Sleepy Joe “eroe” in Europa, ma a casa sondaggi negativi

Nel momento più precario per l’Europa, dalla fine della Seconda guerra mondiale, il presidente Usa, Joe Biden, partecipa oggi a Bruxelles a tre vertici: della Nato, del G7 e dell’Ue. L’obiettivo è prevenire una terza guerra mondiale, “riunire la comunità internazionale attorno all’Ucraina” e “fare sì che il presidente russo Vladimir Putin paghi un alto costo economico per la guerra che ha scelto di combattere”. Biden ha twittato i suoi propositi prima di lasciare Washington. Nella Capitale belga è stato accolto dal premier belga Alexander de Croo. Dopo l’inedita ‘giornata dei tre vertici’, senza precedenti nella storia della diplomazia, Biden andrà domani in Polonia: lì, avrà un bilaterale con il presidente Andrzej Duda, visiterà le truppe Usa dislocate nel Paese e incontrerà profughi ucraini. In coordinamento con gli alleati, il presidente Usa, che ripete di continuo che l’uso di armi chimiche da parte della Russia è una minaccia reale, imporrà nuove sanzioni a oltre 300 deputati della Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, che votarono il riconoscimento delle auto-proclamate Repubbliche separatiste russofile del Donbass e che sostengono l’invasione dell’Ucraina.

Il Dipartimento di Stato ha intanto stabilito in base a informazioni dell’intelligence e dai satelliti, che i russi in Ucraina hanno compiuto crimini di guerra, con particolare riferimento a Mariupol, dove oltre 2.400 non combattenti sono stati uccisi, e agli attacchi un po’ ovunque a ospedali, scuole, edifici residenziali e ambulanze. Oggi la Nato deciderà di “rafforzare ulteriormente la propria presenza sul fronte orientale”, specie in Polonia e nei Baltici e, inoltre, di “fornire maggiore sostegno all’Ucraina per la cyber-difesa ed equipaggiamento contro armi chimiche, biologiche e nucleari’, ha anticipato il Segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg. “L’uso di armi chimiche da parte della Russia – aggiunge Stoltenberg, in sintonia con Biden – cambierebbe la natura del conflitto e avrebbe enormi conseguenze”. L’asprezza dell’Amministrazione Usa verso la Russia e la fermezza verso la Cina non portano su l’indice di gradimento del presidente, che perde 3 punti in una settimana e scende al 40%, secondo un rilevamento Reuters-Ipsos. La priorità degli elettori statunitensi non è la guerra in Ucraina, ma l’aumento dei prezzi e l’andamento dell’economia: la via delle sanzioni scelta da Biden alimenta l’inflazione e l’impennata dei costi dell’energia. E Donald Trump torna soffiare sul fuoco, indossando stavolta i panni del ‘castiga Putin’: “Lo minaccerei con i sottomarini nucleari”. Sulle frizioni causate nelle società occidentali e fra Paesi europei dagli incrementi energetici gioca Putin, che ha ieri annunciato il pagamento delle forniture solamente in rubli e non più in euro o dollari per i Paesi ritenuti ‘ostili’. Risultato: un balzo del prezzo del gas dell’ordine di un terzo, mentre il rublo si rafforzava sul dollaro e scendeva sotto quota 99.

Alla vigilia dei vertici di oggi, Washington ha sottolineato a più riprese l’unità dell’Occidente, che è finora concorde sulla scelta di non farsi direttamente coinvolgere nel conflitto: né mezzi né soldati della Nato sul territorio ucraino. Ma la Polonia e i Paesi baltici, che avvertono la pressione della Russia lungo i propri confini, premono per un’azione più incalzante e non fanno nulla per favorire l’apertura d’un vero negoziato fra russi e ucraini. L’Ucraina chiede alla Nato “missili a medio raggio”, che “possono essere un mezzo di deterrenza”, perché “le nostre forze armate e i nostri cittadini resistono con un coraggio sovrumano, ma non possiamo vincere una guerra senza armi offensive”. Per la Cnn, Kiev ha appena iniziato a ricevere le prime forniture degli aiuti militari Usa per 800 milioni di dollari. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, cita senza dettagli l’esistenza di “forti prove” che gli Usa hanno “sviluppato programmi di bio-laboratori” in Ucraina, un’accusa già respinta da Washington. Israele, che punta a un ruolo di mediatore, avrebbe impedito all’Ucraina (e all’Estonia) di procurarsi lo spyware Pegasus, per evitare di irritare la Russia. Del conflitto, e delle “notizie di morte” che ne vengono ha di nuovo parlato ieri Papa Francesco, auspicando che “i governanti capiscano che comprare armi e fare armi non è la soluzione al problema”.

Non solo Papa Francesco: per la tregua Kiev punta sull’oligarca Abramovich

A un mese dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, ognuna delle due parti vanta successi. L’artiglieria russa continua a colpire Kiev, dove ieri un missile ha ucciso una persona e ne ha ferite due nel parcheggio di un centro commerciale; ma secondo quando riferito alla Bbc dal sindaco Vitalij Klitshcko, il contrattacco ucraino avrebbe ripreso completamente il controllo di Irpin e respinto l’avanzata nemica anche a Makariv, rispettivamente a nord e ovest di Kiev. Tra le vittime della guerra, un’altra giornalista: si tratta di Oksana Baulina, reporter di The Insider, uccisa a seguito di un bombardamento nel distretto di Podilsky a Kiev, come confermato dalla sua redazione. Sul lato diplomatico, Kiev continua la sua attività febbrile: dopo aver chiesto la mediazione del Papa, ieri il presidente Zelensky ha chiesto un “salvacondotto” dalle sanzioni per Roman Abramovich. Il miliardario russo, evidentemente, può essere una pedina fondamentale nella trattativa per la tregua.

Così si comprende perché gli Stati Uniti non lo abbiano messo nella lista nera nonostante Abramovich sia considerato vicinissimo a Putin e sia stato già raggiunto dalle restrizioni economiche di Unione europea e Regno Unito per il ruolo di alcune sue società nell’industria bellica russa: la richiesta di risparmiarlo sarebbe arrivata al presidente Usa Joe Biden proprio da Zelensky che, scrive il Wall Street Journal, spera che l’oligarca possa avere un ruolo importante nei negoziati di pace. Ma non tutti se la cavano così. Il presidente ucraino, proseguendo i suoi discorsi in videoconferenza ieri ha parlato al parlamento francese, riservandosi una critica a quelle aziende che continuano ad avere rapporti di affari con la Russia. “Le aziende francesi devono lasciare il mercato russo. Renault, Auchan, Leroy Merlin e altri devono cessare di essere sponsor della macchina da guerra della Russia”. E ancora: “Devono smettere di finanziare l’assassinio di donne e bambini, di finanziare lo stupro. Tutti sono concordi sul fatto che i valori umani contano più dei profitti”. Renault ha confermato ieri la riapertura, dal 21 marzo, del suo stabilimento di Mosca. Leroy Merlin ha nella Russia il suo secondo mercato principale dopo la Francia, con 36.000 dipendenti in 107 ipermercati e 62 città. Il ministro degli esteri Kuleba ieri ha chiesto il boicottaggio mondiale dell’azienda automobilistica.

Tornando al campo, Kiev continua a sostenere di aver mandato a monte il piano russo di assedio della capitale. I russi starebbero invece sfondando le difese di Chernihiv, centro a nord della capitale sotto assedio da 12 giorni e ormai in una situazione disperata, senza elettricità, acqua e riscaldamento: per Ludmila Denisova, rappresentante per i diritti umani del governo ucraino, facendo saltare un ponte strategico, una della vie principali d’accesso di rifornimenti e aiuti umanitari, i russi avrebbero tagliato fuori dai soccorsi i quasi 290 mila abitanti trasformandoli n ostaggi. Nessuna luce per Mariupol, il porto sul Mar D’Azov martoriato da oltre tre settimane di assedio: ieri Zelensky ha accusato i nemici di aver catturato un convoglio umanitario diretto alla città, dove circa 100 mila persone restano bloccate ‘in condizioni disumane. Un blocco totale, senza cibo, acqua e medicine, sotto un bombardamento costante”. E la vice primo ministro Iryna Vereshchuk ha riferito che Mariupol non rientra nell’accordo di massima raggiunto ieri per aprire nove corridoi umanitari in tutta l’Ucraina.

La valutazione del ministero della Difesa britannico è che lo stallo in corso possa essere utilizzato dalle forze russe per riorganizzarsi in vista di una nuova offensiva su larga scala. Analisti occidentali citati dal Guardian parlano del rischio per gli ucraini di una ‘inevitabile e sanguinosa’ vittoria a Mariupol, che consentirebbe a Mosca di liberare forze per l’avanzata verso nord e ritentare l’assalto a Kiev da tre direzioni. Un cessato il fuoco locale e temporaneo sarebbe invece imminente nella regione di Lugansk, una delle due regioni, insieme Donetsk, riconosciute come indipendenti da Putin. La Polonia ha ordinato l’espulsione di 45 diplomatici russi che il governo identifica come spie. Mosca risponde mandando via personale americano dall’ambasciata, mentre la Bielorussia avrebbe già chiesto, riporta l’agenzia Belta, l’allontanamento di alcuni diplomatici ucraini.

Talk Bomb

Con lieve anticipo sul ventennale dell’editto bulgaro di B. contro Biagi, Luttazzi e Santoro (18.4.2002), il Pd celebra la ricorrenza con l’editto ucraino contro Alessandro Orsini. Il più lesto è Andrea Romano, che spara su Bianca Berlinguer per aver contrattualizzato a Carta Bianca il professore, pericolosamente esperto di sicurezza internazionale, dunque “pifferaio di Putin”. Geloso per non essere arrivato primo, si accoda l’altro celebre epuratore democratico, Michele Anzaldi (Iv). L’idea che un talk debba ospitare opinioni diverse è tipica delle democrazie, ergo sfugge alle nostre Sturmtruppen che difendono intrepide dal divano i “valori dell’Occidente” e s’indignano perché 5Stelle e Lega discutono su guerra e pace (bene invece i partiti democratici che non discutono) e perché il Parlamento non è ancora un’aula sorda e grigia dove tutti plaudono all’invio di armi ai mercenari in Ucraina, al raddoppio delle spese militari e ad altri simpatici lubrificanti della terza guerra mondiale. Ma si lavora perché almeno il prossimo Parlamento sia tutto di automi sull’attenti che dicono Signorsì al segnale convenuto, come nel vecchio Pcus, meglio della Duma di Putin. Quanto ai talk show, basta depurarli subito dalle tre-quattro voci stonate rimaste e ritoccare i titoli, poi si può partire subito.

“Benvenuti a NatoPulita/ MaratonaDraghiana/ Bottoemezzo / Bomba-cartaBianca /DiMissilì/ Tagarattatatà/ Che tank che fa/ L’arma che tira / Stasera spara / In Bomba per una nuova puntata sulla terza guerra mondiale. La parola al professor Bombardoni”. “’A guera quanno ce vo’ ce vo’”. “E lei, generale Mitraglioni?”. “Mah, tutto sommato, à la guerre comme à la guerre”. “È venuto a trovarci il mio capo, Sambuca: è un bel direttore, un apostolo, un santo!”. “Che cara, lo sai che sei la più brava?”. “Grazie. Allora, questa guerra mondiale?”. “Whatsamerega boys! So’ Santi Bailors, ameregano der Kansas City! È che c’ho avuto ’na malattia, sennò stavo a Broadway!”. “Grazie, dir: un libro stampato. Passiamo allo psicologo Recalcàzzola, che scrive sul mio giornale quindi è un fico: ma ’sta guerra la vogliamo fare o ce ne stiamo qui a girarci i pollici da eterni panciafichisti?”. “Le dirò, già Lacan parlava di guerra libidica, quindi direi di sì: libiiiidineee! Preciso, a scanso d’equivoci, che io però c’ho l’insufficienza toracica”. “Ci mancherebbe, prof, grazie. Ora tocca al nostro bastiancontrario per mettere un po’ di pepe al dibattito”. “Cava, vovvei tanto dissentive dagli illustvi ospiti, ma li tvovo tutti pevfetti. Sante pavole, fovza guevva! Ah, dimenticavo, anch’io ho il cevtificato, quindi mi avvuolo un’altva volta. Non aspettatemi, avmatevi e pavtite, io poi vi vaggiungo con l’avma segveta”. Sigla.

Una Londra degli anni Cinquanta per un piccolo capolavoro (noir)

Una trama più che seducente, che ti inchioda nella lettura fino all’ultima pagina. E personaggi davvero indimenticabili, una Londra anni Cinquanta struggente e livida, che evoca certi romanzi di Graham Greene, ma anche, per gli accenti romantici e noir, quel piccolo capolavoro che è L’inverno a Lisbona di Antonio Muñoz Molina. Tutto ciò narrato con una scrittura superba, mai banale, curatissima.

Ecco allora Una scheggia di tristezza purissima (Golem Edizioni, pagg. 480, euro 19,50) di Simona Matraxia, laureata in linguistica, libraia, suonatrice di violoncello: un romanzo rivelazione, insomma. Un libro che è molto più di un giallo, come pure è, dato che declina l’indagine di Craig Thorne, ispettore di Scotland Yard trasferito dalla provincia inglese a Londra, e che rivela una narratrice giovane di grandi qualità, che fa vivere le parole in corpi, suoni, luce.

La storia conta, sicuro. Domina la scena l’assassino di un giovane artista, trovato morto abbracciato alla statua di marmo di una bellissima violinista. C’è di mezzo un passato desolato e terribile, che risale dal pozzo del tempo, dagli anni della seconda guerra mondiale fino al 1959. Indaga un poliziotto segnato dalla guerra, dall’amore, dalla solitudine, dal whisky. E ci sono soprattutto le donne: forti e fragili, disperate e dolci, spesso in controluce in pub e locali fumosi; e con passioni perdute, con ricordi slabbrati in teatri, vicoli londinesi, la campagna di Oxford, negli interni di case piccolo borghesi che hanno il colore triste di quelli descritti da George Orwell in Fiorirà l’aspidistra. Perfetta, oltre alle raffigurazioni dei personaggi, la ricostruzione della capitale britannica alla fine degli anni Cinquanta. Già distintasi all’ultima edizione del Gran Giallo Città di Cattolica, e segnalata alla XXX edizione del Premio Calvino con il romanzo Anonimo, nonché vincitrice del Premio Fogazzaro con il racconto Romanze senza parole, la Matraxia sa raccontare e sa dipingere. Rimane, indelebile, la sua pittura di quella Londra, ritratta in un bianco e nero da film d’autore, con gli squarci di Seven Dials e di Leicester Square, le pubblicità dei cinema e delle sale da concerto, le bottiglie di Dewar’s White Label e le sigarette Du Maurier, le copie del Times e dell’Evening Standard, la disfatta folla natalizia sciamante verso Piccadilly come la morta folla nei versi di T.S. Eliot. Dunque un romanzo da leggere subito, che appassiona e commuove.

“‘Notre-Dame in fiamme’: una tragedia da Hollywood”

“Notre-Dame è il simbolo del sacro attaccato dal diavolo, non a caso i pompieri francesi chiamano il fuoco Belzebù”. Tutto il mondo si fermò davanti alle immagini della cattedrale parigina avvolta dalle fiamme il 15 aprile del 2019: l’indomani all’alba l’incendio venne dichiarato sotto controllo, e fu impresa di uomini e donne. A rievocare la tragedia col “lieto fine, in mancanza del quale non avrei fatto la regia”, è Jean-Jacques Annaud: Notre-Dame in fiamme arriva in sala con Vision Distribution il 28 aprile e, nel terzo anniversario, il 15 aprile approderà su Sky Cinema. Prodotto da Wildside, Pathé, TF1 e François Pinault, budget di trenta milioni di euro, ricostruisce la vicenda esaltando gli atti di coraggio, ma non eludendo l’imperizia che innescò il rogo e le difficoltà dei soccorsi, tra comunicazioni tardive e ingorghi stradali. Firmata da Annaud con Thomas Bidegain, la sceneggiatura “complessa, contraddittoria, dunque buona” si basa su una mole di articoli di giornale e servizi radiotelevisivi, ma la trasposizione avrebbe subito incontrato un ostacolo: “La realtà dei fatti appariva inverosimile, come se fosse opera di giornalisti di grande talento, però formati a Hollywood”. Incontrando pompieri, membri del clero, sindaca e prefetto, il regista s’è dovuto ricredere: “Il quadro era addirittura peggiore: una serie di sfortunati eventi, un cattivo allineamento dei pianeti”, tutto concorse alla sciagura, ma alla fine non si registrarono feriti, i tesori vennero recuperati e “ora la cattedrale tornerà più bella di prima”. Non è solo il ritorno al futuro del monumento più visitato d’Europa, ma la restaurazione di un’idea: “Notre-Dame è il simbolo della civiltà occidentale, che la si ami o meno. È un’emozione che non conosce religioni, paesi o colore di pelle, attiene alla comune umanità, alla vita stessa, come il Pantheon, le Piramidi o la Città segreta”. Quelle fiamme si riverberano oggi in Ucraina, “e il timore universale per il crollo di un sistema di civiltà – osserva Annaud – è lo stesso: spero la guerra possa avere l’esito felice della cattedrale, anche se le premesse non invitano all’ottimismo. Si minaccia di distruggere uno stile di vita di cui abbiamo secolare consuetudine”. E i parallelismi non finiscono qui: “Non sappiamo prepararci al peggio, che sia l’eventualità di un incendio o delle truppe ammassate al confine non vogliamo farci trovare pronti”.

Sebbene il lungometraggio non abbia accolto al proprio interno i video inviati da astanti e turisti – “Seimila solo nella prima settimana, venticinquemila in totale” – il materiale di repertorio s’è rivelato “un prezioso termine di paragone: indicazioni precise, immagini perfette come quelle avute dai pompieri, ogni pezzo è andato al proprio posto, a comporre il puzzle di un thriller inverosimile, ma che appunto è realtà”. Il versante umano è preminente: “Da un lato, errori e persone non pronte all’emergenza; dall’altro, devozione e persone pronte a rischiare la vita per altri individui e, persino, per dei pezzi di pietra. La ricchezza psicologica è enorme”. Annaud se ne compiace, loda “questi eroi veri, così differenti dai supereroi Marvel, che non posso soffrire. Questi pompieri mi hanno sconvolto, dai capi in giù li ho intervistati tutti”. Per incarnarli non ha voluto attori famosi: “La bellezza dei vigili del fuoco sta proprio nell’essere anonimi, non rincorrono il successo, rivendicano l’eroismo delle persone comuni, di perfetti sconosciuti. È lo splendore del loro mestiere”. Del resto, sorride Annaud, “la star del film è Notre-Dame: è la bella attrice internazionale insidiata da un demone fascinoso, fotogenico, hitchcockiano”. Ma c’è gloria anche per il suo regista, uno che dietro la macchina da presa, dal preistorico La guerra del fuoco a Il nome della rosa di Umberto Eco, da L’amante tratto da Marguerite Duras a Sette anni in Tibet, non s’è mai ripetuto: “Me l’hanno insegnato con rammarico Vincente Minnelli e Hitchcock, ‘mai fare lo stesso film’”.

 

Si (ri)alza Il volume dei live. Venduti 6,3 milioni di ticket

Accendete gli amplificatori, la musica live riparte. Il decreto riaperture non impone più limiti di capienze: mascherina nei palasport fino al 30 aprile, poi d’estate – toccando ferro – tutti a fare poltiglia umana come ai vecchi tempi in arene e stadi. Viva Ligabue e Vasco, passando per Ultimo e Jovanotti: torna l’ebbrezza dei live, anche se la pandemia e la crisi hanno sferrato un micidiale colpo di maglio a una filiera che, con l’indotto, prima del covid valeva quasi due miliardi di euro e oggi solo la metà. In due anni e mezzo si sono persi per strada quasi centomila dei 250mila lavoratori specializzati, mentre da qui a dicembre i biglietti già venduti (tra eventi nuovi e riprogrammati) sono 6 milioni e 300mila, roba da 450 milioni di euro.

Una realtà comunque lontana da quella record del 2019, quando i tagliandi emessi (fonte Siae) erano stati 11 milioni. Si rialza il volume, ma lo stop prolungato ha spinto sul lastrico gli operatori minori: la Rete dei Festival e dei Contest per gli Emergenti conta oggi solo 50 iscritti, tre volte di meno dell’ante-peste. Ancora, senza ulteriori ristori o supporti istituzionali alzeranno bandiera bianca altre decine di migliaia tra i tecnici “a chiamata”. Un dramma collettivo, e una grana anche per le maxi produzioni legate alle multinazionali del rock & pop on stage: dovranno rapidamente affidarsi a personale affidabile da pescare all’estero, con ulteriori rincari sulle spese, oltre ai malus d’attualità per carburante e l’energia sul palco. Gravami che si spera non ricadano sulle tasche degli appassionati: il rischio di speculazioni resta alto, anche contando sulla buona fede di tutti. L’insidia è dietro ogni angolo: il balzello di commissione sulle prevendite autorizzate è stabilmente sul massimo consentito del 15% del prezzo nominale, mentre il cancro del secondary ticketing non è stato debellato, come dimostra lo sconcertante caso degli ingressi “clandestini” a peso d’oro per l’Eurovision Song Contest, disponibili su Internet prima ancora di quelli ufficiali. Un’altra prova? I tagliandi per il concerto milanese dei Rolling Stones del 21 giugno: su Ticketone un posto per il “Diamond Pit” lo pago (trovandolo) 300 euro più 45 di commissione. Il bagarinaggio online di Stubhub può procurarmelo all’astronomica cifra (in queste ore, domani chissà) di 6.750 euro. Magra consolazione, navigando sui siti secondary si scopre che Viagogo è stato messo sotto sequestro.

Come uscirne? “Bisogna fare in fretta”, nota Vincenzo Spera, presidente di Assomusica, che riunisce i maggiori impresari italiano: “La stagione decisiva è alle porte e non sarà semplice rimpiazzare i professionisti e le ditte che non lavorano più: steward, facchini, autisti, elettricisti, attrezzature adatte da reperire. Garantiamo però che i biglietti, tra i più bassi nella media Ue, non aumenteranno ulteriormente. Quanto al secondary, il problema è nella certezza di pene e sanzioni. Di certo”, garantisce Spera, “il miliardo di euro con l’indotto, che raddoppia il volume d’affari dei biglietti già emessi per il 2022, significa che quasi sei milioni e mezzo di italiani hanno dimostrato fiducia nel settore, prenotando alberghi, organizzato viaggi. Lo Stato si renda conto che ne giovano l’economia del Paese e la salute psichica degli spettatori. Il concerto è un momento coreutico, un rito irrinunciabile di condivisione”. Sì, ma come si salveranno i piccoli? Giordano Sangiorgi, patron del Mei (Meeting Etichette Indipendenti) invoca nuovi bandi da parte dell’Esecutivo “per compensare le chiusure delle attività da Natale scorso”, “l’aumento delle misere royalties a favore di artisti emergenti nelle piattaforme monopoliste”, e infine “l’apertura di un tavolo in Rai perché faccia servizio pubblico dando spazio a tutte le produzioni”.

Risponde l’Ad di Viale Mazzini Carlo Fuortes: “Siamo disponibili ad ascoltare le associazioni del settore”. Anche perché, aggiunge, “l’offerta già esistente dimostra che la musica può fare ascolto anche in tv. Sarà nostro compito rimettere al centro della programmazione trasmissioni che diano spazio a nuovi protagonisti e nuovi stili di espressione musicale. Utilizzeremo soprattutto Raidue. È proprio questa”, rivela, “l’impostazione che ci porta a preparare uno show che, prendendo spunto dal caso dei Maneskin, possa portare in tv coloro che affidano il proprio stile creativo alla strada. Molto devono inoltre continuare a fare RaiPlay e Radio2, veicoli importanti per raggiungere il pubblico più giovane”. Fuortes sottolinea che con il restart dei concerti “il genere primetime dell’Azienda darà spazio a eventi anche sulla rete ammiraglia. Trasmettendo, tra l’altro, dall’Arena di Verona la serata dedicata a Lucio Dalla, con tanti artisti italiani”.

Insomma, si toglie il freno a mano: la macchina è arrugginita, ma la strada sembra libera. Occhio alle buche.

Così hanno aggirato Carta e Camere

La guerra in Ucraina pone vari interrogativi al costituzionalismo democratico. Ovviamente è innegabile la gravità di quanto è avvenuto con l’intervento militare della Russia sul territorio ucraino. Tuttavia non è la prima volta, come la narrazione generale tende a far credere, che viene violata con la forza l’integrità territoriale di uno Stato europeo.

Va ricordato in particolare il bombardamento della NATO, con ampia utilizzazione delle basi collocate in Italia, effettuato nel 1999 per 72 giorni su Belgrado a sostegno della indipendenza del Kosovo, che costituiva una indubbia ingerenza interna nei confronti della Serbia nel quadro di uno scontro militare tra esercito e indipendentisti. L’aggravante oggi è rappresentata dall’ingresso diretto dell’esercito russo sul territorio dell’intera Ucraina, con le conseguenze drammatiche che determina in termini di distruzione di strutture essenziali, di morti e di condizioni disumane che colpiscono la popolazione civile. Si tratta di un intervento che viola apertamente la Carta delle Nazioni Unite e il Patto di Helsinki e quindi deve essere condannato senza alcuna equidistanza tra le parti belligeranti. Così come va condannata qualsiasi guerra che in base all’art. 11 Cost. non abbia una dimensione puramente difensiva contro un’aggressione esterna. Ciò detto, tre sono le questioni fondamentali che ci interrogano. La prima è la salvaguardia della libertà di critica all’interno di uno Stato democratico, che viene messa in discussione da reazioni intolleranti e da accuse infondate di putinismo contro chiunque esprime dubbi e riserve sul comportamento degli Stati Uniti e della Nato. Si pone quindi la necessità di rivendicare il diritto di esprime opinioni dissonanti rispetto al clima da union sacrée che è stato diffuso. Ciò vale in particolare per chi esprime dubbi tutt’altro che infondati sulla responsabilità degli Stati Uniti e della Nato nel perseguimento di una strategia di accerchiamento militare della Russia, senza porsi il problema di una neutralizzazione dell’Ucraina e senza che sia stata data alcuna garanzia alle istanze autonomistiche interne al paese, situazione che ha determinato nel Donbass una prolungata guerra interna non dichiarata, che tra il 2014 e il febbraio 2022 ha causato più di 14.000 morti e più di 20.000 feriti. Ciò non significa affatto giustificare l’intervento della Russia, ma prendere atto che l’atteggiamento degli Stati Uniti e della Nato ha fornito un alibi a Putin per arrivare all’intervento. Quindi desta una forte preoccupazione e va condannata ogni isteria antirussa, come quelle che si sono verificate con l’allontanamento dalla Scala di Milano di un importante musicista russo, con la sospensione del corso su Dostoevskij all’Università Bicocca di Milano, con la censura espressa dai vertici della LUISS per le opinioni espresse pubblicamente dal professor Alessandro Orsini. Non meno condannabili sono gli attacchi ai pacifisti che scendono in piazza per dire no alla guerra e non chiedono armi per l’Ucraina, pretesa veramente incredibile per chi è pacifista. Ci manca solo che siano condannati e accusati di putinismo i pacifisti russi duramente repressi che non chiedono armi per l’Ucraina ma la fine della guerra e della propaganda di regime. Infine è stata accusata di putinismo l’ANPI dai soliti anti-antifascisti in servizio permanente effettivo che sono stati silenti di fronte alla devastazione della sede nazionale della CGIL, ma non tollerano critiche alla politica di Stati Uniti e Nato.

La seconda questione riguarda il rispetto dell’art. 11 della Costituzione. Qui va registrata un’escalation tra il primo decreto-legge approvato dal Governo, il n. 14/2022, che prevedeva l’invio di “mezzi e materiali di equipaggiamento militari non letali di protezione” e il secondo decreto legge, il n. 16/2022, che nello stabilire uno stato di emergenza fino al 31 dicembre 2022, già in sé discutibile per l’eccessiva estensione temporale (da notare che nel contempo si è ribadito che lo stato di emergenza da Covid avrebbe preso fine il 31 marzo), autorizza “la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore della autorità governativa dell’Ucraina in deroga alle disposizioni di cui alla legge 9 luglio 1990, n. 185” (legge che vieta “l’esportazione e il transito di materiali di armamento verso i Paesi in stato di conflitto armato” ex. art. 1, c. 6, lettera a). A sua volta il Parlamento con una maggioranza bulgara ha approvato una risoluzione che, accanto a misure più che condivisibili (cessazione del fuoco e ritiro delle truppe russe, sostegno alle sanzioni, assistenza umanitaria, finanziaria e economica, risorse per l’accoglienza dei profughi), prevede “la cessione di apparati e strumenti militari” per l’autodifesa dell’Ucraina. La conseguenza dell’invio delle armi è che fa diventare l’Italia paese belligerante, al di là del fatto che lo stato di guerra non sia espressamente dichiarato, come del resto è sempre avvenuto negli ultimi venti anni per gli interventi militari all’estero (in particolare con la seconda guerra del Golfo in Iraq, in Afghanistan e in Libia) con un sostanziale aggiramento dell’art.11. Siamo in sostanza di fronte al confezionamento di un “diritto di guerra” in deroga. Ora, è vero che il concetto di guerra difensiva ex art. 11 può essere esteso fino a ricomprendere l’intervento a favore di Stati facenti parte di un’alleanza internazionale o di un organismo sovranazionale ai quali l’Italia partecipa. Ma nel caso concreto l’Ucraina non fa parte né della Nato né della UE e quindi è un paese terzo e non c’è nessuna risoluzione dell’ONU, come avvenne per la prima guerra del Golfo a favore del Kuwait, che giustifichi un intervento armato a suo favore. Se si vuole evitare il rischio di un’estensione della guerra, che porrebbe la prospettiva drammatica e lugubre del possibile ricorso alle armi nucleari, l’obiettivo più fondato e realistico, oltre all’aiuto economico-umanitario, è quello di un intervento autorevole, per il quale la parola dovrebbe spettare all’ONU, per avviare prima possibile una iniziativa diplomatica di ampio respiro, che comporti la cessazione delle ostilità e la salvaguardia della popolazione civile.

Infine la terza questione fondamentale è l’assoluta emarginazione del Parlamento. Il decreto-legge n. 16 attribuisce al ministro della Difesa, di concerto con i Ministri degli affari esteri e dell’economia e finanze, la definizione dell’elenco dei mezzi, materiali e equipaggiamenti materiali e della relativa spesa. A questa sostanziale segretezza, che differenzia l’Italia da altri paesi come la Germania e il Regno Unito, dove è stato reso noto l’elenco delle armi oggetto di un primo invio, non rimedia certo la risoluzione parlamentare che prevede un generico obbligo di informazione del Parlamento. Siamo quindi di fronte ad un ulteriore tassello nel processo di degrado della democrazia parlamentare su un terreno particolarmente importante e delicato. Tanto più che un’interpretazione sistematica della Costituzione, la quale per lo stato di guerra impone una delibera parlamentare, da adottare con legge secondo la dottrina più qualificata, che conferisca al Governo i poteri necessari, impone a più forte ragione che un intervento militare emergenziale e di dubbia costituzionalità ai sensi dell’art. 11 sia costantemente portato a conoscenza quanto meno delle Commissioni competenti di Camera e Senato.

 

“Liberare i giovani: solo così invertiremo la crisi di natalità”

“È da più di una generazione che siamo in crisi demografica”. È lapidario Massimo Livi Bacci, storico professore di demografia all’Università di Firenze e senatore del centrosinistra tra il 2006 e il 2013, a cui abbiamo chiesto di commentare il recentissimo report dell’Istat che ha certificato un nuovo record negativo delle nascite (ne abbiamo scritto lunedì nell’inserto economico del Fatto Quotidiano). Neanche questo ennesimo bollettino, però, riesce a scuotere la politica su un problema cruciale per lo sviluppo sociale ed economico del Paese. Davvero non riusciamo più a immaginare una prospettiva diversa dal declino demografico?

Professore, se il problema risale ad oltre una generazione fa, in che periodo della nostra storia affonda le sue radici la crisi demografica italiana?

Negli anni Ottanta, quando la natalità è per la prima volta caduta sotto il livello di rimpiazzo. Si tratta del livello che permette a una popolazione di galleggiare sugli stessi numeri. Quindi, la bassa natalità ormai è con noi da più di trent’anni. Con il tempo, nascendo pochi bambini, la popolazione è invecchiata ed è aumentato il numero dei decessi. Dunque, le radici sono lontane, ma il sintomo concreto della riduzione della popolazione risale al 2014. È allora che la popolazione italiana ha cominciato a calare. Tutto ciò nonostante un’immigrazione notevole, anche se affievolita prima dalla crisi economica e poi dalla pandemia. L’effetto è che dal 2014 l’Italia ha perso 1 milione e 300mila abitanti.

Quali sono stati gli errori e le miopie degli ultimi decenni?

È difficile dirlo: nessuno sa con certezza come si possa arrestare un calo delle nascite. Quello italiano non è un caso unico al mondo. Giappone, Spagna e anche altri Paesi europei si trovano in una situazione simile: è un fatto transnazionale. Per quanto riguarda le cause, essenzialmente si possono ricondurre al ristagno economico, che ha portato all’esclusione dei giovani dal lavoro o comunque a un ritardo nell’entrata nella vita attiva. Ciò si è riflesso in una rimodulazione delle scelte riproduttive, che sono state sempre più ritardate e ridimensionate. A mio parere, quindi, la “medicina” sta in un’iniezione rinvigorente per la vita e le prospettive di tutti i giovani.

L’occupazione femminile è un fattore nelle scelte di politica demografica?

In linea generale, nei Paesi dove l’occupazione femminile è più alta, la natalità è un po’ più alta che da noi. Le donne e le coppie hanno bisogno di una certa sicurezza per fare figli, una sicurezza che è maggiore se si hanno due redditi in famiglia.

Allora non si può non iniziare dalle condizioni del mercato del lavoro…

Sì, ma non solo. I giovani negli ultimi decenni hanno guadagnato libertà “formali”, ma hanno perso prerogative “effettive”. Non hanno la libertà fondamentale, quella di essere autonomi dal punto di vista economico. Bisogna riconoscere ai giovani un ruolo effettivo nella società, che dipende non solo dai soldi, ma anche dalla scuola, dall’università, dal sistema formativo in genere e dalla partecipazione.

La nuova fase di politica economica che sembra essersi aperta con il Piano di ripresa (Pnrr) può far ben sperare per il futuro?

Se questi grandi investimenti faranno ripartire la macchina Italia, che per venticinque-trent’anni è stata ferma, sicuramente ciò si rifletterà in una situazione più positiva. Ma bisogna avere coscienza che il problema demografico esiste. È stato introdotto l’assegno unico per i figli, ed è una buona cosa, perché dà un sostegno più robusto alle scelte delle coppie. È un inizio, ma è ancora poco.

L’aumento della domanda di assistenza richiesto da una popolazione più anziana viene visto spesso solo come un costo. Ma non potrebbe anche rivelarsi un’opportunità per creare nuovi lavori di cura e assistenza? Lavori “concreti”, come avrebbe detto un Linceo come lei, Giorgio Lunghini.

Sicuramente sì. Si può investire in nuove attività, come domotica, digitalizzazione, innovazione del welfare, delle abitazioni e dell’urbanistica. Ciò non toglie, però, che il fortissimo invecchiamento rappresenti un peso per l’economia. È come una macchina con una grossa carrozzeria e un motore debole. Bisogna che il motore venga rafforzato. Se ci sono pochi giovani, che oltretutto non sono in condizione di generare valore al meglio, il motore è debole, la popolazione invecchia e il Paese ristagna.

Ma nella politica italiana, da qualche parte, c’è la consapevolezza di questa crisi demografica?

Teoricamente la consapevolezza esiste. Il problema è noto. I dati sono lì, se ne parla da decenni. Ma le politiche necessarie a contrastare la crisi demografica richiedono investimenti di lungo periodo e un’unanimità di fondo delle forze politiche. Nazioni come la Francia o i Paesi scandinavi hanno da molti decenni politiche familiari e giovanili coerenti, nonostante i cambi di governo. A volte colorate di azzurro, a volte di rosa, queste politiche però sono state sempre mantenute. Le forze politiche che si sono avvicendate hanno riconosciuto che c’era un problema di base da risolvere in un certo modo. Invece, in Italia, fino ad oggi questa concordia non c’è stata.

Lotito&C: ecco chi gufa l’Italia per mandare a casa Gravina

“Gufi e gufetti”, come li chiama lui, che se l’Italia si gioca i Mondiali in Qatar 2022, rischia di perdere la poltrona. Domani a Palermo contro la Macedonia del Nord, lunedì in trasferta contro Portogallo o Turchia. Tra mancanza di talenti, infortuni e Covid (sono stati isolati due membri dello staff), gli spareggi nascono sotto i peggiori auspici. L’eliminazione da Russia 2018 era stata un’apocalisse, immaginate il secondo flop di fila. Altro che campioni d’Europa: l’Italia finirebbe nella serie C del pallone.

In ballo ci sono almeno una decina di milioni. Tanto vale tra premi e sponsor una Coppa del Mondo, ma i ricavi non sono stati messi a bilancio, dunque il problema non è solo economico. È politico. Il ct Mancini sarebbe il primo a traballare, nonostante il contratto rinnovato fino al 2026: circola già il nome di Cannavaro ma è prematuro. La poltrona che conta è quella del presidente. Ma si sa, la vittoria (come quella casuale agli Europei) ha moltissimi padri, la sconfitta è sempre orfana: infatti Gravina da mesi mette le mani avanti e spiega che non si dimetterà in ogni caso. “Chi dovrebbe sfiduciarmi, visto il consenso che ho all’interno del consiglio e anche, permettetemi, all’esterno?”, ha detto di recente in uno slancio eccessivo di autostima che tradisce paura. Ma su una cosa ha ragione. La sua maggioranza è granitica. Ha trascorso le ultime settimane a blindarsi: ha fatto eleggere vice il fedelissimo Francesco Ghirelli (n.1 della Serie C) e piazzato a capo dei Dilettanti l’eterno Giancarlo Abete. Un fortino a difesa della poltrona. Però in Italia nessuno è mai sopravvissuto a una disfatta del genere. Lasciò Abete dopo la figuraccia ai Mondiali 2014, a cui almeno ci eravamo qualificati. Si dimise a furor di popolo 4 anni fa Tavecchio, e tra chi gli diede la spallata decisiva c’era proprio Gravina. Il terremoto sarebbe imprevedibile e restare in sella un capolavoro di equilibrismo.

Bari, rubati i gioielli di S. Nicola “Il ladro non è un professionista”

Furto nella notte tra lunedì e martedì all’interno della Basilica di San Nicola, patrono di Bari. Intorno alle 4, qualcuno si è introdotto nell’edificio asportando gli oggetti custoditi tra le mani della statua del Santo: il libro con 3 palle e una croce in argento; dall’altra mano, un anello d’oro. Portati via anche una collana reliquiaria e il contenuto delle cassette delle offerte. Per gli investigatori si tratterebbe di un ladro non professionista: la maggior parte degli oggetti di valore è rimasta al suo posto. “Un atto sacrilego è offensivo per la città”, ha commentato il sindaco Antonio Decaro.