, poi passato al Pd prima di approdare al renzismo), Anna Rita Leonardi è uno dei motori di “Italia Viva”. Infaticabile presenzialista sui social (ultima polemica Facebook con Gerri Calà), ex Pds in Calabria, da anni si è trasferita in Campania. “La scissione era inevitabile, il Pd non risponde più alle esigenze della mia generazione. Siamo nel centrosinistra, ma guardiamo con interesse a quei ceti che rischiano di finire in mano alla Lega di Salvini. Tutto è in divenire, a Napoli stiamo registrando grandi consensi”. Tradotto: 50 circoli di Italia Viva, e importanti passaggi. Quello di Graziella Pagano, ad esempio. L’ex senatrice ed ex europarlamentare, esponente storica del fu Pci, ha scelto Facebook, Ciro Bonajuto, sindaco di Eercolano, ha direttamente comunicato a Renzi la sua adesione. Lello Topo, deputato, e Mario Casillo, consigliere regionale, per il momento stanno con la corrente di Lotti e Guerini. Il governatore Vincenzo De Luca, è critico con la scelta di Renzi. Ma non troppo. A smuovere le sue perplessità sulla scissione ha provveduto la Boschi in una affollata assemblea a Taurasi, patria di un ottimo aglianico, in provincia di Avellino. Se De Luca sarà il candidato governatore alle prossime regionali i renziani appoggeranno il centrosinistra, diversamente faranno altro. Vincenzo si è detto soddisfatto, ma in vigile attesa. “A Napoli e nell’area metropolitana abbiamo tanti circoli, grandi e piccoli, alcuni organizzati sul modello tea party”. Luciano Crolla, una vita nel Pd con ruoli di responsabilità, ci racconta il partito di Renzi sotto il Vesuvio. “Prima della Leopolda faremo una grossa iniziativa. Guardiamo agli elettori moderati una volta affascinati dal berlusconismo ormai morente”. Quindi va bene anche Mastella? “Le notizie sul passaggio di Clemente nelle nostre fila sono più una polpetta avvelenate lanciata da qualcuno che una notizia”.

Da Napoli all’Abruzzo, Roseto, qui, nel salone del Palazzo del Mare, Ettore Rosato incontra il popolo di Italia Viva. Poco meno di cento persone, età media intorno ai cinquant’anni. Molti ex Pd. Signora anziana: “Sono stata comunista, ma non sopporto Zingaretti, quando lo vedo in tv cambio canale”. A fare gli onori di casa e indicare la linea del nuovo sono due pezzi da novanta della politica teramana. Tommaso Ginoble, ex Partito popolare, ex deputato da 11mila preferenze che votò contro l’arresto del re di Messina Francantonio Genovese, e Paolo Tancredi, pure lui ex parlamentare, ma del Pdl. Con loro sindaci e capi elettori che smuovono voti e consensi. I millenials non ci sono, preferiscono fare jogging sul lungomare.

Rimane la domanda, “quante divisioni ha Renzi?”. La stessa posta da Stalin e riferita a Pio XII e al potere della Chiesa. Il dittatore sovietico ebbe una risposta da Papa Pacelli nel ’53, alla sua morte. “Ora Stalin vedrà quante divisioni abbiamo lassù”. Quante ne ha Matteo? Vedrete alla Leopolda.

Piemonte: lotta alla mafia? No, prima c’è l’autonomia

Prima poteva giocare di sponda con Roma, annunciare trionfante il via libera all’alta velocità Torino–Lione o lo sblocco dell’autostrada Asti–Cuneo, la “Salerno-Reggio Calabria” del nord. “La mia estate da presidente è andata bene”, rispondeva a La Stampa Alberto Cirio, ex eurodeputato di Forza Italia e governatore del Piemonte eletto il 26 maggio scorso. Tuttavia poche settimane dopo l’insediamento del 9 luglio, Matteo Salvini ha deciso di far cadere l’esecutivo di Giuseppe Conte, subito rinato sotto altri colori, e il gioco di sponda è finito: “Avere la Lega al governo agevolava i rapporti”, ammetteva a La Repubblica. Lo spirito è cambiato: da filogovernativo è diventato un ribelle, per quanto possa esserlo questo distinto 47enne nato a Torino, cresciuto ad Alba (Cuneo) e maturato a Bruxelles. Da settembre asseconda le velleità degli alleati del Carroccio soprattutto sull’autonomia regionale e sul referendum per la legge elettorale. Finita l’intesa con Roma, quindi, si è fatta più forte quella con le altre regioni del Nord governate dal centrodestra, soprattutto con Lombardia e Veneto guidate dai leghisti Attilio Fontana e Luca Zaia. A loro aveva dato subito un segnale. Il 24 giugno scorso il Cio ha assegnato a Milano e Cortina l’organizzazione delle Olimpiadi invernali del 2026: “È una bellissima notizia per l’Italia”, ha detto per poi rilanciare l’invito a usare le valli scenario di Torino 2006 e per “mettere immediatamente a disposizione di Lombardia e Veneto” il patrimonio di impianti e competenze.

Il presidente sul Carroccio: meno Stato, più Regioni

Giochi a parte, la partita più importante con Lombardia e Veneto è quella dell’autonomia. “Possiamo recuperare il tempo perduto, in quanto la timidezza con la quale la giunta precedente ha affrontato questo tema era sbagliata”, spiegava al Consiglio regionale il 9 luglio. Lunedì scorso ha dato al ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia un dossier che “riprende e integra la proposta della precedente amministrazione e la potenzia, ampliando la nostra richiesta di autonomia differenziata a tutte le 23 materie previste dalla Costituzione”. Il giorno dopo, denunciano le opposizioni, al consiglio regionale presieduto dal leghista Stefano Allasia è avvenuto un ricatto: martedì l’assemblea avrebbe approvato l’istituzione della “Commissione permanente per la promozione della cultura della legalità e il contrasto ai fenomeni mafiosi” proposta sia dai consiglieri di centrosinistra Marco Grimaldi, Domenico Rossi e Diego Sarno, sia da Francesca Frediani del M5S. Tuttavia il voto è saltato. “Per la Lega è importante arrivare a una commissione permanente per l’autonomia – ha detto in aula il capogruppo Alberto Preioni dettando la linea –. Chiederemo che si possa approvare in tempi stretti questa commissione. Il gruppo della Lega ha bisogno di una collaborazione su questo tema”. “Il centrodestra vuole mercanteggiare, mettendo sullo stesso piano la commissione antimafia con quella che loro vorrebbero istituire sull’autonomia regionale”, sostiene Grimaldi, capogruppo di Liberi Uguali Verdi. D’altronde il partito di Matteo Salvini ha la maggioranza (17 seggi grazie al 37 per cento dei voti) e fa il suo gioco. E così, sempre per questa velleità leghista, il Piemonte si è accodato a Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sardegna nella richiesta di un referendum (proposto della Lega) per abrogare la parte proporzionale della legge elettorale: serviva il sostegno di almeno cinque consigli regionali, per andare al voto. Nell’ultima settimana di settembre i lavori dei consiglieri sono stati monopolizzati da questo dibattito.

L’agenda: infrastrutture occupazione e sanità

Mettendo da parte la politique politicienne, sul piano pratico la giunta Cirio è impegnata soprattutto su tre temi: lavoro, grandi opere e sanità, spesso tra loro collegate. I fronti aperti sono molti. Nel primo ambito, ad esempio, si è tornati ad affrontare il caso dell’ex Embraco di Chieri (Torino), stabilimento dismesso dalla Whirpool e poi ripreso da un’azienda finora incapace di rilanciare l’attività. Altro tema sul tavolo dell’assessore al lavoro Elena Chiorino (FdI) è il caso della Pernigotti di Novi Ligure (Alessandria), il cui salvataggio è ancora incerto. Per aiutare i piemontesi, la giunta ha annunciato l’accordo con le banche per far sì che le persone in cassa integrazione possano ottenere l’anticipo delle indennità in attesa dell’erogazione dell’Inps. C’è poi il piano da 100 milioni per sostenere le imprese, annunciato entro la fine dell’anno; ma “mancano completamente gli elementi concreti, che vengono rinviati a successive comunicazioni”, denunciano il segretario regionale Pd Paolo Furia e il capogruppo Domenico Ravetti. Per il lavoro dei piemontesi il presidente ritiene fondamentali i cantieri come – ovviamente – quello del Tav Torino–Lione, ma anche quello dell’autostrada Asti–Cuneo, sbloccata dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) in estate: “Ora possono finalmente ripartire i cantieri per completare un’opera che aspettiamo da 30 anni”. Devono essere costruiti poi i grandi poli ospedalieri di Torino e Novara, il Parco della Salute e la Città della Salute. Sono tutti progetti avviati da altri: “Abbiamo raccolto il lavoro di chi c’era prima, ma abbiamo messo il mattoncino finale”. Ad esempio, lo scorso 21 settembre ha consegnato la dichiarazione di fine lavori di un altro cantiere infinito, quello dell’ospedale delle Langhe e del Roero, a Verduno (Cuneo): “Sono passati 20 anni da quando di quest’opera s’è iniziato a parlare, e 14 dall’apertura dei cantieri – ha ricordato Cirio –. Questo è un momento importante per tutti noi e innanzitutto per me, che avevo assunto questo come obiettivo fondamentale dei miei primi 100 giorni di governo. Nessun trionfalismo però”. Assolutamente no.

“Addio Razzi & C. Ora solo candidati seri”

“A me pare una riforma equilibrata, di ottimo profilo”. Guido Neppi Modona, giurista torinese ed ex giudice della Corte costituzionale, sostiene senza riserve la legge sul taglio dei parlamentari: “La diminuzione del numero di eletti e l’ampliamento della platea degli elettori in ogni collegio – sostiene – indurrà i partiti a scegliere i candidati in modo particolarmente selettivo, che abbiano doti indiscusse di moralità, affidabilità e preparazione politica. I nuovi parlamentari saranno molto più importanti di prima. Anche, banalmente, perché saranno di meno”.

L’ampliamento delle dimensioni dei collegi elettorali però porta anche dei rischi. Aumenta la distanza tra eletto ed elettori e costringe a campagne elettorali più dispendiose, anche economicamente.

Questo rischio penso che potesse esistere anni addietro, quando il sistema di propaganda era basato soprattutto sul contatto fisico attraverso il comizio in piazza. Ora abbiamo tanti e tali strumenti di comunicazione politica…

Altri costituzionalisti la ritengono una riforma demagogica, che finirà solo per diminuire la rappresentanza e il peso del Parlamento.

Penso che sia demagogica solo se si usa l’argomento del risparmio economico. Il risparmio è minimo, rappresenta una quota infinitesimale del bilancio pubblico. Io invece credo, come le ho detto, che l’aspetto davvero importante sia la spinta a una selezione più rigorosa dei candidati.

Secondo lei, insomma, sarebbe la fine dei “peones”, dei Razzi e degli Scilipoti, dei parlamentari che servono solo a pigiare bottoni?

Ha colto perfettamente. Non ci saranno più queste masse che votano a comando. Ci saranno invece persone con una credibilità o una preparazione a prescindere dal fatto che siano state piazzate dalle segreterie dei partiti o da supposte piattaforme online. Dovranno stare attenti i partiti e i movimenti a scegliere i migliori e non quelli di più semplice comando.

Temo sia troppo ottimista sulla bontà dei loro criteri di selezione.

Ma guardi che saranno costretti a farlo, altrimenti andranno incontro a inevitabili rovesci elettorali.

La riforma non stravolge l’equilibrio della struttura di Camera e Senato, a cominciare dalle commissioni parlamentari?

Sicuramente avrà delle ricadute importanti sulle commissioni: dovranno essere modificate. Se rimanessero le medesime, avremmo commissioni parlamentari troppo piccole nelle quali sarebbe impossibile rappresentare tutti i partiti. Andranno accorpate: saranno di meno e avranno più competenze affini tra di loro. Si lavorerà di più a commissioni unite, tra quelle che trattano materie affini. Anche questo, tutto sommato, va a favore di una maggiore efficienza e funzionalità dei meccanismi parlamentari.

Non avrebbe avuto più senso, piuttosto che tagliare semplicemente i parlamentari, intervenire sul bicameralismo “perfetto” e sulle sovrapposizioni tra Camera e Senato?

Camera e Senato per me sono una garanzia importante da mantenere. Il periodo di tempo che passa tra la votazione di una legge da un ramo all’altro del Parlamento è utile per correggere eventuali errori. Credo sia una caratteristica importante e consolidata della democrazia italiana, che ha avuto positivi riscontri in molte occasioni.

“Basta rincorrere Renzi, ora diamoci regole di ingaggio”

Parte con un sorriso: “In questi due giorni ho apure cantato, ho dato davvero tutto”. Rientrato a Roma dal week-end di campagna elettorale in Umbria, Luigi Di Maio ha voglia di scherzare. Ma soprattutto gli preme fissare paletti. In mattinata ha detto: “Sui giornali ho letto troppi annunci: prima di dire, facciamo”.

E da lì parte la chiacchierata con il Fatto: con chi ce l’aveva, con Matteo Renzi e Roberto Speranza? “Non solo con loro, il mio è un appello rivolto a tutti. Vedo membri di governo che scrivono la manovra sui giornali, ma non bisogna cadere nell’annuncite: è una sindrome leghista”.

Detto da chi annunciò la fine della povertà da un balcone stona, viene da obiettare. Di Maio sorride di nuovo: “Non voglio dare lezioni a nessuno, ma proprio perché ci sono passato dobbiamo imparare dagli errori, senza fare la gara a chi dichiara o annuncia di più. Si prenda esempio dai ministri dell’Economia Gualtieri e dell’Interno Lamorgese, che prima di dire fanno. Temo che sia partito tutto dalla lettera di Renzi al Corriere della Sera (in cui suggeriva come fare la manovra, ndr). Leggo troppe interviste tra Pd e Italia Viva, gli uni contro gli altri e così si dà la percezione di una lite continua nel governo. Ma non bisogna rincorrere uno che ha il 4%, gli fanno solo un favore”.

Ne è sicuro? “Se si andasse a elezioni, il suo partito non entrerebbe in Parlamento. Rispondendogli, non si fa che alimentare la promozione della Leopolda, cioè il suo gioco”. Però due giorni fa gli ha replicato anche Giuseppe Conte. Ha sbagliato? “No, se Giuseppe gli ha risposto significa che doveva farlo. Ma penso che sia il momento di fare un punto tra ministri e capigruppo per dare chiaramente le regole di ingaggio, perché i problemi di comunicazione potrebbero diventare politici”.

Magari serve un punto anche sull’incontro tra il ministro della Giustizia Usa, Barr, e i vertici dei nostri servizi segreti favorito da Conte in agosto. Renzi sostiene che il premier debba chiarire. Di Maio che ne pensa? Il premier doveva evitare? “Le considerazioni di Renzi non meritano risposta. Per il resto, io mi fido ciecamente di Conte, e sono certo che darà tutte le risposte necessarie in audizione al Copasir”.

Martedì si vota il taglio dei parlamentari: teme imboscate? “Mi aspetto che venga votato a grande maggioranza e in modo trasversale, anche dai parlamentari di opposizione. Il 90% degli italiani vuole il taglio”. Potrebbe marcare visita qualche grillino: si parla di altri parlamentari in uscita. Ma il capo M5S ha un’altra idea: “Non ho segnali di altre uscite, ma voglio dire che certi comportamenti non sono tollerabili. Sabato ho sentito in conference call gli avvocati del M5S, e abbiamo deciso di chiedere a chi è uscito i soldi delle restituzioni non effettuate e quelle per gli anni che passeranno in un’altra forza politica. Per esempio anche a Silvia Vono (la senatrice passata con Renzi, ndr), che non restituiva da ottobre. Questi parlamentari hanno firmato un contratto e devono rispettarlo”.

La politica però non può essere un contratto. Sul sito del Fatto la deputata Dalila Nesci ha annunciato di volersi candidare a governatore della Calabria. Di Maio riprende: “Dalila è intelligente, e sa che non si può fare. Abbiamo delle regole e vanno rispettate. Non esistono deroghe. Ho visto questa Carta di Firenze (stilata da dissidenti, ndr): il problema non è l’iniziativa in sé, ma l’utilizzo improprio del simbolo. Non posso tollerarlo, altrimenti si crea un precedente”. Però molti veterani accusano Di Maio di essere un autocrate che cala tutto dall’alto, in un M5S “che non voleva capi”. E qui il ministro ricorda: “Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio mi hanno sempre detto che il Movimento aveva bisogno di un capo politico: quando Gianroberto sentiva il contrario saltava sulla sedia. Qualcuno li cita a sproposito”. Ma vuole restare capo assoluto? “Gli iscritti mi hanno votato e riconfermato, ma se si chiede la redistribuzione dei compiti sono il primo a volerla. A ‘Italia5Stelle’ a Napoli il prossimo fine settimana lancerò le modalità di candidatura per i facilitatori nazionali e i referenti territoriali. Tra i 12 nazionali e i territoriali si arriverà a quasi cento persone. E, se si dividono le responsabilità, io sono contento. Ora, se si perde nel più piccolo Comune, è sempre colpa mia. Con i referenti, ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità”.

Chiude sull’Umbria: “Bianconi è bravissimo, ci ha cercato lui ed è il perfetto candidato per un patto civico”. Un candidato di destra… “Ha votato per un candidato sindaco di destra, ma questo conferma che è post-ideologico, cioè che va benissimo. Mi aspetto che tutto il governo partecipi alla campagna elettorale e sono lieto che anche Conte abbia dato la sua disponibilità”.

Domani via 345 parlamentari. È l’ultima battaglia anti-casta

Salvo sorprese, meno di 48 ore separano i 5Stelle da una delle loro ultime, ma non meno rilevanti, battaglie anticasta. Oggi infatti arriva alla Camera la riforma costituzionale per tagliare il numero dei parlamentari. Dopo la discussione generale, il voto definitivo è previsto per domani. Da 630 deputati e 315 senatori si passerebbe a 400 e 200: 315 onorevoli in meno con annessi risparmi su collaboratori, staff, pensioni. L’iter è partito a febbraio scorso. Per approvare definitivamente la riforma serviva un doppio passaggio in ognuna delle due Camere: in Senato ci siamo già, a Montecitorio manca l’ultimo voto. La maggioranza giallorosa ha trovato l’accordo per dare il via libera (i dem finora hanno votato contro nei diversi passaggi), fissando anche l’agenda per altre riforme “collegate”, sempre di tipo costituzionale, e di quella elettorale. Serve la maggioranza assoluta. Favorevoli al taglio, almeno finora, sono stati anche FdI e FI (che però scioglierà la riserva solo domani). La Lega lo è stata ma ora tentenna. “Se è una roba seria la votiamo, se è il mercato delle vacche, allora no”, ha detto venerdì Matteo Salvini.

Cosa prevede. Se la riforma passerà il vaglio del referendum confermativo – qualcuno deve però chiederlo (la Lega ha già annunciato che lo farà) – i deputati, come detto, passerebbero da 630 a 400, i senatori da 315 a 200 (gli eletti all’estero da 18 a 12). Ogni regione – escluse Val d’Aosta (uno) e Molise (due) – non potrà avere meno di tre senatori (prima erano 7), quelli a vita non potranno essere più di 5. Il taglio scatterà dal primo scioglimento delle Camere. Aumenterà notevolmente il numero degli abitanti per deputato, che passerà da 96 mila a 151 mila. Il numero di abitanti per ciascun senatore crescerà da 188.424 a 302.420. Uno dei rapporti più alti in Europa.

Gli effetti. Con 345 parlamentari in meno non sarebbero secondari. Il primo e più ovvio riguarda il funzionamento delle Camere (dai componenti delle commissioni alle bicamerali al quorum per la formazione dei gruppi). Un altro effetto è la diminuzione della platea che elegge il capo dello Stato (da 1.008 persone a 673). Il terzo, e più rilevante, riguarda invece gli effetti sui collegi del Rosatellum – un terzo dei seggi uninominali, il resto proporzionali – che andrebbero ridisegnati e qui interviene una legge ordinaria (che viaggia parallela al ddl costituzionale) che delega il governo a farlo. Se la legge rimane quella, pasticciata, di ora i collegi si amplierebbero notevolmente. Secondo i calcoli di Federico Fornano (LeU) ogni collegio uninominale alla Camera sarà da 400 mila abitanti in media, in Senato da 800 mila con punte oltre il milione (Abruzzo). La distorsione si ridurrebbe con una legge del tutto proporzionale, su cui – in teoria – la maggioranza è orientata (il Pd la voleva fortemente prima della scissione renziana).

I risparmi. Il ddl, secondo i proponenti, comporta un risparmio di 100 milioni di euro all’anno, mezzo miliardo a legislatura. Cifre verosimili. In media lo stipendio di un parlamentare (indennità tassata più rimborsi spese esentasse) è intorno ai 240 mila euro lordi annui, in totale 220 milioni e dispari, più o meno la cifra totale messa a bilancio dalle Camere (225 milioni la previsione sul 2019). Con 345 parlamentari in meno il risparmio supera di poco gli 80 milioni, a questi va aggiunta la riduzione della spesa per i finanziamenti pubblici ai gruppi parlamentari (oggi pari a circa 50 milioni). Il risparmio, va detto, si riduce se si considera solo la spesa al netto delle imposte e dei contributi pagati dai parlamentari.

Ma mi faccia il piacere

Senti chi pirla. “‘Il suo curriculum è un vorticoso elenco di riconoscimenti’ scriveva ieri sul Fatto Quotidiano Tommaso Rodano, all’interno di un articolo-ritratto da brividi sul ministro grillino della Scuola Lorenzo Fioramonti. Mai letto, lo giuro, nulla di più viscido e servile nei confronti di un politico” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 4.10). Già sapevamo che Sallusti non sa scrivere. Ora sappiamo che non sa neppure leggere.

Classe dirigente. “I confini dell’Emilia Romagna? Veneto. Sì, poi cosa c’è, vediamo: Lombardia, Toscana… Liguria… Marche. Trentino… Trento” (Lucia Borgonzoni, Lega, sottosegretario uscente ai Beni culturali, candidata a presidente della Regione Emilia Romagna, Un giorno da pecora, Radio 1, 1.10). Ha dimenticato la Mongolia.

Frati Mitra. “Coppia di domenicani spara in questura a Trieste” (Libero, 5.10). Due cappuccini in Questura!

Antidoping. “Voglio riproporre l’esame antidroga per i parlamentari, per vedere se quando votano sono lucidi o hanno pippato qualcosa… A volte ci sono certi occhi!” (Matteo Salvini, segretario Lega, 30.9). A patto di aggiungere la prova del palloncino.

Parole forti. “A Chiara Appendino ho detto che io per la città di Torino ci sarò sempre, che può contare sulla mia disponibilità. Come parlamentare e come cittadino posso dare il mio contributo” (Piero Fassino, deputato Pd, dopo le dimissioni da consigliere comunale, Repubblica-cronaca di Torino, 1.10). Più che una promessa, una minaccia.

Il mondo alla rovescia/1. “La Lega a caccia della parcella che può far saltare il premier” (il Giornale, 4.10). Si sospetta che l’avvocato Conte non si facesse pagare in nero, e neppure in rubli.

Il mondo alla rovescia/2. “Salvini contro Conte: ‘Dubbi sulla sua carriera’. Interrogazione sui ‘misteri’ dell’Avvocato” (Libero, 4.10). Pare che sia addirittura laureato.

Il mondo alla rovescia/3. “I dissidenti: fuori Casaleggio dal M5S” (La Stampa, 5.10). Che fanno, lo espellono?

Colpa di Virginia. “La scelta dello chef: ‘La Raggi? Mai vista. Roma fa scappare noi stelle. Vado a cucinare a Milano’. Antonello Colonna, cuoco pregiato che nella Capitale è celebre come una rockstar” (Libero, 4.10). Questa Raggi una ne fa e cento ne pensa: pur mettere in fuga gli chef, salta addirittura i pasti.

La pulce con la tosse. “Se la democrazia diventa solitudine dei numeri esigui. Il taglio dei parlamentari corrisponde al crollo dei votanti e degli iscritti ai partiti. Con l’effetto di dare più potere alle élite” (Marco Follini, ex Dc, ex Ccd, ex Udc, ex Italia di Mezzo, ex Pd, editoriale su l’Espresso, 6.10). Ha parlato il trascinatore di folle.

Calamità naturali. “Alla Leopolda ci sarà un’alluvione di idee per Conte. Semplificazione fiscale, tecnologie, diritti. Disegneremo l’Italia del 2030” (Gennaro Migliore, deputato di Italia Viva, ex Rifondazione comunista, ex Pd, Repubblica, 6.10). Nel 2010, a occhio e croce, Jenny ‘a Poltrona sarà in Fratelli d’Italia.

Apocalypse Now. “Vogliono punire pure la Nutella. Delirio del governo” (il Giornale, 25.9). “Conte nuoce alla salute” (il Giornale, 2.10). “Stato più criminale delle Br. Il governo ci fa soltanto male” (Libero, 2.10). “Erano tutte balle. L’Iva aumenta (e ci costerà 5 miliardi)” (Libero, 30.9). “Giuseppi, da avvocato a sanguisuga del popolo” (La Verità, 30.9). “Altri 8 miliardi di tasse” (il Giornale, 1.10). “Il governo del tradimento. Arrivano le tasse su case e aziende” (Libero, 1.10). “Il governo smentisce ma la stangata sta arrivando” (Libero, 5.10). “Il ministro della scuola violento e sessista” (il Giornale, 3.10). “Fioramonti dimettiti. Faccia di bronzo” (il Giornale, 4.10). “Botte a chi paga le tasse. Perseguitati gli onesti”, “Il governo è una sciagura nazionale” (Libero, 3.10). “L’Inps ci ruba il Tfr. Spariti 36 miliardi versati dagli italiani”, “Comanda la sinistra: maxi-stangata fiscale da 75 miliardi” (Libero, 4.10), “Visita di Mattarella. Bloccano Milano per leccare gli alti poteri” (Vittorio Feltri, ibidem), “Conte spenna le famiglie con colf e badante” (La Verità, 4.10), “Dovevano essere i migliori, sono dei magliari” (Marcello Veneziani, La Verità, 4.10). Per questa settimana è tutto: vi terremo informati.

Il titolo della settimana. “Parla il segretario di Stato Usa Pompeo: ‘Italia, attenti alla Cina. Il Partito comunista può usare i vostri dati’” (La Stampa, 5.10). E poi che se ne fa, il partito comunista cinese, dei miei dati? Comunque, per carità, mo’ me lo segno.

“Ti piacciono i negri”, “devi morire”, “troia”: quando il bullismo è donna

“Quando le donne interiorizzano il sessismo diventano peggiori degli uomini” è un’osservazione frequente, spesso retorica. Speravo di poterla considerare una frase stantia, perché ci stiamo evolvendo, emancipando, perché non dobbiamo auto-stereotipizzarci convincendoci noi stesse che “certe donne sono peggio degli uomini”. Poi, nella mia ricerca dei fenomeni di hating e cyberbullismo più violenti sul web, mi sono imbattuta in un gruppo Facebook dal nome rassicurante: “La posta di Carola”. Un gruppo riservato alle donne, trentamila iscritte e un’amministratrice che si chiama Carola Saccone.

Carola, vive ad Augusta, provincia di Siracusa. Trentadue anni, un paio di profili personali che pullulano di selfie autocelebrativi e frasi intimiste (“Ti criticano e ti spiano solo quando sei qualcuno e loro sono ‘sto cazzo”), la ragazza non sembra esattamente la rassicurante nonnina che risponde alla posta delle lettrici col plaid sulle gambe. Quello che si nasconde dentro quel gruppo però, non è neanche lontanamente immaginabile. Arrivo a “La posta di Carola” dopo decine di segnalazioni di ragazze arrivate nell’arco di un anno circa. Mi scrivono cose allarmanti: “Sono stata bullizzata”, “Mi vergognavo di uscire di casa”, “Ho avuto crisi di ansia”. Mi inviano foto di post e commenti denigratori che sembrano scritti dagli uomini più violenti e frustrati, di quelli che si ritrovano su certi gruppi segreti per sfogare la loro misoginia repressa. Lo scopo dichiarato del gruppo è quello di pubblicare lettere femminili che arrivano a Carola e commentarle tutte insieme. Ricordo che il gruppo ha 30mila iscritte, non proprio il circoletto del burraco. Sarebbe tutto molto tenero, quasi retrò, se non fosse che basta essere in disaccordo con i toni o i contenuti di quello che viene pubblicato che Carola inizia a insultare, minacciare, scatenare contro alla malcapitata le sue adoratrici, a pubblicare la foto della suddetta malcapitata per deriderla, a scomodare familiari e questioni private. Perché non dimentichiamo che Carola è di Augusta e molte delle iscritte sono di lì. Gli insulti — suoi e di molte iscritte — sono del tenore di “cagna”, “laida”, “troia”, “non trombi abbastanza”.

Capita poi che qualche ragazzo le invii dei messaggi privati e lei li pubblichi con le sue foto private per esporlo al pubblico ludibrio. Idem con i messaggi privati di ragazze, che magari le hanno solo richiesto l’amicizia. “Il 5 febbraio a Siracusa inizia il processo, l’ho denunciata per diffamazione due anni fa”, mi racconta Giorgia. “Lei scrisse un post terribile sul gruppo dicendo che se qualcuno ad Augusta avesse diffuso i contenuti di quella pagina l’avrebbe pagata cara, perché lei è contro la violenza sulle donne, non sulle troie”. Io commentai questo scritto indignata sulla mia pagina Fb, senza neppure nominarla. Il giorno dopo pubblicò un post in cui mi definiva laida che “salta da un cazzo all’altro”, scrisse “è scappata in Francia a scoparsi gli stranieri perché con quella faccia di merda qui ad Augusta la conoscono tutti”. Poi hanno pubblicato le foto dei familiari, anche di mia sorella minorenne e le sue seguaci infierivano. Aspetto solo il processo”. C’è a chi è andata peggio. M. è ancora traumatizzata e fa fatica a parlarmi, s’interrompe, le viene da piangere. “Iniziarono ad augurarmi violenze sessuali senza conoscere la mia storia, mi ha messo contro mezzo paese, per un anno non sono uscita di casa, ho perso tanti chili da sfiorare l’anoressia, la notte non dormivo. Avevo una paura dentro… è stato molto difficile recuperarmi. Ci poteva scappare il morto. Questa persona va fermata perché non sa quanto dolore e danno può fare. Io sono stata forte, ma ci sono ragazze che non lo sono. L’ho denunciata”.

Cosa le aveva scritto Carola? Questo: “Si è fidanzata con un nero perché essendo la sorella di H. ha gli stessi gusti, H. è andata via per caricarsi un membro più grosso e nero”. Corinna commentava divertita: “Carola questa si è messa contro di te e cioè contro tutte noi, brutte laide non vi daremo pace”, Anna T. scriveva “A questa manca il cazzo” e così via. “Si accanì su di me, sui miei figli, mi arrivarono messaggi di minaccia per mesi e poi fece una diretta video su di me”, racconta M. ancora scioccata. “A me invece chiese pubblicamente se avessi poi partorito e di che razza fosse, con sotto il commento di Serena F. che mi diceva “Farai una brutta fine te lo posso assicurare”, dice R. . Ma c’è anche T. , di cui Carola pubblica una foto con la scritta “Tua madre doveva ingoiarti” e giù commenti divertiti tipo quello di Manuela P. “Con quella faccia le fa scappare le minkie questa”. Non solo. Insulta Greta Thunberg e se qualcuno come Gaia le dice che non si fa, pubblica anche le foto di Gaia e invita le altre a insultarla. “Ho passato un mese terrorizzata, scrivevano di sapere dove abitavo, è stato orribile”, racconta Claudia. “Mi inviavano foto di morti squarciati,mi minacciavano”, “Sono stata presa di mira ma voglio restare anonima, ho paura”, “Ho dovuto portare alla postale 62 pagine di insulti, una storiaccia che ha gettato nel panico la mia famiglia”. Questa è una parte infinitesimale dei messaggi ricevuti. L’aspetto più preoccupante de “La posta di Carola” e del suo successo non è neppure questa signora che comincia ad avere i suoi problemi con la legge, ma il fatto che possa contare su 30mila persone, tutte donne, che la spalleggiano, anche solo con l’iscrizione a quella pagina. Meriterebbero di finire in tribunale tutte. Per cyberbullismo, istigazione all’odio e, soprattutto, per i danni disastrosi inferti all’emancipazione femminile.